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domenica 13 luglio 2014

Non sono passeggiate

Ispezioni nell’area a caldo divieto di accesso per Gnudi

Mentre il commissario dell’Ilva Piero Gnudi cerca di dare seguito al decreto varato giovedì dal governo Renzi, stabilendo modalità e ammontare del prestito ponte necessario a garantire la continuità aziendale almeno sino alla fine dell’anno, la magistratura torna ad accendere i fari su quanto avviene all’interno dello stabilimento siderurgico.Lo si evince dal provvedimento, notificato ieri mattina alla struttura commissariale, con il quale il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco ha respinto la richiesta, formulata dall’avvocato Gaetano Melucci per conto di Gnudi, di partecipare agli accessi che i custodi giudiziari effettuano assieme ai carabinieri del Noe all’interno dell’acciaieria.
Si tratta di un provvedimento che, come la Gazzetta è in grado di rivelare, contiene diverse notizie importanti per il futuro del siderurgico. La prima riguarda proprio il firmatario, il giudice Todisco tornato ad occuparsi del sequestro, che dispose il 26 luglio del 2012, dopo che il fascicolo, come vuole la procedura, assieme a tutti gli atti del procedimento «Ambiente svenduto», era passato nelle mani del giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli, chiamata a valutare la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura nei confronti dei 52 imputati. Il giudice Gilli, con un proprio provvedimento, il 23 giugno scorso, ha rimesso alla collega Todisco tutti gli atti, comprese le relazioni e le istanze dei custodi giudiziari, relativi al sequestro dell’area a caldo dell’Ilva, rifacendosi a due recenti sentenze della Cassazione che hanno stabilito che «all’amministrazione, spesso complessa, dei beni sovraintende il giudice che ha disposto il sequestro e che pertanto è già a conoscenza dell’origine, della consistenza e delle problematiche del patrimonio in sequestro e quindi può impartire sollecitamente le opportune direttive».
La seconda notizia è che il giudice Todisco ha nuovamente dato impulso al suo provvedimento con il quale l’1 giugno del 2013 dispose ai custodi giudiziari (gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento; il commercialista Mario Tagarelli) e ai carabinieri del Noe di Lecce di verificare e documentare lo stato delle aree e degli impianti sottoposti a sequestro, la situazione riguardante le emissioni inquinanti degli stessi impianti ed il relativo sistema di monitoraggio.
I custodi, accompagnati dai carabinieri del Noe, sono tornati in fabbrica lo scorso 3 luglio, effettuando controlli i cui esiti saranno contenuti in una dettagliata relazione che nelle prossime ore sarà consegnata al gip Todisco. I legali della struttura commissariale, annusata l’aria, hanno chiesto di essere autorizzati a prendere parte alle ispezioni, ma il gip Todisco ha respinto la loro richiesta, rilevando che i custodi non sono tenuti a garantire nel corso degli accessi la partecipazione dei soggetti coinvolti nel sequestro e che dovranno riferire e relazionare esclusivamente al giudice competente. «Se l’Ilva non rispetterà le prescrizioni previste dall’Autorizzazione integrata ambientale - scrisse il gip Todisco l’1 giugno del 2013, confermando la nomina dei custodi - gli impianti dell’area a caldo finiranno nuovamente sotto sequestro senza facoltà d’uso». A custodi giudiziari e carabinieri del Noe il compito di fare le necessarie verifiche.

giovedì 26 settembre 2013

L'Europa ci da ragione, ma in Italia Riva detta legge!

Aziendamagistrati: è braccio di ferro

Nel giorno in cui la Commissione europea avvia ufficialmente una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per l'Ilva di Taranto, ritenendo che lo Stato italiano non abbia fatto rispettare all'azienda le prescrizioni Ue sulle emissioni industriali, il braccio di ferro tra il Gruppo Riva e la magistratura ionica non accenna a diminuire dopo i sequestri di beni fatti dalla Guardia di Finanza nelle ultime settimane. Una soluzione potrebbe però arrivare dal governo: il decreto sarebbe pronto ma il Cda, che si dovrebbe tenere al ritorno di Letta dagli Usa, non è ancora stato convocato per le fibrillazioni politiche della maggioranza.
In mattinata il custode e amministratore giudiziario dei beni sequestrati, Mario Tagarelli, ha inviato una lettera a Riva Acciaio e, per conoscenza, al ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, e al sottosegretario dello stesso dicastero, Claudio De Vincenti, ribadendo tre punti, in linea con quanto indicato dal gip del tribunale Patrizia Todisco. Primo: i beni sequestrati «incluse le liquidità attuali e quelle differite e i prodotti finiti, devono essere gestiti e amministrati dal custode amministratore giudiziario, che ne concederà l'uso alla società al fine di riavviare e dare prosecuzione all'attività aziendale».
Secondo: «non si ravvedono profili di criticità ed incertezza in ordine al rischio, che si afferma essere stato paventato dagli istituti di credito, del mancato recupero di quanto anticipato o garantito in favore della società Riva Acciaio spa». Terzo: le somme di denaro sequestrate al Gruppo Riva e confluite nel Fondo Unico di giustizia «possono essere destinate all'amministrazione e alla gestione dei beni in sequestro». Tagarelli aggiunge che «l'uso dei beni e della liquidità in sequestro dovrà avvenire nell'ambito di idonee procedure di controllo e operative, che tengano conto delle dimensioni della complessità della struttura aziendale».
La risposta di Riva Acciaio è arrivata poche ore dopo, con la richiesta a Tagarelli e al governo di «farsi parti attive al fine di trovare con le banche le formule tecniche più idonee a consentire l'uso delle liquidità sottoposte a sequestro, per il normale svolgimento delle attività dell'azienda», e dichiarandosi «immediatamente disponibile» ad attivarsi insieme al custode e al governo.
L'incontro dovrebbe servire in particolare a «verificare se esistano strumenti di tecnica bancaria che consentano di adempiere alle condizioni poste dal gip per riavere accesso alla liquidità già sequestrata e ai futuri incassi dai clienti». Liquidità che per gran parte (49 milioni) è già finita nel Fondo Unico di giustizia, tenuto conto che i sequestri sono stati eseguiti nell'arco di una quindicina di giorni, mentre gli ulteriori sette milioni di euro bloccati dovrebbero essere immessi domani nel possesso del custode giudiziario. Riva Acciaio, oltre che a Tagarelli, ha inviato la lettera a Zanonato, De Vincenti e ai responsabili di Intesa San Paolo, Unicredit e Banco popolare di Milano, i tre istituti di credito con i quali evidentemente ha rapporti bancari.
Lo stop di Riva Acciaio comincia a farsi sentire anche sulle aziende dell'indotto. «Auspichiamo l'immediato sblocco dei pagamenti ai fornitori o saremmo incolpevolmente destinati a capitolare» hanno scritto tre aziende del Cuneese, una sessantina di dipendenti diretti e 200 autotrasportatori in una lettera a Confindustria Cuneo. Il sottosegretario De Vincenti, rispondendo a due interrogazioni alla Camera, ha comunicato che «il governo sta in queste ore verificando se esistono effettivamente e concretamente le condizioni per una immediata ripresa dell'attività, valutando in caso contrario l'adozione in via d'urgenza di nuove iniziative anche normative idonee a consentire l'immediata ripresa dell'attività produttiva in tutti i siti del Gruppo Riva». (GdM)

martedì 24 settembre 2013

E si lamentano pure...

Il decreto 'salva Riva Acciaiò del ministro Flavio Zanonato "è pronto". Ma restano da sciogliere divergenze all’interno del governo su cui – a quanto si apprende - il premier Enrico Letta ha imposto uno stop, dagli Stati Uniti, avvertendo i colleghi dell’Esecutivo che sarà lui a dire l'ultima parola, al ritorno a Roma, giovedì; in tempo utile per portare il testo in Consiglio dei ministri venerdì prossimo. L'intervento del governo è urgente, anche sulla spinta dell’impatto sociale dei sequestri che hanno portato allo stop della produzione negli stabilimenti Riva. "Con "1.400 addetti senza lavoro, fornitori e clienti sull'orlo della chiusura", come ha ricordato Federacciai. Ma il varo del decreto appare ancora non facile.
Il ministro dello Sviluppo aveva annunciato già per ieri pomeriggio la convocazione di un Consiglio dei Ministri ad hoc, che non si è poi mai riunito. La linea d’azione decisa da Zanonato è chiara; emerge da un testo snello, in cinque articoli, con due punti chiave: estensione del commissariamento Ilva con più poteri nella gestione, e la possibilità di utilizzare beni e liquidità sotto sequestro preventivo per non fermare la produzione. Un testo che per il ministro è definitivo ma che potrebbe cambiare sulla spinta delle opposizioni interne al governo: due i nodi politici posti dal centrodestra, un no alla retroattività (che tecnicamente è essenziale), ed un no ad un aumento di perimetro e poteri del commissariamento Ilva. "Come Forza Italia, non accetteremo un altro commissariamento che espropri ulteriormente le imprese, che vanno tutelate e difese", ha puntualizzato ieri il ministro Maurizio Lupi.
Il decreto è "pronto" ed è "molto semplice", ha ribadito oggi Zanonato, riassumendone il principio cardine: quando il magistrato sequestra un’attività produttiva, l’attività prosegue con il controllo di un custode giudiziario e la gestione degli organi societari.
L'ultima stesura del decreto uscita dal ministero, secondo la bozza letta dall’ANSA, prevede l’estensione del Commissariamento Ilva alle società "controllate o collegate" (quindi agli stabilimenti Riva) con l’eventuale nomina di subcommissari, "fino a tre". E più poteri per commissario e subcommissari che "sono immessi nella titolarità e nel possesso delle azioni, delle quote sociali, dei cespiti aziendali e della liquidità delle società" sotto commissariamento, "e le amministrano al fine di perseguire l’esercizio delle attività d’impresa". Mentre sul nodo chiave dei beni sotto sequestro preventivo, compresi titoli, quote azionarie e liquidità, anche se in deposito, il testo prevede che, con immediata entrata in vigore e effetto retroattivo, il custode giudiziario "ne consente l’utilizzo e la gestione agli organi societari esercitando i necessari poteri di vigilanza".
GIP: SEQUESTRO NON PRECLUDE USO BENI AZIENDA
Con il decreto di sequestro preventivo di beni per equivalente, sino alla concorrenza di 8.1 miliardi di euro, al Gruppo Riva "non è stata posta alcuna preclusione all’uso dei beni da parte del soggetto proprietario": lo scrive il gip di Taranto Patrizia Todisco in risposta ad una istanza rivolta dall’azienda.
Il decreto di sequestro dei beni del Gruppo Riva "non riguarda i crediti" vantati dallo stesso nei confronti dei clienti. "Le liquidità sequestrate al Gruppo Riva - continua il gip - non confluiscono nel Fondo unico di giustizia" e le somme non possono essere reimmesse nel possesso della proprietà perchè ciò equivarrebbe ad un dissequestro".
Spetta all’amministratore giudiziario gestire i soldi sequestrati al Gruppo Riva, compresi i pagamenti, "purchè venga assicurata la prosecuzione dell’attività aziendale e salvaguardate le finalità del sequestro". E’ quanto disposto dal gip di Taranto Patrizia Todisco in un provvedimento di tre pagine notificato stasera al custode e amministratore giudiziario dei beni sequestrati, Mario Tagarelli. (GdM)

venerdì 20 settembre 2013

Impossibile! Riva ha già comprato tutti i supereroi!



Ilva, Bondi chiede più poteri

Mentre l’Ue si appresta ad aprire una procedura d’infrazione sull’Ilva, il governo cerca di sventare il blocco dell’azienda causato dai sequestri della magistratura, sotto la minaccia di dimissioni dello stesso commissario straordinario Enrico Bondi.
Sebbene il diretto interessato smentisca, come pure il ministero dello Sviluppo economico, fonti ministeriali ieri confermavano un vertice pomeridiano in cui Bondi avrebbe puntato i piedi, elencando i problemi di liquidità legati alla rigidità della gestione del custode giudiziario Mario Tagarelli, chiedendo e, pare, ottenendo dal ministro Flavio Zanonato maggiori poteri.
In mattinata, Zanonato aveva incontrato un rappresentante della famiglia Riva, Tagarelli e il sottosegretario Claudio De Vincenti, nel tentativo di evitare un decreto di modifica del codice di procedura penale, per garantire un uso più elastico di fondi e proprietà sequestrate e dare così al custode tutti i poteri per far riprendere l’attività.
Si lavora, insomma, a un accordo con l’autorità giudiziaria, per non intervenire sulla normativa (intervento su cui già si annunciano polemiche), ma garantendo il prosieguo delle attività che, se bloccate, avrebbero anche un costo in termini di cassintegrazione. «L’azienda chiederà al gip di poter disporre delle somme per riattivare l’attività produttiva. I Riva e il custode giudiziario stanno cercando un percorso per risolvere il problema», ha spiegato Zanonato, mentre il presidente dell’azienda Bruno Ferrante si è riferito al pagamento degli stipendi: «Gli stipendi di settembre sono stati pagati, ora puntiamo a pagare gli stipendi che scadono il 10 di ottobre». (SecoloXIX)

giovedì 20 giugno 2013

Di-gestione aziendale

Ilva: soci,Tagarelli referente azienda

L'assemblea dei soci Ilva ha nominato il commercialista Mario Tagarelli referente per le informazioni sull'andamento della gestione aziendale, come previsto dal decreto di commissariamento. La nomina è avvenuta all'unanimità, con il voto favorevole in videoconferenza del socio di minoranza Valbruna Nederland. La nomina di Tagarelli e' provvisoria in attesa della conversione in legge del decreto n.61 del 4 giugno 2013 con cui il governo ha nominato Enrico Bondi commissario straordinario. (Ansa)

sabato 23 febbraio 2013

La faccia tosta del criminale

Mentre il mostro sforna fumi e veleni, di giorno e soprattutto notte, ignorando qualsiasi precauzione, i padroni rifiutano di collaborare anche con la magistratura. Sanno di poter contare su tanti amici che sono dalla loro parte.
Ne sanno forse qualcosa Clini, Prestigiacomo e Bersani?
Ecco l'Ilva ieri...



Ilva custodi: guerra sull'acciaio. Azienda minaccia risarcimento

Ammonta a circa un milione di tonnellate la richiesta di acciaio che i custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza, Claudio Lofrumento e Mario Tagarelli dovranno esaminare nei prossimi giorni. Al termine della riunione di ieri tra i tecnici nominati dal gip Patrizia Todisco e l’avvocato Francesco Brescia in rappresentaza dell’Ilva, i custodi giudiziari hanno infatti acquisito circa un migliaio di ordini di vendita ancora non soddisfatti dall’azienda del Gruppo Riva.
Dopo il via libera del gip alla vendita dei pordotti finiti e semilavorati sequestrati il 26 novembre su richiesta della procura ionica, toccherà ora ai custodi giudiziari provvedere alle operazioni di vendita destinando poi il ricavato, il cui valore dovrà essere stimato nei prossimi giorni, in un fondo che rimarrà comunque sotto sequestro. Resta intanto da individuare anche la strategia di vendita per le altre 700mila tonnellate di acciaio, ma soprattutto da analizzare le perdite lamentate in questi mesi dall’azienda. Delle rinunce dei clienti per via delle vicende giudiziarie, al momento, non c’è traccia.
L’azienda Ilva manifesta la sua volontà di non collaborare con la magistratura. E così i custodi ieri hanno chiesto nuovamente all’azienda di fornire l’elenco delle richieste annullate dai clienti. Un dato che l’Ilva in quel momento non è stata in grado di fornire e che potrebbe arrivare sulla scrivania degli amministratori giudiziari nei prossimi giorni. Dati di non poco conto per comprendere se e quanto l’Ilva abbia perso in termini economici. Nelle scorse settimane, infatti, la stessa azienda aveva lamentato l’annullamento di un contratto con una grossa azienda americana del valore di circa 25 milioni di dollari. Non solo. Oggi minaccia di chiedere il risarcimento dei danni subiti.La situazione, quindi, resta tesa.
A dimostrarlo c’è l’ennesimo scambio di lettere al vetriolo tra Bruno Ferrante, presidente del cda Ilva, e i custodi giudiziari. Lettere che danno seguito alla guerra epistolare iniziata quando l’ex prefetto di Milano ricopriva l’incarico di quarto amministratore giudiziario. In una missiva inviata il 21 febbraio scorso, infatti, Ferrante non solo ha rinunciato all’incontro richiesto dai custodi per affrontare con una strategia comune la commercializzazione dei prodotti, ma ha chiarito che l’Ilva «non presta il consenso alla commercializzazione dei prodotti, in quanto lesiva del diritto all’esercizio di impresa» e chiarendo inoltre che il provvedimento del gip «sarà contrastato con ogni iniziativa».
Soprattutto Ferrante è tornato sui danni causati dell’azione giudiziaria. «Parte degli ordini - scrive Ferrante - a suo tempo pervenuti è stata evasa, a seguito di riprogrammnazione degli stessi attraverso quanto prodotto successivamente al 4 dicembre 2012. Altri ordini - aggiunge il presidente dell’Ilva - sono stati annullati dai clienti e, in relazione a tali recessi, ci riserviamo di chiedere i danni nei confronti di chi ha posto in essere le condizioni che li hanno determinati». Una vera e propria sfida alla magistratura e ai custodi, insomma. Un monito che chiude anche l’ultimo spiraglio di dialogo fra l’azienda e l’autorità giudiziaria tarantina. (F. Casula GdM)

venerdì 25 gennaio 2013

Procura cristallina, Ilva e amici sempre in trincea

«Non sono possibili compromessi»


«All'Autorità giudiziaria non è consentita l'adozione di «misure di compromesso», magari anche comprensibili da diversi altri punti di vista, ma che non trovino il loro fondamento in specifiche disposizioni normative processuali e penali».
LA NOTA - Lo scrive il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, sulla vicenda Ilva. «È possibile rivalutare, in tutto o in parte, eventuali questioni poi insorte, però sempre nei limiti» delle disposizioni normative processuali e penali. Sotto tale punto di vista - prosegue la nota - non ci si sta sottraendo a tale valutazione, così come evidenziato anche al signor ministro dell'Ambiente nel corso dell'incontro, sereno e a tratti anche cordiale, con lui avuto». Franco Sebastio, in cui fa il punto della situazione sul caso Ilva e interviene soprattutto sul punto delle merci sequestrate (un milione e 700mila tonnellate) per le quali ieri la Procura ha respinto l'istanza di dissequestro vincolato avanzata dall'azienda che aveva chiesto lo sblocco e la destinazione del ricavato a stipendi e interventi dell'Aia. Sebastio spiega anche che «allo stato l'azienda può continuare la sua attività di produzione in quanto la decisione di sospendere il giudizio sul dissequestro delle merci rimettendo la legge alla Consulta non riguarda tale diverso aspetto. Oggetto delle ulteriori contestazioni - precisa il procuratore - è solo la richiesta del materiale prodotto nei quattro mesi antecedenti il secondo provvedimento di sequestro la cui disponibilità viene considerata dall'azienda assolutamente e ineluttabilmente indispensabile per garantire la sua attività che, in caso contrario, dovrebbe essere sospesa per insuperabili difficoltà finanziarie. Tutto cio' pur essendo stata essa abilitata alla commercializzazione dell'acciaio prodotto dalla data del decreto legge in poi. Giova evidenziare a questo punto - rileva il procuratore di Taranto - che, come ovvio e assodato, l'autorità giudiziaria può assumere le sue determinazioni solo ed esclusivamente nell'ambito delle vigenti disposizioni processual-penalistiche, mentre le è vietata una qualunque decisione che dovesse invece basarsi su mere considerazioni di opportunità anche di tipo sociale ed economico, specialmente nel caso in cui tale determinazione potrebbe determinare una possibile sopravvenuta decadenza (inammissibilità) della questione di legittimità costituzionale per essere venuta meno la rilevanza della questione stessa».
LA MERCE SEQUESTRATA- Sulla possibilità di intervenire in qualche modo sul sequestro delle merci dell'Ilva, ma sempre nell'ambito di quanto prevede il Codice penale e la legge, il procuratore capo della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, fa un'apertura: «E' quindi possibile - dice il procuratore in proposito - rivalutare, in tutto o in parte, eventuali questioni poi insorte, però' sempre nei limiti delle disposizioni esistenti. Sotto tale punto di vista - dice il procuratore - non ci si sta sottraendo a tale valutazione, così come anche evidenziato al signor ministro dell'Ambiente nel corso dell'incontro - sereno e, a tratti anche cordiale - con lui avuto». (CdM)

Ed ecco cosa dice l'Ilva per "bocca" di uno dei suoi giornali-bollettino che anticipa scenari di custodi giudiziari che si trasformano in venditori porta a porta di acciaio e non perde occasione per sottolineare la versione della difesa Ilva sulla legittimità del sequestro.
Insomma, il solito attacco mediatico quotidiano alla magistratura!

Ilva, ai custodi la vendita delle merci

Si fa strada l'ipotesi che la Procura della Repubblica possa dissequestrare le merci Ilva e affidarne la vendita ad uno dei custodi giudiziari-amministratori nominati dal gip. Il ricavato della vendita, però, non andrebbe all'Ilva, nè servirebbe a finanziare il pagamento dei prossimi stipendi (servono 75 milioni di euro) e gli interventi per il risanamento ambientale del siderurgico, ma verrebbe «congelato» in un deposito sempre a disposizione dell'autorità giudiziaria, essendo coils e lamiere beni soggetti a confisca. L'ipotesi è allo studio e la sua applicazione è legata anche agli esiti di una perizia tecnica che dica alla Procura se la merce stoccata tra magazzini e piazzali dallo scorso 26 novembre è deteriorabile (come asserisce l'Ilva) o meno.
Altro punto da chiarire è poi il valore della stessa merce: l'Ilva dice che quel milione e 700mila tonnellate valgono un miliardo di euro («un sesto del fatturato dell'azienda» ha affermato l'altro ieri il presidente Bruno Ferrante), per la Procura, invece, si apprende da fonti giudiziarie, potrebbero valere meno, circa 600 milioni di euro.
Se la Procura decidesse di vendere le merci, affidandone il relativo incarico al custode-amministratore Mario Tagarelli (nominato dal gip Patrizia Todisco insieme ad altri tre custodi per il sequestro degli impianti dell'area a caldo), verrebbe sì incontro ai clienti dell'Ilva che quei beni hanno ordinato, ma non sposterebbe di un millimetro la situazione finanziaria aziendale. Che resterebbe pesante con gli stipendi a fortissimo rischio. D'altra parte nel vertice di ieri col ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, Ferrante è stato esplicito: quei soldi servono all'Ilva per generare altra liquidità visto che le banche hanno frenato sugli affidamenti all'azienda. L'Ilva oggi è un po' come un'auto col serbatoio a secco e che ha bisogno di carburante per ripartire. L'unica cosa che si otterrebbe dallo sblocco dei prodotti è che si libererebbero piazzali e magazzini. L'Ilva, che oggi dice di non avere aree in cui stoccare, avrebbe di nuovo i suoi spazi, e gli impianti dell'area a freddo - fermi da fine novembre - potrebbero essere rimessi in marcia, così come chiedono i sindacati. Se si sta studiando un dissequestro con le caratteristiche prima dette, sembrano quindi perdere attualità le ipotesi pure emerse l'altro ieri, ovvero la possibilità di trasferire il fermo delle merci su soluzioni alternative come il sequestro per equivalente o il deposito cauzionale.
Ieri, in una lunga nota, il procuratore capo di Taranto, Franco Sebastio, non ha chiuso la porta a una possibile evoluzione. «È possibile rivalutare, in tutto o in parte - scrive Sebastio -, eventuali questioni poi insorte», ma ci sono dei paletti da rispettare, «limiti» li definisce il procuratore che così spiega: «All'autorità giudiziaria non è consentita l'adozione di misure "di compromesso", magari anche comprensibili da diversi altri punti di vista, ma che non trovino il loro fondamento in specifiche disposizioni normative processuali e penali. Giova evidenziare - scrive ancora il procuratore - che, come ovvio e assodato, l'autorità giudiziaria può assumere le sue determinazioni solo ed esclusivamente nell'ambito delle vigenti disposizioni processual-penalistiche, mentre le è vietata una qualunque decisioni che dovesse basarsi invece su mere disposizioni di opportunità, anche di tipo sociale-economico, specialmente nel caso in cui tale determinazione potrebbe determinare una possibile decadenza (inammissibilità) della questione di legittimità costituzionale per essere venuta meno la rilevanza della questione stessa». Fermo restando questi «limiti», perciò, afferma il procuratore, «non ci si sta sottraendo» ad una possibile, nuova valutazione della vicenda, «così come evidenziato anche al signor ministro dell'Ambiente nel corso dell'incontro - sereno e, a tratti, anche cordiale - con lui avuto».
Al procuratore replica l'Ilva. «Il provvedimento di sequestro da parte della magistratura - dice l'azienda - ha natura meramente facoltativa così come l'eventuale confisca anche in caso di sussistenza dei reati contestati; l'esercizio del potere discrezionale da parte dei giudici di Taranto avrebbe consentito e consente quindi la valutazione di ogni elemento di opportunità dell'emissione del provvedimento. Andrebbe in primo luogo valutata ogni conseguenza sociale che ne deriva». E infine «sulle questioni di legittimità costituzionale proposte» dai giudici, l'Ilva parla di «manifesta infondatezza, posto che la tutela della salute è costituzionalmente demandata agli organi di Governo che con la decretazione d'urgenza ne ha tenuto conto, e non alla magistratura». (Sole24h)