Taranto, evasa ecotassa per 1,4 milioni. Denunciato all’autorità amministrativa un imprenditore. Nel 2006 sequestro di 90mila mq di fanghi da bonificare
Un imprenditore tarantino ha evaso 1,4 milioni di tributo speciale (ecotassa). È quanto emerso a conclusione di controlli, effettuati dai militari del Comando provinciale della Guardia di finanza, dopo il sequestro di fanghi di dragaggio provenienti dai fondali del porto di Taranto e riversati in una discarica abusiva. Per questo motivo un imprenditore è stato denunciato all’autorità amministrativa.
LA VICENDA - A quanto si è saputo, la vicenda ha avuto origine dal sequestro nel 2006 di un’area di 60.000 metri quadrati nelle vicinanze di punta Rondinella, di proprietà dell’Autorità portuale ma affidata in gestione alla società «Terminal Container Taranto» (Tct), concessionaria per la movimentazione dei container nell’area portuale. Sul luogo erano stati depositati circa 90.000 metri cubi di fanghi di dragaggio (pari a circa 137.000 tonnellate di materiali), nonostante essa rientrasse nei siti di interesse nazionale da sottoporre a preventiva bonifica.
LE SOSTANZE SMALTITE - Dalle indagini è emerso che i responsabili pro-tempore dell’Autorità portuale avrebbero falsamente comunicato al ministero dell’Ambiente che i fondali di accesso all’area portuale erano ostruiti e che i detriti presenti non consentivano il libero transito delle navi. Nella circostanza, il ministero autorizzò in via d’urgenza l’esecuzione dei dragaggi a favore della Tct, con la rimozione dei fanghi che, da successive analisi effettuate dall’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (Icram) di Roma e dall’Arpa di Taranto, sono risultati contaminati da metalli pesanti quali piombo, zinco e arsenico in misura superiore ai limiti ammessi. (CdM)
Visualizzazione post con etichetta fanghi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fanghi. Mostra tutti i post
martedì 27 luglio 2010
lunedì 9 novembre 2009
Ilva trema: è finita la pacchia?
GLI SVILUPPI DELL’INCHIESTA DELLA FINANZA SUI MOLI DATI IN CONCESSIONE DAL DEMANIO AL GRUPPO DI EMILIO RIVA
Aree portuali inquinate ecco cosa rischia l’Ilva: Sequestro definitivo se l’azienda non correrà subito ai ripari. Sono stati contestati la gestione non autorizzata di rifiuti e il rilevante danno ambientale.
«Se l’Ilva non correrà ai ripari sarà definitivo il sequestro dei moli»
• Se le analisi confermeranno i dubbi, se davvero, come si teme, è stato arrecato un danno ambientale di rilevante entità, presto i 93 ettari di moli, banchine ed aree retroportuali (il secondo, terzo, quarto e quinto sporgente del porto di Taranto), assegnati dal Demanio in concessione all’Ilva e sottoposti a sequestro probatorio martedì scorso dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria potrebbero finire sotto sequestro preventivo, con tutto quello che ne potrebbe conseguire per la più grande industria siderurgica d’Europa.
A paventare la possibilità di trasformare il tipo di provvedimento adottato è il procuratore aggiunto Pietro Argentino, titolare dell’inchiesta, che da un lato, nel decreto pochi giorni fa notificato, dispone che «la società abbia in uso quanto sottoposto a sequestro tenuto conto che, ai fini probatori, occorre che almeno sino alle definizione dei riscontri e delle analisi dei fondali posti nelle zone portuali in concessione all’Ilva in quelle immediatamente prospicienti, la situazione dello stato delle attività, dei luoghi e delle cose rimanga tal quale» e dall’altra, avverte che «in mancanza delle rimozione delle deficienze riscontrate nell’effettuare le attività - sia quelle di natura tecnica sia quelle connesse al possesso delle necessarie autorizzazioni - entro il più breve tempo possibile, potrà essere richiesto il mantenimento del presente provvedimento ai fini preventivi » .
Il decreto di sequestro dell’altro giorno, controfirmato dal procuratore capo Franco Sebastio, segue quello del 5 febbraio scorso quando i militari delle Fiamme Gialle, guidati dal colonnello Nicola Altiero e dal tenente colonnello Giuseppe Pastorelli, misero i sigilli a 1700 tonnellate di rifiuti specili costituiti da «bricchette» stoccate nell’area demaniale senza alcun tipo di autorizzazione.
Il lavoro delle fiamme gialle ha mosso i suoi passi da una duplice considerazione: la presenza sul sito di rifiuti industriali di ogni genere, che però l’Ilva non considera come tali, e la mancanza assoluta di scarichi per le acque meteoriche e di dilavaggio. In sostanza, secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza, tutte le acque accumulate sui pontili e sulle banchine, finivano a mare.
I militari avrebbero riscontrato che la raccolta delle acque avveniva in 11 vasche. Dopo la sedimentazione, la stessa acqua sarebbe stata utilizzata per bagnare i piazzali e per il lavaggio delle aree esterne. In assenza di scarichi autorizzati, si legge nel provvedimento di sequestro, le acque reflue devono intendersi al pari di rifiuti allo stato liquido e, come tale, andrebbero certificati con una specifica documentazione. Per questo gli inquirenti hanno ipotizzato la gestione non autorizzata di rifiuti.
I militari avrebbero anche accertato la presenza di idrocarburi in percentuali molto elevate. L’operazione, che riguarda anche la zona demaniale adiacente ai pontili, è stata compiuta in collaborazione con i tecnici dell’Arpa Puglia. Questi ultimi, aiutati dai sommozzatori delle fiamme gialle e dagli uomini della Sezione aeronavale, hanno prelevato campioni sui fondali marini, prospicienti le aree sottoposte a sequestro. I militari hanno avviato anche una serie di accertamenti di natura fiscale allo scopo di verificare il pagamento della cosiddetta ecotassa.
Nelle aree sequestrate, che si estendono per la precisione su 931.000 metri quadrati e dove avviene il carico e lo scarico di materie prime e prodotti finiti, l’Ilva avrebbe stoccato anche rifiuti speciali solidi e liquidi, in violazione della concessione demaniale che non fa alcun riferimento ai rifiuti.
Per ora sono 3 le persone finite sotto inchiesta. Si tratta di Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento, del responsabile dell’area «sbarco merci» Giuseppe Manzulli e del responsabile dell’area logistica «prodotti finiti» Antonio Colucci.
Lo scorso 7 ottobre nel corso di un sopralluogo compiuto dai finanzieri sul secondo sporgente, sulla parte del piazzale non dotata di pavimentazione, fu constatata la presenza di una vasta depressione del manto stradale, colma di reflui e fanghi frammisti ad oli minerali. Le analisi di alcuni campioni effettuata dall’Arpa hanno evidenziato, tra l’altro, la presenza di idrocarburi totali in percentuali elevate e fuori parametro.
MIMMO MAZZA (La Gazzetta di Taranto, p.IV)
Aree portuali inquinate ecco cosa rischia l’Ilva: Sequestro definitivo se l’azienda non correrà subito ai ripari. Sono stati contestati la gestione non autorizzata di rifiuti e il rilevante danno ambientale.
«Se l’Ilva non correrà ai ripari sarà definitivo il sequestro dei moli»
• Se le analisi confermeranno i dubbi, se davvero, come si teme, è stato arrecato un danno ambientale di rilevante entità, presto i 93 ettari di moli, banchine ed aree retroportuali (il secondo, terzo, quarto e quinto sporgente del porto di Taranto), assegnati dal Demanio in concessione all’Ilva e sottoposti a sequestro probatorio martedì scorso dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria potrebbero finire sotto sequestro preventivo, con tutto quello che ne potrebbe conseguire per la più grande industria siderurgica d’Europa.
A paventare la possibilità di trasformare il tipo di provvedimento adottato è il procuratore aggiunto Pietro Argentino, titolare dell’inchiesta, che da un lato, nel decreto pochi giorni fa notificato, dispone che «la società abbia in uso quanto sottoposto a sequestro tenuto conto che, ai fini probatori, occorre che almeno sino alle definizione dei riscontri e delle analisi dei fondali posti nelle zone portuali in concessione all’Ilva in quelle immediatamente prospicienti, la situazione dello stato delle attività, dei luoghi e delle cose rimanga tal quale» e dall’altra, avverte che «in mancanza delle rimozione delle deficienze riscontrate nell’effettuare le attività - sia quelle di natura tecnica sia quelle connesse al possesso delle necessarie autorizzazioni - entro il più breve tempo possibile, potrà essere richiesto il mantenimento del presente provvedimento ai fini preventivi » .
Il decreto di sequestro dell’altro giorno, controfirmato dal procuratore capo Franco Sebastio, segue quello del 5 febbraio scorso quando i militari delle Fiamme Gialle, guidati dal colonnello Nicola Altiero e dal tenente colonnello Giuseppe Pastorelli, misero i sigilli a 1700 tonnellate di rifiuti specili costituiti da «bricchette» stoccate nell’area demaniale senza alcun tipo di autorizzazione.
Il lavoro delle fiamme gialle ha mosso i suoi passi da una duplice considerazione: la presenza sul sito di rifiuti industriali di ogni genere, che però l’Ilva non considera come tali, e la mancanza assoluta di scarichi per le acque meteoriche e di dilavaggio. In sostanza, secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza, tutte le acque accumulate sui pontili e sulle banchine, finivano a mare.
I militari avrebbero riscontrato che la raccolta delle acque avveniva in 11 vasche. Dopo la sedimentazione, la stessa acqua sarebbe stata utilizzata per bagnare i piazzali e per il lavaggio delle aree esterne. In assenza di scarichi autorizzati, si legge nel provvedimento di sequestro, le acque reflue devono intendersi al pari di rifiuti allo stato liquido e, come tale, andrebbero certificati con una specifica documentazione. Per questo gli inquirenti hanno ipotizzato la gestione non autorizzata di rifiuti.
I militari avrebbero anche accertato la presenza di idrocarburi in percentuali molto elevate. L’operazione, che riguarda anche la zona demaniale adiacente ai pontili, è stata compiuta in collaborazione con i tecnici dell’Arpa Puglia. Questi ultimi, aiutati dai sommozzatori delle fiamme gialle e dagli uomini della Sezione aeronavale, hanno prelevato campioni sui fondali marini, prospicienti le aree sottoposte a sequestro. I militari hanno avviato anche una serie di accertamenti di natura fiscale allo scopo di verificare il pagamento della cosiddetta ecotassa.
Nelle aree sequestrate, che si estendono per la precisione su 931.000 metri quadrati e dove avviene il carico e lo scarico di materie prime e prodotti finiti, l’Ilva avrebbe stoccato anche rifiuti speciali solidi e liquidi, in violazione della concessione demaniale che non fa alcun riferimento ai rifiuti.
Per ora sono 3 le persone finite sotto inchiesta. Si tratta di Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento, del responsabile dell’area «sbarco merci» Giuseppe Manzulli e del responsabile dell’area logistica «prodotti finiti» Antonio Colucci.
Lo scorso 7 ottobre nel corso di un sopralluogo compiuto dai finanzieri sul secondo sporgente, sulla parte del piazzale non dotata di pavimentazione, fu constatata la presenza di una vasta depressione del manto stradale, colma di reflui e fanghi frammisti ad oli minerali. Le analisi di alcuni campioni effettuata dall’Arpa hanno evidenziato, tra l’altro, la presenza di idrocarburi totali in percentuali elevate e fuori parametro.
MIMMO MAZZA (La Gazzetta di Taranto, p.IV)
Argomenti
fanghi,
ILVA,
porto,
scarico abusivo,
sequestro
martedì 3 novembre 2009
Eppur si muove...
...la giustizia!
Sigilli ai pontili dell'Ilva: tre denunciati. Taranto, la guardia di finanza sequestra un'area del porto da 930mila mq piena di materiali speciali
Sono stati posti sotto sequestro probatorio con facoltà d’uso i pontili utilizzati dall’Ilva di Taranto nello scalo portuale per lo sbarco delle materie prime e l’imbarco dei prodotti finiti. L’operazione - che riguarda anche la zona demaniale adiacente ai pontili - è stata compiuta da militari della guardia di finanza su mandato della magistratura. Per questo sono state denunciate tre persone.
PRELEVATI CAMPIONI SUI FONDALI MARINI - In collaborazione con i tecnici dell’Arpa Puglia, sono stati prelevati campioni sui fondali marini, prospicienti le aree sottoposte a sequestro. I militari stanno anche facendo accertamenti di carattere fiscale. Nelle aree sequestrate, che si estendono su 931.000 metri quadrati, avviene - a quanto è stato reso noto - lo stoccaggio di rifiuti speciali solidi e liquidi, il carico e lo scarico di materie prime e prodotti finiti.
ASSENZA DI SISTEMA ACQUE PIOVANE - Il provvedimento giudiziario - ha reso noto l’Ilva - contesta «l’assenza di un sistema per la raccolta ed il trattamento delle acque meteoriche oltre alla gestione non autorizzata di materiali di risulta presenti sui pontili». «In questa fase di esclusivo accertamento dei fatti ipotizzati - è detto ancora in una nota - l’Ilva sta fornendo ampia collaborazione al personale della Guardia di Finanza per l’espletamento delle indagini di rito e per l’esecuzione del mandato di sequestro probatorio». Infine, «l’Ilva confida, al fine di accertare l’assenza di responsabilità, in una rapida conclusione delle indagini».
Ugo Ferrero (Corriere del Mezzogiorno)
Sigilli ai pontili dell'Ilva: tre denunciati. Taranto, la guardia di finanza sequestra un'area del porto da 930mila mq piena di materiali speciali
Sono stati posti sotto sequestro probatorio con facoltà d’uso i pontili utilizzati dall’Ilva di Taranto nello scalo portuale per lo sbarco delle materie prime e l’imbarco dei prodotti finiti. L’operazione - che riguarda anche la zona demaniale adiacente ai pontili - è stata compiuta da militari della guardia di finanza su mandato della magistratura. Per questo sono state denunciate tre persone.
PRELEVATI CAMPIONI SUI FONDALI MARINI - In collaborazione con i tecnici dell’Arpa Puglia, sono stati prelevati campioni sui fondali marini, prospicienti le aree sottoposte a sequestro. I militari stanno anche facendo accertamenti di carattere fiscale. Nelle aree sequestrate, che si estendono su 931.000 metri quadrati, avviene - a quanto è stato reso noto - lo stoccaggio di rifiuti speciali solidi e liquidi, il carico e lo scarico di materie prime e prodotti finiti.
ASSENZA DI SISTEMA ACQUE PIOVANE - Il provvedimento giudiziario - ha reso noto l’Ilva - contesta «l’assenza di un sistema per la raccolta ed il trattamento delle acque meteoriche oltre alla gestione non autorizzata di materiali di risulta presenti sui pontili». «In questa fase di esclusivo accertamento dei fatti ipotizzati - è detto ancora in una nota - l’Ilva sta fornendo ampia collaborazione al personale della Guardia di Finanza per l’espletamento delle indagini di rito e per l’esecuzione del mandato di sequestro probatorio». Infine, «l’Ilva confida, al fine di accertare l’assenza di responsabilità, in una rapida conclusione delle indagini».
Ugo Ferrero (Corriere del Mezzogiorno)
sabato 24 ottobre 2009
Sepolcri imbiancati
L'ambiente all'italiana nelle bonifiche di Venezia. Cronache da un futuro possibile.
(per prevenire...)
(per prevenire...)
lunedì 19 ottobre 2009
Scarichi Ilva, dati alla mano...
Ecco le analisi dei fanghi raccolti in prossimità dello scarico Ilva in Mar Grande, commissionate dall'Associazione Caretta Caretta forniteci dal suo presidente Fabio Matacchiera.



Argomenti
analisi,
Cnr,
fanghi,
ILVA,
matacchiera,
scarico abusivo
giovedì 15 ottobre 2009
Associazioni e cittadini indagano al posto delle istituzioni
SECONDO VIDEO SHOCK.
Il gruppo speciale dell'associazione CARETTA CARETTA, guidato dal sottoscritto Fabio Matacchiera e costituito, nella circostanza del video, dagli associati più coraggiosi ed intraprendenti, effettuò , negli anni dal 1992 al 1997, numerosissimi appostamenti, durante la notte, presso i canali Ilva di Taranto. In quei luoghi furono raccolte innumerevoli prove video, fotografiche e campioni di sostanze sulle quali furono effettuate analisi di laboratorio. La documentazione probatoria fu consegnata alla Procura della Repubblica di Taranto, unitamente agli esposti. In quegli anni furono effettuati appostamenti anche durante le notti di Natale, Santo Stefano e Capodanno, in considerazione del fatto che in quelle date si presumevano maggiori e fuori controllo gli sversamenti in mare di sostanze pericolose. All'epoca dei fatti descritti, la ASL di Taranto ed il suo dirigente del settore chimico, fisico e microbiotossicologico rassicuravano l'opione pubblica del fatto che tutto era sotto controllo e che anche ed i dati analitici erano a norma, contrariamente a quanto l'associazione rilevava. Frequentissimi erano gli sversamenti di sostanze catramose ed oleose attraverso i canali di raffreddamento ILVA che confluivano in mare e si accumulavano sui fondali.
Il CNR di Taranto, parallelamente al lavoro dell'associazione, fornì dati ufficiali allarmanti (in possesso dello scrivente e disponibili su richiesta). Questi ultimi dimostrarono che in tutti i campioni di sedimento marino, prelevati davanti ai canali ilva, anche a distanza di alcuni km, elevata era la presenza degli IDROCARBURI POLICICLICI AROMATICI, come il FENANTRENE, l'ANTRACENE, il FLUORANTENE ed i micidiali BENZO(a)PIRENE E CRISENE (particolarmente cancerogeni e mutagenI). In più, la relazione del CNR così espose: " ... oltre al materiale in sospensione, i reflui ILVA contengono un pool di inquinanti tossici come AMMONIACA, CIANURI, FENOLI, OLI MINERALI E METALLI PESANTI" . Anche i risultati delle analisi chimiche commissionate dall'associazione Caretta Caretta al centro specializzato di SIDERNO (RC) "RICERCHE & ANALISI SERVICE" non furono molto confortanti, in quanto risultò che, oltre alla presenza di IPA (idrocarburi policiclici aromatici), vi erano elevate quantità di solventi organici non alogenati come il temutissimo BENZENE. Testualmente il referto, firmato dal chimico, dott. Giuseppe Tassone, classificò i campioni come "RIFIUTI SPECIALI TOSSICI E NOCIVI, DESTINATI AD IMPIANTI DI TRATTAMENTO E/O TERMODISTRUZIONE".
L'associazione guidata dallo scrivente, in seguito ad UNA INDAGINE PRESSO LA CAMERA DI COMMERCIO DI TARANTO scopriì CHE IL DIRIGENTE DELLA ASL/TA1, A CUI SPETTAVA IL COMPITO UFFICIALE DI ESPRIMERSI IN MATERIA AMBIENTALE, RISULTAVA ESSERE SOCIO DI MAGGIORANZA DI UNA DITTA CHE EFFETTUAVA LAVORI PRIVATAMENTE ALL'INTERNO DELL'ILVA CON FATTURATI DA CAPOGIRO. Il dirigente fu denunciato dal sottoscritto PER PRESUNTA INCOMPATIBILITA' DEI RUOLI (QUELLO ISTITUZIONALE E QUELLO PRIVATO IN AFFARI CON L'ILVA STESSA ), quest'ultimo morì nel 2004 per male incurabile.
Il sottoscritto ringrazia con grande affetto ed ammirazione tutti i soci di CARETTA CARETTA che (negli anni dal 1991 al 1998) con il loro apporto hanno reso incisiva lazione dell'associazione nel settore ambientale a Taranto. Caretta caretta ha rappresentato un punto di riferimento per coloro che amano il territorio jonico. A causa dei rischi, delle minacce subite e di un paio di gravi attentati subiti, l'associazione dovette interrompere il suo lavoro nel 1998.
Con la speranza che tutti i sacrifici fatti non siano stati vani e che possano contribuire a sensibilizzare le coscienze dei tarantini, al fine di cambiare le sorti di questa sfortunata città, lo scrivente rende disponibili i video ed eventualmente ogni prova documentale. Firmato: Fabio Matacchiera, sempre orgoglioso dei suoi ex carettiani.
nota bene: SEGUIRA' TERZO VIDEO. LE ANALISI CHIMICHE POSSONO ESSERE RICHIESTE IN FORMATO PDF a: fabio@studiomatacchiera.it
Argomenti
fanghi,
ILVA,
mare,
matacchiera,
scarico abusivo,
video
sabato 15 novembre 2008
Ma cosa c'è nel mare di Taranto?
Argomenti
depuratore,
diossina,
dragaggi,
fanghi,
ILVA,
matacchiera,
mercurio,
talassografico
Iscriviti a:
Post (Atom)
