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sabato 19 luglio 2014

E io pago!

Il decreto Ilva e l’esposto in procura

C’è stato un faccia a faccia tra il ministro dello Sviluppo economico e i sindacati: il Governo accelera sul fronte Ilva. C’è il via libera al decreto del presidente Giorgio Napolitano.
Di pari passo il Governo, nelle ultime ore, tenta di accelerare sulla delicata vicenda Ilva ed è arrivato il vertice tra il ministro Guidi e i sindacati. La strada della vendita del siderurgico sembra essere la più accreditata. Il ministro dello Sviluppo economico ha incontrato Palombella e Ghini per la Uilm (Unione italiana lavoratori metalmeccanici), Bentivoglio e Farina della Fim (Federazione italiana metalmeccanici), Landini e Rappa della Fiom (Federazione impiegati operai metallurgici). I sindacati prendono atto dell’impegno del Governo a intensificare i confronti, ma non basta.
Secondo quanto appreso, alla richiesta di Gnudi di 850 milioni di euro le banche si sarebbero riservate la decisione. Alcune fonti romane fanno sapere che gli istituti di credito avrebbero già posto precise condizioni e sarebbero pronte ad elargire soltanto un terzo rispetto a quanto chiesto dal commissario straordinario. Una cifra che i sindacati dei metalmeccanici non ritengono affatto congrua, né in grado di poter garantire un futuro allo stabilimento.
Senza dimenticare che tutto questo sarebbe poi vincolato alla presenza di una manifestazione d’interesse anche come semplice lettera d’intenti, da parte di un potenziale partner industriale oltre all’orientamento favorevole delle autorità antitrust in merito a una eventuale posizione dominante. Il riferimento è ovviamente a ArcelorMittal finora unico pretendente per l’ingresso nel capitale Ilva. Da quanto si è appreso al termine dell’incontro, alla richiesta formulata dal commissario straordinario le tre banche creditrici del siderurgico – Intesa San Paolo, Banca Popolare e UniCredit – hanno fatto sapere che potrebbero riunirsi entro la prossima settimana. Il denaro servirà per mettere in pratica le misure imposte dall’Aia (Autorizzazione integrata ambientale, ndr), pagare i fornitori e far fronte alla gestione ordinaria.
E intanto “Taranto Futura” ha presentato un esposto denuncia in procura. L’aiuto di Stato all’Ilva sarebbe fuori legge. Tra i motivi, le difficoltà finanziarie dell’azienda e le sue responsabilità nell’inquinamento ambientale. L’avvocato Nicola Russo, coordinatore del comitato cittadino “Taranto Futura”, ha dichiarato: “Si, non lo affermiamo noi come comitato, ma lo dice l’Unione europea con varie comunicazioni ufficiali. Con una comunicazione del 2008 dice che non è ammissibile un aiuto di Stato sotto forma di garanzia nei confronti dell’impresa siderurgica, se l’impresa è in difficoltà finanziaria. Con altre comunicazioni sottolinea, sempre sulla Gazzetta ufficiale, che non è possibile l’aiuto di Stato per chi è il responsabile d’inquinamento”. Ed è stato accertato, fa notare Russo, che a Taranto il responsabile dell’inquinamento è l’Ilva e quindi per questo non ha diritto a questo aiuto di Stato.
Russo ha poi rimarcato un aspetto: è importante far sapere che se l’Ilva continuerà nella crisi imprenditoriale, saranno i cittadini di fatto a pagare i premi che lo Stato ha permesso nei confronti dell’impresa siderurgica. E l’avvocato ha chiarito il concetto: “Noi abbiamo presentato a tal proposito la denuncia alla procura della Repubblica e presenteremo quanto prima anche un esposto alla Commissione europea per far valere questa anomala situazione del finanziamento tramite garanzia da parte dello Stato nei confronti dell’Ilva”. (opinione)

venerdì 12 aprile 2013

Giri di leggi

"Norme europee superano la Salva-Ilva"

"E' giunto il momento di applicare le norme comunitarie  di fronte alle leggi nazionali contrastanti, come quella denominata legge Salva-Ilva, a fronte della palese violazione di detta norma rispetto al principio di precauzione (art. 174) e prevenzione sancito dal trattato dell'Unione europea, che, certamente, collima con il provvedimento di sequestro preventivo".
Lo sottolinea, riferendosi alla recente pronuncia della Corte costituzionale sulla legge 231, l'avv.Nicola Russo, coordinatore del comitato 'Taranto futura', che ha promosso il referendum consultivo sulla chiusura totale o parziale dell'Ilva, in programma a Taranto domenica prossima.
"E' ben risaputo nel mondo del diritto e della giurisprudenza - ricorda Russo - che, quando una norma italiana contrasta con una norma europea, vale il primato della norma europea sulla norma italiana. La normativa comunitaria 'ad effetto diretto', in quanto contenente disposizioni precise e determinate, trova applicazione - spiega - nel territorio dello Stato senza necessità d'ulteriori interventi normativi dell'autorità nazionale".
Russo "invita i cittadini di Taranto ad andare a votare il 14 aprile per il referendum Ilva votando sì alle due schede, tenendo presente che ancora una volta l'Ilva non ha ottemperato alle prescrizioni Aia, così come ha fatto rilevare l'Ispra". (TaSera)

martedì 21 agosto 2012

Toh, abbiamo anche un sindaco?

Referendum sul siderurgico, ultimatum al sindaco Stefàno
Se entro giovedì il sindaco di Taranto non provvederà ad emettere il decreto per la fissazione della nuova data del referendum consultivo sulla chiusura totale o parziale dell’Ilva, si apriranno per lui le porte della denuncia per omissione di atti d’ufficio. Lo promette il Comitato referendario “Taranto Futura”, il cui portavoce, l’avvocato Nicola Russo, ha dichiarato che i tempi sono ormai maturi per richiedere l’applicazione di ciò che ha statuito il Consiglio di Stato con la sentenza dello scorso 11 ottobre. Tale provvedimento ha ribaltato la decisione del Tar con la quale Ilva, Confindustria e sindacati erano riusciti ad ottenere uno stop all’iter del referendum grazie all’accoglimento della loro domanda di annullamento del decreto del sindaco di Taranto emesso il 1° settembre 2010, con cui, per la prima volta, veniva indetto il referendum.
Nonostante il sindaco sia stato regolarmente messo in mora con la notifica della sentenza, avvenuta il 29 ottobre, e nonostante l’invio di un ulteriore fax il successivo 17 novembre, questi non ha provveduto nei termini, lasciando trascorrere mesi interi senza più interessarsi della questione. Come si ricorderà, Taranto Futura, comitato promotore del referendum, dopo aver ingaggiato e vinto numerose battaglie giudiziarie, e superato i mille ostacoli che l’Amministrazione Stefàno avrebbe frapposto al regolare svolgimento della consultazione referendaria, ha raccolto ben 12mila firme e presentato tre quesiti: il primo sulla chiusura totale dell’Ilva, il secondo sulla chiusura della sola area a caldo e il terzo sul risarcimento del danno da inquinamento prodotto dalla grande industria. Sulla base di quest’ultimo sono stati incardinati due atti di citazione, il primo contro l’Italcave per l’inquinamento prodotto nella zona del molo polisettoriale, e il secondo contro l’Ilva, a seguito della sentenza di condanna per reati ambientali del 2005.
Il Comitato lamenta anche che il sindaco non si sia attivato per disporre la chiusura degli impianti del siderurgico o per lo meno il loro allontanamento, come stabilito dal Regolamento di igiene e sanità, che prevede queste misure, una volta acquisito il parere del Dipartimento di prevenzione nelle ipotesi di danno o anche solo di molestia ai cittadini, essendo l’Ilva classificata da un decreto ministeriale come “industria che svolge attività insalubre”. Tramite il consigliere comunale Mario Laruccia, poi, sarà chiesta la convocazione di un consiglio comunale d’urgenza affinchè il sindaco riferisca sull’esito dell’incontro con i ministri Clini e Passera. Ma l’attività del Comitato non si ferma qui. Una volta ordinata e raccolta la documentazione necessaria, Taranto Futura intende trasmettere gli atti al Tribunale penale internazionale per accertare le responsabilità politiche e amministrative riguardanti il genocidio commesso contro la popolazione tarantina a causa dell’inquinamento.
E’ stata inoltre già presentata una denuncia alla Procura della Repubblica contro il ministro Clini, perché non si sarebbe attenuto al Codice dell’ambiente in materia di bonifiche, non avendo addossato all’industria inquinatrice l’onere di pagare di tasca propria le bonifiche stesse, ma attingendo a risorse da prelevare dalle tasche dei cittadini. A breve infine sarà avviato l’iter per un nuovo referendum che avrà come “bersaglio” altre due celeberrime inquinatrici: l’Eni e la Cementir.

Sabrina Esposito (GdM) 
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 Ed ecco le chiacchiere del parolaio Stefano, il sindaco che ha scritto più lettere nella storia dei sindaci di Taranto, e ancora scrive... Ma non fa nulla.

Spostare la gente da Tamburi? Il sindaco:«Ma che sciocchezza»
«Un attimo, vorrei precisare una cosa. Ho letto, ho ascoltato un’assurdità colossale ». L'intervista con il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, a dire il vero, era stata sino a quel momento monopolizzata dal referendum consultivo cittadino sulla chiusura dell'Ilva (a proposito, si farà in autunno). O meglio, dalla replica del primo cittadino alla diffida di Nicola Russo, avvocato e presidente di Taranto Futura il comitato promotore dei quesiti referendari, pronto a denunciare Stefàno per omissioni in atti d’ufficio nel caso in cui non proceda subito all'indizione del referendum. Ma prima che il taccuino si chiudesse, Stefàno è ritornato sulle case del rione Tamburi.
Sindaco Stefàno, per alcuni lei era pronto a dare avvio ad un trasloco forzato dei cittadini del rione Tamburi. Qual è la verità? «Sì, purtroppo, forse a causa del gran caldo di questi giorni, non sono stato ben compreso. Secondo alcuni, infatti, io vorrei spostare una parte del quartiere Tamburi. È una sciocchezza! Ed allora, avrei perso tempo nel firmare l’accordo sulle bonifiche? Il mio obiettivo è quello di risanare quel quartiere e non certo di spostarlo. Sarebbe paradossale se invece di rimuovere la causa dell’inquinamento (ovvero, rendendo l’Ilva ecocompatibile), spostassi gli abitanti, non crede?» .
In effetti... Ed allora, a cosa si riferiva? «Alle case parcheggio del rione Tamburi (ubicate in via Machiavelli, ndr). Sono fatiscenti, con fibre e tubature di amianto. Quelle furono costruite trent’anni fa per ospitare quelle famiglie solo per un mese, sapete tutti poi com’è andata a finire. Qualsiasi sindaco d’Italia di fronte ad un o spettacolo così degradato, direbbe di abbattere quelle palazzine anche per dare ai suoi cittadini un segno tangibile del risanamento e della riqualificazione di quell’area. Per queste case, per quelle famiglie, ho chiesto già ottanta volte al governo di avere la disponibilità delle aree della Marina Militare per ristrutturare delle case. La Marina è d’accordo ma da Roma non arriva ancora il via libera».
Sindaco, intanto, se non indice il referendum per la chiusura dell’Ilva, l’avvocato Nicola Russo del comitato “Taranto Futura” ha minacciato di denunciarla per omissioni in atti d’ufficio. «Avevo già richiesto ma non in seguito alle dichiarazioni di Russo alla Ragioneria del Comune di Taranto di farmi sapere se ci sono le risorse finanziarie disponibili per tenere entro quest’an - no il referendum consultivo».
E che risposta ha ricevuto? «I soldi ci sono». È possibile che la somma da stanziare si aggiri sulle 500mila euro? «Sì, è molto probabile». Allora, quando si svolgerà la consultazione? «Un attimo, un attimo. Ho scritto anche alla direzione Decentramento per sapere, in base al nostro Regolamento, in quale periodo è possibile svolgere il referendum consultivo. Ed infine, ho chiesto anche un parere ai nostri uffici per sapere se l’avvocato Russo sia legittimato a diffidarmi, prima ed eventualmente a denunciarmi poi».

Fabio Venere (GdM)

venerdì 14 ottobre 2011

Chi ha paura di far pensare i cittadini?

Ilva, il Consiglio di Stato riapre al referendum
I giudici di Palazzo Spada ribaltano la decisione del Tar di Lecce. I comitati fissano già la data per le urne: la prossima primavera.

Il referendum Ilva ora sembra a portata di mano. Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso contro la sentenza del Tribunale amministrativo regionale di Lecce con la quale si “sbarrava” la strada al voto dichiarando la propria competenza a decidere e dando ragione a Confindustria, Ilva e sindacati (Cgil e Cisl) i quali ritenevano non regolare la raccolta delle firme. Secondo il Consiglio di Stato non è il giudice amministrativo, ma quello ordinario, a doversi esprimere in materia. Nel commentare la notizia, il presidente del comitato “Taranto futura” Nicola Russo ha spiegato che «il Consiglio di Stato ha dato ragione alle tesi del comitato, il nostro ricorso era sul difetto di giurisdizione ed è stata dichiarata l’incompetenza del Tar». Russo ha invitato l’Ilva al confronto: «Al Gruppo Riva - ha spiegato il presidente di Taranto futura - chiediamo di sedersi al tavolo e ascoltare la nostra proposta: si produca l’acciaio altrove e si riconverta l’area per attività economiche eco-compatibili».

Il sistema industriale e larghissima parte della politica locale, insieme alla quasi totalità dell’establishment sindacale ha più volte ritenuto del tutto impraticabile una svolta di questo tipo che mandi in soffitto la siderurgia tarantina, spina dorsale della siderurgia nazionale. Eppure contro quella che può suonare come una “eresia” ora dovrebbero pronunciarsi i cittadini. A meno che non vi sia un ricorso al giudice ordinario ritenuto, dopo la pronuncia del Consiglio di Stato, l’unico magistrato competente. E il ricorso è stato preannunciato da Pietro Quinto, avvocato amministrativista che sostiene le tesi contrarie al referendum, finite nero su bianco nel ricorso al Tar.

«La pronuncia del Consiglio di Stato - scrive l’avvocato Quinto - non intacca il merito delle questioni, ma attiene esclusivamente alla giurisdizione. Palazzo Spada ha ritenuto che a decidere in materia di referendum debba essere il giudice ordinario e non quello amministrativo. Le questioni dedotte da Confindustria, accolte dal Tar, verranno riproposte al giudice ordinario. In questa fase - spiega ancora l’avvocato Pietro Quinto - occorre attendere le motivazioni della decisione del Consiglio di Stato per comprendere se non vi sia spazio per discutere ancora della giurisdizione. In ogni caso il referendum non potrà certo celebrarsi quando ancora non vi è certezza né sul giudice chiamato a decidere sulla regolarità della raccolta di firme né sul merito della questione che ha già avuto - conclude l’avvocato Pietro Quinto - un pronunciamento da parte del Tar di segno contrario alle tesi del comitato».

Nicola Russo, leader dei referendari di “Taranto futura”, nel commentare ancora l’esito della pronuncia ha mostrato una convinzione fondata ancora sulle “carte”: «Sono convinto - ha dichiarato Russo - che il referendum si farà nella prossima primavera insieme alle elezioni amministrative (A Taranto si voterà per il sindaco e il rinnovo del Consiglio comunale, ndr). Non esiste più alcun motivo che possa mettersi di traverso e impedire l’indizione, da parte del Comune, della consultazione elettorale». Russo ha citato, agitando le carte, una serie di sentenze della Corte di Cassazione le quali, a conclusione di giudizi davanti alla magistratura ordinaria legati alla materia referendaria, hanno confermato l’estraneità di persone, enti e associazioni alla materia referendaria, a meno che non rientrino «tra i soggetti cui spetta proporre il referendum, come i comitati, e quelli istituzionali cui spetta indire le consultazioni, regolandone le modalità». Insomma, la partita resta aperta tra Comune e Taranto futura, Mentre la città aspetta di poter dire una parola sul suo futuro. Con il timore di dovere attendere ancora troppo a lungo. (Terranews)

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Referendum su Ilva. Riva ricorrerà davanti al giudice

Come un spettro, il referendum sulla chiusura dell’Ilva aleggiava, ieri a Roma, sopra le teste di chi ha partecipato all’incontro tra il Gruppo Riva e i sindacati metalmeccanici: Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm. Il fantasma si è materializzato nelle parole dei dirigenti dello stabilimento siderurgico, quando hanno confermato il ricorso alla magistratura ordinaria per bloccare la consultazione proposta dal comitato ambientalista «Taranto futura». Dopo il via libera del Consiglio di Stato, due giorni fa, è tornata a galla una certa «ansia» in chi ritene le acciaerie tarantine strategiche per i propri destini d’impresa al punto da non poter immaginare né di fare a meno dello stabilimento né di ridimensionarlo, chiudendo l’area a caldo. Si aprirà un nuovo capitolo nella lunga querelle giudiziaria, prima davanti al giudice amministrativo, ora di fronte a quello ordinario, nella storia di un voto che finora sembrava doversi negare alla Storia, che suscita reazioni contrastanti, «stati emotivi» di cui il Gruppo Riva percepisce il peso, la densità, nel subconscio collettivo di tutti gli attori: la fabbrica e i lavoratori, la classe dirigente, la città. «È stato detto apertamente - ha dichiarato il segretario organizzativo della Fiom Cgil Stefano Sgobbio - che il referendum preoccupa.

I timori aziendali sono legati soprattutto a quella che potrebbe definirsi una spada di Damocle tale da condizionare l’andamento stesso delle attività lavorative», cioè l’ansia spasmodica del referendum sulla chiusura e il dibattito rovente che ne seguirebbe. Facile immaginare, di nuovo, Confindustria e sindacati (Cgil e Cisl) al fianco della causa anti-referendaria magari con un altro ricorso al giudice ordinario. «In realtà bisogna battersi - ha spiegato ancora Stefano Sgobbio - perché l’azienda acceleri sugli investimenti per l’eco-compatibilità degli impianti siderurgici previsti dall’Autorizzazione integrata ambientale. Segnali positivi sono giunti dall’incontro. Gli interventi vanno anticipati. L’Ilva ha espresso il timore che lavorare diventi difficile di fronte a un’opinione pubblica che vuole la chiusura dello stabilimento».
Per il resto, l’incontro di ieri a Roma non ha riservato sorprese. L’azienda non farà ricorso alla cassa integrazione, almeno in questa fase, malgrado il mercato mondiale dell’acciaio sia di nuovo in flessione e gli effetti si stiano facendo sentire con una contrazione delle commesse. Due i punti critici analizzati dall’Ilva: la contingenza economica e la mancanza di liquidità finanziaria dei clienti. Il Gruppo Riva continuerà comunque a produrre superando il risultato dello scorso anno di 7 milioni circa di tonnellate di acciaio (a ottobre erano già 6 milioni e 450mila). Resta il campanello d’allarme, anzi la campana, suonata ieri e ascoltata dai sindacati. La fase di incertezza non risparmia la siderurgia tarantina, nella logica del mercato globale. Da oggi si torna a vivere alla giornata. Del doman non v’è certezza. (GdM)