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giovedì 24 settembre 2015

Scambio di favori

Ilva, rifiuti smaltiti in una discarica interdetta per mafia

Un’inchiesta del Corriere della Sera svela un retroscena sullo smaltimento dei rifiuti da parte dell’Ilva. Finivano in una discarica siciliana interdetta per mafia.
Ad aprile la prefettura di Siracusa aveva interdetto la Cisma Ambiente, proprietaria di una discarica nel comune di Melilli. Motivo: pericolo di condizionamento da parte della criminalità organizzata. Nella stessa discarica, una settimana dopo, arrivano 9 mila tonnellate di polverino d’altoforno, scarto di lavorazione non pericoloso. Provengono dall’Ilva di Taranto.
Come riporta il Corriere, oltre il 53% del gruppo Cisma è detenuto dalla Paratore Srl, che possiede quote fino al 63% del totale. Al timone, Antonino Paratore, amministratore unico della società e responsabile della Paradivi Servizi, che si occupa di trasporto e smaltimento rifiuti, ed è fornitore delle multinazionali del petrolio del polo industriale siracusano.
Il contratto con l’Ilva viene firmato il 26 marzo, quindi prima dell’interdizione. Un collaboratore di giustizia, Santo La Causa, parla di Nino Paratore come socio di Maurizio Zuccaro, boss all’ergastolo, nipote di Nitto Santapaola. Secondo La Causa, quando Paratore controllava la Tecnoservice, società amministrata dalla moglie, aveva pensato di cedere per dedicarsi con Zuccaro al settore delle discariche di rifiuti speciali. Tutto smentito dagli avvocati della Cisma. Ci sono dipendenti della Tecnoservice parenti del boss, questo è certo, ma il ruolo di Paratore non risulta chiaro, sebbene i suoi legali affermino che mai prove o intercettazioni lo legano al boss.
A fine giugno il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Sicilia sospende in via cautelare delle richieste delle informative prefettizie di Siracusa e Catania. Il Corriere riferisce le parole di Francesco Paolo Giordano, procuratore capo di Siracusa, che dichiara che al momento è in corso la verifica sul carico di polverino. Poteva essere trasportato a Melilli?
In particolare, alcune prescrizioni regionali impongono che, essendo l’aria ad alto rischio ambientale, la discarica avrebbe dovuto dare priorità ai rifiuti provenienti dai comuni di Augusta, Floridia, Melilli, Priolo Gargallo, Siracusa e Solarino. Tutte limitazioni che per la difesa sono antigiuridiche e non esistono, limitazioni che sono soltanto impegni, non norme.
Interpellato dagli ambientalisti, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti aveva risposto alla Camera che il trasporto dei rifiuti in Sicilia era una soluzione temporanea in vista del completamento dell’impianto di smaltimento interno agli stabilimenti di Taranto.(Greenbiz)

domenica 15 settembre 2013

Magistrati penalisti: Primitivi barbari e ambientalisti!


Ecco la chicca assoluta!
Proviene dal giornale della lobby più importante degli amici dei Riva.
Con fare spocchioso da "ve l'avevo detto io", il solito Panebianco non solo fa di Riva il malcapitato martire di una magistratura barbarica (contrapposta ai civili civilisti...), ma si mette ad additare gli ambientalisti nascosti nel sistema italiano. Quelli come la Todisco, che hanno il solo obiettivo di distruggere il sogno del progresso italiano a colpi di processi e sequestri!
Com'è triste il mondo visto da Milano!
Tutto per un tozzo di pane!
Pane bianco, coscienza grigia...

Tanti saluti all'industria

La vicenda dell'Ilva è un disastro in sé e l'ennesima tappa di un processo
di de- industrializzazione da tempo in atto nel Paese che sta lasciando dietro di sé macerie fumanti e povertà. La chiusura degli stabilimenti Ilva in Lombardia, conseguenza della vicenda giudiziaria di Taranto, era prevedibile. A nulla sono valsi i tentativi dei governi (si ricordi il braccio di ferro fra il governo Monti e i magistrati tarantini) di impedire il disastro. Che sarà occupazionale e non solo. Come ha osservato Dario Di Vico ( Corriere , 13 settembre), e ribadito il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, stiamo liquidando, per la gioia dei concorrenti esteri, un intero comparto industriale, la siderurgia.
Non si tratta di difendere il gruppo Riva. Le sue eventuali responsabilità riguardano il tribunale. Si tratta di capire come e perché sia possibile affondare un comparto industriale vitale per la collettività, con effetti a catena su tanti altri comparti, come e perché sia possibile distruggere una cruciale fonte di ricchezza.
La vicenda dell'Ilva di Taranto doveva essere gestita con buon senso. Si doveva contemperare l'esigenza della bonifica e la salvaguardia di una industria di grande importanza. A questo miravano richieste e provvedimenti dei governi. Non è stato così. Anziché procedere con la cautela che la problematicità del quadro consigliava si sono irrisi gli esperti che invitavano alla prudenza nei giudizi e la magistratura è andata avanti come un caterpillar. Ora se ne paga il prezzo.
Due sono gli aspetti di questa vicenda che, anche al di là del caso Ilva, fanno temere che il declino economico del Paese sia inarrestabile. Il primo riguarda l'esondazione del diritto penale. Il diritto penale è, fra tutte le forme del diritto, la più primitiva e barbarica: precede storicamente le forme più sofisticate (il diritto civile, amministrativo ecc.) che la civiltà ha via via inventato. Per questo, dovrebbe, idealmente, essere attivato solo in casi estremi, dovrebbe avere un ruolo circoscritto. Ma quando il diritto penale (come nel caso dell'Ilva e come avviene ogni giorno in ogni aspetto della vita del Paese) diventa il mezzo dominante di regolazione dei rapporti sociali, allora ciò che chiamiamo civiltà moderna è a rischio estinzione.
Il secondo aspetto riguarda la diffusione di una particolare sindrome, un orientamento anti-industriale, travestito da ecologismo, che punta alla decrescita, alla de-industrializzazione, perché tratta l'industria in quanto tale come una minaccia per l'ambiente. Da utile mezzo per contrastare le esternalità negative (i costi collettivi prodotti dall'inquinamento) l'ecologismo è diventato un'arma ideologica al servizio della mobilitazione anti-industriale (si veda il bel saggio di Carlo Stagnaro sull'ultimo numero della rivista Limes ). Se non fossero stati sostenuti da questa diffusa sindrome anti-industriale, i magistrati di Taranto avrebbero forse attivato, come chiedeva il governo, percorsi dagli esiti meno distruttivi per l'industria italiana. (CdS)

lunedì 17 settembre 2012

Anche il Corriere se ne accorge?

TARANTO - Ilva è grande due volte la città vecchia di Taranto. Ha un'attività incessante. Registriamo le immagini del servizio nel mese di agosto, proprio contestualmente al divieto di attività da parte della Procura di Taranto che pochi giorni prima ha sequestrato gli impianti inquinanti. Il procuratore Franco Sebastio infatti è stato costretto a chiarire: «Il sequestro degli impianti a caldo dell'Ilva impone l'eliminazione delle emissioni inquinanti e pericolose e inibisce qualunque attività produttiva degli impianti».

LO SLOPPING - Ma le ciminiere sono sempre lì a sputare fumi. Rosa, rossi, arancioni. Il colore è indefinito ma all'alba è ben visibile. Copre come una cappa tutta l'industria e le zone circostanti. Il fenomeno si chiama slopping (letteralmente: rovesciare, traboccare, fuoriuscire). Dal cielo cadono frammenti di minerali che ricoprono tutto sotto forma di una polvere sottilissima. Al sole brilla, sembra argento o oro rosa. E' metallo. Si deposita ovunque. Soprattutto nelle aree più vicine alle ciminiere: il cimitero, le scuole e un intero quartiere residenziale: Tamburi. Entra nei polmoni. Li distrugge.

L'INCREMENTO DI TUMORI - In questo quartiere attorno al quale è stata costruita l'Ilva, in ogni appartamento c'è almeno un malato di tumore. «E' solo la punta dell'iceberg» dice il dottor Patrizio Mazza, primario di Ematologia all'ospedale S. Annunziata di Taranto. I dati in suo possesso parlano di un incremento dei tumori di circa il 30% rispetto alla media nazionale. I più colpiti, secondo il professore, sono i bambini. «I bambini iniziano con malattie che coinvolgono il sistema respiratorio o il sistema immunitario ma sono solo il preludio per patologie maggiori che si scopriranno con il tempo». Non a caso la perizia tecnica ordinata dal tribunale parla di «emissioni che sono causa di malattia e morte».
Una situazione che va avanti dagli anni '60 ma che ha provocato scandalo solo negli ultimi tempi. Da quando, cioè, si fece analizzare un pezzo di formaggio prodotto nelle fattorie adiacenti e si scoprì che era zeppo di diossina. Alcune associazioni di ambientalisti hanno calcolato che il 92% della diossina prodotta in Italia proviene dall'Ilva. Secondo le tabelle dell'Ines (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) l'Ilva sfora tutti i limiti di emissioni nell'aria e nell'acqua.

I MOSTRI - Diossina e benzo(a)pirene (un letale idrocarburo policiclico aromatico) sono i due mostri contro i quali una parte della popolazione combatte. L'altra parte chiude gli occhi preferendo tutelare il posto di lavoro. «Se ci danno una casa più lontana e un lavoro più lontano andiamo via, altrimenti meglio morire qui che morire di fame altrove» dice il personale della scuola media De Carolis, proprio a ridosso di una delle ciminiere più tristemente note. E' quella che ricopre di "rosa" anche il cimitero.

IL CIMITERO ROSA - Le tombe un tempo erano di marmo bianco. Ora sono tutte colorate. Non per un effetto romantico ma per il minerale ferroso che con il vento si deposita sopra. Ma anche al cimitero di Brunone sono in pochi a volerne parlare. «Il posto di lavoro è sacro». Un operaio ci fa vedere i cumuli di polvere ferrosa che si raggranellano fuori le finestre degli uffici o sulle panchine. Quando c'è vento sono costretti a chiudere tutto o a girare con le mascherine. In fabbrica sono in tanti quelli che sanno di questo disastro. Compreso il sindacato che molti operai accusano di essere sovvenzionato dall'azienda. «E' quanto di più falso ci possa essere - controbatte Luigi D'Isabella della Cgil regionale -. L'Ilva elargisce 600 mila euro l'anno ma non sono soldi che arrivano a noi direttamente ma ad una fondazione, "Vivere solidali" (che però è gestita dagli stessi sindacati, ndr), che si occupa delle attività dopolavoristiche degli operai. Tra l'altro, proprio in seguito a tali polemiche, stiamo discutendo se sia il caso di investire diversamente questi soldi».

IL MOBBING - Eppure chi negli anni si è permesso di protestare è stato allontanato. O meglio, confinato. Come nel caso di Massimo Battista. Lavorava nei reparti Acciaieria 1 e 2. Poi quando iniziò a denunciare lo slopping hanno provato a licenziarlo. Tre volte. Non ci sono riusciti. Dal 2007 lo hanno "inviato" in una casupola sul mare di proprietà aziendale (che la gestisce tramite la suddetta fondazione) «a contare le barche che passano». Proviamo a chiedergli della famigerata palazzina Laf. E' uno stabile vuoto, senza nemmeno una sedia, in cui vennero rinchiusi per otto ore 60 operai che protestavano per le fuoriuscite inquinanti. Battista racconta che è solo uno dei casi venuti alla luce, uno di quelli in cui la magistratura ha messo le mani condannando 11 dirigenti per mobbing. «Ma nell'azienda si vede di peggio, c'è solo da togliere i paraocchi». (Finte prima parte)
Antonio Crispino - Corsera

martedì 13 aprile 2010

Rigassificatore: Lezione da sindaco... da Agrigento!

A seguito dell’ampio servizio di tre pagine sul rigassificatore di Porto Empedocle, apparso nell’edizione del “Corriere della sera” di sabato scorso, il Sindaco di Agrigento Marco Zambuto ha inviato al direttore del giornale milanese la nota che di seguito si riporta:

“Gentile direttore,
mi riferisco a quanto pubblicato il 10 aprile, sotto il titolo “Porto Empedocle. La mafia, Montalbano e il sogno dell’Enel”.
C’è infatti una cosa che l’esteso articolo di Rizzo e Stella non dice e su cui l’intera comunità nazionale ed internazionale deve essere informata.
Si omette di dire che il progetto del rigassificatore (già rifiutato, come invece ricordato, a Montalto di Castro, Monfalcone, Taranto e Brindisi) prevede la costruzione di un braccio che dalla costa scivolerà per quasi un chilometro attraverso il Mediterraneo.
E’ il braccio che consentirà l’attracco delle gigantesche navi gasiere. Una imponente striscia di cemento armato che sarà -essa, sì- ben visibile dalla casa di Pirandello, dalla Valle dei templi e dalla stessa città di Agrigento. Chissà cosa avrebbe pensato Goethe se, giunto sulla sommità della collina greca, appoggiatosi al tempio dorico, avesse visto una lingua grigia infrangere l’azzurro del mare. Del resto, la storia si ripete.
Quando, nei decenni scorsi, anche nella città che fu considerata la più bella dei mortali, si consumò il sacco edilizio che ha segnato a vita, con la costruzione di tolli tozzi e scriteriati, un borgo medievale dolcemente aggrappato ad una collina, si disse che, in fondo, era meglio di niente, che l’economia si metteva in moto, che tra operai e indotto molti portavano il pane a casa (e alcuni, pochi, riuscirono anche ad arricchire).
Se poi, anche per questa ragione, le prospettive turistiche della città ne sono state gravemente compromesse (coi turisti che ancora oggi si limitano a visitare in giornata la Valle ed ignorano la magia di un centro storico schiacciato ed oppresso dai grattacieli), è, appunto, solo, un problema dei posteri. Adesso si vuole scaricare, nell’indifferenza generale, una formidabile colata cementizia sotto la casa di Pirandello e a ridosso della Valle dei templi.
Che il Corriere della Sera ospiti, poi, una sorta di difesa di ufficio del faraonico progetto dell’Enel fa parte del gioco di una democrazia liberale, in cui ciascuno è libero di esprimere le proprie idee e di sostenere anche eventuali interessi lobbistici.
Che però il più importante giornale italiano lo faccia senza dire che, dalla realizzazione del rigassificatore in poi, ogni turista italiano e straniero verrà ad ammirare, oltre alla casa natale di un premio Nobel e alla miracolosa armonia del tempio della Concordia, un quasi chilometrico braccio in cemento armato che, come un mostro silenzioso, si erga dalle acque del nostro mare, questo piace davvero meno (e risulta meno comprensibile).
Lo si faccia il rigassificatore ma se ne conosca il prezzo.
Che non si dica un domani che tutti tacevano. Continuino a fare finta di niente le istituzioni e i media di questo paese di fronte all’ennesimo scempio paesaggistico. Del resto, chi non è condannato a vivere ad Agrigento, potrà sempre fare come Guido Piovene, il quale, dopo averla visitata ed amata tra il 1953 e il 1956 per scrivere l’indimenticabile Viaggio in Italia, informato del sacco edilizio, fece l’unica cosa che poteva fare: promise di non mettervi più piede. E fu di parola.
” (Agrigentoweb)

mercoledì 11 novembre 2009

Ingranaggi reazionari

Ecco un brutto, proprio brutto, articolo di Aldo Grasso sul Corriere della Sera in cui si difende l'equazione di potere e ignoranza. Dall'alto del baluardo giornalistico del capitalismo, Grasso si traveste da censore e accusa Paolini nientedimeno che di voler insegnare alla gente qualcosa!
Certo, il teatro deve solo divertire vero? magari paolini poteva mettere due o tre veline seminude e qualche commentatore di partite a fare da sfondo alle avventure dei vecchietti friulani alle prese con il capitalismo.
Certo, sull'economia si può fare ironia, ma mai mettere in discussione il sistema, vero Grasso?
I circenses non possono farci capire quanto amaro è il panem!
I teoremi della fisica per farci sentire ignoranti? Offesa al Dio Spot??
No, grazie signor Grasso, si tenga pure la sua sensazione di ignoranza, non condividiamo le sue frustrazioni. E ci risparmi la sua miseria culturale fatta di citazioni calcistiche!
Il freddo della notte tarantina fa da contrappunto all'abdicazione dell'informazione dal suo dovere di progresso e civiltà. E Taranto, serva di mille padroni senza mai una voce di dissenso, ne è esempio da diretta nazionale.
Chi sono i veri "miserabili" di Paolini?
(si legga anche la critica di Malaparte su tvbolg.it)

Senza spot Marco Paolini perde ritmo
In diretta dal porto di Taranto ha proposto su La7 il suo spettacolo-ballata «Misera­bili. Io e Margaret Thatcher»


Ogni tanto La7 si permette un lusso riservato a pochi: una serata senza interruzioni pubblicita­rie. In diretta, dal porto di Taranto, Marco Paoli­ni ha proposto il suo spettacolo-ballata Misera­bili. Io e Margaret Thatcher, con la musica dei Mercanti di Liquore. Paolini è uno straordinario affabulato­re, il suo teatro si regge sulla parola e alla parola è affidata l’evocazione di mondi che vanno dalla caduta del muro di Berlino ai «miserabili» di Victor Hugo, dalle spietate re­gole del mercato al secondo principio della termodinamica.
Quando Paolini racconta è un incanto: il viaggio in Ford Transit verso la Polonia, Paese del teatro alternativo nei lonta­ni Settanta, le avventure di Ge­lindo (un suo pezzo forte), l’in­troduzione del walkman come isolamento dal mondo. Da un po’ di tempo, però, sulla scia di Dario Fo e Giorgio Gaber (suoi indiscussi punti di riferimen­to), Paolini cede alla predica: fra le righe (ma anche fuori), vuole impartire lezioni di eco­nomia («non è la democrazia che ha tirato giù il muro ma il mercato, il consumismo»; e se anche fosse?), intimorisce gli spettatori con citazioni di Mar­garet Thatcher, fa sentire il pe­so della nostra ignoranza citan­do il principio di indetermina­zione di Heisenberg e chieden­do agli spettatori cosa sia l’en­tropia. Meno male che faceva un freddo cane (ma che sadi­smo tirarla alla lunga per vede­re schiattare in diretta il pubbli­co!), così ci è stato risparmiato il global warming. Ovviamen­te, tutte queste teorie e tutti questi sermoni della montagna vanno a scapito dello spettacolo. Se solo Paolini accettasse le interruzioni pubblicitarie, imparerebbe ad asciugare di più le sue storie, a riflettere sull’importanza del ritmo in tv.
P.S. Sì, ma poi, se non c’è pubblicità, come fa Urbano Cai­ro, che ha la concessionaria per La7, a guadagnare qualche euro da investire nel Toro?


...In locale è andata meglio:


Fulvio Colucci sulla Gazzetta è tra i pochi a mostrare di avere il polso della situazione:

Il dialogo per dire no alla fabbrica del dolore


Marco Paolini ha definito troppo realisti i tarantini lunedì sera al porto. Troppo realisti perché guardano, a suo dire, senza «speranza» al presente. Come si fa a parlare di speranza in una città disperata? Senza lavoro, senza salute, senz’aria pulita, con una classe dirigente che balla sul Titanic gingillandosi con marchi, inaugurazioni, tagli di nastri? Vogliamo fare un conto della serva? Sommare i cassintegrati Ilva agli esuberi Evergreen, all’indotto che si sta sfaldando, alle piccole e medie imprese che licenziano. E sommare algebricamente queste persone ad altre persone: i morti, gli ammalati d’inquinamento e malattie professionali? Ci va di fare questo gioco? La somma sarebbe enorme e, nello specchio delle vanità mediatiche, alla fine sarebbe zero. Non funziona così. A meno che per speranza non si spacci quel «neorealismo» di sapore vendoliano che sta trasformando Taranto in un enorme set cinematografico da un lato e vuol accreditarla come nuova San Giovanni Rotondo dall’al - tra. Sempre fabbrica del dolore sarebbe... Allora il miglior pezzo di questo realismo arriva dalle parole degli «invisibili»: il Circolo operaio che parteciperà alla marcia di Altamarea: «Vogliamo riannodare l’impegno di chi vive i problemi in un posto di lavoro e chi rappresenta il tessuto associativo della società civile». Detto in altri termini: dialogare, dialogare, dialogare. Marciando per l’am - biente o confrontandosi sul futuro di sviluppo e occupazione. Non c’è altra via di scampo. E’ questo il nostro miglior realismo. Peccato Paolini non abbia fatto in tempo a vederlo.

mercoledì 15 luglio 2009

Una città che non vede il cielo

ELZEVIRO - Un libro di denuncia ambientale di Carlo Vulpio, di Sandro Modeo, Corriere della Sera, 11/07/2009
Taranto, una città che non vede il cielo
Il rischio cancro è moltiplicato dall'inquinamento


Tiranneggiato dai 220 metri di altezza (il doppio del Duomo di Milano) del camino E-312 o «testa del drago», l'immane agglomerato dell'acciaieria Ilva - gli altri 214 camini, gli altiforni, le cokerie, la discarica detta «Mater Gratiae», le montagne di polvere ferrosa dei «parchi minerali» - sembra strangolare, quasi fagocitare l'intera città di Taranto. Sintesi di questo amplesso forzato, il vicino quartiere Tamburi, protetto in teoria dalle «collinette ecologiche» e invece sottoposto a una mostrificazione cromatica: i muri rosso-ruggine, le lenzuola nere ai balconi, il cimitero ruggine e nero insieme, coi becchini che a fine giornata devono lavarsi come gli operai dell'acciaieria. Una simile alterazione è il segno di un inquinamento chimico (benzoapirene, mercurio, soprattutto il più alto tasso europeo di diossina) di cui l'Ilva è l'attore principale, «comprimari» il cementificio Cementir, la raffineria Eni, l'inceneritore di Massafra. Un inquinamento che test genotossici hanno ricondotto a co-fattore ambientale nell'aumento del 30 per cento di neoplasie cittadine negli ultimi anni. Indagando sulla Città delle nuvole (Edizioni Ambiente, pp. 160, Euro 14, titolo allusivo a un cielo ormai perennemente opacizzato), Carlo Vulpio ci offre un libro-inchiesta che sembra scritto da un allievo di Zola e di Gogol: di Zola per la visionarietà costante che accompagna il realismo duro della denuncia, di Gogol per gli aspetti surreali e grotteschi di tanta malapolitica e malasanità. Per un verso, vediamo così emergere i nessi causali tra un percorso molto italiano di storia industriale («quello che va bene per l'Italsider - si diceva a proposito dell' antefatto dell'Ilva - va bene per Taranto») e le sequenze dei drammi attuali, non solo al quartiere Tamburi: allevatori che devono sterminare migliaia di pecore «contaminate»; donne che non possono allattare i figli per il tasso di diossina nel sangue; bambini col carcinoma rinofaringeo come fossero fumatori adulti. Drammi biologici a cui se ne aggiungono di strettamente «psichici»: scioccante la zoomata sul capannone-lager dell'Ilva, dove un management sadico ha concentrato i dipendenti «degradati», facendone - come ha registrato una psichiatra - degli ebeti vaganti, soggetti psicotici ora aggressivi ora gravemente depressi. Per un altro - ecco i toni gogoliani - vediamo come le responsabilità imprenditoriali e quelle politiche, a livello locale e nazionale, abbiano prodotto patafisici conflitti di interessi (il dottor Nicola Virtù, capo del Presidio di prevenzione dei controlli e presidente dell' Imcor, fornitrice dell'Ilva), crudeli paradossi (l'ospedale Testa, fondato come «colonia elioterapica» per la Tbc, chiuso per le polveri silicee e ora sede dell' Asl) e repressioni strabiche (sequestri di auto senza marmitta catalitica e ispezioni omissive nelle fabbriche). Chi pensasse, però, al libro di Vulpio come a un concentrato di nostalgia anti-industrialista sbaglierebbe. Anzi: uno dei ritornelli consiste proprio nell' invocazione di standard «europei» nelle emissioni e soprattutto di tecnologie meno obsolete a tutela di mansioni suicide: vedi gli operai del «piano coperchi», che inalano - secondo un' indagine chimica disposta dalla procura - l' equivalente di 7.278 sigarette al giorno. E pensare che per «modernizzare» l'acciaieria basterebbero 100 milioni di euro, il 5 per cento degli utili di due anni. La domanda brutale del libro è allora chiara. Se gli imprenditori agitano il ricatto dello spettro-disoccupazione e i politici (ma anche i sindacati e un'inerte società civile) li assecondano passivamente, ne dobbiamo concludere che la sicurezza e la salute sul lavoro siano degli optional? O meglio, dobbiamo rassegnarci al fatto che la vita dei lavoratori sia solo una variabile della produttività? Che «i morti che camminano» siano la condizione inevitabile di un sistema senza alternative?

Una precisazione di Peacelink:
Sull'eccellente elzeviro di Sandro Modeo dal titolo "Taranto, una città che non vede il cielo" (pag. 41 di Corsera di sabato 11 luglio 2009) ci sia consentita una precisazione, piccola ma molto importante per quanti a Taranto sono da sempre "in trincea" ed hanno vissuto direttamente anche le vicende narrate nel bellissimo libro di Carlo Vulpio "La città delle nuvole". Una parte importante della società civile di Taranto non è stata e non è inerte: il mondo delle associazioni e dei comitati cittadini ha fatto analisi, ha presentato denunce, ha sollecitato le autorità locali e nazionali, ha scosso l'opinione pubblica locale e regionale ed ha interessato i media nazionali sull'enorme problema dell'inquinamento di origine industriale che ha compromesso e continua a compromettere l'aria, l'acqua ed il terreno di Taranto. Carlo Vulpio l'ha incontrato questo piccolo mondo e nel suo libro ne ha ricosciuto l'impegno e la spinta decisiva. Il culmine della presenza di questa importante parte della società civile di Taranto contro l'inquinamento ambientale è stato raggiunto da "ALTA MAREA contro l'inquinamento" nella "Marcia dei 20.000 del 29 novembre 2008" nella quale i tarantini hanno reclamato il diritto di vivere in una città meno inquinata. Questa parte importante della società civile di Taranto è ancora più attiva nella difesa della salute e del futuro di tutta la città e soprattutto dei suoi bambini.
Per PeaceLink
Alessandro Marescotti - presidente nazionale
Biagio De Marzo - portavoce nodo di Taranto

martedì 4 novembre 2008

Tutto Vulpio su Taranto

La Redazione del sito www.carlovulpio.it ha aperto una nuova area nel sito di Carlo Vulpio.
Un'area che parla dell'ILVA.

CLICCA QUI, troverai tutti gli articoli di Vulpio sul Corriere della Sera.

mercoledì 22 ottobre 2008

Da Nord a Sud, dal web alla carta stampata: tutti ne parlano!

Taranto e l'Ilva sotto la lente

Dopo che la notizia è stata pubblicata dal Corriere della Sera a pag 23, con l'articolo di Carlo Vulpio, sotto la lente del mondo giornalistico nazionale sono finite Taranto e la industria siderurgica di Emilio Riva, l'Ilva .
Ma insieme all'articolo è stata pubblicata anche una importante Mappa: la mappa dell'Italia Inquinata che porta la firma Peacelink e che rileva come la provincia di Taranto abbia il primato dei veleni industriali, a livello nazionale.
La Mappa che è stata realizzata sulla base dei dati del Registro Ines (delle emissioni di inquinanti tra cui diossine e furani, mercurio, idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), benzene, policlorobifenili, piombo e arsenico), dipinge un quadro nazionale dai toni grigi e neri: toni grigi che interessano Caltanissetta, Venezia, Nuoro e soprattutto Livorno (seconda in classifica) distaccata notevolmente da Taranto, i cui toni sono per questa ragione, piuttosto neri come la pece.
Ora la notizia e la mappa stanno facendo il giro del web: blog, siti internet, reti di mailing list collegate tra loro stanno pubblicando e "postando" la notizia che da caso locale diventa caso d'importanza nazionale, come deve essere.
Esempi sono riportati qui sotto... Buona lettura!

Ambiente: la regione attivati dopo i dati Ines su Livorno
Radio Nostalgia Toscana Lazio
Dopo la pubblicazione dei dati ufficiali del registro Ines, che hanno evidenziato come Livorno sia la seconda città in Italia per emissioni industriali ...

«La provincia di Taranto è la più inquinata d'Italia»
La Gazzetta del Mezzogiorno
BARI – La provincia di Taranto è la più inquinata d’Italia, seguita, ma a grande distanza, da Livorno, Nuoro, Venezia e Caltanissetta: è quanto emerge da ...

CLIMA: FERRERO, SARKOZY HA RAGIONE BERLUSCONI HA TORTO
AGI - Agenzia Giornalistica Italia - Roma,Italy
I fatti li fanno invece industriali come Riva, padre-padrone dell'Ilva di Taranto, che fa profitti sulla pelle dei lavoratori e che si ammalano ai polmoni e ...

C'è una Seveso in Puglia e si chiama Taranto
Il Salvagente - Roma,Italy
“I dati da noi raccolti evidenziano che in linea di massima che i capi che pascolavano nell'area adiacente all'impianto dell'Ilva mostrano livelli di ...

Ilva (Ta): Fiom, azienda non risparmi su misure per ridurre ...
RassegnaOnline - Italy
“L’emergere di dati drammatici e clamorosi sui danni alla salute per l’inquinamento industriale a Taranto, dovuti alle emissioni nocive dell’Ilva, ...

Aria di città: peacelink stila la classifica con i dati del ...
Greenreport - Toscana,Italy
Taranto spicca al primo posto proprio grazie a valori di diossine, tutte di derivazione dalle acciaierie Ilva, che ammontano a 91,5 grammi/anno, ...

elezionitaliane: il portale di approfondimento sulla plitica
A 13 anni ha il tumore da fumo. «E’ la diossina»
elezionitaliane - benevento,benevento,Italy
«Un vestito su misura per l’Ilva di Emilio Riva», dicono le associazioni ambientaliste. «Siamo in regola e abbiamo anche investito 450 milioni di euro per ...




Registro Ines, provincia di Livorno seconda in Italia per ...
inToscana
Taranto è la città in cui si concentra la maggior percentuale di diossina emessa nel nostro Paese. Un dato conosciuto e su cui gli amministratori regionali ...

Veleni industriali, Bergamo al 12° posto in Italia nell'aria ...
Bergamonews - 18 ore fa
Taranto risulta la più grande "produttrice" di diossina nazionale: dalle sue ciminiere esce il 92% del totale. Il resto proviene da altre quattro province: ...
Inquinamento industriale
L'Eco di Bergamo
Per queste due città l'indice statistico ricavato dalla somma delle percentuali delle emissioni industriali annuali di mercurio, diossina, Ipa, benzene, ...
Se l'Italia non rispetta Kyoto
Drammaturgia
A Taranto e altrove si muore di diossina ma l’Italia – insieme ad altri paesi che che non sono i più avanzati d’Europa – vuole andare oltre i limiti a suo ...