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giovedì 24 settembre 2015

Ci crediamo

Vertice a Roma, pronta la bozza del piano per rilanciare Taranto

Al Tavolo istituzionale per Taranto, riunito ieri a palazzo Chigi dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti, affiancato dal sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi, è stata esaminata la bozza del Cis, il Contratto istituzionale di Sviluppo che deve essere pronto per la prossima riunione del Cipe, prevista entro il primo novembre.
Lo strumento per la riqualificazione di Taranto e dei comuni di Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola, contemplato dalla legge 20 del 2015 per l’Ilva e lo sviluppo dell’area «finisce per essere parte integrante del cosiddetto Masterplan per il Sud che si articola su otto Regioni e sette Città Metropolitane, una delle quali è - appunto - Taranto stessa», spiega un comunicato della Presidenza del Consiglio al termine della riunione . Il Cis e i progetti presentati dai vari enti – Regione Puglia, enti locali, Autorità Portuale, Marina Militare, commissario per le Bonifiche, ecc – verranno esaminati e scelti nel corso della prossima riunione del Tavolo, previsto il 19 ottobre a Taranto, dove si sposteranno non solo il sottosegretario, ma i dirigenti della Struttura di missione, del Dipartimento per le Politiche di Coesione e dell'Agenzia per la Coesione Territoriale, dei ministeri dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture, dei Beni Culturali, dell'Ambiente e di Invitalia. Un altro momento di attenzione per Taranto, dove il 20 luglio scorso De Vincenti aveva quantificato in almeno 600 milioni le risorse già stanziate tra fondi europei, nazionali, locali e di privati: 115 milioni per le bonifiche; 189 milioni per l'infrastrutturazione del porto; 219 milioni per la piattaforma logistica; 60 milioni per le opere di rigenerazione urbana; 30 milioni per la reindustrializzazione.
Il testo dell’accordo e le schede progettuali sono suscettibili di ulteriori modifiche, con osservazioni e integrazioni, ma al finanziamento andranno le opere già avviate e quelle che rischiano di perdere i fondi, come i dragaggi del porto di Taranto, già appaltati. «Non il libro dei sogni - afferma il Sottosegretario De Vincenti riassumendo il senso dei progetti in cantiere - ma interventi precisi, dotati di risorse precise, la cui realizzazione dovrà essere scandita da un cronoprogramma verificato periodicamente. Il tutto, nel nome della massima trasparenza perché i cittadini hanno il diritto di conoscere quel che si fa, con quali mezzi lo si fa, di chi è la responsabilità, conclude. Il contratto, “è uno strumento molto flessibile”, spiega il presidente dell’Autorità Portuale di Taranto, Sergio Prete, «e le proposte che non dovessero essere finanziate in tempo idoneo per sfruttare questi fondi, potranno essere poste nella prossima programmazione del Cipe», aggiunge.
Alla riunione, a cui ha partecipato anche l’Ammiraglio del Comando Marittimo Sud, Ermenegildo Ugazzi, il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, ha consegnato la delibera comunale sul rilancio del ruolo dell’Arsenale Militare di Taranto e il completamento del piano Brin, su cui ha espresso il suo accordo il sottosegretario alla Difesa. (GdM)

martedì 22 settembre 2015

Chissà cosa troveranno?

Mar Piccolo, occhi puntati sull’Area “170 ha”

Nota stampa del Commissario Straordinario per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione della città di Taranto.
 
La Marina Militare possiede una adeguata conoscenza del Mar Piccolo di Taranto per esservi presente con proprio primario insediamento sin dagli inizi del ‘900 ed è impegnata, nell’ambito della “marine strategy”, in numerose attività di caratterizzazione dei fondali, di monitoraggio e salvaguardia dell’ambiente marino impiegando le proprie Unità Navali opportunamente attrezzate con strumenti tecnologicamente all’avanguardia.

Il Commissario Straordinario per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione della città di Taranto ha quindi ritenuto opportuno avvalersi della stessa Marina Militare per le attività propedeutiche agli interventi urgenti da porre in essere nel Mar Piccolo di Taranto e per questo, a giugno scorso, è stato formalizzato un accordo di collaborazione in tal senso.
Dall’inizio del mese di agosto sono quindi iniziate, sotto il coordinamento diretto del Commissario Straordinario, una serie di attività congiunte che hanno visto l’esecuzione di rilievi strumentali nell’area tecnicamente chiamata “170 ettari” di competenza  della Marina Militare, con il supporto, in questa fase, anche dell’Università di Bari, del CNR e dell’Istituto Idrografico della Marina. Contestualmente gli operatori del Gruppo Operativo Subacqueo (GOS) MM di base a Taranto hanno iniziato la ricerca visiva e catalogazione dei materiali antropici nella fascia prospiciente le banchine (sino a 30-40 metri).
Le attività di questa prima fase proseguiranno con il completamento dei rilievi strumentali e della catalogazione dei materiali antropici mediante investigazione visiva dei singoli contatti individuati. Un team costituito dai collaboratori del Commissario Straordinario, da biologi di enti di ricerca/università designati dal Commissario Straordinario, con il supporto degli operatori del GOS, valuteranno successivamente l’opportunità di rimuovere gli oggetti rinvenuti che nel tempo potrebbero essere diventati habitat di specie protette. Il Commissario e la Marina Militare hanno unito capacità, mezzi ed expertise, affinché la complessità del sistema si traduca in efficienza. La piattaforma su cui si ancora l’articolato processo è stata definita e configurata conseguentemente le attività sono iniziate. Il percorso iniziato, che è una vera e propria sfida a causa della complessità e della vastità delle operazioni da portare a termine, è tuttavia un’impresa in cui la Marina investe e crede molto, consapevole del fatto che un mare pulito è un mare più sicuro. (Inchiostroverde)

martedì 28 luglio 2015

Promesse di marinaia?

Taranto, Pinotti: “L’Arsenale non sarà privatizzato. Ecco i progetti”

“Per gli Arsenali sgombriamo il campo da leggende metropolitane. Nessuno sta pensando di privatizzare gli Arsenali e neanche il libro bianco fa riferimento a questo”: lo ha dichiarato ieri il ministro della Difesa Roberta Pinotti, a Taranto per partecipare ad una serie di incontri istituzionali e visitare l’Arsenale della Marina militare. Il ministro ha incontrato nella Prefettura di Taranto il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, il presidente della Provincia Martino Tamburrano, il commissario straordinario dell’Autorità portuale Sergio Prete, il capo di Gabinetto del Ministero della Difesa ed il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare De Giorgi, i presidenti di Camera di Commercio e Confindustria.
Il ministro Pinotti ha precisato che la visita a Taranto rientra nell’ambito delle iniziative messe in piedi dal Tavolo istituzionale attivato in base al decreto del 24 dicembre 2014, approvato nel marzo scorso. Tra le proposte alle quali si sta lavorando c’è anche la possibilità di utilizzare il mar Piccolo per fini turistici. Poi la realizzazione di tre percorsi ‘storici’, due a terra e uno via mare, all’interno dell’Arsenale della Marina militare. Quanto ai problemi dello stesso stabilimento della Difesa, il ministro ha fatto presente di aver ottenuto una deroga al blocco del turn over che ha dato “almeno una piccola risposta”. Si sta pensando, in seguito a una proposta del sindaco Stefàno, all’attivazione di cantieri di formazione in Arsenale. Il piano Brin per le manutenzioni navali “prosegue – ha osservato ancora il ministro Pinotti – e sono stati già spesi 70 milioni. Ne mancano 36. Speriamo di sbloccarne uno entro il 2015 e altri 6 nel 2016. Poi, con il lavoro del tavolo istituzionale, ci auguriamo di reperire altre risorse”. Questi, in sintesi, gli impegni assunti dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti.
Dunque, il molo della stazione torpediniere che per anni è stato usato dalla Marina come attracco per le sue navi, poi ‘traslocate’ nella nuova base navale in Mar Grande a Chiapparo, alla stazione torpediniere sono rimasti solo i sommergibili e le navi in disarmo. Adesso gran parte del molo passerà dalla Marina Militare al Comune “per realizzare – ha affermato la Pinotti – un progetto condiviso quale è quello della riconversione dell’infrastruttura”. Si tratta dello studio di fattibilità dell’Autorità portuale che, attraverso un investimento di circa 30 milioni, prevede che in futuro possano attraccare navi da crociera di media dimensione e yacht. “Un progetto che dovrà essere portato al vaglio del Tavolo istituzionale Taranto – ha però ricordato il ministro – e che pensiamo che possa unirsi all’altro progetto prefigurato per l’Arsenale della Marina, ovvero valorizzare con tre percorsi, due via terra e uno via mare, tutta la parte museale e di archeologia industriale di questo sito. Messi insieme, i due progetti possono essere un contributo concreto al rilancio turistico di Taranto”.
“Un intervento molto articolato di grandissimo interesse che potrebbe rappresentare il futuro di Taranto – detto ancora il Ministro – soprattutto immaginando un altro progetto connesso alla Marina Militare, oggetto del Tavolo istituzionale, ovvero la realizzazione di percorsi storici itineranti all’interno dell’Arsenale, due via mare e uno via terra, che presupporrebbe un rilancio anche turistico di una città straordinariamente bella”.
Il comparto della Difesa, ha ricordato poi il ministro, ha subito molti tagli finanziari negli ultimi anni “non potendo tagliare gli stipendi, su investimenti, manutenzioni e spese intermedie”. Per il piano Brin, relativo alle infrastrutture dell’Arsenale, sinora per Taranto c’è stata una spesa di 70 milioni di euro. Ne mancano ancora 36 per completare i lavori. Pinotti ieri ha annunciato che quest’anno arriverà un altro milione, altri 6 il prossimo, “ma se vogliamo che il piano Brin cammini con un passo più spedito e sia ultimato prima, dobbiamo pensare anche a risorse diverse da quelle della Difesa. Poiché è un piano che, ammodernando l’Arsenale, genera opportunità di lavoro, penso che sia interesse degli enti locali - afferma il ministro – sostenerlo al Tavolo istituzionale Taranto. Se pensiamo di concludere il Piano facendo affidamento solo sulle risorse della Difesa ci vorranno più anni”.
Per quanto riguarda invece la manutenzione delle navi della Marina e l’indotto navalmeccanico (tema posto con forza da Confindustra sulle Piccole e Medie Imprese che ha sempre lavorato sulla manutenzione delle navi e che quest’anno ha lavorato molto meno a causa dei tagli), il ministro Pinotti ha sottolineato che anche qui ci sono stati dei ridimensionamenti di spesa, ma il 75% delle disponibilità sono state comunque allocate sull’Arsenale di Taranto. Circa l’afflusso di nuove risorse, Pinotti ha dichiarato che, tra risparmi e assestamento di bilancio, qualche ulteriore disponibilità arriverà entro l’anno mentre per il 2016 tutto si giocherà sulla legge di Stabilità. “Preferisco non parlare di cifre in questo caso – dice la Pinotti – perché la costruzione della legge di Stabilità è complessa e ci sono molte richieste, ma il tema delle manutenzioni navali sarà posto”. Infine, la conferma di come non esista nessun ipotesi di privatizzare gli Arsenali militari: “Il Libro Bianco della Difesa – sottolinea il ministro – prevede già che alcune attività siano fatte dai privati, quindi non c’è alcuna novità e non mi pare che sia il caso di agitare paure che non esistono”.
Per quanto riguarda il tema della demolizione delle navi non trasportabili, il presidente della Regione Emiliano ha proposto che i lavori possano essere effettuati a Taranto e non a Piombino. “Guarderemo con estrema attenzione alle capacità che l’industria tarantina possiede – ha risposto sull’argomento il Ministro -. Taranto non verrà sottovalutata perché coscienti che potrebbe essere una risposta immediata ad una realtà in difficoltà”.
Rimane aperto invece il problema della riduzione delle ore di lavoro per le imprese di pulizia e ristoro. Nonostante i tagli operati il Governo “sugli appalti ha destinato la stessa cifra degli scorsi anni, senza alcuna riduzione, perché siamo coscienti si tratti di lavoratori che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese”. Sull’ospedale Militare invece, il Ministro Pinotti ha proposto di lavorare ad una convenzione fra la Difesa e la Regione Puglia, in modo che si possano utilizzare al meglio le strutture militari, non limitandosi alla sola camera iperbarica. “Stiamo scommettendo sulla ripartenza di questa città - dice ancora il Ministro -. Vorremmo immaginare un progetto futuro nuovo e di rilancio per valorizzare la bellezza di Taranto, seguendo un percorso nuovo rispetto a quanto fatto in passato”.
Un breve accenno è stato poi fatto sull’emergenza dei migranti. “Abbiamo attivato un canale continuo tra Ministero degli Interni e Ministero della Difesa perché laddove servissero strutture per risolvere problemi di accoglienza noi daremo la nostra disponibilità. A Taranto – aggiunge – non mi risulta ci siano state richieste in tal senso. L’obiettivo del Paese è riuscire a rispondere a quest’emergenza. Ringrazio le città del Sud per la grande capacità d’accoglienza”.
Mentre per il turn over, Pinotti ha annunciato che c’è stata una deroga: “È stato fatto presente alla Funzione pubblica che senza le nuove assunzioni, lavorazioni importanti degli Arsenali si sarebbero bloccate. Certo, non abbiamo ottenuto molto, è una deroga minima, ma è il massimo che si poteva ottenere. Ho trattato con la Funzione pubblica ricordando che gli arsenali sono realtà produttive e senza alcuna assunzione, l’impoverimento dello Stato sarebbe stato determinato dal blocco dei lavori all’interno delle strutture militari: ma il problema riguarda tutta la Pubblica amministrazione”.
E a tal proposito, la Pinotti ha accolto favorevolmente la proposta avanzata dal Comune di Taranto di istituire, con fondi del bilancio comunale, borse di studio per gli studenti degli istituti professionali e tecnici da avviare alla formazione lavoro in Arsenale. Non solo. “Abbiamo avuto certezza di un impegno di 4 milioni e 600 mila euro per la manutenzione del naviglio militare, garantendo in questo modo la continuità del lavoro e l’impiego di maestranze specializzate. Ho proposto inoltre, dal momento che le assunzioni sono bloccate, di garantire delle borse di studio di un anno per i diplomati degli istituti tecnici. Ho chiesto l’apertura di tutti i centri sportivi militari per la libera fruizione anche ai cittadini e di aprire l’accesso dell’Arsenale ai visitatori” ha concluso la Pinotti. (Inchiostroverde)

mercoledì 20 maggio 2015

Un decreto al giorno toglie l'inquinamento di torno?

Ilva: incontro a Palazzo Chigi, insediamento tavolo su Taranto

Si è tenuto questo pomeriggio a Palazzo Chigi un incontro propedeutico all’insediamento del Tavolo interistituzionale permanente per l’Area di Taranto che avverrà a stretto giro, subito dopo l’emanazione di un Dpcm ad hoc.
Con la riunione odierna si è messa in moto la macchina interistituzionale che dovrà coordinare, in una strategia comune, gli interventi ad ampio spettro destinati alla riqualificazione integrale del territorio, per il suo rilancio ambientale e produttivo.
Durante il confronto – presieduto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti affiancato dal segretario Generale Paolo Aquilanti – è stato tracciato il quadro delle linee di intervento per la ripartenza dell’Area di Taranto e per la risoluzione delle problematiche esistenti: dal rilancio industriale al recupero della città vecchia e dell’Arsenale, dalla riqualificazione del patrimonio scolastico al Porto, dalle bonifiche alle infrastrutture. Uno degli obiettivi su cui il governo punta con forza, si legge in una nota di Palazzo Chigi, è poi quello di valorizzare la funzione logistica di Taranto come elemento centrale dei collegamenti euro-mediterranei.
"Le risorse per affrontare questa sfida – ha osservato De Vincenti – ci sono. Il tema è quello di una loro utilizzazione ottimale". Il Tavolo interistituzionale, così come previsto dal decreto legge che ne determina la costituzione, avrà "il compito di coordinare e concertare tutte le azioni in essere nonchè definire strategie comuni utili allo sviluppo compatibile e sostenibile del territorio" e porterà alla firma di un "Contratto Istituzionale di Sviluppo".
All’appuntamento odierno – al quale è stato invitato anche l'Arcivescovo di Taranto Monsignor Filippo Santoro – hanno preso parte la Regione Puglia (con la Vice Presidente Angela Barbanente), la Provincia di Taranto (con il Presidente Martino Tamburrano), il Comune di Taranto (con il Sindaco Ippazio Stefàno), il Comune di Statte (con il Sindaco Angelo Miccoli), il Commissario Straordinario del Porto di Taranto Sergio Prete, il Commissario Straordinario per gli interventi di bonifica Vera Corbelli, l’Ammiraglio di Squadra Ermenegildo Ugazzi del Comando Marina Sud di Taranto, il Presidente della Camera di Commercio di Taranto Luigi Sportelli. Presenti anche alti dirigenti dei Ministeri dell’Ambiente, dei Beni Culturali, della Difesa, delle Infrastrutture, dello Sviluppo Economico, della Struttura di Missione, del Dipartimento per le Politiche di Coesione, dell’Agenzia per la Coesione Territoriale e di Invitalia. (GdM)

mercoledì 15 aprile 2015

Qualcuno ha visto un piano?

Un piano per rilanciare la città vecchia di Taranto

A poco più di un mese dal varo dalle legge (la numero 20 del 4 marzo scorso) sull’Ilva e su Taranto, il Comune stringe sul piano per il recupero e la valorizzazione della Città vecchia da presentare al ministero dei Beni culturali. Piano che dovrà essere portato nella prima seduta del Tavolo istituzionale di Palazzo Chigi di cui si attende a breve la convocazione. Accanto al rilancio dell’Ilva, infatti, la legge fa leva su sviluppo del porto, bonifica ambientale, Città vecchia e trasformazione di una parte dell’Arsenale della Marina come museo di archeologia industriale come percorsi nuovi per Taranto. Il tutto da inserire in un Contratto istituzionale di sviluppo, di qui il tavolo di Palazzo Chigi.
«La valorizzazione culturale dovrà caratterizzare il piano per la Città vecchia – osserva il sindaco Ezio Stefàno -, ma noi abbiamo anzitutto bisogno di ricreare in questa parte di Taranto condizioni di vivibilità». I problem i più stringenti riguardano fognature e rete idrica. E ancora – dice il sindaco –, «se vogliamo che la Città vecchia riparta e attragga nuove attività, è indispensabile anche la banda larga».
Il comune ha stimato che costerà circa 3 milioni rifare le condotte idriche e fognanti. E se i fondi non verranno dal governo, sarà il comune a reperirli nel suo bilancio. Così come se il governo non reputerà coerenti con gli obiettivi della legge le scelte progettuali del comune, scatterà da parte di quest'ultimo un'altra proposta: il restauro dei palazzi storici Carducci e Troylo e dell'ex complesso Monteoliveto messo all'asta dall'Agenzia del Demanio.
Intervenire su ciascun palazzo (si parla solo di Carducci e Troylo) costa circa 7 milioni e il comune sta ora completando l’adeguamento dei vecchi progetti. Il Comune vuole farne centri per le associazioni e luoghi di cultura in modo che ci sia fruzione pubblica. Agli interventi del Comune si affiancherebbero quelli dei privati (ma Confindustria Taranto sollecita un piano unico per la Città vecchia), dell'Autorità portuale che, con fondi propri, sistemerebbe la zona a mare che va dal molo San Cataldo al Castello aragonese (lo studio di fattibilità sarà pronto il 5 maggio) e dell'Arcidiocesi, che ha presentato al ministro Dario Franceschini un progetto per il recupero della chiesa della Madonna della Salute. (Sole24h)

mercoledì 19 febbraio 2014

Al di là del muro

Immagini dalla città che aspetta i cittadini diffuse dal Comitato dei Cittadini e lavoratori liberi e pensanti.








sabato 1 febbraio 2014

La lista della spesa

Legambiente presenta il dossier “Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?". Per Taranto è necessario reperire risorse ulteriori

100 mila ettari inquinati in 39 siti di interesse nazionale e 6 mila aree di interesse regionale, in attesa di bonifica. Da Taranto a Crotone, da Gela e Priolo a Marghera, passando per la Terra dei fuochi: un business da 30 miliardi di euro tra ritardi, inchieste giudiziarie e commissariamenti.  La storia del risanamento in Italia sembra ferma a dieci anni fa nonostante i drammatici effetti sulla salute. Rischio ecomafie e criminalità in tutta Italia: dal 2002 concluse 19 indagini, emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende.
Legambiente presenta il dossier "Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?" (scaricabile dagli allegati)

In Italia le superfici, terrestri e marine, individuate negli ultimi 15 anni come siti contaminati sono davvero rilevanti. I risultati ottenuti fino ad oggi per il raggiungimento della bonifica di queste aree invece, non sono purtroppo altrettanto rilevanti. Secondo il Programma nazionale di bonifica curato dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il totale delle aree perimetrate come siti di interesse nazionale (SIN) è arrivato negli anni a circa 180mila ettari di superficie, scesi oggi a 100mila ettari, solo grazie alla derubricazione dello scorso anno di 18 siti da nazionali a regionali (i SIN sono quindi passati da 57 a 39).
Solo in 11 SIN è stato presentato il 100% dei piani di caratterizzazione previsti (è il primo step del processo di risanamento che definisce il tipo e la diffusione dell'inquinamento presente e che porta alla successiva progettazione degli interventi). Anche sui progetti di bonifica presentati e approvati emerge un forte ritardo: solo in 3 SIN è stato approvato il 100% dei progetti di bonifica previsti. In totale, sono solo 254 i progetti di bonifica di suoli o falde con decreto di approvazione, su migliaia di elaborati presentati.
Le bonifiche vanno a rilento, ma non il giro d'affari del risanamento ambientale che si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi di euro. Dal 2001 al 2012 sono stati messi in campo 3,6 miliardi di euro di investimenti, tra soldi pubblici (1,9 miliardi di euro, pari al 52,5% del totale) e progetti approvati di iniziativa privata (1,7 miliardi di euro, pari al 47,5% del totale), con risultati concreti davvero inesistenti.

In Puglia i siti di interesse nazionale (SIN) che necessitano di bonifiche sono stati individuati a Taranto, Manfredonia e Brindisi.
"In Puglia si deve accelerare il processo di risanamento ambientale risolvendo anche il problema delle risorse a partire da Taranto dove, a fronte di un'area SIN estremamente vasta, è necessario reperire ulteriori fondi." commenta Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia

Taranto

Nel territorio di Taranto insiste una notevole concentrazione di insediamenti industriali ad alto impatto ambientale: l'Ilva, la raffineria ENI con il suo deposito (riserve strategiche nazionali, 135 serbatoi fuori terra per una capacità di 2.000.000 m3), le due centrali termoelettriche ex Edison passate all'Ilva (circa 1100 MW), la centrale Enipower (87 MW), la Cementir (900mila tonnellate all'anno di cemento), due inceneritori, la discarica Italcave (complessivi 6 milioni di m3), le discariche dell'Ilva (tra cui una "2C"), la base navale militare tra le maggiori del Mediterraneo, l'arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

mercoledì 4 dicembre 2013

Campa cavallo, anzi muore

Mar Piccolo inquinato e Marina Militare: ritardi abissali per la messa in sicurezza dell’area ex Ip

A che punto è l’iter per la messa in sicurezza di emergenza dell’area ex Ip dell’Arsenale Militare? Da quanto ci riferiscono fonti dell’assessorato regionale all’Ambiente, il progetto definitivo è stato trasmesso dalla Marina Militare lo scorso 20 novembre ed è stato protocollato dalla Regione Puglia il 2 dicembre, solo pochi giorni fa.  Ovviamente i tecnici della Regione non hanno avuto ancora il tempo per approfondire i dettagli. La vera notizia, però, è un’altra: la consegna del documento giunge con oltre un anno di ritardo, dopo un percorso reso tortuoso anche da impicci burocratici.
Torniamo sull’argomento a distanza di qualche mese, mentre continua a persistere un’ubriacatura mediatica che vede l’Ilva come unica protagonista. Ma ad inquinare il territorio ionico hanno contribuito anche altri soggetti. La vicenda dell’area ex Ip è un caso emblematico. Si tratta di un’area situata nel primo seno di mar Piccolo ed interessata da una pesante contaminazione (metalli pesanti, pcb, inquinanti inorganici) dovuta proprio alle attività passate dell’Arsenale militare. Ce ne siamo ampiamente occupati nei mesi scorsi, quando insieme al TarantoOggi abbiamo denunciato i ritardi relativi a questo importante intervento mirato a bloccare un ulteriore contaminazione del mar Piccolo.
Lo scorso mese di febbraio eravamo rimasti colpiti dalle (fin troppo) rassicuranti dichiarazioni del capitano di vascello Fabrizio Gaeta, direttore del Genio Militare della Marina di Taranto, che in un’intervista riportata dalla Gazzetta del Mezzogiorno aveva affermato: «Ciò che abbiamo garantito in conferenza di servizi procede a passo spedito. E non potrebbe essere diversamente». La nostra conoscenza dei fatti, però, ci diceva altro.  L’assessorato regionale all’Ambiente aveva confermato i nostri dubbi sulla lentezza che caratterizzava l’iter per la messa in sicurezza di quell’area, nonostante le diverse sollecitazioni rivolte alla Marina.
Ma facciamo un passo indietro. La consegna del Progetto definitivo per la messa in sicurezza di emergenza delle acque di falda (Mise) era prevista per il luglio del 2012. Doveva essere un passaggio cruciale, al termine di un iter piuttosto tortuoso che aveva visto il Servizio Ciclo dei Rifiuti e Bonifica della Regione formulare una serie di osservazioni e prescrizioni sul Progetto presentato da Marigenimil. Nel corso della Conferenza dei Servizi decisoria, tenuta l’8 marzo 2012, Marigenimil aveva assicurato una programmazione finanziaria che garantiva l’avvio delle procedure per l’esecuzione delle opere entro il 2012. 
Il 30 marzo del 2012, l’assessore regionale all’Ambiente Lorenzo Nicastro aveva annunciato che il progetto di Marigenimil aveva ricevuto l’ok dei tecnici regionali affermando, inoltre, che l’iniziativa del Genio Militare avrebbe consentito di “contenere definitivamente la contaminazione accertata nella falda acquifera”. Ma la data prevista per la consegna del progetto definitivo  – luglio 2012 – non è mai stata rispettata. Di questo slittamento, in città,  non ne parla nessuno. Come se fosse assolutamente normale che per riparare a decenni di guasti ambientali, si proceda con una lentezza tale da apparire indisponente nei confronti di un territorio già profondamente ferito.
Nei mesi scorsi avevamo denunciato anche i ritardi relativi alla presentazione della caratterizzazione integrativa del sito, richiesta al fine di avere un quadro puntuale della situazione prima dei necessari interventi. Dalla Regione fanno sapere che dopo l’ultimazione da parte dalle strutture tecniche della Marina Militare, lo scorso 23 maggio, il documento è stato trasmesso alla Regione.  Anche l’attività di rimozione dei rifiuti dall’area, stando ai report periodici che giungono agli uffici regionali, risulterebbe ultimata. I lavori si sarebbero conclusi lo scorso 15 marzo.
Persiste, invece, un alone di mistero sul sistema di mitigazione per la propagazione della falda. Lo scorso 8 febbraio – ci dicono dalla Regione – la Marina Militare aveva comunicato che pur avendo perfezionato l’affidamento dei lavori per la realizzazione degli impianti,  non si era potuto procedere perché l’area era sotto sequestro. Inoltre – fanno sapere dall’assessorato -  le attività di mitigazione richiedono un’autorizzazione di competenza provinciale per lo scarico a mare delle acque trattate, che alla data della comunicazione non risultava ancora rilasciata. Un aspetto su cui ci riserviamo di tornare per fornire ulteriori dettagli, magari anche con il contributo della stessa Marina Militare, se vorrà fornire informazioni. Ma è tutta la vicenda da tenere sotto osservazione fino al suo epilogo. Per amore del mar Piccolo, di Taranto e della verità.
Alessandra Congedo - inchiostroverde

martedì 5 novembre 2013

Bye bye Navy... Dismissioni (solite) e (solita) questua dei pezzenti a Roma

Via pezzo di Taranto. L'Ammiragliato trasloca a Nisida

   La flotta resta a Taranto, ma il «quartier generale» della logistica legata alle navi trasloca a Nisida, un’isoletta che si trova di fronte alla collina di Posillipo, con un piccolo porto utilizzato fino a qualche anno fa dalla Nato e raggiungibile solo da un lungo pontile carrozzabile. Non siamo su «Scherzi a parte» ma poco ci manca. Il ministero della Difesa, infatti, impegnato in una drastica politica di tagli e ridimensionamenti, che a tratti appare sinceramente un po’ discutibile, ha soppresso (riorganizzato come si usa dire in tempi di spending review) il Dipartimento militare marittimo dello Jonio e del Canale d’Otranto di Taranto (e per la verità anche quelli di La Spezia e di Agusta) per istituire, ufficialmente già dal primo novembre scorso, il Comando logistico della Marina (Maricomlog) a Nisida.
    Obiettivo dichiarato è quello «di riunire - si legge in una nota ufficiale -, sotto un unico comando le esigenze logistiche della forza armata». «Maricomlog - prosegue il documento -, si inquadra in un più ampio e capillare processo di riordino della forza armata con lo scopo di ottimizzare le risorse economiche e umane dei Comandi della Marina. Il Comando Logistico nasce con l’obiettivo di mantenere i mezzi areonavali efficienti, nel rispetto delle esigenze finanziarie a disposizione».
    Tra le buone ragioni addotte a sostegno dell’operazione, se ne legge una che dovrebbe davvero far infuriare i tarantini, ammesso che abbiano ancora a cuore le sorti economiche del territorio in cui vivono. «La Marina Militare - prosegue infatti la nota -, intende rivitalizzare alcune sedi periferiche (come quella di Nisida in Campania, ndr) attraverso lo sviluppo delle infrastrutture disponibili e soprattutto attraverso l’impiego della professionalità dei dipendi civili locali, altrimenti a rischio di esubero». Il che, così a lume di naso, ci pare per lo più un salvagente lanciato a Nisida a scapito di Taranto (di La Spezia e di Augusta). Del resto i sindacati jonici del comparto Difesa, proprio in questi giorni hanno denunciato 500 esuberi in vista, a causa dei tagli e dei ridimensionamenti del personale.
    Ma c’è di più. «Dal Comando Logistico - continua la nota -, dipenderanno i Comandi Logistici territoriali di Taranto, La Spezia e Augusta nonché gli Arsenali ed enti tecnici della Marina, per un totale complessivo di circa 5000 dipendenti militari e civili. È quindi da Napoli che, saranno dirette tutte le attività di manutenzione navale e di acquisizione di beni e servizi per il funzionamento di tutti gli enti della Marina Militare Italiana con l’obiettivo di ottimizzare le risorse economiche ed umane attraverso una gestione centralizzata della logistica di forza armata». A dimostrazione del fatto che la sede jonica perderà di prestigio, c’è anche un altro elemento. Il nuovo Comando Logistico di Taranto non sarà più retto da un ammiraglio di squadra, come avviene ora, ma da un ammiraglio di divisione, ovvero un ufficiale di grado inferiore.
    Taranto, con la flotta militare dislocata in Mar Grande e il suo Arsenale, si avvia a diventare quindi una sorta di succursale di periferia di Napoli, nell’assoluto silenzio dei nostri rappresentanti politici.(GdM)


Taranto perde storica sede Dipartimento Marittimo Jonio, Confindustria: questione a tavolo interistituzionale

Non si tratta solo di uno spostamento a carattere meramente logistico bensì di un segnale emblematico del progressivo disimpegno della Marina Militare verso la sede tarantina. Un cambiamento drastico che secondo Confindustria, al di là della evidente inerzia registrata attorno alla questione (da tempo annunciata) da parte della politica nostrana, aggiunge ulteriori preoccupazioni e perplessità rispetto al futuro di settori finora ritenuti parte integrante del sistema socio-economico tarantino.
E’ solo di pochi giorni fa, in questo senso, il nostro appello agli arsenali di Siracusa e La Spezia a fare fronte comune per scongiurare i rischi di irreversibile declino del comparto arsenalizio e dell’indotto; un settore gravato da una crisi senza precedenti per effetto della imminente conclusione delle commesse di manutenzione sulle unità navali militari e dalla vetustà del naviglio, a cui si aggiunge la drastica riduzione delle risorse economiche disponibili a carico del bilancio del Ministero della Difesa in favore degli arsenali italiani.
La tegola del declassamento di Taranto – di fatto già avvenuto – a Comando Logistico Area Sud (ComLog Area Sud) aggiunge ora ulteriori ed inevitabili punti interrogativi  ad una situazione già notevolmente compromessa sul piano delle prospettive, anche in presenza di una struttura di grandissima valenza e altrettanta strategicità qual è la nuova Base Navale di stanza a Taranto.
Alla luce di tutto questo, Confindustria ha inserito la questione dell’avvenuta perdita del Dipartimento Marittimo dello Jonio e del Canale d’Otranto fra le priorità da portare all’attenzione del tavolo interistituzionale in programma il 13 novembre prossimo a Roma.
L’auspicio ultimo è che il ridimensionamento della base tarantina non avvenga a “costo zero”, prevedendo garanzie sostitutive da parte dei ministeri competenti sia sul piano del mantenimento di impegni già assunti sia per evitare che il progressivo depauperamento in atto produca effetti ben più gravi, in termini di ricadute economiche e di perdita di risorse, rispetto a quelli già in essere.(Quotidianoitaliano)

giovedì 25 luglio 2013

Tutto a posto già dal 1969 all'Arsenale

La lettera «riservatissima» della Marina per nascondere 27 vittime dell'amianto

Già 44 anni fa i vertici della Marina Militare conoscevano i pericoli legati all’uso dell’amianto e i rischi che correvano i dipendenti dell’Arsenale militare di Taranto. Risale al 1969, infatti, il primo screening sanitario, effettuato su 269 arsenalotti dagli studiosi della cattedra di medicina del lavoro di Bari, da cui risultò che il 10% degli esaminati era già affetto dalla malattia (mesotelioma o asbestosi) e un altro 16% presentava sintomi sospetti. La risposta della direzione lavori generali dell’Arsenale fu questa: «E’ in corso, in collaborazione con la sala medica, azione intesa ad allontanare dal posto di lavoro gli elementi più colpiti, ma tale azione dovrà essere opportunamente differita nel tempo per evitare allarmi eccessivi ed ingiustificati». La raccomandazione è contenuta in una lettera datata 14 febbraio 1970 classificata come «riservatissima», finita nel carteggio di un processo in corso a Padova per alcuni militari morti di mesotelioma pleurico. L’eccezionale documento è stato pubblicato ieri dal quotidiano «Rinascita».

La lettera
L’inchiesta del giornale romano che rende pubblici altri documenti riservati di quell’epoca, sempre relativi al pericolo amianto nell’arsenale tarantino, mette in luce le scarse misure adottate dagli allora vertici della Marina che, a tutti i livelli, furono informati sugli effetti deleteri dell’amianto già 22 anni prima che la micidiale fibra fosse messa al bando. Quindi solo 27 operai già colpiti dalla patologia furono «allontanati» (non si sa con quali procedure, comunque «diluite nel tempo per evitare allarmi ingiustificati»), mentre i 42 casi classificati dallo studio come «probabilmente affetti», continuarono a respirare la polvere mortale. Nessuna misura, invece, per tutti gli altri dipendenti. Un comportamento che diventa ancora più scarno se si pensa che lo screening affidato allora al professore Luigi Ambrosi della Medicina del lavoro, fu fatto «per campione al solo scopo - si legge in un altro documento riservatissimo - di contenere la spesa entro i limiti dei fondi stanziati per l’assistenza sanitaria agli operai». Una omissione della fu consenziente anche la comunità scientifica che aveva forse il dovere di divulgare i rischi di una malattia ancora non nota. «Le confermo il carattere squisitamente scientifico di tali indagini - scriveva l’autore dello studio in una lettera riservata inviata alla direzione dell’Arsenale -, i cui risultati non saranno forniti ad organizzazioni sindacali o politiche». Quello studio dimostrò che le categoria più esposte alle fibre di amianto erano, nell’ordine, il saldatore e il carpentiere in ferro, mentre l’età media di rischio esposizione risultò essere di 28 anni. Nel campione esaminato, però, mancavano i sabbiatori e i coibentatori la cui incidenza ad ammalarsi, si è visto in seguito, è stata la più elevata. Era nelle intenzioni degli autori dello studio, inoltre, sottoporre ad opportuni esami clinici anche elementi che esercitavano mestieri collaterali a quelli più a contatto con la micidiale sostanza. I dati allarmanti raccolti, consigliarono il ricercatore a chiedere ai militari di eseguire un’indagine retrospettiva di tutti i lavoratori impiegati in arsenale dal 1945 in poi. Non è dato sapere l’esito, né se sia stato mai fatto questo ulteriore screening. (CdM)

domenica 14 luglio 2013

Il solito piagnisteo a caccia di voti e popolarità

Difesa: con tagli futuro incerto per arsenale Marina di Taranto

Dopo l'Ilva, altre nubi all'orizzonte per l'economia e l'occupazione a Taranto. Una serie di tagli e riduzioni sono anche previsti nella Difesa, che storicamente, tra Marina militare e Aeronautica, e' uno dei punti di riferimento della citta' con importanti ricadute in termini di posti di lavoro. Secondo una valutazione del Cocer, l'organo della rappresentanza dei militari, nei prossimi anni Taranto, tra militari e civili, potrebbe perdere circa 2mila addetti, mentre a livello nazionale tutta la Difesa perderebbe, entro il 2026, 30mila militari e circa 10mila civili.
  A Taranto, sottolinea il Cocer, la riduzione e' il frutto di due cause che si incrociano tra loro: la riforma Di Paola, dal nome dell'ex ministro della Difesa nel governo Monti, e il processo di spending rewiew che interessa anche le strutture delle Forze armate. Nella "cura dimagrante" che si annuncia per la Difesa a Taranto a seguito della spending rewiew e della riforma voluta dall'ex ministro Giampaolo Di Paola - riforma finalizzata anche a riallocare sugli investimenti e sull'esercizio maggiori risorse che oggi, invece, sono destinate per il 70 per cento al personale -, e' a rischio l'Arsenale della Marina Militare. Costruito oltre cento anni fa, l'Arsenale e' probabilmente la struttura che, insieme alla base navale, piu' evidenzia la caratteristica di Taranto come cittá sede di importanti insediamenti militari. Circa 1200 sono oggi i dipendenti dell'Arsenale (oltre un migliaio civili), che si occupa della manutenzione delle navi della Marina.
  Problema, quest'ultimo, che rimanda ad altre due questioni: la prima e' che la flotta della Marina - peraltro non tutta dislocata a Taranto - sta invecchiando, tant'e' che i vertici della stessa Marina, di recente, hanno detto in Parlamento che c'e' bisogno di uno stanziamento di 10 miliardi in dieci anni per sostituire le navi che usciranno progressivamente dal ruolo operativo; la seconda e' che lo stesso Arsenale mostra da tempo tutti i segni degli oltre cento anni di vita, dai bacini alle officine e ai capannoni. Il piano "Brin" per l'ammodernamento infrastrutturale sinora e' andato avanti al rallentatore - come hanno anche denunciato i sindacati dei dipendenti civili e quelli dei metalmeccanici delle imprese dell'indotto - a causa dell'assenza di finanziamenti. Adesso la riforma dell'ex ministro Di Paola prevede che entro il 2015 l'Arsenale militare di Taranto - uno dei due principali della Marina, l'altro e' a La Spezia - sia "riconfigurato", ovvero che i lavori alle navi si facciano con personale interno mentre oggi una quota delle attivita' va alle imprese appaltatrici. Ma la "riconfigurazione", a sua volta, necessita del turnover del personale, che da anni e' sostanzialmente fermo, dell'ammodernamento del naviglio, del rilancio della formazione e della riqualificazione professionale col reperimento delle risorse necessarie, della prosecuzione degli interventi su impianti e infrastrutture. Tutte prioritá che la Difesa segnala di nuovo al Governo, che la Marina piu' volte, negli anni precedenti, aveva evidenziato per conto suo, ma che oggi appaiono di difficile realizzazione proprio per l'assenza di risorse. "La situazione economica di Taranto non ha bisogno di altri tagli lineari ma la spending review sta per raggiungere anche il comparto della Difesa. Era una delle poche certezze: si tratta di lavoro, formazione, logistica, economia". Lo dicono, in una nota congiunta, i consiglieri regionali della Puglia Arnaldo Sala del Pdl, Annarita Lemma del Pd e Alfredo Cervellera di Sel con riferimento agli annunciati tagli nel settore della Difesa e alle incertezze sul futuro dell'Arsenale della Marina. Per i tre consiglieri regionali pugliesi, "se da un lato non si assiste, ancora, alle auspicabili dismissioni di porzioni di territorio (soprattutto di costa) di fatto inutilizzati dopo lo spostamento della base navale da Mar Piccolo a Mar Grande, dall'altro lato il piano di ridimensionamento approvato dal governo Monti (ministro Di Paola) tratteggia il trasferimento di migliaia di addetti (tra formatori, volontari di truppa e aspiranti sottufficiali) da Taranto ad Ancona (Marina Militare) e da Taranto a Caserta (Aeronautica). Un danno enorme all'economia locale" sottolineano i consiglieri regionali della Puglia. "Le chiusure sostanziali dei centri di addestramento, se confermate - proseguono Sala, Lemma e Cervellera -, provocherebbero effetti pesanti sul tessuto economico e sociale di una citta' gia' piegata su se stessa per la crisi industriale e per il noto allarme sanitario che purtroppo segnano questa travagliata fase della storia tarantina.
  Verrebbe meno - si aggiunge - una cospicua fetta di utenza per le attivita' quotidiane commerciali: dalle vendite al dettaglio alle forniture, dalla ristorazione alle strutture ricettive.
  Taranto non puo' permetterselo. Per questa ragione - concludono i consiglieri regionali - chiediamo al Governo di valutare la revisione dei piani tracciati dall'esecutivo precedente". Sullo stesso tema, infine, il deputato del Pdl, Gianfranco Chiarelli, ha chiesto a Palazzo Chigi la riconvocazione del "Tavolo istituzionale" per Taranto anche in considerazione degli altri punti di crisi, oltre all'Ilva, della citta' e della provincia: appalti comunali, Cementir e Natuzzi. (AGI).

sabato 30 marzo 2013

La cozza e la salute di Taranto

Dichiarata la morte anche della mitilcultura a Taranto
E’ arrivata come una mazzata per i mitilcultori, quelli pochi, ancora rimasti a Taranto. Dal 1^ Aprile anche il novellame del primo seno del Mar Piccolo dovrà essere sgomberato , secondo la direttiva dell’ASL. Eppure appena tre mesi fa la stessa ASL aveva dato il consenso all’allevamento in quella parte del mar Piccolo. I mitilcultori avevano fatto investimenti, ed ora la notizia di sgombrare tutto per destinazione…. Ignota.
A Taranto ormai viene chiuso tutto. Anche la Centrale del Latte, oltre all’allevamento di bestiame, all’agricoltura ecc ecc Come una piccola , grande Cernobyl. Là tutto inquinato da radioattività , qui da inquinanti chimici e industriali. Là la centrale di Cernoby e la città di Pryp’jat’ , qui l’ILVA e la città di Taranto. Come a Pryp’jat’, le istituzioni farebbero meglio a dichiarare l’inagibilità del luogo, chiudere le porte di accesso alla città e ai paesi limitrofi e portare la popolazione in altri lidi. Sarebbe un assunzione di responsabilità più coerente rispetto al balletto a cui si sta assistendo.
Questa notizia di poche ore fa, si accompagna ad un’altra passata sotto silenzio dai main stream embedded , e come poteva essere diversamente, e cioè quella riferita al convegno del Made in Steel la fiera biennale dedicata all’acciaio. Le normative ambientali richiedono investimenti che non danno alcun ritorno economico». Queste le parole di Gianfranco Tosini, responsabile del centro studi di Siderweb. 
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lunedì 25 febbraio 2013

Le banane non crescono sui Pini!

Pessimo giocatore in nostro vigile del fuoco prestato alle acque. Appena ha aperto bocca ha fatto capire che sta lì a perdere tempo. Ma non ci voleva molto a saperlo da prima.

MAR PICCOLO: BONIFICA, PRIMA SERVONO VERITà E GIUSTIZIA
Di Gianmario Leone TarantOggi


La cabina di regia istituita sulla scorta dell’Atto di intesa sottoscritto il 26 luglio dello scorso anno riguardante la bonifica e l’ambientalizzazione dell’area tarantina, riunitasi lo scorso 19 febbraio, ha stabilito tre priorità d’intervento: il rione Tamburi, l’area industriale di Statte e la bonifica del mar Piccolo. La prossima riunione si terrà il 6 marzo. Bene. Premesso che qualcuno deve ancora spiegare a Taranto e ai tarantini come sarà possibile bonificare le aree di Tamburi e Statte in cui insistono e continueranno ad insistere fonti emissive inquinanti come l’Ilva, è la situazione in cui versa il Mar Piccolo il vero problema. Il giorno dopo la cabina di regia, il 20 febbraio, presso la Confcommercio si è svolto un tavolo tecnico durante il quale il commissario per la bonifiche Alfio Pini ha solennemente dichiarato che “la bonifica del Mar Piccolo è una certezza”. “L’azione di bonifica - ha spiegato il commissario - è ovviamente dipendente dall’accertamento dell’origine delle fonti di inquinamento e dalla loro eliminazione. Operazione che potrebbe richiedere tempi lunghi e che potrebbe interferire con la tempistica di finanziamento dei progetti di bonifica”. Dunque, a febbraio 2013, siamo ancora alla fase zero del problema: capire chi e in che quantità ha inquinato il Mar Piccolo. Operazione che da anni definiamo una ridicola caccia al tesoro, a causa dell’ignavia e della vigliaccheria delle nostre istituzioni e che, addirittura, se non completata entro il prossimo mese di dicembre, potrebbe far perdere i 20 milioni stanziati dall’atto d’intesa del 26 luglio scorso. Ma la storia dell’inquinamento del Mar Piccolo è nota a molti e su queste colonne (con il prezioso aiuto e supporto del sito internet “inchiostroverde.it” gestito dalla collega Alessandra Congedo) la denunciamo da anni. Come sempre nel silenzio più assoluto. Per questo consigliamo al commissario Pini di informarsi, e bene, sulla storia recente e non dell’inquinamento del Mar Piccolo, evitando di lasciarsi irretire dalle belle parole e dai buoni propositi dei nostri politici. Per questo riteniamo opportuno ripercorre un po’ di storia per riportare le cose al loro posto. Perché le fonti inquinanti e i vari inquinatori esistono eccome. E i nomi si conoscono. Da sempre. Magari i tempi saranno come detto molto lunghi: ma è sempre meglio scoprire la verità e poi agire di conseguenza. Altrimenti si corre il serio rischio di utilizzare quei 20 milioni per nulla. Ancora una volta. Quello che leggerete è dunque un percorso all’indietro nel passato sugli eventi principali che su queste colonne abbiamo denunciato più volte negli ultimi anni.

Pillole di storia
Tanto per iniziare, il commissario Pini potrebbe avviare una piccola indagine per vedere se se siano ancora attivi o meno gli 11 trasformatori elettrici dell’Ilva, i 38 trasformatori di Marinarsen e l’altro trasformatore dell’Enel. Nel 1990 fu effettuato un censimento di tutti i trasformatori elettrici presenti nelle aziende industriali della Provincia di Taranto, richiesto dall’allora assessore alla Sanità, Mario Guadagnalo, che inviò una circolare in cui chiedeva di quantificare il PCB presente sul territorio. Il risultato dell’allora Italsider fu impressionante: 1000 grandi trasformatori contenenti PCB per un totale di 1.800 tonnellate d’Askarel (denominazione commerciale del prodotto) ma nel 1979 i trasformatori erano di più e l’apirolio era quasi il doppio. SIMI dichiarò kg 2.040, Belleli Sud kg 440, Sidermontaggi kg 1.550, Cementir kg 16.950, Sip kg 1.560, Stab. Navali kg 3.853, Ospedale Civ. kg 9.198, Rivestubi kg 12.198, Dalmine kg 13.700. Il tutto per un totale di 62 tonnellate da aggiungere ovviamente alle 1.800 dell’ILVA. Oramai molte di queste aziende non operano più sul nostro territorio. All’epoca dei fatti, l’Arsenale Militare negò il possesso d’Askarel. Proprio pochi giorni dopo però, venne rinvenuta una vasca contenente PCB all’interno dell’Arsenale. Nella vasca in oggetto, risultò che venivano stoccati fanghi provenienti dal dragaggio del Mar Piccolo. La percentuale di PCB contenuta era molto elevata, così come i valori, totalmente fuori scala, dei metalli pesanti.
Il 18 settembre 2001, con Decreto Ministeriale n. 468, viene messo nero su bianco il regolamento del “Programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale”. Per quanto riguarda la città dei Due Mari, il decreto aveva stabilito la “Bonifica e ripristino ambientale di aree industriali, di specchi marini (Mar Piccolo) e salmastri (Salina grande)”. La superficie interessata dagli interventi di bonifica e ripristino ambientale, veniva inoltre così suddivisa: circa 22,0 km2 (aree private), 10,0 km2 (aree pubbliche), 22,0 km2 (Mar Piccolo), 51,1 km2 (Mar Grande), 9,8 km2 (Salina Grande). Lo sviluppo costiero riguardava un totale di circa 17 km. Il perimetro del territorio in questione, riguarda l'area dichiarata "Area ad elevato rischio di crisi ambientale" nel lontano novembre 1990. La dichiarazione venne reiterata nel luglio 1997. Con decreto del Presidente della Repubblica del 23 aprile 1998, venne inoltre approvato il “Piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della Provincia di Taranto”. Siamo quasi alla preistoria. Nella relazione del decreto ministeriale, veniva spiegata in maniera inequivocabile il perché ancora oggi, e chissà per quanti altri anni ancora, il Mar Piccolo verserà in condizioni di assoluta criticità ambientale. “Di particolare interesse sono le aree del mar Piccolo e le saline. I corsi d’acqua superficiali a carattere esclusivamente torrentizio sono recapito di reflui diversi scarsamente o per nulla depurati. Particolarmente compromessa appare la situazione del Paternisco e del canale di Aiedda, che recapita nel bacino ad elevata vulnerabilità del Mar Piccolo con evidenti risvolti sulla qualità dei sedimenti. Il Mar Piccolo risulta quindi gravemente compromesso dalla pessima qualità degli affluenti in esso recapitanti, che determinano un grave stato eutrofico, accentuato dalla particolare morfologia del bacino stesso”. Per quanto invece atteneva le acque sotterranee, nel 2001 mancava ancora la conoscenza dello stato della falda sottostante le aree industriali; nonostante questo, già 12 anni fa venivano evidenziati “fenomeni di inquinamento diffuso di origine agricola e concentrato dovuto a rilasci di percolato da discariche incontrollate e da pozzi neri non adeguatamente impermeabilizzati”.
Altro aiuto al buon Pini, potrebbe arrivare dalla consultazione della mappa sulla “Distribuzione dei PCB nei sedimenti dei Mari di Taranto”, fornita dal CNR nel corso della riunione tecnica che si svolse a Taranto giovedì 11 agosto 2011 (si era nel pieno della prima emergenza mitili), dalla quale si evinceva chiaramente come la presenza maggiore di PCB nel I seno del Mar Piccolo si trovasse in corrispondenza dell’Arsenale Militare, degli ex cantieri navali Tosi, di una parte di Buffoluto, e dalla parte dei Tamburi e del Galeso.
Sempre nel 2011, durante la Giunta Regionale del 2 novembre, l’assessore alla Qualità dell’Ambiente Lorenzo Nicastro relazionò sulla contaminazione da policlorobifenili (PCB) del I seno del Mar Piccolo. E lo fece avvalendosi di una documentazione importante: da un lato con una che l’ISPRA (datata 4 ottobre 2001) inviò al Ministero dell’Ambiente nella quale veniva indicato il grave stato di contaminazione del mar Piccolo; dall’altro la “Relazione tecnica sullo stato di inquinamento da PCB nel SIN Taranto ed in aree limitrofe”, effettuata dal Servizio Ciclo dei Rifiuti e Bonifica della Regione Puglia. Una relazione molto dettagliata di 28 pagine, nella quale venivamo messe in evidenza le fonti primarie di contaminazione (sorgenti attive che incrementano il flusso massico di PCB nel Mar Piccolo) e le fonti secondarie (sedimenti inquinati che generano la propagazione della contaminazione anche attraverso la risospensione naturale o indotta antropicamente). Una relazione nella quale vengono messi sul banco degli imputati la Marina Militare e un’azienda ai più sconosciuta: la “San Marco Metalmeccanica” (che opera nell’indotto Ilva). La relazione denunciava come dal 1972 al 1995 venne riempita con materiale di risulta e scarti provenienti da lavorazioni di tipo industriale, una cava presente sul suolo occupato dalla San Marco che acquistò il terreno nel 2003. L’area in cui si colloca la cava in questione, possiede una sovrapposizione di una serie sedimentaria clastica pleistocenica (Calcareniti di Gravina) e del substrato mesozoico carbonatico (Calcare di Altamura). In quella zona è presente solo la falda profonda che ha sede nella successione del Calcare di Altamura. Gli elaborati del Piano regionale di Tutela delle Acque mostrarono come lo scorrimento della falda carsica avviene prevalentemente lungo la direttrice NO-SE, cioè proprio verso il Mar Piccolo. Il che spiegherebbe il perché nella mappa del CNR viene segnalato come area altamente inquinata da PCB, lo specchio d’acqua prospiciente i Tamburi e il Galeso. E soprattutto chiarirebbe il perché ARPA Puglia da tempo chiede che vengano svolte delle indagini approfondite sulla questione, che potrebbe essere alla base di un’ipotesi devastante: si teme infatti che i citri di acqua dolce presenti nel I seno porterebbero dalla falda al mare l’inquinamento da PCB.
Come altra fonte primaria accertata di inquinamento da PCB del Mar Piccolo, la relazione indicò le aree a terra gestite dalla Marina Militare (Arsenale), in cui la presenza di PCB è stata accertata anche nei terreni e nella falda superficiale che veicola la contaminazione. Parliamo di un sito esteso per circa 23.000 mq, in cui sin dal 1890 é stata svolta attività da parte di numerose aziende di supporto alla Marina. La caratterizzazione ha interessato una superficie di circa 30.000 mq ed ha evidenziato una contaminazione da metalli pesanti (antimonio, arsenico, mercurio, piombo, rame, selenio, vanadio e zinco), da policlorobifenili e da idrocarburi leggeri e pesanti. Nella porzione est del Comprensorio Arsenalizio della Marina Militare é presente anche un’altra area, denominata “Zona Gittata”, che ha una estensione di 1500 mq ed è stata adibita a vasca di deposito di fanghi di dragaggio, rimossi e smaltiti nel 2009. Sempre nello stesso anno avvenne la dismissione della vasca e furono eseguite delle indagini ambientali preliminari che evidenziarono il superamento, nel suolo, delle concentrazioni soglia di contaminazione per siti commerciali e industriali per i parametri piombo, rame, zinco, arsenico e PCB. Le quote del terreno risultate contaminate, erano a profondità maggiori di 10 cm.
C’è poi una fonte secondaria: i sedimenti del Mar Piccolo, dove sono state individuate due distinte zone interessate dalla presenza di PCB. Una in corrispondenza dell’Arsenale militare, nell’area di caratterizzazione denominata “area 170 ha”, l’altra posta a nord del primo seno, a circa 200 m ad ovest della penisola di Punta Penna. La valutazione della qualità dei sedimenti dell’area “170 ha” è stata formulata sulla base del confronto con i “valori di intervento per i sedimenti di aree fortemente antropizzate nel sito di bonifica di interesse nazionale di Taranto” proposti da ICRAM ed approvati in conferenza dei servizi ministeriale del 29 dicembre 2004. I dati evidenziarono uno stato di contaminazione diffusa da PCB, con superamento del valore di intervento (190 μg/kg) per tutta l'area indagata e per tutto lo spessore analizzato.

I milioni che mancano all’appello
Pensare di bonificare il Mar Piccolo con appena 20 milioni di euro, è una barzelletta che non fa ridere nessuno. Ed alla quale soltanto i nostri politici e la nostra classe dirigente può credere. Anche perché negli anni le somme stanziate e sparite nel nulla sono nettamente superiori. Ad esempio, per l’area “170 ha” fu approvato un progetto definitivo da parte del MISE (Ministero Sviluppo Economico) con relativo quadro economico di € 35.415.303,12. Dove sono finiti quei soldi? La domanda è quanto mai lecita, visto che nel verbale del 15.09.2005 la conferenza dei servizi ministeriale deliberò di richiedere al Commissario Delegato della Regione Puglia “di procedere con la massima celerità all'aggiudicazione delle attività di MISE dei sedimenti con valori di concentrazioni di inquinanti superiori al 90% dei valori di concentrazione limite accettabili”. Ma dopo alcune proteste delle associazioni di mitilicoltura, preoccupate per gli effetti del dragaggio sulla qualità dei mitili, fu proposto dalla Provincia di Taranto di effettuare uno studio di dettaglio sull'area in modo da colmare alcune lacune individuate in fase di caratterizzazione e verificare, con un’analisi costi-benefici, il miglior sistema di intervento da attuare. Ma lo studio si è perso chissà dove. In un’altra Conferenza dei Servizi riunitasi a Roma in data 19.10.2006 presso il Ministero dell’Ambiente, vennero invece stanziati 26 milioni di euro destinati all’area tarantina. Il 10.11.2006 la Provincia di Taranto annunciava: “Risanamento del Mar Piccolo: 3 milioni di euro per l’analisi del rischio”. Le risorse stanziate facevano parte dei 10 milioni di euro complessivi che la Regione Puglia mise a disposizione per l’intera operazione. Sempre in quel comunicato si affermava che “oltre ai fondi regionali, com’è noto, ci sono anche i 26 milioni di euro del Ministero dell’Ambiente che, come si ricorderà, senza l’azione congiunta di Regione Puglia e Provincia di Taranto rischiavano di finire a Manfredonia...”. Qualche giorno dopo, il 19.10.2006, veniva ufficializzata la notizia dei 26 milioni di euro stanziati dalla Conferenza dei Servizi, “per il risanamento del Mar Piccolo”. Il presidente della Provincia, Gianni Florido, così commentava: “Bella notizia, merito anche dell’azione sinergica messa in campo con il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola e il presidente del consiglio regionale, Luciano Mineo”. Eravamo nel 2006. Tra i fondi stanziati dalla Regione Puglia e quelli della Conferenza dei Servizi, in totale si parlava di 36 milioni di euro da destinare alla bonifica del Mar Piccolo. Il MISE ne stanziò altri 35 l’anno prima. Sono passati sette anni e di quei soldi non vi è più traccia. Nella relazione del decreto ministeriale del 2011, venivano previsti i costi per la messa in sicurezza e/o bonifica. “Le prime stime, effettuate sulla base dei dati preliminari di estensione e di tipologia di inquinamento, indicano un fabbisogno di larga massima pari a circa 100 miliardi”. Di lire. Oggi sarebbero 500 milioni di euro.

Accertare tutte le fonti e prendere i colpevoli
Questa è Storia. Inconfutabile. Su cui nessuno può recitare la parte dello struzzo. Proprio ieri, sul blog del “Comitato per Taranto” è stato caricato un video dal titolo “Amarcord”, sulla produzione di vongole nel Mar Piccolo. Ciò detto, è praticamente impossibile quantificare un danno del genere. Quanti soldi ci vorrebbero per risarcire un’intera comunità a cui è stata privata la possibilità di avere un mare pulito dove poter coltivare e pescare i migliori mitili di tutto il Mediterraneo? E di avere una falda libera da ogni tipo di inquinante? Quando si inizierà ad indagare su chi ha interrato per 23 anni nella cava sulla strada di Statte materiale altamente inquinante, che nel corso degli anni è arrivato sino alla falda profonda per poi defluire in maniera inesorabile nel Mar Piccolo? E quante altre domande si potrebbero fare. Alla fine di tutto, resta in noi l’assoluta certezza che i colpevoli siano decine e decine, ed abbiano occupato ed occupino ancora oggi, ogni livello del nostro sistema di potere. E che, soprattutto, ci abbiano avvelenato il Mar Piccolo. Forse per sempre.

venerdì 14 dicembre 2012

Ars longa..

Morì in Arsenale Taranto chiesto rinvio a giudizio per sette persone

La procura di Taranto ha ribadito oggi, nel corso dell’udienza preliminare, la richiesta di rinvio a giudizio per 7 persone accusate, a vario titolo, di omicidio colposo e violazione delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. I fatti si riferiscono all’incidente avvenuto il 25 gennaio del 2010 nell’Arsenale militare di Taranto in cui morì Giovanni De Cuia, di 54 anni, dipendente civile. La decisione del gup Giuseppe Tommasino è attesa per il primo febbraio 2013.
La vittima, addetto alla vigilanza, fu travolta e schiacciata da una catasta di materiale edile (diversi quintali di pannelli) impilata nei pressi di una officina in ristrutturazione. La richiesta di processo riguarda esponenti di una ditta appaltatrice e militari. I familiari del lavoratore si sono costituiti parte civile con l’avvocato Massimiliano Del Vecchio.

mercoledì 27 giugno 2012

MAR GRANDE, UN PO’ DI CHIAREZZA
 I dati e i colpevoli dell’inquinamento del nostro mare

Non amiamo essere antipatici. Né autoreferenziali. Ma siamo costretti a diventarlo per vicissitudini a noi contingenti. Termine che in filosofia indica ciò che non è necessario e quindi si contrappone a ciò che è essenziale. Cosa che in questa città avviene oramai a cadenza quotidiana, il che non lascia presagire nulla di buono per il prossimo futuro. Anche perché, ancora oggi, non siamo riusciti a capire bene, ma forse è un nostro limite, quanti siano i giocatori seduti al tavolo dell’ambiente e quali i loro reali obiettivi. E sì, perché tutto ad un tratto, Taranto scopre che la grande industria utilizza degli scarichi in Mar Grande in cui riversa, da sempre, ogni genere di elemento inquinante. Di più, si scopre che “stranamente” i fondali e la qualità dell’acqua di quel tratto di mare antistante gli scarichi, è incredibilmente poco confortante e rassicurante. E così, alla fine dei conti, accade che nella nostra società in cui oramai Facebook regna sovrano, si eleva quasi alle stelle l’indignazione e la protesta generale. Si grida alla scandalo, ogni due parole usate c’è il termine vergogna, s’incolpano politici e organi di controllo assenti dallo svolgere il loro dovere, si giura vendetta e si promette guerra totale alla grande industria. Si creano gruppi, sottogruppi, si condividono foto, video, volantini, si procede con esposti alla magistratura, si annunciano ulteriori prelevi che riveleranno un qualcosa che in realtà tutti sanno da sempre: ovvero che i nostri Due Mari sono profondamente inquinati. Il tutto, mentre la Capitaneria di Porto assicura che la zona è stata bonificata dall’Ecotaras e che le immagini mostrate nei video sono meno preoccupanti di ciò che sembrano: perché non trattasi di idrocarburi, bensì di elementi di origine vegetale. Il che ci lascia quantomeno increduli. Il tutto, mentre ARPA Puglia conferma che nonostante siamo di fronte ad un sito “super inquinato”, tuttavia non bisogna lasciarsi troppo impressionare dalle immagini. Dalle immagini no. Ma dai dati ufficiali, da quelli sì. Anche perché, nonostante più di qualcuno in questi giorni sta indossando come al solito i panni del martire o della bocca della verità, i dati sull’inquinamento prodotto dagli scarichi della grande industria sono ben noti. E questo giornale ne ha scritto e denunciato appena ne è entrato in possesso. Solo che in questa città, a tutti i livelli, sono in troppi quelli che soffrono di protagonismo e primogenitura: se non sono loro i primi a parlarne e a denunciarne, il tutto resta ben nascosto. In questa pagina, infatti, trovate quello che pubblicammo il 14 settembre del 2011. Ovvero ciò che avvenne il 9 maggio del 2008, quando si tenne un convegno indetto dall’Arpa Puglia, in occasione del “Salone Mediterre” presso la “Fiera del Levante” a Bari, dal titolo “Taranto sotto la lente”. L’incontro riunì importanti scienziati e professori universitari, i quali illustrarono le ricerche condotte sullo stato dell'ambiente (acqua, aria e suolo) di Taranto. Quel giorno, il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e l’IAMC (l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero di Taranto), presentarono uno studio su “Inquinanti prioritari nel Mar Piccolo e nel golfo di Taranto: analisi di rischio”. Essendo uno studio scientifico, vi risparmiammo i dati puramente tecnici, per andare all’essenziale: e cioè capire chi e quanto ha inquinato la rada di Mar Grande e la rada di Mar Piccolo. Nello studio del CNR e dell’IAMC, vennero analizzati i contaminanti prioritari stabiliti dalla Convenzione di Stoccolma del 2001, tra cui i famosi IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) e il PCB (policlorodifenili). Lo studio del CNR e dell’IAMC aveva come base di partenza i sedimenti marini, che sono una fase di accumulo di inquinanti e sede di importanti processi chimico-fisici che influenzano la biodisponibilità e la speciazione. Le attività svolte dallo studio sono state tre: la caratterizzazione degli scarichi industriali, la distribuzione degli inquinanti nei sedimenti marini e le valutazioni eco tossicologiche. Solo per chiarezza, vi riproponiamo qualche numero. I principali scarichi industriali sono tre: due appartengono all’Ilva ed uno all’Eni. La portata oraria dei due scarichi Ilva riportata nello studio, è di 3.480.000 metri cubi al giorno (1450.000 ogni ora), mentre quello dell’Eni di 240.000 metri cubi al giorno (10.000 ogni ora). Partendo da questi dati, è stato calcolato che nel Porto di Taranto in totale sono stati mediamente scaricati ogni ora 13,2 kg di idrocarburi alifatici, di cui il 7% proveniente dallo scarico Eni ed il 93% dagli scarichi Ilva. Per quanto riguarda gli IPA, invece, fu calcolato che i reflui Ilva scaricano 3,46 kg/ora di IPA, per un totale di 83 kg al giorno che fanno 30.309 kg all’anno. Per quanto riguarda la distribuzione degli inquinanti nei sedimenti marini, vennero individuate tre aree di studio: Mar Grande, Mar Piccolo e Porto di Taranto. Nello studio del CNR e dell’IAMC, presentato quel 9 maggio del 2008 attraverso la proiezione di 29 slide, la mappa della distribuzione degli IPA nei sedimenti dei Mari di Taranto era inequivocabilmente chiara: le maggiori concentrazioni furono individuate nelle aree prospicienti i tre scarichi industriali. Vi risparmiamo, perché non interessano in questa sede, i dati sull’inquinamento del Mar Piccolo, sull’aria e sul suolo di altri inquinanti. Dunque, gli studi scientifici esistono. Come esistono anche i dati. E i relativi colpevoli. Eppure, ancora oggi, c’è chi finge di non sapere e di scoprire all’improvviso cose abbondantemente conosciute e denunciate da tempo. Questo giornale non vuole nessun premio, sia chiaro. Non parteciperà mai a ridicole gare sul chi “arriva prima”. Ma ci piacerebbe che almeno si facessero le cose in maniera seria, onesta e costruttiva. Gianmario Leone (Taranto oggi)

venerdì 20 gennaio 2012

Elezioni in vista: comincia la fiera delle bojate!

... avanti il prossimo.
Venghino signori al Circo Stefàno!


Parchi e piste ciclabili. la città del 2020 c'è già
Così saranno gli spazi liberati dalla Marina
Comune e Provincia presentano riconversione aree


Un tuffo nel futuro, nella città che Taranto potrebbe diventare tra dieci anni. Ieri sera tutti i presenti nel salone degli specchi di Palazzo di città hanno guardato le «slides» preparate da un gruppo di architetti e ingegneri e hanno allungato lo sguardo al 2020. Comune e Provincia hanno presentato quattro progetti che utilizzano e valorizzano alcune delle aree che la Marina militare lascia libere dentro il perimetro urbano nell’ambito delle dismissioni. I tecnici vanno cauti e parlano di «suggestioni progettuali», quasi a chiarire che possono diventare realtà solo se si mette in moto la volontà collettiva, pubblica e privata, politica e finanziaria. Ci sono le idee e le proposte per: la sistemazione della fondazione Michelagnoli e del museo medioevale nei locali superiori del castello aragonese tra il torrione di San Cristoforo ed il torrione della bandiera; la realizzazione di un museo dell’Arsenale militare marittimo con un percorso panoramico e la creazione di un centro espositivo permanente dentro l’area dello stabilimento; il recupero architettonico dei Baraccamenti Cattolica, e realizzazione di un teatro per orchestra e di un Polo culturale; un percorso ciclopedonale lungo 9.5 chilometri di collegamento tra i due parcheggi di scambio a Cimino e Croce che passa dentro l’Arsenale, l’ospedale militare, la villa Peripato, supera di slancio il canale navigabile con un ponte levatoio metallico, costeggia via Garibaldi in città vecchia, attraversa il ponte di pietra e raggiunge la Croce. Si tratta di quattro proposte capaci di riqualificare in profondità pezzi della città restituendole funzioni oggi assenti, ma molto richieste. L’Arsenale ha segnato la storia di Taranto da un centinaio d’anni, è ricco di cimeli ma non possiede un suo museo che ne tratteggi l’importanza.
Il castello aragonese, oggi il secondo sito più visitato di Puglia, aumenterebbe il suo valore attrattivo ospitando, per la prima volta, un museo di storia medievale ristrutturando un migliaio di metri quadrati i locali posti in alto. L’ex cinema Arsenale e alcuni ex rifugi dei tempi della guerra, all’interno della vasta area dei Baraccamenti Cattolica, hanno perso l’originaria funzione e sarebbero recuperati per creare spazi polivalenti, espositivi e ricreativi, sale studio, una biblioteca, un teatro per l’orchestra. Nascerebbero quello che i progettisti hanno chiamato «Le corti di Taras». Infine la panoramica pista ciclopedonale. Ora scatta la ricerca dei finanziamenti senza i quali le "suggestioni" rimarrebbero tali.
(Cesare Bechis, CdM)

lunedì 2 gennaio 2012

Bella gara!

IL BILANCIO 2011
Taranto, dopo l'Ilva c'è la Marina Militare. «E l'Arsenale resta una struttura strategica» Con i suoi numeri l'arma è la seconda azienda dell'area

La Marina, a Taranto e Grottaglie, non è solo una forza militare da inquadrare nella sua principale e caratteristica dimensione. Costituisce anche una forte realtà economica. E’ la seconda azienda della città dopo l’Ilva e prima dell’Asl e del Comune. Ed è un centro di spesa che alimenta fortemente l’economia locale. I militari in servizio, la forza lavoro con le stellette, sono 9839 dei quali 191 appartengono alla Capitaneria di porto. Gli ufficiali sono 1037, i sottufficiali 5896, la truppa conta 2876 uomini. A questi bisogna aggiungere un migliaio di dipendenti civili del ministero della Difesa. Nel 2011 la Marina ha erogato stipendi per 262 milioni, una massa attiva che per la maggior parte s’è riversata sul territorio. Ma non è tutto. Altri 148 milioni sono quelli che la Marina ha speso per le infrastrutture, per acquistare beni e servizi, dalla penna alle vernici, dagli alimenti per le mense ai macchinari per l’Arsenale. Tutti soldi che rimangono a Taranto e dintorni e che sostengono una quota significativa delle piccole e medie imprese, dalla cartoleria alla grande ferramenta, dal supermercato ai negozi specializzati dell’abbigliamento militare. L’albo fornitori della Marina conta poco più di 350 ditte che fanno affidamento sulle commesse del Dipartimento marittimo nelle sue varie articolazioni. Uno degli ultimi interventi, la ristrutturazione del bacino galleggiante GO52, è costato 13 milioni e mezzo, risorse finite al Consorzio navalmeccanico Taranto (Cnt) che ha messo insieme undici aziende locali dell’indotto dell’Arsenale per circa centocinquanta lavoratori fra tecnici e maestranze, oltre a un ufficio di progettazione e coordinamento delle attività. Questi lavori si inquadrano nel più ampio progetto Brin di riqualificazione complessiva dello stabilimento tarantino, di cui ieri l’ammiraglio Andrea Toscano ha confermato la centralità e la strategicità per la Marina italiana. Sono stati stanziati più di cento milioni per portare l’Arsenale di Taranto nelle condizioni di rispondere alle esigenze dell’attuale forza navale.

Da domani la stazione Chiapparo diventerà la sede di stazionamento della portaerei Cavour, l’ammiraglia della flotta italiana. I cento milioni, dei quali un terzo sta già fornendo lavoro, servono alla ristrutturazione dei due bacini in muratura «Ferrati» e «Brin», alla realizzazione di tre officine polifunzionali nelle quali sarà concentrata l’attività di manutenzione dello stabilimento. Le prime due saranno consegnate, finite e funzionanti, a fine febbraio. L’obiettivo della Marina, colpita dalle conseguenze dell’inchiesta della magistratura tarantina che scoperchiò un mondo dell’appalto fatto di ditte molto spesso al di sotto degli standard richiesti, è di migliorare la qualità del lavoro e di aumentare il grado di sicurezza. E’ stato l’ammiraglio Andrea Toscano, comandante del Dipartimento dello Ionio, a fare il punto sul 2011 ieri durante un incontro con la stampa. Il capitano Vito D’Elia è entrato nei dettagli. Una buona notizia per tutti i tarantini è che entro breve tempo la Marina metterà a disposizione sia dei militari che dei civili la camera iperbarica, strumento estremamente utile in una città di mare. Un altro asset importante s’è rivelato il Castello aragonese, nel quale continuano le indagini archeologiche guidate dall’ammiraglio Francesco Ricci, nume tutelare dell’insediamento. Quest’anno ha avuto 57.428 visitatori, un boom dopo i 32.373 dell’anno scorso. L’aumento è del 78 per cento e se solo la Marina potesse far pagare, ma non può, anche un solo euro a visitatore si garantirebbe la copertura delle spese necessarie al gruppo di archeologi, studiosi e volontari che stanno riportando alla luce gallerie e sale. (CdM)

venerdì 30 dicembre 2011

Amianto e militari: qualche raggio di luce!

Amianto: la Marina militare a processo per omicidio colposo
Nel silenzio generale dei media, si è chiuso a Padova il processo per la morte di due ex alti ufficiali che hanno lavorato su navi dove c’era l’asbesto. L’inchiesta, nata nel 2005, ha portato alla luce almeno 300 casi di marinai deceduti per mesotelioma pleurico. Sotto accusa i vertici militari. La sentenza è attesa per marzo 2012.

Loro non potevano sapere. E, appena hanno saputo, hanno cercato di correre ai ripari. È questa la linea difensiva adottata dagli avvocati di otto ex alti ufficiali della Marina Militare nel processo di primo grado per omicidio colposo, lesioni e mancata adozione di cautele sul posto di lavoro che si è appena chiuso alla procura di Padova, nel silenzio più generale.
Due i militari morti, entrambi per una malattia polmonare che non lascia dubbi: il capitano di vascello Giuseppe Calabrò, di Siracusa, e il meccanico Giovanni Baglivo, di Tricase (Lecce), hanno lavorato a contatto con l’amianto. Ma è solo la punta dell’iceberg. L’inchiesta è nata nel 2005 e in questi sei anni negli uffici della procura sono state radunate seicento cartelle cliniche di altrettanti marinai ammalati, di cui almeno 300 deceduti per mesotelioma pleurico e malattie amianto correlate. Una strage silenziosa, fatta di uomini in divisa bianca che hanno lavorato, giorno e notte, su navi imbottite di asbesto: ne erano rivestiti tubi e manicotti di collegamento, piastre delle cucine, raccordi, coperture metalliche, condutture. Nel 1992 ufficialmente l’amianto diventa fuorilegge, ma dalle carte del processo emerge che almeno fino al 2005 su navi in manutenzione è stato bonificato l’amianto.
In questi giorni, con le arringhe degli avvocati della difesa, il processo si è concluso. Pochissimi i cronisti in aula, e solo dei giornali locali, per un processo che di fatto ha già portato ai risarcimenti civili alle famiglie dei deceduti, ma il dibattimento ha visto la costituzione di parte civile di Medicina democratica e dell’associazione esposti all’amianto.
L’inchiesta è stata possibile solo grazie alla dedizione a tempo pieno dell’ispettore Omero Negrisolo, un uomo di poche parole ma molto caparbio. Ogni volta che aggiunge un nome alla sua lunga lista di vittime, prova una sofferenza personale, conosce tutte le storie dei marinai, e delle loro – a volte ancora giovani – vedove.
Al banco degli imputati ci sono gli ex capi di Stato maggiore della Forza armata, Mario Bini e Filippo Ruggiero, gli allora direttori generali di Navalcostarmi Lamberto Caporali e Francesco Chianura, quelli della Sanità Militare Elvio Melorio, Agostino Didonna e Guido Cucciniello e l'ex comandante in capo della squadra navale Mario Porta. Erano loro i responsabili in capo mentre sulle navi l’amianto abbondava, si sgretolava sotto l’urto delle continue oscillazioni in mare, veniva respirato giorno e notte non soltanto dai macchinisti, ma anche da chi lavorava in coperta.
La storia di questo processo non è stata sempre lineare: con la scorsa finanziaria c’è stato il tentativo di boicottarlo grazie a un emendamento che interpretava autenticamente una legge del 1955, e che, equiparando le navi militari alle navi civili, “salvava” dalla responsabilità i Capi di Stato Maggiore e l’attribuiva solo all’effettivo comandante del vascello. Il pericolo è stato scongiurato dopo alcune interrogazioni parlamentari e un emendamento successivo che ha messo a posto la situazione.
La sentenza è attesa per il 22 marzo e intanto sta concludendo la fase istruttoria anche il processo “amianto in Marina bis”, sempre a Padova, che raccoglie centinaia di casi, mentre anche Raffaele Guariniello, il superprocuratore torinese, ha aperto un fascicolo su decine di uomini in divisa deceduti per l’amianto.

In questi stessi giorni a Taranto si indaga per le morti per mesotelioma del personale dell’arsenale e proprio la settimana scorsa la Corte d'appello di Brescia ha riconosciuto la malattia professionale per mesotelioma pleurico che causò la morte nel 2007 di un operaio tarantino, poi trasferitosi a Mantova. Luciano Carleo, presidente di “Contramianto”, ha commentato: «La decisione afferma la correlazione tra patologia tumorale da esposizione all'amianto e le lavorazioni svolte a bordo di navi della Marina Militare nell'Arsenale di Taranto. L'operaio aveva lavorato per oltre 30 anni con una ditta dell'indotto Arsenale in manutenzioni navali militari venendo, secondo la sentenza, esposto all'amianto». Una sentenza che aprirà il vaso di Pandora delle centinaia di persone che hanno lavorato a Taranto a contatto con la fibra killer. (Linkiesta)

mercoledì 2 novembre 2011

Un rapporto scomodo...

Mare malato, ora tutti sanno che il Rapporto Ispra non era carta igienica

TARANTO – Ciò che qualcuno aveva incautamente definito “carta igienica”, “roba già nota”, si è rivelato come un documento di straordinaria importanza per comprendere quanto sia grave la situazione dei due mari tarantini. Stiamo parlando del Rapporto Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sulla caratterizzazione del Mar Grande (II lotto) e del Mar Piccolo, prodotto nell’agosto del 2010 e rimasto chiuso nei cassetti per circa un anno.
E’ stato il Corriere del Giorno, tra fine agosto e inizio settembre 2011, a far emergere i dati inquietanti contenuti in quella relazione. Il problema inquinamento non era circoscritto solo al primo seno di Mar Piccolo, come qualcuno ha voluto far credere per mesi: il secondo seno e il Mar Grande rischiano di fare la stessa fine. Elementi di riflessione che emergono chiaramente nel parere trasmesso dall’Ispra lo scorso 4 ottobre, all’origine di una convocazione urgente del tavolo sull’emergenza cozze a Palazzo di Città, lo scorso 14 ottobre.
Ciò che indigna di più è la lentezza con cui ci si è mossi per far fronte al possibile rischio sanitario per il consumo dei prodotti ittici tarantini, prospettato dall’Istituto Superiore di Sanità già nel maggio del 2010. Nella memoria collettiva di questa città sembra che il caso delle cozze al Pcb sia scoppiato all’improvviso, nel gennaio del 2011, quando due ambientalisti hanno coraggiosamente esibito l’esito di alcune analisi effettuate sui mitili prelevati dai fondali del primo seno di Mar Piccolo.
In realtà, a livello istituzionale, le avvisaglie di un allarme erano già evidenti. Non è un caso che se ne parli in una riunione della Conferenza dei Servizi sui Sin (Siti contaminati di interesse nazionale) il 13 dicembre 2010. Qualche giorno, dopo, il 28 dicembre, l’Asl ionica rilancia la problematica in una lettera rivolta agli altri enti competenti affermando che “tutti i valori riscontrati sui campioni prelevati nel primo seno di Mar Piccolo, pur rientrando nei parametri di http://www.blogger.com/img/blank.gifconformità, si avvicinano molti ai limiti massimi stabiliti dalla normativa (limite massimo 8 pg/gr)”.
Il caso Pcb scoppia nuovamente il 22 luglio 2011, quando dalle analisi della Asl emerge chiaramente che quel limite è stato oltrepassato e scatta l’ordinanza che vieta il prelievo e la vendita delle cozze. Davvero non si poteva evitare quel triste epilogo? E che senso ha spostare gli allevamenti in Mar Grande quando anche lì ci sono evidenti elementi di contaminazione? E’ paradossale, come già detto in un precedente articolo, che il Ministero dell’Ambiente, ai primi di ottobre del 2011, si veda costretto a sollecitare a Iss, Arpa Puglia e Asl, un parere tecnico-scientifico in merito agli aspetti di tutela sanitaria, richiesto il 14 dicembre 2010 e il 12 settembre 2011. Viene da chiedersi: ma qualcuno risponderà mai per questa anomala gestione dell’emergenza? Una cosa, al momento, è certa: chi la sta pagando c’è già e non sono certo gli inquinatori di ieri, oggi e domani. (inchiostroverde)

giovedì 22 settembre 2011

Sito contaminato di Taranto, ecco cosa diceva Arpa Puglia nel 2009

E’ datato 2009 un interessante documento curato dalla dott.ssa Mina Lacarbonara di Arpa Puglia che si sofferma sui dati relativi ai siti contaminati della regione. La nostra attenzione si concentra su quello di Taranto. Riportiamo di seguito un estratto della relazione.

SIN TARANTO

La superficie rientrante nel SIN di Taranto è pari a circa 22 km2 (aree private), 10 km2 (aree pubbliche), 22 km2 (Mar Piccolo), 51,1 km2 (Mar Grande), 9,8 km2 (Salina Grande). Lo sviluppo costiero è di circa 17 km. Lo stato di avanzamento delle attività di caratterizzazione e bonifica di seguito descritto è così organizzato:

· Area demaniale di competenza dell’Autorità Portuale di Taranto - È estesa per 3,3 km2 e comprende gli sporgenti prospicienti il Mar Grande ed una fascia costiera delimitata dalle aree private operanti nella zona industriale di Taranto (principalmente Raffineria ENI ed ILVA), estendendosi dal Ponte di Pietra fino alla zona di Punta Rondinella. Quattro dei 5 sporgenti (II, III, IV e V) sono affidati in concessione ad ILVA, mentre il Molo Polisettoriale è affidato in concessione alla società Taranto Container Terminal (TCT). Mentre è stata caratterizzata la fascia costiera retrostante gli sporgenti, non sono ancora stati presentati i piani di caratterizzazione relativi agli sporgenti stessi (che rappresentano il 66% dell’area portuale in termini di estensione reale).

· Aree pubbliche, relative ad aree demaniali e aree del Comune di Taranto – Comprendono, oltre all’area Portuale, l’area della Salina Grande (9,8 km2, che rappresenta quasi il 50% delle aree pubbliche) e l’area Romanelli-Gennarini. Per il 92% di queste aree non è stato ancora prodotto un piano di caratterizzazione.

· Aree di interesse pubblico - Nonostante per circa il 60% delle aree non sia ancora stato prodotto un piano di caratterizzazione, è da segnalare che le aree di maggior interesse, sia per pregio ambientale (gravina Leucaspide) che per riconversione industriale (area Distripark), sono state caratterizzate o in fase di caratterizzazione. Le aree in cui la caratterizzazione è da completare risultano essere il Canale d’Aiedda (Comune di Taranto) e le aree a sud e a nord della gravina Leucaspide, che sviluppano una estensione di circa 2,2 km2.

· Aree con industrie private – Rappresentate da: o Grandi aziende (ILVA, ENI, Cementir, Edison) o Piccole e Medie aziende sulla Strada Provinciale Taranto-Statte o Piccole aziende a ridosso della Strada Statale 100, a nord della Raffineria ENI o Aree non interessate da attività industriali a nord (Comune di Statte) ed a sud (Comune di Taranto) di proprietà Italcave (2,9 km2) o Piccole aziende sulla Strada Statale 106 Jonica.

IL SUOLO

Sono stati presi in considerazione un numero totale di campioni di suolo pari circa a 7.000, rappresentativi di un area complessiva di 15,5 km2 per una profondità massima compresa tra 10 e 20 m. I campioni su è stata riscontrata contaminazione dovuta ad una o più sostanze sono circa il 3% del totale, con un massimo del 50% nell’area ex Yard Belleli ed un minimo di 0,5% in aree dell’ILVA. Gli inquinanti maggiormente presenti sono IPA (circa 60% dei superamenti delle concentrazioni definite dalla legge vigente) e metalli pesanti, prevalentemente concentrati nell’area ex Yard Belleli. Contaminazione da idrocarburi ed aromatici (BTEX) si riscontra nell’area della Raffineria ENI (10% dei superamenti). Si può osservare che per quanto riguarda gli IPA si sono riscontrati valori di concentrazione nel suolo pari a più di 75 volte il valore soglia, mentre per gli idrocarburi, lo xilene ed alcuni metalli, come il vanadio, lo zinco ed il rame, l’eccedenza arriva a più del 1000% (oltre 10 volte) rispetto al limite normativo.

LA FALDA

L’assetto geologico-idrogeologico dell’area industriale di Taranto ha creato le condizioni per l’esistenza di una falda superficiale che si poggia sulle argille del Bradano e di un acquifero profondo carsico impostato nella formazione cretacea del Calcare di Altamura. La maggiore contaminazione delle acque sotterranee è stata rilevata nelle aree ENI, ILVA ed ex-Yard Belleli, di cui si riportano alcuni dati relativi alla distribuzione della contaminazione. Nell’area ENI si è riscontrata contaminazione in diversi punti per la presenza di arsenico, BTEX, idrocarburi ed MTBE a nord dello stabilimento nell’area impianti ed hot spot nella zona deposito.

La contaminazione da Idrocarburi ed MTBE è stata rilevata anche nell’area ex PRAOIL, in vicinanza di Punta Rondinella. Attualmente è in corso l’intervento di bonifica delle acque sotterranee realizzato con un sistema di pompaggio delle acque con well-points e trincee drenanti, che assicurano il contenimento della propagazione dei contaminanti verso il mare, e successivo trattamento finalizzato al riutilizzo delle acque all’interno dello stabilimento. Nell’area ILVA la falda superficiale è risultata contaminata per il 7% delle determinazioni analitiche complessive (6.682).

Gli inquinanti inorganici presenti sono manganese, ferro, alluminio, arsenico, cromo totale, cromo esavalente e cianuri totali, mentre i contaminanti organici sono IPA, BTEX e diversi composti clorurati (1,2 dicloropropano, triclorometano, 1,1 dicloroetilene, tetracloroetilene, cloruro di vinile, 1,2 dicloroetano e tricloroetilene). La falda profonda è risultata contaminata per il 4% delle determinazioni analitiche complessive (3.770). Gli inquinanti inorganici rilevati sono piombo, ferro, manganese, alluminio, cromo totale, nichel e arsenico mentre tra gli inquinanti organici sono presenti triclorometano, tetracloroetilene, diversi IPA, 1,2- dicloropropano e 1,1 dicloroetilene.

È da rilevare che i focolai di contaminazione di alcuni inquinanti sono posti idrogeologicamente a monte dell’area ENI, molti altri sono localizzati in aree distanti meno di 1 km dall’area Belleli che affaccia direttamente sul mare. Nonostante ripetuti solleciti delle Conferenze di Servizi ad attuare con urgenza gli idonei interventi di messa in sicurezza di emergenza della falda, ad oggi non risultano attivate misure in tal senso né risulta siano stati presentati i progetti di bonifica dei suoli e delle acque. Nell’area ex Yard Belleli le acque di falda sono risultate contaminate in maniera diffusa da arsenico, nichel, selenio, idrocarburi totali, fluoruri, solfati ed in forma puntuale da IPA.

Nel 2005 è stato approvato in Conferenza dei Servizi il Progetto di Messa in Sicurezza di Emergenza, presentato dal Commissario Delegato per l’Emergenza Ambientale in Regione Puglia, che prevede la realizzazione di una barriera fisica (palancolata metallica impermeabile sul lato mare) con annessa barriera idraulica di 18 pozzi e realizzazione di un impianto di trattamento delle acque di falda, oltre alla realizzazione di un diaframma plastico posto lungo parte del perimetro nord ovest. Ad oggi tali interventi non risultano attivati per mancanza di risorse economiche.

STATO DI QUALITA’ DEI SEDIMENTI MARINI

L’area marina del SIN di Taranto è stata suddivisa, data la sua estensione, in quattro settori di intervento: 1. Mar Piccolo (al cui interno ricade l’area dell’Arsenale Militare) 2. Area ovest punta Rondinella (in cui ricade il porto fuori rada) 3. Mar Grande I Lotto (al cui interno ricade l’area del porto in rada) 4. Mar Grande II lotto ( al cui interno ricade la Nuova Stazione Navale della Marina Militare). I piani di caratterizzazione delle aree marine sono stati redatti da ICRAM per interventi da attuare a cura del Commissario Delegato per l’Emergenza ambientale della Regione Puglia.

Nei sedimenti marini caratterizzati sono stati riscontrati superamenti di idrocarburi policiclici aromatici, PCB, metalli ed altri microinquinanti sia riferiti ai valori di intervento definiti da ICRAM (approvati nella Conferenza di Servizi Decisoria del 29/12/2004) sia rispetto al 90% dei valori limite per siti ad uso industriale (Tabella 1 col. B – all. 1 del DM 471/99). Per i volumi dei sedimenti eccedenti quest’ultimo limite (ca. 277.000 m3), il MATTM ha richiesto di attivare idonei interventi di Messa in Sicurezza di Emergenza.

A seguito di opposizioni da parte delle associazioni di mitilicoltura preoccupati degli effetti del dragaggio sulla qualità dei mitili, è stato proposto dalla Provincia di Taranto di effettuare unhttp://www.blogger.com/img/blank.gifo studio di dettaglio sull’area, ad oggi in fase di elaborazione, in modo da colmare alcune lacune individuate in fase di caratterizzazione e verificare, con un’analisi costi-benefici, il miglior sistema di intervento da attuare.

Fin qui la relazione di Arpa Puglia. I segnali di allarme erano evidenti da tempo, così come la necessità di agire con interventi di emergenza. Tutto il resto appartiene, purtroppo, alla storia recente e fa emergere tutta l’inadeguatezza di una classe dirigente che a livello locale e nazionale non ha voluto e saputo muoversi a tutela della città.

4.2_Siti_Contaminati[1] (scarica il documento)


(Inchiostroverde)