Visualizzazione post con etichetta Vilma Gilli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vilma Gilli. Mostra tutti i post

giovedì 10 dicembre 2015

Qualcuno fa festa...

Ilva, processo tutto da rifare

Il processo Ilva in Corte d’Assise a Taranto crolla come un castello di carta per alcuni difetti formali riscontrati nel provvedimento con cui, lo scorso 23 luglio, il giudice dell’udienza preliminare, Wilma Gilli, ha disposto 47 rinvii a giudizio.
I difetti formali riguardano l’omissione del nome di un avvocato d’ufficio, la mancata puntualizzazione dei reati contestati, dei ruoli operativi svolti e dei tempi a cui quest’ultimi si riferiscono, relativamente ad una serie di imputati, infine l’insufficiente descrizione dell’imputazione sollevata verso l’Ilva. Dettagli, eppure di rilievo visto che hanno bloccato tutto. Ieri la Corte d’Assise ha deciso che si torna all’udienza preliminare e quindi bisognerà rifare tutto daccapo. È come se un anno di udienze davanti al gup Wilma Gilli, da giugno 2014 a luglio 2015, non si fosse mai svolto. Eccetto la posizione dei cinque imputati che hanno scelto il rito abbreviato e che sono stati già giudicati (due condannati e tre prosciolti), per gli altri 47 di cui la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio, ora si apre un nuovo procedimento davanti ad altro gup. Essendosi già espressa, non sarà infatti il giudice Gilli a pronunciarsi. E decadono anche le oltre 800 richieste di costituzione parte civile che erano state ammesse per un ammontare complessivo di 30 miliardi. C’erano i ministeri della Salute e dell’Ambiente, la Regione Puglia, la Provincia e il Comune di Taranto, ma anche i sindacati, le associazioni ambientaliste, le organizzazioni dei mitilicoltori, degli allevatori e degli agricoltori, categorie che hanno lamentato danni alle loro attività a seguito dell’inquinamento dell’Ilva.

Una mera dimenticanza appare il fatto che il nome dell’avvocato Vincenzo Vozza, che all’udienza preliminare conclusiva del 24 luglio scorso era stato designato quale difensore d’ufficio per undici imputati che quel giorno non avevano il proprio legale in aula, non compaia nel provvedimento del gup che dispone i 47 rinvii a giudizio.
Eppure è uno dei motivi che ha «azzerato» il processo sinora svoltosi, riportando indietro le lancette. Inoltre, lo stesso avvocato Vozza, sentito ieri, ha dichiarato di non ricordare se quel 24 luglio fosse stato nominato o meno difensore d’ufficio. È stata la Procura, col procuratore aggiunto Pietro Argentino, ad accorgersi dei difetti formali e a porre la questione alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Michele Petrangelo. Pare che la Procura li abbia notati solo nei giorni scorsi. La pubblica accusa ha quindi deciso di uscire subito allo scoperto per evitare che la difesa degli imputati, probabilmente anch’essa a conoscenza dell’omissione, potesse tenere il caso coperto per lungo tempo salvo poi tirarlo fuori, come un’asso nella manica, in Corte di Cassazione. A quel punto, non solo l’udienza preliminare sarebbe stata «azzerata» ma anche le conclusioni del primo e del secondo grado di giudizio.
Ieri si è discusso se quanto emerso potesse essere ritenuto una nullità relativa, sanabile cioè dalla Corte d’Assise, oppure assoluta, rendendo quindi necessario tornare al gup. La Corte ha scelto quest’ultima strada. Oltre ad essere rilevante sia per il numero degli imputati, degli avvocati e delle parti civili, che per i capi di imputazione contestati (associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale è il reato ascritto a Fabio e Nicola Riva, esponenti della proprietà dell’Ilva), il processo di Taranto sinora non ha avuto un cammino facile. L’udienza preliminare, a metà 2014, restò in stand by per alcuni mesi in quanto i difensori di 13 imputati, dell’Ilva e di Riva Fire avanzarono istanza di rimessione alla Corte di Cassazione.
In pratica, chiesero di spostare il processo in altra sede (sarebbe stata Potenza nel caso) in quanto a Taranto, per la pressione degli ambientalisti e di alcune componenti della città, nonchè per le manifestazioni anti-Ilva che si erano svolte in passato, non c’erano le condizioni per un giudizio «sereno» ed «equilibrato». La Cassazione però decise a ottobre 2014 che il processo dovesse restare a Taranto.
E così l’udienza preliminare riprese e si concluse a luglio scorso con 47 rinvii a giudizio. Relativi a 44 persone fisiche tra cui i due fratelli Riva, l’ex governatore pugliese, Nichi Vendola (concussione aggravata), il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno (omissione di atti d’ufficio), l’allora presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, dirigenti del siderurgico, funzionari ed amministratori pubblici. Ma anche a 3 società per la responsabilità amministrativa delle imprese: Riva Fire, Riva Forni Elettrici e Ilva. Il processo in Corte d’Assise è cominciato il 20 ottobre scorso ma si è subito inceppato per l’omessa notifica ad uno degli imputati, l’ex assessore della Regione Puglia, Nicola Fratoianni, oggi deputato di Sel. Nemmeno l’udienza dell’1 dicembre si è svolta perchè c’era lo sciopero dei penalisti. Si è così arrivati a ieri. Ma stavolta dovrà trascorrere tempo prima che il proccesso Ilva torni in aula.(Sole24h)

lunedì 9 novembre 2015

Porello!!

Ilva, Riva in cella da 5 mesi. Il legale: sta male, liberatelo

Fabio Riva si affida all’avvocato Franco Coppi e ricorre in Cassazione contro il provvedimento con il quale il tribunale dell’appello l’11 agosto scorso ha confermo il «no» espresso il 13 luglio scorso dal giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli alla revoca della custodia in carcere o quanto meno alla sostituzione con gli arresti domiciliari. Il figlio del defunto patron Emilio si trova rinchiuso nel carcere di Taranto dal 5 giugno scorso, quando dopo 31 mesi di latitanza si consegnò alla giustizia italiana.Il 60enne, numero due dell’omonimo gruppo proprietario dell’Ilva di Taranto, fu scovato il 22 gennaio del 2013 dagli agenti dell’Interpol a Londra. Fabio Riva tornò subito in libertà, ma senza passaporto, dopo aver pagato sull’unghia 100mila sterline (circa 120mila euro) di cauzione. La Guardia di Finanza era da giorni sulle sue tracce. Latitante dal 26 novembre del 2012, giorno nel quale i militari bussarono inutilmente alla porta della sua abitazione di Milano per arrestarlo e condurlo nel carcere di Taranto, in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Patrizia Todisco, Fabio Riva si è sempre opposto alla procedura di estradizione avviata prima dalla Procura di Taranto e, successivamente, da quella di Milano (che procede nei suoi confronti per truffa aggravata ai danni dello Stato). A tradirlo furono le visite, costanti nel tempo, ricevute dai suoi familiari. Proprio seguendo i suoi parenti sulla tratta Milano-Londra, i militari delle Fiamme Gialle, agendo in stretto contatto con l’Interpol a seguito del mandato di arresto europeo firmato dal gip Patrizia Todisco il 10 dicembre del 2012, riuscirono a individuare il luogo in cui Fabio Riva si nascondeva. Il lungo lavoro, fatto di pedinamenti, appostamenti e rilievi fotografici, è passato anche attraverso la Francia, con una perquisizione eseguita subito dopo Capodanno, assieme alla gendarmeria, a Beaulieu sur mer, vicino Nizza, dove era ormeggiato lo yacht di Fabio Riva. Perquisizione che diede però esito negativo. Le attenzione si concentrarono così su Londra, sino al blitz del gennaio 2013. Era stato lo stesso Fabio Riva, agli inizi di dicembre del 2012, a far sapere di trovarsi a Londra, con una lettera che i suoi avvocati Nerio Diodà e Stefano Goldstein avevano consegnato sia alla Procura sia al gip.
Pesantissime le accuse formulate nei suoi confronti. Fabio Riva è imputato, assieme, tra gli altri, al fratello Nicola (sottoposto ai domiciliari il 26 luglio 2012 con il padre Emilio, morto il 30 aprile del 2014) per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d’ufficio, accuse che gli sono valse una richiesta di rinvio a giudizio sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli a luglio.
Sono decine di migliaia le telefonate di Fabio Riva intercettate dai finanzieri e finite agli atti dell’inchiesta, colloqui dai quali sono emersi i rapporti che l’Ilva, tramite proprio Fabio Riva, aveva intessuto con il potere politico tarantino, pugliese e nazionale allo scopo di ricevere autorizzazioni per i propri impianti e ottenere un trattamento di favore da parte degli organi di controllo. Notissima è la telefonata di Fabio Riva ad un consulente del gruppo nella quale, commentando i dati sull’emergenza sanitaria a Taranto, il vicepresidente di Riva Group si lascia andare ad un poco edificante: «Due casi di tumore in più all’anno… una minchiata».
Ora Fabio Riva, unico detenuto tra i 47 imputati del processo «Ambiente svenduto», confida nella Corte di Cassazione, che discuterà il ricorso presentato dagli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia il prossimo 11 dicembre, per riacquistare la libertà o almeno lasciare il carcere, anche alla luce di condizioni di salute non proprio eccellenti, e per questo costantemente monitorate dai responsabili della casa circondariale, anche con consulti eseguiti negli ospedali cittadini. (GdM)

martedì 20 ottobre 2015

Cominciamo bene...

Ilva, iniziato e subito rinviato il maxiprocesso a Taranto. Pm: a noi compete lotta ai reati

All’ex assessore regionale e attuale parlamentare di Sel Nicola Fratoianni, imputato per favoreggiamento, il decreto che dispone il giudizio è stato notificato soltanto lo scorso 30 settembre dalla Guardia di Finanza e così, alla luce degli almeno 20 giorni prima tra la notifica e l’avvio del processo dettati dal codice di procedura penale, il vero avvio del processo «Ambiente svenduto» sull’inquinamento provocato dall’Ilva, slitta al 1° dicembre.
Rinvio annunciato e per alcuni versi salutare. L’aula «Alessandrini» del Palazzo di Giustizia è troppo piccola (e anche non impiantisticamente dotata, non essendoci più le luci e i microfoni che la trasmissione «Un giorno in Pretura» assicurò per il processo Scazzi) per contenere 47 imputati, oltre cento avvocati, un migliaio di parti civili, una quarantina tra giornalisti fotografi e operatori e il pubblico prevedibile in occasione delle udienze-clou. Così, la prossima volta, con le notifiche regolari, l’aula magna dell’ex scuola addestramento reclute dell’Aeronautica militare farà da adeguato palcoscenico ad un dibattimento destinato a scrivere (o a riscrivere, a seconda dei punti di osservazione) la gestione privata (1995-2013) della più grande acciaieria d’Europa.
Certo, Fratoianni con la sua presenza in aula avrebbe potuto sanare il difetto di notifica, ma il suo legale, prima nei giorni scorsi fuori udienza e ieri direttamente al microfono, ha invece tenuto a far rilevare l’irregolarità, rendendo l’appuntamento di ieri utile unicamente per capire quanto dura l’appello di tutte le parti (61 minuti, con una lettura anche molto spedita) e consentire a chi parte non lo è ancora - come duecento residenti al rione Tamburi, due associazioni di consumatori e l’Asl di Taranto - di depositare richiesta di costituzione.
«Abbiamo ritenuto - spiega il direttore generale dell’Asl Stefano Rossi alla Gazzetta - di affidare un mandato all’avvocato Stefano De Francesco perché, al di là di quello che sarà l’esito del processo, è opportuno che l’Asl capisca cosa è successo in questi anni a Taranto, portando anche il suo contributo tramite i dati raccolti dal dipartimento di prevenzione. Si tratta di un processo che riguarda la salute dei tarantini, l’Asl non poteva non esserci e, voglio sottolinearlo, senza badare al risarcimento che eventualmente sarà stabilito».
La riapertura del fronte parti civili sarà al centro della prossima udienza perché, oltre alle nuove richieste, ieri Legambiente tramite gli avvocati Eligio Curci e Ludovica Coda, e a seguire con l’annuncio fatto dai ministeri dell’Ambiente e della Salute con l’avvocato dello Stato Antonio Tarentini e la Regione Puglia con l’avvocato Salvatore D’Aluiso, intendono chiamare nuovamente in causa le tre società (Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici) imputate ai sensi della legge 231 che disciplina la responsabilità amministrativa delle imprese. In sede di udienza preliminare era stata presentata da più parti richiesta di costituzione di parte civile contro le tre società ma il giudice Vilma Gilli l’aveva rigettata, uniformandosi alla giurisprudenza che ritiene inammissibile la richiesta di costituzione di parte civile perché nella legge 231/2001 tale evenienza non è proprio prevista, e non per distrazione o per dimenticanza, ma per scelta. Silenzio, però, letto in maniera diversa dalle parti in causa che richiamano un pronunciamento della Corte di Giustizia Europea del 9 febbraio 2011 secondo la quale la legge 231 del 2001 non impedisce alla vittima di un reato di chiedere il risarcimento dei danni direttamente causati da tale reato, nell’ambito del processo penale, alla persona giuridica autrice di un illecito amministrativo.
Una battaglia non irrilevante perché ballano miliardi di euro, gli oltre 30 chiesti da tutte le parti civili sia alle persone fisiche che alle società in giudizio. Il 1° dicembre sarà la Corte d’Assise (presidente Michele Petrangelo, giudice a latere Fulvia Misserini e sei giudici popolari) a dover entrare nel merito, esaminando sia le nuove richieste delle parti civili che la prevedibile opposizione delle difese degli imputati. La Corte d’Assise dovrà anche valutare la richiesta di patteggiamento che gli avvocati dell’Ilva Angelo Loreto e Filippo Sgubbi riproporranno dopo che in udienza preliminare la Procura negò il consenso, mettendo il giudice Gilli nelle condizioni di passare oltre.
Nel collegio difensivo va segnalata la formalizzazione della nomina del professor Franco Coppi a legale di Fabio Riva, l’unico imputato ad essere detenuto. Coppi ha già assistito la famiglia Riva in occasione del maxi-sequestro da oltre 8 miliardi di euro disposto dal giudice Patrizia Todisco nel 2013, curando gli interessi di Riva Fire e ottenendo il 20 dicembre dello stesso anno l’annullamento senza rinvio da parte della Corte di Cassazione. (GdM)

venerdì 24 luglio 2015

La guida spirituale dell'alta borghesia tarantina: un uomo esemplare!

fonte
Don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine e guida spirituale della Confraternita del Carmine (che gli aveva riservato il bagno di folla nella foto al tempo del primo rinvio a giudizio)


Come segretario dell'arcivescovo Benigno Papa è stato condannato a 10 mesi con rito abbreviato per favoreggiamento personale, per aver coperto una tangente di 10mila euro che l’Ilva ha versato all’ex preside della facoltà di ingegneria di Taranto, Lorenzo Liberti.  
Don Marco avrebbe cioè avvalorato la tesi dell’ex responsabile delle relazioni esterne del siderurgico, Giacomo Archinà, secondo cui la somma da lui prelevata era servita per una donazione alla curia tarantina. 
Secondo la Procura, invece, la mazzetta è finita nelle tasche dell’ingegnere Liberti, in cambio di una benevola relazione sulle fonti d’inquinamento in qualità di consulente dell’ufficio del pubblico ministero.

fonte

Altra condanna è quella ad un pesce piccolo, Roberto Primerano, condannato a tre anni e quattro mesi per falso ideologico. Uno dei tanti professionisti locali invischiati tra le maglie delle reti a strascico della connivenza con (il portafoglio generoso del) l'Ilva.




Ilva: disastro ambientale, 47 a giudizio, anche Vendola: "A processo con coscienza pulita"

Il gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli ha rinviato a giudizio 44 persone fisiche e tre società per l'inchiesta sul presunto disastro ambientale provocato dall'Ilva. Tra gli imputati rinviati a giudizio c'è anche l'ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata in concorso. Altri due imputati sono stati condannati con rito abbreviato: sono don Marco Gerardo, ex segretario dell'ex arcivescovo di Taranto Benigno Luigi Papa, e l'ex consulente della Procura ionica Roberto Primerano. Al sacerdote, accusato di favoreggiamento personale, sono stati inflitti 10 mesi di reclusione (stessa richiesta della Procura); Primerano è stato condannato tre anni e quattro mesi per falso ideologico e assolto dalle accuse di disastro doloso in concorso e avvelenamento in concorso di acque o di sostanze alimentari. E' stato invece assolto l'ex assessore regionale all'Ambiente Lorenzo Nicastro dall'accusa di favoreggiamento personale. Il processo comincerà il 20 ottobre.
Secondo l'accusa, Vendola avrebbe esercitato pressioni sul direttore generale di Arpa Puglia (Agenzia regionale di protezione ambientale), Giorgio Assennato (a sua volta a giudizio per favoreggiamento personale), per far "ammorbidire" la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'Ilva. In questo modo, sostiene la Procura, Vendola avrebbe consentito all'azienda di continuare a produrre senza riduzioni di emissioni inquinanti, come invece suggerito dall'Arpa in una nota del 21 giugno 2010 stilata dopo una campionatura che aveva rilevato picchi di benzoapirene.
Sempre secondo l'accusa, Vendola avrebbe 'minacciato' la non riconferma di Assennato, il cui mandato scadeva nel febbraio 2011. I fatti contestati sono compresi nel periodo che va dal 22 giugno 2010 al 28 marzo 2011. La concussione aggravata è contestata a Vendola in concorso con l'ex responsabile Rapporti istituzionali dell'Ilva Girolamo Archinà, l'ex vice presidente di Riva Fire Fabio Riva, l'ex direttore dello stabilimento siderurgico di Taranto Luigi Capogrosso e il legale dell'Ilva Francesco Perli.
I due imputati condannati - Condannati con rito abbreviato sono don Marco Gerardo, ex segretario dell'ex arcivescovo di Taranto Benigno Luigi Papa, e l'ex consulente della Procura ionica Roberto Primerano. Al sacerdote, accusato di favoreggiamento personale, sono stati inflitti 10 mesi di reclusione (stessa richiesta della Procura); Primerano è stato condannato tre anni e quattro mesi per falso ideologico e assolto dalle accuse di disastro doloso in concorso e avvelenamento in concorso di acque o di sostanze alimentari.
Vendola, vado a processo con coscienza pulita - "Sarei insincero se dicessi, come si usa fare in queste circostanze, che sono sereno. Sento come insopportabile la ferita che mi viene inferta da un'accusa che cancella la verità storica dei fatti: quella verita' e' scritta in migliaia di atti, di documenti, di fatti. Io ho rappresentato la prima e l'unica classe dirigente che ha sfidato l'onnipotenza dell'Ilva e che ha prodotto leggi regionali all'avanguardia per il contrasto dell'inquinamento ambientale a Taranto". Lo afferma il leader di Sel ed ex governatore della Puglia Nichi Vendola.
"Io ho rappresentato, in un territorio colonizzato dai Riva, - prosegue Vendola - la politica che non ha preso soldi e non si e' piegata. Io ho rappresentato la prima e unica istituzione che ha posto sotto monitoraggio i camini del grande siderurgico e che, con la produzione dei dati dell'inquinamento, ha consentito alla magistratura di procedere nei confronti dell'Ilva: la quale ha inquinato anche nei cinquant'anni precedenti al mio governo, senza che alcuna autorità se ne occupasse. L'unica mia colpa e' di aver cercato di costruire un doveroso equilibrio tra diritto alla salute e diritto al lavoro: ma non credo che questo sia un reato. Mi aspettavo che l'inconsistenza del teorema accusatorio producesse il mio proscioglimento già a conclusione dell'udienza preliminare. Per chi come me crede nei valori della giustizia e della legalità oggi e' un giorno di delusione e di amarezza. Ma vado a processo con la coscienza pulita - conclude Vendola - di chi sa di aver sempre operato per il bene comune. Come sempre mi difendero' nel processo e non dal processo. Nel contempo non posso non esprimere viva soddisfazione per la piena assoluzione dell'ex Assessore regionale all'Ambiente Lorenzo Nicastro, che rispondeva di un'accusa che offendeva la sua storia di uomo e di magistrato".
Il procuratore: nostra testi accolta quasi in toto da gup - ''Sembra, anche se poi dobbiamo leggere le motivazioni, che l'istanza accusatoria portata avanti dal mio ufficio abbia trovato quasi completo accoglimento''. Lo ha detto il procuratore di Taranto Franco Sebastio commentando la decisione del gup Vilma Gilli sui rinvii a giudizio e i riti abbreviati degli imputati dell'inchiesta per il disastro ambientale dell'Ilva. ''Da una parte - ha aggiunto - per noi è un motivo di tranquillità. Siccome noi siamo sempre preoccupati per il fatto di poter commettere errori, sempre dietro l'angolo. Questa prima pronuncia, che va inquadrata nei tempi contenuti e ridotti di un provvedimento di rinvio a giudizio, ci rassicura, ci rasserena. A quanto pare errori, quanto meno madornali, non ne abbiamo commessi, fermo restando - ha osservato Sebastio - che ci sarà un approfondimento dibattimentale e poi si andrà alle decisioni di merito''. (ANSA)

giovedì 23 luglio 2015

Ambiente svenduto (Ilva): Tutti rinviati a giudizio!!!

ph. La Ringhiera

Ilva, rinvio a giudizio per Nichi Vendola e la famiglia Riva. 44 persone a processo


Inizierà il 20 ottobre il processo nei confronti di Fabio e Nicola Riva e dei vertici dell’Ilva. Il gup Vilma Gilli ha infatti rinviato a giudizio tutti gli imputati che hanno scelto il rito ordinario tra i quali, oltre ai Riva, anche l’ex governatore Nichi Vendola, l’ex presidente della provincia di Taranto, Gianni Florido, e il sindaco del capoluogo ionico Ippazio Stefano.
A processo sono finiti anche Luigi Pelaggi, l’ex capo della segreteria tecnica del ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, e Dario Ticali, ex presidente della commissione ministeriale che rilasciò l’autorizzazione integrata ambientale alla fabbrica. (FQ)

lunedì 20 luglio 2015

L'ora del rinvio a giudizio

Ilva, oggi la decisione del gup
Vendola rischia il processo

Udienza preliminare in corso a Taranto per l'inchiesta sul presunto disastro ambientale che avrebbe provocato lo stabilimento siderurgico Ilva. Il gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli si è ritirato in camera di consiglio per decidere su alcune eccezioni sollevate dal collegio difensivo. Una eccezione, in particolare, riguarda gli accertamenti bancari eseguiti per rintracciare una presunta tangente di 10 mila euro che l'ex dirigente Ilva Girolamo Archinà avrebbe consegnato all'allora consulente della Procura di Taranto Lorenzo Liberti per modificare una relazione sulle emissioni dell'Ilva. Per la difesa quella somma di denaro non sarebbe mai stata consegnata a Liberti, ma sarebbe stata una donazione alla Curia tarantina.
Oggi tutti col fiato sospeso
L’apparente pace di queste ore avrà uno scossone quando il gup Vilma Gilli pronuncerà la sua sentenza dell’udienza preliminare che dovrà decidere il rinvio a giudizio o l’archiviazione dei 52 imputati dell’inchiesta sul presunto disastro ambientale, «Ambiente svenduto». Tra queste quelle della famiglia di industriali Riva e l’Ilva commissariata che aveva sperato di abbandonare il procedimento con un patteggiamento che è stato rifiutato dalla procura perché ritenuto incongruo. Rischiano il processo anche diversi tecnici ministeriali, politici ed amministratori che avrebbero favorito il siderurgico nella sua azione inquinante. Fra questi, il più in vista è l’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola accusato di aver fatto pressioni sull’Arpa, attraverso il suo direttore Giorgio Assennato, perché favorisse i piani dell’acciaieria. Per lo stesso motivo è accusato di favoreggiamento anche Assennato. Tra gli imputati anche l’ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido, che come Vendola risponde di concussione. Rinvio a giudizio è stato chiesto anche per il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano e per gli ex assessori regionali all’Ambiente, Lorenzo Nicastro, e alla Sanità Donato Pentassuglia, all’epoca presidente della commissione regionale Ambiente, nonché per l’ex assessore regionale Nicola Fratoianni.
Parla Assennato: «Mai venduto la salute dei tarantini»
«Mi si accusa di aver venduto la salute dei cittadini di Taranto», passando «da eroe a traditore. Io nego che ci sia stato qualsiasi tipo di arrendevolezza nei confronti dell’Ilva». Lo ha detto Assennato rilasciando dichiarazioni spontanee. «Fui proprio io - ha aggiunto Assennato - il 7 dicembre 2013, in un’intervista al Fatto Quotidiano, ad indicare in Vendola la responsabilità politica per la situazione tarantina. Arpa e io stesso abbiamo sempre mantenuto la schiena dritta per tutelare la salute dei cittadini». Il dg ha poi ricordato che tutte le attività scientifiche dell’Agenzia ambientale sono state svolte dal direttore scientifico, Roberto Giua (che però non è indagato), ed ha sottolineato la «durezza» delle relazioni stilate dall’Arpa Puglia sulle emissioni dell’Ilva.
Il ministro Guidi: «Magistratura valuti bene»
«Se venisse spento anche uno solo dei due altoforni in attività a Taranto, non solo sarebbe antieconomico tenere aperto l' impianto ma anche organizzativamente non si riuscirebbe più ad alimentare il flusso della produzione». Il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, in un' intervista al Corriere della Sera, torna così sul caso Ilva, invitando la magistratura a valutare il peso delle scelte sull' azienda siderurgica: «Alla magistratura chiediamo di fare il proprio lavoro avendo chiaro l'impatto delle decisioni che prende. E nel caso Fincantieri avrei preferito che si fossero tenuti presenti i danni che si potevano procurare con la sola chiusura del cantiere, solo a causa dell' interpretazione di una normativa europea non perfettamente recepita nel nostro ordinamento». «Finora - continua il ministro - non è stato notificato alcun provvedimento che metta in discussione l’operatività degli altoforni. Sono dunque ottimista e ricordo che è in corso un’operazione di risanamento ambientale che ha richiesto ingenti finanziamenti e la chiusura temporanea di due altoforni». «Spegnere altri altoforni vorrebbe dire rinunciare a uno dei siti siderurgici più efficienti d' Europa e togliere lavoro a 14-15 mila persone nel Sud d’Italia. Non c’è nessun motivo, visto che il risanamento è in corso, così come c' è il massimo impegno per impedire incidenti sul lavoro, perché anche un solo ferito è troppo». (CdM)

martedì 14 luglio 2015

Re Arturo resta al fresco


Ilva, Fabio Riva resta in cella. Il giudice respinge l'istanza di scarcerazione

Fabio Arturo Riva resta in carcere. Il gup Vilma Gilli ha infatti respinto l’istanza di revoca della misura cautelare presentata dall’avvocato Nicola Marseglia per conto dell’industriale lombardo.
«Sussistono esigenze cautelari connesse» con il pericolo di reiterazione dei reati e dell’inquinamento probatorio, ha spiegato il giudice dell’udienza preliminare che nella prossima settimana dovrà definire il destino del procedimento «Ambiente svenduto» in cui l’industriale è imputato a pieno titolo, insieme con altri 48 soggetti e tre società, per le produzioni inquinanti dell’Ilva e per gli intrecci illeciti che sarebbero stati stretti dalla famiglia Riva.
Nel respingere l’istanza di revoca della misura cautelare, la dottoressa Gilli ha fatto riferimento ad un presunto «patto familiare» con cui i Riva, a suo tempo, avrebbero concordato di utilizzare gli utili della gestione societaria nel settore siderurgico.
Di questo «patto familiare» sarebbe stato fatto riferimento in un rapporto che la guardia di finanza di Milano aveva prodotto nell’ambito dell’inchiesta diretta dal procuratore aggiunto lombardo Francesco Greco sulla pluralità delle attività della famiglia degli industriali.
Il rapporto, secondo quanto è stato possibile sapere, era stato trasmesso alla magistratura di Taranto e da questa trasfusa negli atti con cui la procura tarantina aveva dato parere negativo alla revoca della misura restrittiva a carico di Riva.
Dal presunto patto che sarebbe stato stretto dai componenti della famiglia Riva si desumerebbe l’interesse sempre vivo nutrito dal nucleo familiare - da tempo orfano del patron Emilio - nelle vicende dell’Ilva, capaci di produrre utili milionari che sarebbero poi stati trasferiti all’estero, come scaturtito da una indagine della magistratura lombarda.
Alla luce di questa decisione adottata dal giudice dell’udienza preliminare, non è improbabile che la difesa di Fabio Arturo Riva ricorra in tempi brevi in Tribunale, contestando proprio la sussistenza delle esigenze cautelari alla base del mantenimento della misura. Come è noto, Fabio Arturo Riva è accusato, in concorso con altri, di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento delle sostanze alimentari, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, in aggiunta ad altre contestazioni formulate dalla procura della Repubblica: corruzione, falso e abuso d'ufficio.
L’industriale figura fra gli imputati dei quali la procura di Taranto ha già richiesto il rinvio a giudizio o la condanna (nei casi in cui gli imputati hanno optato per il giudizio abbreviato). Fabio Riva si trovava a Londra ed aveva ingaggiato una battaglia legale per evitare l'estradizione, tuttavia la Corte di Londra aveva dato il suo assenso. Un'altra ordinanza di custodia cautelare era stata emessa dal gip di Milano Fabrizio D'Arcangelo per una presunta truffa ai danni dello Stato da circa cento milioni di euro, per cui l’industriale è stato già condannato in primo e secondo grado a 6 anni e mezzo di reclusione.
Nel maggio scorso, Fabio Riva aveva “incassato” una cocente delusione: per la seconda volta c’era infatti stato l’ok alla sua estradizione da Londra. Era stato il giudice della «City of Westminster Magistrates Court» John Zani ad esprimersi favorevolmente al trasferimento dell’industriale in Italia anche per la richiesta avanzata da Milano.
Lo snodo che aveva portato all’ordinanza si collega con le indagini legate all’inchiesta aperta dalla procura di Milano (pm Stefano Civardi e procuratore Francesco Greco) su vicende finanziarie, societarie e fiscali del gruppo Riva. Agli inizi di giugno, d’accordo con i suoi legali, Riva aveva deciso di chiudere i conti con la giustizia italiana, senza attendere gli appelli alle due estradizioni e si era costituito in Italia.(Quot)

domenica 7 giugno 2015

Il principe è tornato

Fabio Riva si «consegna» a Roma
In cella a Taranto: lunedì interrogatorio

Il volo da Londra è arrivato con un’ora di ritardo rispetto al previsto, ma Fabio Riva ha mantenuto la promessa, formalizzata dal suo avvocato Nicola Marseglia, consegnandosi ieri sera, qualche minuto dopo le 21, ai finanzieri del Gruppo di Taranto che lo hanno atteso a Fiumicino, notificandogli il mandato di arresto europeo firmato dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco dopo che il 26 novembre del 2012 l’allora vicepresidente di Riva Fire, proprietaria dell’Ilva di Taranto, era sfuggito alla cattura, rifugiandosi in Inghilterra. Fabio Riva è salito sulle auto delle Fiamme Gialle ed è stato condotto nel capoluogo jonico, prima nella sede del comando provinciale e poi nella casa circondariale di via Magli. Riva sarà interrogato lunedì dal gip di Taranto.

Riva è accusato di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d’ufficio, accuse che gli sono valse prima l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice Todisco e poi la richiesta di rinvio a giudizio sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli tra qualche settimana. Fabio Riva si è sempre opposto alla procedura di estradizione ma dopo il via libera dato dalla magistratura inglese lo scorso 8 maggio, aveva ben chiaro che il possibile ricorso lo avrebbe tenuto lontano dall’Italia solo per altri 4-5 mesi al massimo. Da questa considerazione, la scelta, concordata con il suo legale, di consegnarsi nella speranza di ottenere in tempi brevi i domiciliari. In realtà, il piano, da quella che apprende la Gazzetta, prevedeva di evitare la custodia in carcere a Taranto, passando qualche notte a Rebibbia per poi chiedere di essere trasferito a Milano dove il 9 giugno inizierà (per concludersi, come da calendario, il successivo 19 giugno) il processo d’appello per la presunta truffa ai danni dello Stato commessa per conto dell’Ilva, ipotesi di reato che è valsa a Fabio Riva la condanna in primo grado a 6 anni e mezzo di reclusione.

Procedimento per il quale, peraltro, pende sullo stesso Riva un ulteriore mandato di arresto europeo (ma ai domiciliari). Il piano sarebbe saltato, però, perché l’autorità giudiziaria tarantina ha imposto il suo trasferimento nel carcere del capoluogo jonico, a prescindere dall’impegno milanese di martedì prossimo e dunque Fabio Riva comparirà già nelle prossime ore dinanzi al gip Patrizia Todisco mentre sarà il gup Vilma Gilli a decidere sulla scontata istanza di scarcerazione. A Taranto, invece, Riva oltre ad essere imputato, e ora anche detenuto, in «Ambiente svenduto», è stato già condannato dal tribunale a 6 anni di reclusione nel processo sugli operai del siderurgico morti per l’esposizione all’amianto. GdM

venerdì 29 maggio 2015

Siamo sicuri che l'Ilva annebbia solo i polmoni?

depositphotos
Sono normali gli avvocati della città dell'Ilva?


Processo Ilva, l'avvocato di Riva: "Non posso difenderlo, sono parte offesa anche io"

Non può rappresentare Nicola Riva perché in quanto cittadino di Taranto è parte offesa nello stesso procedimento, "perché respiro la stessa aria, perché, in base a quello che contestano i pubblici ministeri, siamo tutti sotto la spada di Damocle dell'inquinamento". Colpo di scena a Taranto, nell'udienza preliminare a 52 persone per il disastro ambientale provocato dall'Ilva. L'avvocato Pasquale Annichiarico, legale dell'ex amministratore dell'impianto siderurgico, nel corso della sua arringa ha chiesto al gup Vilma Gilli di astenersi. Nicola Riva è accusato di concorso in associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d'ufficio.
A parere del legale anche il gup e i pm che operano a Taranto assumono lo status "di persona offesa o danneggiata dal reato". Annicchiarico avrebbe poi attaccato gli stessi pubblici ministeri che "hanno portato avanti le tesi accusatorie con grande animosità. Magistrati a cui - ha aggiunto - si è ingrossata la giugulare per la determinazione con cui hanno parlato di imputati che con le loro condotte avrebbero seminato malattie e morte". Tutti coloro "che abitano e operano in questa città sono parti lese, anche i giudici - ha osservato il legale - e avvocati. Per questo non possiamo fare questo processo qui". E ne ha chiesto il trasferimento a Potenza.
Sulla sua richiesta il giudice si esprimerà il primo luglio, quando valuterà la possibile istanza di patteggiamento dell'Ilva in amministrazione straordinaria (che attende ancora l'ok dal ministero dello Sviluppo economico). Previste anche le arringhe difensive dell'avvocato Raffo per conto di Francesco Manna, ex capo di gabinetto del presidente della Regione Puglia (che risponde di favoreggiamento), dell'avvocato Loiacono che assiste Riva Fire, e quella dei legali dell'Ilva in amministrazione straordinaria, imputate ai sensi della legge 231 del 2001 che punisce la responsabilità amministrativa delle imprese.
Gli avvocati Filippo Sgubbi e Angelo Loreto, per conto della struttura commissariale, hanno chiesto e ottenuto un ulteriore rinvio in quanto il ministero dello Sviluppo economico non si è ancora pronunciato sulla ipotesi di patteggiamento. Peraltro la comunicazione inviata dai legali non indica esplicitamente una richiesta di autorizzazione e non è indirizzata direttamente al ministro Guidi, ma alla direzione generale per la vigilanza sugli enti, il sistema cooperativo e le gestioni commissariali dello stesso Mise e all'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza.
Nella nota si fa riferimento a "colloqui intercorsi" sulla "evoluzione del procedimento penale" e si trasmette una bozza dell'istanza di patteggiamento. L'istanza, indirizzata alla procura di Taranto, "consentirebbe alla società - osservano i legali - di essere estromessa dal processo 'Ambiente svenduto', che proseguirebbe unicamente nei confronti delle persone fisiche imputate". La struttura commissariale e i legali sono a "disposizione per illustrare in dettaglio i contenuti dei menzionati documenti ed i vari profili di natura legale - si sottolinea nella comunicazione - che vogliate approfondire". La bozza di patteggiamento prevederebbe una multa di tre milioni, l'interdizione per otto mesi dell'Ilva e la confisca di 2 miliardi di euro (quale profitto del reato) con il coinvolgimento dei beni di Riva Fire. (Rep)

giovedì 28 maggio 2015

Pat pat!

Ilva vuole patteggiare a Taranto e attende l’ok del Mise

A Taranto il processo per il reato di disastro ambientale contestato all’Ilva va in standy by. Dopo l’udienza preliminare di oggi davanti al gup Wilma Gilli, nella quale sono proseguite le arringhe della difesa, la prossima è prevista per l’1 luglio. La sospensione di un mese è dovuta alla necessità di attendere che il ministero dello Sviluppo economico si pronunci sull’istanza di patteggiamento che l’Ilva ha avanzato come soggetto giuridico che risponde in base alla legge sulla responsabilità delle imprese.
La volontà della società di patteggiare, e quindi di tirarsi fuori dal processo concordando la pena con la Procura, gli avvocati dell’Ilva l’avevano già manifestata nelle udienze precedenti. Solo che l’approfondimento giuridico del tema, il confronto con la stessa Procura – un incontro c’è stato a Taranto martedì pomeriggio – e l’acquisizione del via libera del Mise, essendo l’Ilva in amministrazione straordinaria da gennaio, richiedono più tempo. Dunque, c’è necessità di aggiornare il processo.
La struttura del patteggiamento, ancora oggetto di discussione tra le parti, prevederebbe una multa di 2 milioni di euro, l’interdizione di otto mesi con i commissari straordinari che diventano, per questo periodo, commissari giudiziali, e una confisca di 2 miliardi di euro, ritenuti profitto del reato, a carico dei beni di Riva Fire e non di Ilva spa. I legali dell’Ilva chiedono la confisca verso Riva Fire perchè vogliono evitare che un’azione del genere sull’Ilva possa bloccare il trasferimento all’Ilva stessa del miliardo e 200 milioni sequestrati ai Riva e ora in Svizzera. Un passaggio delicato e tutt’altro che agevole, anche se ci sono una legge che stabilisce il rientro di queste risorse in Italia (al Fondo unico Giustizia, che sottoscriverà le obbligazioni con cui l’Ilva finanzierà i lavori ambientali nel siderurgico di Taranto) e il parere positivo del gip di Milano, Fabrizio D’Arcangelo. Sul fatto di spostare la confisca da Ilva spa a Riva Fire non ci sarebbe, allo stato, il consenso della Procura, ma sul problema va comunque avanti il confronto con gli avvocati dell’azienda. Per i quali va evitata ogni possibile interferenza tra il processo di Taranto (la Procura chiede il rinvio a giudizio di 49 persone fisiche e tre società) e la vicenda giudiziaria di Milano. (Sole24h)

martedì 12 maggio 2015

Santo subito!

Taranto, processo Ilva: chiesta la condanna a due anni per don Gerardo

Il procuratore aggiunto di Taranto Pietro Argentino, nel giudizio abbreviato che si celebra per alcuni imputati nell'ambito dell'udienza preliminare dell'inchiesta sul presunto disastro ambientale provocato dall'Ilva, ha chiesto due anni di reclusione (con l'esclusione delle attenuanti generiche) per don Marco Gerardo, all'epoca dei fatti segretario personale dell'ex arcivescovo Benigno Luigi Papa, accusato di favoreggiamento nei confronti dell'ex responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva Girolamo Archinà.
Le accuse al sacerdote ruotano attorno alla vicenda della presunta tangente di diecimila euro che l'Ilva avrebbe pagato all'allora consulente della Procura Lorenzo Liberti per 'ammorbidire' una perizia sulle emissioni del Siderurgico. Archinà sostiene di aver dato i soldi alla Curia e le dichiarazioni di don Marco, secondo la procura, configurerebbero il reato di favoreggiamento.
La giornata - Nella palestra del comando provinciale dei vigili del fuoco di Taranto si sono concluse le arringhe odierne nell'udienza preliminare, dinanzi al gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli, dell'inchiesta sul presunto disastro ambientale provocato dall'Ilva. Sono state fissate per il 28 maggio prossimo, invece, le ultime arringhe del collegio difensivo. In quella sede parleranno l'avv. Pasquale Annicchiarico per Nicola Riva, gli avvocati Filippo Sgubbi e Angelo Loreto per l'Ilva in amministrazione straordinaria (che attendono dal ministero per lo Sviluppo Economico l'autorizzazione a proporre istanza di patteggiamento) e l'avv. Loiacono per Riva Fire. Ultimata la discussione, il giudice Gilli fisserà l'udienza per eventuali repliche, la decisione sulle richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla Procura e la sentenza per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato.(Quot)

venerdì 24 aprile 2015

Patti chiari?

L'Ilva ammette il disastro ambientale: "Pronti a patteggiare"

L'Ilva in amministrazione controllata ed affidata ai commissari del governo vuole patteggiare al processo "Ambiente svenduto" sul disastro ambientale consumato ai piedi del siderurgico più grande d'Europa. Una decisione clamorosa che tuttavia è coerente con le decisioni dei governi degli ultimi anni, che per far fronte alla situazione ambientale emersa dall'inchiesta, hanno fatto ricorso per sette volte a decreti d'urgenza e aggiornato l'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale.
Questa mattina all'udienza preliminare a carico di 52 imputati, di cui 3 società, per il disastro ambientale di Taranto, il professor Filippo Sgubbi e l'avvocato Angelo Loreto hanno chiesto al gup Vilma Gilli un rinvio in attesa che il ministero per lo Sviluppo economico autorizzi il patteggiamento della pena. Ilva spa, ora Ilva as, è accusata in base alla legge 321 sulla responsabilità delle aziende di associazione per delinquere, reati ambientali come inquinamento, reati contro la pubblica amministrazione come corruzione in atti giudiziari e due omicidi colposi per la morte di due lavoratori nel 2012.
Nel caso in cui il Mise autorizzi i legali a patteggiare, nelle prossime udienze accusa e difesa definiranno l'entità della sanzione amministrativa e pecuniaria da sottoporre al giudice. La richiesta di patteggiamento conferma la tesi che la procura sostiene dall'inizio dell'inchiesta: l'Ilva ha inquinato per anni risparmiando sugli investimenti ambientali e sulla manutenzione degli impianti.
Chiedendo il patteggiamento per la società Ilva, per la quale la Procura ha chiesto al gup il rinvio a giudizio, i commissari - si apprende da fonti vicine all'azienda - da un lato riconoscono le responsabilità della pregressa gestione dell'azienda e dall'altro evitano il processo. E' una opportunità che l'Ilva vuole cogliere, si afferma, anche per distinguere meglio la "vecchia" Ilva, per intendersi quella gestita dai Riva, Fabio e Nicola, coinvolti in questo processo insieme ad altri con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, dalla "nuova" Ilva, quella affidata dal Governo ai commissari pubblici, ovvero Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi. Una mossa di discontinuità, dunque, ma anche di non conflitto verso la Procura di Taranto, visto che, si sottolinea, sia pure in ambiti e con ruoli diversi, i magistrati e i commissari rappresentano lo Stato.
L'evoluzione del patteggiamento prevede ora - questa almeno la traccia su cui si sta lavorando - che Ilva da un lato e vertici della Procura dall'altro (segnatamente il procuratore Franco Sebastio e l'aggiunto Pietro Argentino) presentino al gup in una delle prossime udienze un pacchetto concordato. Essendo l'Ilva una società, risponde in base alla legge 231 del 2011 sulla responsabilità delle imprese, e quindi la pena prevista in questi casi è una sanzione pecuniaria commisurata al capitale della società. Pena la cui entità non sarà comunque modesta. Previste anche sanzioni accessorie come la sospensione dell'esercizio dell'impresa, ma su quest'aspetto specifico si sta lavorando per trasformare quest'aspetto nella nomina di figure tecniche che controllino la situazione per conto dell'autorità giudiziaria. (Rep)

Patteggiamento Ilva, un punto di svolta

La richiesta avanzata dai legali dell’Ilva Spa, di patteggiare la pena nell’ambito dell’udienza preliminare per l’inchiesta “Ambiente svenduto”, può tracciare uno spartiacque. Se la richiesta presentata al Ministero per lo sviluppo economico venisse accolta anche dalla procura jonica, ciò potrebbe portare a una sanzione pecuniaria di alcuni miliardi di euro da destinare alla trasformazione del siderurgico e alla realizzazione delle misure contenute nell’Aia. Per questo, la richiesta dell’Ilva non costituisce solo un’ammissione di responsabilità di fronte a reati molto gravi quali disastro ambientale, omissione dolosa di cautele sul luogo di lavoro e, soprattutto, avvelenamento di sostanze alimentari. Non costituisce solo un decisivo passo avanti nell’accertamento delle condotte penali. Potrebbe portare anche allo stanziamento di fondi concreti per intervenire sul siderurgico. Il tutto, ovviamente, dipende dall’entità della somma che nel caso verrà sancita quale pena.
Da un punto di vista più strettamente penale, la richiesta di patteggiamento avanzata dalla struttura commissariale che ora controlla l’Ilva segna anche un passaggio rilevante nella storia del procedimento “Ambiente svenduto”. Con tale mossa, che riguarda solo la società imputata in quanto azienda, si separano i percorsi tra quella che vorrebbe essere la nuova Ilva e le responsabilità individuali dei dirigenti del Gruppo Riva. Per loro (i figli del patron dell’acciaio, i dirigenti ufficiali e quelli “ombra” dello stabilimento, così come per gli altri imputati) il procedimento continua in attesa del pronunciamento del gup.
Tale bivio rischia di aprire una forbice processuale. I reati contestati nel procedimento “Ambiente svenduto” sono molto gravi. Lo è in particolare l’avvelenamento di sostanze alimentari, che se associato a un comportamento coscientemente doloso, e alla morte di più persone, quale conseguenza di una propria attività inquinante, può arrivare addirittura alla richiesta dell’ergastolo. Tuttavia, nei grandi processi ambientali degli ultimi anni non si è mai arrivati a una sentenza del genere. Il rischio invece è che di fronte a processi lunghissimi, che coinvolgono molti imputati, e pool di avvocati con diverse strategie, i tre gradi di giudizio oltrepassino i tempi della prescrizione.
Alla lunga, anche il processo “Ambiente svenduto” potrebbe risolversi in un nulla di fatto. Per questo, la richiesta di patteggiamento avanzata dalla struttura commissariale che attualmente controlla il siderurgico rappresenta una pagina importante. Comunque la si voglia interpretare, pone un punto fermo in una città in cui, fino a pochi anni fa, veniva deliberatamente negata anche la minima possibilità di inquinamento. (CdM)

mercoledì 8 aprile 2015

Prime richieste

Processo Ilva, chiesti 10 mesi per l'assessore Nicastro

La condanna alla pena di 10 mesi di reclusione per favoreggiamento personale é stata chiesta dal pm Remo Epifani nei confronti dell'assessore all'Ambiente della Regione Puglia Lorenzo Nicastro, magistrato in aspettativa, uno dei 52 imputati del procedimento che si sta celebrando davanti al gup di Taranto Vilma Gilli per il presunto disastro ambientale provocato dall'Ilva. Secondo l'accusa, Nicastro - che ha chiesto il giudizio con rito abbreviato - ha favorito il presidente della Regione Nichi Vendola, che risponde di concussione, sottacendo alcune circostanze a lui note in riferimento alle presunte intimidazioni poste in essere da Vendola nei confronti del direttore regionale dell'Arpa Puglia Giorgio Assennato per indurlo a posizioni più concilianti con la dirigenza Ilva.
Dal canto suo, invece, il legale  di Vendola ha contestato nel merito il reato di concussione, che sarebbe stato commesso in concorso con persone "che non conosce o ha visto una o due volte". L'avvocato Vincenzo Muscatiello nel corso dell'arringa a difesa del presidente della Regione ha puntato anche a minare la credibilità di Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva, che manteneva i rapporti con i politici ed era stato definito dai Riva "il maestro degli insabbiamenti". Muscatiello ha supportato l'arringa con la visione di alcune slide e l'ascolto di intercettazioni telefoniche.

Il legale per tre ore ha provato a smontare la tesi degli inquirenti secondo i quali Vendola sostenendo che proprio dalle intercettazioni telefoniche emergerebbe l'inattendibilità di Archinà. L'udienza si è chiusa con l'arringa del legale di Antonio Antonicelli, dirigente regionale del settore Ecologia, che risponde di favoreggiamento nei confronti di Vendola. La discussione dei difensori dei 52 imputati proseguirà il 15 aprile. (RepBA)

sabato 7 marzo 2015

Tumori e incidenti, ce n'è per tutti

Taranto, decessi per tumori: altra inchiesta in arrivo 

Il procedimento «Ambiente svenduto» è ancora in piena corsa e già la procura medita un’altra inchiesta.È quella che sarà aperta sui decessi da malattie tumorali, i cui fascicoli sono stati ammessi di diritto dal gup Vilma Gilli nel maxi-procedimento sfociato in udienza preliminare. Si tratta, ha chiarito ieri il procuratore di Taranto Francesco Sebastio, di quei casi di cui il giudice si è occupato nelle scorse udienze, dando l’ok alle costituzioni di parte civile. Se i familiari delle vittime possono costituirsi parte civile - ha evidenziato il procuratore - è perchè il gup ha ritenuto fondate le ragioni alla base delle istanze. Di qui la richiesta di trasmissione degli atti, per valutare i singoli casi e accertare le eventuali responsabilità in quelle malattie sfociate nei decessi.
Dagli accertamenti necessari, ha fatto intendere il dottor Sebastio, potrebbero scaturire elementi di reità nei confronti dei quali la magistratura di Taranto ha il dovere di procedere. Nella giornata della procura, nell’ambito della preliminare di «Ambiente svenduto» sulle produzioni inquinanti dell’Ilva e sui presunti intrecci affaristici dei suoi ex vertici, proprio la procura della Repubblica di Taranto ha fornito un elemento di rilevante novità in fase di udienza. D’altra parte, non era un caso che proprio la giornata di ieri, a conclusione degli interventi del pool della procura della Repubblica, fosse dedicata alla sicurezza e alla tutela della salute: nel caso specifico, all’interno della fabbrica tarantina.
Sul punto, nell’udienza celebrata dal gup Gilli, è intervenuto il sostituto procuratore della Repubblica Raffaele Graziano, titolare della tranche di inchiesta legata agli infortuni sul lavoro. Nello stabilimento Ilva di Taranto, ha sottolineato il dottor Graziano, sussisteva «un modello organizzativo insicuro». Insicuro e pericoloso, dal momento che era (ed è) strettamente collegato con il piano della tutela ambientale, della prevenzione degli incidenti rilevanti e dell'igiene e della sicurezza sul lavoro. Nel corso del suo intervento, il pubblico ministero ha evidenziato anche le presunte violazioni amministrative di cui si sarebbero rese responsabili le tre società, cioè Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici, imputate insieme con quarantanove persone fisiche.
Il magistrato inquirente ha parlato anche delle presunte responsabilità dei vertici dell’industria siderurgica per due morti “bianche”. Quelle di Claudio Marsella (che fu schiacciato da un locomotore all’interno del reparto Movimento ferroviario il 30 ottobre 2012) e di Francesco Zaccaria (che finì in mare con la cabina in cui stava lavorando, mentre era impegnato ad un'altezza di circa sessanta metri: l’uomo e la sua cabina furono travolti dal passaggio di un tornado il 28 novembre 2012). In sostanza, il dottor Graziano ha sottolineato come quei decessi sarebbero avvenuti “per colpa e negligenza”, e per inosservanza di quelle regole basilari che sono il fondamento della tutela dei lavoratori.
In una inchiesta divenuta nota, soprattutto, per il coinvolgimento della politica, l’inserimento di contestazioni riferite a omicidi e a lesioni colposi aveva corrisposto all’esigenza dimostrare che l’ambiente gestito dalla società siderurgica, compreso quindi anche quello del lavoro, non sarebbe mai stato in cima ai pensieri dei padroni dell’acciaio. Nella prossima udienza del 12 marzo sono previsti i primi interventi dei legali delle parti civili, a cominciare dall’avvocato Sergio Torsella che rappresenta gli allevatori (che subirono danni dall’abbattimento dei capi di bestiame contaminati dalle diossine). (Quotidiano)

venerdì 6 marzo 2015

Sviluppi processuali

Processo Ilva, pm su Vendola «Imbestialito con Assennato» Chieste carte su altre morti

Nello stabilimento Ilva di Taranto c'era un "un modello organizzativo insicuro" sul piano della tutela ambientale, della prevenzione di incidenti rilevanti e dell’igiene e sicurezza sul lavoro: lo ha detto il pm della Procura di Taranto Raffaele Graziano discutendo nell’udienza preliminare dell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva.
Graziano lo ha detto riferendosi alle presunte violazioni amministrative delle tre società imputate, ovvero Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici. Il magistrato ha parlato anche delle presunte responsabilità dei vertici aziendali per due morti 'bianchè, quelle di Claudio Marsella (schiacciato da un locomotore al reparto Movimento ferroviario il 30 ottobre 2012) e Francesco Zaccaria (finito in mare con la cabina in cui stava lavorando da un’altezza di circa 60 metri al passaggio di un tornado il 28 novembre 2012).
Il pm Remo Epifani ha trattato le posizioni dei politici, a partire dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, accusato di concorso in concussione aggravata per aver cercato, secondo gli inquirenti, di far 'ammorbidirè la posizione dell’Arpa Puglia in relazione alle emissioni dell’Ilva. Graziano si è occupato di due omicidi colposi e della posizione delle tre società – Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici – imputate di reati di natura amministrativa. Nell’udienza odierna il collegio difensivo potrebbe presentare richiesta di riti alternativi per alcuni imputati.
Il direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, ha rinunciato a essere interrogato nell’udienza preliminare per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva. Lo ha comunicato al gup il legale di Assennato. Ha confermato invece di voler essere interrogato, ma in una prossima udienza, il funzionario regionale Pierfrancesco Palmisano. Ha chiesto di essere sentito in udienza anche un altro imputato, Antonio Colucci, dirigente Ilva.

Pm: Archinà dette 10mila euro a consulente - "Sia chiaro: Archinà ha consegnato i 10mila euro a Liberti, non all’arcivescovo": lo ha detto, discutendo nell’udienza preliminare (a porte chiuse) per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva, il pm Remo Epifani riferendosi al presunto episodio di corruzione tra l’ex dirigente Ilva Girolamo Archinà e l’allora (siamo nel 2010) consulente tecnico della Procura di Taranto Lorenzo Liberti, che è accusato tra l’altro di corruzione in atti giudiziari.
Secondo l’accusa, il 26 marzo 2010 Archinà consegnò a Liberti, in una stazione di servizio della A14 ad Acquaviva delle Fonti (Bari) una busta contenente la somma di 10mila euro in contanti per falsificare il contenuto di una consulenza tecnica affidatagli dalla Procura sulle emissioni di diossina dallo stabilimento Ilva. Passaggio di busta, ha aggiunto il pm, che sarebbe stato visto chiaramente da un’addetta al bar della stazione di servizio. La difesa di Archinà ha sempre sostenuto che in quella busta ci fossero solo documenti, mentre i 10mila euro fatti prelevare dalle casse dell’Ilva sarebbero stati donati alla Curia arcivescovile di Taranto.

«Vendola imbestialito con l'Arpa» - Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, nel giugno 2010 era "imbestialito" nei confronti del direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, per l'atteggiamento troppo rigido dell’Agenzia regionale per l'ambiente nei confronti dell’Ilva. Lo ha sostenuto il pm della Procura di Taranto, Remo Epifani, discutendo nell’udienza preliminare, in corso nel capoluogo ionico, del procedimento per il disastro ambientale causato dal Siderurgico.
Nell’inchiesta Vendola è imputato di concorso in concussione aggravata per avere, secondo l'accusa, cercato di 'ammorbidirè la posizione di Assennato in relazione al rispetto delle normative ambientali da parte dell’Ilva.
Epifani ha ricordato che il 22 giugno 2010 Vendola tenne una riunione con dirigenti regionali, assessori e l’allora dirigente Ilva Girolamo Archinà, alla quale avrebbe dovuto partecipare anche Assennato, che però sarebbe stato lasciato fuori dalla stanza. In quell'incontro, secondo l’accusa, Vendola avrebbe tra l'altro detto che "così com'è Arpa Puglia può andare a casa perchè hanno rotto...". Lo stesso Archinà comunicò successivamente alla direzione dell’Ilva, ha aggiunto il pm, che in quella riunione Vendola era "imbestialito" con Assennato.
Prima di trattare la posizione di Vendola, il pm aveva discusso sul ruolo dell’ex presidente della Provincia, Gianni Florido (imputato di concussione per induzione), sottolineando che l’ex dirigente Ilva Girolamo Archinà "era di casa" e "spadroneggiava" negli uffici dell’ente.

Procura chiede atti al gup - Nell’udienza preliminare dell’ inchiesta per disastro ambientale a carico dell’Ilva, la Procura della Repubblica di Taranto ha chiesto al gup Vilma Gilli la trasmissione al proprio ufficio degli atti riguardanti alcune presunte morti per inquinamento, non trattate nel procedimento in corso, sulla base della costituzione di parte civile dei famigliari delle persone decedute. La richiesta è stata avanzata in aula dal procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio.
La richiesta, ha spiegato Sebastio a margine di una sospensione dell’udienza, è stata fatta per valutare se ci sono estremi per aprire un procedimento penale per eventuali responsabilità per i decessi.

Interrogatorio funzionario - Con l’interrogatorio del funzionario della Regione Puglia Pierfrancesco Palmisano, chiesto dallo stesso imputato, si è conclusa l’udienza odierna dinanzi al gup del tribunale di Taranto relativa all’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva. Palmisano è accusato di rivelazione di segreti d’ufficio per il rilascio all’Ilva dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 4 agosto 2011.
Il funzionario regionale si è difeso sostenendo che, quando all’epoca in Conferenza dei servizi, per conto della Regione che rappresentava in quella sede, sostenne il progetto di barrieramento dei parchi minerali, non intendeva escludere l'ipotesi della copertura degli stessi parchi, nè quindi favorire l’Ilva. L’udienza è stata aggiornata al 12 marzo prossimo. (GdM)

mercoledì 4 febbraio 2015

Un bel regalo alla città!


"L'Ilva non dovrà risarcire Taranto", il decreto 'grazia' le società dei Riva

L'Ilva non dovrà pagare alcun risarcimento a Taranto. Lo ha deciso il gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli, nell'udienza preliminare in corso per il presunto disastro ambientale provocato dall'Ilva, accogliendo le eccezioni sollevate dai legali di Ilva spa, di Riva Fire e di Riva Forni elettrici. La decisione è una conseguenza del decreto salva Ilva approvato il primo gennaio dal Governo: l'azienda è entrata ora in amministrazione straordinaria e le altre due società non erano parti nell'incidente probatorio svolto a suo tempo. Gli avvocati dell'Ilva, a cui si era associato il legale delle altre due società, hanno chiesto l'applicazione delle regole del decreto Marzano con l'eventuale presentazione delle richieste risarcitorie nel calderone dei contenziosi al cospetto del Tribunale fallimentare di Milano.
La circostanza ha sollevato le polemiche degli ambientalisti che hanno attaccato duramente il Governo con il co-portavoce nazionale dei Verdi Angelo Bonelli. "La città non vedrà alcuna giustizia perché i patrimoni e i conti correnti di quelle società potranno riposare e accrescere mentre la città di Taranto muore nei veleni. Dei terreni contaminati, delle morti per diossina, dell'economia distrutta non pagherà chi ha provocato l'inquinamento ma lo stato ovvero i cittadini. Quella di oggi è una notizia drammatica peggio di una pugnalata per la popolazione ed è uno schiaffo alla democrazia, alla nostra costituzione e al principio chi inquina paga. In Italia chi inquina non solo solo non paga, ma si arricchisce".
Oltre un migliaio sono state le costituzioni di parte civile presentate al gup per il procedimento che vede 53 tra persone fisiche e giuridiche accusate, a vari livelli di responsabilità, del reato di disastro ambientale. Per tutti i 53, la Procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio. Il migliaio di parti civili era stato poi "scremato" dal gup a circa 600. Fra quelli la cui costituzione parte civile è stata accettata ci sono i sindacati metalmeccanici, le principali associazioni ambientaliste, il Comune e la Provincia di Taranto e i ministeri della Salute e dell'Ambiente. L'insieme delle richieste risarcitorie è pari a 30 miliardi di euro, di cui 10 miliardi ciascuno per Comune e Provincia di Taranto e altri 10 per i due ministeri. E dai risarcimenti delle parti civili sono state escluse le tre società. (RepBa)
 

In caso di condanna nel processo penale, quindi, l’azienda che in questi anni ha consentito alla famiglia Riva di accumulare tesori da portare all’estero non dovrà risarcire nessuna delle parti tanti civili. Parenti di operai morti, allevatori a cui sono state abbattute greggi di pecore, miticoltori che hanno visto distruggere tonnellate di cozze avvelenate dalla grande industria, abitanti del quartiere Tamburi e gli stessi operai della fabbrica non riceveranno dall’Ilva neppure un centesimo. Non solo. Anche alle istituzioni come il ministero per l’Ambiente, la Regione Puglia, la Provincia e il Comune di Taranto – oltre che di tanti piccoli comuni a due passi dalle ciminiere – l’azienda non dovrà pagare nulla per il disastro ambientale compiuto nei decenni scorsi. Era di poco superiore ai 30 miliardi di euro la richiesta formulata dalle centinaia di parti civili ammesse nel processo tra le quali anche il partito dei Verdi, delle associazioni ambientaliste Legambiente, Altamarea, Peacelink e Wwf, i sindacati, Cittadinanza Attiva e Confagricoltura.
“È la morte del diritto e della democrazia – ha tuonato Angelo Bonelli, coportavoce nazionale dei Verdi – È una vergogna: la città e i suoi cittadini sono massacrati per l’ennesima volta. Negare i risarcimenti ai parenti delle vittime e tutte le altre parti civili significa condannarli ancora a morte. Inoltre – ha aggiunto Bonelli – questa norma consente alle aziende che hanno realizzato enormi profitti sulla salute di operai e cittadini di poter conservare i propri tesori nei conti correnti bancari. È stato distrutto il principio chi inquina paga e la beffa maggiore è che questo è avvenuto grazie a un provvedimento dello Stato italiano”. In conclusione Bonelli ha annunciato un’immediata denuncia al tribunale dei diritti dell’uomo a Strasburgo. (FQ)

giovedì 22 gennaio 2015

Passetti decisi

Ilva: udienza gup Taranto aggiornata 4/2

E' stata aggiornata al 4 febbraio l'udienza preliminare dinanzi al gup del Tribunale di Taranto Vilma Gilli dell'inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva. Il gup oggi ha accolto la costituzione di parte civile da parte del Comune di Crispiano (Taranto).Nell'udienza del 4 febbraio dovranno essere indicate dalle parti i responsabili civili per l'eventuale richiesta di risarcimento danni e, una volta conclusa la costituzione delle parti, iniziare la discussione da parte dei pm. (Ansa)

martedì 7 ottobre 2014

La Giustizia tra i cittadini lesi!

Ilva, il processo resta a Taranto: no della Cassazione alle richieste di Riva e Gnudi

I giudici della prima sezione penale della corte di Cassazione, presieduta dal giudice Giordano, hanno respinto la richiesta di rimessione del procedimento sul disastro ambientale a Taranto presentata da Riva Fire, Ilva spa, per conto del commissario governativo Gnudi, e da altri 13 imputati coinvolti nella maxi inchiesta della procura ionica che ha chiesto il rinvio a giudizio per 49 imputati e 3 società. Secondo le difese, infatti, a Taranto non vi sarebbero state le condizioni per un giudizio "sereno ed equilibrato". Questa tesi, però, non è stata condivisa dalla Suprema Corte, che ha rigettato l'istanza di rimessione del processo in altra sede.
Nel corso dell'udienza, tenutasi questa mattina, dedicata alla trattazione del ricorso, dopo la relazione del giudice Margherita Cassano, che ha illustrato le dimensioni del caso Ilva, spiegando il coinvolgimento di un intero territorio provinciale il cui tessuto socio-economico è interconnesso alla vita dello stabilimento siderurgico, ha preso la parola il sostituto procuratore generale Enrico Delehaye, che ha chiesto di respingere la richiesta di trasferimento del procedimento penale da Taranto a Potenza.
Subito dopo hanno preso la parola i difensori di Riva Fire ed Ilva spa, il professor Franco Coppi e l'avvocato Luca Sirotti, insieme al professor Tullio Padovani nell'interesse dell'ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, arrestato durante l'inchiesta. Gli avvocati chiedevano alla Suprema corte di cambiare sede del procedimento, che attualmente è in fase di udienza preliminare dinanzi al gup di Taranto Vilma Gilli (sospesa in attesa del verdetto di Cassazione), per "legittimo sospetto". Secondo i legali, i magistrati tarantini potrebbero essere "turbati" nel trattare le vicende del siderurgico rischiando così da non essere imparziali e sereni nei loro giudizi.
 L'udienza preliminare a carico dei 52 imputati riprenderà il prossimo 16 ottobre a Taranto davanti al gup Gilli. (Rep)

domenica 13 luglio 2014

Non sono passeggiate

Ispezioni nell’area a caldo divieto di accesso per Gnudi

Mentre il commissario dell’Ilva Piero Gnudi cerca di dare seguito al decreto varato giovedì dal governo Renzi, stabilendo modalità e ammontare del prestito ponte necessario a garantire la continuità aziendale almeno sino alla fine dell’anno, la magistratura torna ad accendere i fari su quanto avviene all’interno dello stabilimento siderurgico.Lo si evince dal provvedimento, notificato ieri mattina alla struttura commissariale, con il quale il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco ha respinto la richiesta, formulata dall’avvocato Gaetano Melucci per conto di Gnudi, di partecipare agli accessi che i custodi giudiziari effettuano assieme ai carabinieri del Noe all’interno dell’acciaieria.
Si tratta di un provvedimento che, come la Gazzetta è in grado di rivelare, contiene diverse notizie importanti per il futuro del siderurgico. La prima riguarda proprio il firmatario, il giudice Todisco tornato ad occuparsi del sequestro, che dispose il 26 luglio del 2012, dopo che il fascicolo, come vuole la procedura, assieme a tutti gli atti del procedimento «Ambiente svenduto», era passato nelle mani del giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli, chiamata a valutare la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura nei confronti dei 52 imputati. Il giudice Gilli, con un proprio provvedimento, il 23 giugno scorso, ha rimesso alla collega Todisco tutti gli atti, comprese le relazioni e le istanze dei custodi giudiziari, relativi al sequestro dell’area a caldo dell’Ilva, rifacendosi a due recenti sentenze della Cassazione che hanno stabilito che «all’amministrazione, spesso complessa, dei beni sovraintende il giudice che ha disposto il sequestro e che pertanto è già a conoscenza dell’origine, della consistenza e delle problematiche del patrimonio in sequestro e quindi può impartire sollecitamente le opportune direttive».
La seconda notizia è che il giudice Todisco ha nuovamente dato impulso al suo provvedimento con il quale l’1 giugno del 2013 dispose ai custodi giudiziari (gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento; il commercialista Mario Tagarelli) e ai carabinieri del Noe di Lecce di verificare e documentare lo stato delle aree e degli impianti sottoposti a sequestro, la situazione riguardante le emissioni inquinanti degli stessi impianti ed il relativo sistema di monitoraggio.
I custodi, accompagnati dai carabinieri del Noe, sono tornati in fabbrica lo scorso 3 luglio, effettuando controlli i cui esiti saranno contenuti in una dettagliata relazione che nelle prossime ore sarà consegnata al gip Todisco. I legali della struttura commissariale, annusata l’aria, hanno chiesto di essere autorizzati a prendere parte alle ispezioni, ma il gip Todisco ha respinto la loro richiesta, rilevando che i custodi non sono tenuti a garantire nel corso degli accessi la partecipazione dei soggetti coinvolti nel sequestro e che dovranno riferire e relazionare esclusivamente al giudice competente. «Se l’Ilva non rispetterà le prescrizioni previste dall’Autorizzazione integrata ambientale - scrisse il gip Todisco l’1 giugno del 2013, confermando la nomina dei custodi - gli impianti dell’area a caldo finiranno nuovamente sotto sequestro senza facoltà d’uso». A custodi giudiziari e carabinieri del Noe il compito di fare le necessarie verifiche.

sabato 28 giugno 2014

Uomini d'onore


Ilva: gup,in libertà 4 "fiduciari" Riva arrestati a settembre 2013

Il giudice per l'udienza preliminare Wilma Gilli ha revocato oggi gli arresti domiciliari, ma imponendo l'obbligo di dimora, nei confronti di quattro "fiduciari" del gruppo siderurgico Riva arrestati a settembre dello scorso anno nell'ambito dell'inchiesta sull'Ilva.
  L'ordinanza di arresto fu eseguita lo scorso 6 settembre dalla Guardia di Finanza su provvedimento firmato dal gip Patrizia Todisco. L'istanza per chiedere il ritorno in liberta' dei quattro "fiduciari" del gruppo Riva era stata annunciata dai legali a margine della prima udienza preliminare del processo Ilva svoltasi a Taranto lo scorso 19 giugno.
  I quattro erano tutti agli arresti domiciliari e sarebbero potuti restare al massimo fino al prossimo 6 settembre, quando sarebbe scattata la decorrenza dei termini di custodia cautelare. Avendo pero' il gup Wilma Gilli disposto, nell'udienza del 19 giugno, la sospensione dei termini, i quattro "fiduciari" avrebBero corso il rischio di vedersi prolungata la detenzione ai domiciliari oltre il 6 settembre prossimo. Di qui, appunto, la decisione degli avvocati di chiedere al gup la liberta' per i quattro, cosa che il magistrato ha concesso oggi. Il gup Gilli ha deciso la sospensione dei termini ed aggiornato l'udienza preliminare al 16 settembre in quanto sul processo Ilva pende un'istanza di rimessione presentata dagli avvocati del gruppo Riva. Istanza di cui ha preso atto il gup inviando tutto alla Corte di Cassazione, la quale ora deve decidere se il processo si deve svolgere a Taranto oppure essere assegnato ad un'altra citta', che nel caso specifico sarebbe Potenza.
  Gli avvocati del gruppo Riva, infatti, sostengono che a Taranto, per le proteste che ci sono state e per quello che loro definiscono evidente condizionamento ambientale e psicologico, non ci sono le condizioni per uno svolgimento del giudizio in condizioni serene ed equilibrate. Il processo che vede coinvolte 49 persone e 3a parere dei legali dei Riva, trasferito da Taranto. La Procura, dal canto suo, ha presentato una memoria in cui cita l'assoluzione di qualche mese fa dei Riva dall'accusa di monopolio illegale nel porto - il pm aveva invece chiesto la loro condanna - per evidenziare come non sia affatto vero che a Taranto non ci sia serenita' di giudizio.
  I quattro "fiduciari" oggi tornati in liberta' sono accusati, insieme a Fabio e Nicola Riva, di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele suoi luoghi di lavoro, alla corruzione, al falso e all'abuso d'ufficio. Secondo la Procura, i "fiduciari" costituivano il "governo ombra" dell'Ilva di Taranto, la "direzione parallela" a quella ufficiale con cui la proprieta', i Riva appunto, impartiva gli ordini e controllava la situazione. (AGI).