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giovedì 10 dicembre 2015

Qualcuno fa festa...

Ilva, processo tutto da rifare

Il processo Ilva in Corte d’Assise a Taranto crolla come un castello di carta per alcuni difetti formali riscontrati nel provvedimento con cui, lo scorso 23 luglio, il giudice dell’udienza preliminare, Wilma Gilli, ha disposto 47 rinvii a giudizio.
I difetti formali riguardano l’omissione del nome di un avvocato d’ufficio, la mancata puntualizzazione dei reati contestati, dei ruoli operativi svolti e dei tempi a cui quest’ultimi si riferiscono, relativamente ad una serie di imputati, infine l’insufficiente descrizione dell’imputazione sollevata verso l’Ilva. Dettagli, eppure di rilievo visto che hanno bloccato tutto. Ieri la Corte d’Assise ha deciso che si torna all’udienza preliminare e quindi bisognerà rifare tutto daccapo. È come se un anno di udienze davanti al gup Wilma Gilli, da giugno 2014 a luglio 2015, non si fosse mai svolto. Eccetto la posizione dei cinque imputati che hanno scelto il rito abbreviato e che sono stati già giudicati (due condannati e tre prosciolti), per gli altri 47 di cui la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio, ora si apre un nuovo procedimento davanti ad altro gup. Essendosi già espressa, non sarà infatti il giudice Gilli a pronunciarsi. E decadono anche le oltre 800 richieste di costituzione parte civile che erano state ammesse per un ammontare complessivo di 30 miliardi. C’erano i ministeri della Salute e dell’Ambiente, la Regione Puglia, la Provincia e il Comune di Taranto, ma anche i sindacati, le associazioni ambientaliste, le organizzazioni dei mitilicoltori, degli allevatori e degli agricoltori, categorie che hanno lamentato danni alle loro attività a seguito dell’inquinamento dell’Ilva.

Una mera dimenticanza appare il fatto che il nome dell’avvocato Vincenzo Vozza, che all’udienza preliminare conclusiva del 24 luglio scorso era stato designato quale difensore d’ufficio per undici imputati che quel giorno non avevano il proprio legale in aula, non compaia nel provvedimento del gup che dispone i 47 rinvii a giudizio.
Eppure è uno dei motivi che ha «azzerato» il processo sinora svoltosi, riportando indietro le lancette. Inoltre, lo stesso avvocato Vozza, sentito ieri, ha dichiarato di non ricordare se quel 24 luglio fosse stato nominato o meno difensore d’ufficio. È stata la Procura, col procuratore aggiunto Pietro Argentino, ad accorgersi dei difetti formali e a porre la questione alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Michele Petrangelo. Pare che la Procura li abbia notati solo nei giorni scorsi. La pubblica accusa ha quindi deciso di uscire subito allo scoperto per evitare che la difesa degli imputati, probabilmente anch’essa a conoscenza dell’omissione, potesse tenere il caso coperto per lungo tempo salvo poi tirarlo fuori, come un’asso nella manica, in Corte di Cassazione. A quel punto, non solo l’udienza preliminare sarebbe stata «azzerata» ma anche le conclusioni del primo e del secondo grado di giudizio.
Ieri si è discusso se quanto emerso potesse essere ritenuto una nullità relativa, sanabile cioè dalla Corte d’Assise, oppure assoluta, rendendo quindi necessario tornare al gup. La Corte ha scelto quest’ultima strada. Oltre ad essere rilevante sia per il numero degli imputati, degli avvocati e delle parti civili, che per i capi di imputazione contestati (associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale è il reato ascritto a Fabio e Nicola Riva, esponenti della proprietà dell’Ilva), il processo di Taranto sinora non ha avuto un cammino facile. L’udienza preliminare, a metà 2014, restò in stand by per alcuni mesi in quanto i difensori di 13 imputati, dell’Ilva e di Riva Fire avanzarono istanza di rimessione alla Corte di Cassazione.
In pratica, chiesero di spostare il processo in altra sede (sarebbe stata Potenza nel caso) in quanto a Taranto, per la pressione degli ambientalisti e di alcune componenti della città, nonchè per le manifestazioni anti-Ilva che si erano svolte in passato, non c’erano le condizioni per un giudizio «sereno» ed «equilibrato». La Cassazione però decise a ottobre 2014 che il processo dovesse restare a Taranto.
E così l’udienza preliminare riprese e si concluse a luglio scorso con 47 rinvii a giudizio. Relativi a 44 persone fisiche tra cui i due fratelli Riva, l’ex governatore pugliese, Nichi Vendola (concussione aggravata), il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno (omissione di atti d’ufficio), l’allora presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, dirigenti del siderurgico, funzionari ed amministratori pubblici. Ma anche a 3 società per la responsabilità amministrativa delle imprese: Riva Fire, Riva Forni Elettrici e Ilva. Il processo in Corte d’Assise è cominciato il 20 ottobre scorso ma si è subito inceppato per l’omessa notifica ad uno degli imputati, l’ex assessore della Regione Puglia, Nicola Fratoianni, oggi deputato di Sel. Nemmeno l’udienza dell’1 dicembre si è svolta perchè c’era lo sciopero dei penalisti. Si è così arrivati a ieri. Ma stavolta dovrà trascorrere tempo prima che il proccesso Ilva torni in aula.(Sole24h)

martedì 1 dicembre 2015

Diritto di sciopero

Ilva, rinviato il processo 'Ambiente svenduto'. Ma la Corte accelera sui tempi in aula

'Ambiente svenduto', il processo sul disastro ambientale di Taranto, sarà rapido. Il presidente della Corte d'assise, Michele Petrangelo, dovrebbe andare in pensione a luglio 2017 e preme sull'acceleratore per concludere le udienze in tempi rapidi. La prima udienza nella struttura che ospiterà il processo, la Scuola volontari dell'Aeronautica militare, è saltata per lo sciopero dei penalisti, ma la Corte ha già fissato tre udienze prima delle vacanze natalizie: il 9, 15 e 22 dicembre. E a gennaio si lavorerà in aula a tamburo battente, tutti i martedì e se necessario anche i mercoledì, per chiudere l'istruttoria in un anno e mezzo.
Fabio Riva rimane l'unico detenuto del processo: è accusato di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento delle sostanze alimentari e all'omissione dolosa di cautele nei luoghi di lavoro. A giugno scorso, dopo due anni e mezzo trascorsi a Londra per sfuggire alla cattura, si è consegnato alle autorità italiane. I giudici inglesi si erano peraltro pronunciati a favore della sua estradizione. Riva ha acconsentito al suo avvocato di aderire allo sciopero. 'Ambiente svenduto' è considerato il più importante processo per reati ambientali in Italia dopo quello sull'eternit a Torino. (Rep)

martedì 20 ottobre 2015

Cominciamo bene...

Ilva, iniziato e subito rinviato il maxiprocesso a Taranto. Pm: a noi compete lotta ai reati

All’ex assessore regionale e attuale parlamentare di Sel Nicola Fratoianni, imputato per favoreggiamento, il decreto che dispone il giudizio è stato notificato soltanto lo scorso 30 settembre dalla Guardia di Finanza e così, alla luce degli almeno 20 giorni prima tra la notifica e l’avvio del processo dettati dal codice di procedura penale, il vero avvio del processo «Ambiente svenduto» sull’inquinamento provocato dall’Ilva, slitta al 1° dicembre.
Rinvio annunciato e per alcuni versi salutare. L’aula «Alessandrini» del Palazzo di Giustizia è troppo piccola (e anche non impiantisticamente dotata, non essendoci più le luci e i microfoni che la trasmissione «Un giorno in Pretura» assicurò per il processo Scazzi) per contenere 47 imputati, oltre cento avvocati, un migliaio di parti civili, una quarantina tra giornalisti fotografi e operatori e il pubblico prevedibile in occasione delle udienze-clou. Così, la prossima volta, con le notifiche regolari, l’aula magna dell’ex scuola addestramento reclute dell’Aeronautica militare farà da adeguato palcoscenico ad un dibattimento destinato a scrivere (o a riscrivere, a seconda dei punti di osservazione) la gestione privata (1995-2013) della più grande acciaieria d’Europa.
Certo, Fratoianni con la sua presenza in aula avrebbe potuto sanare il difetto di notifica, ma il suo legale, prima nei giorni scorsi fuori udienza e ieri direttamente al microfono, ha invece tenuto a far rilevare l’irregolarità, rendendo l’appuntamento di ieri utile unicamente per capire quanto dura l’appello di tutte le parti (61 minuti, con una lettura anche molto spedita) e consentire a chi parte non lo è ancora - come duecento residenti al rione Tamburi, due associazioni di consumatori e l’Asl di Taranto - di depositare richiesta di costituzione.
«Abbiamo ritenuto - spiega il direttore generale dell’Asl Stefano Rossi alla Gazzetta - di affidare un mandato all’avvocato Stefano De Francesco perché, al di là di quello che sarà l’esito del processo, è opportuno che l’Asl capisca cosa è successo in questi anni a Taranto, portando anche il suo contributo tramite i dati raccolti dal dipartimento di prevenzione. Si tratta di un processo che riguarda la salute dei tarantini, l’Asl non poteva non esserci e, voglio sottolinearlo, senza badare al risarcimento che eventualmente sarà stabilito».
La riapertura del fronte parti civili sarà al centro della prossima udienza perché, oltre alle nuove richieste, ieri Legambiente tramite gli avvocati Eligio Curci e Ludovica Coda, e a seguire con l’annuncio fatto dai ministeri dell’Ambiente e della Salute con l’avvocato dello Stato Antonio Tarentini e la Regione Puglia con l’avvocato Salvatore D’Aluiso, intendono chiamare nuovamente in causa le tre società (Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici) imputate ai sensi della legge 231 che disciplina la responsabilità amministrativa delle imprese. In sede di udienza preliminare era stata presentata da più parti richiesta di costituzione di parte civile contro le tre società ma il giudice Vilma Gilli l’aveva rigettata, uniformandosi alla giurisprudenza che ritiene inammissibile la richiesta di costituzione di parte civile perché nella legge 231/2001 tale evenienza non è proprio prevista, e non per distrazione o per dimenticanza, ma per scelta. Silenzio, però, letto in maniera diversa dalle parti in causa che richiamano un pronunciamento della Corte di Giustizia Europea del 9 febbraio 2011 secondo la quale la legge 231 del 2001 non impedisce alla vittima di un reato di chiedere il risarcimento dei danni direttamente causati da tale reato, nell’ambito del processo penale, alla persona giuridica autrice di un illecito amministrativo.
Una battaglia non irrilevante perché ballano miliardi di euro, gli oltre 30 chiesti da tutte le parti civili sia alle persone fisiche che alle società in giudizio. Il 1° dicembre sarà la Corte d’Assise (presidente Michele Petrangelo, giudice a latere Fulvia Misserini e sei giudici popolari) a dover entrare nel merito, esaminando sia le nuove richieste delle parti civili che la prevedibile opposizione delle difese degli imputati. La Corte d’Assise dovrà anche valutare la richiesta di patteggiamento che gli avvocati dell’Ilva Angelo Loreto e Filippo Sgubbi riproporranno dopo che in udienza preliminare la Procura negò il consenso, mettendo il giudice Gilli nelle condizioni di passare oltre.
Nel collegio difensivo va segnalata la formalizzazione della nomina del professor Franco Coppi a legale di Fabio Riva, l’unico imputato ad essere detenuto. Coppi ha già assistito la famiglia Riva in occasione del maxi-sequestro da oltre 8 miliardi di euro disposto dal giudice Patrizia Todisco nel 2013, curando gli interessi di Riva Fire e ottenendo il 20 dicembre dello stesso anno l’annullamento senza rinvio da parte della Corte di Cassazione. (GdM)

Donna? No, Diossina!

Processo Ilva, il ‘fattore D’ e le altre novità

Non è la prima volta che Ilva finisce sotto processo. Ma questo processo ha sette novità importanti da segnalare:
1) Fattore D: Diossina. Tocca l’avvelenamento delle sostanze alimentari. Reato per cui sono previste pene altissime. Mai era stato toccato questo aspetto a Taranto.
2) Fattore P: Politica. Tocca politici che hanno governato. Mai era stato violato questo “livello eccellente” a Taranto per i processi ambientali. Ed è una novità dirompente anche nel panorama nazionale.
3) Fattore E: Epidemiologia. Mai era stata fatta un’indagine epidemiologica per accertare il nesso fra inquinamento e salute sull’intera città di Taranto.
Inoltre vanno segnalati altri aspetti di assoluta importanza:
4) Disastro ambientale: il processo per la prima volta in Italia abbraccia un territorio così ampio (per la diossina sono stati interdetti i pascoli liberi in un raggio di 20 chilometri);
5) Parti civili: siamo arrivati a superare le 1300 parti civili, l’estensione della richiesta di risarcimenti coinvolge ormai ampi pezzi della città, a parte i 20 mila creditori che bussano alle porte dell’Ilva nel tribunale fallimentare di Milano;
6) Associazione a delinquere: una gravissima accusa è stata mossa a molti imputati, ed è argomentata anche con intercettazioni telefoniche che mai erano state effettuate a Taranto e che hanno scoperchiato un mondo inquietante;
7) Processo apripista: molte città inquinate in Italia guardano a Taranto come ad un esempio a cui ispirarsi: chiedono anch’esse giustizia.

lunedì 12 ottobre 2015

Operai attivi

Ilva, processo dal 20. Cobas annuncia sit-in

I Cobas, organizzati nella "Rete nazionale per la sicurezza e la salute sui posti di lavoro e sui territori", stanno organizzando per il 20 ottobre, giorno in cui inizierà il processo per il presunto disastro ambientale provocato dall’Ilva, un sit-in davanti al Tribunale di Taranto, allo stabilimento siderurgico e al quartiere Tamburi. "L'Ilva - è detto in una nota – mostra in maniera esemplare come lo Stato sia sempre e solo al servizio del capitale. La gestione attuale di Stato e di governo dell’Ilva mostra che l’intervento dello Stato borghese serve solo per socializzare le perdite e in futuro, nuovamente, privatizzare i profitti. Per questo il processo Ilva è una grande scadenza nazionale".
L'appello dei Cobas a partecipare ai sit-in di protesta è rivolto ad "operai dell’Ilva, lavoratori del cimitero, luogo di massima concentrazione di inquinamento ai Tamburi, proletari e famiglie dei quartieri Tamburi e Paolo VI, costituitisi parte civile". (GdM)

martedì 11 agosto 2015

Con questo caldo, un altro po' di fresco non fa male!

Respinto l’appello, Fabio Riva resta in carcere 


Fabio Riva deve restare in carcere. Lo hanno deciso i giudici del Tribunale che hanno respinto l’appello proposto dal difensore dell’industriale lombardo finito in cella a Taranto ai primi di giugno, non appena rientrato in Italia. I magistrati hanno depositato il solo dispositivo e si sono riservati di motivare il loro verdetto nei prossimi giorni. Di certo ha retto la linea della procura che aveva insistito sul mantenimento del provvedimento restrittivo, sulla base della sussistenza delle esigenze di natura cautelare.
Una posizione che aveva già convinto il giudice delle indagini preliminari che aveva respinto, nelle scorse settimane, l’istanza di revoca o attenuazione della misura avanzata dall’avvocato Nicola Marseglia, difensore di Riva. Contro quella decisione, il legale aveva proposto appello in Tribunale. Ma la sua richiesta si è fermata dinanzi al semaforo rosso acceso dal collegio giudicante. In camera di consiglio accusa e difesa si erano date un’aspra battaglia sul destino dell’ex vicepresidente della Riva Fire, travolto insieme a tutto il gruppo industriale del patron Emilio Riva dal turbine giudiziario battezzato “Ambiente Svenduto”.
Era il 26 novembre del 2012, quando per il figlio del patron scattò una ordinanza di custodia cautelare in carcere. Quel giorno in cella finì Girolamo Archinà, l’ex potentissimo responsabile delle pubbliche relazioni dell’acciaieria. Alla retata, sfuggì, invece, proprio Fabio Riva. L’industriale si trovava a Londra nel momento in cui la Guardia di Finanza eseguì gli arresti. Per Riva il provvedimento restrittivo venne trasformato ben presto in mandato di cattura europeo, con richiesta di estradizione recapitata in Inghilterra dalla procura jonica alla luce del ruolo contestato a Riva nel procedimento che ha inquadrato il disastro ambientale attribuito alla grande fabbrica. Dopo due anni e mezzo di permanenza a Londra, il nodo diplomatico è stato sciolto a giugno. Con Fabio Riva che è rientrato in patria ed è stato accolto dalle Fiamme Gialle non appena sbarcato all’aeroporto di Fiumicino. Da quel giorno, l’industriale è rinchiuso nel carcere di Largo Magli.
In camera di consiglio, nel corso della discussione tenuta la scorsa settimana, la procura ha ribadito che a carico di Riva continua a sussistere sia il pericolo di inquinamento probatorio sia quello di fuga. Valutazioni alle quali si è opposto il difensore dell’imputato. L’avvocato Nicola Marseglia ha sostenuto la totale assenza di esigenze cautelari, anche alla luce dell’evoluzione del processone che è già sbarcato a giudizio. Mentre in aula lo stesso Riva aveva preso la parola, per fornire la sua versione su una delle intercettazioni simbolo dell’inchiesta. Ovvero quella in cui proprio lui sembrava sminuire la crescita di tumori in città. Una interpretazione delle sue parole che Riva ha seccamente smentito. Il round in camera di consiglio, però, se lo è aggiudicato nuovamente la procura. Con il dispositivo che tiene in cella l’ex uomo forte del gruppo Ilva.
Intanto prenderà il via il prossimo 20 ottobre il processo in cui è sfociata la clamorosa inchiesta battezzata “Ambiente svenduto”. Alla sbarra 44 imputati e tre società. Tutti rimasti invischiati nelle indagini sul disastro ambientale e sanitario di Taranto. Il rinvio a giudizio è stato decretato lo scorso 23 luglio dal gup Vilma Gilli, al termine di una lunghissima udienza preliminare. Il magistrato ha accolto la richiesta avanzata dal pool di inquirenti guidato dal procuratore Franco Sebastio. (Quot)

A carte scoperte!


Dopo l'ottavo decreto che consente all'Ilva di camminare anche sui morti si è persa ogni forma di pudore: la parte più beceramente industrialista del PD, di cui Mucchetti è sempre stato esponente di spicco, è scesa in campo con le armi sguainate per difendere il mostro ad ogni costo. 
Nei loro discorsi (tipo: "Il commissariamento dell’Ilva deve portare al salvataggio del centro siderurgico di Taranto nel rispetto dei vincoli ambientali") resta solo qualche vaga postilla, più retorica o interpuntiva che altro, all'ambiente. I cittadini sono spariti dal loro panorama fatto di tonnellate di materia varia e soldi. 
Gli esseri umani sono trasfigurati nell'immagine dei posti di lavoro che dovrebbero andare ad occupare, con le loro famiglie, con la loro facile sostituibilità, una volta ammalati o deceduti. 
Anche la magistratura finisce sul banco degli imputati, giudicata da una Commissione di chissà quali esperti... di nomina politica!
La falange oplitica dell'oligarchia industriale e finanziaria ha trovato i suoi arieti da mandare sotto a testa bassa! 
Eccovi questa bella disquisizione sul preridotto.
Una specie di concerto d'arpa sull'incendio che divampa.

Restituite a Taranto l’industria dell’acciaio

Caro direttore, il tuo giornale ha avuto il merito di riproporre per primo la questione meridionale come banco di prova del governo, con l’intervista al ministro Guidi e l’intervento (molto concreto) dell’ad di Invitalia, Domenico Arcuri.
Senatore Pd e presidente della Commissione Industria del Senato e domenica, con il fondo di Luca Ricolfi, ha sostenuto l’appello (giustissimo) del premier, Matteo Renzi, contro la cultura del piagnisteo. A mio parere, va ora aggiunto che, proprio per non ricadere nel “genericissimo”, questo banco di prova potrà funzionare nel tempo se superiamo, adesso, la prova del fuoco costituita dall’Ilva.
Il commissariamento dell’Ilva deve portare al salvataggio del centro siderurgico di Taranto nel rispetto dei vincoli ambientali. Diversamente, il fallimento dell’azienda avrebbe conseguenze sociali ed economiche tali da azzerare la credibilità di ogni altra politica per il Mezzogiorno se è vero che, come dice il governo, chiudere l’Ilva costerebbe 8 miliardi. Vengo al dunque.
L’Ilva, si sa, raggiunge il pareggio operativo con una produzione giornaliera di 21.500 tonnellate di acciaio. Naturalmente, a pieno regime, l’Ilva può produrre di più e guadagnare, anche parecchio. Ma questo è il traguardo del futuro, non il punto di partenza di oggi. L’azienda ha spento l’altoforno principale, l’AFO5, per fine campagna, tenendo in funzione due degli altri tre altoforni (AFO2, AFO4). Questa scelta riduce la produzione a 12.000 tonnellate al giorno, determinando, dati i costi fissi, perdite operative di un centinaio di milioni di euro. Non crocifiggo nessuno per questo. Sarebbe errato e ingeneroso. Ogni congiuntura ha le sue ragioni. Ma non possiamo nemmeno dimenticare che, quando a metà 2014 si decise di “cambiare passo” lasciando cadere il piano industriale dell’allora commissario Bondi, l’Ilva perdeva 35 milioni al mese. Nella seconda metà dell’anno scorso, all’apparente recupero del conto economico anche grazie a introiti non operativi, corrispose l’aumento dei debiti fino al punto di rendere inevitabile il ricorso all’amministrazione straordinaria. Ora, per fermare l’emorragia in attesa della ripartenza di AFO5, bisogna aumentare la produttività degli impianti attivi senza aggravare l’impatto ambientale. Un’operazione che può funzionare se si caricano con preridotto gli altri altiforni nella misura del 20% del potenziale. Sento dire che l’azienda avrebbe fatto o avrebbe in animo di fare un ordine d’acquisto di 800 mila tonnellate di questo semilavorato. Sarebbe assai interessante. Con l’utilizzo del 20% di preridotto in carica, il professor Mapelli, di nuovo consulente dell’Ilva, calcolò a suo tempo un incremento della produttività dell’11% e un decremento del 15% delle emissioni di CO 2, delle polveri sottili e degli idrocarburi aromatici. Quando a Taranto si potrà arrivare all’utilizzo del solo preridotto con soli forni elettrici, a parità di produttività gli idrocarburi aromatici spariranno del tutto dalle emissioni, le polveri sottili scenderanno al 5% dei livelli attuali e la CO2 sarà un terzo di quella attuale.
Tutto questo è rimasto lettera morta perché il piano industriale, centrato sull’innovazione del preridotto, è stato contrastato da Federacciai, che lo bollò ex cathedra come non sostenibile sul piano economico. Non mi interessa, in questa sede, aprire processi al passato, per quanto prossimo. Basterà ricordare che, tre-quattro mesi dopo, lo stesso presidente di Federacciai propose di produrre il preridotto a Piombino per contrastare il pretende algerino all’acciaieria toscana. Del resto, oggi guardano al preridotto alcune delle maggiori acciaierie del Nord per contrastare, con l’innovazione, la scarsità e la crescente onerosità del rottame, la loro materia prima. Il fatto è che i costi del preridotto stanno scendendo sui mercati internazionali, come era previsto da Bondi, purtroppo inascoltato.
L’Ilva dovrebbe guardare all’innovazione del preridotto non solo per obiettivi congiunturali, ma anche per avere un processo produttivo più snello e flessibile, non più basato solo sul carbone. L’Ilva del 2015 produce ancora gli acciai dell’Ilva pubblica (in venti anni è stata introdotto una sola vera novità di prodotto), mentre i concorrenti europei hanno sviluppato almeno 6 nuove categorie di acciaio (ciascuna categoria composta da 6 a 10 specialità) che hanno conquistato i mercati della meccanica, del settore automobilistico/veicoli commerciali e delle condutture.
Lo sviluppo di nuovi prodotti e l’incremento di produttività degli impianti possono realizzarsi solo se gli operatori si troveranno senza incombenze e pressioni di natura ecologica, che deconcentrano i gestori e compromettono la produttività. Siamo sicuri che, quando AFO5 tornerà a produrre, allora automaticamente Ilva supererà il break-even? Pongo la domanda perché, secondo i tecnici, esistono altri colli di bottiglia a valle degli altiforni. Come potrebbe migliorare il rapporto con la città e pure con la magistratura? La magistratura di Taranto ha commesso anche errori materiali e giuridici clamorosi come è emerso nei lavori della Commissione Industria del Senato, oltre che in Cassazione, ma resta un interlocutore stimabile e utile alla società, in ogni caso decisivo. Ora, se l’azienda si impegnasse ad affrontare la sorgente di gran parte dei pericoli ambientali che ne frenano l’attività, il clima, e non mi riferisco a quello atmosferico, potrebbe migliorare. Questa sorgente di pericolo si chiama carbone: carbone e la sua trasformazione in coke. Ricordiamoci che l’Ilva deve gestire a ridosso della città 10 grandi cokerie. È prudente immaginare che non sorgano altri conflitti senza un progetto di graduale superamento del carbone? (Sole24h)

sabato 1 agosto 2015

Taranto-Ilva: nessun dorma!

Per ora, solo per ora, è archiviato il processo “Ambiente Svenduto” , per il disastro ambientale causato da ’Ilva,  del quale  la prima udienza è stata fissata per  il 20 ottobre in Corte d’Assise. I rinvii a giudizio sono stati  44…ma nessuno dorme….
La Procura di Taranto procede nel suo stare attenta al siderurgico. Pare ci sia  un’inchiesta altra, una sorta di inchiesta-bis, che muove i passi , sempre nella direzione della ricerca affannosa e mai semplice di verità e giustizia. Ci sono esposti,  immagini, video, denunce e segnalazioni, mesi di lavoro che attendono riscontri  dall’ autorità giudiziaria. Sotto oggetto di attenzione   le gestioni commissariali a partire dal 2013. Sarebbe un nuovo filone quello di cui si sente parlare dopo  i giorni appena trascorsi , quando  sembrava chiusa per pausa estiva la questione Ilva, Altoforno 2 si, Altoforno 2 no.
Nessuno dimentica Patrizia Todisco, il gip simbolo della lotta contro l’inquinamento a cui le mamme di Taranto chiedevano di non spegnere i fari sull’Ilva ed i suoi fumi, la stessa donna   che così scriveva nell’ordinanza di sequestro preventivo degli impianti dell’area a caldo nel luglio 2013:
 “Non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’ILVA, abbia ancora ad ammalarsi o a morire…”
“La grave ed attualissima situazione di emergenza ambientale e sanitaria, imputabile alle emissioni inquinanti, convogliate, diffuse e fuggitive dell’Ilva, impone l’immediata adozione – a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana – del sequestro preventivo dei predetti impianti funzionale alla interruzione delle attività inquinanti. Ciò, affinché – considerate le inequivocabili e cogenti indicazioni affidate alla valutazione dell’Autorità Giudiziaria dalle perizie espletate e dagli ulteriori accertamenti svolti nel corso delle indagini – non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’ILVA, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o ad essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico”
Nessuno dimentica, nessuno dorme.
Ci sarebbero, dunque,  segnalazioni e  denunce, che la  Magistratura accerterà con i suoi doverosi approfondimenti, in riferimento a slopping continui,  dispersione di amianto. Le associazioni ambientaliste non si fermano e continuano il duro lavoro del fotografare, filmare, anche sotto i 40 gradi, e molto di più, che attanagliano la città in una bolla di calore, esasperando chi non respira qui in città, per raccontare che Ilva continua ad inquinare attraverso denunce ed esposti ad Arpa Puglia, Asl, Custodi giudiziari Ilva, anche se  legge salva-ilva del  marzo 2015, però,  prevede per i commissari straordinari una sorta di scudo giudiziario, dunque si salverebbero da responsabilità eventuali nella fase di attuazione dell’AIA.
Nessun dormiva … nessun dorme adesso…e nessun dorma mai…
E la nostra città non dormirà mai in un letto di rovine, di degrado, non lo permetteranno le voci di chi protesta ancora e sempre, nonostante il sale gettato sulle ferite. E la sera si tinge di emozioni e colori che poche città e pochi mari sanno regalare…
Come le due barche che solitarie al tramonto sui pali delle cozze tarantine,  continuano la loro vita di barche, che pescano e che ci chiedono di non dormire, di restituire alla città che splendeva sul mare  i suoi raggi migliori. (Articolo21 - M. Santoiemma)

martedì 28 luglio 2015

Il cerchio di scienza intorno a Re Giorgio


Ecco il testo ed i firmatari della lettera di solidarietà inviata il 27 luglio da noti epidemiologi ad alcune testate giornalistiche italiane

Lettera di solidarietà


Conosciamo il direttore di ARPA Puglia, Professor Giorgio Assennato, da molti anni e abbiamo condiviso con lui la passione per la ricerca sulle malattie da lavoro,  l’interesse per le tematiche ambientali e le implicazioni per la salute, la difficoltà di coniugare ricerca e gestione dell’intervento pubblico che ha implicazioni per la tutela dell’ambiente e la sanità pubblica. Questo percorso ci ha portato ad apprezzare le grandi capacità tecniche di Assennato, le sue indubbie doti manageriali, la sua onestà e rigore morale, la sua apertura al confronto con tutti i portatori di interessi, la trasparenza negli atti pubblici e la sua profonda convinzione che i conflitti ambientali vanno governati senza mai dare spazio a interessi di parte, schematismi ed approssimazioni. Assennato è una persona con un integro senso dello Stato, un professionista che in Puglia e in Italia ha profuso le sue energie per sviluppare e consolidare il sistema delle agenzie ambientali e per tutelare diritti e salute.

Per la conoscenza e la stima che abbiamo di Giorgio Assennato, con stupore abbiamo letto la notizia del rinvio a giudizio  per l’indagine “Ambiente Svenduto” di Taranto. La sua onestà e rettitudine per noi sono fuori di dubbio e siamo sicuri che ciò emergerà nel corso del processo. Siamo amareggiati per una campagna  mediatica che pone una persona onesta e competente come Assennato  “alla sbarra” allo stesso modo di chi è accusato di aver  inquinato. Assennato  ha  tentato, tra i primi e spesso in modo isolato, sempre e testardamente con i soli strumenti tecnici, di mettere un freno  alla prepotenza e al disastro ambientale. Siamo assolutamente certi della serenità ed equilibrio della giustizia, ma vogliamo dichiarare la nostra totale solidarietà ad Assennato e raccomandiamo alla stampa di considerera con più attenzione le diverse posizioni ed evitatare analogie disinformative per il pubblico ed umilianti per l’interessato.

lettera firmata da:
Carla Ancona, epidemiologa, Dipartimento di Epidemiologia, Servizio Sanitario Regionale, Regione Lazio;
Pier Alberto Bertazzi, medico del lavoro ed epidemiologo, Università di Milano;
Giovanna Berti, epidemiologa, ARPA Piemonte;
Fabrizio Bianchi, epidemiologo, dirigente di ricerca CNR;
Ennio Cadum epidemiologo, ARPA Piemonte;
Mario Cirillo, ingegnere, ISPRA:
Pietro Comba, epidemiologo, ISS;
Liliana Cori, comunicatrice, ricercatrice CNR;
Francesco Forastiere, epidemiologo, Dipartimento di Epidemiologia, Servizio Sanitario Regionale, Regione Lazio;
Paolo Lauriola, epidemiologo,  ARPA Emilia-Romagna;
Mauro Mariottini, epidemiologo, ARPA Marche;
Paola Michelozzi, epidemiologa, Dipartimento di Epidemiologia, Servizio Sanitario Regionale Regione Lazio;
Celestino Panizza, medico del Lavoro, ASL di Brescia
Roberta Pirastu, epidemiologa, Università “ La sapienza” di Roma;
Andrea Ranzi, epidemiologo,  ARPA Emilia-Romagna;
Danila Scala, epidemiologa, ARPAT Toscana;
Luciana Sinisi, medico, ISPRA;
Salvatore Scondotto, epidemiologo, Regione Sicilia;
Giuseppe Tiberio, medico, ARPA Molise;
Stefano Zauli, epidemiologo, ARPA Emilia-Romagna.(E&P)

lunedì 27 luglio 2015

Magari fosse solo disillusione...

Perché Taranto resta in silenzio

Cittadini disillusi dalla divaricazione tra i tempi della giustizia e quelli tecnico-politici

Il processo Ambiente svenduto che avrà inizio a Taranto il 20 ottobre prossimo si preannuncia lunghissimo, così come parecchio lunghe sono già state le fasi dell’indagine preliminare, entrata nel vivo nel 2012, e della successiva udienza preliminare che si è conclusa l’altro ieri. All’interno di quello che ha già assunto le sembianze di un maxiprocesso, si sviluppano in realtà vari processi paralleli. Due sono i suoi filoni principali. Il primo riguarda il modo in cui è stata organizzata una produzione di fabbrica che ha ritenuto «accettabili» le conseguenza del disastro ambientale, dell’usura della sicurezza nei luoghi di lavoro, dell’avvelenamento delle sostanze alimentari, della terra, delle falde acquifere. Il secondo riguarda invece le protezioni politiche e istituzionali che questo sistema di produzione avrebbe avuto negli ultimi anni, dal momento che l’inchiesta non si è spinta a studiare le responsabilità politiche delle stagioni precedenti, benché siano evidenti. Rispetto al modo di produrre acciaio nel più grande stabilimento italiano va ricordato anche che sono stati rinviati a giudizio i massimi rappresentanti di quella “struttura ombra” eretta dai Riva che avrebbe controllato la fabbrica e i suoi dipendenti come una sorta di “Gladio interna” non contemplata negli organigrammi ufficiali dell’azienda, tanto da alimentare quella sensazione di extraterritorialità che ha avvolto la vicenda Ilva dalla metà degli anni novanta in poi.
Quando il processo si concluderà, probabilmente la sentenza definitiva verrà accolta in una città mutata, in cui la parabola dell’acciaio avrà preso da sé altre strade. Ciò spiega la relativa apatia con cui è stata accolta in città la notizia dei rinvii a giudizio. Taranto appare silente, se confrontata con le proteste vibranti degli ultimi anni. Perché? Perché si sta assistendo a una divaricazione tra i tempi del maxiprocesso e il piano tecnico-politico quotidiano: gli incidenti, il sequestro dell’altoforno 2, i nuovi decreti, il non completamento di misure essenziali per l’applicazione della stessa Autorizzazione integrata ambientale. Finora, ad esempio, la copertura dei parchi minerari non è avanzata di un solo centimetro. A ciò si aggiunge la complicazione del mercato internazionale: anche qualora l’Ilva venisse rimessa a nuovo in tempi brevi, quei colossi come ArcelorMittal che avevano mostrato un certo interesse a rilevare gli impianti dopo il commissariamento, appaiono oggi molto più freddi. L’avvio del maxiprocesso cade inoltre in uno dei momenti economicamente più difficili che Taranto abbia mai vissuto. Al nodo Ilva si aggiungono la crisi del porto, quella del call center Teleperformance, e i numeri inquietanti sui non occupati in tutta la provincia. Insomma, la città sembra essere stretta in un gorgo perfetto, da cui uscire sembra un’impresa titanica. (A Leogrande - CdM)

venerdì 24 luglio 2015

Maciste o pollicino?

L'abbiamo lasciato solo contro l'Ilva.
Che ingrati e vigliacchi che siamo!
Tutto sulle sue povere spalle.
Ed ora viene anche messo alla pubblica gogna.
Poverino.
Che strano, a noi era sembrato che lo champagne delle inaugurazioni passerella non lo bevesse con disgusto!
Un vero attore, chapeau!!!



La guida spirituale dell'alta borghesia tarantina: un uomo esemplare!

fonte
Don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine e guida spirituale della Confraternita del Carmine (che gli aveva riservato il bagno di folla nella foto al tempo del primo rinvio a giudizio)


Come segretario dell'arcivescovo Benigno Papa è stato condannato a 10 mesi con rito abbreviato per favoreggiamento personale, per aver coperto una tangente di 10mila euro che l’Ilva ha versato all’ex preside della facoltà di ingegneria di Taranto, Lorenzo Liberti.  
Don Marco avrebbe cioè avvalorato la tesi dell’ex responsabile delle relazioni esterne del siderurgico, Giacomo Archinà, secondo cui la somma da lui prelevata era servita per una donazione alla curia tarantina. 
Secondo la Procura, invece, la mazzetta è finita nelle tasche dell’ingegnere Liberti, in cambio di una benevola relazione sulle fonti d’inquinamento in qualità di consulente dell’ufficio del pubblico ministero.

fonte

Altra condanna è quella ad un pesce piccolo, Roberto Primerano, condannato a tre anni e quattro mesi per falso ideologico. Uno dei tanti professionisti locali invischiati tra le maglie delle reti a strascico della connivenza con (il portafoglio generoso del) l'Ilva.




Ilva: disastro ambientale, 47 a giudizio, anche Vendola: "A processo con coscienza pulita"

Il gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli ha rinviato a giudizio 44 persone fisiche e tre società per l'inchiesta sul presunto disastro ambientale provocato dall'Ilva. Tra gli imputati rinviati a giudizio c'è anche l'ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata in concorso. Altri due imputati sono stati condannati con rito abbreviato: sono don Marco Gerardo, ex segretario dell'ex arcivescovo di Taranto Benigno Luigi Papa, e l'ex consulente della Procura ionica Roberto Primerano. Al sacerdote, accusato di favoreggiamento personale, sono stati inflitti 10 mesi di reclusione (stessa richiesta della Procura); Primerano è stato condannato tre anni e quattro mesi per falso ideologico e assolto dalle accuse di disastro doloso in concorso e avvelenamento in concorso di acque o di sostanze alimentari. E' stato invece assolto l'ex assessore regionale all'Ambiente Lorenzo Nicastro dall'accusa di favoreggiamento personale. Il processo comincerà il 20 ottobre.
Secondo l'accusa, Vendola avrebbe esercitato pressioni sul direttore generale di Arpa Puglia (Agenzia regionale di protezione ambientale), Giorgio Assennato (a sua volta a giudizio per favoreggiamento personale), per far "ammorbidire" la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'Ilva. In questo modo, sostiene la Procura, Vendola avrebbe consentito all'azienda di continuare a produrre senza riduzioni di emissioni inquinanti, come invece suggerito dall'Arpa in una nota del 21 giugno 2010 stilata dopo una campionatura che aveva rilevato picchi di benzoapirene.
Sempre secondo l'accusa, Vendola avrebbe 'minacciato' la non riconferma di Assennato, il cui mandato scadeva nel febbraio 2011. I fatti contestati sono compresi nel periodo che va dal 22 giugno 2010 al 28 marzo 2011. La concussione aggravata è contestata a Vendola in concorso con l'ex responsabile Rapporti istituzionali dell'Ilva Girolamo Archinà, l'ex vice presidente di Riva Fire Fabio Riva, l'ex direttore dello stabilimento siderurgico di Taranto Luigi Capogrosso e il legale dell'Ilva Francesco Perli.
I due imputati condannati - Condannati con rito abbreviato sono don Marco Gerardo, ex segretario dell'ex arcivescovo di Taranto Benigno Luigi Papa, e l'ex consulente della Procura ionica Roberto Primerano. Al sacerdote, accusato di favoreggiamento personale, sono stati inflitti 10 mesi di reclusione (stessa richiesta della Procura); Primerano è stato condannato tre anni e quattro mesi per falso ideologico e assolto dalle accuse di disastro doloso in concorso e avvelenamento in concorso di acque o di sostanze alimentari.
Vendola, vado a processo con coscienza pulita - "Sarei insincero se dicessi, come si usa fare in queste circostanze, che sono sereno. Sento come insopportabile la ferita che mi viene inferta da un'accusa che cancella la verità storica dei fatti: quella verita' e' scritta in migliaia di atti, di documenti, di fatti. Io ho rappresentato la prima e l'unica classe dirigente che ha sfidato l'onnipotenza dell'Ilva e che ha prodotto leggi regionali all'avanguardia per il contrasto dell'inquinamento ambientale a Taranto". Lo afferma il leader di Sel ed ex governatore della Puglia Nichi Vendola.
"Io ho rappresentato, in un territorio colonizzato dai Riva, - prosegue Vendola - la politica che non ha preso soldi e non si e' piegata. Io ho rappresentato la prima e unica istituzione che ha posto sotto monitoraggio i camini del grande siderurgico e che, con la produzione dei dati dell'inquinamento, ha consentito alla magistratura di procedere nei confronti dell'Ilva: la quale ha inquinato anche nei cinquant'anni precedenti al mio governo, senza che alcuna autorità se ne occupasse. L'unica mia colpa e' di aver cercato di costruire un doveroso equilibrio tra diritto alla salute e diritto al lavoro: ma non credo che questo sia un reato. Mi aspettavo che l'inconsistenza del teorema accusatorio producesse il mio proscioglimento già a conclusione dell'udienza preliminare. Per chi come me crede nei valori della giustizia e della legalità oggi e' un giorno di delusione e di amarezza. Ma vado a processo con la coscienza pulita - conclude Vendola - di chi sa di aver sempre operato per il bene comune. Come sempre mi difendero' nel processo e non dal processo. Nel contempo non posso non esprimere viva soddisfazione per la piena assoluzione dell'ex Assessore regionale all'Ambiente Lorenzo Nicastro, che rispondeva di un'accusa che offendeva la sua storia di uomo e di magistrato".
Il procuratore: nostra testi accolta quasi in toto da gup - ''Sembra, anche se poi dobbiamo leggere le motivazioni, che l'istanza accusatoria portata avanti dal mio ufficio abbia trovato quasi completo accoglimento''. Lo ha detto il procuratore di Taranto Franco Sebastio commentando la decisione del gup Vilma Gilli sui rinvii a giudizio e i riti abbreviati degli imputati dell'inchiesta per il disastro ambientale dell'Ilva. ''Da una parte - ha aggiunto - per noi è un motivo di tranquillità. Siccome noi siamo sempre preoccupati per il fatto di poter commettere errori, sempre dietro l'angolo. Questa prima pronuncia, che va inquadrata nei tempi contenuti e ridotti di un provvedimento di rinvio a giudizio, ci rassicura, ci rasserena. A quanto pare errori, quanto meno madornali, non ne abbiamo commessi, fermo restando - ha osservato Sebastio - che ci sarà un approfondimento dibattimentale e poi si andrà alle decisioni di merito''. (ANSA)

giovedì 23 luglio 2015

Ambiente svenduto (Ilva): Tutti rinviati a giudizio!!!

ph. La Ringhiera

Ilva, rinvio a giudizio per Nichi Vendola e la famiglia Riva. 44 persone a processo


Inizierà il 20 ottobre il processo nei confronti di Fabio e Nicola Riva e dei vertici dell’Ilva. Il gup Vilma Gilli ha infatti rinviato a giudizio tutti gli imputati che hanno scelto il rito ordinario tra i quali, oltre ai Riva, anche l’ex governatore Nichi Vendola, l’ex presidente della provincia di Taranto, Gianni Florido, e il sindaco del capoluogo ionico Ippazio Stefano.
A processo sono finiti anche Luigi Pelaggi, l’ex capo della segreteria tecnica del ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, e Dario Ticali, ex presidente della commissione ministeriale che rilasciò l’autorizzazione integrata ambientale alla fabbrica. (FQ)

lunedì 20 luglio 2015

L'ora del rinvio a giudizio

Ilva, oggi la decisione del gup
Vendola rischia il processo

Udienza preliminare in corso a Taranto per l'inchiesta sul presunto disastro ambientale che avrebbe provocato lo stabilimento siderurgico Ilva. Il gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli si è ritirato in camera di consiglio per decidere su alcune eccezioni sollevate dal collegio difensivo. Una eccezione, in particolare, riguarda gli accertamenti bancari eseguiti per rintracciare una presunta tangente di 10 mila euro che l'ex dirigente Ilva Girolamo Archinà avrebbe consegnato all'allora consulente della Procura di Taranto Lorenzo Liberti per modificare una relazione sulle emissioni dell'Ilva. Per la difesa quella somma di denaro non sarebbe mai stata consegnata a Liberti, ma sarebbe stata una donazione alla Curia tarantina.
Oggi tutti col fiato sospeso
L’apparente pace di queste ore avrà uno scossone quando il gup Vilma Gilli pronuncerà la sua sentenza dell’udienza preliminare che dovrà decidere il rinvio a giudizio o l’archiviazione dei 52 imputati dell’inchiesta sul presunto disastro ambientale, «Ambiente svenduto». Tra queste quelle della famiglia di industriali Riva e l’Ilva commissariata che aveva sperato di abbandonare il procedimento con un patteggiamento che è stato rifiutato dalla procura perché ritenuto incongruo. Rischiano il processo anche diversi tecnici ministeriali, politici ed amministratori che avrebbero favorito il siderurgico nella sua azione inquinante. Fra questi, il più in vista è l’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola accusato di aver fatto pressioni sull’Arpa, attraverso il suo direttore Giorgio Assennato, perché favorisse i piani dell’acciaieria. Per lo stesso motivo è accusato di favoreggiamento anche Assennato. Tra gli imputati anche l’ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido, che come Vendola risponde di concussione. Rinvio a giudizio è stato chiesto anche per il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano e per gli ex assessori regionali all’Ambiente, Lorenzo Nicastro, e alla Sanità Donato Pentassuglia, all’epoca presidente della commissione regionale Ambiente, nonché per l’ex assessore regionale Nicola Fratoianni.
Parla Assennato: «Mai venduto la salute dei tarantini»
«Mi si accusa di aver venduto la salute dei cittadini di Taranto», passando «da eroe a traditore. Io nego che ci sia stato qualsiasi tipo di arrendevolezza nei confronti dell’Ilva». Lo ha detto Assennato rilasciando dichiarazioni spontanee. «Fui proprio io - ha aggiunto Assennato - il 7 dicembre 2013, in un’intervista al Fatto Quotidiano, ad indicare in Vendola la responsabilità politica per la situazione tarantina. Arpa e io stesso abbiamo sempre mantenuto la schiena dritta per tutelare la salute dei cittadini». Il dg ha poi ricordato che tutte le attività scientifiche dell’Agenzia ambientale sono state svolte dal direttore scientifico, Roberto Giua (che però non è indagato), ed ha sottolineato la «durezza» delle relazioni stilate dall’Arpa Puglia sulle emissioni dell’Ilva.
Il ministro Guidi: «Magistratura valuti bene»
«Se venisse spento anche uno solo dei due altoforni in attività a Taranto, non solo sarebbe antieconomico tenere aperto l' impianto ma anche organizzativamente non si riuscirebbe più ad alimentare il flusso della produzione». Il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, in un' intervista al Corriere della Sera, torna così sul caso Ilva, invitando la magistratura a valutare il peso delle scelte sull' azienda siderurgica: «Alla magistratura chiediamo di fare il proprio lavoro avendo chiaro l'impatto delle decisioni che prende. E nel caso Fincantieri avrei preferito che si fossero tenuti presenti i danni che si potevano procurare con la sola chiusura del cantiere, solo a causa dell' interpretazione di una normativa europea non perfettamente recepita nel nostro ordinamento». «Finora - continua il ministro - non è stato notificato alcun provvedimento che metta in discussione l’operatività degli altoforni. Sono dunque ottimista e ricordo che è in corso un’operazione di risanamento ambientale che ha richiesto ingenti finanziamenti e la chiusura temporanea di due altoforni». «Spegnere altri altoforni vorrebbe dire rinunciare a uno dei siti siderurgici più efficienti d' Europa e togliere lavoro a 14-15 mila persone nel Sud d’Italia. Non c’è nessun motivo, visto che il risanamento è in corso, così come c' è il massimo impegno per impedire incidenti sul lavoro, perché anche un solo ferito è troppo». (CdM)

domenica 19 luglio 2015

Il ricatto occupazionale entra ufficialmente in aula!

Ilva, ministro Guidi ai giudici «Valutate peso vostre scelte. Stop altoforno significa chiusura»

"Se venisse spento anche uno solo dei due altoforni in attività a Taranto, non solo sarebbe antieconomico tenere aperto l’impianto ma anche organizzativamente non si riuscirebbe più ad alimentare il flusso della produzione". Il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, in un’intervista al Corriere della Sera, torna così sul caso Ilva, invitando la magistratura a valutare il peso delle scelte sull'azienda siderurgica: "alla magistratura chiediamo di fare il proprio lavoro avendo chiaro l’impatto delle decisioni che prende. E nel caso Fincantieri avrei preferito che si fossero tenuti presenti i danni che si potevano procurare con la sola chiusura del cantiere, solo a causa dell’ interpretazione di una normativa europea non perfettamente recepita nel nostro ordinamento".
"Finora – continua il ministro – non è stato notificato alcun provvedimento che metta in discussione l’operatività degli altoforni. Sono dunque ottimista e ricordo che è in corso un’ operazione di risanamento ambientale che ha richiesto ingenti finanziamenti e la chiusura temporanea di due altoforni".
"Spegnere altri altoforni vorrebbe dire rinunciare a uno dei siti siderurgici più efficienti d’Europa e togliere lavoro a 14-15 mila persone nel Sud d’Italia. Non c' è nessun motivo, visto che il risanamento è in corso, così come c' è il massimo impegno per impedire incidenti sul lavoro, perchè anche un solo ferito è troppo". (GdM)


Confindustria Puglia, Ilva è sfida per Italia e non solo per regione

"Per l'Ilva di Taranto, è prioritario assicurare continuità industriale con la sostenibilità ambientale: è questa una delle più grandi sfide che ha davanti l'Italia e non solo la Puglia". Così Domenico Favuzzi, presidente di Confindustria Puglia, parla con Labitalia della situazione del sito tarantino.
Il clima tra gli imprenditori, dice, "va da uno stato di rassegnazione per una vicenda che si trascina da molto tempo, ai grandi timori che tutta la storia sta suscitando". Alla base di questo c'è "questo continuo rinviarsi la palla tra governo e magistratura -osserva Favuzzi- che rischia di non risolvere i problemi del territorio, nonostante la buona volontà delle parti".
Ora "siamo a un momento decisivo -sostiene il presidente degli industriali pugliesi- in cui si spera di arrivare a un percorso virtuoso di uscita da questa situazione che tiene tutti in una situazione precaria: i lavoratori, le aziende subfornitrici e tutto il sistema produttivo pugliese".
Favuzzi è a favore di un intervento pubblico "anche se limitato alla fase del risanamento e della bonifica". "Sono necessari capitali pubblici -precisa- per accompagnare il processo di risanamento ambientale, ma noi abbiamo sempre auspicato che a questi si accompagnassero capitali privati e che l'Ilva tornasse poi presto sul mercato".
E sulla frase del governatore della Puglia, Michele Emiliano, che ha detto come l'apertura dell'Ilva "non è un dogma", Favuzzi commenta: "Emiliano deve rispondere a tutte le parti della Puglia, non solo a quella industriale, che peraltro è anche interessata ai temi ambientali".
"In economia -ribadisce Favuzzi- non ci devono essere dogmi, è vero. Ma occorre fare tutto il possibile per dare ai lavoratori e alle imprese, un percorso certo e non incerto", conclude. (Adnkronos)

martedì 14 luglio 2015

Re Arturo resta al fresco


Ilva, Fabio Riva resta in cella. Il giudice respinge l'istanza di scarcerazione

Fabio Arturo Riva resta in carcere. Il gup Vilma Gilli ha infatti respinto l’istanza di revoca della misura cautelare presentata dall’avvocato Nicola Marseglia per conto dell’industriale lombardo.
«Sussistono esigenze cautelari connesse» con il pericolo di reiterazione dei reati e dell’inquinamento probatorio, ha spiegato il giudice dell’udienza preliminare che nella prossima settimana dovrà definire il destino del procedimento «Ambiente svenduto» in cui l’industriale è imputato a pieno titolo, insieme con altri 48 soggetti e tre società, per le produzioni inquinanti dell’Ilva e per gli intrecci illeciti che sarebbero stati stretti dalla famiglia Riva.
Nel respingere l’istanza di revoca della misura cautelare, la dottoressa Gilli ha fatto riferimento ad un presunto «patto familiare» con cui i Riva, a suo tempo, avrebbero concordato di utilizzare gli utili della gestione societaria nel settore siderurgico.
Di questo «patto familiare» sarebbe stato fatto riferimento in un rapporto che la guardia di finanza di Milano aveva prodotto nell’ambito dell’inchiesta diretta dal procuratore aggiunto lombardo Francesco Greco sulla pluralità delle attività della famiglia degli industriali.
Il rapporto, secondo quanto è stato possibile sapere, era stato trasmesso alla magistratura di Taranto e da questa trasfusa negli atti con cui la procura tarantina aveva dato parere negativo alla revoca della misura restrittiva a carico di Riva.
Dal presunto patto che sarebbe stato stretto dai componenti della famiglia Riva si desumerebbe l’interesse sempre vivo nutrito dal nucleo familiare - da tempo orfano del patron Emilio - nelle vicende dell’Ilva, capaci di produrre utili milionari che sarebbero poi stati trasferiti all’estero, come scaturtito da una indagine della magistratura lombarda.
Alla luce di questa decisione adottata dal giudice dell’udienza preliminare, non è improbabile che la difesa di Fabio Arturo Riva ricorra in tempi brevi in Tribunale, contestando proprio la sussistenza delle esigenze cautelari alla base del mantenimento della misura. Come è noto, Fabio Arturo Riva è accusato, in concorso con altri, di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento delle sostanze alimentari, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, in aggiunta ad altre contestazioni formulate dalla procura della Repubblica: corruzione, falso e abuso d'ufficio.
L’industriale figura fra gli imputati dei quali la procura di Taranto ha già richiesto il rinvio a giudizio o la condanna (nei casi in cui gli imputati hanno optato per il giudizio abbreviato). Fabio Riva si trovava a Londra ed aveva ingaggiato una battaglia legale per evitare l'estradizione, tuttavia la Corte di Londra aveva dato il suo assenso. Un'altra ordinanza di custodia cautelare era stata emessa dal gip di Milano Fabrizio D'Arcangelo per una presunta truffa ai danni dello Stato da circa cento milioni di euro, per cui l’industriale è stato già condannato in primo e secondo grado a 6 anni e mezzo di reclusione.
Nel maggio scorso, Fabio Riva aveva “incassato” una cocente delusione: per la seconda volta c’era infatti stato l’ok alla sua estradizione da Londra. Era stato il giudice della «City of Westminster Magistrates Court» John Zani ad esprimersi favorevolmente al trasferimento dell’industriale in Italia anche per la richiesta avanzata da Milano.
Lo snodo che aveva portato all’ordinanza si collega con le indagini legate all’inchiesta aperta dalla procura di Milano (pm Stefano Civardi e procuratore Francesco Greco) su vicende finanziarie, societarie e fiscali del gruppo Riva. Agli inizi di giugno, d’accordo con i suoi legali, Riva aveva deciso di chiudere i conti con la giustizia italiana, senza attendere gli appelli alle due estradizioni e si era costituito in Italia.(Quot)

mercoledì 1 luglio 2015

Non si svende a patti con chi uccide

Disastro ambientale l'Ilva chiede di patteggiare la Procura dice «no»

L'Ilva, attraverso i tre commissari straordinari, avrebbe voluto patteggiare la pena e uscire anzitempo dal processo 'Ambiente svendutò, ma la procura di Taranto ha giudicato 'non congrua' la richiesta. Troppo pochi insomma i dieci milioni di euro indicati dall’Ilva in amministrazione straordinaria a titolo di risarcimento, a fronte di un piano ambientale che richiede risorse stimabili in circa due miliardi di euro. L’azienda aveva proposto anche una sanzione pecuniaria di quasi 3 milioni e 100mila euro e la non applicazione dell’interdizione dell’attività con la nomina di un custode giudiziale. Tutto inutile. Per il pool di pubblici ministeri "non è indicato il profitto del reato dell’ associazione a delinquere" e "non è possibile la parcellizzazione dei costi».
L'Ilva, è stato spiegato, ha tratto profitto dall’attività siderurgica proprio mentre le emissioni, secondo i periti, determinavano il disastro ambientale e provocavano malattie e morti. I commissari potrebbero anche decidere di riproporre la richiesta nel processo in Corte d’Assise, ma per il momento le posizioni restano distanti. Il gup non ha potuto entrare nel merito in quanto il patteggiamento sarebbe stato possibile solo in caso di accordo tra procura e azienda.
L’udienza è così proseguita con le arringhe dei legali di Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici (che rispondono in base alla legge 231 sulla responsabilità giuridica delle imprese). Oltre alle tre società sono imputate 49 persone fisiche tra vertici dell’Ilva, politici, amministratori e funzionari di enti e ministeri. L'udienza conclusiva è stata fissata per il 20 luglio, quando il giudice Vilma Gilli si esprimerà sulle richieste di rinvio a giudizio ed emetterà il provvedimento per gli imputati che hanno chiesto il rito abbreviato.
Stamani era attesa anche la presenza in aula di Fabio Riva, ex vicepresidente di Riva Fire, la holding che controllava il gruppo dell’Ilva di Taranto, arrestato il 5 giugno scorso dopo oltre due anni e mezzo trascorsi a Londra. L’industriale, che ha ottenuto la revoca della misura cautelare dalla Corte d’Appello di Milano dopo essere stato condannato a 6 anni e mezzo di carcere per una presunta truffa da 100 milioni di euro, ha rinunciato a comparire.
Il suo difensore, l’avv. Nicola Marseglia, ai giornalisti ha detto che Fabio Riva, ristretto nel carcere a Taranto per l'inchiesta Ambiente svenduto, «non è mai stato latitante, si tratta di una cattiva informazione sia dal punto di vista formale sia dal punto di vista sostanziale. A Londra, dal primo giorno, subito dopo essere stato liberato su cauzione, è sempre stato sottoposto a misura coercitiva. Non escludiamo, nell’ambito di questo procedimento, di far pervenire una sorta di dichiarazione spontanea scritta".
Oggi è stata data la parola ai pubblici ministeri per le repliche e il procuratore Franco Sebastio si è soffermato sulle pressioni che sarebbero state esercitate nei confronti del direttore regionale di Arpa Puglia Giorgio Assennato in relazione al monitoraggio ambientale, definendo "ineluttabile" il rinvio a giudizio dell’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola (accusato di concussione) e del sindaco di Taranto Ippazio Stefano (che risponde di abuso d’ufficio). Sebastio ha definito «confidenziale, quasi di soggezione» il tono delle intercettazioni telefoniche tra i politici e l’ex responsabile delle relazioni industriali dell’Ilva Girolamo Archinà. Lo stesso primo cittadino, in un esposto presentato in procura, definiva i fatti legati all’inquinamento «di eccezionale gravità» e per questo «avrebbe dovuto intervenire». «Quando leggemmo l’ordinanza sindacale – ha osservato Sebastio – capimmo immediatamente che quel documento non avrebbe retto più di 30 secondi alle eccezioni del Tar». (GdM)

martedì 9 giugno 2015

Senza parole


Ilva, Fabio Riva non risponde alle domande del gip e prepara un memoriale 

 
Fabio Arturo Riva, come prevedibile, si è avvalso della facoltà di non rispondere. In questo momento ritiene inutile, se non controproducente, rendere dichiarazioni, perché "gli eventi - ha precisato il suo legale, l'avvocato Nicola Marseglia - sono ormai superati". Riva, diventato numero uno del gruppo dopo la morte del padre Emilio, il patriarca dell'acciaio, avrebbe deciso quanto meno di spiegare in uno scritto difensivo il contenuto della intercettazione telefonica che lo ha reso celebre, quando, parlando al telefono con l'avvocato Francesco Perli, di una relazione tecnica di Arpa Puglia sull'emergenza benzo(a)pirene, disse: "due casi di tumori in più all'anno? Una minchiata". L'obiettivo è quello di dare una interpretazione alternativa al significato di quella conversazione che ha indignato i tarantini.
Riva è accusato, in concorso con altri, di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento delle sostanze alimentari, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d'ufficio, ed è tra i 52 imputati per i quali la procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio. L'imprenditore risultava latitante dal novembre di tre anni fa: era stato arrestato a Londra il 21 gennaio 2013 (tornò libero su cauzione) ed aveva ingaggiato una battaglia legale per evitare il rientro in Italia.
Dopo che la Corte inglese ha dato il suo assenso all'estradizione, Riva ha deciso di non presentare appello e l'altra sera si è consegnato ai finanzieri. Appare scontato che la difesa presenti una istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare e, in subordine, di trasferimento al carcere di Milano. Un modo per consentire all'indagato - che era destinatario di una seconda misura restrittiva emessa dal gip del tribunale lombardo Fabrizio D'Arcangelo - di avvicinarsi alla famiglia e di partecipare alle udienze del processo d'appello per una presunta truffa ai danni dello Stato da circa cento milioni di euro, per cui Fabio Riva è stato già condannato in primo grado a 6 anni e mezzo di carcere.
La difesa dell'imprenditore, davanti ai giudici della Westminster Magistrates Court di Londra, aveva anche lamentato una persecuzione politico-giudiziaria e parlato di "condizioni disumane" delle carceri italiane, dalle quali ora l'ex amministratore dell'Ilva prova ad uscire in fretta. (Giacomo Rizzo - Ansa).

domenica 7 giugno 2015

Il principe è tornato

Fabio Riva si «consegna» a Roma
In cella a Taranto: lunedì interrogatorio

Il volo da Londra è arrivato con un’ora di ritardo rispetto al previsto, ma Fabio Riva ha mantenuto la promessa, formalizzata dal suo avvocato Nicola Marseglia, consegnandosi ieri sera, qualche minuto dopo le 21, ai finanzieri del Gruppo di Taranto che lo hanno atteso a Fiumicino, notificandogli il mandato di arresto europeo firmato dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco dopo che il 26 novembre del 2012 l’allora vicepresidente di Riva Fire, proprietaria dell’Ilva di Taranto, era sfuggito alla cattura, rifugiandosi in Inghilterra. Fabio Riva è salito sulle auto delle Fiamme Gialle ed è stato condotto nel capoluogo jonico, prima nella sede del comando provinciale e poi nella casa circondariale di via Magli. Riva sarà interrogato lunedì dal gip di Taranto.

Riva è accusato di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d’ufficio, accuse che gli sono valse prima l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice Todisco e poi la richiesta di rinvio a giudizio sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli tra qualche settimana. Fabio Riva si è sempre opposto alla procedura di estradizione ma dopo il via libera dato dalla magistratura inglese lo scorso 8 maggio, aveva ben chiaro che il possibile ricorso lo avrebbe tenuto lontano dall’Italia solo per altri 4-5 mesi al massimo. Da questa considerazione, la scelta, concordata con il suo legale, di consegnarsi nella speranza di ottenere in tempi brevi i domiciliari. In realtà, il piano, da quella che apprende la Gazzetta, prevedeva di evitare la custodia in carcere a Taranto, passando qualche notte a Rebibbia per poi chiedere di essere trasferito a Milano dove il 9 giugno inizierà (per concludersi, come da calendario, il successivo 19 giugno) il processo d’appello per la presunta truffa ai danni dello Stato commessa per conto dell’Ilva, ipotesi di reato che è valsa a Fabio Riva la condanna in primo grado a 6 anni e mezzo di reclusione.

Procedimento per il quale, peraltro, pende sullo stesso Riva un ulteriore mandato di arresto europeo (ma ai domiciliari). Il piano sarebbe saltato, però, perché l’autorità giudiziaria tarantina ha imposto il suo trasferimento nel carcere del capoluogo jonico, a prescindere dall’impegno milanese di martedì prossimo e dunque Fabio Riva comparirà già nelle prossime ore dinanzi al gip Patrizia Todisco mentre sarà il gup Vilma Gilli a decidere sulla scontata istanza di scarcerazione. A Taranto, invece, Riva oltre ad essere imputato, e ora anche detenuto, in «Ambiente svenduto», è stato già condannato dal tribunale a 6 anni di reclusione nel processo sugli operai del siderurgico morti per l’esposizione all’amianto. GdM

venerdì 5 giugno 2015

ArRiva 'o fenomeno!

Riva si arrende alla Magistratura. Oggi si consegna alla GdF di Taranto

Fabio Riva oggi si consegnerà alla magistratura italiana che con le Procure di Taranto e Milano ha per due anni e mezzo inutilmente tentato di ottenerne la cattura dai colleghi di Londra. Il 60enne numero due dell’omonimo gruppo proprietario dell’Ilva di Taranto, fu scovato il 22 gennaio del 2013 dagli agenti dell’Interpol vicino all'aeroporto intercontinentale di Heatrow, ad una decina di chilometri da Londra. Fabio Riva tornò subito in libertà, ma senza passaporto, dopo aver pagato sull'unghia 100mila sterline (circa 120mila euro) di cauzione.
I militari del Gruppo di Taranto della Guardia di Finanza, erano da giorni sulle sue tracce. Latitante dal 26 novembre del 2012, giorno nel quale i militari delle Fiamme Gialle bussarono inutilmente alla porta della sua abitazione di Milano per arrestarlo e condurlo nel carcere di Taranto, in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Patrizia Todisco, Fabio Riva si è sempre opposto alla procedura di estradizione avviata prima dalla Procura di Taranto e successivamente da quella di Milano (che procede nei suoi confronti per truffa aggravata ai danni dello Stato).
A tradirlo furono le visite, costanti nel tempo, ricevute dai suoi familiari. Proprio seguendo i suoi parenti sulla tratta Milano-Londra, i militari delle Fiamme Gialle, agendo in stretto contatto con l'Interpol a seguito del mandato di arresto europeo firmato dal gip Patrizia Todisco il 10 dicembre del 2012, riuscirono a individuare il luogo in cui Fabio Riva si nascondeva. Il lungo lavoro, fatto di pedinamenti, appostamenti e rilievi fotografici, è passato anche attraverso la Francia, con una perquisizione eseguita subito dopo Capodanno, assieme alla gendarmeria, a Beaulieu sur mer, vicino Nizza, dove era ormeggiato lo yacht di Fabio Riva. Perquisizione che diede però esito negativo. Le attenzione si concentrarono così su Londra, sino al blitz del gennaio 2013. Era stato lo stesso Fabio Riva, agli inizi di dicembre del 2012, a far sapere di trovarsi a Londra, con una lettera che i suoi avvocati Nerio Diodà e Stefano Goldstein avevano consegnato sia alla Procura che al gip.
Pesantissime le accuse formulate nei suoi confronti. Fabio Riva è imputato, assieme tra gli altri al fratello Nicola (sottoposto ai domiciliari il 26 luglio 2012 con il padre Emilio, morto il 30 aprile del 2014) per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d’ufficio, accuse che gli sono valse una richiesta di rinvio a giudizio sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli a luglio.
Sono decine di migliaia le telefonate di Fabio Riva intercettate dai finanzieri e finite agli atti dell’inchiesta, colloqui dai quali sono emersi i rapporti che l’Ilva, tramite proprio Fabio Riva, aveva intessuto con il potere politico tarantino, pugliese e nazionale allo scopo di ricevere autorizzazioni per i propri impianti e ottenere un trattamento di favore da parte degli organi di controllo. Notissima è la telefonata di Fabio Riva ad un consulente del gruppo nella quale, commentando i dati sull’emergenza sanitaria a Taranto, il vicepresidente di Riva Group si lascia andare ad un poco edificante: «Due casi di tumore in più all'anno… una minchiata».
Fabio Riva, stando a quanto si è appreso, arriverà alle 20 all’aeroporto di Fiumicino con un volo Alitalia. Sarà preso in consegna dai finanzieri di Taranto che gli notificheranno i mandati di arresto internazionali firmati dai giudici di Taranto e Milano e poi lo trasferiranno nella casa circondariale di Taranto dove entro 5 giorni comparirà dinanzi al giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco per l’interrogatorio di garanzia. Successivamente la sua posizione, e dunque le scontate richieste di attenuazione o revoca della misura cautelare, saranno di competenza del giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli, titolare del fascicolo, almeno sino alle decisioni riguardanti i rinvii a giudizio dei 52 imputati nel procedimento «Ambiente svenduto».
Proprio i rapporti col mondo politico pugliese e romano saranno al centro delle domande che saranno prevedibilmente poste a Fabio Riva, con due anni e mezzo di ritardo, dai magistrati tarantini: ma il figlio del patron Emilio risponderà? La decisione di consegnarsi alle autorità italiane in anticipo rispetto alla decisione finale sull’estradizione della magistratura inglese, attesa per l’autunno prossimo, può essere letta come un segnale di collaborazione. Un segnale da verificare quanto ad ampiezza. (GdM)