venerdì 31 luglio 2015

Atto II

Veleni dell'Ilva, nuova inchiesta: "Ha continuato a inquinare"

Mentre trecento operai torneranno al lavoro da domani, e il ministero dovrà decidere nelle prossime ore se davvero l'azienda ha realizzato almeno l'80 per cento delle prescrizioni ambientali, il fronte giudiziario Ilva non sembra essersi interrotto. Il rinvio a giudizio nella maxi inchiesta "Ambiente svenduto" è solo un pezzo del lavoro dei pm tarantini. Il procuratore Franco Sebastio, l'aggiunto Piero Argentino e i sostituti Mariano Buccoliero e Giovanna Cannarile conducono da mesi un'inchiesta bis molto delicata con due obiettivi: il primo, capire se la nuova Ilva, quella post Riva, continui a inquinare.
L'altro filone mira invece ad accertare eventuali complicità del ministero dell'Ambiente, sin qui rimaste inesplorate. La prima parte della nuova indagine prende il via da alcuni esposti che nei mesi scorsi segnalavano nel cielo di Taranto le solite nuvole nere e fenomeni di slopping (fiammate improvvise) dall'area a caldo riaperta solo grazie all'intervento del governo. Le segnalazioni si fermano ad alcuni mesi fa: oggi le emissioni sono molto limitate perché assai limitata è la produzione. Il livello si dovrebbe alzare da domani, quando ritornerà a funzionare l'Altoforno 1 con un nuovo filtro anti-polveri. Gli esposti avrebbero già trovato riscontri in alcuni accertamenti effettuati dal Noe dei carabinieri nei mesi scorsi.
La seconda parte dell'inchiesta bis riguarda invece la questione discariche. Una vicenda molto complessa dal punto di vista tecnico e che può "valere" 500 milioni di euro. Il siderurgico ha necessità di stoccare rifiuti, pericolosi e non. E, per risparmiare, preferisce farlo in autonomia. Perché ciò accada sono necessarie, però, delle autorizzazioni speciali che la vecchia Aia (Autorizzazione integrata ambientale) non contempla. Interviene allora un'autorizzazione regionale che, però, è scaduta nel 2013 e non è stata rinnovata dall'allora governatore Vendola. A quel punto il governo ha autorizzato le discariche con un decreto legge. Tutto questo mentre l'ex commissario ambientale Edo Ronchi entrava in collisione con il comitato di esperti nominato da Palazzo Chigi per predisporre un piano sull'Ilva, che di fatto veniva stravolto. Risultato: Ilva stocca i rifiuti autonomamente, e la Procura ora vuole capire se tutto ciò è regolare. E soprattutto ricostruire l'iter che ha portato a quelle autorizzazioni.
E a proposito di permessi, sono in corso le ispezioni per valutare se sono state realizzate l'80 per cento delle prescrizioni ambientali con scadenza 31 luglio come prevede la legge. Infine, da segnalare una lettera di solidarietà firmata dal mondo scientifico, e rilanciata anche dalla Fiom, al professor Giorgio Assennato, direttore di Arpa Puglia, rinviato a giudizio con l'accusa di non aver ammesso di aver subito pressioni da Vendola: tra i firmatari c'è anche Francesco Forastiere, l'autore della perizia disposta dai giudici di Taranto che ha permesso di inchiodare Ilva. (RepBa)

Gli Ilva supporters fanno la ola: può inquinare!

Ilva: il Tar sospende la diffida del ministero sulla gestione delle scorie

La gestione commissariale dell’Ilva ottiene dal Tar di Lecce la sospensione della diffida del ministero dell’Ambiente a proposito della gestione delle scorie. Dopo la visita ispettiva nel siderurgico del 14 e 15 aprile scorsi, relativa al controllo sull’attuazione delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), il 17 giugno l’Ispra, che agisce da organo tecnico del ministero, ha messo nero su bianco le contestazioni relative alle modalità dell’attività di gestione delle scorie Cer, delle acque di dilavamento del deposito preliminare area 66 e delle scorie non deferrizzate dell’Impianto rottami ferrosi (Irs).
Il 2 luglio scorso il ministero ha spedito all’azienda l’esito preliminare della visita ispettiva con l’accertamento delle violazioni e la proposta di diffida. Allegati anche i verbali dell’Arpa Puglia che, nel controllo dell’Aia, affianca l’Ispra. In seguito l’azienda ha impugnato tutto al Tar costituendosi contro ministero, Ispra e Arpa. Accogliendo ora l’istanza dell’azienda, a proposito delle scorie non deferrizzate il Tar osserva che «la sospensione dell’attività, con la prescrizione di effettuare il deposito solo in aree dello stabilimento dotate dei necessari presidi ambientali e di regimazione delle acque al fine di prevenire eventuali pericoli di percolamenti e di dispersioni ambientali, appare riguardare prescrizioni non inserite nel piano ambientale approvato col Dpcm 14 marzo 2014». Il piano infatti stabilisce «che per quanto riguarda l’Area gestione rottami ferrosi e svuotamento paiole, entro 10 mesi dall’entrata in vigore del decreto che approva il piano, sarà installato un sistema a cappe mobili come misura transitoria. I lavori per la realizzazione di un nuovo sistema trattamento scorie di acciaieria - Bssf - saranno conclusi entro il 3 agosto 2016” (è la data entro la quale, stando al piano ambientale, deve essere concluso il residuo 20% delle prescrizioni Aia mentre l’80% va completato entro fine luglio 2015). «Per quanto concerne l’Impianto rottame ferroso (Irs) – sostiene il Tar citando ancora il piano –, il gestore dovrà attuare gli interventi proposti nella nota del 20.11.2013 nel rispetto dei cronoprogrammi». Di qui, dunque, la sospensione della diffida del ministero dell’Ambiente e la fissazione, al 9 settembre prossimo, della camera di consiglio per la trattazione collegiale. E intanto il sindacato Usb chiede alla Procura e allo Spesal dell’Asl un’azione «immediata» nell’acciaieria 1 «a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori». Nell’impianto, rimasto fermo quattro mesi per lavori di adeguamento, l’Usb denuncia infatti l’urgenza “di interventi di carattere ordinario che non sono stati effettuati pur avendone avuto il tempo”.
Ilva, nuovo direttore personale a Taranto. È Michele Onorato e risponde al direttore centrale delle Risorse umane e organizzazione del gruppo Cesare Ranieri. Onorato ha 37 anni, è nato a Napoli ed è laureato in Economia aziendale con master in Gestione delle Risorse umane. Ha maturato esperienze specifiche nell’ambito della direzione delle Risorse umane in Tobacco Division Coesia Group, Philips e Saeco nonchè esperienze manageriali in Saeco e Indesit. (Sole24h)

giovedì 30 luglio 2015

Sciolto un operaio, se ne fanno altri!

Afferma Natalia Luccarelli, la vedova di Alessandro Morricella, l'operaio morto lo scorso giugno sull'Afo2: "Il casco gli si è fuso in testa. Si immagini la plastica bianca mescolata alla carne umana. Pensa che una giacchetta alluminizzata con i bottoni fino alla coscia potesse salvarlo? Sarebbe morto comunque".



 

Ilva, così Morricella scompare dalle slide

Sono state surreali le audizioni sull'Ilva tenutesi ieri sera in Commissione Ambiente e Attività produttive riunite alla Camera.
Surreali le informazioni ricevute, surreali le risposte che non scioglievano i dubbi, surreale l'atteggiamento dell'Inail e dei sindacati.
Lo sblocco di un'area che era stata sequestrata per ragioni di sicurezza potrà interferire con chi si troverà a lavorare in quell'ambiente? Lo abbiamo chiesto all'Inail, che semplicemente non ha saputo risponderci.
All'Asl abbiamo chiesto se

Echi di amianto (non troppo) lontano




Da circa 20 giorni si sta provvedendo alla demolizione della Batteria 10.
All'interno delle batteria c'è presenza di amianto.
Nei dintorni operano centinaia di lavoratori.
L'impianto è a ridosso di un quartieredensamente.
Non sappiamo però se l'amianto è stato trattato per essere rimosso e se sono state utilizzate tutte le procedure previste dalla legge.
Della questione sono al corrente i custodi, l'ARPA TA e lo SPESAL. (fonte: Cittadini e lavoratori liberi e pensanti)

A volte ritornano

Dopo il Circo Clini anche Escpoooosito, il garante comico napoletano, torna per poche ore sul palcoscenico Ilva per sfornare un'altra pizza!
Per chi ha un paio di minuti da gettare, consigliamo comunque di evitare di leggerla.
Noi la mettiamo agli atti di questa farsa epocale.

I giudici distinguano tra processo e azienda


Gli articoli sulla questione dell’Ilva di Taranto, comparsi a firma di Paolo Bricco su Il sole 24 ore del 24 e 25 luglio, si inseriscono sul più ampio dibattito suscitato dalle dichiarazioni del vice Presidente del Consiglio superiore della magistratura sulla necessità che il giudice sappia valutare gli effetti delle proprie decisioni
L’esigenza di tener distinte le vicende del processo dal destino dell’azienda, sottolinea un dato che è sinora sfuggito al dibattito: la quasi totalità delle condanne che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha inflitto al nostro Stato è stata determinata proprio da tale omessa valutazione.
È sfuggito al confronto che incombe sul giudice un inderogabile obbligo giuridico: quello di tutelare tutti i diritti, a chiunque appartenenti, che possono venire in discussione ed essere lesi nell’esercizio, pur legittimo e doveroso, dell’azione penale.
Strumento di protezione degli interessi che in un determinato momento sono ritenuti dai governanti meritevoli di tutela, il processo penale può risolversi – e storicamente si è risolto – in un arnese di oppressione o prevaricazione dei diritti fondamentali appartenenti anche a persona diversa da quella oggetto del procedimento.
I diritti che vengono in discussione sono quelli del rispetto della vita privata (art. 8 della Convenzione europea), delle libertà e sicurezza (art. 5), del principio di sicurezza giuridica (art. 7), della tutela della proprietà con riferimento a sequestri e confische (art. 1 del 1° protocollo aggiuntivo alla Convenzione). E ciò senza considerare le reiterate violazioni delle regole del giusto processo e dei canoni del processo celere (art. 6).
Nella mia non felice esperienza, nel 2013, di Garante per l’attuazione dell’Aia dell’Ilva di Taranto non mancai di segnalare (e gli atti sono ancora tutti consultabili sul sito dell’Ispra) come, secondo la Corte di Strasburgo, il sistema assicurato dalla Convenzione europea in materia ambientale riposasse su due capisaldi: quello della Corporate governance (dovere primordiale dello Stato di dotarsi di un quadro legislativo ed amministrativo mirante ad una prevenzione efficace e avente una idoneità dissuasiva) e quello dell’obbligo e di incriminazione e di esercizio dell’azione penale; il primo di carattere preventivo, l’altro di carattere successivo e repressivo.
Ma al contempo denunciavo come la peculiarità della situazione consistesse nella circostanza che, a quel momento, i due profili di tutela apparissero tra loro concorrenti e non tra loro temporalmente ordinati.
Ed ammonivo come in quella confusa situazione venissero in discussione il diritto alla salute, all’ambiente, al lavoro, alla conservazione del posto di lavoro, all’iniziativa economica e privata ed alla stessa tutela della proprietà; diritti che trovano, secondo la giurisprudenza di Strasburgo, la loro tutela, secondo i casi, nel diritto alla vita (art. 2 Conv.), o in un largo concetto del rispetto alla vita privata (art. 8), o in una concezione sociale dei beni (art. 1 del citato 1° protocollo).
Resta da parte mia il rammarico per essere stato da pochi percepito il ruolo neutro del Garante di indiscussa indipendenza (come era detto nella legge istitutiva), equidistante tra gestore e governo, tra controllato e controllore: garante, quindi, non del governo o dell’Ilva, ma garante della legge nei confronti della collettività.
Oggi l’incancrenirsi della situazione può aprire uno scenario tale da far scolorire completamente quello relativo a Punta Perotti di Bari (caso Sud Fondi, sentenza della Corte del 20 gennaio 2009), che pur costituisce, ancora oggi, un buco nero di dimensioni inestimabili per le nostre finanze.
Ma nessuno – ad onta persino dei morti e del dolore – diventerà rosso di vergogna, anzi paonazzo, come nessuno lo divenne, quando, sotto questo titolo, Alessandro Pizzorusso commentò, la prima sentenza di condanna dell’Italia (caso Artico, sentenza della Corte del 13 gennaio 1980).

Vitaliano Esposito è stato garante dell’Aia per l’Ilva di Taranto (Sole24h)

Continua la zuppa stucchevole del famoso biscottino

Ilva, Galletti: investimento da 2,2 miliardi, sfida da vincere

"Quella dell'Ilva e' una storia italiana simbolica e terribile. Una storia che stiamo cambiando con un obiettivo preciso: tutelare la salute di chi lavora in quella fabbrica, salvaguardando i cittadini di Taranto, l'ambiente, il patrimonio industriale, il lavoro".Lo ha dichiarato il Ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, aggiungendo che il Governo garantisce "risorse per la siderurgia italiana con un investimento strategico per complessivi 2,2 miliardi.
"E' la prima volta che si mette sul piatto una cifra del genere -
 ha aggiunto - Un miliardo e seicento milioni sono per l'ambizioso piano ambientale dell'acciaieria, seicento milioni sono già stati stanziati per la città di Taranto e per l'intera Regione"."Non molleremo finché non sarà confermato e garantito il raggiungimento degli obiettivi di risanamento ambientale - ha spiegato il Ministro - Il futuro industriale in un Paese serio e moderno ormai è collegato all'ambiente e alla salute dei lavoratori. Questa sfida l'abbiamo accettata e la vogliamo vincere".Sul futuro dell'acciaieria, Galletti ha sottolineato: "Ci fosse stata un'azienda intenzionata a risanare l'Ilva l'avremmo gia' venduta. Per questo il nostro massimo sforzo e' renderla appetibile sul mercato. Stiamo lavorando - ha concluso - per rendere l'acciaieria più competitiva, perché l'alternativa e' una sola: chiudere". (Greenme)

mercoledì 29 luglio 2015

Carta igienica per costituzione


Salvare l'Ilva violando la Carta


Ecco perché il Giudice per le indagini preliminari di Taranto ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del cosiddetto decreto "salva Ilva", licenziato dal Governo e approvato con fiducia dal Parlamento. Una norma "improria", "approssimativa" e "grossolana" che ha bloccato il sequestro dell'altoforno Afo2, dove in giugno è morto un operaio.


L'Ilva di Taranto viene prima di tutto: della sicurezza di chi ci lavora, dell'ambiente e -da qualche tempo- della Costituzione italiana. Tra la Carta e l’ultimo decreto “salva Ilva” (92/2015) del Governo ci sarebbe infatti una “siderale divergenza”. È per questo motivo che il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, Martino Rosati, ha deciso di sollevare la questione di legittimità costituzionale del provvedimento licenziato dal Governo in fretta e furia sabato 4 luglio, cinque giorni dopo il decreto di sequestro dell’altoforno “Afo2” dell’Ilva. Lì il 12 giugno scorso era morto l’operaio Alessandro Morricella, infortunatosi -secondo l’accusa- per via della “mancata predisposizione di protezioni […] idonee a garantire l’incolumità dei lavoratori”. Non c’erano nemmeno le “strumentazioni per il prelievo della ghisa e la misurazione della relativa temperatura”.
Alla morte segue il sequestro preventivo d’urgenza. Al sequestro seguono titoli scandalizzati di alcuni quotidiani nazionali -per Il Sole 24 Ore “l’incidente mortale sul lavoro verificatosi all'Ilva di Taranto rischia di rendere ancora più complicata l'attuazione del progetto di risanamento”-. E ai titoli segue l’intervento “atecnico e approssimativo” (le parole sono del Gip Rosati) dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi. L’obiettivo dichiarato è salvaguardare l’operatività dell’Ilva.
Lo strumento prende la forma di un decreto legge, licenziato sabato 4 luglio e firmato dal Capo dello Stato Mattarella, dal premier e dai tre ministri Orlando, Guidi e Galletti. Quest'ultimo, titolare dell’Ambiente, come abbiamo raccontato nell’articolo “L’Ambiente è scomparso” (Ae 171), ha potuto beneficiare nel corso della campagna elettorale per le Politiche 2013 di un contributo di 30mila euro dalla Simbuleia spa, detenuta da una fiduciaria (Euromobiliare Fiduciaria spa) e in minima parte da Romano Conti, commercialista bolognese che risulta tra i fondatori -insieme a Piero Gnudi- dello Studio Gnudi e Associati. Lo stesso Gnudi, già ministro nel governo Monti, che dall’estate 2014 è "Commissario straordinario per la Ilva Spa".
All’articolo 3, il decreto del governo svuota la portata d’ogni iniziativa che leda l’attività di impresa “degli stabilimenti di interesse strategico e nazionale”, che possono continuare ad operare nonostante un provvedimento di sequestro anche “quando lo stesso si riferisca ad ipotesi di reato inerenti alla sicurezza dei lavoratori”.
 
Le 14 pagine dell’atto sottoscritto dal Gip Rosati e depositato il 14 luglio scorso (qui il documento integrale dalla rivista penalecontemporaneo.it) restituiscono un’immagine drammatica e farsesca dell’azione governativa, bollata come “eccentrica”, “impropria”, dalla “irripetibile singolarità”, per certi versi “grossolana”. Non si tratta che di un “trattamento di favore” a danno di inviolabili diritti costituzionali -eguaglianza e salute su tutti-, nell’interesse dell’azienda chiamata (per onere e non per obbligo) a redigere entro 30 giorni dall’adozione del provvedimento di sequestro un piano d’intervento senza che nessuno possa eccepirne il contenuto, o verificarne l’attuazione.
“Nulla si dice -scrive Rosati- sulla natura di tali ‘misure aggiuntive’: che quindi potrebbero essere rappresentate, in ipotesi, anche soltanto da meri cartelli di segnalazione, dispositivi di protezione individuale, prassi operative od altri strumenti (come i rudimentali ed estemporanei pannelli metallici che l'ILVA s'è affrettata a piazzare dopo la tragedia morte dell'operaio Morricella), del tutto insufficienti a garantire adeguatamente la sicurezza dei lavoratori”.
Ma l’Ilva viene prima di tutto, nonostante il Gip abbia ricordato che ”Afo2” ha “manifestato anche nei giorni seguenti pericolose disfunzioni, con massive dispersioni di materie incandescenti” e che altro non sia che “un'offesa alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana di chi vi lavora”. Gli articoli 2, 3, 4, 32, 35, 41 e 112 della Costituzione vengono così sacrificati, in un “regime di deregolamentazione e deresponsabilizzazione” -le parole sono del professor Francesco Forzati dell’Università di Napoli- che abbraccia anche il commissario straordinario Gnudi, cui è riservata dall’inizio dell’anno (decreto 5/2015) una “area di (sostanziale) immunità penale riferita alle azioni attuative del piano previsto dall’Autorizzazione integrata ambientale Ilva del marzo 2014”. (Altreconomia)

Punti di vista concreti

La farsa dell'80% sulle opere di bonifica realizzati

Alla fine tra sovracapacità, fiscal compact e reiterazione della politica di austerità espansiva Ilva soccomberà. E' strategica soltanto per i giochetti del politicume che considera la vita delle persone una banale esternalità

 Un recente studio dell’Ocse  dal titolo,  “Contano le politiche ambientali per la crescita della Produttività ? “ (Do Enviromental  Policies Matter for Productivity Growth ) mi ha fatto  ricordare le parole dette anni fa   dal segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan. Costui rovesciò il tradizionale motto “ciò che è buono per l’impresa è buono per la società “ invitando a praticare e pensare che “ ciò che è buono per la società è buono per l’impresa “. Il caso, oggi, Ilva di Taranto come ieri dell’Eni, a Marghera, ci  attestano  il rovesciamento  delle  parole di Annan. Una società rispettosa, e responsabile dei propri beni comuni, considera l’ambiente indispensabile  per lo sviluppo dell’impresa, la quale ha tutto l’interesse a contribuire alla realizzazione di queste condizioni. Il problema italiano è quello di una classe dirigente e di un prevalere di una politica economica di tipo conservativo, dove le politiche ambientali sono considerate come costi.  In un articolo dello scorso gennaio sull’Economist dal titolo Green Tape si legge che molte attività di rilevanza ambientale non sono valutate come fattori di aumento della produttività,  ma come costi. La vicenda di Ilva a Taranto è agghiacciante perché nel dibattito e nelle scelte si opera consapevolmente una censura nei confronti degli effetti sanitari prodotti dall’impianto siderurgico. Una fabbrica concepita e realizzata negli anni del miracolo, quando non appariva assurdo produrre acciaio dentro un’area urbana di circa 200 mila abitanti. Ilva è il passato,  appartiene al mondo della produzione di massa e dei mercati di massa. Tutta la vicenda dell’ex siderurgico dei Riva appare contrassegnata da pressappochismo, veduta corta, irresponsabilità, incapacità di scelte che salvaguardino la vita e nel contempo la occupazione. Il primo dato d’incertezza, e al contempo di rilevante importanza, riguarda i costi d’intervento per l’attuazione delle 94  prescrizioni dell’Aia. Le cifre variano dagli 8 mld dei custodi giudiziari ai 3,3 mld degli indiani di Arcelor Mittal,  agli 1,6 mld del Piano Ambientale. Io credo che la stima dei costi sia fortemente aleatoria perché riguarda la copertura dei parchi minerari, dei nastri trasportatori, dall'installazione dei sistemi di controllo automatico delle emissioni, della  bonifica dei terreni e la realizzazione di due nuove discariche. Un esempio di difficoltà di calcolo dei costi  è rappresentato dalla copertura dei parchi,  che preliminarmente prevede interventi di bonifica dell’area sotto il parco stesso. Come? Messa in sicurezza del terreno sul quale si accumulano i minerali ferrosi e, solo successivamente, la copertura.
Incertezza ulteriore esiste sulle disponibilità immediate di risorse ! Allo stato attuale sono disponibili i 156 milioni di Fintecna, il credito fornito dalle banche pari a 250 mln e un prestito di 86 mln con garanzie dello Stato. L’uso dei 1172 milioni sequestrati ai Riva e detenuti nelle casse di UBS  possono essere utilizzati solo a seguito del pronunciamento del Consiglio di Stato sul ricorso dei Riva contro il progetto del Ministero della Economia  che prevede l’emissione di un  prestito  obbligazionario  sottoscritto da Equitalia Giustizia .  Equitalia è stata autorizzata dal gip di Milano a richiedere alla magistratura svizzera i fondi dei Riva. In sintesi si attende il pronunciamento della magistratura di Zurigo sui fondi dei Riva detenuti presso UBS di Lugano e quella del Consiglio di Stato sulla emissione del prestito obbligazionario. Le obbligazioni, che possono essere emesse ora, coprono un valore di 120 milioni di euro che corrispondono ai fondi presenti presso il Fondo Giustizia . A questa serie d’incertezze si aggiunga la resistenza di eventuali gruppi stranieri nell’essere coinvolti  in Ilva a causa dei rischi connessi ai procedimenti giudiziari in atto e alle incertezze finanziarie. Ci sono richieste di risarcimento per 20 mld di euro da parte delle 280 parti lese a cui si aggiungono i 10 mld di euro di danni richiesti dal Ministero dell’Ambiente e dal Comune di Taranto.
Sul versante  delle prescrizioni Aia da attuarsi per l’80% entro il prossimo 31 luglio e la restante parte entro agosto 2016, corre l’obbligo fare chiarezza. Tali interventi sono certamente importanti ma non sono quelli  che determinano un impatto rilevante nell’abbattimento degli inquinanti. Nel mondo il settore siderurgico è affetto da sovracapacità produttiva. L’Ancelor francese è stata assorbita attraverso un’offerta pubblica di acquisto della Mittel. I tedeschi delocalizzano in Cina e i licenziamenti continuano nella Rhur anche negli impianti modello di Kredfeld e Bochum. La siderurgia europea potrà esistere solo utilizzando improbabili strumenti di difesa verso la concorrenza asiatica. Difesa attuata, per esempio,  dagli USA dopo la fusione Nippon Steel e Sumitomo Metal Industries e consistenti in tasse sui tubi di acciaio. Il rilancio dell’azienda comunque richiede oltre al finanziamento delle prescrizioni Aia di almeno un miliardo di euro per il rilancio dell’attività produttiva. Architetture finanziarie veicolate da società di servizi che hanno come azionista anche la Cassa Depositi e Prestiti gestita ora dall’ex uomo di Goldman Sachs. Lo stesso che affitterà gli asset di Ilva scaricati delle passività che andranno nella bad company. Alla fine tra sovracapacità, fiscal compact e reiterazione della politica di austerità espansiva Ilva soccomberà. 
Ilva è strategica per i giochetti del politicume che considera la vita delle persone una banale esternalità. Strategica in un paese che non ha la materia prima, cioè il minerale di ferro, e che l’81% della energia che produce deriva da importazioni ? Il tondino, il laminato che importi non è diverso dal minerale di ferro e dal kwh che produci con fonti importate per quattro quinti!!!  Restano i problemi legati alla occupazione? Bene. Li gestisci con provvedimenti istitutivi di cassa integrazione speciale. Nel frattempo guardi lontano con la valorizzazione delle vocazioni del territorio evitando di vendere le patacche tipo “Contratto di Sviluppo Urbano”, attraverso inesistenti risorse da attingere parzialmente alla programmazione comunitaria 2014/2020. Il mio auspicio è che il popolo italiano non debba mai vedere un indennizzo record ai Riva per la dabbenaggine e la mala fede di una classe dirigente dalla vista corta, e che considera la vita una variabile dipendente dalla economia . (Erasmo Venosi - Cosmopolismedia)

Ancora no alle trivellazioni

La Basilicata ribadisce «No alle estrazioni in mare»

La Regione Basilicata ha ribadito oggi "in modo forte" al Sottosegretario allo Sviluppo economico, Simona Vicari, la sua "totale contrarietà alle estrazioni in mare, chiedendo di sospendere l’iter delle autorizzazioni  richieste dalle compagnie petrolifere".
Lo hanno detto, in una nota congiunta, il presidente della Regione, Marcello Pittella, e l’assessore all’ambiente, Aldo Berlinguer, che hanno definito "utile, costruttivo, improntato alla linea del dialogo tra le Regioni, da un lato, e il Ministero dello Sviluppo Economico, dall’altro, anche grazie alla sensibilità ancora una volta manifestata dalla Sottosegretaria, Simona Vicari".
"Coerentemente con quanto sostenuto a Policoro, prima, e a Termoli, poi, la Basilicata, insieme con le altre Regioni, sosterrà in tutte le sedi a ciò deputate la necessità di difendere l’Adriatico e lo Ionio dall’invasione delle trivelle, nella consapevolezza che debbano valere anche per il Golfo di Taranto e per le altre aree sensibili dei nostri mari quelle previsioni legislative contenute nella legge numero nove del 1991 che, come è noto, vietano ogni attività estrattive nei Golfi di Napoli, Salerno e Venezia".
Il portavoce di Pittella ha sottolineato che stamani, in una riunione della commissione sull'ambiente, Berlinguer ha ribadito "la linea dura del governo regionale su ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare. Linea condivisa da gran parte delle altre regioni presenti, tra le quali Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria, Sardegna ed altre, anche del centro-nord. In discussione il recepimento della Direttiva 2013/30 dell’Unione europea sulla sicurezza delle operazioni sugli idrocarburi a mare e lo schema di decreto legislativo predisposto dal Governo. Sul tavolo – è scritto nella nota – anche il cosiddetto  'Manifesto di Termolì: atto di indirizzo elaborato dall’assessore Berlinguer facendo sintesi delle posizioni espresse durante la riunione tenutasi a Termoli il 24 luglio scorso alla presenza dei rappresentanti di sei regioni italiane: Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria. Si tratta di un atto di indirizzo nel quale, finalmente – ha detto Berlinguer – alcune regioni del centro-sud si sono ritrovate per definire una linea comune e chiedere con forza che le comunità locali siano coinvolte nei processi decisionali su questa materia". (GdM)

martedì 28 luglio 2015

Promesse di marinaia?

Taranto, Pinotti: “L’Arsenale non sarà privatizzato. Ecco i progetti”

Per gli Arsenali sgombriamo il campo da leggende metropolitane. Nessuno sta pensando di privatizzare gli Arsenali e neanche il libro bianco fa riferimento a questo”: lo ha dichiarato ieri il ministro della Difesa Roberta Pinotti, a Taranto per partecipare ad una serie di incontri istituzionali e visitare l’Arsenale della Marina militare. Il ministro ha incontrato nella Prefettura di Taranto il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, il presidente della Provincia Martino Tamburrano, il commissario straordinario dell’Autorità portuale Sergio Prete, il capo di Gabinetto del Ministero della Difesa ed il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare De Giorgi, i presidenti di Camera di Commercio e Confindustria.
Il ministro Pinotti ha precisato che la visita a Taranto rientra nell’ambito delle iniziative messe in piedi dal Tavolo istituzionale attivato in base al decreto del 24 dicembre 2014, approvato nel marzo scorso. Tra le proposte alle quali si sta lavorando c’è anche la possibilità di utilizzare il mar Piccolo per fini turistici. Poi la realizzazione di tre percorsi ‘storici’, due a terra e uno via mare, all’interno dell’Arsenale della Marina militare. Quanto ai problemi dello stesso stabilimento della Difesa, il ministro ha fatto presente di aver ottenuto una deroga al blocco del turn over che ha dato “almeno una piccola risposta”. Si sta pensando, in seguito a una proposta del sindaco Stefàno, all’attivazione di cantieri di formazione in Arsenale. Il piano Brin per le manutenzioni navali “prosegue – ha osservato ancora il ministro Pinotti – e sono stati già spesi 70 milioni. Ne mancano 36. Speriamo di sbloccarne uno entro il 2015 e altri 6 nel 2016. Poi, con il lavoro del tavolo istituzionale, ci auguriamo di reperire altre risorse”. Questi, in sintesi, gli impegni assunti dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti.
Dunque, il molo della stazione torpediniere che per anni è stato usato dalla Marina come attracco per le sue navi, poi ‘traslocate’ nella nuova base navale in Mar Grande a Chiapparo, alla stazione torpediniere sono rimasti solo i sommergibili e le navi in disarmo. Adesso gran parte del molo passerà dalla Marina Militare al Comune “per realizzare – ha affermato la Pinotti – un progetto condiviso quale è quello della riconversione dell’infrastruttura”. Si tratta dello studio di fattibilità dell’Autorità portuale che, attraverso un investimento di circa 30 milioni, prevede che in futuro possano attraccare navi da crociera di media dimensione e yacht. “Un progetto che dovrà essere portato al vaglio del Tavolo istituzionale Taranto – ha però ricordato il ministro – e che pensiamo che possa unirsi all’altro progetto prefigurato per l’Arsenale della Marina, ovvero valorizzare con tre percorsi, due via terra e uno via mare, tutta la parte museale e di archeologia industriale di questo sito. Messi insieme, i due progetti possono essere un contributo concreto al rilancio turistico di Taranto”.
Un intervento molto articolato di grandissimo interesse che potrebbe rappresentare il futuro di Taranto – detto ancora il Ministro – soprattutto immaginando un altro progetto connesso alla Marina Militare, oggetto del Tavolo istituzionale, ovvero la realizzazione di percorsi storici itineranti all’interno dell’Arsenale, due via mare e uno via terra, che presupporrebbe un rilancio anche turistico di una città straordinariamente bella”.
Il comparto della Difesa, ha ricordato poi il ministro, ha subito molti tagli finanziari negli ultimi anni “non potendo tagliare gli stipendi, su investimenti, manutenzioni e spese intermedie”. Per il piano Brin, relativo alle infrastrutture dell’Arsenale, sinora per Taranto c’è stata una spesa di 70 milioni di euro. Ne mancano ancora 36 per completare i lavori. Pinotti ieri ha annunciato che quest’anno arriverà un altro milione, altri 6 il prossimo, “ma se vogliamo che il piano Brin cammini con un passo più spedito e sia ultimato prima, dobbiamo pensare anche a risorse diverse da quelle della Difesa. Poiché è un piano che, ammodernando l’Arsenale, genera opportunità di lavoro, penso che sia interesse degli enti locali - afferma il ministro – sostenerlo al Tavolo istituzionale Taranto. Se pensiamo di concludere il Piano facendo affidamento solo sulle risorse della Difesa ci vorranno più anni”.
Per quanto riguarda invece la manutenzione delle navi della Marina e l’indotto navalmeccanico (tema posto con forza da Confindustra sulle Piccole e Medie Imprese che ha sempre lavorato sulla manutenzione delle navi e che quest’anno ha lavorato molto meno a causa dei tagli), il ministro Pinotti ha sottolineato che anche qui ci sono stati dei ridimensionamenti di spesa, ma il 75% delle disponibilità sono state comunque allocate sull’Arsenale di Taranto. Circa l’afflusso di nuove risorse, Pinotti ha dichiarato che, tra risparmi e assestamento di bilancio, qualche ulteriore disponibilità arriverà entro l’anno mentre per il 2016 tutto si giocherà sulla legge di Stabilità. “Preferisco non parlare di cifre in questo caso – dice la Pinotti – perché la costruzione della legge di Stabilità è complessa e ci sono molte richieste, ma il tema delle manutenzioni navali sarà posto”. Infine, la conferma di come non esista nessun ipotesi di privatizzare gli Arsenali militari: “Il Libro Bianco della Difesa – sottolinea il ministro – prevede già che alcune attività siano fatte dai privati, quindi non c’è alcuna novità e non mi pare che sia il caso di agitare paure che non esistono”.
Per quanto riguarda il tema della demolizione delle navi non trasportabili, il presidente della Regione Emiliano ha proposto che i lavori possano essere effettuati a Taranto e non a Piombino. “Guarderemo con estrema attenzione alle capacità che l’industria tarantina possiede – ha risposto sull’argomento il Ministro -. Taranto non verrà sottovalutata perché coscienti che potrebbe essere una risposta immediata ad una realtà in difficoltà”.
Rimane aperto invece il problema della riduzione delle ore di lavoro per le imprese di pulizia e ristoro. Nonostante i tagli operati il Governo “sugli appalti ha destinato la stessa cifra degli scorsi anni, senza alcuna riduzione, perché siamo coscienti si tratti di lavoratori che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese”. Sull’ospedale Militare invece, il Ministro Pinotti ha proposto di lavorare ad una convenzione fra la Difesa e la Regione Puglia, in modo che si possano utilizzare al meglio le strutture militari, non limitandosi alla sola camera iperbarica. “Stiamo scommettendo sulla ripartenza di questa città - dice ancora il Ministro -. Vorremmo immaginare un progetto futuro nuovo e di rilancio per valorizzare la bellezza di Taranto, seguendo un percorso nuovo rispetto a quanto fatto in passato”.
Un breve accenno è stato poi fatto sull’emergenza dei migranti. “Abbiamo attivato un canale continuo tra Ministero degli Interni e Ministero della Difesa perché laddove servissero strutture per risolvere problemi di accoglienza noi daremo la nostra disponibilità. A Taranto – aggiunge – non mi risulta ci siano state richieste in tal senso. L’obiettivo del Paese è riuscire a rispondere a quest’emergenza. Ringrazio le città del Sud per la grande capacità d’accoglienza”.
Mentre per il turn over, Pinotti ha annunciato che c’è stata una deroga: “È stato fatto presente alla Funzione pubblica che senza le nuove assunzioni, lavorazioni importanti degli Arsenali si sarebbero bloccate. Certo, non abbiamo ottenuto molto, è una deroga minima, ma è il massimo che si poteva ottenere. Ho trattato con la Funzione pubblica ricordando che gli arsenali sono realtà produttive e senza alcuna assunzione, l’impoverimento dello Stato sarebbe stato determinato dal blocco dei lavori all’interno delle strutture militari: ma il problema riguarda tutta la Pubblica amministrazione”.
E a tal proposito, la Pinotti ha accolto favorevolmente la proposta avanzata dal Comune di Taranto di istituire, con fondi del bilancio comunale, borse di studio per gli studenti degli istituti professionali e tecnici da avviare alla formazione lavoro in Arsenale. Non solo. “Abbiamo avuto certezza di un impegno di 4 milioni e 600 mila euro per la manutenzione del naviglio militare, garantendo in questo modo la continuità del lavoro e l’impiego di maestranze specializzate. Ho proposto inoltre, dal momento che le assunzioni sono bloccate, di garantire delle borse di studio di un anno per i diplomati degli istituti tecnici. Ho chiesto l’apertura di tutti i centri sportivi militari per la libera fruizione anche ai cittadini e di aprire l’accesso dell’Arsenale ai visitatori” ha concluso la Pinotti. (Inchiostroverde)

Sicurezza, questa sconosciuta!

Come si può parlare di progresso quando si muore ancora di lavoro

Quando, giovane tecnico appena diplomato, negli anni ’80 mi accingevo ad avviare la mia carriera lavorativa in fabbrica, mi dissero che la tecnologia che stavo portando avanti con la mia specializzazione avrebbe garantito un progresso nel mondo del lavoro davvero molto rilevante. Ci sarebbe stata una produzione di altissimo livello, si sarebbero elevati standard di sicurezza in maniera importante per i lavoratori. Inoltre, lo sviluppo tecnologico avrebbe permesso di lavorare con minori sforzi da parte delle maestranze e, quindi, anche dando ai lavoratori la possibilità di essere sgravati da incombenze molto pesanti.
Oggi, dopo quasi 30 anni, in parte posso dire che è vero quanto sopra esposto, ma devo altresì ammettere che tale forma di progresso ha portato anche un regresso molto significativo. Certamente complice un sistema economico che sta diventano ormai disumano, privo di sentimenti verso le persone. Stiamo, quindi, assistendo alla demolizione dei principi che hanno avviato l’iter positivo di ciò che credevamo davvero potesse essere progresso.
Mi riferisco a molte condizioni di lavoro in cui si trovano gli operai in fabbrica, costretti spesso a lavorare con temperature ambientali insostenibili e per lunghi periodi. Come possiamo parlare, infatti, di progresso, se in una fabbrica a Rovereto, nel ricco e benestante Trentino, in questi giorni è deceduto un operaio che stava lavorando in un reparto con 48 gradi centigradi di temperatura ambientale?
Ma di che progresso parliamo quando a Taranto, per l’Ilva, si baratta il diritto al lavoro con la salute di operai e cittadini che abitano nella zona? Ma di quale progresso parliamo se i nostri giovani non trovano lavoro, grazie anche al fatto che i “vecchi” lavoratori si trovano ad occupare i posti di lavoro per tempi lunghissimi, ben oltre i 40 anni di servizio? Come possiamo parlare di progresso, in queste condizioni? Romano Prodi, al tempo dell’avvio dell’euro, disse che avremmo lavorato almeno un giorno in meno alla settimana; lui pensava al progresso di meno lavoro a pari condizioni economiche, ma ora come possiamo parlare di progresso se in molte fabbriche si lavora davvero un giorno in meno a settimana, ma per garantire i contratti di solidarietà per dare lavoro a più persone e, ovviamente, con un reddito inferiore?
Il concetto a noi noto di progresso è un altro; progresso significa poter vivere con dignità, con la dignità data da un lavoro decente, che non metta a repentaglio la salute o addirittura la vita dei lavoratori; progresso significa dare spazio ai nostri giovani, perché possano esprimere appieno le loro potenzialità e le loro conoscenza acquisite con studi, magari fatti anche all’estero per migliorare l’uso delle lingue. Progresso significa dare fondi alla ricerca, alla scuola, per poter far crescere il tessuto sociale della nazione. Invece, stiamo assistendo ad un lento (mica poi così tanto) regresso, con tagli alla scuola, eliminazione di diritti di tutela e salvaguardia dei lavoratori, con regole assurde che non garantiscono la necessaria tranquillità ai lavoratori, in merito alla dignità di avere un posto di lavoro e che sia magari anche sostenibile dal punto di vista della salute.
Dobbiamo essere chiari, almeno dirci le cose come stanno; quello che stiamo vivendo in questi anni non rappresenta il progresso, ma un pieno e totale regresso, verso condizioni che saranno sempre più insostenibili. Per tornare a credere nel concetto vero di progresso, abbiamo l’indispensabile e urgente necessità di cambiare metodo, di trovare nuove vie davvero sostenibili. Per parlare di nuovo di reale progresso dobbiamo credere davvero, con i fatti e non con gli annunci mediatici, nel mondo della scuola, nel mondo della ricerca e, soprattutto, nella dignità dell’uomo, da mettere al centro di tutto, prima degli interessi delle banche, prima degli interessi dell’economia stessa, che forse ha dimenticato di essere nata proprio per soddisfare le esigenze dell’umanità e che, invece, sta diventando un’arma micidiale per distruggere proprio chi l’ha creata: quello stesso uomo che credeva nel progresso, ma che ora sta spingendo verso un regresso insostenibile. Una conversione radicale è necessaria, prima che il regresso prenda davvero troppa consistenza come concetto sostitutivo alla parola che lo rappresenta, erroneamente, nella gestione attuale, che invece crediamo si chiami progresso!
Quali le vie da percorrere?
Riduzione reale degli sprechi, in tutti i settori, maggiori investimenti nella ricerca e nella scuola (ma reali, non di facciata, come si vuole far credere), tutela dei lavoratori e sviluppo di ambiti economici sostenibili. Utopie? No, parliamo di progresso vero, quello in cui credere. Da qui si parte per un vero rilancio di una società in decadimento; diversamente, stiamo mistificando la realtà! (Marco Ianes - FQ)

Vediamo un po'

Ilva, si stringe l’inchiesta sull’«Altoforno due»

Quale è stata la causa dell’incidente costato la vita ad Alessandro Morricella, il 35enne operaio dell’Ilva deceduto il 12 giugno scorso dopo essere stato investito, quattro giorni prima, da un getto di ghisa incandescente mentre ne stava misurando la temperatura al piano di colata dell’Altoforno 2?Una risposta potrebbe arrivare dall’accertamento tecnico irripetibile disposto ieri mattina dal pubblico ministero Antonella De Luca, titolare dell’inchiesta per cooperazione in omicidio colposo e concorso omissione dolosa di cautele sul luogo di lavoro che vede indagate dieci persone: si tratta del direttore dello stabilimento Ilva Ruggero Cola, del capo area Salvatore Rizzo, del tecnico campo di colata Domenico Catucci, del tecnico di cabina Vincenzo Catucci, del capo turno Saverio Campidoglio, del direttore dell’area ghisa, Vito Vitale, e poi ancora del capo reparto altoforno 2, Giovanni Zingarelli, del responsabile aziendale per la sicurezza (sil) dello stabilimento Sergio Palmisano, di Pietro Bonfrate coordinatore sil dell’area ghisa e infine di Antonio Russo, tecnico sil dell’area altoforni.
Ieri mattina, il sostituto procuratore De Luca, alla presenza dei legali degli indagati e degli avvocati Gaetano Vitale e Gianfranco Lisi, che invece assistono la famiglia della vittima, ha conferito incarico all’ingegner Roberto Bonica per acquisire, se tecnicamente possibile, il contenuto del cellulare di Morricella, della sim e della memoria aggiuntiva; e di acquisire inoltre i parametri di esercizio relativi all’andamento dell’altoforno 2 ed i parametri degli impianti di servizio allo stesso, accessori e annessi dall’1 maggio alla data di accertamento. Il consulente dovrà inoltre svolgere ogni ulteriore accertamento, acquisendo ulteriori dati che si rendessero necessari all’esito dell’operazione. L’ingegner Bonica avrà 20 giorni di tempo, a partire da ieri, per depositare l’esito della sua consulenza. Nelle operazioni sarà coadiuvato dall’ing. Barbara Valenzano, custode giudiziario dell’altoforno 2, e dai funzionari dello Spesal.
Proprio i funzionari dello Spesal ieri si sono recati nel siderurgico per compiere delle verifiche all’altoforno 2 alla luce del piano di sicurezza presentato dai legali dell’Ilva lo scorso 23 luglio per ottenere la restituzione dell’impianto, posto sotto sequestro senza facoltà d’uso prima dal pm De Luca e poi, in sede di convalida, dal gip Martino Rosati. Il pm De Luca e il procuratore aggiunto Pietro Argentino attendono il parere dei propri consulenti per poter rispondere all’istanza degli avvocati dell’Ilva.
Sul punto, ieri ha preso posizione la Fiom Cgil, sollecitando al direttore dell’Ilva una copia della relazione tecnica che l’azienda ha depositato il 23 luglio scorso alla Procura e un incontro per analizzare e confrontarsi su questo argomento.
Sono, infine, rientrati ieri al lavoro circa 300 operai dell’Ilva (che erano stati sottoposti a contratti di solidarietà) per rimettere in marcia l’Acciaieria 1, fermata da diversi mesi per lavori Aia e di manutenzione ordinaria e straordinaria. Altri operai rientreranno a breve per il riavvio dell’altoforno 1, interessato dai lavori di adeguamento alle prescrizioni Aia. Il fermo dell’Acciaieria 1 era stato disposto nel marzo scorso dopo la sospensione dell’attività dell’altoforno 5. (GdM)

Il cerchio di scienza intorno a Re Giorgio


Ecco il testo ed i firmatari della lettera di solidarietà inviata il 27 luglio da noti epidemiologi ad alcune testate giornalistiche italiane

Lettera di solidarietà


Conosciamo il direttore di ARPA Puglia, Professor Giorgio Assennato, da molti anni e abbiamo condiviso con lui la passione per la ricerca sulle malattie da lavoro,  l’interesse per le tematiche ambientali e le implicazioni per la salute, la difficoltà di coniugare ricerca e gestione dell’intervento pubblico che ha implicazioni per la tutela dell’ambiente e la sanità pubblica. Questo percorso ci ha portato ad apprezzare le grandi capacità tecniche di Assennato, le sue indubbie doti manageriali, la sua onestà e rigore morale, la sua apertura al confronto con tutti i portatori di interessi, la trasparenza negli atti pubblici e la sua profonda convinzione che i conflitti ambientali vanno governati senza mai dare spazio a interessi di parte, schematismi ed approssimazioni. Assennato è una persona con un integro senso dello Stato, un professionista che in Puglia e in Italia ha profuso le sue energie per sviluppare e consolidare il sistema delle agenzie ambientali e per tutelare diritti e salute.

Per la conoscenza e la stima che abbiamo di Giorgio Assennato, con stupore abbiamo letto la notizia del rinvio a giudizio  per l’indagine “Ambiente Svenduto” di Taranto. La sua onestà e rettitudine per noi sono fuori di dubbio e siamo sicuri che ciò emergerà nel corso del processo. Siamo amareggiati per una campagna  mediatica che pone una persona onesta e competente come Assennato  “alla sbarra” allo stesso modo di chi è accusato di aver  inquinato. Assennato  ha  tentato, tra i primi e spesso in modo isolato, sempre e testardamente con i soli strumenti tecnici, di mettere un freno  alla prepotenza e al disastro ambientale. Siamo assolutamente certi della serenità ed equilibrio della giustizia, ma vogliamo dichiarare la nostra totale solidarietà ad Assennato e raccomandiamo alla stampa di considerera con più attenzione le diverse posizioni ed evitatare analogie disinformative per il pubblico ed umilianti per l’interessato.

lettera firmata da:
Carla Ancona, epidemiologa, Dipartimento di Epidemiologia, Servizio Sanitario Regionale, Regione Lazio;
Pier Alberto Bertazzi, medico del lavoro ed epidemiologo, Università di Milano;
Giovanna Berti, epidemiologa, ARPA Piemonte;
Fabrizio Bianchi, epidemiologo, dirigente di ricerca CNR;
Ennio Cadum epidemiologo, ARPA Piemonte;
Mario Cirillo, ingegnere, ISPRA:
Pietro Comba, epidemiologo, ISS;
Liliana Cori, comunicatrice, ricercatrice CNR;
Francesco Forastiere, epidemiologo, Dipartimento di Epidemiologia, Servizio Sanitario Regionale, Regione Lazio;
Paolo Lauriola, epidemiologo,  ARPA Emilia-Romagna;
Mauro Mariottini, epidemiologo, ARPA Marche;
Paola Michelozzi, epidemiologa, Dipartimento di Epidemiologia, Servizio Sanitario Regionale Regione Lazio;
Celestino Panizza, medico del Lavoro, ASL di Brescia
Roberta Pirastu, epidemiologa, Università “ La sapienza” di Roma;
Andrea Ranzi, epidemiologo,  ARPA Emilia-Romagna;
Danila Scala, epidemiologa, ARPAT Toscana;
Luciana Sinisi, medico, ISPRA;
Salvatore Scondotto, epidemiologo, Regione Sicilia;
Giuseppe Tiberio, medico, ARPA Molise;
Stefano Zauli, epidemiologo, ARPA Emilia-Romagna.(E&P)

lunedì 27 luglio 2015

Non ci hanno capito molto, ma visto che non costa nulla, approvano!

Ecco la delibera di giunta con cui la Giunta Comunale di Taranto ha approvato l'atto di indirizzo per la costituzione di un Fab Lab a costo zero (i fondi dovrebbero provenire dal crowdfunding e da finanziamenti europei e/o regionali...).
Siamo convinti che, come per tante iniziative tecnologiche e avanzate proposte da diversi anni a questa parte, i nostri amministratori si siano limitati ad accertare che la proposta non gravi sulle casse del Comune, dopodiché tutto fa brodo per far vedere che "siamo moderni e diamo spazio ai gggiovani!"
Poi sono cavoli del sognatore proponente (Alessandro Spinelli) a farsi il cosiddetto, come è successo in passato, per cercare di portare avanti l'iniziativa tra l'indifferenza dei burocrati, le difficoltà logistiche di un patrimonio pubblico allo sbando, appeso al cappio delle scadenze europee che non danno tregua!
E tutto finirà in una bolla di modernità.
Speriamo di sbagliare, forza FabLab!



Un FabLab in breve
Fab Lab (fabbing laboratory – digital fabrication) è un laboratorio in piccola scala che utilizza una serie di macchine controllate dal computer e gestite attraverso software Open Source facilmente accessibili, verso nuove forme di creatività da condividere in rete e con un notevole potenziale per l’industria e l’artigianato, tanto che si parla di “terza rivoluzione industriale”.
Nato al M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology) di Boston, il FabLab si sta diffondendo in tutto il mondo e fonda la sua forza su una filosofia di azione locale attraverso la simbiosi con un network internazionale di scambio e conoscenza. Vuole favorire la creatività e il DIY (do it yourself) attraverso l’accessibilità per tutti alle macchine di fabbricazione digitale nei giorni di apertura alla città e ai cittadini; vuole costruire gruppi di interesse intorno alle idee e ai progetti, per una nuova imprenditorialità che superi le logiche del marketing tradizionale e assuma valenze sociali in unione d’intenti con le istituzioni (Enti, Amministrativi, Università, Scuole, Fondazioni, etc. etc.).
Il cuore pulsante del FabLab è costituito da una moderna tecnologia che consente la fabbricazione digitale artigianale attraverso l’uso di stampanti  3D. In pochi minuti e a partire da un file digitale è possibile creare un oggetto a costi molto contenuti rispetto al passato. Oltre alla stampante in 3D il FabLab dispone di attrezzature come tagliatori laser di precisione, frese e plotter vinilico che consentono ampie possibilità di fabbricazione.
 Le 4 condizioni per potersi definire un FabLab  :
  1. il FabLab deve essere pubblicamente accessibile;
  2. il FabLab deve seguire e mostrare la FabCharter , il manifesto dei FabLab redatto dal prof. Neil Gershenfeld del CBA;
  3. il FabLab deve garantire la disponibilità di un insieme di strumenti e processi condiviso con gli altri FabLab;
  4. il FabLab deve essere attivo e partecipare alla rete di tutti i FabLab.

Giovani profeti crescono

Quanto scritto da Zaccagnini per noi è abbastanza condivisibile.
Apprezzabile soprattutto se proviene da un giovane deputato, scomodo al PD, che l'ha da poco rimosso dal suo incarico nella Commissione Agricoltura.
Ma non possiamo non rilevare il solito scollamento tra dire e fare che infetta anche i giovani e promettenti hipsters della politica italiana,
Per esempio, perché non entra più nello specifico delle pallottole spuntate che Vendola avrebbe scagliato contro l'Ilva eleggendosi a paladino della salute? 
E, soprattutto, se le cose stanno come le scrive, perché si è astenuto dal dare il suo voto contrario ad almeno due fondamentali azioni del governo a favore dell'industria e specificamente dell'Ilva di Taranto?
Si tratta della legge sugli Ecoreati, che punisce solo le emissioni "abusive" e il "Decreto salva-Taranto" (in realtà la settima legge salva-Ilva).
Forse aveva altri impegni più importanti che decidere le sorti ecologiche del suo Paese?

Ilva: la sconfitta politica della sinistra nell'impossibile compromesso fra il diritto alla salute e al lavoro

L'Ilva di Taranto è certamente uno di quei luoghi simbolo dove si sono scontrati e continuano a scontrarsi con forza gli interessi legati al mantenimento dei posti di lavoro con quelli del diritto alla salute. Il governo continua a difendere i livelli produttivi con l'ennesimo decreto legge in materia (per la precisione l'ottavo in questa legislatura), giustificando questa posizione come l'unica possibile per attuare l'ambientalizzazione dell'azienda Ilva. Inoltre il governo afferma che proprio il mantenimento della produzione è l'unica garanzia affinché il piano di ambientalizzazione possa andare avanti, piano che dovrebbe attivarsi concretamente in autunno.
Posto che è tutto da vedere se il piano di risanamento questa volta andrà in porto, quello che comunque stride fortemente, dal mio punto di vista e credo anche da quello dell'aderenza ai principi della Costituzione, è come si possa garantire il diritto alla salute per i lavoratori e per tutti i cittadini di Taranto, i quali muoiono a causa di un'azienda ubicata nelle vicinanze delle loro case. In realtà non c'è un compromesso accettabile in questa situazione. È evidente la compressione del diritto costituzionale alla salute.
Purtroppo buona parte della sinistra, quella legata all'industrialismo, al comunismo, alla tradizione operaista e sindacalista, hanno anteposto la salvaguardia dei posti di lavoro rispetto alla salute e all'ambiente. Come spesso capita in questi contesti, parte dell sinistra predilige un punto di vista limitato come il benessere economico dei lavoratori, solo successivamente ci si cura della salute di tutti i cittadini, dunque viene anteposto un interesse di parte rispetto all'interesse collettivo. Viene devastata ogni possibilità e prospettiva di vivere in un ambiente sano e non immerso in una coltre che soffoca e uccide.
Questa posizione tipica della sinistra industrialista, che poco ha saputo farsi contaminare dall'ambientalismo e dall'ecologismo degli ultimi decenni, ha riprodotto fino ad oggi a Taranto il disastro di un compromesso che vorrebbe continuare a compenetrare i livelli produttivi dell'Ilva e l'interesse dei tarantini, nonostante sia una cosa del tutto incompatibile. Mettere un'acciaieria al centro di una città è certamente frutto di una progettazione dissennata, di una concezione industrialista della società, incapace di avere considerazione del benessere ambientale dei cittadini. Una visione tipica degli anni '60, ma decisamente impossibile da giustificare oggi, quella presenza al centro di una città, tanto più se si conoscono i livelli delle emissioni di diossina e degli altri inquinanti, è mortifera e va fermata a costo di proposte politiche shock.
Quella sinistra che non ha mai abbandonato l'orizzonte industrialista per portare avanti le proprie lotte, credendo di poter rivoluzionare la società a partire dai mezzi di produzione, ha prodotto una strategia, in definitiva, complementare a quella del capitale e funzionale allo sviluppo industriale senza freni e oggi, di fronte alla sfida ambientale dei cambiamenti climatici, non riesce ancora a fare una dignitosa rielaborazione dei ripetuti errori di analisi e di prospettiva, non riesce a capacitarsi della sua ormai decennale sconfitta concettuale e conseguentemente materiale e storica, incapace di individuare proprio nel suo angusto orizzonte produttivista il suo vero tallone d'Achille, il punto da riformare.
Infatti una società che difende i posti di lavoro a costo di distruggere il mondo in cui vive, il cibo di cui ci nutriamo, una società che uccide le persone che amiamo, è una società altrettanto alienata come quella prodotta da chi ricerca solo il massimo profitto e l'accumulazione delle risorse economiche.
Fortunatamente stiamo arrivando ad un punto di svolta e di ragionevolezza, le evidenze scientifiche (materialistiche) sono così forti oramai che probabilmente buona parte di quella sinistra industrialista si è convinta che, in certi casi come l'Ilva, il lavoro e la salute sono incompatibili fra loro e che la salute, ovvero la vita, viene prima.
Certamente le persone comuni sono più consapevoli di questo, mentre i dirigenti politici e sindacali troppo spesso ancora cercano di chiudere gli occhi, crogiolandosi in antiche ideologie e interessi particolari. La vera rivoluzione a Taranto per attuare un altro modello di sviluppo, qui e subito, passa dalla chiusura shock dell'Ilva, senza se e senza ma. La riapertura solo con la garanzia di emissioni sostenibili. Cosa che peraltro si può fare. Altrimenti delocalizzare non è un tabù, se necessario a bonificare un'intera città, così come la nazionalizzazione dovrebbe essere una proposta più fortemente sostenuta da chi vuole un vero cambiamento.
Questa è la posizione da tenere per chi oggi si dichiara di sinistra, ogni altra posizione è legittimare un compromesso fra la vita e l'inferno delle polveri tossiche. La sinistra non è anche ecologia, ma è soprattutto ecologia nel 2015, nel tempo in cui si avvicina sempre più minaccioso il conto da pagare coi cambiamenti climatici se non riusciremo a riconvertire industria, produzione energetica ed economia.
Riguardo il rinvio a giudizio di Vendola non voglio partecipare al giustizialismo che giudica prima del dovuto chi viene imputato, gli auguro di uscirne illeso penalmente, così mi auguro che il garantismo valga sempre per tutti e non a corrente alternata.
Tuttavia voglio dichiararmi assolutamente estraneo al pensiero politico di Nichi Vendola, che sottoscrive come positiva l'azione politica di aver coniugato a Taranto il diritto alla salute con quello al lavoro. Per me è una posizione insostenibile nel caso di Taranto, perché credo che per cambiare modello di sviluppo e per non difendere soprattutto gli interessi particolari dei lavoratori dell'Ilva, sarebbe servita una posizione di vera rottura col gigante dei Riva. Serviva avere il coraggio di mettersi contro i lavoratori e i sindacati a favore di una intera città e delle sue generazioni future.
Altrimenti il risultato è che nell'immediato si possono anche ottenere riconoscimento e apparentemente dei buoni frutti, ma col passare del tempo diverrà evidente come l'aver contribuito a tenere aperta l'Ilva, nonostante i controlli installati per accertare le emissioni inquinanti, sarà una sconfitta senza possibilità di rivincita. Soprattutto un monito da non ripetere per la nuova sinistra post-industrialista.
Certamente anche la legittimità costituzionale di coniugare il diritto al lavoro col diritto alla salute traballa. La Repubblica fondata sul lavoro è una locuzione con evidenti retaggi comunisti e industrialistici, ma che aggiornata non sarebbe più la stessa. Di certo la Repubblica non deve essere "affondata dal lavoro", come nel caso della città di Taranto. Il diritto costituzionale alla salute di tutti i tarantini, come di tutti i cittadini che si trovano vicino impianti eccessivamente inquinanti, è preminente.
Il diritto alla salute non può venir meno mai, altrimenti vengono meno le stesse condizioni di sopravvivenza. Oggi più che mai è bene ricordare come questa lezione non sia efficacemente penetrata nel mondo delle idee della sinistra o di ciò che ne resta, nonostante in molti a partire da Langer abbiano provato a rifondare una visione organica della società della solidarietà, in particolare rimane il retaggio della visione industrialista a tutti i costi, soprattutto nei dirigenti post-comunisti, attualmente presenti sia fra le fila della maggioranza che dell'opposizione parlamentare.
Anche per rimanere ingabbiati in questo schema sta morendo la visione socialista europea che dalla spinta ecologista poteva trarre grande slancio. È necessaria una nuova classe dirigente politica che dia respiro alla possibilità di indirizzare le energie del nuovo soggetto politico della sinistra unita verso una concreta riconversione ecologica della società a partire dai mezzi di produzione, rimanere legati a vecchi percorsi non ci farà che essere subalterni e complementari alle necessità e alle trasformazioni del profitto.
Per mettere in campo un nuovo modello energetico ed economico servono posizioni di rottura che scuotano la coscienza per abbracciare nuovi principi, in primis quello della ecocompatibilità delle attività produttive, dove la giustizia sociale è sempre legata alla giustizia ambientale.
(Huffington Post -   Adriano Zaccagnini, Deputato ex 5Stelle ora gruppo Misto, simpatizzante SEL.
)

Magari fosse solo disillusione...

Perché Taranto resta in silenzio

Cittadini disillusi dalla divaricazione tra i tempi della giustizia e quelli tecnico-politici

Il processo Ambiente svenduto che avrà inizio a Taranto il 20 ottobre prossimo si preannuncia lunghissimo, così come parecchio lunghe sono già state le fasi dell’indagine preliminare, entrata nel vivo nel 2012, e della successiva udienza preliminare che si è conclusa l’altro ieri. All’interno di quello che ha già assunto le sembianze di un maxiprocesso, si sviluppano in realtà vari processi paralleli. Due sono i suoi filoni principali. Il primo riguarda il modo in cui è stata organizzata una produzione di fabbrica che ha ritenuto «accettabili» le conseguenza del disastro ambientale, dell’usura della sicurezza nei luoghi di lavoro, dell’avvelenamento delle sostanze alimentari, della terra, delle falde acquifere. Il secondo riguarda invece le protezioni politiche e istituzionali che questo sistema di produzione avrebbe avuto negli ultimi anni, dal momento che l’inchiesta non si è spinta a studiare le responsabilità politiche delle stagioni precedenti, benché siano evidenti. Rispetto al modo di produrre acciaio nel più grande stabilimento italiano va ricordato anche che sono stati rinviati a giudizio i massimi rappresentanti di quella “struttura ombra” eretta dai Riva che avrebbe controllato la fabbrica e i suoi dipendenti come una sorta di “Gladio interna” non contemplata negli organigrammi ufficiali dell’azienda, tanto da alimentare quella sensazione di extraterritorialità che ha avvolto la vicenda Ilva dalla metà degli anni novanta in poi.
Quando il processo si concluderà, probabilmente la sentenza definitiva verrà accolta in una città mutata, in cui la parabola dell’acciaio avrà preso da sé altre strade. Ciò spiega la relativa apatia con cui è stata accolta in città la notizia dei rinvii a giudizio. Taranto appare silente, se confrontata con le proteste vibranti degli ultimi anni. Perché? Perché si sta assistendo a una divaricazione tra i tempi del maxiprocesso e il piano tecnico-politico quotidiano: gli incidenti, il sequestro dell’altoforno 2, i nuovi decreti, il non completamento di misure essenziali per l’applicazione della stessa Autorizzazione integrata ambientale. Finora, ad esempio, la copertura dei parchi minerari non è avanzata di un solo centimetro. A ciò si aggiunge la complicazione del mercato internazionale: anche qualora l’Ilva venisse rimessa a nuovo in tempi brevi, quei colossi come ArcelorMittal che avevano mostrato un certo interesse a rilevare gli impianti dopo il commissariamento, appaiono oggi molto più freddi. L’avvio del maxiprocesso cade inoltre in uno dei momenti economicamente più difficili che Taranto abbia mai vissuto. Al nodo Ilva si aggiungono la crisi del porto, quella del call center Teleperformance, e i numeri inquietanti sui non occupati in tutta la provincia. Insomma, la città sembra essere stretta in un gorgo perfetto, da cui uscire sembra un’impresa titanica. (A Leogrande - CdM)

Bentornati!

Ilva, operai rientrano al lavoro per riattivare l'Acciaieria 1

Sono rientrati al lavoro 199 lavoratori dell’Ilva (che erano stati sottoposti a contratti di solidarietà) per rimettere in marcia l’Acciaieria 1, fermata da diversi mesi per lavori Aia e di manutenzione ordinaria e straordinaria. Altri operai rientreranno a breve per il riavvio dell’altoforno 1, interessato dai lavori di adeguamento alle prescrizioni Aia. Il fermo dell’Acciaieria 1 era stato disposto nel marzo scorso dopo la sospensione dell’attività dell’altoforno5. (GdM)

domenica 26 luglio 2015

Gli italiani pagano per i soldi che hanno intascato i Riva, e i tarantini si ammalano

La crisi Ilva è costata 10 miliardi

E, così, in tre anni sono andati in fumo 10 miliardi di euro di Pil. Per la precisione 9,87 miliardi di euro. Su richiesta del Sole 24 Ore, la Svimez ha adoperato il suo modello econometrico per valutare l’impatto della vicenda Ilva sul sistema industriale del Paese. I numeri lasciano senza fiato. La Svimez ha calibrato il suo modello sull’effettivo utilizzo – nei tre anni di tempo – della dotazione produttiva di quello che, un tempo, è stato l’impianto siderurgico più grande d’Europa. Questa analisi certosina ha tenuto conto dell’andamento reale che ha visto i quattro altoforni del ciclo integrale di Taranto ora – a turno - in piena attività, ora in parziale funzionamento, ora sequestrati dalla magistratura e ora sottoposti a ristrutturazioni. La stima effettuata dal gruppo di lavoro coordinato dall’economista Stefano Prezioso ha tenuto conto anche dei modelli analitici di Ipres e di Remi-Irpet.
Il modello econometrico della Svimez non ha stimato gli effetti soltanto sul Pil italiano. Ha fatto lo stesso anche su altri indicatori. Il risultato appare radicale e duraturo. Prima di tutto per il nostro sistema industriale. Il rallentamento dell’acciaieria ha provocato, fra il 2013 e il 2015, una perdita secca di investimenti fissi lordi pari a 2,19 miliardi di euro. Meno denaro e meno tecnologie sono dunque affluiti nelle vene profonde del nostro paesaggio produttivo. Con un effetto cascata, la propensione all’export della nostra economia si è indebolita. E non di poco: in questi tre anni, a causa dell’affaire Ilva l’export è caduto di 4,45 miliardi di euro. E, naturalmente, è stata stimolata la produzione all’estero, con i concorrenti della società italiana che sono entrati sul nostro mercato come il coltello nel burro: l’import estero è aumentato di 1,78 miliardi.
In questo contesto, l’Ilva ha avuto conseguenze anche sulla società italiana. Secondo il modello econometrico della Svimez, infatti, fra il 2013 e il 2015 la perdita cumulata di consumi delle famiglie – espressione diretta e indiretta della crisi dell’acciaieria – è stata pari a 1,45 miliardi di euro. Questi numeri, stimati dalla Svimez con criteri prudenziali, nella loro cruda dimensione quantitativa non rivelano del tutto la natura pervasiva della destrutturazione che l’Ilva ha sperimentato in questi tre anni. Il problema di alcuni settori, in questo caso la siderurgia, è che la perdita di competenze, collegata a ripetuti traumi, non si ricostruisce con facilità e rapidamente. Dunque, sul medio e lungo periodo vi saranno ancora altre, e più durature, conseguenze. Il tutto è solamente l’inizio. D’ora in poi ci si muove in terra incognita. I perimetri di questa terra incognita saranno definiti – nei prossimi mesi, nei prossimi anni, nei prossimi decenni – dalla miscela composta da un lato dalle conseguenze reali dell’ultimo conflitto fra Procura di Taranto e Governo e dall’altro dal naturale dispiegarsi dell’attuale degenerazione della fisiologia industriale e finanziaria dell’organismo Ilva.
Primo aspetto: il tema del conflitto fra magistratura e impresa. Il gesto compiuto venerdì scorso – i carabinieri inviati dai magistrati di Taranto dentro la fabbrica ad identificare i diciannove operai presenti all’apertura dei sigilli dell’altoforno 2, successiva al decreto del Governo – delinea lo scenario peggiore: il Governo potrebbe pensare alla chiusura dell’altoforno 2, a cui per ragioni di sicurezza e di «funzionamento» industriale dovrebbe seguire quello dell’altoforno 4. Così, l’acciaieria verrebbe di fatto spenta. Resterebbero le macerie industriali. Il problema ambientale ereditato dall’Italsider e dell’Ilva dei Riva diventerebbe irrisolvibile (ricordate Bagnoli? La scala qui è ben maggiore). La questione sociale assumerebbe tinte fosche: bisognerebbe gestire l’uscita dal mondo di lavoro di 11.400 dipendenti diretti dell’Ilva e di 6mila occupati indiretti a Taranto, più quella degli 800 dello stabilimento di Novi Ligure e quella dei 1.400 di Genova. La voragine finanziaria diventerebbe incolmabile.
Anche l’altro scenario – senza indulgere in quello apocalittico – appare non semplice. La struttura guidata da Massimo Rosini, ex capo delle operations di Indesit, ha una cifra non industrialista, ma manageriale. Per esempio, sta lavorando con grande impegno sul circolante e sull’equilibrio aziendale dei conti operativi. Un approccio di razionalità economica, che sarebbe perfetto per una impresa in condizioni di normalità e non di costante eccezionalità.
La destrutturazione, nel rapporto fra industria e mercato, appare però drammatica. E appare la conseguenza di una stratificazione di scelte che si sono susseguite in questi tre anni, iniziati il 26 luglio del 2012 con il sequestro dell’acciaieria e l’arresto dei Riva e dei loro principali collaboratori, in un procedimento basato sull’accusa di disastro ambientale e su 174 persone morte – fra 2005 e 2012 – per l’inquinamento. Regge, per ora, il rapporto della produzione di Novi Ligure con l’automotive. Anche se Taranto ha perso le forniture dello stabilimento Fiat-Chrysler di Melfi, che preferisce ormai approvvigionarsi con i produttori coreani. La chiusura dell’acciaieria 1, essenziale per le lamiere, ha slabbrato le relazioni con i grandi gruppi dell’edilizia e delle infrastrutture. Sono venute meno molte certificazioni, indispensabili per lavorare con i tubi dell’Oil and Gas. C’è, poi, negli stabilimenti – in particolare a Taranto - un problema di organizzazione industriale, con la sedimentazione di nuove competenze provenienti da altri settori – non siderurgici - che le diverse gestioni succedutesi alla guida dell’azienda hanno portato da fuori e con i vuoti che si sono venuti a creare – soprattutto nei reparti più operativi – per il congelamento di professionalità giudicate troppo legate alle vecchie leadership proprietarie (i Riva) e manageriali (l’ex commissario Enrico Bondi).
Infine, esiste la questione della finanza di impresa: nel senso del profilo di cassa e nel senso degli effetti sulla liquidità e sulla posizione debitoria dell’intermittenza sperimentata dall’acciaieria. Il profilo di cassa è basato sui 70 milioni di euro ottenuti nei mesi scorsi dalla vendita delle quote di CO2, sui 156 milioni di euro versati da Cdp attraverso Fintecna, sugli 70 milioni prestati dalle banche (Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Popolare) e sui 100 milioni di euro versati alla società a fine giugno dalla Cdp, prima tranche del finanziamento di 330 milioni con cui la piccola Iri è intervenuta nella partita. Ci sono poi gli effetti sulla finanza di impresa del funzionamento a intermittenza dell’acciaieria, un problema strutturalmente e concettualmente enorme, dato che fabbriche di questa dimensione e con queste strutture dei costi perdono a bocca di barile sotto un certo livello di attività. L’Afo 1 dovrebbe ripartire – se l’intera operazione di «riaccensione» dell'altoforno con fornitori funzionerà senza intoppi – il 1 agosto. La gestione Bondi, che contava sul funzionamento degli Afo 2, 4 e 5, perdeva fra i 35 e i 40 milioni di euro al mese. L’Afo 5, che da solo vale il 40% della capacità produttiva dell’impianto, è spento. Da marzo a luglio, con gli Afo 2 e 4, l’Ilva ha prodotto perdite operative e industriali (puramente da ciclo produttivo, dunque senza calcolare il peso salariale mitigato dai contratti di solidarietà) che si possono approssimare in un centinaio di milioni di euro al mese. Dal 1 agosto gli Afo 1, 2 e 4 – nell’ipotesi che il Governo non decida di spegnere l’acciaieria di fronte alla resipiscenza dello scontro con i magistrati - saranno in funzione e, con gli attuali ritmi di produzione, dovrebbero attestarsi su una perdita da ciclo produttivo stimabile in 65 milioni di euro al mese. Tutto questo si inserisce su un profilo patrimoniale che nei primi due anni di commissariamento ha visto bruciare 2,5 miliardi di euro di patrimonio netto: il 30 settembre del 2014, la somma di capitale sociale più riserve ammontava a 1,096 miliardi di euro. Interpellata dal Sole 24 Ore, la struttura commissariale ha preferito non rivelare il valore del patrimonio netto al 30 giugno di quest’anno. Di certo, l’azienda non è ancora del tutto saltata in aria proprio grazie all’utilizzo di quel miliardo di euro di capitalizzazione residua che c’era dieci mesi fa. Fra morti e ambiente, politica e giustizia, industria e finanza ci sono poi i piccoli particolari rivelatori. La complessità di quello che è ormai l’enigma Ilva è ben rappresentato da un casco giallo, da un casco rosso e da un casco bianco. Il giallo è dei capisquadra, il rosso degli operai e il bianco degli impiegati. Qualunque cosa capiti al di fuori dell’acciaieria, ogni uomo ha in testa un casco. Oggi, però, i colori non corrispondono più alla funzione. I copricapi ci sono. E la sicurezza, in questo, è garantita. Ma non esiste più – per una questione economica e organizzativa - il numero giusto di caschi. Il colore che ognuno si ritrova sulla testa è casuale. Un piccolo curioso dettaglio, in una storia drammaticamente grande. (Paolo Bricco - Sole24h)

I capricci del gigante

Ilva, Procura deciderà a giorni. Siderurigo rivuole l'Altoforno

Non arriverà prima di metà settimana la risposta del procuratore aggiunto Pietro Argentino e del sostituto Antonella De Luca alla istanza depositata giovedì sera dagli avvocati dell’Ilva Angelo Loreto e Filippo Dinacci, volta ad ottenere la restituzione dell’altoforno 2, posto sotto sequestro dopo l’incidente dell’8 giugno scorso costato la vita all’operaio Alessandro Morricella.La richiesta, presentata da Ilva quale terza parte interessata alla restituzione del bene sequestrato giacché l’azienda non risulta (ancora) indagata nell’inchiesta per omicidio colposo e omissione dolosa in cautele sui luoghi di lavoro, si fonda su un piano tecnico di messa in sicurezza dell’altoforno 2 che «potrebbe assicurare - il condizionale è dei legali - il contemperamento delle esigenze di sicurezza sul lavoro con quelle di continuità della produzione e tutela dell’occupazione».
Il procuratore aggiunto Pietro Argentino e il sostituto Antonella De Luca hanno chiesto ai consulenti della Procura Roberto Orlando e Antonio Achille, entrambi ingegneri, al custode giudiziario Barbara Valenzano e ai funzionari dello Spesal un parere sulla fattibilità delle operazioni proposte dall’Ilva, se le stesse possano essere eseguite in modo da garantire l’incolumità degli operai e se, riguardo alle misure già attuate, vi siano condizioni di sicurezza per poter operare e proseguire la produzione nelle more dell’esecuzione degli interventi proposti dall’Ilva.
Siccome l’azienda ha però già effettuato alcuni lavori, come l’installazione di barriere protettive refrattarie e lo spostamento del punto di prelievo della temperatua della ghisa, si rende necessario un sopralluogo da parte dei consulenti che sarà eseguito tra domani e dopodomani per poi consegnare il parere alla Procura.
Come anticipato ieri dalla Gazzetta, la richiesta dell’Ilva non è stata fatta in forza del decreto varato lo scorso 4 luglio (e dai profili di sua immediata applicabilità sui quali si era consumato uno scontro tra magistratura e azienda) che consente alle imprese strategiche (come l’Ilva appunto) di poter comunque utilizzare gli impianti per i quali è stato disposto il sequestro senza facoltà d’uso per violazione di normative ambientali e di sicurezza sui luoghi di lavoro. Trattandosi di una questione meramente esecutiva, sarà la Procura a rispondere direttamente, senza passare attraverso il vaglio del giudice per le indagini preliminari Martino Rosati.
L’istanza, presentata a seguito dei tavoli tecnici Ilva-Procura svoltisi il 14 e il 22 luglio, ha ovviamente depotenziato e reso privo di valore pratico l’ordine che il custode giudiziario Barbara Valenzano aveva dato lo scorso 20 luglio, quando all’azienda era stato imposto di avviare la procedura di spegnimento dell’altoforno 2 e di presentare entro il venerdì scorso il cronoprogramma delle operazioni, adempimenti che l’Ilva non ha rispettato proprio per via nella nuova richiesta depositata a palazzo di giustizia. (GdM)

sabato 25 luglio 2015

Un documento da diffondere

Decreto “salva ILVA” 2015: sollevata questione di legittimità costituzionale 

Trib. Taranto, Uff. GIP, Ord. 14 luglio 2015, Giud. Rosati

 Mettiamo a disposizione dei nostri lettori l'ordinanza con la quale il GIP di Taranto ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 3 del D.L. 4 luglio 2015, n. 92 (recante "Misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonché per l'esercizio dell'attività di impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale"), in relazione agli artt. 2, 3, 4, 32 co. 1, 35 co. 1, 41 co. 2, 112 della Costituzione.
Come già segnalato da questa Rivista (clicca qui per accedere alla relativa scheda) la disposizione in questione è stata introdotta allo scopo di consentire la prosecuzione dell'attività produttiva di impianti di interesse strategico nazionale sottoposti a sequestro preventivo in relazione a reati contro la sicurezza sul lavoro, a condizione che l'azienda predisponga un piano di adeguamento degli impianti alla norma vigente. Evidente la finalità del governo di "sterilizzare" gli effetti del recente sequestro cui era stata sottoposta l'ILVA di Taranto in relazione ad un incidente mortale sul lavoro, analogamente a quanto già fatto con il precedente decreto "salva ILVA" del 2012 (D.L. 3 dicembre 2012, n. 207), quest'ultimo intervenuto nell'ambito del più noto maxi-procedimento tarantino scaturito dall'inchiesta "ambiente svenduto" e approdato proprio ieri al rinvio a giudizio di 47 imputati (clicca qui per la notizia ansa).
Rinviando per ogni dettaglio all'ordinanza allegata, ci limitiamo in questa sede a segnalare i due principali profili di interesse che a nostro avviso la contrassegnano, e che confortano quanto già da noi evidenziato in sede di prima lettura a caldo del provvedimento:
a) Quanto alla competenza a decidere sull'istanza del dissequestro, l'ordinanza afferma che l'effetto sospensivo del decreto non si produce né ipso iure, né su disposizione del Pubblico Ministero, bensì necessariamente attraverso un provvedimento adottato dal medesimo organo che ha disposto la misura cautelare reale, ossia il GIP.
b) Quanto ai profili di illegittimità costituzionale dell'atto, l'ordinanza pone l'accento sulla possibilità, offerta all'azienda sotto sequestro, di "sterilizzare" per un anno gli effetti del provvedimento cautelare, sulla sola base della unilaterale adozione di un non meglio specificato piano di adeguamento alla normativa sulla sicurezza del lavoro, in assenza di significativi controlli di carattere giurisdizionale o da parte di organi pubblici competenti in materia.
Si tratta - osserva l'ordinanza - di una disciplina ben diversa da quella prevista nel primo decreto "salva ILVA" (il già ricordato D.L. 3 dicembre 2012, n. 207), dove la sospensione dell'effetto cautelare era dotata di adeguati "contrappesi", in quanto era subordinata al rispetto un provvedimento amministrativo ad hoc (l'Autorizzazione Integrata Ambientale), adottato con la partecipazione di una pluralità di amministrazioni pubbliche e soggetto agli ordinari rimedi giurisdizionali. In altre parole, mentre il legislatore del 2012 aveva individuato un corretto punto di equilibrio tra gli interessi in gioco (salubrità dell'ambiente vs produzione e occupazione), alla luce del quale la Corte Costituzionale aveva respinto le censure di illegittimità mosse al primo decreto "salva ILVA" (sent. n. 85/2013); altrettanto non pare potersi affermare rispetto all'operato del legislatore del 2015, rispetto al quale, pertanto, il GIP di Taranto ha ritenuto di doversi nuovamente rivolgere alla Consulta, sostenendo che l'assetto di interessi definito dal nuovo provvedimento viola diverse norme della Carta Costituzionale, e in particolare: l'art. 2 (per il sacrificio dei diritti inviolabili della persona, quali la vita e l'incolumità individuale dei lavoratori); l'art. 3 (per l'ingiustificato privilegio accordato alle imprese di interesse strategico nazionale, cui corrisponde un ingiustificato svantaggio per i lavoratori loro dipendenti); l'art. 4 (da interpretare come norma che tutela il lavoro in condizioni di massima sicurezza tecnologicamente realizzabile); l'art. 32 (per il sacrificio imposto al bene della salute, da considerarsi irragionevole in assenza di adeguati contrappesi di ordine procedurale e nei controlli); l'art. 41 co. 2 (in quanto il decreto collide con il divieto di svolgere l'attività economica "in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana"); ed infine l'art. 112 Cost. (in considerazione dell'illegittima ingerenza del governo nell'esercizio della funzione giurisdizionale). (penalecontemporaneo)

Svuotacontainer

Porto Taranto, i 540 di Tct verso la Cig per cessazione attività

Ministero del Lavoro e Autorità portuale di Taranto lavorano ad una soluzione per tutelare i 540 addetti di Taranto container terminal. Molto probabilmente sarà la cassa integrazione per cessata attività con durata un anno. Il 12 giugno la società è stata messa in liquidazione dagli azionisti (Hutchinson, Evergreen e gruppo Maneschi) e ai lavoratori, alla scadenza del 28 maggio, non è stata più rinnovata la cassa integrazione. Il personale è stato collocato in mobilità e i 75 giorni previsti dalla procedura terminano ai primi di settembre. Adesso, quindi, si sta vagliando l'utilizzo della cassa integrazione per cessazione coinvolgendo Tct. In parallelo, l’Authority sta portando avanti il confronto con i tre liquidatori di Tct per chiudere senza contenziosi la parte relativa alla presenza della società a Taranto.
Per quanto riguarda l’ingresso di nuovi operatori nel terminal container, presidenza del Consiglio e Authority «hanno in corso una serie di contatti – spiega il commissario dell’Autorità portuale di Taranto, Sergio Prete – ma non siamo ancora in una fase di definizione, nè ci arriveremo alla scadenza dei 75 giorni che precedono la mobilità a tutti gli effetti e la risoluzione dei rapporti di lavoro del personale Tct. Ci vuole più tempo per giungere al nuovo investitore. Ecco perchè ci serve un altro anno di cassa integrazione e concludere l’intesa con i liquidatori di Tct». «Sin quando c’è ancora una presenza di Tct e il terminal container non è definitivamente libero, difficile – osserva Prete – che le trattative con un nuovo soggetto possano avviarsi alla dirittura finale. I contatti, però, ci sono e cercheremo di intensificarli».
Il futuro dell’infrastruttura sarà comunque nell’attività container e non ci saranno cambiamenti. Viene infatti ritenuta di scarsa fattibilità l’ipotesi di una riconversione – affidata al gruppo Maneschi, uno degli azionisti di Tct – che prevede che si faccia movimentazione di rinfuse e di cemento. «La produzione del cemento – si osserva – è in crisi e a Taranto lo stabilimento Cementir è colpito da un pesante ridimensionamento. Non ci sono quindi i margini perchè quest’attività possa dare sviluppo al porto». Inoltre, passare dai container ad altre tipologie di merci presupporrebbe anche delle variazioni urbanistiche.
Lunedì scorso, intanto, avviando l’operatività del Tavolo istituzionale Taranto, con diversi ministeri, Regione Puglia ed enti locali, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, ha riconfermato come il rilancio del porto sia una delle priorità individuate dal Governo. Priorità alla quale andranno parte dei 600 milioni già stanziati o previsti e che nei prossimi mesi il Contratto istituzionale di sviluppo dovrà meglio finalizzare accelerandone la spesa. (Sole24h)