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mercoledì 2 dicembre 2015

Pane, Ilva e fantasia

Ilva, grandi manovre per ingresso partner privati

Mai dire mai. Il percorso seguito finora per il risanamento dell’Ilva è stato accidentato, ricco di sorprese. E altre si annunciano, a partire da un nuovo tentativo di coinvolgere l’imprenditoria privata, italiana e internazionale, nell’azionariato del gruppo. Per il momento è una semplice eventualità, certamente difficile da realizzare perchè si tratta di una strada già percorsa senza successo. Ma la situazione è d’emergenza, con perdite elevate e prospettive drammatiche perchè il tesoretto di 1,2 miliardi di euro dei Riva è rimasto al riparo in Svizzera e non è affluito nelle casse del gruppo, la Cassa depositi e prestiti ha fatto sapere in un vertice a Palazzo Chigi tenuto nei giorni scorsi che non è nelle condizioni di assumersi l’intero peso del salvataggio, la nuova società (newco) che doveva essere costituita nella primavera scorsa con l’apporto d’investitori finanziari è rimasta sulla carta.
Per questo occorre rimescolare le carte, o almeno tentarci. Così, per il momento con grande prudenza, sono ripartite verifiche informali per tentare l’impossibile, cioè ridare solidità all’assetto azionario dell’Ilva coinvolgendo soci privati. Mai dire mai, dunque, anche se proprio nel recente passato Piero Gnudi, all’epoca commissario straordinario unico, ci ha provato senza risparmiarsi ma senza riuscirci.E le difficoltà che hanno impedito di raggiungere l’obiettivo rimangono tutte, perfino aggravate. Nell’attesa di capire quale sarà l’esito dei contattiavviati, lo scenario di nuove partnership viene definito una semplice eventualità, che non deve interferire con il lavoro in cui sono impegnati i vertici aziendali, interamente rinnovati meno di un anno fa.
La Via Crucis dell’Ilva è cominciata con la fase uno, in cui era al comando il commissario straordinario Enrico Bondi, che ha puntato sul piano industriale messo a punto con i consulenti di McKinsey. Poi, uscito di scena Bondi, è arrivato Piero Gnudi, convinto che la priorità fosse trovare un nuovo assetto dell’azionariato, per ridare solidità al gruppo con l’apporto di soci privati, internazionali e italiani. I tentativi non sono riusciti, perchè i potenziali azionisti hanno detto con chiarezza che i problemi dell’Ilva erano drammatici, gli investimenti ambientali non sopportabili da privati, le inchieste avviate dalla magistratura (soprattutto di Taranto) determinano un quadro di assoluta incertezza. Contemporaneamente si è fatta strada la convinzione che i privati intendessero forzare la mano, ingigantendo i problemi dell’Ilva, per poi conquistarla con quattro denari. Insomma, il sospetto è stato che ArcelorMittal guidasse una cordata della serie "I furbetti dell’acciaio", parafrasando la definizione dei "Furbetti del quartierino", coniata dallo spregiudicato finanziere Stefano Ricucci nell’estate del 2005. Così l’operazione Gnudi non ha avuto esito ed è cominciata la fase tre, con la regia dell’ex amministratore delegato di Luxottica, Andrea Guerra, passato nel ruolo di super consulente per Palazzo Chigi.
L'occasione da non perdere è stata considerata l’inchiesta della Procura di Milano contro i Riva, gli ex azionisti di comando dell’Ilva, finiti sulla panchina degli imputati, ritenuti colpevoli di una lunga serie di reati. Erano giorni in cui Guerra, sia pure dietro le quinte, spendeva parole di elogio per il lavoro svolto dai magistrati milanesi. Da Palazzo di Giustizia filtravano due certezze: l’Ubs, il colosso svizzero in cui sono parcheggiati i trust dei Riva, era pronto a consegnare i quattrini (i famosi 1,2 miliardi) e la magistratura svizzera avrebbe dato via libera.
Il tutto si è verificato, ma è mancato l’ultimo passaggio. Nei giorni scorsi il Tribunale di Bellinzona, a cui hanno fatto ricorso in appello due esponenti della famiglia Riva, ha bloccato tutto, sottolineando (con parole dure) che il tesoretto non si tocca fino a sentenza definitiva di un processo (quello contro i Riva) ancora agli albori. Una vera doccia fredda, per l'Ilva e dintorni, arrivata all’improvviso. L’effetto è di riaprire i giochi sul futuro del gruppo che, proprio negli ultimi due mesi, ha registrato qualche notizia positiva, a partire dal contenimento delle perdite (sotto i 20 milioni al mese contro i 50 milioni dei momenti peggiori) per arrivare all’incremento del portafoglio ordini (più 23 per cento il risultato di ottobre su settembre e più 20 per cento in novembre rapportato a ottobre). Significativa, in particolare, viene considerata la vittoria nella gara promossa dalla Snam per una fornitura di oltre 5 milioni di euro. L’impegno di chi si batte in prima linea c'è. Il problema è la mancanza di soldi in cassa. E non è un problema di poco conto. (GdM)

I risvolti sull’effettiva sostenibilità del piano di risanamento ambientale previsto dal governo per l’area siderurgica Ilva di Taranto, alla luce della decisione d’ufficio assunta dal tribunale svizzero di Bellinzona, che ha deciso per il non rientro in Italia delle somme sequestrate alla famiglia Riva, sono al centro di una mozione presentata in Consiglio regionale dai consiglieri dei gruppi Emiliano sindaco di Puglia e Lista Emiliano per la Puglia, Gianni Liviano  (primo firmatario), Sabino Zinni, Mauro Vizzino, Mario Pendinelli, Alfonso Pisicchio, Paolo Pellegrino e Giuseppe Turco.
Una mozione con la quale i sette consiglieri di maggioranza impegnano il presidente Emiliano e la sua Giunta a chiedere al presidente del Consiglio, Matteo Renzi di avanzare una “perentoria richiesta” di introduzione, nella prossima legge di stabilità, “delle poste necessarie per garantire disponibilità certa delle risorse indispensabili per dare adeguato impulso, e portare a rapida ultimazione, le opere  di ambientalizzazione e bonifica previste nell’Aia e gli atti integrativi, propedeutiche a qualsiasi ipotesi di rilancio della città di Taranto e del suo territorio provinciale”.
Liviano Emiliano Curcuruto
 
Serve, dunque, che la Regione vada in pressing sul governo nazionale perché, se confermata e ratificata dal tribunale svizzero, la decisione di bloccare il rientro in Italia dei circa 1,2 miliardi di euro potrebbe “avere conseguenze nefaste”, sottolineano i sette consiglieri firmatari della mozione, in ordine “all’efficacia dell’architettura normativa e procedurale messa in piedi dal governo italiano con decreto legge 04/07/2015 n° 92, G.U. 04/07/2015, pubblicato lo 07/07/2015 (ma non convertito in legge ), considerato anche il sicuro dilatarsi delle tempistiche relative agli interventi di ambientalizzazione; all’oggettiva impossibilità di realizzare il piano di risanamento ambientale che, se pur propedeutico al salvataggio del siderurgico più grande ed inquinante d’Europa, risulta paradossalmente ‘imposto’, con il citato decreto, doversi essere contestuale alle opere di bonifica ed ambientalizzazione, a tutto danno della salute pubblica nel transitorio degli interventi a farsi; all’aggravarsi dell’emergenza ambientale, economica e sociale di Taranto e del suo territorio provinciale che determinerebbe un esponenziale incremento dei rispettivi fattori di criticità posti già oltre la soglia di guardia; alla conseguente improbabilità, se non impossibilità, che si generi una reale ripresa del territorio jonico,  in quanto interessato esclusivamente da piani di risanamento risibili giacché fondati su ipotesi di finanziamento inconsistenti”.
Ai colleghi consiglieri e al governo regionale, inoltre, il consigliere Liviano fa presente “che nel delicato tema trattato, ogni inerzia generata da sofismi interpretativi, cavilli ed eccezioni giurisprudenziali, schermaglie tattiche fra diversi ordinamenti giuridici fra stati amici e palleggiamenti di responsabilità ai vari livelli istituzionali, amplificherebbe il già presente stato di prostrazione della comunità jonica, accrescendo in essa quella percepibile angoscia che il problema ambientale continuerà a ripercuotersi sulla salute dei propri figli.. dei nostri figli. Urge quindi - prosegue Liviano - intervenire con estrema decisione, unità d’intenti, fermezza e secondo una visione del problema onesta e condivisa.
Per questo, signor presidente, - conclude Liviano - la invito sin d’ora, a tergo del suo incontro con Matteo Renzi, a voler rappresentare direttamente a Taranto, in una conferenza pubblica della quale mi faccio promotore, il riscontro in merito agli orientamenti del governo nazionale e la voce della nostra Puglia unita”. (Affaritaliani)

Requiem milanese?

L’Ilva è agli sgoccioli. Come Taranto

Sul Corriere della Sera di oggi c’è una intera pagina di Federico Fubini sulla crisi dell’Ilva, crisi che è economica e industriale prima ancora che sociale. Crisi che resta da decenni ambientale, che è il vero nodo mai sciolto. Perché è sicuramente vero che come scrive Fubini che un’Ilva risanata sarebbe troppo competitiva per i suoi concorrenti ma intanto l’Ilva risanata non è, né tantomeno lo sarà con (l’annaquato) piano ambientale che – si accettano scommesse – non sarà portato a termine per la scadenza prevista (luglio 2016) con l’inevitabile e scontato ulteriore decreto salva-azienda che prorogherà i termini, permettendo alle fonti inquinanti di…inquinare un altro po’. In fondo chi ha sopportato (in alcuni casi persino favorito) oltre mezzo secolo di inquinamento, può benissimo sopportare ancora. No?
Tra il crollo dei prezzi dell’acciaio, i prestiti che non arrivano e quei 50 milioni di euro che bruciano ogni mese, l’azienda dei Riva non riesce a far fronte alle spese essenziali
Corriere della Sera, mercoledì 2 dicembre 2015
«L’acciaio o la vita: scegli» recita la scritta a spray nero sulle mura della chiesa di Tamburi, il quartiere di Taranto più devastato dall’epidemia di tumori attorno agli impianti Ilva. Non fosse perché la produzione è scesa quasi a metà della capacità industriale, la più vasta d’Europa, le ombre di polvere nera sui muri oggi incutono meno paura. Ma a scegliere per gli abitanti di Tamburi e gli oltre dodicimila di là dal muro, gli addetti di un impianto grande come la città, rischia di essere qualcun altro. Fuori da Taranto, e in parte anche dall’Italia.
Per l’Ilva di Taranto e di Genova, 14.200 dipendenti diretti e altri ottomila nell’indotto, sono tornati tempi terribili. L’azienda sta ingaggiando la sua battaglia finale per la sopravvivenza: la stagione che si apre sarà decisiva per capire se uno dei maggiori gruppi siderurgici del continente, un interesse strategico per l’Italia, può arrivare – e a quali condizioni – alla seconda metà del 2016. La sola certezza è che in queste settimane gli ostacoli stanno tornano ben visibili in molte direzioni: dalla Svizzera, da Bruxelles, così come dalle stesse casse del gruppo che nel 2015 brucerà oltre mezzo miliardo di euro, e ormai fatica a far fronte ad alcune delle spese essenziali.
Il mese scorso, una corte penale federale del Canton Ticino ha bloccato per molti anni a venire il rimpatrio in Italia di 1,2 miliardi di euro depositati su un trust svizzero riconducibile a Emilio e Adriano Riva. Quelle risorse degli ex proprietari del gruppo siderurgico, reclamate dalla procura di Milano sulla base di un’inchiesta per frode fiscale, dovevano andare al Fondo unico di Giustizia dello Stato e di lì trasformarsi in un prestito per aiutare l’Ilva. Non succederà, non nel futuro prevedibile. Il tribunale elvetico è stato quasi sprezzante: «Non c’è garanzia delle autorità italiane che le persone perseguite, se risultassero innocenti, non subirebbero dei danni – ha scritto —. E la consegna dei fondi all’Italia avrebbe come risultato la loro conversione in obbligazioni di una società fallita». Quali che siano gli indizi a carico, in effetti i due fratelli Riva non sono ancora neppure rinviati a giudizio. Il sequestro dei loro fondi non era il vanto di uno Stato capace di garantire i diritti di proprietà di qualunque investitore, anche discutibile, finché provato colpevole.
Nell’immediato, il rifiuto opposto dalla Svizzera avrà almeno una conseguenza: cambiare la legge di Stabilità votata in Senato dieci giorni fa. L’articolo 489 della manovra prevede infatti una garanzia dello Stato italiano «esplicita, incondizionata e irrevocabile» su prestiti per 800 milioni che l’Ilva commissariata avrebbe potuto chiedere alle banche in attesa di ricevere i fondi dei Riva. Ora che non arriveranno, non è scontato che lo Stato possa garantire le banche sulla base di una rete di sicurezza che non c’è più. In parte, è quanto sta già succedendo: a fine aprile il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan ha firmato un decreto con cui garantisce un altro prestito da 400 milioni di Cassa depositi e prestiti, banca Intesa Sanpaolo e Banco popolare all’Ilva, sempre coperto dai fondi di Emilio e Adriano Riva che sarebbero dovuti arrivare.
Ora quella garanzia pubblica a vantaggio dell’Ilva sta attirando l’attenzione di Bruxelles. «La Commissione europea ha ricevuto ricorsi riguardo a possibili misure pubbliche a favore dell’Ilva, che stiamo valutando» dice la portavoce del commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager. Secondo almeno tre persone coinvolte, sarebbe ormai matura la decisione di aprire una procedura per aiuti di Stato contro l’Italia. La Commissione starebbe valutando anche l’eventualità di ingiungere l’interruzione immediata del sussidio, con il rischio di bloccare l’attività dell’Ilva. A Bruxelles si ricorda che le regole comunitarie proibiscono aiuti di Stato a operatori cronicamente in perdita, e Ilva sta bruciando cassa per 50 milioni al mese dopo aver perso 2 miliardi dal 2012 all’anno passato. Non sempre in realtà le norme vengono applicate con intransigenza: la tedesca Salzgitter ha ricevuto ripetuti aumenti di capitale dal suo azionista di controllo, il Land della Bassa Sassonia, e nel 2002 i Chantiers de l’Atlantique furono salvati con 650 milioni dal governo di Parigi senza contraccolpi traumatici. Ma a Bruxelles si è sempre più convinti che, «in linea di principio», nessuna azienda debba essere tenuta artificialmente in vita usando il denaro dei contribuenti. Da parte di Arcelor-Mittal e altri concorrenti europei, la pressione sulla Commissione perché stacchi la spina all’Ilva è fortissima: significherebbe togliere dal mercato fino a 11 milioni di tonnellate di potenziale produzione, metà del surplus europeo in certe linee di prodotto. A Bruxelles si vedrebbe di buon occhio una cessione del gruppo, magari a pezzi, ma è quasi impossibile: nessuno al mondo, neanche gratis, comprerebbe un impianto al 78% sotto sequestro della magistratura italiana. Poco importa che un’Ilva risanata sarebbe anche troppo competitiva per i suoi avversari.
Massimo Rosso e Aldo Ranieri, operai degli altiforni di Taranto, si accontenterebbero di molto meno. Per ora – dicono – basterebbe che l’azienda fornisse guanti, maschere protettive e tute ignifughe nuove quando serve. L’Ilva, oggi, non ha cassa neanche per questo.
Federico Fubini (Mimmomazza)


Un nuovo caso di “cannibalismo industriale” si va profilando nel nostro paese. Sulle sorti dell'Ilva di Taranto si stanno addensando attenzioni pericolose. Da un lato le banche svizzere che hanno bloccato il trasferimento in Italia dei fondi esportati dalla famiglia Riva, ex proprietaria dell'Ilva. I tribunali svizzeri ritengono che la richiesta dello Stato italiano di riavere i soldi dei Riva – circa 1,2 miliardi di euro - corrisponda ad esproprio. Le risorse degli ex proprietari del gruppo siderurgico, reclamate dalla procura di Milano sulla base di un’inchiesta per frode fiscale, dovevano infatti essere destinate al Fondo unico di Giustizia dello Stato e di lì trasformarsi in un prestito per aiutare l’Ilva. Ma le autorità giudiziarie (e le banche) svizzere ritengono che “Non c’è garanzia delle autorità italiane che le persone perseguite, se risultassero innocenti, non subirebbero dei danni — ha scritto —. E la consegna dei fondi all’Italia avrebbe come risultato la loro conversione in obbligazioni di una società fallita”.
Ma il blocco del recupero dei fondi neri della famiglia Riva apre un buco sui finanziamenti pubblici destinati a mantenere in produzione l'Ilva. Sette mesi fa il ministro del Tesoro Padoan aveva firmato un decreto attraverso cui veniva garantito un altro prestito da 400 milioni da parte della Cassa Depositi e Prestiti, di Banca Intesa Sanpaolo e Banco popolare all’Ilva, coperto proprio dai fondi di Emilio e Adriano Riva che sarebbero dovuti arrivare dalla Svizzera.
Ma questo piano di mantenimento dell'Ilva sta attirando le malevaole attenzioni della Commissione Europea. Il Corriere della Sera di oggi riporta che «La Commissione europea ha ricevuto ricorsi riguardo a possibili misure pubbliche a favore dell’Ilva, che stiamo valutando» dice la portavoce del commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager. Secondo almeno tre persone coinvolte, sarebbe ormai matura la decisione di aprire una procedura per aiuti di Stato contro l’Italia. La Commissione starebbe valutando anche l’eventualità di ingiungere l’interruzione immediata del sussidio, con il rischio di bloccare l’attività dell’Ilva”.
Eppure, lo stesso Corriere rammenta che in altri casi, la stessa Commissione Europea ha chiuso gli occhi di fronte ad aiuti pubblici verso società tedesche o francesi in difficoltà. Cita il caso della Salzigitter dove è intervenuto il governo del land della Bassa Sassonia (lo stesso che ha le mani in pasta con la Volkswagen) oppure dei Cantieri dell'Atlantico che hanno ricevuto 650 milioni dal governo francese. Ma a fare pressione sulla Commissione Europea sembra che siano soprattutto le multinazionali della siderurgia interessate a chiudere l'Ilva e a prendersi la sua rilevantissima quota di mercato. Si parla infatti dell'interessamento della multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal. “Significherebbe togliere dal mercato fino a 11 milioni di tonnellate di potenziale produzione, metà del surplus europeo in certe linee di prodotto” precisa il Corriere della Sera. Le ipotesi alternative ventilate da Bruxelles non sono migliori: uno spacchettamento dell'Ilva e di fatto il suo depotenziamento, “perchè nessuno intende comprare una azienda piena di debiti e sotto il controllo dello stato”.
Insomma per l'Ilva si prospetta un altro classico caso di cannibalismo industriale che ha già portato alla scomparsa in Italia della chimica e di buona parte della farmaceutica oltre che alla chiusura dell'Italsider di Bagnoli, appena ristrutturata, negli anni '80. Chi ne ha tratto giovamento? Le multinazionali tedesche e francesi. (Contropiano)

lunedì 26 ottobre 2015

Qualcosa di più di patetici

Ilva, Carrubba su commessa Tap: “Partita ancora aperta” – Tomaselli: “Aia rispettata al 91%”

Sul palco e in platea ci sono i tanti volti più o meno noti del Pd locale e coloro che rappresentano i cittadini nelle aule parlamentari:  dai deputati Michele Pelillo e Ludovico Vico al senatore Salvatore Tomaselli. Il convegno che si tiene alla Cittadella delle imprese sul tema  “Ilva e Taranto, ambientalizzazione e bonifiche. A che punto siamo?” corre il serio rischio di diventare una passerella politica in cui il Pd cerca di mostrare il suo volto migliore e un ruolo da “risolutore” dei problemi ambientali che da sempre attanagliano la città.
Per non cadere nella “trappola”, cerchiamo di concentrare la nostra attenzione sui nodi cruciali legati alla più stretta attualità e lo facciamo sentendo soprattutto le due voci “tecniche” ospiti sul palco: quella del Commissario straordinario Ilva Corrado Carrubba e del Commissario alle bonifiche Vera Corbelli. Nessuna preoccupazione da parte di Carrubba in merito all’ultima diffida datata 14 ottobre, trasmessa dal ministero dell’Ambiente all’Ilva in merito alla gestione dei rifiuti (leggi qui). «Non sono questi i problemi dell’Ilva - dice ad InchiostroVerde poco prima dell’inizio del convegno – l’Arpa Puglia ha notato che dei sacconi non avevano le etichettature previste ma abbiamo già provveduto a dare i chiarimenti richiesti».
Sul rispetto delle prescrizioni Aia -  l’80%, entro il 31 luglio 2015 - non si è sbilanciato: «Dovete chiedere al ministero dell’Ambiente», mentre sulla prescrizione più importante, la copertura dei parchi minerali, rimasta al di fuori di quell’80%, spiega: «Stiamo andando avanti nella realizzazione delle opere propedeutiche e degli interventi di caratterizzazione e messa in sicurezza del sedime dei parchi, cosa che si sta facendo ora anche in contraddittorio con Arpa Puglia. La tempistica è quella prevista dall’Aia e dai tempi necessari per fare una serie di cose che solo in parte dipendono direttamente dall’azienda».
In merito alla polemica sulla mancata presenza nella Legge di Stabilità varata in questi giorni dal governo della misura a favore delle imprese dell’indotto Ilva e al tweet del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano che rispondendo al presidente di Confindustria Taranto ha buttato la croce sui Commissari Ilva, Carrubba preferisce glissare: “Ognuno ha il suo modo di esprimersi…”.
Carrubba preferisce andare al sodo: “Il Governo aveva assunto una linea di disponibilità da parte del ministro Guidi che non mi pare lei abbia smentito. Credo che sia emerso un intoppo tecnico in sede di presentazione della Legge di Stabilità e che non ci sia stata una volontà politica. Penso e mi auguro che il Parlamento, in sede di approvazione della Legge, possa trovare la risposta ad un problema come quello dell’indotto che vive una sofferenza importante. Più queste imprese vengono messe nella condizione di lavorare serene, più lavoriamo in tranquillità anche noi».
Infine, un cenno sulla commessa per la fornitura dei tubi per il gasdotto Tap. Partita persa, come annunciato da qualcuno settimane fa, o ancora recuperabile? «Da quanto sappiamo vi è ancora un confronto aperto con la stazione appaltante – precisa Carrubba – la loro valutazione di non conformità, per fortuna non definitiva,  era dovuta a motivazioni essenzialmente tecniche. Chiedono tubi particolari e noi abbiamo fatto uno sforzo progettuale in questa direzione attraverso il nostro management. I tubi sono un segmento di produzione molto importante che la vecchia proprietà aveva un po’ abbandonato. Oggi, noi fatichiamo a recuperare sia il mancato investimento nell’ambiente che nell’innovazione e nella qualità di prodotto. Il mercato odierno non punta tanto sulla quantità ma su gamme elevate di qualità. La sfida dell’Ilva è anche questa».
Sul tema delle bonifiche e del disinquinamento del mar Piccolo, si sofferma il Commissario straordinario Vera Corbelli, alle prese con un lavoro che definisce “immane”, di cui attori ed enti locali devono saper far tesoro in prospettiva futura. «E’ necessario che la piattaforma di azione che stiamo costruendo sia condivisa da tutti – sottolinea – dobbiamo e dovete essere uniti». Ricorda che per il mar Piccolo era stata prevista dal precedente Commissario straordinario una gara, che lei ha voluto stoppare perché non c’erano ancora le basi per procedere in quella direzione.
«Si rischiava un procedimento che in futuro avrebbe comportato il blocco dei lavori – dice la Corbelli – andando a minare le esigenze dei mitilicoltori. Con il nostro progetto di sistema, invece, stiamo cercando di salvaguardare tutti. E voglio tranquillizzare che procedendo così non si rischia di perdere i fondi, ma si costruiscono le basi per averne altri». Le attività del mar Piccolo, intanto, sono andate avanti. «Abbiamo effettuato delle ispezioni e censito tutto ciò che si trova nei fondali. A breve avvieremo 150 sondaggi profondi  per capire dove e come effettuare gli interventi necessari».
Infine, la voce di un politico, quella del senatore Salvatore Tomaselli, capogruppo Pd della Commissione Industria, che in merito al rispetto delle prescrizioni Aia da parte di Ilva si sbilancia fornendo un dato: «La relazione Ispra attualmente in fase di validazione al ministero dell’Ambiente consegna una fotografia che parla del rispetto del 91% delle prescrizioni Aia. Ovviamente sono fuori gli investimenti più grossi come quelli per la copertura dei parchi minerali, ma il 91% mi pare un buon dato». Purtroppo è l’entità puramente numerica, e non qualitativa degli interventi ambientali, a prendere il sopravvento. (Inchiostroverde)

lunedì 19 ottobre 2015

E' finita per l'Ilva (?)

Il colpo finale per l’impresa tarantina sta arrivando dal World Trade Organization (Organizzazione Mondiale del Commercio) che, il prossimo anno, classificherà la Cina come “economia di mercato”. Non solo, alla fine di questa storia, si sarà pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane e patologia ma, grazie ad una classe dirigente autoreferenziale ed egoista, andrà perduta anche la risorsa occupazionale
di Erasmo Venosi
Il disastro ambientale e sanitario di Taranto continua come  scriviamo da due anni,  ma le lobby sindacali e  partitiche abbarbicate agli scranni e affette da vista corta, sostenute da un Governo che crede nei demiurghi, stanno concorrendo alla distruzione di risorse. Il riferimento è, chiaramente, a Ilva. Bondi, Gnudi, il supermanager ex di Luxottica, Guerra, voluto dal  Presidenti  del consiglio e dal filosofo reggente della Commissione  Industria , Commercio e Turismo del Senato. Ora siamo alla resa dei conti ! Ilva chiuderà il corrente anno  con 450 milioni di perdite e una  produzione complessiva ancora in ulteriore contrazione, dai 5.5 mln di tonnellate a 4.8 . Per il pareggio dei costi di produzione ne necessiterebbe invece 7,5 mln di tonnellate. Gli altoforni in esercizio sono tre con capacità di produzione pari a 6 milioni di tonnellate e la produzione di equilibrio dei costi è possibile solo con la ripartenza dell’altoforno n°5: il più grande di Europa. Il problema però è tutto racchiuso nell’assenza di commesse, e il fenomeno non riguarda solo l’Ilva. I dati relativi alla importazione di acciaio in Italia sono emblematici:  dai Paesi extra UE si è importato un 32% in più e dai Paesi UE un 4,2%. Una rilevante quantità di acciaio importata! L’Ilva è stata anche esclusa dalla fornitura  di acciaio per il gasdotto trans adriatico conosciuto come TAP (Trans Adriatic Pipeline) che porta il gas naturale dal Mar Caspio attraversando Grecia, Albania e approdando a Lecce. Voci fondate  parlano di  altri 250 milioni di debiti maturati verso i fornitori. Il Commissario Gnudi sta lavorando per ulteriore credito,  circa 200 milioni di euro, che rappresentano le risorse se concesse per tirare avanti fino all’inizio del 2016. Il colpo finale per l’impresa tarantina sta arrivando dal World Trade Organization (Organizzazione Mondiale del Commercio) che, il prossimo anno, classificherà la Cina come “economia di mercato”. Conseguenza, questa, dell’entrata della Cina l’11 dicembre del 2001 nel WTO. La Cina ritiene che l’ammissione al WTO implichi la classificazione, per il prossimo anno, di “economia di mercato”.
Quali le implicazioni? Rilevantissime per l’economia europea e dell’eurozona, in particolare. La Cina ha una sovraccapacità produttiva, in molti settori industriali, che comporta l’assalto ai mercati mondiali attraverso la pratica dei prezzi bassi. In questo modo saturano la loro capacità produttiva e, considerato i sussidi che lo Stato proprietario eroga, praticano prezzi di vendita inferiori  ai costi di produzione. L’offensiva cinese si sta già realizzando nei confronti dell’industria siderurgica indiana perché sono stati  venduti  laminati a prezzi da saldo. I produttori di acciaio indiani hanno chiesto al Governo l’imposizione di dazi all’acciaio cinese importato per un periodo pari a sette mesi. Quest’azione dell’India, a protezione della produzione siderurgica locale, è denominata “dazio compensativo” ed è resa possibile dall’assenza di classificazione della Cina come “economia di mercato” da parte della WTO. Il Governo italiano sembra che abbuia già agito presso l’Unione Europea affinché alla Cina non sia riconosciuto lo status di “economia di mercato”. Va detto con grande onestà che interi settori industriali europei potrebbero saltare nel prossimo anno, a causa dell’espandersi delle produzioni cinesi che inonderanno il mercato a prezzi inferiori a quelli di produzione. Comunque l’Ilva prima, che grazie alla Cina potrebbe “morire“, a causa dell’impossibilità oggi, tra crisi di liquidità, assenza di commesse, costi delle prescrizioni Aia, esigenza di modificazione del ciclo produttivo di raggiungere il cosiddetto punto di pareggio (break even). 
Alla fine sarebbe davvero incredibile aver pagato un costo altissimo, in vite e patologie, e perdere tutta l’occupazione a causa della vista corta di una classe dirigente autoreferenziale ed egoista, incapace di pensare traiettorie di riconversione verso un modello di specializzazione produttiva coerente con la nuova divisione internazionale del lavoro. Contestualmente, bisognerebbe che a livello centrale si avesse consapevolezza che viviamo in un contesto a forte transizione; e quindi un legislatore attento e lungimirante dovrebbe rafforzare i sistemi di sicurezza nei confronti di chi perde il lavoro.  Si può ignorare il recente studio di due ricercatori della Università di Oxford “”The Future of Employment : How Susceptible Are Jobs to Computerisation” nel quale si legge che circa la metà dei posti di lavoro negli Stati Uniti è a rischio di essere automatizzato nei prossimi dieci o al massimo venti anni?  Stessa percentuale è rilevata dal Centro Studi Bruegel per i paesi europei. La nuova ondata d’innovazione tecnologica nei settori dell’intelligenza artificiale, robotica e genomica potrebbero notevolmente influire anche nel lavoro ad alta qualificazione oltre che in quella a bassa. Tutto questo comporta l’espandersi d’ineguaglianza nella distribuzione del reddito come tra l’altro sufficientemente dimostrato da Thomas Piketty nel suo “Il capitale nel XXI secolo “. Allora perché non ripensare l’uso di risorse pubbliche nella difesa dell’ambiente, nella manutenzione del territorio, nella straordinaria ricchezza di arti e tradizioni, nella conoscenza, nell’istruzione, nei sistemi idrici, nelle reti elettriche e nelle comunicazioni e infine nella ricerca di base? Piantandola, infine, di distruggere le Università del Sud con cervellotiche, quanto illegali, sistemi di ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario! (Cosmopolismedia)

domenica 16 febbraio 2014

Le ripartenze..

Ilva: a Taranto ripartono tubifici dopo stop di quindici giorni
 
Dopo uno stop di 15 giorni dovuto all’assenza di ordini di lavoro, ripartono nella prossima settimana i tubifici 1 e 2 dell’Ilva di Taranto. E riprendono in un contesto lievemente migliorato rispetto al periodo della fermata: e’ infatti arrivata una commessa di 9mila tubi, da sottoporre anche a rivestimento, che alimentera’ l’attivita’ dei due impianti a partire dalle prossime settimane e sino a giugno-luglio prossimi. Lo si apprende da fonti sindacali. 
La crisi del mercato dell’acciaio si fa sentire in modo forte anche nella produzione dei tubi per gasdotti e oleodotti. Non essendoci infatti ordini, nei giorni scorsi l’Ilva ha fermato i tubifici 1 e 2 dello stabilimento di Taranto per 15 giorni. La fermata temporanea e’ ora terminata. Nella prossima settimana gli impianti ripartono ma con un passo di marcia ridotto: solo cinque turni alla settimana. Un turno al giorno, 7-15, per cinque giorni per un’area dello stabilimento che occupa circa 400 addetti. La nuova commessa da 9mila tubi non ribalta la situazione degli ordini, ma almeno la migliora un poco. Per i sindacati metalmeccanici se sino a qualche tempo fa l’Ilva una commessa di piccola quantita’ l’avrebbe anche lasciata andare perche’ preferiva puntare su commesse piu’ ingenti e soprattutto pluriennali, oggi la crisi di settore, il venir meno dei contratti pluriennali all’estero e la necessita’ di dover reperire risorse finanziarie per la gestione, spinge l’azienda ad accettare tutto cio’ che il mercato offre.
Domani, inoltre, non si terra’ piu’, come inizialmente previsto, l’incontro tra Ilva e sindacati per firmare l’accordo sul rinnovo dei contratti di solidarieta’ per il 2014 nello stabilimento di Taranto. I relativi numeri sono stati concordati lo scorso 30 gennaio, adesso si tratta di formalizzare l’accordo. L’intesa e’ accettata da Fim Cisl e Uilm Uil ma non dalla Fiom Cgil, che chiede invece, oltre al piano industriale dell’azienda, anche un’analisi degli ordini di lavoro in modo da poter meglio calibrare lo stesso ricorso alla solidarieta’. I contratti di solidarieta’ interesseranno 3.579 addetti delle varie aree del siderurgico, quasi 200 in meno rispetto ai 3.763 che azienda e rsu avevano individuato in un primo confronto. Il ricorso alla solidarieta’ e’ stato sfoltito per le aree manutenzioni e servizi e vedra’ 400 lavoratori interessati nell’area ghisa, 642 nelle acciaierie 1 e 2, 680 nella laminazione a caldo, 428 nella laminazione a freddo, 476 nei tubifici, 428 nelle manutenzioni centrali e 514 tra servizi, logistica e piazzali. L’anno scorso i contratti di solidarieta’ sono stati sottoscritti per circa 3.600 unita’ ma utilizzati per poco piu’ di un migliaio. Nel 2014 e’ invece previsto un maggiore uso poiche’ diversi impianti si fermeranno per i lavori di risanamento ambientale. Sui nuovi contratti, infine, pesa il taglio del 10 per cento a seguito del dimezzamento della copertura dello Stato con la legge di stabilita’. I sindacati avevano chiesto che la Regione Puglia coprisse il 10 per cento mancante ma la risposta non e’ stata positiva.(PaeseNuovo)

lunedì 7 ottobre 2013

Addio palazzinari?

Una piazzata in pieno stile tarantino.
Siamo di fronte alla fine di una categoria di palazzinari vissuti all'ombra della speculazione?
Una categoria che ha sempre preferito le mazzette e gli inciuci coi politici di turno allo sviluppo di progetti avanzati, di nuove tecnologie?
Come i dinosauri di un'età dell'oro di soldi facili, piani indefiniti e sempre in variante, gestione anarchica e lobbistica, ora ansimano con la città che si contrae, con le nuove leggi sul territorio, con la richiesta di competitività sull'offerta e di riqualificazione dell'esistente. 
Già adesso vengono da fuori a soddisfare queste richieste.
Il settore non è morto, sono loro ad essere ormai superati! 

"Il settore edile è in vendita" l'annuncio shock sui giornali

Sembra la classica pagina pubblicitaria di vendite immobiliari. Ma è l’intero sistema di imprese edili di Taranto che in questo modo comunica di aver chiuso, battuto dalle difficoltà del momento, dall’indifferenza delle banche e dalle promesse mancate della politica. “Fine attività” c’è scritto sulla pagina di giornale comprata sui quotidiani locali dalla sezione dei Costruttori edili di Confindustria Taranto, aderente all'Ance. Il 'vendesi' campeggia a caratteri cubitali, e nella pagina non mancano le offerte condite da amara ironia. Si offrono infatti 'sconti al massimo ribasso, comodi pagamenti in ritardo, zero interesse dalle banche'. E poi, a chiudere la pagina, un chiaro riferimento a chi dovrebbe lavorare per il bene comune: 'Astenersi perditempo politici'. Quella della pagina pubblicitaria sui giornali è solo la prima di una serie di iniziative che i costruttori tarantini hanno in calendario per invitare le istituzioni a un confronto per trovare le soluzioni ad una crisi che sta portando alla cancellazione del settore. La prossima verranno affissi per la città manifesti '3x6' dello stesso tenore. "Dal 2009 ad oggi - spiega Antonio Marinaro, presidente dell’organizzazione di categoria - la massa salari è diminuita del 69 per cento, e questo è direttamente proporzionale al calo del fatturato. Nello stesso periodo, dall'inizio della crisi, il settore ha perso 4.000 addetti". L'imprenditore punta il dito soprattutto sull'utilizzo degli investimenti, che a Taranto ci sono stati ma non hanno avuto ricadute positive sull'economia locale. "Penso - spiega - alla realizzazione con fondi Cipe della piastra logistica al porto, oppure alle bonifiche ambientali. Per le imprese locali è come se non fosse accaduto nulla, tutto è passato sulle nostre teste". Marinaro parla di "potentati economici italiani ed europei che si garantiscono gli appalti, prendono i soldi e vanno via", senza lasciare neanche le briciole al tessuto economico locale. "Non lo possiamo permettere più - conclude - o qui sarà la fine dell'edilizia". (Rep)

lunedì 1 luglio 2013

Meno due ma... al lupo, al lupo, al lupo, al lupo....!!!

La schizofrenia (o l'insensatezza) dei giornalisti e dei titolisti a volte sono così plateali che danno proprio fastidio!
geagea
Insomma è crisi o è ammodernamento per l'AIA?
Il fatto è che certa carta stampata, consapevolmente o meno, si presta ad alimentare questo stato di terrore costante che è funzionale a tenere la città sotto il giogo del ricatto economico.
Quei passaggi sugli impianti sono dovuti. Prima o poi, sono dovuti. Quindi mercato o no, operai o meno, non è un problema della città se chi doveva fare lavori ha fatto melina per anni ed anni ed ora si ritrova con gli arretrati e i commissari in casa!
Anzi, bisogna essere consapevoli che ogni stop corrisponde ad un passo avanti verso la "possibile" messa a norma. E sicuramente il calo di produzione ha effetti benefici sull'aria che respiriamo!
Una città normale fa paura?
O forse è meglio avere sempre il lupo sotto casa per vendere qualche giornaletto in più?


Crisi all’Ilva, stop all’altoforno 2 Tre mesi di chiusura

L'Ilva fermerá da oggi l'altoforno 2 per la crisi del mercato siderurgico. La scorsa notte è avvenuta l'ultima carica di materiali per consentire l'ultima colata di ghisa, dopodiché l'impianto resterá inattivo per tre mesi, periodo nel quale, utilizzando la fermata, saranno effettuati in anticipo sul programma dell'Autorizzazione integrata ambientale i lavori di ammodernamento che riguarderanno fra l'altro il sistema di raffreddamento e la parte alta dell'altoforno.
La fermata dell'altoforno 2, insieme a quella dell'acciaieria 1, era già stata annunciata ai sindacati metalmeccanici a metà giugno e oggi diviene operativa. Nei giorni scorsi sono state eseguite tutte le operazioni preliminari allo stop dell'altoforno 2, la cui produzione a regime è di circa 5.000 tonnellate di ghisa al giorno. Col blocco dell'altoforno 2, l'Ilva marcerà solo con due altiforni essendo l'1 già stato fermato l'8 dicembre mentre il 3 è inattivo da molto tempo. Restano quindi in funzione gli altiforni 4 e 5. Quest'ultimo si fermerà agli inizi dell'estate del prossimo anno.
Ma dopo l'altoforno 2 l'Ilva fermerà nei prossimi giorni anche l'acciaieria 1 che già da oggi si predisporrà al blocco con un assetto di marcia ridotto. Rispetto ai tre mesi previsti per l'altoforno 2, lo stop dell'acciaieria 1 sarà più contenuto e in questo periodo lo stabilimento siderurgico andrà avanti con una sola acciaieria, la 2. Per l'altoforno 2, spiegano i tecnici dell'Ilva, la fermata sarà meno complessa di quella dell'altoforno 1, anch'esso soggetto ai lavori di rifacimento prescritti dall'Aia. Oggi, infatti, non ci sarà quella che i tecnici chiamano la colata della «salamandra», ovvero di quella parte di ghisa che col tempo si deposita nella parte bassa dell'altoforno e non viene mai fatta fuoriuscire. Questo non avverrà, spiegano ancora i tecnici, perchè rispetto all'altoforno 1 i lavori da farsi sul 2 saranno meno impegnativi e richiederanno minor tempo essendo stato quest'impianto già oggetto di migliorie.
Con quest'ulteriore stop, la produzione giornaliera di ghisa scende da 17-18mila tonnellate a 14-15mila al giorno. Prima che si fermasse l'altoforno 1 si producevano 21-22mila tonnellate di ghisa al giorno. Stando ad una prima tabella di marcia, era previsto che nella prima metà del 2014 sarebbero stati fermi insieme gli altiforni 1 e 5 essendo l'attività dell' 1 condizionata dal rifacimento, a monte, delle batterie coke che alimentano l'impianto, i cui lavori richiedono più tempo rispetto a quelli dell'impianto stesso. L'Ilva, però, soprattutto se nel frattempo le condizioni del mercato saranno migliorate, non ha escluso di far ripartire l'altoforno 1 a prescindere dal completamento delle batterie coke collegate, alimentandolo dall’esterno. Cioè acquistando il coke sul mercato. (GdM)

domenica 1 luglio 2012

Ilva. Qui prodest?

UNO STUDIO DEL CENTRO STUDI SIDERWEB HA FATTO UN CALCOLO INTERESSANTE
L’Italia senza Ilva? -0,05% del Pil

 
Quante volte negli ultimi anni, in mezzo alle tante polemiche e parole spese sull’inquinamento della città di Taranto, ci siamo sentiti dire che l’Ilva è un’azienda fondamentale per l’economia italiana, regionale, provinciale e cittadina? Tante, tantissime. Ce lo hanno ripetuto i politici, i sindacati, economisti e studiosi del mercato, guru del mondo dell’acciaio, ex sindacalisti diventati politici, ex lavoratori e dirigenti Ilva diventati ambientalisti, studiosi diventati una specie di oracolo in materia, e chi più ne ha più ne metta. Addirittura siamo arrivati all’assurdo dal sentirci dire che Taranto è una città “storicamente a vocazione industriale”. Che se non fosse per i due mari che la bagnano, ci sarebbe da credergli ad occhi chiusi. Ci è stato anche detto a più riprese che val bene foraggiare qualunque altro tipo di economia, ma solo e soltanto se essa cresca accanto a quelle industriale e non, anatema degli anatemi, che diventi una reale alternativa ad essa. Dunque, industria, Pil, esportazioni, economia che gira, soldi, stipendi, lavoro, progetti di vita, futuro. E miliardi, tanti miliardi per rendere l’Ilva il più eco-compatibile possibile. Sì, perché abbiamo anche dovuto ascoltare per anni la favola che un impianto grande due volte una città come Taranto, si possa trasformare, o meglio, ambientalizzare. Dovevamo essere tra le città più ricche e all’avanguardia del paese: vuoi mettere la fortuna di avere sul territorio Ilva, Eni, Cementir, discariche e quant’altro? Per non parlare di tutta l’economia dell’indotto? Centinaia di imprese, di imprenditori pronti a far soldi ed arricchire la provincia regina del Sud. Avremmo dovuto avere un polo scientifico tecnologico all’avanguardia, un’Università indipendente e tra le migliori nel mondo. Per non parlare delle strutture ospedaliere: vuoi anche soltanto per reggere l’urto impressionante e devastante degli “effetti collaterali” di tanto ben di Dio. Avremmo dovuto avere una città in cui la classe meno abbiente sarebbe dovuta essere al massimo il ceto medio. Per non parlare del turismo culturale e marittimo: siamo stati la capitale della Magna Grecia, possediamo opere, strutture e suppellettili unici nel mondo: altrove si venderebbero l’anima anche solo per avere un decimo del nostro patrimonio archeologico. Per non parlare del nostro clima, del nostro mare, dei nostri tramonti. Ma evidentemente più di qualcosa non ha funzionato. Visto che a partire dagli anni ’80 la popolazione di Taranto non fa altro che diminuire, anno dopo anno. Irrimediabilmente. Una fuga non verso la vittoria, ma verso la salvezza. Di migliaia di giovani, famiglie. Abbiamo perso amici, parenti, amori, sogni, speranze. E poi ancora AIA, ricorsi continui al TAR, bonifiche, campionamenti in continuo, camini che fumano, falde inquinate, scarichi a mare, zone interdette, inchieste, reati, incidenti probatori, animali abbattuti a migliaia, divieti di pascolo, malattie, tumori di ogni forma e grado e per ogni organo, bambini, donne, uomini, anziani: non si è salvata nessuna forma di vita. Inutile parlare di acqua, terra, aria.
Tutto questo per ottenere cosa? Impossibile rispondere senza farsi venire un principio di ictus. E così, in attesa che la Procura di Taranto si pronunci dopo la maxi-perizia formulata di periti nominati dal Gip Todisco, il centro studi di Siderweb, il portale della siderurgia italiana, sulla base dei dati di bilancio 2010 estratti dallo studio “Bilanci d’Acciaio”, ha provato a fare un calcolo: verificare l’impatto della possibile chiusura (alla quale non crede nemmeno il più ottimista degli idealisti) del polo siderurgico sul Pil di Italia, regione Puglia e provincia di Taranto. Uno studio del 2008 della Banca d’Italia aveva calcolato per la provincia di Taranto un valore aggiunto del 75% del Pil: un dato al cospetto del quale si è sempre fatto più di un passo indietro. Ma da allora sono passati quattro anni, e qualcosa deve essere pur cambiato, complice anche la crisi economica mondiale che però, bene o male, al momento ha soltanto sfiorato il mondo dell’acciaio. Bene, questo nuovo studio ha calcolato che “il peso diretto dell’ILVA sull’economia italiana, in termini di valore aggiunto (valore aggiunto Ilva/Pil nazionale), è pari allo 0,05%. Il peso sul Pil della Puglia è di circa l’1,24%, mentre quello sul Pil della provincia di Taranto è pari a circa il 7,7%”. Il peso, ovviamente, aumenta se si “considerano anche il valore aggiunto delle imprese dell’indotto e l’effetto sull’economia, soprattutto locale, dovuta ai consumi delle famiglie dei dipendenti (diretti e indiretti) dell’ILVA. Considerando anche queste componenti si può stimare intorno allo 0,15% il peso sul Pil italiano, inoltre se si fa riferimento all’intero comparto manifatturiero il pese raggiunge il 47,5% in riferimento alla provincia pugliese e l’8,24% sul confronto regionale. Infine in relazione all’indotto nel confronto provinciale si tocca il 12,03% del totale mentre a livello regionale il dato del valore aggiunto raggiunge il 2,4%”. Dati che parlano da soli. Ma che devono assolutamente essere da monito a tutti: perché sono la spia di un qualcosa che lentamente cambia. Il segnale che è il momento giusto per sposare la causa delle famose alternative economiche. Dati che possono essere usati anche nei tavoli di concertazione come quelli che si apriranno per il riesame dell’AIA. Certo, sempre di numeri stiamo parlando. Ma se è vero che la Procura di Taranto non chiuderà né ora né in futuro l’Ilva, è altresì indubitabile che questo territorio abbia nel suo dna le possibilità per puntare sulle sue risorse primarie: sulla sua cultura, sulla sua storia, sul suo territorio. Se poi vogliamo continuar star qui a credere alle favole…  Gianmario Leone (Taranto Oggi)

lunedì 18 giugno 2012

Pirro, una vita per l'Ilva...

Export di Puglia, Ilva protagonista
L'impresa della famiglia Riva detiene il primato nel 2011: i dati di 10 anni di esportazioni nel lavoro di Federico Pirro e del centro studi di Confindustria. Ma gli industriali chiedono alla Regione burocrazia zero

Dieci anni di export pugliese, dal 2001 al 2011, passati al setaccio da Federico Pirro, ordinario di Storia dell’industria presso l’Ateneo di Bari in collaborazione con il centro studi di Confindustria Puglia mettono in luce la validità dei prodotti pugliesi, che nel 2011 hanno registrato un tasso di crescita nell’export del 17,9%, ottenendo così il primato tra le regioni italiane con più di otto miliardi di euro in scambi commerciali. Nel primo trimestre del 2012 secondo i dati Istat il segno positivo registra un incremento del 10% rispetto allo stesso periodo del 2011 ed è la provincia di Taranto a guidare la classifica con il 34,2% dei prodotti esportati. A farla da padrone è l’acciaio dell’Ilva e poi i prodotti farmaceutici, l’agroalimentare, l’industria estrattiva e la componentistica per le auto e per la trazione meccanica. La provincia di Bari registra un segno meno. Sotto di 8 punti percentuali nel 2011, “Perché ancora risente della crisi del tessile-calzaturiero – spiega Pirro – che dal 33% dell’export del 2001 è passato al 12% del 2011 ma è comunque in ripresa, visto che nel 2011 ha raggiunto i 684 milioni di euro di scambi rispetto ai 611 del 2010”. L’Ilva nel 2011 ha venduto acciaio e derivati per 1,348 miliardi di euro all'estero: la segue la Merck Serono, industria farmaceutica che con il suo miliardo e 100 milioni di euro in esportazioni tiene viva la provincia di Bari, ponendola quinta in Italia per export di settore mentre i prodotti agroalimentari su base regionale hanno ottenuto nel 2011 una prestazione pari a 693 milioni di euro in prodotto esportato. “Fra il 2001 e il 2011 le esportazioni pugliesi hanno registrato un più 30,85% rispetto al 37,67% della media nazionale – ha sottolineato Pirro – e non ci sono solo le grandi aziende ma ben 5184 operatori dell’esportazione (dato Istat 2012 ndr)”. Vince il prodotto Puglia, secondo Giancarlo Quaranta, direttore del centro studi di Confindustria regionale “e le esportazioni hanno garantito la sopravvivenza delle aziende a fronte di un calo della domanda interna e hanno permesso alle aziende di mantenere i livelli occupazionali. Ma ora abbiamo bisogno di regole certe per il settore industriale”. Che è quello denominato “bollino blu della burocrazia 0” auspicato da Angelo Bozzetto, presidente di Confindustria Puglia: “Chi programma investimenti ha bisogno di tempi certi – ha ricordato Bozzetto – e il legislatore, in questo caso la Regione Puglia, è chiamata ad assicurarli. C’è ad esempio molta confusione sul tema delle energie rinnovabili, in Puglia siamo arrivati al quinto conto energia, modificare continuamente le normative è un problema. Abbiamo avuto due anni fa la legge sulla semplificazione del posizionamento degli elettrodotti, prima ci volevamo 19 pareri . Il rispetto della legge è necessario, ma la certezza delle regole ancor di più”. A Taranto, come ha ricordato Federico Pirro, un’azienda statunitense di plastiche biodegradabili, la Cereplast, vorrebbe insediarsi nell’ex stabilimento della Sural, ma è in corso un’istanza di fallimento che potrebbe far allontanare l’investitore straniero, che vorrebbe semplicemente utilizzare un manufatto sulla strada per Massafra. “Ci sono delle multinazionali che quasi ci chiedono la raccomandazione – spiega Michele Vinci, presidente di Confidustria Bari e Bat – per insediarsi da noi; la creazione dell’Asi alla zona industriale doveva servire per semplificare le cose e invece si è aggiunto un anello alla catena della burocrazia, anche per fare una variante ad un capannone”. Un no deciso quindi alle lungaggini e alle carte bollate che impediscono all’economia pugliese di essere vincente nei mercati interni: una richiesta alla Regione di snellire la burocrazia che corrode l’impresa. (Gobari)

martedì 12 giugno 2012

Tutta colpa degli ambientalisti!

La crisi morde anche l'Ilva. Da oggi fermi due impianti
Stop a tempo indeterminato per il treno nastri 1 e l'elettrozincatura. I 300 dipendenti dei reparti saranno distribuiti in altri settori: "Niente cassa integrazione"

La crisi morde anche l'Ilva da oggi fermi due impianti L'Ilva di Taranto Stop a tempo indeterminato. L'Ilva di Taranto ha fermato oggi due impianti importanti, il Treno nastri 1 e l'Elettrozincatura. La fermata, già annunciata nei giorni scorsi dall'azienda ai sindacati metalmeccanici, si rende operativa a causa della crisi di mercato che continua a non dare tregua all'acciaio. Treno nastri 1 ed Elettrozincatura sono due degli impianti sottoposti a fermata che sta interessando, con tempi e modalità diversi, anche altre aree del siderurgico pugliese come i laminatoi a freddo e i tubifici e per i quali la fermata ha un arco temporale già fissato. Nessun contraccolpo serio sull'occupazione. I circa 300 lavoratori - su un totale di 12mila addetti allo stabilimento di Taranto - degli impianti sottoposti a fermata, sia temporanea che prolungata, non andranno in cassa integrazione, ma ridislocati in altri settori e reparti oppure collocati in ferie forzate. L'Ilva parla di "misure gestionali" che dovrebbero consentire di superare questo periodo difficile senza ricorrere alla cassa integrazione, che è stata paventata nelle scorse settimane proprio a fronte della crisi e sulla quale l'azienda del gruppo Riva ha poi preferito soprassedere almeno per il momento.(Rep Ba)

martedì 5 giugno 2012

Tutti in ferie, non serve acciaio!

Ilva, impianti fermi per la crisi
Ferie forzate agli operai. L'azienda:«Nessun rischio di cassa integrazione previsto piano di ricollocazione dei lavoratori»

La direzione dello stabilimento Ilva di Taranto ha comunicato ai sindacati una serie di fermate che coinvolgeranno alcuni reparti delle aree dei Treni Nastri, dei Laminatoi a freddo e dei Tubifici. Queste fermate interesseranno un arco di tempo che andrà da qualche giorno sino a un massimo di 4 settimane, ma non comporteranno - assicura l'azienda - il ricorso alla cassa integrazione, tramite un piano di utilizzazione delle ferie. Alcuni impianti, come il Treno Nastri 1 (Tna1) e l'Elettrozincatura (Elz) subiranno una fermata totale da domenica 10 giugno. LA NOTA - «La fermata di questi impianti - sottolinea in una nota Pietro De Biasi, responsabile delle relazioni industriali del Gruppo Riva - si rende necessaria a causa del deterioramento dell'andamento del mercato dettato dalla crisi internazionale. Nonostante questo e con notevole sforzo da parte dell'azienda, le misure gestionali poste in essere - conclude il dirigente - dovrebbero consentire, con le attuali condizioni di mercato, di evitare il ricorso alla cassa integrazione attraverso un piano di ricollocazione e utilizzo delle ferie». (CdM)

lunedì 2 gennaio 2012

Acciaio, acciaio e ancora acciaio

Economia a Taranto. L’acciaio stretto tra crisi e doppio voto

Da oggi riprende la sua marcia il treno nastri numero 1 all’Ilva. La notizia, già anticipata nei giorni scorsi, coincide con l’inizio dell’anno e con altri passaggi congiunturali della produzione siderurgica di segno opposto, come la riduzione da 10 a 5 turni imposta dalla crisi di commesse al tubificio 1 e al tubificio Erw. Che il 2012 si aprisse in chiaroscuro per lo stabilimento siderurgico si sapeva. In ottobre si è temuto, addirittura, un nuovo ricorso alla cassa integrazione e aleggiava lo spettro di una permanente riduzione della domanda di acciaio tale da imporre una corrispondente riduzione della produzione e, quindi, una revisione dei numeri degli occupati. Del resto, più volte, Fabio Riva, vicepresidente del Gruppo, ha dichiarato che lo stabilimento siderurgico di Taranto poteva marciare solo a pieno regime per la sua natura (il ciclo integrale) e per le necessità legate al mercato. Una riduzione produttiva poteva essere considerata solo come temporanea altrimenti avrebbe comportato una revisione sensibile degli assetti occupazionali.

L’ultima «istantanea» sullo stato del mercato dell’acciaio Fabio Riva l’ha offerta a fine novembre, quando a Taranto ha presentato il Rapporto ambiente e sicurezza. «Situazione pesante, pesantissima» aveva detto. E in un altro intervento, sempre in quell’occasione, Giuseppe Pasini, presidente di Federacciai, aveva aggiunto: «Il 2011 è stato un anno pessimo e prevediamo che nel 2012 le cose possano andare anche peggio». Restano dunque le incertezze per i prossimi dodici mesi, ma si prova a guardare con minor pessimismo al futuro se non altro per il dato complessivo della produzione che, nel 2011, è salita da cinque a sei milioni di tonnellate d’acciaio. Solo, però, fra qualche settimana si potrà capire quale corso prenderanno le cose.

Il 2012, tuttavia, sarà un anno importante non solo dal punto di vista economico. Ci sono appuntamenti importanti legati al rapporto tra fabbrica e territorio. A Taranto si vota per il rinnovo del Consiglio comunale e dell’Amministrazione civica. Nella temperie elettorale molto conterà la materia ambientale. Gli ultimi dati dell’Arpa sulle emissioni di diossina certificano una decisa riduzione dell’inquinante in atmosfera, addirittura al di sotto della media prevista dalla legge regionale del 2008. Proprio nei giorni scorsi ci sono movimenti politici (i grillini) o ambientalisti di lungo corso (Fabio Matacchiera) che hanno polemizzato con l’Arpa e con la Regione Puglia, in particolar modo con il presidente Nichi Vendola, ritenendo discutibili le rilevazioni effettuate dall’Ag enzia regionale per l’ambiente.

Questo sembra dirla lunga sul clima dei prossimi mesi e sulle polemiche a sfondo elettorale che potrebbero prendere il sopravvento facendo perdere di vista tutta una serie di obiettivi importanti come il monitoraggio in continuo della diossina (previsto inizialmente dalla stessa legge regionale) o la riduzione di altri pericolosi inquinanti come il benzoapirene. Temi, questi ultimi, assai importanti sul cammino della eco-compatibilità delle industrie: un percorso assai difficile e complesso sul quale molti si spendono con grandi esercizi verbali, ma che deve essere affrontato concretamente, passo dopo passo, altrimenti rimane nell’alveo degli slogan. C’è, infine, la partita del referendum sulla chiusura totale o parziale dell’Ilva. Il comitato «Taranto futura» si batte perché sia indetta dal Comune la consultazione e si è rivolto al presidente della repubblica perché, sulla base dell’ultima sentenza del Consiglio di Stato, il Comune acceleri sull’organizzazione del voto. Un’altro passaggio importante per la città. E per la fabbrica. Su cui misurarsi in questo 2012 che è appena cominciato. (GdM)

sabato 24 dicembre 2011

Le chiacchiere di Pirro

Ed eccolo il nostro professorino Federico Pirro che con gli "amici" di Confindustria sforna questo rapporto in cui l'Ilva e la Centrale di Brindisi sono i veri colossi del PRODOTTO INDUSTRIALE MADE IN PUGLIA.

Non solo, si spinge persino a dire che questa "salute" delle industrie colonia che parlano lombardo si propaga all'indotto...
Eccolo, come sta l'indotto tarantino.

Qui solo le campane dell'Ilva suonano a denaro (tranne quando bisogna cacciare fuori i soldi per combattere l'inquinamento)!


Pirro, per favore... un po' di pudore..., no?

mercoledì 30 novembre 2011

Ilva? altro che crisi di produzione!!!

Il metodo Riva contro la crisi mondiale? produrre, produrre, produrre!!! (però lo dice solo agli stranieri, non a noi...)
E noi a respirare!


Italy’s Ilva to maintain crude steel output levels

On the sidelines of the presentation of Taranto-Italy based steel mill Ilva's 2011 Environment and Safety Report, Fabio Riva, vice president of Riva Fire, reaffirmed the holding company's commitment towards Ilva, which is the biggest integrated steel production plant in Europe.
Commenting on the economy and on Ilva's situation in particular, Mr. Riva stated, "We are observing a deep economic crisis caused by structural issues, worsened by the tightening of credit accessibility, which is curbing steel demand," adding, "However, we are not slackening our activity, as reducing crude steel output at Ilva's blast furnaces would greatly boost production costs, to an unbearable degree. Production capacity at the company's facilities needs to be exploited as much as possible." (steelorbis)

Economia vera a Taranto il 2 dicembre

L'economista Sergio Cesaratto (Univ. di Siena) a Taranto!

Dopo gli appuntamenti del 16 e 17 novembre chiude il ciclo di seminari "Dentro la crisi. Itinerari nel mondo che cambia" l'incontro con il prof. SERGIO CESARATTO, docente di Politica Economica all'Università di Siena. L'evento si terrà venerdì 2 dicembre presso i locali della Facoltà di Economia (via Lago Maggiore angolo via Ancona). Per maggiori info: http://www.siderlandia.it/?page_id=2750 oppure http://www.facebook.com/event.php?eid=223063701099196 Sergio Cesaratto (Roma, 1955) è uno dei più autorevoli economisti "eterodossi" italiani. Allievo di Pierangelo Garegnani, ha lavorato come ricercatore presso il CNR dove si è occupato di Economia dell’innovazione. Nel 1992 è diventato ricercatore alla Sapienza, e poi professore associato e ordinario a Siena dove insegna Politica economica ed Economia dello sviluppo. Si è principalmente occupato di teoria della crescita e analisi dei sistemi pensionistici in una prospettiva non ortodossa. Ha pubblicato numerosi articoli su riviste italiane e internazionali. Ha scritto e scrive su il Manifesto e l'Unità. E' fra gli autori della rivista on-line www.economiaepolitica.it. Recentissimamente ha esteso un documento per una nuova politica economica europea sottoscritto da oltre 300 economisti italiani e stranieri (http://documentoeconomisti.blogspot.com/). Parte della produzione pubblicisticia del professore è disponibile sul suo blog: http://politicaeconomiablog.blogspot.com/

L'intero ciclo di seminari è stato organizzato dal Sindacato Studentesco LINK Taranto e dal settimanale on-line Siderlandia.it, con la collaborazione di FISAC Puglia, FISAC Taranto e FIOM Taranto e con il patrocinio del Comune di Taranto e Radio Popolare Salento (Media Partner)

lunedì 7 novembre 2011

Sindacalmene soliti..

Taranto, «per l'acciaio se la crisi perdura il 2012 un anno nero»
Quale futuro per Alenia?


Di Vittorio Massanelli si apprezza sempre quel tratto umano che tempera la scorza ruvida del sindacalista di lungo corso. Dalla scorsa estate la sua esperienza è di nuovo al servizio della Fim Cisl, come commissario. In un momento difficile: «Dobbiamo rendere efficace l’azione sindacale con una serie di azioni concrete. E dobbiamo restituire alla Fim Cisl il ruolo che storicamente le compete».
La Fim Cisl un tempo maggioranza nello stabilimento siderurgico, la Fim Cisl di Mimmo D’Andria, il sindacato bianco caro all’arcivescovo Guglielmo Motolese e che spiegò le ragioni della fabbrica a papa Paolo VI quel Natale del 1968, Natale tra gli altoforni.
Massanelli, azioni concrete. Per esempio sul «tempo tuta». Lei invita la Fiom Cgil ad essere realista sulla necessità di chiudere un accordo con l’Ilva, ma si rischia la spaccatura. «Facciamo un po’ di conti: l’Ilva deve mettere sul piatto 25 milioni di euro per i lavoratori se stringe l’accordo sul “tempo tuta”. Che facciamo? Rinunciamo? La proposta di quantificare a un euro e 80 centesimi il tempo trascorso dall’arrivo in fabbrica al lavoro effettivo è una proposta insufficiente. L’Ilva è disponibile alla discussione, ma dice no a un testo dell’accordo che favorisca il contenzioso».
E lì comincia il dissidio con la Fiom Cgil… «Non è uno scandalo dire che sono d’accordo con l’azienda. E spiego il perché facendole una domanda. Secondo lei, un sindacato e un sindacalista, deve privilegiare le cause giudiziarie o gli accordi sindacali? Se un lavoratore non accetta l’intesa può sempre rivolgersi al giudice. E i contenziosi riguardano, per la stragrande maggioranza dei casi, lavoratori già in pensione. Poi, mi scusi: torno al ragionamento fatto in precedenza. Come si fa a sostenere la politica dei contenziosi di cui, inevitabilmente, beneficerebbe l’Ilva? Sa perché dico questo? Perché senza un accordo l’azienda non dovrebbe scucire quei 25 milioni di euro di cui parlavamo. E sui contenziosi non è automatico il sì del giudice del lavoro. Chi sarebbe favorito da tutto questo: l’azienda o i lavoratori?»
All’Ilva la crisi si fa sentire. Lei crede sia vicina una nuova ondata di cassa integrazione? «Voglio dire prima una parola netta, tornando al “tempo tuta”. O si chiude in fretta la trattativa oppure sarà la crisi a creare un contesto sfavorevole alla conclusione della trattativa. Quanto alla crisi, anche qui voglio essere netto: nessuna cassa integrazione fino a fine anno. Ma se la situazione di crisi perdura, il 2012 non sarà un anno facile per il lavoro al’Ilva. Il pericolo più grande rimane la stagnazione. Cioè il radicarsi della crisi, il suo diventare permanente, il suo abbassare in via definitiva i livelli produttivi con contraccolpi occupazionali serissimi. Ecco quindi che i sindacati sono chiamati a un grande atto di responsabilità, anche in un passaggio decisivo».
Quale? «In fabbrica c’è la necessità di verificare la piena applicazione degli accordi. Spesso nella gestione degli accordi emerge una differenza rispetto alle intese firmate. Questo sul piano delle relazioni industriali non è normale. Bisogna neutralizzare questa differenza».
Chissà cosa penseranno Fiom e soprattutto Uilm di questa valutazione… «Credo non avrebbero difficoltà a pensarla così. Un sindacato ha interesse a rendere sistematica la corretta esigibilità degli accordi. Fuori dal sindacalese: gli accordi si rispettano sul campo, in fabbrica. E noi dobbiamo vigilare…».
E il problema ambientale? «Non si può liquidare con una battuta. Le dico, rispetto a tutto il sistema industriale tarantino, che va perseguita la strada dell’eco-compatibilità. Fino in fondo, fino a vedere che è impossibile da seguire e solo allora pensare ad altro. Ma io ho fiducia. Lavoratori e cittadini hanno diritto a lavorare nelle migliori condizioni ambientali possibili. Le giro l’ultima domanda, a lei che è giornalista. L’eco-compatibilità è davvero contraria all’interesse dei cittadini?» (GdM)

giovedì 27 ottobre 2011

Ottimismo?

Il dinamismo gentile. Il coraggio di due anime aperte al mondo

I numeri aiutano a capire, ma non riescono a spiegare tutto. Tanto più per una regione che assomiglia a tanti mondi diversi riuniti insieme, per un destino strano, dalla geografia. Si guarda da un lato e si vedono gli altiforni dell’Ilva, si osserva l’interno e si vedono le Masserie trasformate in questi anni da case fortificate in luoghi d’accoglienza di grande fascino. Si guarda al distretto dei divani e si vede la crisi che pure agita l’economia ma soprattutto il tentativo di trovare vie d’uscita. Magari nuove, come accade per Natuzzi. Si guarda all’università e si scopre che il Politecnico di Bari viene considerato uno dei punti di forza dell’economia regionale. L’eccellenza dell’istituto di nanotecnologie di Lecce. Deve significare qualcosa se il porto di Taranto rappresenta il terzo scalo merci in Italia.
Segno di un sistema che fa dell’apertura verso il mercato uno dei suoi tratti distintivi. E allora vale la pena scorrere qualche numero: la fotografia che scatta la Banca d’Italia dice di una regione nella quale le esportazioni sono cresciute del 20% rispetto a una media nazionale di poco superiore al 15%.
Come dire: dove il mercato interno è frenato la strada è quella di aprirsi. Dall’aeronautica di Foggia e Grottaglie alla meccatronica. E segnali positivi si intravedono anche in un settore tradizionale come l’abbigliamento. E poi il turismo, quella voce dell’industria leggera che rappresenta ormai per la Puglia una strada in crescita: le presenze straniere sono aumentate del 10% rispetto al 4% degli arrivi nazionali. Segno di politiche per l’accoglienza che cominciano a dare i loro risultati. Un’economia soft che convive con quella che una volta si definiva l’industria pesante. La siderurgia, appunto. Perché è dalla combinazione di queste due anime che il tessuto produttivo ha qualche chance di reagire alle difficoltà.
Sbaglierebbe chi pensa di trasformare il territorio pugliese in un grande albergo a cinque stelle, ma certo l’illusione industrialista assoluta ha segnato il suo tempo. Così c’è un altro numero che dimostra la vitalità di questo che potremmo definire il dinamismo gentile: il numero dei brevetti, che nel periodo tra il 2002 e il 2007, scrive sempre la Banca d’Italia, è raddoppiato. Un sensore delle idee che rendono vivo il tessuto imprenditoriale. Certo i dati della cassa integrazione richiamano la necessità di affrontare anche qui una situazione di difficoltà che riguarda tutto il Paese. Ma vale la pena ricordare l’iniziativa della Regione dal nome curioso «Bollenti spiriti», che consente ai giovani di avviare un’iniziativa economica. La domanda di attenzione per le nuove idee resta sempre molto alta. La Puglia, anche in questo, mostra un po’ di coraggio in più.

sabato 22 ottobre 2011

Crisi d'acciaio!

Cig all’Ilva? Si attende il 2012
Dal 30 ottobre si ferma il Treno nastri 1. Marcia ridotta per i due Tubifici

«La situazione è molto delicata. I vertici Ilva per qualche giorno resteranno ancora in stand by per capire quale sarà il quadro degli ordini del primo trimestre del 2012. Se la situazione si normalizzerà non ci saranno ripercussioni sull’occupazione; se invece il trend peggiorerà ancora, si aprirà nuovamente la possibilità di ricorrere agli ammortizzatori sociali».
Così Rocco Palombella, segretario generale della Uilm nazionale tratteggia la situazione nel più grande centro siderurgico d’Italia. Già lo scorso 7 ottobre il “Corriere” aveva anticipato la possibilità che lo stabilimento ionico nei prossimi mesi potesse fare ricorso alla cassa integrazione e questo scenario, purtroppo, sembra farsi concreto.
«L’apertura di una nuova procedura per la richiesta di cig in uno stabilimento delle dimensioni dell’Ilva – spiega Palombella – è una procedura molto complessa. L’azienda prima di avanzare qualsiasi richiesta vuole essere certa dello scenario futuro. Purtroppo siamo ripiombati in una fase di incertezza. La ripresa che sembrava essersi avviata almeno nel settore industriale, si è rivelata solo un sussulto che ora rischi di cadere in una nuova fase di recessione e le aziende rischiano di vanificare gli elementi postivi dei mesi scorsi».
Una situazione che non vale solo per l’Ilva e per l’Italia ma che riguarda tutte le nazioni. «Torno da due giorni di incontri a Bruxelles e in tutta l’area euro c’è una situazione analoga. Francia, Spagna, Germania hanno gli stessi nostri problemi. E’ urgente definire un patto per lo sviluppo ma non solo per l’Italia, serve un’iniziativa congiunta di tutti i Paesi europei altrimenti sarà difficile uscire dalla crisi».
Nel nostro Paese alla difficile situazione congiunturale si aggiungono le divisioni all’interno del movimento sindacale. A fine mese la Fiom chiederà ai lavoratori di esprimersi su una piattaforma per il nuovo contratto dei metalmeccanici. Una questione che Palombella liquida con una battuta: «Federmeccanica ha detto alla Fiom che la scadenza naturale del contratto è il 2012, è valido quello firmato da Fim, Uilm e Ugl. Il referendum per noi non ha alcun senso, non servirà ad aprire alcuna trattativa con le organizzazioni datoriali».
I primi segnali dell’incertezza del mercato si fanno già sentire sullo stabilimento siderurgico di Taranto. Dal prossimo 30 ottobre l’azienda ha annunciato la fermata, per ora a tempo indeterminato del Treno nastri 1.
«Per il personale – spiega Antonio Talò, segretario generale della Uilm ionica – per ora non ci saranno ripercussioni. I circa trecento addetti, compreso il personale per le manutenzioni, sarà spostato in altri reparti dell’area laminazione (rivestimenti, tubifici e Treno nastri 2). Il Tubificio 1 già marciava a dieci turni e continuerà con questo regime, mentre il Tubificio 2 passerà da 21 a 15 turni. Non è prevista alcuna mobilità. La procedura aperta, anzi rinnovata per circa 200 unità è una consuetudine che si ripete da circa dieci anni. Uno strumento che viene utilizzato per gli esodi incentivati e per chi è prossimo al pensionamento. In ogni caso, la situazione presenta margini di incertezza per i quali siamo molto preoccupati. Entro la prima metà di novembre dovremmo avere indicazioni più chiare». (CdG)
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All'Ilva venti di crisi. 200 operai in mobilità

Le fiamme della crisi tornano a divampare proprio quando sembrava spento l’incendio. E la scintilla è ancora al treno nastri. L’Ilva ha comunicato due sera fa alle segreterie generali dei sindacati metalmeccanici, Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm, l’apertura della mobilità per 200 lavoratori su base volontaria. Di più, dal 29 ottobre si fermerà, a tempo indeterminato, il treno nastri 1. Sembra il replay dei primi fuochi della recessione nel 2008. Anche allora, era fine anno, si cominciò con le ferie forzate e la chiusura del treno nastri 1.
Occorre ricordare che l’impianto è stato il primo impianto a fermarsi quando esplose la crisi e l’ultimo a ripartire quando, a fine 2010, sembrava che il Gruppo Riva si fosse scrollato di dosso ogni affanno derivante dall’ondata recessiva del biennio precedente. Lo stop del treno nastri 1 è durato due anni, il periodo caldo della crisi.
Oltre a questo impianto si fermerà anche il reparto zincatura: dieci giorni ufficialmente per manutenzione. Così per il treno lamiere, anche sei i timori sindacali crescono. La crisi non è galoppante come nel 2008-2009, ma potrebbe diventare strutturale. L’altra novità importante è una sensibile riduzione dei turni, da 20 a 15 per i lavoratori del tubificio 2.
L’Ilva ha comunicato ai sindacati che i 180 operai del treno nastri 1 non andranno in cassa integrazione ma saranno impiegati in altri reparti. Lo stesso accadrà ai lavoratori del tubificio 2 che sono soggetti alla riduzione dei turni. Lo stabilimento siderurgico marcerà con quattro altoforni e due acciaierie che, per il momento, restano tutti a pieno regime. Le decisioni aziendali tendono a ridiemnsionare la produzione di coils, i rotoli di acciaio indispensabili alla produzione di elettrodomestici, e di tubi. Evidentemente nei magazzini il Gruppo Riva ha accumulato ingenti scorte per un mercato che langue. Ecco spiegato lo stop a tempo indeterminato, fino a quando la domanda sul mercato non riprenderà quota. «È un segnale preoccupante - ha commentato Mimmo Panarelli della segreteria Fim Cisl - e da domani (oggi, ndr) nelle assemblee sul tempo tuta avremo questo argomento come priroità. Ci preoccupano i timori aziendali su questo calo costante che potrebbe diventare strutturale e, senza una ripartenza del mercato, con i magazzini che si riempiono, potrebbero essere adottate decisioni ancor più drastiche. (GdM)

sabato 8 ottobre 2011

Operai a casa... solite storie da Ilvatown

Mercato in crisi, nuova cig all’Ilva?

Consumi in calo e crisi di liquidità sono la tenaglia che sta stringendo in una morsa pericolosa l’economia mondiale. L’ottimismo che aveva accompagnato il 2010 e la prima fase dell’anno, ha ormai lasciato spazio all’incertezza.
Di questa congiuntura risentono tutti i settori, compreso l’industria di base che, anzi, in una certa misura anticipa le tendenze. Nei periodi di ripresa, infatti, è uno dei primi segmenti dell’economia a rimettersi in moto; in quelli di crisi uno dei primi a rallentare.
In questo contesto generale va inquadrato l’andamento dello stabilimento siderurgico di Taranto, con i suoi oltre dodicimila dipendenti ed una capacità produttiva di dieci milioni di tonnellate all’anno.
Nei mesi scorsi la ripartenza dell’Altoforno 4, dopo un accurato revamping, il progressivo aumento dei livelli produttivi, il rientro delle unità in cassa integrazione, avevano fatto sperare che il peggio fosse, ormai, alle spalle perchè questi erano i segnali macroeconomici e l’andamento del settore.
Ma gli scenari, ormai, mutano nel volgere di pochi mesi e così quello che fino a poco fa sembrava in cassaforte, adesso non lo è più. E bisogna allungare sguardo verso i prossimi due mesi per comprendere cosa accadrà.
Con questa grande incognita che incombe, il prossimo 13 ottobre Fim, Fiom, Uilm parteciperanno al coordinamento annuale dell’Ilva in programma a Roma. Per ora c’è grande cautela da entrambe le parti. Ma negli incontri avuti a Taranto nei giorni scorsi sulle questioni che attengono la gestione dello stabilimento, qualche manager avrebbe cominciato a lanciare dei segnali parlando di scenari poco chiari e di problemi di liquidità da parte di alcuni clienti dell’azienda siderurgica.
Situazioni e problemi che tutte le imprese sono chiamate ad affrontare in questo periodo, ma che in un’azienda delle dimensioni dell’Ilva, potrebbero assumere dimensioni di grande rilevanza sociale. Di questo sono consapevoli tanto i manager quanto i sindacalisti. Nessuno pronuncia le parole cassa integrazione, ma sembra essere proprio questo lo spettro che si affaccia nuovamente sullo stabilimento siderurgico di Taranto.
«Siamo lontanissimi dall’ottimismo dello scorso anno – afferma Rosario Rappa, segretario generale della Fiom Cgil – anche se sono passati solo pochi mesi. Ora l’azienda si muove in un quadro di maggiore incertezza perchè manca una prospettiva sul futuro. Il 13 ottobre parteciperemo alla riunione del coordinamento Ilva e sicuramente avremo maggiori elementi di riflessione. Per ora è preferibile non avanzare alcuna previsione».
Anche Antonio Talò, segretario generale della Uilm di Taranto, non fa mistero del mutato scenario internazionale. «I timori sono forti – ammette – per ora si escludono ricadute sulla produzione e sulla tenuta dell’occupazione. Però se le commesse non aumenteranno il rischio che si possa tornare indietro, è forte. Abbiamo di fronte uno scenario grigio. Dopo la riunione del 13 ottobre a Roma capiremo se questa situazione va verso una schiarita o se il quadro si farà ancora più scuro». (Corgiorno)

martedì 8 giugno 2010

4 ore soltanto? Un caffè lungo...

Cosa vuol dire? che l'ilva investe meno sull'ambiente rispetto al 2007?

ILVA TARANTO: APPALTI, VENERDI’ 4 ORE DI SCIOPERO FIM-FIOM-UILM

Quattro ore di sciopero per le aziende di appalto ILVA da effettuarsi venerdi’ 11 giugno, dalle 7 alle 11, sono state indette da FIM-FIOM-UILM con Assemblea davanti alla Portineria Imprese, per protestare sulle condizioni dei lavoratori e delle aziende in appalto, dove si sta riscontrando una situazione di grande sofferenza e di incerte prospettive lavorative. In merito la Direzione ILVA ha fornito alcuni dati sul numero di aziende ( 234 di cui 170 con meno di 15 dipendenti ) e di addetti 2686 che attualmente operano con ILVA e che rappresentano il regime normale perche’ non paragonabile al 2007 – 2008, anni in cui per forte richiesta del mercato dell’acciaio e grandi volumi d’investimento anche sull’ambiente operavano nell’appalto ILVA circa 6.000 lavoratori.(AGI)