sabato 29 ottobre 2011

FOSSE VERO!!!

Uso di acqua potabile all'Ilva, tariffe quintuplicate per lo spreco
Scatta la linea dura dopo i tentativi falliti con l'acciaieria di Taranto per l'utilizzo di fonti di approvvigionamento alternative. Sconto per i contadini

Uso di acqua potabile all'Ilva tariffe quintuplicate per lo spreco Lo stabilimento Ilva di Taranto
Ilva con le spalle al muro. Sarà costretta a pagare di più, molto di più, per l'acqua potabile che da sempre continua a consumare perché l'acciaio sia raffreddato. La "revisione del modello tariffario" stabilita dall'assessore della giunta Vendola Fabiano Amati d'intesa col governatore della Basilicata Vito De Filippo, scatterà a partire dal 2012, quando l'aumento sarà del 250 per cento; per il 2013, del 400 per cento; il rialzo del 2014, toccherà quota 500 per cento. A conti fatti, la più grande azienda siderurgica d'Europa dovrà tirare fuori dalla tasca nei prossimi tre anni tra i 6 e i 12 milioni di euro. Come stanno le cose, invece, versa nelle casse lucane per il prelievo di 250 litri al secondo dall'invaso del Sinni, circa 2 milioni 500mila euro.
Amati spiega così il pugno di ferro: "La mia priorità è dare da bere ai pugliesi. Ecco perché recuperare 250 litri al secondo non è come svuotare il mare con un cucchiaio. Parliamo piuttosto, di una vera e propria valanga d'acqua che sarebbe custodita all'interno della diga Pappadai tirata su nel Tarantino e per la cui realizzazione abbiamo investito diversi miliardi, ma che rischia di diventare la classica cattedrale nel deserto". Sì, insomma, ancora non funziona perché il negoziato con il gruppo Riva segna il passo e, alla fine, si arena.
Era da un paio d'anni che Amati tentava di fare scendere a patti il colosso della siderurgia. Tutto inutile. Dal quartier generale dei Riva
a Taranto, avevano fatto sapere che si trattava di una buona idea. Ma niente di più. L'assessore racconta: "Avevamo proposto ad Ilva di utilizzare il GennariniBellavista, un depuratore che avremmo realizzato a spese della collettività nel capoluogo ionico e che sarebbe stato affidato alle cure di Acquedotto pugliese. La stessa Ilva tuttavia, si sarebbe fatta carico di provvedere ai costi di gestione dell'impianto adoperato per il "riciclo" dell'acqua. In questo caso avrebbero sostenuto un esborso di poco superiore al milione di euro".
Fra lettere formali e chiacchiericci, la trattativa va avanti dal mese di ottobre del 2010. Ieri, la spallata: il comitato di coordinamento per l'accordo PugliaBasilicata, a Potenza decide il giro di vite. Risultato: s'impenna alle stelle il prezzo dell'oro blu, ma solo quello destinato all'uso industriale; cala quello per l'uso agricolo, meno 25 per cento.
Amati non ha dubbi: "Andiamo verso un governo più sostenibile delle risorse idriche soprattutto attraverso azioni di riduzione degli sprechi e dei consumi, senza dimenticare le questioni legate al recupero e al riuso. Quanto alla componente industriale che appare penalizzata, speriamo che il ritocco di questo tributo stimoli il ricorso a fonti di approvvigionamento alternative quali il riutilizzo delle acque reflue affinate". (Repubblica Bari)

giovedì 27 ottobre 2011

Ottimismo?

Il dinamismo gentile. Il coraggio di due anime aperte al mondo

I numeri aiutano a capire, ma non riescono a spiegare tutto. Tanto più per una regione che assomiglia a tanti mondi diversi riuniti insieme, per un destino strano, dalla geografia. Si guarda da un lato e si vedono gli altiforni dell’Ilva, si osserva l’interno e si vedono le Masserie trasformate in questi anni da case fortificate in luoghi d’accoglienza di grande fascino. Si guarda al distretto dei divani e si vede la crisi che pure agita l’economia ma soprattutto il tentativo di trovare vie d’uscita. Magari nuove, come accade per Natuzzi. Si guarda all’università e si scopre che il Politecnico di Bari viene considerato uno dei punti di forza dell’economia regionale. L’eccellenza dell’istituto di nanotecnologie di Lecce. Deve significare qualcosa se il porto di Taranto rappresenta il terzo scalo merci in Italia.
Segno di un sistema che fa dell’apertura verso il mercato uno dei suoi tratti distintivi. E allora vale la pena scorrere qualche numero: la fotografia che scatta la Banca d’Italia dice di una regione nella quale le esportazioni sono cresciute del 20% rispetto a una media nazionale di poco superiore al 15%.
Come dire: dove il mercato interno è frenato la strada è quella di aprirsi. Dall’aeronautica di Foggia e Grottaglie alla meccatronica. E segnali positivi si intravedono anche in un settore tradizionale come l’abbigliamento. E poi il turismo, quella voce dell’industria leggera che rappresenta ormai per la Puglia una strada in crescita: le presenze straniere sono aumentate del 10% rispetto al 4% degli arrivi nazionali. Segno di politiche per l’accoglienza che cominciano a dare i loro risultati. Un’economia soft che convive con quella che una volta si definiva l’industria pesante. La siderurgia, appunto. Perché è dalla combinazione di queste due anime che il tessuto produttivo ha qualche chance di reagire alle difficoltà.
Sbaglierebbe chi pensa di trasformare il territorio pugliese in un grande albergo a cinque stelle, ma certo l’illusione industrialista assoluta ha segnato il suo tempo. Così c’è un altro numero che dimostra la vitalità di questo che potremmo definire il dinamismo gentile: il numero dei brevetti, che nel periodo tra il 2002 e il 2007, scrive sempre la Banca d’Italia, è raddoppiato. Un sensore delle idee che rendono vivo il tessuto imprenditoriale. Certo i dati della cassa integrazione richiamano la necessità di affrontare anche qui una situazione di difficoltà che riguarda tutto il Paese. Ma vale la pena ricordare l’iniziativa della Regione dal nome curioso «Bollenti spiriti», che consente ai giovani di avviare un’iniziativa economica. La domanda di attenzione per le nuove idee resta sempre molto alta. La Puglia, anche in questo, mostra un po’ di coraggio in più.

Eccola là, ogni tanto rispunta l'inchiesta. Poi?

Il reportage - INCHIESTA SUL PIÙ GRANDE CENTRO SIDERURGICO D’EUROPA
Taranto si protegge dai veleni dell’Ilva. La rivolta contro l’inquinamento da diossina ha dato i primi frutti. Ma la città chiede ulteriori iniziative

Cinquant’anni e poco più del centro siderurgico Ilva possono bastare per tracciare un bilancio e parlare del suo rapporto con la città di Taranto. Del resto, spesso e volentieri, nei bar e nella centralissima via D’Aquino, il corso dello struscio tarantino, non si parla che di lei, dell’Ilva, quasi fosse una donna di facili costumi. Sulla bocca di tutti. E che, secondo un report della Banca d’Italia del 2008, costituirebbe il 75% del Pil di Taranto e della sua provincia. E allora, una prima forte risposta la città, all’acciaieria in casa, la doveva dare. E l’ha data con due marce di protesta, sommando quella del 2008 e del 2009: 40 mila uomini in corteo contro il polo siderurgico. Stesso numero della mitica marcia dei colletti bianchi della Fiat nel 1980. E i numeri, si sa, non tradiscono mai.
A proposito, all’interno del più grande centro siderurgico d’Europa ci lavorano 11.500 operai, più di mille impiegati e tremila anime nell’indotto. Certo, l’errore, per usare un eufemismo che agli ambientalisti farebbe tornare il buonumore, fu quello di costruirla a ridosso di un quartiere della città, i Tamburi. Ma il tempo aiuta ad analizzare i problemi da diversi punti di vista. «Per decenni Taranto ha sopportato l’insopportabile, subendo lo stabilimento. Ora, a seguito di una maggiore sensibilità delle istituzioni, l’Ilva ha cominciato ad occuparsi di problematiche ambientali; del resto, per farlo, la legge 59 del ’95 costringeva anche il polo siderurgico a dotarsi delle migliori tecniche disponibili». Giorgio Assennato - direttore dell’Arpa pugliese - tra i più validi esperti di questioni ambientali, non è tipo da credere agli slogan o alle contestazioni tout court che non portano da nessuna parte. Sul rapporto tra Ilva e città, la pensa così: «L’unica forma di dialogo può avvenire su basi tecnico-scientifiche». Ma cosa è cambiato in questi ultimi anni? Bene, subito una sorpresa: un piccolo mea culpa da parte del gruppo Ilva. «Possiamo affermarlo senza problemi: siamo stati in silenzio, non abbiamo raccontato ciò che avveniva in questi anni all’interno dell’azienda, ma non appena ci siamo aperti, non è che dall’altra parte l’accoglienza sia stata così calorosa», osservano dalle relazioni esterne. Sul tavolo molte le novità, come questa: «Vogliamo essere un modello di ecocompatibilità». E se non fosse per il gioco di parole, potremmo aggiungere: compatibilmente con la diossina. «L’8,8% dell’inquinamento europeo da diossina proviene dall’Ilva di Taranto»: dai titoloni sparati nella primavera del 2005. E oggi che accade? «Beh, grazie alle due marce storiche della città, siamo riusciti a far approvare dalla regione Puglia l’abbassamento della soglia di diossina fino a 0,4 milligrammi al metro cubo», ricorda Leo Corvace, storico rappresentante di Legambiente della provincia tarantina.
Bisogna ammetterlo, però: al di là del muro, tra camini e nastri trasportatori, si è lavorato parecchio. «Sono stati spesi 4,4 miliardi di euro per migliorare gli impianti di produzione, e di questi, il 25% solo per la compatibilità ambientale. Per le emissioni di diossina, per esempio, siamo riusciti ad arrivare, in un anno e mezzo, da 2,5 a 0,4 nanogrammi al metro cubo», ricorda Adolfo Buffo, responsabile per le politiche di qualità, ambiente e sicurezza dell’Ilva. Ci sarà lui, nella seconda metà di novembre, ad illustrare alla città il terzo rapporto ambiente e sicurezza made in Ilva. «Certo, c’è stato qualche piccolo problema, all’inizio del 2011, con fuoriuscite dello 0,7 ma ci stiamo lavorando». Così come sarebbe alle porte quel referendum consultivo, pensato da Taranto Futura, nel quale verrà chiesto alla città se vuole cancellarla del tutto, l’Ilva. «È chiaro che proposte di questo tipo destabilizzano e confondono», osserva ancora Buffo, il quale fa notare quanto iniziative come quelle di «Porte aperte all’Ilva», del progetto «A scuola senza zaino», o della chiesa restaurata nel quartiere Tamburi ricostruiscano i rapporti col territorio. Il dubbio: ma un’azienda da sei miliardi di euro di fatturato come mai non riesce ad utilizzare una piccola somma per costruire un teatro comunale, un centro polifunzionale, qualcosa
che dia lustro alla città? La risposta è in altre piccole cose fatte, anche se il cambio di passo dovrebbe essere annunciato dall’Ilva molto presto. Al massimo le basterebbe sapere se è vero che, stando ai rilevamenti di metà ottobre 2011, è stato sforato il limite annuo delle polveri sottili nel quartiere Tamburi ossia quelle più vicine all’Ilva. «Siamo a 40 superamenti del limite di legge in via Machiavelli e 37 in via Archimede, quando la normativa ne ammette massimo 35 ihttp://www.blogger.com/img/blank.gifn un anno», dice Alessandro Marescotti, ambientalista e presidente di Peacelink, uno di quei tarantini a cui non dispiacerebbe mettersi intorno a un tavolo e discutere di Ilva, città e ambiente. (CdM)

Beh, beh. Non esageriamo...

E dal pianeta Marta parte la rinascita culturale
Il Museo nazionale archeologico è diventato la calamita per turisti e appassionati di tutto il mondo

«La città che vogliamo», per usare uno slogan di una kermesse locale, a Taranto l’hanno capito quale potrebbe essere. Buttatisi idealmente alle spalle l’impianto siderurgico Ilva, l’Arsenale, oltre ad una serie di industrie che ormai hanno raggiunto il massimo di sopportazione dialettica, si avverte una palpabile voglia di rinascita culturale. Pronta a ripartire dall’asse via Duomo, che spacca in due la città vecchia, l’ex acropoli di una realtà che è stata capitale della Magna Grecia, prima di trovarsi a fare i conti con un Borgo - la «città nuova» - nato con l’Unità d’Italia. In mezzo, con il ponte girevole, il Castello Aragonese, avamposto militare e oggi nella nuova versione di acchiappaturisti del simbolo culturale della città, il Marta (da pronunciare con l’accento sulla a finale): il Museo nazionale archeologico. «Ma sarebbe da pazzi farsi la guerra, dopo decenni di buio totale nei cunicoli della cultura». E dicendolo, l’ammiraglio Francesco Ricci, anconetano innamoratosi di Taranto, fuoriesce proprio da uno dei mille cunicoli del Castello. Qui si continua a scavare, sotto la supervisione della sovrintendenza dei Beni architettonici, per un museo a cielo aperto, visitabile notte e giorno grazie ai marinai- guide turistiche. L’arte d’arrangiarsi fa miracoli: dall’inizio dei lavori, nel 2003, ad oggi, ci sono stati quasi 180mila visitatori, stesso numero degli abitanti di Taranto. L’estate scorsa è stato superato il Marta ed un po’ di sale sulla coda è arrivato perfino a Castel del Monte, il sito più visitato della Puglia. «Quest’anno abbiamo avuto 52 mila turisti, a casa di Federico II saranno stati qualcosina in più…», racconta, sorridendo, l’ammiraglio, il cui chiodo fisso resta la ricerca dei fondi: «C’era da pagare l’archeologo Federico Giletti, che è riuscito, aiutato da un team di ragazzi laureatisi in Beni culturali, qui a Taranto, ad individuare il blocco di pietra di carparo su cui è stato costruito il castello, oltre alla scoperta delle mura d’accesso per l’acropoli». Come dire, ci sono sotto i piedi tremila anni di storia e non si riesce a trovare un’anima pia tra gli imprenditori? Più di qualcuno ha invece riposto all’appello, come Franco Marangi - presidente del consorzio Interfidi - il quale ha garantito un altro anno di ricerche. Ma se il restauro del secondo piano dell’edificio militare, nato su progetto di Francesco di Giorgio Martini, porterà alla creazione di un museo dedicato al periodo medievale, l’arte classica che si respira, entrati al Marta, resta qualcosa di unico. Gli ori di Taranto o il sarcofago dell’atleta, per citare due pezzi forti, farebbero la fortuna di qualsiasi città nel mondo. Taranto ha i suoi tempi, dettati anche dalla riapertura del museo nel 2007, dopo dieci anni di chiusura. «Ma tra prestiti e mostre all’estero, non ci siamo fermati», ricorda Antonietta Dell’Aglio, direttrice del Marta. Nel 2010, il Cratere con Dioniso e menadi danzanti, del V secolo a. C., è stato richiesto dal Getty Museum di Malibu; così come il diadema in oro e smalti e l’orecchino a navicella in oro, all’Expo di Shangai hanno brillato davanti a 40mila visitatori al giorno. E per l’Expo di Milano? «Beh, il tema dell’alimentazione farebbe al caso nostro, esponendo tutta una serie di piatti di terra sigillata del IV secolo, o le anfore a staffa del periodo miceneo», osserva Dell’Aglio. Ma la partita si gioca fra Berlino e la Città dei due mari, dopo una guerra dei cent’anni prossima ad una svolta: la restituzione virtuale della Persefone del Pergamum Museum. «Scoperta a Taranto, fu subito portata a Berlino nel 1912; ma per il prossimo anno dovremmo averne una copia in polvere di marmo». Scippati e derubati i tarantini, nel corso dei secoli, anche dalla Chiesa, con qualche piccola eccezione. Vedi l’arcivescovo di Taranto, Lelio Brancaccio, che alla fine del Cinquecento fu quasi un «profeta amaro», come lo definisce Piero Massafra, fondatore, 25 anni fa, della casa editrice Scorpione. «Abbiamo pubblicato tutto il pubblicabile su Taranto, accompagnandola pagina dopo pagina, ma ho l’impressione che non tutti abbiamo compreso che il museo, così come il castello o altri poli culturali, non appartengono a un ente in particolare ma alla stessa città», dice Massafra, teorizzando una rete di impresa culturale. Della quale farebbe parte il Museo diocesano di arte sacra, nel cuore della città vecchia, inaugurato cinque mesi fa. Vi sono conservati mille anni di storia religiosa: dal tesoro del santo patrono Cataldo, alla sezione dedicata alle missioni pastorali dei vescovi. Confessa don Francesco Simone, direttore del Mudi: «Vorremmo che il museo si
Il Castello Aragonese visto da corso Due Mari
aprisse alla città, con mostre temporanee ed eventi: probabilmente il prossimo anno avremo qui il festival di Paisiello». Già, un appuntamento seguitissimo dai giovani, svoltosi nell’ex convento San Francesco, in via Duomo, sede dell’università. Si ritorna sempre lì, nell’acropoli, ma anche nella Taranto più recente, dove, sotto i palazzi anni 70, se scavi, trovi tombe a camera e cinte murarie. Solo che qui, in attesa di fare sistema, si spazza il superfluo con scopa e paletta: due settimane fa, i giovani di Ammazza che piazza, gruppo Facebook, hanno festeggiato e ballato sulle pietre di Archita.

Ancora pecore a pezzi!

Abbattuti altri 200 capi di bestiame per la diossina...quanto ancora dobbiamo aspettare per condannare i responsabili

Comunicato stampa di Altamarea

Mentre e' in corso l'incidente probatorio della magistratura di Taranto per individuare le sorgenti della diossina e pcb che hanno inquinato il territorio e il mare, altre 200 capre tarantine vengono abbattute perche' nelle loro carni l'Istituto Zooprofilattico di Teramo ha riscontrato diossina sopra i limiti di legge.Altamarea ha gia' presentato una proposta di legge perche' vengano indennizzati tutti gli allevatori danneggiati non solo per le perdite subite ma anche per sostenerli nel rilancio della loro attivita' economica. E' compito dei parlamentari e del governo fare in modo che a Taranto vengano applicati tutti i benefici nazionali "per calamita'" gia' adottati in Campania per sollevare il settore zootecnico colpito dalla contaminazione delle mozzarelle di bufala per la diossina. Taranto deve salvare la propria economia e il governo deve intervenire.
Altamarea assiste sconcertatata all'inerzia assoluta delle istituzioni locali anche in merito alle vicende simili che riguardano i miticoltori. Si continua a penalizzare settori importanti dell'economi pulita del territorio senza avviare una presa di posizione forte attraverso gli strumenti che la legge prevede avverso coloro che da decenni continuano ad avvelenare inesorabilmente donne uomini e animali di questa città.
Tutta la comunità, Comune Provincia e Regione compresi, ormai sa da dove proviene la diossina. Altamarea esprime inoltre pieno sostegno alle istituzioni preposte alla tutela della salute pubblica e in particolare agli uomini della Asl che hanno portato avanti il loro compito in situazioni complesse e difficili. Grazie tale perseveranza si e' potuto evitare che finissero nuovamente sulle nostre tavole alimenti contaminati da diossina e quindi cancerogeni e genotossici.

mercoledì 26 ottobre 2011

29 OTTOBRE _UNITI CONTRO IL CARBONE

Il Coordinamento Nazionale No al Carbone aderisce alla GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO IL CARBONE del 29 Ottobre, partecipando alla manifestazione nazionale indetta ad Adria (Ro) ed organizzando in concomitanza presidi nei siti sedi delle inquinanti centrali elettriche a carbone sporco* (Civitavecchia, Brindisi, Vado Ligure, Gualdo Cattaneo, Saline Ioniche).
La combustione del carbone è causa del rilascio di numerosi inquinanti estremamente dannosi per la salute, i cui effetti coinvolgono un’area molto più vasta di quella limitrofa alla centrale e rappresenta la più grande fonte “umana” di inquinamento da CO2.


La nostra presenza sarà la testimonianza concreta dei danni irreversibili che provocano sull’ambiente e sulla salute delle popolazioni, le scelte scellerate di amministratori nazionali, regionali e comunali che, in cambio di compensazioni economiche, rilasciano pareri positivi su progetti di realizzazione di impianti a carbone, svendendo, di fatto, i territori ed imponendo alle popolazioni di vivere vicino ad impianti altamente pericolosi ed inquinanti.
Mostreremo a tutta l’Italia la galleria delle foto realizzate durante l’esercizio dei mostri a carbone sporco*, le testimonianze scientifiche dei danni provocati dalle ricadute inquinanti, dei danni indiretti all’economia agricola, ittica e turistica, costretta a vergognarsi di essere tale vicino ad un mostro che brucia carbone sporco*.

Accettare il carbone vuol dire accettare di svegliarsi la mattina e non riuscire a vedere l’orizzonte, smarrirsi in nuvole grigie che cancellano il blu del cielo, essere immersi in polvere nera che imbratta la tua città come i polmoni di bambini innocenti.
Accettare il carbone, o peggio sostenere la scelta di incrementarne l’uso, significa, inoltre, agire in totale sprezzo delle decisioni assunte dall’Unione Europea di ridurre del 20% emissioni di gas serra entro il 2020.

Il nostro no al carbone sporco* è il no di chi vede negarsi il futuro dagli effetti nefasti di un inquinamento considerato “lecito” e vive umiliato tra le falsità a pagamento delle lobbies e le verità nascoste delle istituzioni preposte ai controlli!
I nostri SI sono per le energie rinnovabili, per quella rivoluzione energetica che prenda la via del risparmio energetico e della produzione di energia finalizzata al soddisfacimento dei fabbisogni reali, realizzata in piccoli impianti, indipendenti dalle spa che pur di ottenere grandi profitti propongono e realizzano i megaimpianti inquinanti.
In Italia la potenza installata (ovvero la potenza massima erogabile dalle centrali), è di circa 106 GW contro una richiesta massima storica di circa 56,8 GW; il contributo delle rinnovabili alla domanda di energia primaria in Italia è pari al 6,7%, mentre il 93% deriva, dunque, da fonti fossili inquinanti quali il carbone.

Il nostro paese Italia, con il suo sole 365 giorni all’anno, può e deve aumentare enormemente l’apporto dell’energia fotovoltaica, per soddisfare il fabbisogno reale dei consumi.
La schizofrenia del sistema energetico Italiano, consente oggi, di aumentare l’apporto del solare, mentre, in contemporanea, le varie lobbies energetiche continuano a farsi autorizzare nuovi impianti a combustibili fossili, contro il volere delle popolazioni.

Come popolo inquinato rivolgiamo appello affinché:
  • venga attuata una moratoria all’utilizzo del carbone quale combustibile;
  • i grandi produttori di energia vengano obbligati a ridurre un kw di energia prodotta con combustibili fossili per ogni kw di energia prodotta con le fonti rinnovabili che si aggiunge in rete.
Solo così potremo pensare di agire nel rispetto delle richieste europee di riduzione del 20% delle emissioni climalteranti ed avviare il paese verso una graduale, fuoriuscita dall’utilizzo di combustibili fossili da realizzarsi nel breve termine; solo

così le popolazioni potranno sperare di liberarsi dal pericolo di installazione di megacentrali sul proprio territorio; solo così potremo pensare di non ipotecare il nostro futuro e realizzare quella rivoluzione energetica che non solo è possibile, ma che ormai è divenuta necessaria ed improcrastinabile.


* il carbone pulito non esiste!

CNNC (Coordinamento Nazionale no al Carbone)


Anche il WWF Brindisi aderisce alla manifestazione del 29. Questo il programma:


A) un punto informativo propedeutico presso Piazza della Vittoria per i
giorni 27 e 28 nel pomerigio
B) Il 29 AL MATTINO una conferenza stampa presso il porticciolo turistico
alle ore 11 (indicativamente) . IL POMERIGIO dalle 17 alle 20.30 una
manifestazione in Piazza della Vittoria nel corso della quale verranno
esposti contributi video e grafici sul tema e verranno donate piante e
piccoli arbusti arborei.

Chi risponde della "strage degli innocenti"?

Chi paga per questi crimini?



"Sembra paradossale il fatto che oggi, mentre all’interno dell’Ilva i periti guidati dal gip Todisco riprendono la Super-perizia, per far luce sull’ipotesi di disastro ambientale formulate dalla Procura di Taranto, a distanza di poche decine di km si consuma l’ennesima mattanza. Oltre 300 capi di bestiame, prelevati questa mattina, sono stati abbattuti perché contaminati da diossina e Pcb con valori oltre i limiti di legge.

Veleni ormai presenti nelle pecore, nei mitili, nei terreni e anche nelle nostre carni.

A distanza di 3 anni continuano a pagare le “vittime” mentre Chi ha inquinato continua a inquinare e chi potrebbe e dovrebbe tutelare la nostra Salute, l’Economia e la Storia di questa Terra continua ad ammiccare alla grande Industria.

Ci chiediamo fino a quando saremo costretti a subire e fino a quando questa Città sarà disposta a pagare un prezzo così alto prima di alzare la testa e di chiedere Verità e Giustizia.

Da parte di questo Comitato, che nel Progetto “nelle tue radici la Vera Identità” ha affrontato sabato e domenica in piazza Della Vittoria, con la presenza e la testimonianza di alcuni allevatori, l’argomento dell’ordinanza che li riguarda, la richiesta che si faccia luce, una volta per tutte, sulle responsabilità di tutti coloro che lasciano morire questo territorio, la sua gente, la sua cultura, la sua economia e contemporaneamente la massima e piena solidarietà agli amici allevatori ai quali, ancora una volta, viene negato il diritto al futuro.

Il Comitato Donne per Taranto"

Perchè si scrive AQP ma si deve ancora leggere SPA!


Puglia. L'Acquedotto è ancora una SpA
Il secondo quesito referendario non è stato attuato e le tariffe non sono state ridotte.



Il Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune” prende spunto dalle recenti affermazioni del Capogruppo del PD alla Regione, il quale insiste sulla necessità di dare reale attuazione all’esito referendario che “impone l’obbligo di una rideterminazione della tariffa con l’esclusione della quota, pari al 7%, relativa alla ‘remunerazione del capitale investito”, sollecitando tutte le forze politiche che siedono nel Consiglio Regionale ad adoperarsi, senza tentennamenti, per la piena attuazione della volontà così chiaramente espressa dai cittadini con i Si ai referendum.

E all’Assessore Amati - che respinge la richiesta del suo capogruppo affermando “non è percorribile ogni richiesta di riduzione della tariffa del servizio idrico integrato, compresa la riduzione del 7% di remunerazione del capitale investito, che è per noi un costo” (http://www.regione.puglia.it/index.php?page=pressregione&id=11468&opz=display) ricordiamo che la “remunerazione del capitale investitonon è un costo come del resto ben sa l’AATO che, nel documento di “RIMODULAZIONE PIANO D’AMBITO 2010-2018 (CAPITOLO)”-, afferma che “La remunerazione del capitale investito rappresenta il ristoro economico e l’incentivoriconosciuto al soggetto gestore per il finanziamento degli interventi mediante l’impiego di mezzi propri”. Allo stesso tempo si fa presente all’Assessore Amati - che nella stessa nota afferma che “L'unica attività consentita in futuro all'Autorità Idrica Pugliese sarà quella di rimodulazione tariffaria sulla capacità reddituale dei Cittadini, senza modificare il piano degli investimenti […]" - che la remunerazione del capitale non incide sul piano degli investimenti che, peraltro viene “recuperato” in tariffa attraverso l’ammortamento e che, comunque, non potrebbe essere imposta da un soggetto di diritto pubblico nel quale l’acquedotto pugliese dovrebbe trasformarsi.

Siamo altresì ancora in attesa che trovi concretizzazione l’impegno assunto dalCapogruppo del SEL alla Regione che, in un comunicato del luglio scorso, aveva annunciato di volersi adoperare “per ricollegare le attese del Comitato e dei referendari all’azione della Giunta regionale”.

In questa fase così drammatica della nostra Nazione, nella quale, indifferente alle esigenze espresse dai cittadini, la politica sembra sempre più arroccata a difendere i propri privilegi e sembra incapace di costruire un vero dialogo con le persone,chiediamo con forza e determinazione che sia ripreso il percorso per la ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese.

NON E’ PLAUSIBILE che dopo quasi sette anni di mandato legislativo della attuale maggioranza di governo regionale - che per ben due campagne elettorali ha fatto della ripubblicizzazione del servizio idrico integrato in Puglia il proprio cavallo di battaglia - l’ACQUEDOTTO PUGLIESE sia ancora una SOCIETA’ PER AZIONI.

Continuiamo e continueremo con inflessibile fermezza a chiedere, a nome degli elettori pugliesi - che in stragrande maggioranza hanno dimostrato adesione al SI all’acqua pubblica - che gli impegni e le dichiarazioni di principio si traducano in atti concreti. Per questo ci associamo all’auspicio del Prof. Alberto Lucarelli affinché“dalla Puglia, prima paladina dell'acqua pubblica in Italia, arrivi un ulteriore segnale di sostegno alla volontà degli oltre 27 milioni di italiani che hanno votato per il referendum, ad esempio, riproponendo i contenuti della legge elaborati dal tavolo tecnico”.

Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”- Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Pecore bianche e nere ma soprattutto morte!

Abbattuti altri 200 capi di bestiame per la diossina...quanto ancora dobbiamo aspettare per condannare i responsabili

Comunicato stampa
Mentre e' in corso l'incidente probatorio della magistratura di Taranto per individuare le sorgenti della diossina e pcb che hanno inquinato il territorio e il mare, altre 200 capre tarantine vengono abbattute perche' nelle loro carni l'Istituto Zooprofilattico di Teramo ha riscontrato diossina sopra i limiti di legge.Altamarea ha gia' presentato una proposta di legge perche' vengano indennizzati tutti gli allevatori danneggiati non solo per le perdite subite ma anche per sostenerli nel rilancio della loro attivita' economica. E' compito dei parlamentari e del governo fare in modo che a Taranto vengano applicati tutti i benefici nazionali "per calamita'" gia' adottati in Campania per sollevare il settore zootecnico colpito dalla contaminazione delle mozzarelle di bufala per la diossina. Taranto deve salvare la propria economia e il governo deve intervenire.
Altamarea assiste sconcertatata all'inerzia assoluta delle istituzioni locali anche in merito alle vicende simili che riguardano i miticoltori. Si continua a penalizzare settori importanti dell'economi pulita del territorio senza avviare una presa di posizione forte attraverso gli strumenti che la legge prevede avverso coloro che da decenni continuano ad avvelenare inesorabilmente donne uomini e animali di questa città.
Tutta la comunità, Comune Provincia e Regione compresi, ormai sa da dove proviene la diossina. Altamarea esprime inoltre pieno sostegno alle istituzioni preposte alla tutela della salute pubblica e in particolare agli uomini della Asl che hanno portato avanti il loro compito in situazioni complesse e difficili. Grazie tale perseveranza si e' potuto evitare che finissero nuovamente sulle nostre tavole alimenti contaminati da diossina e quindi cancerogeni e genotossici.

Una visita scomoda all'Ilva

Mentre si consuma il dramma della masseria Sant’Andrea, continua il lavoro dei periti all’Ilva

Nella stessa mattinata in cui proseguiva all’interno dell’Ilva il sopralluogo dei periti nominati dal gip Patrizia Todisco per far luce sulle ipotesi di disastro ambientale formulate dalla Procura di Taranto, a pochi chilometri di distanza si consumava il dramma dell’allevatore Antonio D’Alessandro.
Oltre duecento capi di bestiame, contaminati da diossina, sono stati prelevati dal servizio veterinario dell’Asl per essere abbattuti. Nel comprensibile sfogo dell’allevatore, c’è il grido di dolore di un’intera città costretta a privarsi, giorno dopo giorno, delle sue risorse tradizionali (dal settore zootecnico a quello mitilicolo), senza che le istituzioni locali avvertano l’impulso di muovere un dito.
E allora le speranze di giustizia dei tarantini continuano ad essere appese al lavoro della Procura che nei mesi scorsi ha ipotizzato i reati di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico, nei confronti del patron dell’Ilva Emilio Riva, del figlio Nicola, del direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, dei dirigenti Ivan Di Maggio e Angelo Cavallo.
Come anticipato, stamattina è proseguito l’incidente probatorio avviato ieri. L’attenzione dei periti si è soffermata sulla verifica dei sistemi di abbattimento, monitoraggio e manutenzione delle emissioni relative ai parchi materie prime. Sotto osservazione anche le nuove campagne di monitoraggio per le emissioni del camino E-312. Tra le questioni toccate anche il prelievo ambientale nell’acciaieria e l’installazione di una centralina di monitoraggio delle emissioni per effettuare una campagna della durata di una settimana nei pressi del Mar Piccolo. I lavori continueranno domani e il 3 novembre con la raccolta di campioni.
All’incidente probatorio hanno preso parte, tra gli altri, i tecnici dell’Ilva Di Tursi, Tomassini e Archinà, l’avv. Brescia, consulente chimico nominato dall’Ilva, la dott.ssa Daniela Spera, nominata dall’avvocato Maria Teresa Mercinelli, costituitasi per conto di un allevatore, Vincenzo Fornaro, uno degli allevatori danneggiati dalla contaminazione di diossina, il consulente della Provincia di Taranto Antonio Carrozzini. (inchiostroverde)

martedì 25 ottobre 2011

sabato 22 ottobre 2011

Crisi d'acciaio!

Cig all’Ilva? Si attende il 2012
Dal 30 ottobre si ferma il Treno nastri 1. Marcia ridotta per i due Tubifici

«La situazione è molto delicata. I vertici Ilva per qualche giorno resteranno ancora in stand by per capire quale sarà il quadro degli ordini del primo trimestre del 2012. Se la situazione si normalizzerà non ci saranno ripercussioni sull’occupazione; se invece il trend peggiorerà ancora, si aprirà nuovamente la possibilità di ricorrere agli ammortizzatori sociali».
Così Rocco Palombella, segretario generale della Uilm nazionale tratteggia la situazione nel più grande centro siderurgico d’Italia. Già lo scorso 7 ottobre il “Corriere” aveva anticipato la possibilità che lo stabilimento ionico nei prossimi mesi potesse fare ricorso alla cassa integrazione e questo scenario, purtroppo, sembra farsi concreto.
«L’apertura di una nuova procedura per la richiesta di cig in uno stabilimento delle dimensioni dell’Ilva – spiega Palombella – è una procedura molto complessa. L’azienda prima di avanzare qualsiasi richiesta vuole essere certa dello scenario futuro. Purtroppo siamo ripiombati in una fase di incertezza. La ripresa che sembrava essersi avviata almeno nel settore industriale, si è rivelata solo un sussulto che ora rischi di cadere in una nuova fase di recessione e le aziende rischiano di vanificare gli elementi postivi dei mesi scorsi».
Una situazione che non vale solo per l’Ilva e per l’Italia ma che riguarda tutte le nazioni. «Torno da due giorni di incontri a Bruxelles e in tutta l’area euro c’è una situazione analoga. Francia, Spagna, Germania hanno gli stessi nostri problemi. E’ urgente definire un patto per lo sviluppo ma non solo per l’Italia, serve un’iniziativa congiunta di tutti i Paesi europei altrimenti sarà difficile uscire dalla crisi».
Nel nostro Paese alla difficile situazione congiunturale si aggiungono le divisioni all’interno del movimento sindacale. A fine mese la Fiom chiederà ai lavoratori di esprimersi su una piattaforma per il nuovo contratto dei metalmeccanici. Una questione che Palombella liquida con una battuta: «Federmeccanica ha detto alla Fiom che la scadenza naturale del contratto è il 2012, è valido quello firmato da Fim, Uilm e Ugl. Il referendum per noi non ha alcun senso, non servirà ad aprire alcuna trattativa con le organizzazioni datoriali».
I primi segnali dell’incertezza del mercato si fanno già sentire sullo stabilimento siderurgico di Taranto. Dal prossimo 30 ottobre l’azienda ha annunciato la fermata, per ora a tempo indeterminato del Treno nastri 1.
«Per il personale – spiega Antonio Talò, segretario generale della Uilm ionica – per ora non ci saranno ripercussioni. I circa trecento addetti, compreso il personale per le manutenzioni, sarà spostato in altri reparti dell’area laminazione (rivestimenti, tubifici e Treno nastri 2). Il Tubificio 1 già marciava a dieci turni e continuerà con questo regime, mentre il Tubificio 2 passerà da 21 a 15 turni. Non è prevista alcuna mobilità. La procedura aperta, anzi rinnovata per circa 200 unità è una consuetudine che si ripete da circa dieci anni. Uno strumento che viene utilizzato per gli esodi incentivati e per chi è prossimo al pensionamento. In ogni caso, la situazione presenta margini di incertezza per i quali siamo molto preoccupati. Entro la prima metà di novembre dovremmo avere indicazioni più chiare». (CdG)
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All'Ilva venti di crisi. 200 operai in mobilità

Le fiamme della crisi tornano a divampare proprio quando sembrava spento l’incendio. E la scintilla è ancora al treno nastri. L’Ilva ha comunicato due sera fa alle segreterie generali dei sindacati metalmeccanici, Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm, l’apertura della mobilità per 200 lavoratori su base volontaria. Di più, dal 29 ottobre si fermerà, a tempo indeterminato, il treno nastri 1. Sembra il replay dei primi fuochi della recessione nel 2008. Anche allora, era fine anno, si cominciò con le ferie forzate e la chiusura del treno nastri 1.
Occorre ricordare che l’impianto è stato il primo impianto a fermarsi quando esplose la crisi e l’ultimo a ripartire quando, a fine 2010, sembrava che il Gruppo Riva si fosse scrollato di dosso ogni affanno derivante dall’ondata recessiva del biennio precedente. Lo stop del treno nastri 1 è durato due anni, il periodo caldo della crisi.
Oltre a questo impianto si fermerà anche il reparto zincatura: dieci giorni ufficialmente per manutenzione. Così per il treno lamiere, anche sei i timori sindacali crescono. La crisi non è galoppante come nel 2008-2009, ma potrebbe diventare strutturale. L’altra novità importante è una sensibile riduzione dei turni, da 20 a 15 per i lavoratori del tubificio 2.
L’Ilva ha comunicato ai sindacati che i 180 operai del treno nastri 1 non andranno in cassa integrazione ma saranno impiegati in altri reparti. Lo stesso accadrà ai lavoratori del tubificio 2 che sono soggetti alla riduzione dei turni. Lo stabilimento siderurgico marcerà con quattro altoforni e due acciaierie che, per il momento, restano tutti a pieno regime. Le decisioni aziendali tendono a ridiemnsionare la produzione di coils, i rotoli di acciaio indispensabili alla produzione di elettrodomestici, e di tubi. Evidentemente nei magazzini il Gruppo Riva ha accumulato ingenti scorte per un mercato che langue. Ecco spiegato lo stop a tempo indeterminato, fino a quando la domanda sul mercato non riprenderà quota. «È un segnale preoccupante - ha commentato Mimmo Panarelli della segreteria Fim Cisl - e da domani (oggi, ndr) nelle assemblee sul tempo tuta avremo questo argomento come priroità. Ci preoccupano i timori aziendali su questo calo costante che potrebbe diventare strutturale e, senza una ripartenza del mercato, con i magazzini che si riempiono, potrebbero essere adottate decisioni ancor più drastiche. (GdM)

venerdì 21 ottobre 2011

Il Comitato Donne Per Taranto consegna esposto alla Procura

Lo aveva preannunciato nei giorni scorsi: il Comitato Donne per Taranto ha consegnato questa mattina alla Procura della Repubblica, l’Esposto relativo all’Ordinanza Sindacale n°45/2010, nella quale si sanciva il divieto di accesso alle aree a verde del Quartiere Tamburi.

L'esposto, come si legge nel comunicato stampa, ha "l’obiettivo di tutelare la salute dei bambini del Quartiere, cercando di fare chiarezza su un provvedimento “contingibile ed urgente”, mai rispettato né seguito da opere di bonifica (pure previste contestualmente,come attestano l'Ordinanza n°44/10 e la Conferenza dei Servizi dell’8/6/10 che ha preceduto le Ordinanze), benché motivato da gravi cause: le sostanze cancerogene e non cancerogene rilevate nelle aree a verde del Quartiere, in concentrazione tale da rappresentare “rischio non accettabile per lo scenario bambini” (dalla Relazione Tecnica redatta nell’ambito del Piano di Risanamento del Quartiere Tamburi, sottoprog.4).
Chiedono inoltre le Donne Per Taranto: "a distanza di mesi - nonostante sollecitazioni, iniziative, comunicati stampa, lettere - non avendo avuto risposte né chiarimenti e non avendo verificato iniziative atte a tutelare la salute dei bambini, che sia la Magistratura ad intervenire per verificare “se” ci sono responsabilità e “previo accertamento, mediante i mezzi d’indagine di legge, voglia procedere nei confronti di tutti coloro che si siano resi responsabili di condotte pregiudizievoli della salute pubblica e comportanti disagi per i cittadini, con istanza di punizione e riserva di ogni diritto.”

E scrivono ancora che "l’Esposto è stato sottoscritto da oltre un centinaio di cittadini che hanno aderito all’invito del Comitato, presentandosi sabato sera in Piazza della Vittoria per firmare e per partecipare al progetto “Nelle Tue Radici La Tua Vera Identità” che le “Donne per Taranto” stanno portando avanti con interventi nelle scuole secondarie di Taranto e Provincia e attività di sensibilizzazione in Piazza Della Vittoria ogni sabato e domenica".

Un bando regionale per l’educazione alla sostenibilità

che coinvolge soprattutto la città di Bari.... meno Taranto, ancora meno Brindisi


Nel sito della Regione Puglia vengono fornite tutte le informazioni inerenti al bando regionale per l'educazione ambientale - "redatto dall'Assessorato alla Qualità dell’Ambiente" - "approvato a giugno 2011" - i cui protocollo sono stati "firmati oggi dall’assessore all’Ambiente, Lorenzo Nicastro" - e che ha l'obiettivo di "indirizzare le attività di educazione alla sostenibilità verso le tematiche ambientali ritenute prioritarie dalle strategie regionali, coinvolgendo l'intera collettività attraverso comuni, scuole e associazionismo".

Altro obiettivo: "promuovere l'integrazione tra istituzioni amministrative e scientifiche (ARPA, Università, Regione, CNR, CC.E.A) ed il sistema scolastico e, allo stesso tempo, a tarare e contestualizzare l'attività di promozione dei processi educativi in campo di sostenibilità alle specificità territorio."

Contributo regionale: per progetto la Regione sostiene economicamente fino ad un massimo di 5mila euro pari all'80% dell'importo del progetto iniziative di comunicazione sui temi specifici dei Rifiuti, Aree Protette e biodiversità, Acque, Cambiamenti Climatici, Diffusione di modelli di produzione e consumo sostenibili e di sistemi di gestione ambientale.

Totale contributo: 100 mila euro che andranno a finanziare 19 progetti (su 51 domande presentate) - "che interessano le province di Bari (10 progetti), Taranto (4), Foggia (4) e Lecce (1) presentati da istituti scolastici (9), comuni (Mola di Bari, Putignano, Vernole e Sammichele di Bari) e associazioni e cooperative (6).

Considerato che Taranto e Brindisi sono le città i cui territori e abitanti sono soggetti ad una maggiore pressione industriale - ad un maggior carico di inquinanti - sarebbe anche ora che la Regione indirizzasse più fondi a queste realtà disastrate e soprattutto ad inziative rivolte agli istituti scolastici.






giovedì 20 ottobre 2011

Tutti contro tranne chi rappresenta tutti

Centrale ENI: Legambiente ribadisce il suo no allo scambio tra risanamento ambientale degli impianti e loro potenziamento

Torniamo e esprimerci sul progetto di nuova centrale Eni dopo averlo fatto più volte in tutte le sedi dalla Commissione VIA ai mass media, alla Commissione Ambiente del Comune di Taranto.
“Innanzitutto”, dichiara Lunetta Franco, presidente del Circolo Legambiente di Taranto, “vanno fatte due considerazioni di carattere generale sul sistema energetico italiano: non si capisce perché incrementare la produzione di energia in un Paese che ha una potenza elettrica installata di più di 100.000 megawatt a fronte di un picco di consumi che oggi non supera i 57.000 megawatt.
Ancora più incomprensibile appare poi l’incremento di produzione di energia elettrica nell’Italia del sud dove sono già installati la stragrande maggioranza degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, la cui energia non sempre si riesce a distribuire a causa delle gravi carenze della rete, con il conseguente blocco degli impianti stessi.
Torniamo a esprimerci anche per ribadire, se ce ne fosse ancora bisogno, che è da respingere la logica per la quale a Taranto il risanamento ambientale degli impianti debba necessariamente passare dal loro potenziamento”.
E’ il caso del progetto di nuova centrale termoelettrica dell’ENIPOWER.
“La valutazione di questo progetto”, aggiunge Leo Corvace, del direttivo del Circolo di Taranto, “non può limitarsi alla sola valutazione di impatto ambientale ma deve anche tener conto della sua funzionalità in rapporto al territorio. Non si può infatti permettere che il nostro territorio, a fronte delle mancate bonifiche, sia utilizzato per scopi speculativi seppur mascherati da finalità ambientali.
Spesso nel dibattito in corso si dimentica come la nuova centrale andrebbe a sostituire in maniera molto parziale quella in esercizio. Di quest’ultima, infatti, è prevista la dismissione di moduli per meno di 20 mgw, con il mantenimento in funzione di turbogas e turbine a vapore per una produzione di circa 67 mgw. Quindi la nuova centrale sarà dotata di una potenza di circa 307 mgw rispetto agli attuali 87 con relativo incremento della produzione di energia elettrica da 437 Gwh/a a 2166.
La natura speculativa del progetto è ancor più evidente se si considera che solo il 25 % di questa produzione servirà per soddisfare il fabbisogno della raffineria mente il resto è destinato al mercato.”
“Un’operazione soprattutto di ordine commerciale dunque che consideriamo incompatibile”, aggiungono i due esponenti ambientalisti, ”con le criticità ambientali del territorio ed inopportuna in una regione già esportatrice dell’82% dell’energia prodotta dagli impianti siti sul suo territorio. Sul piano ambientale poi ad una riduzione delle emissioni di SO2 (biossido di zolfo) fa da contraltare il notevole incremento di monossido di carbonio (da 87 a 456 ton/a) e di anidride carbonica (da 337mila a 931mila ton/a)”.
Del tutto necessario è invece il risanamento della inquinante ed in gran parte obsoleta vecchia centrale. Qualsiasi soluzione adottata deve tradursi in operazioni che tendano al solo soddisfacimento dei bisogni energetici della raffineria e alla sua sicurezza. In quest’ottica sono possibili due soluzioni : la realizzazione di una nuova centrale a ciclo combinato di potenza inferiore rispetto al progetto proposto e con contestuale chiusura completa della vecchia. Oppure il mantenimento delle componenti più funzionali (comunque il modulo più recente è del ’93) di quest’ultima integrandole con caldaie più moderne.
Infine occorre una maggiore trasparenza rispetto all’osservanza, da parte dell’ENIPOWER, delle prescrizioni imposte dall’A.I.A. e dal suo piano di monitoraggio in sede di rilascio avvenuto nel dicembre 2009.





Legambiente Taranto

Finalmente liberi Bobo Aprile e i disoccupati organizzati di Brindisi

Una notizia che avremmo voluto arrivasse prima: la decisione del Tribunale di Brindisi di revocare l'ordinanza di custodia cautelare a carico di Roberto Aprile e dei 17 disoccupati brindisini:

"Intorno alle 12,00 di Giovedì 20 Ottobre il Tribunale di Brindisi ha deciso di lasciare liberi Roberto Aprile, sindacalista dei Cobas e i 17 disoccupati.
Il Comitato dei disoccupati brindisini esprime una grande soddisfazione per la decisione del Tribunale di Brindisi per la cancellazione delle misure di custodia cautelare adottate nei confronti di 18 suoi aderenti .
Se qualcuno ha pensato che le denunce ed adesso il carcere faranno recedere dalle loro iniziative , mai state di protesta ma sempre di proposta , il Comitato dei disoccupati si sbaglia di grosso.
La solidarietà raccolta in questi giorni ci fa credere che la voglia di cambiare e migliorare questa città da parte dei suoi cittadini sia ancora più forte.
Se qualcuno ha ricordato lo slogan degli anni 70 “colpiscine uno per educarne cento” e lo ha trasformato in “colpisci 18 disoccupati per colpire in modo preventivo la città e i suoi movimenti”, rispondiamo che questo avvenimento ha costruito una “saldatura umana” tra i movimenti della nostra città.
Il movimento dei disoccupati fin dall’inizio ha posto una domanda:Cosa fa la politica per creare occupazione e difendere il nostro territorio?
Questa domanda purtroppo fin ad oggi non ha ricevuto risposta.Abbiamo visto solo denunce ed arresti.
Come tutti ben sanno il Comitato dei disoccupati ha chiesto di realizzare con gli enti locali,con le forze interessate , un “Patto per il lavoro ed il risanamento ambientale” che veda cambiare il volto alla nostra città positivamente creando occupazione.
Ringraziamo tutti quelli che ci hanno dato la loro solidarietà in questi giorni di difficoltà.
Ringraziamo in modo particolare l’Arcivescovo di Brindisi , Rocco Talucci , per il suo intervento pubblico che metteva al centro la necessità dell’ascolto per gli ultimi .
Ci sono stati vicini anche alcuni parroci di Frontiera(di quartieri periferici) che ci hanno comunicato la loro solidarietà perché nonostante le difficoltà abbiamo continuato a sostenere la possibilità di un cambiamento nella vita di tante persone bisognose.
Quindi la lotta continua…insieme a tanti altri."

Brindisi 20.10.2011
Per il Comitato dei disoccupati brindisini - Roberto Aprile

Caro Pelillo ti scrivo... così ti ricordi un po'...

Scaramucce locali che tanto sanno di capponi di manzoniana memoria...
Intanto ENI fa quello che le pare e Stefano non lo mette in discussione mai nessuno per davvero. E i tarantini stanno a guardare... anzi a respirare, zitti zitti!


Leggi il comunicato su Facebook

martedì 18 ottobre 2011

Polveri sottili sopra il limite nel quartiere piu' vicino all'Ilva

Comunicato stampa di Peacelink

Il Presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido, commentando i dati della
classifica nazionale di Legambiente sull'ecosistema urbano, ha evidenziato come a Taranto si sarebbero compiuti dei passi in avanti, e cita il dato del PM10, ossia delle polveri sottili. Parla di "passi in avanti importanti rispetto agli anni passati".
I dati con cui Legambiente ha elaborato la graduatoria e che fa segnare a Taranto dei passi in avanti per le polveri sottili sono tuttavia ormai superati da quelli di
quest'anno che indicano invece un grave passo indietro.
E' stato infatti sforato il limite annuo delle polveri sottili nel quartiere Tamburi di Taranto per le centraline di via Machiavelli e di via Archimede, ossia per le centraline dell'Arpa più vicina all'Ilva. Per la precisione siamo a 40 superamenti del limite di legge in via Machiavelli e 37 in via Archimede, quando la normativa ne ammette massimo 35 in un anno. E siamo a metà ottobre. A fine anno la situazione sarà verosimilmente ancora più grave. Va rilevato che la centralina Arpa di via Machiavelli detiene un record regionale in quanto si classifica al primo posto in Puglia per sforamenti delle polveri sottili, se si fa un confronto fra tutte le centraline Arpa.
Segnaliamo questi dati al presidente Florido non per spirito polemico ma con intento
assolutamente costruttivo e allo scopo di informarlo che la situazione non sta
migliorando ma sta peggiorando. Lo invitiamo, assieme al sindaco di Taranto, a capire come mai in città si stia verificando un tale grave passo indietro proprio nelle centraline più vicine all'Ilva mentre l'azienda siderurgica compie una campagna pubblicitaria molto forte per presentare la situazione di Taranto in continuo miglioramento.
E' invece abbastanza chiaro che stiamo fornendo una brutta notizia che rovina la
narrazione idilliaca di una Taranto che avrebbe lasciato alle spalle l'inquinamento. Ma la realtà va guardata in faccia. Ed è abbastanza chiaro che le polveri sottili al
quartiere Tamburi non sono da traffico: in quel punto non c'è un" megaingorgo regionale" da automobili.

Alessandro Marescotti, Presidente di PeaceLink

lunedì 17 ottobre 2011

Che cattivone quel Riva...!

Uilm: «L’Ilva di Taranto assume lavoratori e non ricolloca interinali»

Si fa presto a dire cassa integrazione all'Ilva, provvedimento che rimetterebbe in gioco molto del futuro dell'acciaio. Ma se su questo si sono esercitati lo scorso 13 ottobre azienda e sindacati, escludendo malgrado il ritorno di fiamma della crisi il ricorso, per ora, agli ammortizzatori sociali, ci sono urgenze che dimenticare sarebbe deleterio. Per esempio quella dei lavoratori interinali o la trattativa sul cosiddetto «tempo-tuta» il lasso che intercorre dall'arrivo di un dipendente all'interno dello stabilimento siderurgico e l'inizio effettivo del lavoro. Sugli interinali la Uilm lancia un allarme. Sul «tempo-tuta» partono da oggi le assemblee in fabbrica ma non c'è accordo con l'azienda e nemmeno tra i sindacati.
Il segretario generale Antonio Talò accusa l'Ilva di non rispettare l'accordo firmato a dicembre del 2010: «Il Gruppo Riva, malgrado la produzione siderurgica sia ridotta al 70 per cento, ha assunto 127 lavoratori interinali al di fuori di quell'accordo. Di questi, 46 sono operai che dovrebbero ricoprire ruoli di capo turno, capo squadra, tecnico. Non condivido l'orientamento aziendale, ma non voglio scatenare una guerra tra poveri.
L'Ilva prese l'impegno di assumere i 130 lavoratori che avevano maturato i requisiti nel momento in cui si manifestava la necessità. Questo è accaduto a metà, nel senso che il 50 per cento degli ex dipendenti interinali è rientrato al lavoro o direttamente o con l'assunzione nella Semat, azienda dell'appalto. L'azienda spiega il mancato reimpiego degli ex precari con la mancanza di figure professionali idonee alle attuali necessità, parlo, per esempio, di periti meccanici. So per certo, attraverso serie verifiche, che, invece, alcune figure professionali di quel tipo rientrano nel bacino dei vecchi interinali. Ecco perché chiedo all'Ilva di rispettare l'accordo del dicembre 2010».
Talò insiste sul fatto che l'intesa resta valida «e anche se il momento non è certo favorevole per il mercato dell'acciaio, da quell'intesa non bisogna derogare. Sarebbe un grave errore deviare da quel percorso. Questo prescindendo dal numero di assunzioni che la crisi può imporre. Così si perde un'occasione importante». L'ultimo passaggio del ragionamento imbastito dal segretario generale della Uilm crea le premesse per parlare della crisi e della situazione attuale. «La siderurgia vive un momento di sofferenza dei mercati a livello internazionale. Non ci sono prospettive di miglioramento a breve, la schiarita si farà attendere. Parlare di cassa integrazione, tuttavia, è come fasciasi la testa prima che si rompa. L'azienda lo ha escluso e questo mi sembra un risultato positivo. E certo il sindacato non starà lì a guardare ma si batterà perché non si arrivi a un nuovo utilizzo degli ammortizzatori sociali. E in questa logica di impegno bisogna mettere fine alla querelle del tempo-tuta».
La trattativa su questo tema si trascina da mesi. E da oggi le assemblee proveranno a chiarire la situazione. «Il disagio per i lavoratori - spiega Talò - deriva da questioni logistiche. Per come è organizzato l'ingresso in fabbrica, l'arrivo nello spogliatoio, i lavoratori sono costretti a recarsi nello stabilimento siderurgico almeno mezz'ora prima. Se il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dice che al primo posto devono essere messi i lavoratori, dopo un anno e mezzo di discussione, è tempo di chiudere la vertenza riconoscendo il due euro e trenta centesimi al giorno ai dipendenti, dal momento della firma e per il futuro, adeguando gli arretrati alla situazione pregressa». Ma in realtà la questione non è così lineare. «Perché la Fiom Cgil - spiega Talò - chiede che nell'accordo sul tempo-tuta sia riconosciuta una corsia preferenziale per i lavoratori Ilva pensionati ai quali riconoscere il pregresso. Ma l'Ilva non è d'accordo su questo e anche noi riteniamo necessario occuparci anzitutto di chi lavora in fabbrica. E il Gruppo Riva non vuol firmare accordi separati. Bisogna lavorare per riportare al tavolo della trattativa l'azienda e la Fiom». (GdM)

domenica 16 ottobre 2011

Pelillo... quando non conta si oppone, quando conta non si sente...

Enipower, Pelillo sfida Stefàno: spieghi perchè ha cambiato idea

«Noto con stupore il radicale cambiamento d’opinione del sindaco di Taranto sulla nuova centrale Enipower. Sarei curioso di conoscere l’argomento di persuasione che ha fatto cambiare completamente idea a Stefàno».
Così Michele Pelillo, assessore regionale al Bilancio ed esponente del Pd ionico commenta l’inversione di marcia del primo cittadino su un argomento che sta dividendo l’opinione pubblica e che sta creando tensioni e malumori anche all’interno della stessa giunta comunale.
Assessore Pelillo ha cambiato idea anche lei?
«Per niente. Questo progetto punta a triplicare l’energia prodotta all’interno della raffineria. Le ragioni del no che furono espresse tempo addietro rimangano intatte. La Regione ha sempre giudicato negativamente questo progetto ed è stata l’unica istituzione che si è opposta in maniera concreta. Il ragionamento è semplice: la Puglia produce il doppio dell’energia che utilizza ed ha puntato decisamente sulle fonti rinnovabili. Nel Pear (Piano energetico ambientale regionale), non è prevista una nuova grande centrale perchè il territorio non ne ha bisogno ed esporta circa il 50% dell’energia che produce. Un ulteriore incremento rischierebbe di intasare le linee elettriche».
Tutto qui, non ci sono altri motivi?
«La nuova centrale aumenterebbe le emissioni di CO2 e la Puglia è concretamente impegnata in direzione del protocollo di Kyoto per l’abbattimento dei gas serra. Per queste ragioni lo scorso anno, la giunta regionale ha impugnato la valutazione positiva espressa dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo».
I sostenitori del progetto affermano, però, che il nuovo impianto andrebbe a sostituire quello attualmente in funzione obsoleto e altamente inquinante.
«Su questo abbiamo discusso. Enipower per prima ammette che la centrale in funzione inquina e che anche la raffineria presenta problemi impiantistici. Per passare davanti all’Eni, ormai, bisogna trattenere il respiro e spesso quest’aria maleodorante arriva in città. Per inquinare di meno Eni ed Enipower pongono una condizione: se devo inquinare di meno, voglio affiancare al business della raffinazione quello della produzione di energia. E’ questo il ragionamento che riteniamo inamissibile. Se parlassimo soltanto di migliorare le condizioni di chi lavora nell’azienda e di contenere l’impatto ambientale, tutti faremmo l’applauso all’Eni. Invece la questione è posta in un modo quasi ricattatorio: se vuoi che inquini di meno mi devi far costruire un nuovo impianto per triplicare la produzione di energia».
Una nuova centrale di potenza pari a quella attuale, sarebbe un’opzione praticabile?
«Certamente sì. Ma non è stata mai presa in considerazione perchè a mio avviso non c’è il giusto approccio. Avremmo accettato anche un aumento contenuto della produzione di energia per fronteggiare le esigenze della raffineria, ma la questione non è stata mai posta in questi termini. Inoltre, da un punto di vista occupazionale per il territorio la ricaduta è vicina allo zero, questo voglio sottolinearlo con chiarezza».
A proposito di occupazione, ha suscitato grande clamore una sua affermazione secondo la quale non le importerebbe dei posti di lavoro che si perderebbero in caso di mancata costruzione della nuova centrale. E’ davvero così?
«Non ho mai pronunciato una frase del genere ed in quei termini. Il mio ragionamento è più ampio. La classe dirigente che ci ha preceduto ci ha lasciato diverse ipoteche. Ce n’è una grandissima con quale dobbiamo convivere necessariamente e mi riferisco allo stabilimento siderurgico e ci sono ipoteche un più piccole come quella della raffineria. Secondo gli stessi dati dell’Eni, gli occupati, tra diretti e diretti, non sono più di 500. Non so quanti di questi risiedano sul territorio. Parliamo, comunque, di numeri abbastanza ridotti che non giustificano un ricatto occupazionale. Fermo restando la volontà, soprattutto in questa fase di crisi, di difendere ogni singolo posto di lavoro, penso che l’Eni non possa esercitare una pressione così forte. Se amministrassi questa città direi all’Eni: parliamo, voglio venire incontro alle tue esigenze, voglio che i lavoratori non si ammalino e che si migliorino le condizioni di vita in città. Troviamo le soluzioni, le tecnologie, ma non sono d’accordo a triplicare la produzione di energia. Non bisogna dimenticare, inoltre, che l’Eni ha ipotecato un’ampia porzione di questo territorio come il porto e l’ampia fascia di rispetto imposta dal rischio di incidente rilevante. Tutto ciò con una ricaduta occupazionale relativamente modesta. Questa azienda preleva petrolio in Basilicata e lo raffina a Taranto. In Basilicata paga delle royalties al territorio, qui non lo fa. Perchè? Perchè si fa questa discrimazione? Eppure, forse, è più impattante l’attività di raffinazione rispetto all’estrazione»
Sull’Eni, quindi, un giudizio negativo su tutti i fronti?
«Le rispondo con un paragone. Negli ultimi tempi l’atteggiamento dell’Ilva è stato incentrato sul buon senso. E’ stato avviato un confronto con gli Enti locali, a cominciare dalla Regione. C’è ancora tanto da fare, ma c’è stata un’inversione di tendenza. Non mi pare che la stessa cosa sia avvenuta ad opera dell’Eni, un’azienda a partecipazione pubblica, che conserva un atteggiamento di conquista nei confronti del territorio. Manca ogni tipo di rapporto».
Eppure il consenso intorno alla nuova centrale sembra aumentare. Recentemente anche il sindaco ha cambiato idea.
«Su questa vicenda i sindacati sono sempre stati favorevoli con una posizione che rispetto ma che puzza di passato. Hanno una loro coerenza come anche Confindustria ed il presidente Florido. Invece, mi stupisce il dietro front del sindaco. Un anno e mezzo fa eravamo nel Salone degli Specchi a confrontarci con Enipower e con gli ambientalisti e Stefàno non la pensava come oggi. Era sulle posizioni della Regione che sono le stesse da me espresse. Sarei curioso di conoscere l’argomento di persuasione che gli ha fatto cambiare completamente idea. Come mai è stato fulminato sulla via di Dmasco? Prendo atto anche di questo… cambiamento».
E ora la Regione che farà?
«Non lo so. Forse nel rispetto della volontà del territorio, la Regione dovrebbe seriamente pensare di fare un passo indietro. Ne parleremo con il presidente e in giunta e decideremo in maniera collegiale. Per conto mio ribadisco le mie ragioni e pongo un chiaro distinguo a fronte alta, pronto ad affrontare qualsiasi contraddittorio anche se, finora, non ne ho avuto il piacere. Forse perchè ai dibattiti si invitano persone che la pensano allo stesso modo. Purtroppo su Eni ed Enipower ho notato uno strano silenzio delle associazioni ambientaliste, tranne una che ha organizzato una protesta (Legamjonici, ndr). Altamarea non parla e, sinceramente, non comprendo la ragione di questo silenzio assordante».
Il Corriere del Giorno ha lanciato un nuovo sondaggio: “Scegli il futuro di Taranto”, lei come immagina il nostro territorio nei prossimi anni?
«Le direttrici di sviluppo sono la riduzione dell’impatto ambientale della grande industria della quale, per ora, non possiamo fare a meno. L’attivazione degli investimenti per le bonifiche, l’avvio del polo tecnologico per mitigare l’impatto ambientale e trasformare le criticità in opportunità. Penso anche che un’altra grave carenza della nostra area, come quella legata alle strutture sanitarie, possa trasformarsi in grande opportunità di cura, di ricerca e di didattica. Qualcosa che questo territorio non ha mai visto e forse neanche sognathttp://www.blogger.com/img/blank.gifo di avere. La terza opzione è quella di accelerare su porto, retroporto e aeroporto. Ci sono i soldi per gli investimenti, anche per il distripark ma mancano i progetti».
La sua dichiarazione di voto per il nostro sondaggio?
«No alla nuova centrale Enipower; ecocompatibilità per l’Ilva; Sì al raddoppio Cementir anche se con qualche riserva perchè il progetto prevede un finanziamento della Regione e deve passare all’esame della giunta per l’approvazione definitiva». (Corgiorno)

Buon (cor)giorno!

“Scegli il futuro di Taranto”, valanga di NO per Enipower e Cementir

Primi risultati e prime, clamorose, sorprese nel nostro nuovo sondaggio. “Scegli il futuro di Taranto” sta incontrando il gradimento e l’interesse dei lettori. Ma non solo. Nell’edizione di ieri abbiamo ospitato le autorevoli opinioni del presidente della Provincia Gianni Florido e di Alessandro Marescotti, storico rappresentante dell’ecopacifismo locale. Oggi anche l’assessore regionale al Bilancio Michele Pelillo, in chiusura della lunga intervista pubblicata a pagina 12, non si è sottratto a rilasciare la sua “dichiarazione di voto”.
D’altronde i tre temi posti al centro del sondaggio (nuova centrale Enipower, Ilva e raddoppio Cementir), sono al centro del dibattito cittadino e il “Corriere” oltre ad informare i suoi lettori, li coinvolge chiamandoli ad esprimere un’opinione. In parallelo, il sondaggio offre la possibilità di sviluppare il confronto senza preclusioni, nè pregiudizi, attraverso le opinioni di amministratori locali, sindacalisti, imprenditori, ambientalisti che saranno coinvolti nelle prossime settimane.
Ma torniamo ai risultati. I tagliandi giunti nella nostra redazione o nelle urne delle edicole nella prima settimana di “Scegli il futuro di Taranto”, consentono di tracciare un primo ma, ovviamente, parziale bilancio.
I lettori sembrano avere le idee molto chiare sulla costruzione della nuova centrale Enipower e sul raddoppio della Cementir. Entrambi i progetti vengono bocciati: 81% di “no” per la centrale Enipower; 93% per lo stabilimento Cementir. Più diversificato il voto sull’Ilva. Tre le possibilità dispohttp://www.blogger.com/img/blank.gifnibili. La più suffragata è “Chiusura parziale (area a caldo)” con il 42%. Distanziata di poco l’opzione “Ecocompatibilità” con il 38%. Decisamente distaccata, invece, l’ipotesi più radicale “Chiusura totale” con il 20%.
Questo il responso scaturito dopo la prima settimana di sondaggio. Ma siamo ancora all’inizio. Le “urne” del Corriere resteranno aperte fino al prossimo 20 novembre. Si può votare nella nostra sede di Piazza Maria Immacolata 30, nelle urne delle edicole (vedi elenco a pagina 16), oppure spedendo i tagliandi alla nostra redazione. (Corgiorno)

venerdì 14 ottobre 2011

Chi ha paura di far pensare i cittadini?

Ilva, il Consiglio di Stato riapre al referendum
I giudici di Palazzo Spada ribaltano la decisione del Tar di Lecce. I comitati fissano già la data per le urne: la prossima primavera.

Il referendum Ilva ora sembra a portata di mano. Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso contro la sentenza del Tribunale amministrativo regionale di Lecce con la quale si “sbarrava” la strada al voto dichiarando la propria competenza a decidere e dando ragione a Confindustria, Ilva e sindacati (Cgil e Cisl) i quali ritenevano non regolare la raccolta delle firme. Secondo il Consiglio di Stato non è il giudice amministrativo, ma quello ordinario, a doversi esprimere in materia. Nel commentare la notizia, il presidente del comitato “Taranto futura” Nicola Russo ha spiegato che «il Consiglio di Stato ha dato ragione alle tesi del comitato, il nostro ricorso era sul difetto di giurisdizione ed è stata dichiarata l’incompetenza del Tar». Russo ha invitato l’Ilva al confronto: «Al Gruppo Riva - ha spiegato il presidente di Taranto futura - chiediamo di sedersi al tavolo e ascoltare la nostra proposta: si produca l’acciaio altrove e si riconverta l’area per attività economiche eco-compatibili».

Il sistema industriale e larghissima parte della politica locale, insieme alla quasi totalità dell’establishment sindacale ha più volte ritenuto del tutto impraticabile una svolta di questo tipo che mandi in soffitto la siderurgia tarantina, spina dorsale della siderurgia nazionale. Eppure contro quella che può suonare come una “eresia” ora dovrebbero pronunciarsi i cittadini. A meno che non vi sia un ricorso al giudice ordinario ritenuto, dopo la pronuncia del Consiglio di Stato, l’unico magistrato competente. E il ricorso è stato preannunciato da Pietro Quinto, avvocato amministrativista che sostiene le tesi contrarie al referendum, finite nero su bianco nel ricorso al Tar.

«La pronuncia del Consiglio di Stato - scrive l’avvocato Quinto - non intacca il merito delle questioni, ma attiene esclusivamente alla giurisdizione. Palazzo Spada ha ritenuto che a decidere in materia di referendum debba essere il giudice ordinario e non quello amministrativo. Le questioni dedotte da Confindustria, accolte dal Tar, verranno riproposte al giudice ordinario. In questa fase - spiega ancora l’avvocato Pietro Quinto - occorre attendere le motivazioni della decisione del Consiglio di Stato per comprendere se non vi sia spazio per discutere ancora della giurisdizione. In ogni caso il referendum non potrà certo celebrarsi quando ancora non vi è certezza né sul giudice chiamato a decidere sulla regolarità della raccolta di firme né sul merito della questione che ha già avuto - conclude l’avvocato Pietro Quinto - un pronunciamento da parte del Tar di segno contrario alle tesi del comitato».

Nicola Russo, leader dei referendari di “Taranto futura”, nel commentare ancora l’esito della pronuncia ha mostrato una convinzione fondata ancora sulle “carte”: «Sono convinto - ha dichiarato Russo - che il referendum si farà nella prossima primavera insieme alle elezioni amministrative (A Taranto si voterà per il sindaco e il rinnovo del Consiglio comunale, ndr). Non esiste più alcun motivo che possa mettersi di traverso e impedire l’indizione, da parte del Comune, della consultazione elettorale». Russo ha citato, agitando le carte, una serie di sentenze della Corte di Cassazione le quali, a conclusione di giudizi davanti alla magistratura ordinaria legati alla materia referendaria, hanno confermato l’estraneità di persone, enti e associazioni alla materia referendaria, a meno che non rientrino «tra i soggetti cui spetta proporre il referendum, come i comitati, e quelli istituzionali cui spetta indire le consultazioni, regolandone le modalità». Insomma, la partita resta aperta tra Comune e Taranto futura, Mentre la città aspetta di poter dire una parola sul suo futuro. Con il timore di dovere attendere ancora troppo a lungo. (Terranews)

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Referendum su Ilva. Riva ricorrerà davanti al giudice

Come un spettro, il referendum sulla chiusura dell’Ilva aleggiava, ieri a Roma, sopra le teste di chi ha partecipato all’incontro tra il Gruppo Riva e i sindacati metalmeccanici: Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm. Il fantasma si è materializzato nelle parole dei dirigenti dello stabilimento siderurgico, quando hanno confermato il ricorso alla magistratura ordinaria per bloccare la consultazione proposta dal comitato ambientalista «Taranto futura». Dopo il via libera del Consiglio di Stato, due giorni fa, è tornata a galla una certa «ansia» in chi ritene le acciaerie tarantine strategiche per i propri destini d’impresa al punto da non poter immaginare né di fare a meno dello stabilimento né di ridimensionarlo, chiudendo l’area a caldo. Si aprirà un nuovo capitolo nella lunga querelle giudiziaria, prima davanti al giudice amministrativo, ora di fronte a quello ordinario, nella storia di un voto che finora sembrava doversi negare alla Storia, che suscita reazioni contrastanti, «stati emotivi» di cui il Gruppo Riva percepisce il peso, la densità, nel subconscio collettivo di tutti gli attori: la fabbrica e i lavoratori, la classe dirigente, la città. «È stato detto apertamente - ha dichiarato il segretario organizzativo della Fiom Cgil Stefano Sgobbio - che il referendum preoccupa.

I timori aziendali sono legati soprattutto a quella che potrebbe definirsi una spada di Damocle tale da condizionare l’andamento stesso delle attività lavorative», cioè l’ansia spasmodica del referendum sulla chiusura e il dibattito rovente che ne seguirebbe. Facile immaginare, di nuovo, Confindustria e sindacati (Cgil e Cisl) al fianco della causa anti-referendaria magari con un altro ricorso al giudice ordinario. «In realtà bisogna battersi - ha spiegato ancora Stefano Sgobbio - perché l’azienda acceleri sugli investimenti per l’eco-compatibilità degli impianti siderurgici previsti dall’Autorizzazione integrata ambientale. Segnali positivi sono giunti dall’incontro. Gli interventi vanno anticipati. L’Ilva ha espresso il timore che lavorare diventi difficile di fronte a un’opinione pubblica che vuole la chiusura dello stabilimento».
Per il resto, l’incontro di ieri a Roma non ha riservato sorprese. L’azienda non farà ricorso alla cassa integrazione, almeno in questa fase, malgrado il mercato mondiale dell’acciaio sia di nuovo in flessione e gli effetti si stiano facendo sentire con una contrazione delle commesse. Due i punti critici analizzati dall’Ilva: la contingenza economica e la mancanza di liquidità finanziaria dei clienti. Il Gruppo Riva continuerà comunque a produrre superando il risultato dello scorso anno di 7 milioni circa di tonnellate di acciaio (a ottobre erano già 6 milioni e 450mila). Resta il campanello d’allarme, anzi la campana, suonata ieri e ascoltata dai sindacati. La fase di incertezza non risparmia la siderurgia tarantina, nella logica del mercato globale. Da oggi si torna a vivere alla giornata. Del doman non v’è certezza. (GdM)

mercoledì 12 ottobre 2011

E parliamone!

Piena solidarietà a Bobo Aprile e ai disoccupati brindisini

E’ indetta una conferenza stampa – sit-in a Brindisi in Piazza della Vittoria questa sera alle ore 18.00

Arriva da più parti, forte e piena solidarietà a chi da anni si impegna soprattutto nel territorio jonico salentino in difesa dell’ambiente, dei lavoratori in difficoltà, dei disoccupati: Bobo Aprile, rappresentante e fondatore del Cobas di Brindisi, è stato arrestato alle prime luci dell’alba e con lui alcuni aderenti al comitato dei disoccupati organizzati di Brindisi. Dietro le accuse (violenza privata aggravata, arbitraria invasione e occupazione di aziende, sabotaggio e interruzione di servizio pubblico) per cui Bobo Aprile è finito in carcere si cela un’evidente intenzione di repressione dei movimenti che nel territorio jonico-salentino da anni si battono in difesa di importanti diritti: come il diritto al lavoro, alla salute, ad un ambiente sano. “Repressione” avvenuta “ stranamente”oggi –in vista di importanti appuntamenti democratici di contestazione: uno fra tutti la manifestazione contro la manovra indetta per il 15 ottobre a Roma. “Repressione” che deve dunque far riflettere… ma allo stesso tempo incoraggiare i movimenti ed i cittadini indignati a scendere per strada e a manifestare tutto il loro dissenso nei confronti non solo di questo arresto ma in generale nei confronti di una politica affaristica e corrotta capace solo di reprimere e di precarizzare, privatizzare ogni spazio pubblico, distruggere le risorse naturali. Inoltre proprio per (oggi) il 12 ottobre i Cobas-Monteco avevano fissato una assemblea pubblica che doveva tenersi proprio in Piazza della Vittoria a Brindisi e "per esporre all’opinione pubblica da una parte i problemi dei lavoratori Monteco e dall’altra discutere con cittadini, associazioni , movimenti sui temi dei diritti sindacali, dell’occupazione, dei problemi del servizio e della raccolta differenziata, di come si vuole chiudere il ciclo dei rifiuti ed altri argomenti ancora". Argomenti come " l’odioso reato di Mobbing , visto il persistente clima di minacce ed intimidazioni che continua ad esserci" - denunciato anche dal geometra Piero GIOIA in una lettera inviata nei giorni scorsi al Commissario Prefettizio Bruno Pezzuto. Il geometra licenziato dalla Monteco - ex Responsabile dei Servizi di Igiene Urbana del centro operativo di Brindisi - nella lettera scrive "di comportamento persecutorio perpetrato dalla Ditta" nei suoi confronti, "avendo lo scrivente già denunciato da tempo, presso la Procura della Repubblica, tutta una serie di problematiche generali riguardanti la stessa MONTECO S.r.l., nonché altre situazioni molto gravi". La lettera è possibile leggerla interamente in questo sito.

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Cobas, Medicina democratica, Bene comune, Pugliantagonista.it, Osservatorio sui balcani, No al carbone e associazione RuniRuni, Cobas di Taranto, disoccupati organizzati Slai Cobas di Taranto, Sinistra Critica taranto -Comitato di quartiere Città Vecchia –Taranto, Verdi, le segreterie regionali e provinciali di Rifondazione Comunista, sono solo alcuni dei nomi di associazioni, comitati, partiti che in queste ultime ore hanno fatto sentire la loro voce per esprimere dissenso nei confronti di un atto ingiusto – antidemocratico.

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Cobas, Medicina democratica, Bene comune, Pugliantagonista.it, Osservatorio sui balcani, No al carbone e associazione RuniRuni scrivono:
Alle prime luci dell’alba, mentre per le strade di Brindisi si muovevano i camion dell’azienda che cura la raccolta dei rifiuti, la Digos portava a termine un’operazione di polizia che nella nostra città non ha precedenti: l’arresto di Bobo Aprile, il responsabile e fondatore a Brindisi del sindacato dei COBAS e numerosi aderenti al Comitato dei disoccupati brindisini che, nell’ultimo anno, hanno condotto numerose proteste in città per ottenere lavoro, anche con assunzioni presso l’azienda della raccolta rifiuti, onde far avere a tutti i cittadini migliori servizi pubblici

I capi di imputazioni nel linguaggio dei tribunali parlano di violenza privata e interruzione di pubblico servizio, ma altri non sono che l’aver fatto manifestazioni con centinaia di disoccupati, sit-in e altre normali e pacifiche attività sindacali e manifestazioni del pensiero ma, innanzitutto, l’aver dato voce a coloro che sono ritenuti dai benpensanti di questa città, soggetti da emarginare, cittadini di serie B e utilizzabili solo come serbatoio di voti da usare strumentalmente nelle campagne elettorali, farcite di false promesse.

Bobo Aprile, insieme al comitato dei disoccupati, è stato scelto quindi come soggetto da colpire per dare un segnale forte, non solo ai COBAS, ma anche a tutti i movimenti politici e sociali che in questi ultimi mesi, con il loro impegno costante hanno dimostrato che un’altra Brindisi è possibile!

Respingiamo con forza questo messaggio e lo rimandiamo al mittente :-“ E giunta l’ora che i poteri forti, che sino a questo momento hanno fatto il bello e il cattivo tempo in questa città, si mettano l’animo in pace ! Una nuova generazione di donne e uomini vuol dare un futuro diverso a sé e ai propri figli, lottando in prima persona e non delegando a nessuno la propria vita.”-

Alle 11.30 presso la sede dei COBAS in via Lucio Strabone 38 , Brindisi, si terrà un a conferenza stampa sull’accaduto. Sono invitati i giornali, televisioni e radio, sindacati, organizzazioni politiche e associazioni e tutti i cittadini
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I disoccupati organizzati Slai Cobas Taranto scrivono:

i disoccupati organizzati dello slai cobas per il sindacato di classe di
taranto esprimono la loro solidarietà ai 7 disoccupati arrestati e al
responsabile dei cobas di brindisi Bobo aprile arrestati questa mattina.Gli
arresti sono stati compiuti in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare
emesse dal giudice delle indagini preliminari Giuseppe Licci su richiesta
del sostituto procuratore Pierpaolo Montinaro. Sono indagate altre 11
persone che hanno ricevuto informazioni di garanzia con pesanti capi di
imputazione, violenza privata aggravata, arbitraria invasione e occupazione
di aziende, sabotaggio e interruzione di servizio pubblico..
si tratta in realtà di legittime iniziative di lotta sindacale per il lavoro
che i disoccupati di brindisi hanno messo in atto nel marzo scorso quando il
Comitato occupò le sedi della Monteco, la società che compie il servizio di
raccolta di rifiuti solidi urbani.
una lotta collettiva e di massa, fondato sul bisogno di lavoro respingendo
la logica delle clientele che domina la politica delle assunzioni
una lotta e forme di lotta come quelle che altre realtà dei disoccupati
organizzati, da Napoli a Taranto
ancora una volta come a napoli e a taranto, anche a brindisi si risponde con
la repressione, dopo denunce, multe ecc, ora si arriva agli arresti
invece che lavoro, polizia e arresti - invece di colpire il malaffare, le
clientele di padroni a amministrazioni pubbliche si colpisce chi lotta
contro tutto questo
si procede ad arresti dopo diversi mesi come anche come atto di rappresaglia
per le lotte fatte, e di intimidazione verso chi vorrebbe continuare la
lotta per il lavoro e chi esercita - come è il caso del compagno bobo
aprile, da sempre impegnato in tutte le lotte sociali, e politiche a
brindisi come in tutta la puglia, la legittima funzione come organizzazione
sindacale di base di organizzare queste lotte, perchè incidano e produca
risultati
si vuole dare un esempio e una indicazione contro tutte le lotte per il
lavoro e chi le organizza in corso in altre città
per questo ci sentiamo direttamente colpiti da questi arresti
per questo rivendihiamo l'immediata scarcerazione di Bobo e di tutti i
disoccupati arrestati
per questo porteremo anche a roma la denuncia e l'appello alla mobilitazione
per questa repressione
per questo proponiamo e siamo disponibili a una manifestazione regionale di
massa da organizzarsi per i prossimi giorni a Brindisi per dimostrare
ancora una volta
che la repressione non spegne ma alimenta la lotta

un abbraccio solidale ai compagni arrestati

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Operazione Escalation, Verdi: "solidarietà ad Aprile ed al Comitato Disoccupati"

Espripriamo piena solidarietà ai Disoccupati brindisini e all' amico Bobo Aprile, da sempre in prima linea nelle battaglie a favore dei lavoratori e del riconoscimento dei danni alla salute di chi negli anni operava a contatto con l'amianto, arrestati questa mattina, operazione che ci lascia senza parole e che contesta di fatto la possibilità dell'attività sindacale riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico.
Credendo necessaria la possibilità di difendere i propri diritti da parte di lavoratori, disoccupati e cittadini tutti auspichiamo l'immediata scarcerazione di tutti gli arrestati.

COMUNICATO STAMPA VERDI PER LA COSTITUENTE ECOLOGISTA


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L'articolo di Reset Italia: il blog di resistenza civile: La repressione di Stato

martedì 11 ottobre 2011

Sindacati, Vico & co: svendiamo Taranto all'Enipower!

Ecco l'ennesima occasione di sviluppo!
ah, per fortuna che ci sono loro, i politici ed i sindacalisti a preoccuparsi da decenni del nostro futuro.
Ed infatti si vede come stiamo bene...
VERGOGNATEVI!!!