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mercoledì 11 marzo 2015

Minima immoralia

Ilva avanti con i motori al minimo

L’Ilva è alla vigilia dello stop dell’altoforno 5. Il più grande impianto europeo verrà fermato nella notte tra il 12 e 13 prossimi per essere sottoposto ai lavori di rifacimento previsti dall’Autorizzazione integrata ambientale. Non ancora completato il piano operativo della fermata. È materia, questa, che l’Ilva definirà nei prossimi giorni non appena il quadro delle risorse sarà più chiaro in termini di disponibilità effettiva. Si calcola che lo stop dell’altoforno 5 possa durare circa sei mesi. Per i costi il commissario dell’Ilva, Piero Gnudi, in un’audizione in Parlamento dei mesi scorsi, ha indicato una stima di circa 250 milioni. Il decreto convertito in legge dal Parlamento assegna ai commissari, oltre alle risorse di Fintecna (156 milioni di euro), anche la possibilità di contrarre un prestito garantito dallo Stato sino a 400 milioni. Soldi che dovrebbero andare agli investimenti industriali e all’innovazione.
Fermando l’altoforno 5, l’Ilva passerà, in termini di produzione giornaliera di ghisa, da 16.500 a circa 10-11mila tonnellate, quest’ultime divise tra gli altiforni 2 e 4. Il siderurgico avrà quindi in funzione solo due altiforni su quattro perché l’altoforno 1 – fermo da dicembre 2012 per lavori – non dovrebbe essere rimesso in marcia prima di agosto e sino ad allora l’Ilva di Taranto viaggerà con uno standard minimo. Anche perché dal 17 al 20 marzo – secondo una data orientativa fornita dai sindacati – dovrebbe fermarsi anche l’acciaieria 1. Lo stop degli altiforni impatta anche a valle del ciclo e di conseguenza crescerà il ricorso ai contratti di solidarietà che nelle scorse settimane sono stati rinnovati, per tutto il 2015, per un numero massimo di 4.074 unità. Al contrario del 2014 e 2013, quando gli ammortizzatori sociali sottoscritti per circa 3.500 addetti sono stati usati per un numero inferiore, stavolta, invece, ci si avvicinerà alla quota massima.
E oggi a Taranto l’Ilva incontra i trasportatori per vedere come ripartire dopo l’accordo dei giorni scorsi. L’azienda si è detta disponibile a versare il 60% di acconto sulle nuove commesse (dal 15 marzo e sino ad agosto), a saldare il resto entro 30 giorni, e a verificare la possibilità di venire incontro alle richieste della categoria a proposito dei crediti pregressi, cioè precedenti l’amministrazione straordinaria. Che intanto dal 5 marzo scorso è estesa anche a sei società controllate dall’Ilva. Si tratta di Ilvaform, Innse Cilindri, Ilva servizi marittimi, Sanac, Taranto Energia e Lyonnaise Deroulage SA. Giudice delegato Caterina Macchi. (Sole24h)

giovedì 19 febbraio 2015

AFO-ndato!

Ilva: si ferma altoforno 5, oltre 4.000 in solidarietà

L'Ilva oggi ha comunicato ai sindacati dei metalmeccanici la fermata dal 19 marzo dell’altoforno 5, che garantisce circa il 50% della produzione di ghisa. Lo rende noto la Fim Cisl. Contestualmente resterà chiuso l’altoforno 1, ancora in manutenzione. I contratti di solidarietà andrebbero a toccare oltre 4mila lavoratori.
La fermata dell’Afo5 è dovuta ai lavori di adeguamento all’Autorizzazione integrata ambientale. Stesso discorso vale per l’Afo1, per il quale è stata indicata orientativamente la data dell’1 agosto per la ripartenza, ma l'azienda non esclude che possa essere riavviato prima.
Si allarga, di conseguenza, la platea di lavoratori in esubero che usufruiranno degli ammortizzatori sociali. A fine mese scadono i contratti di solidarietà che ha interessato per un anno, a rotazione, un numero massimo di 3.550 lavoratori. Ora si parla di una cifra che oscilla tra i 3.700 e i 4.500 dipendenti. Alla riunione di oggi hanno partecipato i segretari di Fim, Uilm, Usb e Flmu. Venerdì prossimo le Rsu si incontreranno con l’azienda per discutere sulle cifre dei contratti di solidarietà.
SOLIDARIETA' DAL 2 MARZO - La nuova intesa tra azienda e sindacati sui contratti di solidarietà all’Ilva di Taranto scatterà dal 2 marzo prossimo. E’ quanto si è appreso al termine della riunione odierna tra le parti, svoltasi a Taranto. La proroga della 'solidarieta”, legata alle fermate degli altiforni per adeguarli alle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale, avrà una durata di 12 mesi e amplierà la platea dei lavoratori coinvolti. Il prolungamento dei contratti di solidarietà eviterà così l’eventuale ricorso alla cassa integrazione. Con la fermata dell’Altoforno 5 dal 19 marzo (inizialmente era prevista invece a giugno prossimo), l’Ilva marcerà per alcuni mesi con due soli altiforni, il '2' e il '4'. Il ritorno ad un livello di produzione simile a quello garantito con l’Afo5 in funzione (attualmente questo impianto garantisce il 40% di produzione di ghisa, con stabilimento a regime poco meno del 50%) avverrà solo con la riattivazione dell’Afo1, chiuso dal dicembre 2012, prevista per l’1 agosto prossimo.
La decisione dei commissari Ilva di anticipare la fermata dell’Afo5, si apprende da fonti vicine all’azienda, punterebbe alla ripresa prima possibile della produttività, al mantenimento dei livelli produttivi e al conseguimento di utili. (GdM)

lunedì 16 febbraio 2015

Altoforni precari e Indottolo aspetta

A fine marzo la chiusura dell’altoforno 5 dell’Ilva

Nel giorno in cui torna a stringersi il blocco degli autotrasportatori in credito con l’Ilva, trapelano indiscrezioni sul futuro prossimo dello stabilimento siderurgico. Secondo alcune notizie circolate in fabbrica nei giorni scorsi, l’Ilva anticiperebbe a fine marzo (il 19?) la chiusura dell’altoforno numero 5 per avviare i lavori di ristrutturazione ambientale previsti dall’Aia (Autorizzazione integrata ambientale). La chiusura è programmata entro il mese di giugno, ma parrebbe intenzione dei vertici aziendali partire con le opere già in primavera. L’impianto resterebbe chiuso per tutto il 2015.
L’argomento dovrebbe essere oggetto di confronto con i sindacati metalmeccanici - Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm e Usb - a partire dai prossimi giorni. Ricordiamo, infatti, la più vicina scadenza del 28 febbraio. Entro quella data si ridiscuteranno i contratti di solidarietà applicati finora - a rotazione - a un tetto massimo di 3mila 350 lavoratori. È verosimile pensare a un allargamento dei numeri se l’I l va confermasse la chiusura dell’altoforno 5 a fine marzo. Ciò non solo per le dimensioni dell’impianto, il quale garantisce il 40 per cento della produzione di ghisa allo stabilimento siderurgico, ma soprattutto perché continuerà a restare chiuso (altre indiscrezioni dicono almeno fino ad agosto) l’al - toforno numero 1. Quest’ultimo, già soggetto ai lavori previsti dall’Aia, non è ancora ultimato. Ingente (circa 20 milioni) sarebbe il costo delle opere da pagare alle aziende dell’in - dotto impegnate nel suo rifacimento. Il momento di crisi di liquidità attraversato dall’Ilva in amministrazione straordinaria impedisce accelerazioni.
Così, fino all’estate, la grande fabbrica potrebbe contare sulla produzione degli altoforni 2 e 4. La chiusura dell’altoforno 5 imporrà, comunque e a prescindere dalla data, lo stop ad altri reparti collegati nel ciclo integrale: acciaierie, colate continue, treni nastri. Necessario perciò fare rapidamente chiarezza sui nuovi numeri del contratto di solidarietà per il 2015 e sul futuro produttivo. Non bisogna dimenticare che a marzo nascerà, dalle ceneri dell’Ilva in amministrazione straordinaria, la new company e si aprirà la partita del passaggio dei lavoratori nella nuova società. Tornando al presente, oggi gli autotrasportatori inaspriranno il blocco alla portineria C dell’Ilva , facendo passare non più venti ma solo dieci mezzi. Sarà, quindi, più difficile assicurare l’approvvigionamento di materiali con inevitabili ricadute sull’attività degli impianti.
Gli imprenditori del trasporto ritengono insufficienti le risposte date dal governo, in termini di risorse e tempi per salvare i loro crediti pregressi, rispetto al decreto «salva-Ilva». Dopodomani sono stati convocati a Roma dal ministro Lupi perché si fermi la protesta. Giovedì al Senato decreto al primo voto. Sarà l’ennesima settimana di passione all’ombra delle ciminiere. (GdM)

Ilva, protesta dell'indotto ridotto ingresso rifornimenti

Gli autotrasportatori dell'indotto Ilva oggi hanno iniziato la quinta settimana di protesta riducendo, come anticipato venerdì scorso, da 20 a 10 il numero di tir a cui viene consentito l'accesso allo stabilimento per rifornire di materie prime il siderurgico.
Resta il presidio davanti al varco C dello stabilimento di Taranto in attesa dell'incontro
convocato per mercoledì a Roma dal ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi con i rappresentanti della categoria. Gli autotrasportatori chiedono di rientrare almeno in parte dei crediti pregressi, nel complesso circa 15 milioni di euro, con pagamenti cash.

Questa mattina il sindaco di Taranto Ippazio Stefano si è recato nuovamente al presidio dei manifestanti parlando anche di un ordine del giorno previsto in Consiglio comunale a sostegno della loro vertenza. (RepBa)

martedì 4 novembre 2014

Statisticamente pericolosa

Inala monossido di carbonio, operaio Ilva in camera iperbarica

Un lavoratore dello stabilimento Ilva di Taranto ha accusato un malore, senza perdita di coscienza, dovuto a inalazione di monossido di carbonio. E' accaduto durante un controllo di routine dei circuiti di raffreddamento ad acqua dell'Altoforno 5. In una nota l'azienda precisa che l'uomo, di 31 anni, è stato prontamente soccorso dal servizio sanitario interno e trasferito presso l'Ospedale Militare di Taranto per essere sottoposto a terapia iperbarica. (Rep)

giovedì 24 luglio 2014

Tanto per dire...

Ilva, Arpa Puglia boccia dl del governo: “Va contro il lavoro degli ultimi anni”

Il nuovo decreto sull’Ilva di Taranto approvato dal Governo Renzi è in ‘antitesi’ con il Piano ambientale del comitato di esperti e con alcune disposizioni dei precedenti provvedimenti varati in questi due anni. E’ quanto ha sostenuto in una lettera inviata all’onorevole Alessandro Bratti, membro della commissione Ambiente della Camera, il direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato. Nella missiva di quattro pagine, infatti, il capo dell’agenzia ambientale pugliese ha bocciato una serie di aspetti del nuovo provvedimento che, dopo l’approvazione dell’esecutivo è diventato un emendamento al decreto sulla competitività e, nelle prossime ore, dopo le modifiche delle commissioni Ambiente e Industria del Senato, arriverà in aula con la questione d fiducia posta dal Governo.
Per Assennato, intanto, il nuovo decreto “mostra alcune criticità” causate “dall’introduzione di ulteriori genericità” rispetto al piano ambientale. Questo, infatti, “definiva le azioni e, soprattutto, i tempi necessari a garantire il rispetto delle prescrizioni impartite ad Ilva spa” dall’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata nell’ottobre 2012. Il nuovo provvedimento, invece, allunga i tempi di alcune misure che invece appaiono necessarie per ambientalizzare gli impianti dello stabilimento ionico. Come nel caso dell’Altoforno 5, il più importante della fabbrica. Fino a poco prima dell’approvazione dell’ultimo decreto la fermata di questo impianto doveva avvenire entro l’8 novembre prossimo, ma ora l’Afo5 “deve essere messo fuori produzione e le procedure per lo spegnimento” dovranno essere avviate entro il 30 giugno 2015. Ma in realtà lo spegnimento è subordinato al ripristino di un altro altoforno.
Un’opzione che secondo Arpa Puglia, come per alcuni impianti del reparto Cokeria, aprirebbe due scenari: il primo riguarda la possibilità che lo spegnimento non avvenga (proprio perché condizionato dall’efficienza di un altro impianto), il secondo, invece, prevedendo solo lo spegnimento dell’Afo5, non vincola l’Ilva a predisporre un “adeguato piano di dismissione, bonifica con deposito delle garanzie di fideiussione nel caso in cui non avvenga il riavvio”. In sostanza una serie di cavilli che potrebbero lasciare immutata la situazione costringendo i tarantini a convivere per anni con le emissioni nocive che ancora si diffondono dall’acciaieria. Non solo.
Il dg Assennato, nel dettaglio, ha spiegato che il nuovo decreto concede alla fabbrica anche la “piena autonomia” sull’80% di prescrizioni da realizzare entro il 31 luglio 2015, “non consentendo al legislatore – spiega il dg Arpa – di aver alcuna consapevolezza degli effetti della norma stessa che si va ad approvare, dato che non si conosce il 20% delle prescrizioni derogate”. Insomma chi controlla le decisioni dell’Ilva? Secondo Arpa Puglia, ancora, l’ultimo provvedimento concederebbe anche “troppa autonomia nel chiedere finanziamenti senza certezza che vengano impiegati per l’esclusivo fine dell’attuazione delle prescrizioni ambientali” e non conterrebbe indicazioni “alla quantificazione economica globale degli interventi e le relative fonti finanziarie”. Infine il dg Assennato ha sottolineato la mancanza di fondi stanziati dall’esecutivo che consentirebbero l’assunzione di nuove unità per garantire lo svolgimento del carico di lavoro sopportato quotidianamente dall’agenzia. Una bocciatura senza appello, quindi, di un decreto salva Ilva, il sesto in meno di 24 mesi, che potrebbe rivelarsi l’ennesimo regalo alla fabbrica a danno degli operai e dei cittadini. (FQ)

sabato 14 giugno 2014

ILVA TRA BANCHE E ALTIFORNI

SERVE UN PRESTITO PONTE PER EVITARE IL TRACOLLO. MA AD ARCELORMITTALE NON PIACE IL PIANO AMBIENTALE


Come abbiamo avuto modo di riportare all’indomani della nomina di Piero Gnudi nel ruolo di neo commissario dell’Ilva, la speranza del Governo è che un uomo amico dell’esecutivo (attuale consigliere economico del ministro dello Sviluppo economico Guidi ed in passato presidente del collegio sindacale della sua azienda di famiglia), del mondo industriale (è stato presidente dell’Enel, ha lavorato per Eni ed Enichem, ed è stato anche membro del direttivo di Confindustria) e bancario italiano (sino al novembre 2011 ha fatto parte del Cda di Unicredit, una delle tre banche attualmente più esposte nei confronti dell’Ilva Spa), possa riuscire nell’immediato lì dove Bondi ha fallito: convincere gli istituti di credito a concedere all’azienda un prestito ponte di 7-800 milioni di euro, per garantire l’ordinaria amministrazione nei prossimi 2-3 mesi.
Di più alle banche non si può chiedere, specie in assenza di una proprietà certa: concetto espresso dagli istituti di credito all’ex commissario Bondi che sperava di convincere quest’ultimi a finanziare il suo piano industriale, poi bocciato dal gruppo Riva e Federacciai.
Del resto, la situazione finanziaria dell’Ilva Spa è ad un passo dall’amministrazione straordinaria, eventualità che se da un lato favorirebbe nuovi possibili acquirenti, creerebbe non pochi problemi nella gestione degli oltre 16mila lavoratori diretti dell’azienda. Ecco perché, un eventuale prestito ponte, favorirebbe Gnudi nell’imbastire una trattativa con i gruppi interessati sia a mettere le mani sul siderurgico (AncelorMittal e Arvedi come abbiamo avuto modo di spiegare nei giorni scorsi) che a scongiurare una sua “drammatica” chiusura (Marcegaglia). Gnudi è stato infatti scelto anche per questo. A partire dal 1994 ha fatto parte del Cda dell’IRI, ricoprendovi (dal 1997 al 1999) l’incarico di sovrintendere alle privatizzazioni e (dal 1999 al 2000) la carica di presidente ed amministratore delegato; sempre presso l’IRI ha svolto (dal 2000 al 2002) le funzioni di presidente del comitato dei liquidatori. Nel ‘95 è stato consulente economico del ministro dell’industria del Governo Dini che curò la privatizzazione dell’Ilva. Gnudi ha dunque recitato un ruolo importante nella privatizzazione dell’ex Italsider che il gruppo Riva acquistò nel 1995 e conosce molto bene l’argomento. Ed oggi, a 19 anni di distanza, potrebbe “rivendere” l’ex azienda di Stato ad un altro gruppo di privati: nel più classico dei corsi e ricorsi storici.
Ciò detto, tutti sanno, in primis lo stesso Gnudi, che gli eventuali compratori studieranno un nuovo piano industriale che difficilmente terrà conto del piano ambientale approvato dal Consiglio dei ministri il mese scorso: per legge infatti, è il piano industriale a doversi modulare su quello ambientale e non il contrario. Quest’ultimo però, redatto da tre esperti del ministero dell’Ambiente lo scorso autunno, ha recepito le prescrizioni dell’AIA riesaminata dalla commissione IPPC sotto il dicastero Clini nell’ottobre 2012. Evento che seguì al sequestro degli impianti dell’area a caldo da parte della Procura di Taranto nel luglio dello stesso anno. Non solo: perché il commissariamento dell’Ilva si rese necessario proprio a causa della mancata applicazione dell’AIA e non, o almeno non soltanto, a causa delle dimissioni dell’intero Cda della società Ilva, dell’ex ad Bondi e dell’ex direttore Ferrante dopo il sequestro per equivalente promosso dalla Procura a fine maggio 2013 (poi annullato dalla Cassazione nello scorso dicembre) come ancora oggi in molti sostengono per fare un po’ di sana disinformazione che dalle nostre parti non guasta mai.
Dunque è chiaro che i nuovi eventuali proprietari dell’Ilva, non avranno intenzione alcuna di accollarsi tutti gli interventi previsti dal piano ambientale (visto che quei lavori sarebbero dovuti essere effettuati nel corso degli ultimi decenni). Ed infatti, da ambienti finanziari trapela la notizia secondo cui proprio il piano ambientale sarebbe il nodo attorno al quale ruoterebbe l’eventuale entrata in Ilva del gruppo indiano ArcelorMittal.
Gli indiani, che come abbiamo più volte ribadito verrebbero a Taranto per evitare che altri colossi dell’acciaio si accaparrino il più grande siderurgico d’Europa e nello stesso tempo per togliere dal mercato europeo un concorrente e controllare il mercato italiano, non guarderebbero di buon occhio alla prevista e programmata fermata dell’AFO 5 (il più grande altoforno d’Europa che da solo garantisce il 40-45% della produzione del siderurgico tarantino). Secondo il piano ambientale la fermata dell’AFO 5 dovrà avvenire entro 6 mesi (dunque al massimo entro novembre prossimo): gli esperti avevano inizialmente programmato un calendario che prevedeva la fermata entro l’1 settembre 2014, la condensazione dei vapori loppa entro il 31 luglio 2015, la depolverazione campo di colata entro la stessa data (come previsto dalla prescrizione n. 16 dell’AIA).
Ora, invece, il riavvio dell’impianto dovrà essere autorizzato soltanto una volta ultimati i lavori e la verifica della loro efficacia. Questo perché AFO 5 ha bisogno di lavori strutturali di un certo rilievo: a valle dell’altoforno infatti dovranno essere sostituite anche due macchine di colata continua giunte ormai a fine vita, con un intervento manutentivo della durata prevista di almeno 7 mesi. In pratica anche con uno stop inferiore a questo lasso temporale non si avrebbe la possibilità di trasformare tutta la ghisa spillata, con un output finale comunque inferiore al normale regime produttivo. Del resto AFO 5 è quello che più interessa rispetto agli altri quattro. AFO 3 è stato infatti avviato alla dismissione. AFO 1 è fermo e secondo l’ispezione di ISPRA ed ARPA dello scorso marzo sono stati avviati “i lavori di fondazione, con l’azienda che ha comunicato che l’impianto non verrà riattivato fino a quando non saranno ultimati gli interventi di adeguamento”. Altri 4 mesi di tempo servono invece per completare i lavori sull’AFO 2, fermato l’estate scorsa per “crisi di mercato” e poi riavviato dall’Ilva all’inizio del novembre scorso, senza però aver ultimato tutti i lavori previsti. Soltanto su AFO 4, secondo quanto riportato da ISRPA ed ARPA, sono stati completati i lavori. In pratica, parliamo di un siderurgico più che “monco”. Per non parlare degli investimenti necessari alla sola manutenzione dello stabilimento, quasi del tutto abbandonata nel tempo, per cui già lo stesso Bondi aveva previsto investimenti per oltre un miliardo.
Sarà anche per questo che il sub commissario Edo Ronchi, sentendo puzza di bruciato, ha deciso di uscire di scena. Lo stesso ha annunciato una conferenza stampa per giovedì prossimo, nella quale dirà le sue verità. Sia come sia, la situazione è ad un passo dal baratro. E probabilmente nemmeno il “buon” Gnudi, l’amico di tutti, potrà evitare il tracollo del più grande siderurgico d’Europa.

(Gianmario Leone Quotidiano TarantoOggi 14 06 2014)

lunedì 24 marzo 2014

Ilva Taranto: riacceso l'altoforno più grande d'Europa

Ieri l'improvviso fermo dell'Afo5 a causa di un guasto alla centrale elettrica gestita dalla Taranto Energia. Oggi il suo riavvio. Ma i polmoni de* tarantin* non ne hanno sentito la mancanza....

(ANSA) - TARANTO, 24 MAR - Dopo meno di 24 ore, tempo massimo previsto per il fermo tecnico, l'Ilva ha riavviato l'Altoforno 5, il più grande d'Europa, la cui produzione era stata congelata a causa di un guasto alla centrale elettrica interna, gestita dalla società 'Taranto Energia'. L'azienda ha fermato, sempre in via temporanea, l'altoforno 4 e il Treno nastri 1. La squadra di manutenzione sta ripristinando la turbina della centrale che trasforma in energia il gas prodotto dagli altiforni e dalle cokerie.

Un guasto alla centrale elettrica blocca parte dell'attività dell'Ilva. Il colosso siderurgico a Taranto ha riavviato questa mattina l'alfoforno 5, il più grande d'Europa, dopo uno stop di quasi 24 ore e ha fermato invece l'altoforno 4. La prosecuzione della fermata si rende necessaria a causa del guasto verificatosi ieri alla centrale elettrica del siderurgico che non consente attualmente di lavorare, trasformandola in energia, tutta la quantità di gas prodotta dagli altiforni e dalle cokerie.
L'altoforno 5 era stato fermato ieri. Anche lo stop dell'altoforno 4 sarà temporaneo, probabilmente sino a domattina. Tra le ipotesi al vaglio c'è quella di fermare per qualche ora anche l'altoforno 2. Tutto dipenderà dai tempi necessari a riparare il guasto alla centrale. Rimarrà invece fermo una settimana il Treno nastri 1, uno degli impianti dell'area a freddo che per il suo funzionamento utilizza l'energia prodotta dalla centrale.
Il guasto verificatosi alla centrale elettrica dell'Ilva di Taranto provoca anche 225 esuberi temporanei tra le due acciaierie e il Treno nastri 1. Lo ha comunicato stamattina l'azienda che ha incontrato i sindacati metalmeccanici. I lavoratori interessati ricorreranno ai contratti di solidarietà già in uso nello stabilimento. Ieri l'Ilva ha dovuto fermare per il guasto sia l'altoforno 5 che il Treno Nastri 1 e stamattina, ripartito il 5, ha dovuto fermare l'altoforno 4. In entrambi i casi si tratta di fermate temporanee.
(RepBA)