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martedì 7 gennaio 2014

WWF TA: Ronchi e le piccole bugie sul benzene

Ed ecco che anche il novello commissario Ronchi, in arte "Sub" ci propone anche lui la solita storia dell'impossibile tracciabilità dell'inquinamento, delle auto, e perchè no, anche delle sigarette!
Vizio di Stato per tenere buoni gli agnelli sacrificali nel loro recinto di morte.

Comunicato stampa WWF Taranto

Il 2013 si chiude con l’ennesima beffa per Taranto. Il rapporto tra l’attuale dirigenza Ilva e la città. Questa volta è il turno del sub Commissario Ronchi. Durante l’audizione in Commissione Ambiente, alla presenza di Senatori, Deputati dichiara che il benzene a Taranto ha un andamento altalenante, che si confonde con l’inquinamento delle macchine. Ritiene non possibile individuare il responsabile di questa alta concentrazione, probabilmente dipende dal traffico, visto che la Domenica circolano poche macchine, ed il benzene diminuisce. Facendo un giro sulla rete, subito si trovano le risposte a queste affermazioni: “ Il benzene da cokeria è ben riconoscibile. Le sue concentrazioni sono linearmente correlate a quelle del toluene, in un rapporto 1 a 1. Nelle emissioni auto veicolari il toluene è a concentrazioni da 3 a 4 volte superiore”.
A questa affermazione salta spontaneo fare una domanda al sub Commissario, ma da chi è consigliato per la gestione tecnico scientifica di un simile progetto? I suoi consulenti scientifici sui temi di Chimica Ambientale chi sono? Che referenze hanno? I tre esperti del Ministero hanno reali competenze per gestire un problema assai complesso, fin ora sempre molto orientato al processo produttivo e poco verso una reale salvaguardia della salute.
Quanto coke sta producendo attualmente l'acciaieria? Le centraline per il benzene, quante ore sono state sottovento alle cokerie?
Questi metodi di ricerca degli inquinanti sono noti all’Arpa Puglia, ci chiediamo, quindi, esistono rapporti scientifici reciproci tra la dirigenza Ilva e l’agenzia per l’ambiente pugliese?
Alla vigilia dell’ennesimo incontro a Roma per le osservazioni all’ultimo Decreto Terra dei Fuochi, andremo a chiedere di spendere meglio i soldi sequestrati a Riva per riconvertire gli impianti e lanciare un progetto di ampio respiro, e riprogrammare l’azienda con un ciclo produttivo veramente innovativo. Perseguire la realizzazione delle norme Aia non costerà di più che chiudere l’area a caldo?
Eppure la certezza che dovrebbe unire tutti dovrebbe essere proprio la “chiusura dell’area a caldo”, supportata da una reale domanda di riconversione industriale. Dovremmo tutti essere d’accordo su questa idea.
Oppure Ronchi prova a prendere tempo facendo finta di non sapere, e va alla Commissione dicendo una piccola bugia per esaltare i risultati positivi, e continuare sulla linea scientifica dei consulenti epidemiologi dell’Ilva che sostenevano l’innocenza del siderurgico, accollando le responsabilità alle sigarette di contrabbando. Il tentativo fa il paio con le dichiarazioni allusive che Ronchi prova a portare avanti da tempo, lanciando messaggi rassicuranti sulle condizioni eccellenti dell’aria ai tamburi, e glissando su molti dati, non in linea con le normative.
A queste posizioni del sub Commissario, pochi hanno detto una parola, dei politici locali nessuno. Probabilmente non hanno le competenze ed il tempo per controbattere alle dichiarazioni dell’ex Ministro. Continuano a sognare, facendo finta di nulla e demandando la loro vita al Governo. Un ulteriore beffa è stata la dichiarazione del Presidente Vendola, appena bocciata la presentazione della candidatura di Taranto a Capitale della Cultura, lancia la campagna adotta Taranto, eppure questo annuncio fu già lanciato dall’ex Ministro Balduzzi, chiaramente caduta nel vuoto. Nessuno lo ha più visto, forse Vendola cerca di ristabilire una posizione politica scomoda, in cui si è detto tutto ed il contrario, senza chiaramente fare nulla di veramente importante per la città.
Fabio Millarte

giovedì 3 ottobre 2013

Quando il lupo finge di fare il cagnolino...

Ilva, benzene oltre il limite lo sforamento delle cokerie

Le cokerie Ilva hanno sforato i limiti di emissioni del pericoloso benzene nel luglio scorso. Ad ammetterlo sono proprio i tecnici della grande fabbrica di Taranto in una nota spedita nei giorni scorsi al ministero dell'Ambiente, alla commissione istruttoria Aia-Ippc, all'Ispra e all'Arpa. Nella missiva, firmata dal commissario Enrico Bondi e dal direttore dello stabilimento Antonio Lupoli, si parla di "valori anomali riscontrati nelle rilevazioni discontinue di luglio al camino 424-cokefazione batterie 7-8".
DOCUMENTI I VALORI DEL BENZENE REGISTRATI
Al documento è allegata una tabella nella quale sono esplicitate quelle "anomalie". Nel dettaglio gli sforamenti riguardano le emissioni convogliate che sono state monitorate sulla ciminiera della cokeria. Il parametro di riferimento introdotto con la nuova autorizzazione integrata ambientale è di 4.000 microgrammi per metro cubo di benzene. Nell'autocertificazione di Ilva si fa riferimento a tre dati registrati il 15 luglio sui fumi usciti dal camino della cokeria. In due casi su tre il limite Aia di concentrazione del pericoloso benzene viene violato. In un'occasione il sensore piazzato nella bocca della ciminiera evidenzia un'emissione di benzene di 5.000 microgrammi per metro cubo. In un'altra si arriva a 7.000 microgrammi. Nella terza, invece, il dato si attesta sotto il parametro Aia.
Quei valori sono bollati come "anomali rispetto ai limiti previsti dall'Autorizzazione integrata ambientale". Da Ilva, però, ci si affretta a spiegare che "è da tenere presente che dai rilievi eseguiti per tale parametro nel 2013 risulta nella totalità dei casi che il valore misurato è stato inferiore al limite di rilevabilità". E si aggiunge che per questo "i rilievi di luglio sono da considerarsi non rappresentativi", perché anche quelli successivi sono risultati al di sotto del limite Aia. Resta il fatto che due mesi fa, nell'azienda affidata al commissario Bondi, si è registrato lo sforamento dei limiti di uno dei veleni industriali più pericolosi sviluppati dalle cokerie dell'area a caldo, proprio quella che la magistratura ha tentato inutilmente di sequestrare nell'ambito dell'inchiesta per disastro ambientale. E non si può non sottolineare che il monitoraggio risulta effettuato in un solo giorno del mese, e non in continuo, e per le emissioni convogliate, mentre resta il punto interrogativo su quelle diffuse e fuggitive. Ad ogni buon conto quell'autocertificazione, che porta anche la firma del capo area delle cokerie, è all'attenzione di Ispra e Arpa che dovranno valutarne la portata.(Rep)

lunedì 2 luglio 2012

Quanto costano i tumori tarantini?

Nella Provincia di Taranto 3mila nuovi tumori all’anno

In riferimento alla relazione del Prof. Giorgio Assennato, Direttore Arpa Puglia, invitato al Simposio Internazionale dal tema: “Benzene, leucemia infantile, e tumori ematopoietici linforeticolarie”, svoltosi nei giorni scorsi a New York e riferito alla presentazione dei dati d’incidenza di tumori a Taranto, in particolare leucemie infantili, ci tengo a fare dovute precisazioni. Il professore Assennato ha citato un possibile danno da inquinamento valutato in 5 milioni di euro all’anno ma io, come più volte ho ribadito, deduco che i predetti 5 milioni siano molto sottostimati.
Accade che la valutazione viene estrapolata nella maniera che segue: nella provincia di Taranto abbiamo circa 3mila nuovi tumori all’anno e da come dicono anche i periti impegnati nella maxi – inchiesta condotta a Taranto dal GIP Todisco, e che riguarda i reati di disastro ambientale, inquinamento, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, che vedono come indagati i massimi dirigenti ILVA, per cui si stima che ci sia una maggiore incidenza di tumori considerato in un aumento del 30% rispetto ad altri centri italiani io stimo che calcolando una variabile dal 10 al 30% di una maggiore incidenza di tumori dobbiamo giudicare all’incirca un costo approssimativo di questi tumori in eccesso di circa 50 mila euro all’anno per le cure del 1° anno e circa 20 mila euro all’anno negli gli anni successivi, includendo ovviamente: gli atti diagnostici, gli esami, le valutazioni cliniche eventuali interventi chirurgici, eventuali terapie citostatiche, eventuali radioterapie o quant’altro o complicanze ulteriori.
Stando a questi costi che sono sicuramente minimali se noi ipotizziamo una maggiore incidenza del 10% ci viene che noi ogni anno abbiamo circa 300 tumori e stando ai costi come descritti finora viene per cui il costo minimo stimato è di circa 15 milioni di euro a cui vanno aggiunti i costi degli anni successivi e considerando una media di sopravvivenza di circa 4 anni per ciascun tumore arriviamo ad un costo di circa 21 milioni di euro all’anno se i tumori sono in incremento a Taranto del 10%, e di 63 milioni di euro all’anno se invece questo incremento è dell’ordine del 30%. Non si esaurisce qui il problema perché ai predetti costi crudi della malattia dobbiamo aggiungere: i costi di perdita del lavoro e quindi il danno economico che questa persona ha subito, e quindi che la società anche subisce, per effetto della malattia, i costi maggiorati degli investimenti in strutture ospedaliere per far fronte alla maggiore quantità di pazienti che gravitano sul territorio, i costi di parenti ed eventuali accompagnatori di questi pazienti che tra sostegno al paziente in terapia e/o nella mobilità passiva affrontano un danno anche economico.
Inoltre, i costi diretti sulla salute non possono essere misurati solo in merito all’impatto ambientale e sanitario dell’inquinamento che si manifesta con i soli tumori perché ci sono tate altre malattie che hanno correlazione con l’ambiente in cui si vive e sono malattie che hanno a che fare con l’apparato respiratorio, l’apparato cardiocircolatorio, l’apparato nervoso e le tutta la varietà di disimmunopatie nonché alterazioni di tipo allergotossico. In tutto ciò si instaura il problema di danno cronico ambientale per il quale si perde la presenza e l’eterogeneità di economie diverse e non inquinanti sul territorio: l’agroalimentare, la zootecnia, la mitilicoltura, l’itticoltura etc etc. ecco perché credo che i danni economici indotti dall’inquinamento ambientale siano molto ma molto superiori rispetto a quelli resi manifesti dal prof Assennato. Egli si riferisce alla specificamente alla questione salute ma anche restando in quel parametro si assiste a costi nettamente superiori, ecco perché ribadisco di divulgare, in ordine agli insediamenti inquinanti sul territorio, come stanno realmente le cose”. (Patrizio Mazza, consigliere regionale IdV - Statoquotidiano)

sabato 12 dicembre 2009

Le bugie dell'Ilva (mò avaste!)

L'Ilva ha inquinato di più, anno dopo anno, ma nel suo "Rapporto Ambiente e sicurezza" vanta l'esatto opposto.
Ilva: più benzene, più IPA e più polveri. Ecco la verità sull'inquinamento dell'acciaieria di Riva

Con una campagna pubblicitaria senza precedenti, l’Ilva ha diffuso dati non attendibili sotto il profilo statistico-scientifico. Con i soldi della campagna di pubbliche relazioni, Riva avrebbe potuto acquistare il campionatore in continuo della diossina. Altamarea dimostra, dati alla mano, il progressivo aumento delle sostanze cancerogene scaricate dall'acciaieria sulla città quando la produzione va al massimo.

12 dicembre 2009 - Alessandro Marescotti
La campagna pubblicitaria dell'Ilva sulle presunte "riduzioni dell'inquinamento" è venuta a costare più del campionamento continuo (per il controllo della diossina 24 ore su 24). Ed è una campagna che ha diffuso diversi dati statistici privi di validità scientifica. La verità è invece che i dati ufficiali comunicati da Ilva al Ministero dell'Ambiente evidenziano un peggioramento delle emissioni quando la produzione è al massimo.

Emilio Riva, proprietario dell'Ilva
Con il denaro della campagna l'Ilva poteva acquistare il campionatore in continuo
L’Ilva ha acquistato recentemente quattro pagine sui quotidiani locali per magnificare il proprio impegno per l’ambiente e la sicurezza. E in più ha stampato 14 mila libri rilegati con carta patinata e foto a colori. Colpisce subito, in questa vasta campagna mediatica, la quantità di denaro profuso. Calcoliamo che, se ogni volume costasse 10 euro, il totale dell’operazione si aggirerebbe sui 140 mila euro. A ciò si deve aggiungere il costo delle pubblicazione delle pagine a pagamento sui quotidiani locali. Arriviamo ad una cifra considerevole che stimiamo superi i 150 mila euro. Considerando che il “campionamento continuo” dei fumi contenenti diossina costerebbe tra i 130 mila e i 140 mila euro, ci chiediamo perché l’Ilva abbia speso una tale somma invece di fare il campionamento della diossina 24 ore su 24. Non sarebbe stato meglio pubblicare le informazioni sul sito Internet dell’Ilva e impiegare quei soldi per controllare la diossina 24 ore su 24?

Dati privi di validità statistica
Ma veniamo al merito della comunicazione aziendale. L’Ilva sostiene di aver ridotto l’inquinamento. Questi sono i dati percentuali sulle “riduzioni stimate” delle emissioni diffuse della cokeria:
polveri - 62%; benzene - 27%; IPA - 45%.
Chiunque abbia studiato statistica sa che i dati percentuali, presentati in questo modo e privi di verificabilità, sono scientificamente non validi. Infatti un dato percentuale di una serie storica ha senso se si riferisce ad un preciso anno e a un preciso quantitativo. Il rapporto dell’Ilva non dice rispetto a che anno sarebbe avvenuta questa riduzione. Rispetto al 1995? Rispetto al 2002? Rispetto al 2006? Ma soprattutto non è chiaro quali siano i quantitativi attuali e quelli di riferimento storico considerati ai fini del calcolo percentuale. Facciamo un esempio semplicissimo. Se una persona dice di essere dimagrita del 27% ma non dice rispetto a che anno e rispetto a quale peso, quel dato è assolutamente privo di validità statistica. Occorrerebbe pertanto conoscere il quantitativo in chilogrammi degli IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) che attualmente fuoriesce e il corrispondente quantitativo di IPA rispetto a cui si effettua il confronto statistico. Senza questi dati in chilogrammi le percentuali sono prive di senso e di validità. Chi studia statistica lo sa benissimo. Le tabelle del Rapporto Ilva riportano istogrammi che visualizzano percentuali prive di riscontri in valori quantitativi di emissioni. Da un punto di vista scientifico questi dati percentuali non hanno alcun valore in quanto non è verificabile la procedura con cui vengono ricavati. L'Ilva lo sa benissimo ed è bene che lo sappiano anche i lettori magari meno attrezzati da un punto di vista tecnico.

Dati non validati da ente terzo
E soprattutto i dati Ilva non validati da alcun ente terzo, come ha giustamente osservato il Direttore Generale dell’Arpa Giorgio Assennato. Le tabelle dei dati riportano la dicitura “fonte Ilva”, il che la dice lunga. In altre parole l’Ilva “se la canta e se la suona” senza alcuna validazione di un ente di controllo per cui non possiamo considerare validi scientificamente i dati diffusi su polveri, benzene e IPA.
Incremento del benzene, degli Ipa e delle polveri Ma un criterio di raffronto per verificare i miglioramenti e i peggioramenti esiste: sono le dichiarazioni INES dell’Ilva. Pertanto noi ci atterremo unicamente ai dati ufficiali comunicati da Ilva al Ministero dell’Ambiente e validati nell’ambito del registro INES (Inventario Nazionale Emissioni e loro Sorgenti). Attualmente i più
recenti dati disponibili sono le dichiarazioni INES 2007 contenenti i dati stimati di emissione 2006. La realtà che emerge è la seguente.
Il benzene (cancerogeno) è passato dai 188236 chili del 2002 ai 231387 chili del 2006, con un incremento dell’inquinamento stimato del 22,9%.
Gli IPA (cancerogeni) sono passati dai 25913 chili del 2002 ai 35480 chili del 2006, con un incremento dell’inquinamento stimato del 36,9%.
Neppure per le polveri la situazione migliora: esse passano da 9707 tonnellate del 2002 alle 11462 tonnellate del 2006, con un incremento stimato del 18,1%.

Contraddizione fra dati INES e dati del Rapporto Ilva
Emerge con assoluta evidenza che l’Ilva ha dichiarato al Ministero dell’Ambiente un aumento delle proprie emissioni inquinanti proprio nel periodo in cui trattava con Comune, Provincia e Regione la cosiddetta “ambientalizzazione” dello stabilimento. In quel periodo l’Ilva ha presentato un cronoprogramma di investimenti che avrebbero dovuto alleggerire le emissioni inquinanti. Alla luce di tutto questi peggioramenti ci stupisce che l’Ilva poi dichiari nel suo Rapporto Ambiente e Sicurezza dei “miglioramenti” che non trovano conferma negli stessi dati comunicati da Ilva al Ministero dell’Ambiente e al registro INES.
Diossina: non verrebbe rispettata la tempistica della legge regionale
Ma ci sono altre stranezze nel Rapporto Ilva. L’adeguamento al valore obiettivo previsto dal Protocollo di Aarhus per la diossina ha, secondo l’Ilva, un “orizzonte temporale” di 2 anni. In tal modo verrebbe violata la legge regionale sulla diossina che fissa tale adeguamento entro il 31 dicembre 2010. Questo punto ci preoccupa fortemente e chiediamo un intervento deciso del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola.

I dati “gonfiati” del programma di ambientalizzazione
In conclusione alla “glorificazione” di Santa Ilva, officiata dal Sommo Sacerdote Emilio Riva, contrapponiamo una domanda finale: nel “miliardo di euro impiegato per l’ecologia e per la tutela dell’ambiente” ci sono i settecento milioni di euro del piano di “panna montata” inserito nella documentazione presentata per l’Autorizzazione Integrata Ambientale? Sono passati più di due anni da quando gli ambientalisti e le associazioni cittadine hanno dimostrato che quella cifra si riferiva a 64 proposte di “nuova tecnica” più 2 modifiche di attività, la gran parte delle quali hanno ben poco a che fare con la riduzione delle emissioni inquinanti degli impianti. Ma il patron dell’Ilva continua a dare quei numeri. E’ così che dimostra la sua disponibilità nei confronti di tutti gli stakeholders fra cui i 193.736 cittadini di Taranto?

Altamarea
Coordinamento cittadini e associazioni
Per contatti voce: cell. 3471463719