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giovedì 7 agosto 2014

Potature estive?


Gianmario Leone è una delle penne più argute e analitiche del desolante giornalismo locale.
E' quasi fuori luogo in un panorama caratterizzato da strutturati copincollisti semianalfabeti.
Ha la capacità di guardare avanti e indietro contemporaneamente ed una precisione chirurgica nell'uso del passato.
A volte però sembra oltrepassare il suo ruolo ed indugia in un tono svelatamente profetico, un po' saccentino, che rovina la sua esposizione.
Peccati di gioventù o deliri di onniscenza che, a volte, verrebbe quasi voglia di giustificarli, considerata l'infima caratura culturale e morale di tanti suoi colleghi e di moltissimi personaggi, tra politici, industriali, sindacalisti, ecc., con cui si interfaccia ogni giorno in questa plaga sottindustriale.
A prescindere dal tono, però vogliamo diffondere questa sua ultima "non notizia", ovvero questo bilancio prefestivo, che come tanti suoi contributi, ha il pregio di dare nomi, sigle e date a diverse comuni nefandezze locali, facendo "pruriginare il deretano" di non pochi protagonisti.
Solo, a questo punto, se non è troppo, ci viene da chiedere al Nostro se, stando davvero così le cose, alla fine di tutta quest'analisi, ritenga possibile che questi famigerati rami secchi potranno mai essere tagliati!
Forse - anche noi umilmente profetici - abbiamo il timore di intuire la risposta.
Buona lettura.

Taranto, se vuoi rinascere taglia i rami secchi


Per anni su queste colonne abbiamo invocato l’unità tra le varie anime della città. Non fosse altro per una questione banalmente pratica: uniti, si presume, è più facile raggiungere determinati obiettivi, specie se quello in questione riguarda il cambiamento radicale di una città. Per anni, nonostante i tanti fallimenti, gli errori e le delusioni, abbiamo battuto sul tasto dell’unità. Oggi, però, a distanza di due anni dalla famosa estate del 2012 e di quanto accaduto nelle ultime settimane, è arrivato il momento di tornare a parlarci chiaramente come non avviene da tempo.
Per questo, al posto dell’unità tanto invocata ma mai davvero realizzata, l’unico vero obiettivo che resta a questa città per provare davvero a rinascere dalle macerie di decenni in cui è accaduto di tutto e il suo contrario, è quello di tagliare i rami secchi in ogni ambito e settore. Un taglio netto, radicale, senza tentennamenti. Come in un prima e un dopo. Dove quello che c’è stato non ci sia più. Può sembrare una forzatura, ma in realtà è l’unica strada realmente percorribile. Del resto, chi si aspettava o invocava nell’estate del 2012 rivolte popolari, sommosse o rivoluzioni, è rimasto clamorosamente deluso e a guardare lo schermo del suo pc. Perché, come sempre, ha aspettato che fossero gli altri a muoversi per primi. Quando in realtà ognuno ha “lavorato” affinché nulla cambiasse realmente. Pensando a difendere il proprio cortile evitando qualsivoglia contaminazione esterna per giungere ad un sintesi efficace: in pratica, esattamente il contrario di quanto si dovrebbe fare in momenti di lotta.
Prendiamo, ad esempio, la manifestazione di Confindustria del 1 agosto. Solo a Taranto infatti può accadere che gli imprenditori, gli industriali e i lavoratori più “fedeli”, scelgano di manifestare per strada a sostegno di un’idea indefinita. Cosa vuol dire infatti lo slogan “No alla città dei no”? Nulla. Specialmente se a sostenere quest’idea è Confindustria Taranto. Il cui presidente Vincenzo Cesareo, tanto per fare un nome ed un esempio, con la sua ditta “Comes Group” lavora da anni all’interno dell’Ilva e dell’Eni. Dunque trae direttamente profitto dalle industrie presenti sul territorio. Come lui, tanti altri. Da anni ed anni. Decenni in cui Confindustria Taranto ha appoggiato l’attività della grande industria senza alcuna remora. Pur sapendo perfettamente quali e quanti danni essa provocasse ai lavoratori, alla salute dei cittadini ed all’ambiente circostante.

domenica 23 febbraio 2014

Taranto: la miniera d'oro delle inchieste!

A Lecce con il cuore e la mente a Taranto. La serata conclusiva del Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta – indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti – ha annullato le distanze tra realtà parallele che talvolta intrecciano le loro storie e i loro percorsi. Il tutto avviene proprio all’interno della Manifatture Knos, spazio originalmente destinato ad un esperimento culturale e sociale in continuo divenire. Nate dal progetto di riqualificazione di una vecchia scuola di formazione per operai metalmeccanici abbandonata da anni, le Manifatture Knos vedono il coinvolgimento spontaneo di cittadini, artisti e professionisti, che hanno assunto l’impegno di restituire alla città un bene comune.
Lo spazio è di proprietà della Provincia di Lecce che lo ha affidato all’associazione culturale Sud Est nel dicembre 2006, sulla base di un progetto culturale condiviso. Qui si è dato vita a un centro internazionale di ricerca, formazione e produzione culturale basato sull’autonomia artistica e organizzativa. Come non pensare, allora, alle Officine Tarantine e ai sogni (ad occhi aperti) dei ragazzi che hanno occupato gli ex Baraccamenti Cattolica, animati dalla stessa volontà di recuperare spazi abbandonati per dare respiro – in termini culturali e sociali – ad una realtà offuscata da fumi e veleni e dall’ottusità di un classe politica incapace di volgere lo sguardo oltre l’acciaio e gli interessi dei soliti noti?
E’ una serata dedicata alla riflessione. Si parla del ruolo del giornalismo, soprattutto quello d’inchiesta, ed inevitabilmente si finisce per parlare di una città martoriata dalla grande industria inquinante, finita improvvisamente sotto i riflettori dei media nazionali, dopo decenni di silenzio talvolta complice. Non è un caso, infatti, che molti dei lavori presentati al premio Michele Frascaro (animatore della rivista L’impaziente, scomparso prematuramente a 37 anni nel 2010) abbiano puntato sul contraddittorio rapporto tra Taranto e Ilva.

Tra gli over 35, la giuria ha valutato ex aequo come migliori inchieste quelle di Girolamo De Michele, autore di cinque articoli su Taranto e l’Ilva, e Ornella Bellucci, autrice del lavoro radiofonico trasmesso da Radio3 – Rai che indaga quanto e come la presenza dell’Ilva incide sull’ambiente, l’economia e la società tarantine. Non manca, però, l’eccezione alla regola. E’ il caso del premio dei lettori, attribuito in base al voto on line, andato a Gianmario Leone con la sua inchiesta su “Tempa Rossa”, un giacimento scoperto nel 1989 in Basilicata, il cui petrolio sarà trasportato tramite una condotta interrata fino a Taranto.
Ed è proprio Leone, giovane collega tarantino, collaboratore del TarantoOggi e del Manifesto, i cui articoli vengono pubblicati anche su InchiostroVerde, a spiegare la sua scelta controcorrente: «Io credo che l’inchiesta giornalistica debba arrivare sempre prima dell’intervento della magistratura. Taranto è una città profondamente disinformata. Paga un mondo giornalistico quasi del tutto assente. Soltanto dal 26 luglio 2012 (data del sequestro dell’area a caldo dell’Ilva, disposto dal gip Patrizia Todisco), quando tutta Italia ha scoperto il problema, la stragrande maggioranza dei giornalisti tarantini si è svegliata. Dire che l’Ilva inquina e che Riva è un delinquente dopo che è intervenuta la magistratura è una cosa che sanno fare tutti. Dirlo prima, come abbiamo fatto noi col TarantoOggi, era molto più difficile”.
D’altronde, in una realtà come quella ionica, dove gli spot e le campagne pubblicitarie dell’Ilva garantivano a gran parte delle tv e dei giornali locali di “campare” o, comunque, di avere introiti preziosi per tirare avanti, era inevitabile che si mettessero in moto meccanismi perversi, a tutto vantaggio dei padroni dell’acciaio. E la cosa più grave, come sottolineato dal collega Leone, è che molti dei protagonisti del giornalismo “complice”, finiti anche nelle intercettazioni raccolte dalla Procura, sono rimasti al loro posto o sono riusciti a riciclarsi, facendosi forti di una ritrovata quanto miracolosa verginità (così come accaduto per politici e sindacalisti ritrovatisi nella medesima situazione). Il tutto, in attesa, che prima o poi l’Ordine dei Giornalisti si esprima sulla loro condotta.

La serata salentina si è conclusa con la la proiezione del video vincitore del premio in denaro: Maracash di Emiliano Carico e Giuseppe dell’Atti, un filmato di 40 minuti che ricostruisce la storia degli appartamenti di proprietà del travestito “Mara”, nel cuore del centro storico leccese, per anni affittati ai migranti. Un’inchiesta che mette a nudo le contraddizioni all’interno delle politiche sociali della città di Lecce. Perché è proprio tra le pieghe delle contraddizioni che il giornalismo d’inchiesta trova terreno fertile. Quando, davvero, le va a cercare.

Alessandra Congedo