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giovedì 22 ottobre 2015

Ragazzo di fumo

‘Venditori di fumo': Taranto, l’Ilva e l’eterno ricatto tra lavoro e salute

“Venditori di fumo”, di Giuliano Pavone, è un libro che parla di Taranto e del suo rapporto con la grande industria siderurgica che sul suo territorio ha impresso il proprio segno, con un sodalizio forse inscindibile, dalle molteplici ricadute occupazionali, ambientali e politiche. L’espressione che dà il titolo al libro, vendere fumo, proviene da intercettazioni telefoniche, e rende bene il senso di quell’opaca cortina di “disinformazione e connivenze”, sorta intorno al complesso industriale tarantino, della quale Pavone parla in modo dettagliato. Grazie alla quale, secondo l’autore, “Gli italiani ignorano, o al limite sanno vagamente, che in una città del loro Paese il pascolo è stato inibito nel raggio di 20 km, che migliaia di capi di bestiame sono stati abbattuti e che in un quartiere, il quartiere Tamburi, un’ordinanza comunale vieta il gioco nelle aree verdi perché contaminate. Ugualmente sotto silenzio è passata, all’inizio del 2012, la notizia che il nesso fra le emissioni delle fabbriche, e le malattie e i decessi che a Taranto si verificano oltre la media, è stato accertato in modo incontrovertibile”.
Giuliano Pavone ricostruisce dettagliatamente le vicende che hanno trasformato Taranto, città antica, di fondazione spartana, in una realtà parzialmente misconosciuta ai più, assurta agli onori delle cronache solo sporadicamente, in occasione delle morti bianche degli operai. O, infine, quando è scoppiato, finalmente, il bubbone giudiziario, con i procedimenti che hanno visto contrapposti da un lato la Procura di Taranto, il fronte ambientalista e quello dei cittadini tarantini, sempre più preoccupati per le ricadute ambientali della produzione di acciaio sulla città, e, dall’altro, il fronte politico-sindacale. Secondo Pavone questo divario emerse il 2 agosto 2012, proprio a Taranto, in un burrascoso e contestato comizio sindacale.
La lucidità della doviziosa ricostruzione giornalistica viene interrotta solo sporadicamente da brevi riflessioni (venate di nostalgia) sulla bellezza di una città che avrebbe meritato un altro modello di sviluppo, più idoneo a valorizzarne territorio e potenzialità inespresse. “Taranto è una collana gettata da una mano distratta. Ma con una certa eleganza, con quella grazia naturale che si trova solo – talvolta – nei gesti casuali e frettolosi”.
Il rapporto simbiotico tra città e siderurgico si è concretizzato in una “monocultura dell’acciaio”, a causa della quale “per ogni cosa che non sia civiltà dell’acciaio, vecchio o nuovo che sia, non c’è spazio”. Asfissia, dunque, per ogni alternativo modello di crescita che non sia parte dell’indotto “monoculturale”.
Il gip Patrizia Todisco dispose il sequestro degli impianti, suscitando non poco malumore nella politica nazionale, fin nelle alte sfere, oltre che il fondato timore, degli operai, di perdere il lavoro. Venne presentato, quel sequestro, come un’improvvisa calamità, invece che, come dice Pavone, “il portato di una lunga catena di azioni e omissioni”. Si arrivò a dire che il vero problema fosse la presenza del rione Tamburi a ridosso dell’Ilva… Si ricorda, nel libro, che le ordinanze, in realtà, chiedevano quel che sempre si è chiesto: “Che l’Ilva smetta di inquinare oltre i limiti consentiti”, sostenute, in tal senso, da due perizie tecniche rilevanti: “A Taranto la gente si ammala di cancro (e non solo) più che altrove. E ciò dipende dall’inquinamento industriale. L’hanno stabilito due perizie, una epidemiologica e l’altra chimica, commissionate dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco nell’ambito di un procedimento che vede il colosso siderurgico Ilva sul banco degli imputati”.
Si aprì, così, un caso giudiziario, tuttora in corso, che travalica il mero ambito penale, imponendo all’attenzione dei media il rapporto pericolosamente conflittuale tra salute e lavoro. Nel libro si familiarizza con parole chiave come benzoapirene (e relativi largheggiamenti nei limiti, tutti italiani…), diossina, polveri sottili, PM10, eccessi di mortalità in età pediatrica; leggerete storie tragiche, come quella del piccolo Lorenzo, e del suo coraggioso papà, conoscerete le dinamiche odiose del “ricatto occupazionale”.
Nata sulle ceneri dell’Italsider, “cattedrale nel deserto”, Ilva è esempio paradigmatico di industrializzazione top-down. Ma tra il 1960 e oggi, cosa è cambiato, nell’industria e nei tarantini? Pavone racconta il nuovo innamoramento tra tarantini e città. Parla della ricerca di nuove soluzioni. Venditori di fumo contiene tante pagine di speranza. Ma, si badi bene, una speranza costruita su idee e partecipazione dei cittadini. Non una speranza calata, anch’essa, dall’alto, come un decreto, o come l’Italsider. (FQ)

martedì 4 novembre 2014

E anche aspiratori

Venerdì 21 novembre, presso la libreria Gilgamesh a Taranto, alle h. 18.30, si terrà la presentazione del nuovo saggio di Giuliano Pavone “Venditori di fumo. Quello che gli italiani devono sapere sull’Ilva e su Taranto” (Barney Edizioni).
Solo una cosa fa più rabbia della non curanza con cui un’industria ha devastato ambiente e vite umane a fini di profitto: l’omertà e la connivenza di chi gliel’ha permesso.
In una telefonata intercettata, due membri della famiglia Riva, i proprietari dell’Ilva, usano l’espressione “vendere fumo”. Una formula involontariamente emblematica di una vicenda in cui alle emissioni nocive del grande stabilimento si aggiunge la cortina di disinformazione che le ha coperte.
Quella di Taranto e rimasta a lungo una tragedia silenziosa, schiacciata sotto il peso del ricatto occupazionale e di “relazioni pericolose” intrattenute dall’Ilva con quelli che dovevano essere i suoi controllori: sindacati, forze dell’ordine, organi di giustizia, stampa e la politica fino ai suoi più alti vertici nazionali. E a partire dal luglio 2012, quando sequestri e inchieste hanno finalmente acceso i riflettori sulla vicenda, dall’occultamento della realtà si e passati alla sua mistificazione.
Il caso Ilva viene troppo spesso rappresentato come una semplice vertenza occupazionale o una questione di politica industriale. I drammatici dati di malattia e di morte, che qualcuno contro ogni evidenza mette ancora in dubbio, vengono derubricati a fattore scatenante di un problema squisitamente economico, anziché essere considerati essi stessi il problema. L’operato della magistratura viene poi da molti considerato il frutto di una smania di protagonismo cocciuta e irresponsabile invece che un atto dovuto alla luce dell’incredibile gravità dei fatti.
L’Ilva è oggi il terreno su cui si misurano le vere priorità e la credibilità del nostro Paese. Una storia profondamente italiana, fatta di grandi opere e grandi omissioni, di scelte avventate e di malaffare, di cinismo e umanità, ignavia ed eroismo. Non solo Taranto, quindi, ma un caso di scuola che offre strumenti per interpretare alcune delle questioni oggi più dibattute e di riflettere a fondo sui rapporti fra politica, potere economico, giustizia e informazione.
Giuliano Pavone è nato a Taranto nel 1970, e dal 1988 vive a Milano, dove ha studiato Scienze Politiche. Fino al 2001 lavora presso un ente attivo nel campo delle politiche sociali europee come esperto di progettazione. Nel 1999 esordisce col suo primo libro, "Giovannona Coscialunga a Cannes. Storia e riabilitazione della commedia all’italiana anni 70". Dal 2001 prosegue l’attività di progettista europeo come libero professionista, iniziando nello stesso tempo a lavorare come giornalista, collaborando con periodici italiani e stranieri specializzati in turismo, lavoro e imprenditorialità, sport, industria della ristorazione e dell’ospitalità, “maschili”, freepress, stampa locale e siti internet. Nel 2004 è stato tra i fondatori del trimestrale di scienza e cultura calcistica Linea bianca.
Fra il 2008 e il 2009 scrive il suo primo romanzo, "L’eroe dei due mari", seguito nel 2012 da "Tredici sotto il lenzuolo" (edito da Marsilio).