domenica 23 novembre 2014

Poi si diventa qualunquisti o forcaioli...

Rossana di Bello, fa fallire Taranto e si prende un vitalizio a 58 anni

La domanda l’ha fatta all’inizio di settembre, ed è bastata una sola seduta dell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale della Puglia per esaudirla, perfino in modo retroattivo. Dal primo settembre scorso c’è un ex politico in più a prendere quel vitalizio che da anni ci raccontano falsamente di avere abolito: è Rossana di Bello, una delle pioniere di Forza Italia. Ci sono non poche anomalie in quel vitalizio che era stato abolito e continua a correre come un fiume.
La prima anomalia è quella di uno Stato che premia per tutta la vita un politico che non ha particolarmente brillato: la Di Bello è stata sindaco di Taranto per lunghi anni e con lei la città è stata fra i pochi comuni italiani a fallire, con un dissesto finanziario per oltre 900 milioni di euro (è stata anche sotto inchiesta penale, ma in secondo grado l’hanno assolta dando la colpa ai suoi collaboratori. La Corte dei Conti però ce l’ha ancora nel mirino per danno erariale). La seconda anomalia è che la Di Bello con soli cinque anni lavorati prende da settembre e prenderà fino all’ultimo suo giorno (con possibilità di rendere reversibile ai suoi cari) un assegno mensile da 3.862,27 euro lordi. La terza anomalia riguarda l’età pensionabile della fortunata politica: ha compiuto 58 anni il 28 agosto scorso. La legge Fornero vale dunque per tutti, ma non per i politici italiani, che con soli 58 anni e per avere lavorato solo 5 anni hanno diritto a una pensione reversibile che è quasi il triplo della pensione media degli italiani che hanno lavorato 40 anni. Quarta anomalia, chi sul lavoro combina un disastro come è evidente nella storia di Taranto, alla fine ci rimedia un bel premio. (Libero)

mercoledì 19 novembre 2014

La speranza è l'ultima a morire

Bonifica dei terreni a Taranto. PeaceLink invita il Presidente della Provincia a emanare un'ordinanza nei confronti di chi ha inquinato il quartiere Tamburi

In questi giorni si rincorrono voci di un imminente inizio di quelle bonifiche dei terreni delle scuole del quartiere Tamburi di Taranto che erano state più volte annunciate prima lo scorso anno e poi all'inizio di quest'anno.
Gli spazi verdi delle scuole e le aree gioco del quartiere Tamburi sono infatti contaminate sopra i limiti di legge.
La relazione ufficiale presente sul sito della "Cabina di regia per gli interventi urgenti di bonifica" (http://www.commissariodelegatoemergenza.it/taranto) attesta la "presenza di Metalli, Idrocarburi pesanti, PCB e IPA in concentrazioni superiori alle rispettive CSC (concentrazione soglia di contaminazione)".
Era prevista l'esecuzione della caratterizzazione, l'elaborazione dell'Analisi di Rischio sito specifica, la redazione del Progetto di Bonifica e l'esecuzione dell'intervento di bonifica per le seguenti aree:
COMUNE DI TARANTO - "Cimitero di San Brunone" Caratterizzazione, analisi di rischio e bonifica dei suoli
COMUNE DI TARANTO - "Scuola De Carolis, Scuola Deledda, ex Scuola D'Aquino" Caratterizzazione,analisi di rischio e bonifica dei suoli
COMUNE DI TARANTO - Bonifica del Quartiere Tamburi di Taranto
Nella documentazione ufficiale nel sito della Cabina di Regia per le bonifiche si legge:
"Le elaborazioni e le considerazioni effettuate in sede di Analisi di Rischio hanno evidenziato la effettiva contaminazione del sito (...) Il Top soil (0-0,1m) risulta contaminato da PCB che determinano rischio sanitario (cancerogeno) e Selenio che determina rischio ambientale. Il Suolo Superficiale (0-1m) risulta contaminato da Tallio che determina rischio sanitario (tossico) per il recettore bambino e rischio ambientale (per la risorsa idrica sotterranea), e da Selenio, Idrocarburi Pesanti, PCB e Zinco che determinano rischio ambientale".
In altre parti della documentazione emerge una grave contaminazione da piombo (inquinante neurotossico) che è estremamente pericoloso in quanto può provocare un danno irreversibile al cervello dei bambini. Le analisi effettuate su urine e sangue attestano una preoccupante presenza nel corpo dei tarantini di piombo, anche nei bambini.
In presenza di un accertato rischio per la salute, la Provincia di Taranto ha nel 2013 vietato agli studenti di scuola media superiore di andare nei locali scolastici del quartiere Tamburi: il Commissario prefettizio bloccò infatti il trasferimento del Liceo Artistico Lisippo presso la scuola Deledda.
Contemporaneamente il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, ha consentito ai bambini di scuola elementare di frequentare le scuole nel quartiere Tamburi.
Taranto è la città dei paradossi: nel quartiere Tamburi possono andare a scuola i bambini ma non i ragazzi. Per i primi non ci sarebbe pericolo, per i secondi sì.
In una situazione così anomala, erano più che mai attesi gli interventi di bonifica dei terreni inquinati.
Le attività di bonifica delle aree pubbliche del quartiere Tamburi erano previste dal ”Protocollo d’intesa per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto” del 26 luglio 2012.
Vi è tuttavia un grave problema che a nostro parere non è stato risolto e da cui dipendono gli stessi interventi di bonifica.
Ci chiediamo infatti se la Provincia e il Comune di Taranto abbiano individuato i responsabili del superamento dei valori di concentrazione soglia di contaminazione in applicazione dell’art. 244 del D. Lgs. 152/2006 e ss.mm.ii., come da noi richiesto all'allora Ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, nell'incontro del maggio 2013. A seguito di quella richiesta l’avv. Maurizio Pernice del suddetto Ministero inviava all'Amministrazione provinciale di Taranto il 23/05/2013 una richiesta di provvedere ai sensi dell’art. 244 e cioè di individuare i responsabili prima di procedere ai lavori di bonifica.
Tale missiva del Ministero dell'Ambiente è stata da noi consegnata durante durante una seduta della Cabina di regia per le bonifiche a tutti i presenti ed in particolare ai referenti istituzionali considerato che da notizie informali avevamo appreso che non ancora non era stata ricevuta.
In sostanza il rischio è che si avviino lavori di rimozione del terreno per la bonifica dei Tamburi modificando lo stato dei luoghi e impedendo l’accertamento delle responsabilità degli inquinatori. Ricordiamo che le risorse che si stanno utilizzando per i lavori sono pubbliche e che quindi non stiamo applicando il principio “Chi inquina paga”; e aggiungiamo che ciò, oltre ad essere una violazione di una norma, è anche una scelta assurda in un periodo in cui le risorse pubbliche sono ancora più scarse del solito. Le bonifiche vanno fatte a carico di chi ha inquinato, non del contribuente.
Rendiamo pubblico al nuovo Commissario per gli interventi urgenti di bonifica di Taranto, Vera Corbelli, che tutta la documentazione l'abbiamo consegnata alla Procura della Repubblica.
Facciamo accoratamente presente anche al nuovo Presidente della Provincia di Taranto Martino Tamburrano che alla Provincia spetta l'attuazione dell'articolo 244 del D.Lgs. 152/2006 che recita:

1. Le pubbliche amministrazioni che nell'esercizio delle proprie funzioni individuano siti nei quali accertino che i livelli di contaminazione sono superiori ai valori di concentrazione soglia di contaminazione, ne danno comunicazione alla regione, alla provincia e al comune competenti.
2. La provincia, ricevuta la comunicazione di cui al comma 1, dopo aver svolto le opportune indagini volte ad identificare il responsabile dell'evento di superamento e sentito il comune, diffida con ordinanza motivata il responsabile della potenziale contaminazione a provvedere ai sensi del presente titolo.
3. L'ordinanza di cui al comma 2 è comunque notificata anche al proprietario del sito ai sensi e per gli effetti dell'articolo 253.
Al nuovo presidente della Provincia Martino Tamburrano facciamo presente che a lui spetta il compito di diffidare "con ordinanza motivata il responsabile della potenziale contaminazione", così come prevede la legge. Se questo non viene fatto l'Italia incorrerà nelle conseguenze della procedura europea di infrazione. Non solo: le stesse amministrazioni potrebbero dover rendere conto di fronte all'autorità competente della ragione per la quale a Taranto non viene applicato il principio "chi inquina paga".
Invitiamo pertanto il Presidente della Provincia a emanare un'ordinanza nei confronti di chi ha inquinato il quartiere Tamburi al fine di applicare - come richiede la legge italiana e la normativa europea - il principio "chi inquina paga".

Per PeaceLink - Fulvia Garvame - responsabile nodo PeaceLink Taranto; Alessandro Marescotti - presidente nazionale di PeaceLink

martedì 18 novembre 2014

Su la testa

Il sindacato avverte «Paghino gli stipendi od occupiamo l'Ilva»

«Lo diciamo ora così il messaggio sarà chiaro: se il mese prossimo non dovessero pagare il misero stipendio o la tredicesima che guadagniamo con tanto sudore, provvederemo immediatamente ad occupare la fabbrica». Lo annuncia il coordinamento provinciale dell’Usb (Unione sindacale di base) di Taranto in un volantino distribuito alle portinerie dello stabilimento Ilva di Taranto. Il riferimento è alla crisi di liquidità dell’azienda e alle voci sul possibile slittamento del pagamento dello stipendio di dicembre e della tredicesima mensilità.
L'Usb attacca il commissario dell’Ilva Piero Gnudi sottolineando che il «prestito ponte è stato bruciato in meno di due mesi». Ma «quello che non torna – secondo il sindacato di base – è la produzione corrente. È singolare che si torni a parlare di problemi nel pagamento delle retribuzioni, proprio nel momento in cui l’Acciaieria 1 marcia a tre forni e l'Acciaieria 2 con due forni. Così come è singolare che si facciano migliaia e migliaia di ore di solidarietà con tre Altoforni e due Acciaierie in marcia». Una domanda, osserva il coordinamento dell’Usb, «ci viene naturale: e tutta la produzione che facciamo dove finisce? È  bene che il commissario Gnudi sappia che questo gioco al massacro deve finire, sono più di due anni che lavoriamo in una situazione di estrema precarietà ambientale e di salute, oltre ciò anche l’angoscia quotidiana di non percepire lo stipendio. E questo vale sia per i lavoratori Ilva che quelli dell’appalto che non sono lavoratori di serie B».
Tornando alla possibile occupazione dello stabilimento in caso di ritardi nel pagamento degli stipendi, l’Usb 'avvisà il commissario: «Questa volta non ci accontenteremo del tetto o della portineria. Nazionalizzare è l’unica soluzione». (GdM)


Camusso sull'Ilva: «Si può salvare anche con l'intervento pubblico»

Sull'Ilva l'ipotesi migliore «è che si contemperi una rapida e rigorosa applicazione dell'Aia con il mantenimento dell'attività produttiva. Quindi ci vuole chi mette i capitali e garantisce la prosecuzione. Più volte abbiamo detto che la fondamentale necessita di salvaguardare il settore siderugico del nostro Paese deve anche portare a scelte di intervento pubblico».
Lo ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, intervenendo ad un convegno a Bari. «Credo che questa discussione non si possa fare in astratto», ha aggiunto riferendosi all'ipotesi di acquisizione dell'Ilva da parte di stranieri.
«Bisogna vedere - ha proseguito Camusso - quali sono i piani industriali, le quantità produttive, qual è la relazione tra piano industriale che riguarda Taranto e le soluzioni che si costruiscono rispetto a Terni e Piombino. Bisogna fare politica industriale e non affrontare ogni singola situazione in una dimensione del minore dei mali, perchè con questa logica abbiamo perso un terzo dell'apparato produttivo del Paese e non penso che possiamo permetterci di perdere altri pezzi». (Quotidiano)

lunedì 17 novembre 2014

Basta che funzioni...

Ma l’ambiente no!

Secondo indiscrezioni apparse sul quotidiano ‘La Repubblica’, ArcelorMittal avrebbe presentato un’offerta d’acquisto per rilevare lo stabilimento siderurgico jonico. Stando a quanto appresso verrebbero riconfermate il mantenimento degli attuali livelli di occupazione, l'intenzione di investire nel gruppo per il rilancio della produzione e la volontà di rilevare l’Ilva nella sua interezza. Latita però la questione ambientale
Un primo significativo passo per la cessione dello stabilimento siderurgico jonico è stato compiuto. Secondo indiscrezioni apparse quest’oggi sul quotidiano ‘La Repubblica’, ArcelorMittal, avrebbe presentato un’offerta d’acquisto, nella quale però non ci sarebbero ancora indicazioni economiche, mentre verrebbero riconfermate il mantenimento degli attuali livelli di occupazione, l'intenzione di investire nel gruppo per il rilancio della produzione e la volontà di rilevare l’Ilva nella sua interezza. Nello specifico Il polo di Taranto, per l'attività fusoria, di Genova e di Novi Ligure, per le attività di laminazione.
Sembra dunque che sia stata attesa le condizione posta dal commissario Piero Gnudi e dal ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi: preservare l'occupazione. Ancora non del tutto limpide invece le questioni inerenti l’attuazione degli investimenti necessari in materia di risanamento ambientale. Questione nient’affatto trascurabile questa, che potrebbe far capitolare Taranto dalla padella estremamente unta dei Riva alla brace dei franco indiani. La trattativa comunque è solo agli inizi e di certo non mancheranno i colpi di scena. (Cosmopolismedia)

Prima offerta per Ilva da Marcegaglia e gli indiani

Entra nel vivo la gara per la conquista dell'Ilva. ArcelorMittal, leader mondiale del settore siderurgico con una produzione di 91 milioni di tonnellate, ha presentato l'offerta non vincolante per l'acquisto del gruppo italiano. La multinazionale dell'acciaio, che in Italia ha scelto come partner il gruppo Marcegaglia, ha così deciso di compiere il primo, significativo passo in una competizione che si annuncia ancora ricchi di colpi di scena e che a breve potrebbe anche vedere in campo la Cassa Depositi e Prestiti. La prima mossa ufficiale, comunque, porta per ora la firma di ArcelorMittal.
Secondo quanto risulta a Repubblica nell'offerta presentata non ci sarebbero ancora indicazioni economiche, mentre verrebbero riconfermate il mantenimento degli attuali livelli di occupazione, l'intenzione di investire nel gruppo per il rilancio della produzione e la volontà di rilevare l'Ilva nella sua interezza. Il gruppo, infatti, poggia essenzialmente sui tre poli di Taranto, per l'attività fusoria, di Genova e di Novi Ligure, per le attività di laminazione. Fondamentale, per ArcelorMittal è poter contare non solo sulle attività produttive di Taranto, ma anche sullo stabilimento di Genova-Cornigliano, che ha rinnovato i suoi impianti e che, soprattutto, mette a disposizione un milione di metri quadrati affacciati sul mare, una piattaforma logistica ideale da cui servire i mercati europei.
Le condizioni poste dal commissario straordinario del governo Piero Gnudi, che alle banche nei giorni scorsi ha chiesto di procedere con la seconda tranche del prestito-ponte, sono sostanzialmente note: preservare l'occupazione e attuare tutti gli investimenti in materia ambientale. Argomenti che non possono essere messi in discussione, come ha più volte spiegato anche il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi. ArcelorMittal chiede però di concentrare in una "bad company" tutte le partite "incagliate" e le sofferenze dell'Ilva, riunendo attività e occupati nella nuova "good company" che entrerebbe nella rete internazionale del gruppo che produce acciaio in oltre sessanta Paesi del mondo.
Mentre appare in questo momento più defilata la posizione del gruppo indiano Jindal, resta invece confermato l'interesse per l'Ilva da parte del gruppo Arvedi. A sostegno della famiglia siderurgica potrebbe presto scendere in campo anche la Cassa Depositi e Prestiti. L'amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini ha infatti confermato nelle scorse settimane l'interesse di Cdp per un settore "strategico" come quello dell'acciaio, in un Paese che è ancora il secondo produttore europeo. (Rep)

Denari, pochi

Morì di mesotelioma, il tumore causato dall'amianto, lavorando all'Ilva di Taranto, ma per l'Inail i figli non hanno diritto ad alcun riconoscimento per il decesso da malattia professionale: solo l'assegno di 2.000 euro per le spese funerarie. E' quanto denuncia Luciano Carleo, presidente dell'associazione 'Contramianto onlus', che rivolge un appello ai parlamentari per modificare l'art. 85 del Dpr 1124/65, il Testo unico per infortuni e malattie professionali.
La legge sull'assicurazione da infortuni e malattie da lavoro limita il diritto di rendita al solo coniuge nella misura del 50%, ai figli conviventi non occupati il 20% sino al 21esimo di età, se studenti universitari sino al 26esimo anno. "Nessun riconoscimento Inail - scrive Carleo - sarà corrisposto ai figli di un elettricista del siderurgico di Taranto morto di cancro pleurico per esposizione all'amianto perché, essendo vedovo (aveva perso la moglie alcuni anni addietro di tumore), il diritto non può andare ai figli maggiorenni e occupati: questo è quanto previsto dall'art. 85 del Dpr 1124/65. Una vera ingiustizia. Per questo - conclude il presidente di Contramianto Onlus - chiediamo ai parlamentari di Camera e Senato di mobilitarsi affinché la norma venga cambiata per ripristinare il giusto diritto". (Rep)

domenica 16 novembre 2014

Dalla rete...







"Ascoltavo agghiacciato e basito oggi, onorevoli e politici locali che continuano a parlare di "grande scommessa", riferendosi all'ambientalizzazione dell'Ilva da farsi con soldi privati inesistenti, o soldi dello Stato, o soldi delle banche dati col contagocce che servono a stento a pagare stipendi.
Uomini, questi politici, partoriti dal ventre della stessa terra che stanno tradendo, permettendo, senza batter ciglio e con finti sorrisi di cera, che oltre 300.000 persone (Taranto e provincia) continuino a morire ed ammalarsi per colpa di una fabbrica che non può far altro che chiudere, fisiologicamente e probabilmente anche a breve. Preferiscono continuare a essere teatranti da quattro soldi, marionette, attorucoli di un triste e criminale feuilleton, piuttosto che tentare di difendere la propria gente e la loro città. scar
I lavoratori ormai forniscono, di continuo, immagini provenienti dalla loro quotidianità lavorativa, costituendo, in risposta e contrapposizione al "governo ombra" - sgominato e smascherato dall'intervento della magistratura e che comandava sui loro capi incutendo continue tensioni e timori -, un raggio di luce e verità che viene dal basso, che viene proprio da loro, da chi calpesta, vive le proprie ore lavorative e respira più di tutti i veleni di quella fabbrica di morte, portando a lavare a casa tute contaminate.
Lavoratori che non ce la fanno più a vivere non sapendo se percepiranno lo stipendio il mese successivo; non ce la fanno più a lavorare in un ambiente saturo di sostanze micidiali, polveri, gas, emissioni non convogliate. Lavoratori, sebbene in minima parte, tarantini (visto che il resto viene da paesi e città molto lontane dall'ILVA), che vedono finire in mare, nel loro mare, polveri minerali, carbone, ferro, loppa. Prima non parlavano, o parlavano in pochi; ora stanno capendo o hanno capito che i parchi minerari non si chiuderanno mai, che gli sporgenti - sotto sequestro penale ma con facoltà d'uso - non hanno mai risolto le loro criticità motivo dell'azione della magistratura, che il governo li sta prendendo in giro, che Confindustria non può più difendere la loro azienda (perché i soldi non s'inventano), che i sindacati (probabilmente non proprio tutti) non possono tutelare i loro diritti e che, anzi, sono proprio loro stati i primi a venderli ai loro padroni che sono stati, questi ultimi, i peggiori e spregiudicati coloni che questa città potesse meritarsi.
Così come le ho avute, pubblico queste immagini relative all'allagamento degli sporgenti ILVA dove, in alcune sembra non distinguersi la fine della terra e l'inizio del mare. Non esiste un sistema di raccolta acque piovane che funzioni (motivo del sequestro del novembre 2009) e l'acqua contaminata finisce inesorabilmente in mare, nel nostro mare, dove a qualche centinaia di metri, sono stati trasferiti i campi mitili.
Ci hanno ucciso il passato e il presente. Non permettiamo di impedirci di scegliere il nostro futuro che non può essere quello proposto da PD e PDL, perché non esiste l'ambientalizzazione dell'ILVA. La certezza, il presente, lo stato dei fatti è rappresentato da queste immagini che riportano le iniezioni di morte che si sommano agli aerosol che ci stanno continuando a far inalare, dopo tre o più commissariamenti e sei decreti ad aziendam, dopo oltre due anni dal sequestro di quasi tutta la parte vitale dello stabilimento, dopo più di cinquant'anni di riduzione in schiavitù di una terra che sarebbe potuta essere uno dei posti più belli, rigogliosi e fecondi al mondo.
Lavoratori unitevi sempre di più. Solo uniti potrete tutelare il vostro futuro.
Le immagini sono di dominio pubblico. Il mare, come i morti di tumore che riempiono i nostri cimiteri, non hanno copyright, appartengono a tutti noi. Come NOSTRA è la terra che hanno distrutto. Fatele girare se e come volete.
Forza Taranto, forza Taranto Libera!" (Alex Orange)

Pianto cesareo

Emergenza Ilva, ieri mattina incontro nella sede di Confindustria a Taranto, con i rappresentanti di istituzioni, parlamentari, aziende, associazioni e sindacati.
Non è il primo incontro con il quale l'associazione degli industriali chiama a raccolta il territorio. La situazione è drammatica, non è più il caso di perdere tempo a fare altri "tavoli". Occorre agire nel più breve tempo possibile. Nell'incontro di ieri, durato tre ore circa, scorrono titoli già noti. Ma il film non è più lo stesso, i toni sono ogni volta più drammatici. Lo stesso presidente di Confindustria, Enzo Cesareo, che aveva accolto positivamente lo sblocco dei fondi per Taranto, quale parziale riconoscimento dei lavori svolti dalle aziende impegnate nell'indotto Ilva, ieri in uno sfogo ha usato parole forti. «Non è più il tempo delle parole - ha detto Cesareo - occorre passare ai fatti, dobbiamo far fare fatturato alle aziende, far quadrare gli stipendi, far lavorare gli autotrasportatori; dobbiamo lavorare, basta "tavoli"; sono sufficienti quattro persone a definire il da farsi, purchè lo facciano, e in fretta».
La situazione appare disperata. Lo stesso presidente in un primo momento smorza i toni. «Non so se è disperata - dice - ma le nostre aziende continuano a soffrire, nonostante l'Ilva abbia in buona parte rispettato gli accordi assunti con noi: ha erogato la tranche dei pagamenti come previsto, ma questo fino a luglio scorso; oggi siamo tornati a maturare un credito di cinquanta milioni di euro, le aziende non possono più permettersi di attendere - intanto perchè non sono più in condizione di farlo - non possiamo più pagare stipendi, contributi e quant'altro».
Non solo, Cesareo aumenta il suo disappunto. «Non credo si possa continuare ad assistere a uno scempio simile, privare una città di un futuro; stiamo assistendo a una lenta agonia, e questo non possiamo più consentircelo: abbiamo necessità di guardare al futuro con una luce diversa, avendone le potenzialità; è questo uno dei motivi in virtù dei quali ho inteso invitare amici, colleghi, istituzioni e i nostri parlamentari».
L'invito che torna spesso negli interventi di Cesareo, dei parlamentari, degli imprenditori presenti nell'incontro svoltosi nella sede di via Dario Lupo, è sostanzialmente lo stesso. «Dobbiamo fare sistema - osserva ancora Cesareo - mostrare una volta per tutte che il territorio è unito, non è più tempo di tavoli, è necessario invece piegarsi, lavorare duramente, perchè questa crisi una volta per tutte venga risolta definitivamente: abbiamo bisogno di uno stabilimento ecocompatibile, dunque che i lavori di ambientalizzazione partano immediatamente; i cittadini hanno il sacrosanto diritto che questo avvenga con l'impegno dello Stato italiano».
Infine, Cesareo nel suo lungo e appassionato confronto con la stampa, successivamente nel dibattito, fa accenno ad alcune ipotesi ventilate. Un riferimento al commissario Gnudi. «Ho sentito parlare di Cassa depositi e prestiti - ha concluso il presidente di Confindustria - di imprenditori e new company: serve la garanzia dello Stato italiano, una exit-strategy di lungo respiro; il commissario si sta dannando alla ricerca di danaro; non credo che in queste condizioni si possa fare molta strada: non è, però, alla strategia di uscita che dobbiamo ispirarci, ma quella di rilancio del sistema siderurgico».

sabato 15 novembre 2014

"Intempestivamente"

Ilva, Gnudi incalza le banche: «Prestito in tempi brevi» 

Il commissario Piero Gnudi prova a stringere i tempi. Per incassare la seconda tranche del prestito ponte. E garantire un’altra boccata di ossigeno alla sua gestione della grande fabbrica. Le banche, invece, prendono altro tempo. Così il confronto tra il commissario di Governo, spedito al timone del colosso dell’acciaio, e i plenipotenziari degli istituti bancari si rivela un’altra tappa di avvicinamento. Un faccia a faccia che fonti vicino a Gnudi non esitano a definire come «un incontro sereno, andato tutto sommato bene» alla luce delle richiesta avanzate agli uomini delle banche. Perché la seconda fase del prestito ponte, da 125 milioni di euro, è di fondamentale importanza per poter proseguire i lavori dei cantieri Aia e per pagare gli stipendi di novembre, con annesse tredicesime.
In una parola, serve come l’aria per continuare a vivere ed evitare il tracollo. Per questo Gnudi, avrebbe insistito a lungo nell’illustrare la necessità che quei 125 milioni di euro. E avrebbe chiesto al pool di banche impegnato nel salvataggio dell'Ilva, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Popolare, di erogare la seconda tranche del prestito in «tempi brevi» anche in assenza di un’offerta vincolante da parte dei possibili acquirenti. L’assenza, per ora, di un’offerta vincolante, dal punto di vista delle banche, infatti, alzerebbe il rischio del prestito erogato e di conseguenza il via libera allo sdoganamento di altri 125 milioni. È necessaria, quindi, una nuova valutazione degli istituti di credito per essere autorizzata e deliberata la seconda iniezione di liquidità. Verosimilmente entro la prossima settimana le banche dovrebbero dare una risposta.
Al momento i due maggiori pretendenti a subentrare ai Riva nella proprietà del colosso dell’acciaio, sono il gruppo Arcelor Mittal in cordata con il gruppo Marcegaglia e il gruppo siderurgico cremonese Arvedi. Nei giorni scorsi, peraltro, l'amministratore delegato di cassa depositi e prestiti Giovanni Gorno Tempini aveva manifestato l'interesse di Cdp ad un settore «strategico per il paese» come l'acciaio. Affermazioni che sembrano aver rimesso in moto i giochi sul gruppo. Fatto sta che per l’Ilva si stanno vivendo giorni per l’ennesima volta decisivi. Con la febbrile attività del commissario straordinario.
Su un altro binaro, invece, viaggia l’impegno di Vera Corbelli, commissario per le bonifiche, che ieri ha incontrato il sindaco Ippazio Stefàno. Il vertice è servito a fare il punto della situazione riguardo lo stato delle attività previste dal protocollo d’intesa del 26 luglio di due anni fa.
Piena sintonia si è riscontrata sulla decisione di intraprendere un confronto costante per una strategia più complessiva dell’area di Taranto «Ho apprezzato la visita del Commissario e l’attenzione che riserva alla città. Abbiamo trovato pieno accordo - ha spiegato Stefàno - sull’idea di avviare una strategia d’azione complessiva sulle problematiche legate all’ambientalizzazione per trasformare un’area di criticità in un’area di soluzioni». E a proposito di incontri le segreterie provinciali di Cgil, Cisl, Fiom e Fim, hanno giudicato intempestiva la proposta di un vertice avanzata dal presidente di Confindutria Vicenzo Cesario, con al centro la crisi Ilva.
«Tale appuntamento - si legge nella nota firmata da Giusepppe Massafra, Daniela Fumarola, Donato Stefanelli e Mimmo Panarelli - risulta intempestivo considerando che abbiamo avuto un incontro con il commissario straordinario Piero Gnudi, per discutere degli scenari che si prospettano intorno alla vicenda. Ed è stata evidenziata la necessità di individuare un luogo di confronto nel territorio per discutere di tali questioni. Riteniamo, però, che debba essere un luogo istituzionale, in stretta connessione con l’attività di governo nazionale. Per questo - concludono i segretari delle organizzazioni sindacali - va considerata l’ opportunità di ripristinare all’interno della consulta provinciale la funzione di raccordo e di elaborazione, per affrontare i temi dello sviluppo a Taranto».(Quot)

venerdì 14 novembre 2014

Ribaltamento di visione

Ilva, Bonelli propone ‘decreto’ Salva Taranto: ‘Sì a percorso di riconversione’

“I sei decreti ‘salva Ilva’ varati finora dai diversi governi che si sono succeduti dal 2012 a oggi hanno portato la città sull’orlo del precipizio e quindi è arrivato il momento che a Roma venga varato un vero decreto ‘salva Taranto‘”. Angelo Bonelli, coportavoce nazionale ha spiegato così il testo del nuovo decreto – una provocazione dato che questa è una prerogativa del governo – che contiene le prime proposte per rilanciare il capoluogo ionico a intraprendere “dalla grave situazione ambientale, sanitaria e sociale”, un delicato percorso di riconversione “sul modello Bilbao” che preveda “l’applicazione del danno ambientale e l’avvio della messa in sicurezza e delle bonifiche nel sito di Taranto, nonché il rilancio delle attività economiche e occupazionali”.
Secondo Bonelli chi ha sostenuto che lo sblocco dei fondi milanesi dei Riva è il primo passo per l’applicazione del principio “chi inquina paga” visto che quei soldi saranno utilizzati per ammodernare gli impianti che, nonostante il commissariamento, restano di proprietà della famiglia lombarda. “Chi pagherà – ha spiegato il leader dei Verdi – le bonifiche dei terreni e delle acque inquinate? E i danni subiti dai cittadini e dai lavoratori?”.
La proposta di Bonelli e degli altri esponenti del movimento “Taranto Respira” prevede che entro 45 giorni dall’ipotetica approvazione del provvedimento il ministero dell’Ambiente proceda “alla determinazione del danno ambientale e sanitario” e trasmetta i risultati alla procura della Repubblica per consentire “il sequestro dei beni mobili e immobili, titoli della proprietà per l’equivalente della somma prevista dal danno ambientale” per bloccare “le risorse per la realizzazione della messa in sicurezza e delle bonifiche” e il “risarcimento dei danni”. Non solo.
Il testo prevede l’istituzione di una struttura pubblica che abbia potere in materia di “pianificazione urbanistica, di procedure amministrative per il rilascio di autorizzazioni all’esercizio di attività commerciali ed imprenditoriali” e “per l’uso di fondi europei, statali e regionali relativi alla realizzazione delle bonifiche e al rilancio economico dell’area industriale attraverso la presentazione di un progetto di conversione”.
Infine il provvedimento concede ai dipendenti della fabbrica la facoltà di ottenere il prepensionamento nel caso in cui abbiano almeno 18 anni di servizio “altamente usurante” oppure la riqualificazione professionale, da realizzare attraverso i fondi europei, per avviare i progetti di bonifiche. E ancora l’istituzione di un’area “no tax” per attrarre investimenti, fondi per il sostegno all’agricoltura e alla mitilicoltura, rigenerazione urbana e ambientale e recupero del centro storico.
“Non è una scatola chiusa – ha spiegato Bonelli – e non ci sono sigle perché vogliamo che le varie anime dell’associazionismo tarantino offrano il loro contributo per migliorare la proposta nell’interesse della comunità”. Alla conferenza stampa, infatti, ha partecipato anche una delegazione del comitato cittadini Liberi e pensanti che nei prossimi giorni discuterà dell’iniziativa e presenteranno i loro suggerimenti che, com’è noto, si basano sull’idea di chiudere prime le fonti inquinanti e poi di avviare i progetti di bonifica. (FQ)

giovedì 13 novembre 2014

E chiacchiere furono

Ilva: Fiom Cgil, in arrivo due offerte per l'acquisto

"La Fiom, insieme alle altre organizzazioni sindacali dei metalmeccanici, ha incontrato nel pomeriggio di mercoledì 12 novembre, il commissario dell'Ilva Piero Gnudi, per un aggiornamento sullo stato della gestione commissariale del gruppo". Lo scrive la Fiom Cgil in una nota.
"In particolare - prosegue - abbiamo appreso che si svolgerà nei prossimi giorni il confronto tra il commissario e le banche per lo sblocco della seconda tranche del prestito con il quale garantire una normale attività produttiva e il pagamento degli stipendi e della tredicesima mensilità".

"In riferimento alla vendita del Gruppo - scrive ancora la Fiom - il commissario ci ha informato che sono in arrivo due offerte per l'acquisto, una delle quali nelle prossime ore, sulle quali verrà fatta una valutazione per arrivare a individuare l'acquirente finale dopo uno specifico percorso di negoziazione. Il commissario, in merito a questo, ha ribadito che le condizioni poste agli interessati all'acquisto sono state il mantenimento dei livelli occupazionali e il rispetto della normativa Aia".
"Inoltre - prosegue il sindacato - Gnudi ci ha informato che qualsiasi sia il nuovo assetto proprietario sarà prevista una presenza di carattere pubblico, con modalità ancora da definire, della Cassa depositi e prestiti. Infine, su nostra richiesta, il commissario si è reso disponibile a un confronto con le organizzazioni sindacali prima di assumere ogni decisione in merito alla scelta dell'offerta d'acquisto".
La Fiom, nel corso dell'incontro, ha ribadito che "la difesa dell'integrità produttiva e dei livelli occupazionali del gruppo Ilva è un elemento strategico per la difesa del sistema industriale del nostro paese". Nei prossimi giorni si svolgeranno assemblee con le lavoratrici e i lavoratori del Gruppo per valutare la situazione alla luce anche delle informazioni di oggi e decidere tutte le iniziative necessarie.

mercoledì 12 novembre 2014

Quattro chiacchiere

Ilva: nel pomeriggio incontro tra commissario Gnudi e sindacati

Il commissario dell'Ilva,Piero Gnudi, incontra nel pomeriggio a Roma i rappresentanti dei sindacati metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm. Obiettivo della riunione, fare il punto della situazione sull'azienda, sui problemi economici e industriali, sulle trattative in corso per la cessione, e sullo stato di attuazione delle prescrizioni Aia (Autorizzazione integrata ambientale). L'incontro era stato sollecitato dai sindacati a Gnudi nelle scorse settimane. Oggi gli 11mila dipendenti dell'Ilva di Taranto stanno trovando, sui rispettivi conti corrente, l'accredito dello stipendio di ottobre. Sembra un segno di normalita' ma e' solo una normalita' apparente perche' la situazione dell'azienda, soprattutto sotto il profilo finanziario, resta critica. Se non ci dovessero essere miglioramenti a breve e se le banche non dovessero erogare la seconda rata del prestito accordato a settembre - si tratta di altri 125 milioni di euro dopo i primi 125 gia' corrisposti -, l'Ilva non potrebbe infatti "onorare" le scadenze di meta' dicembre che appaiono sin d'ora molto pesanti perche' ci sono da pagare gli stipendi di novembre, le tredicesime e un ulteriore rateo del premio di risultato.
  Premio il cui rateo precedente, in condizioni finanziarie analoghe per l'azienda, se non addirittura piu' pesanti, fu fatto slittare da luglio ad agosto. Segnali di preoccupazione vengono anche dalle imprese metalmeccaniche dell'indotto e dell'appalto di Taranto. A fine ottobre l'Ilva ha terminato di erogare 34 milioni relativi al saldo di fatture per prestazioni di lavoro gia' scadute da mesi ed ora si sta riconfigurando la stessa situazione. Cioe' le aziende hanno fatturato all'Ilva nuovi lavori ma non sono state pagate. In questo contesto e' evidente che uno dei problemi che oggi i sindacati porranno a Gnudi e' proprio lo stato finanziario dell'Ilva. Da questo punto di vista, pero', novita' importanti possono derivare piu' che dalla corresponsione della seconda tranche del prestito o dall'accesso al miliardo e 200 milioni sequestrati per presunti reati fiscali e valutari ai fratelli Emilio e Adriano Riva - risorse per le quali il gip di Milano, Fabrizio D'Arcangelo, applicando la legge, ha disposto il trasferimento all'Ilva come aumento di capitale -, solo da una svolta societaria. Ovvero da un riassetto della compagine Ilva con l'ingresso di nuovi soci (oggi il capitale Ilva e' per il 90 per cento in mano ai Riva e per il restante 10 e' controllato dagli Amenduni). A proposito del riassetto, a meno di nuovi sviluppi, il campo dei potenziali acquirenti di Ilva sembra restringersi a due soggetti: la multinazionale Arcelor Mittal con Marcegaglia e Arvedi con la Companhia siderurgica national, la brasiliana Csn. Rispetto ad Arcelor Mittal con Marcegaglia e agli indiani di Jindal - anche se quest'ultimi appaiono adesso un po' defilati - Arvedi si e' approcciato per ultimo all'Ilva ma avrebbe rapidamente recuperato. Secondo fonti sindacali, le due cordate nei prossimi giorni potrebbero presentare le loro proposte, non vincolanti, con uno schema di piano industriale.
  Mantenimento dei posti di lavoro e rilancio della produzione di acciaio per portare gli impianti di Taranto al loro target, sarebbero i punti centrali dei due piani industriali insieme ai lavori di risanamento ambientale previsti dall'Aia. Queste, tra l'altro, sono anche le "condizioni" poste dal Governo ai potenziali acquirenti dell'Ilva. Il riassetto dell'azienda avverrebbe attraverso la costituzione di una newco alla quale verrebbero conferiti gli impianti, il personale e le attivita' industriali. In una bad company andrebbe invece tutta la parte relativa al contenzioso ambientale esistente a Taranto e al relativo risarcimemto danni. In una delle aziende italiane interessate a prendere l'Ilva, entrerebbe poi la Cassa Depositi e Prestiti attraverso il Fondo strategico nazionale. I contatti tra l'istituto, Palazzo Chigi e il ministero dello Sviluppo economico sono diventati piu' serrati nelle ultime settimane e sembrerebbero andare verso quella "soluzione nuova" auspicata per la siderurgia dal premier Matteo Renzi nei giorni scorsi a Brescia. Nei giorni scorsi i vertici di Cdp hanno manifestato interesse all'acciaio sia pure ribadendo che non e' un investimento diretto nell'Ilva ma che si tratta invece di vedere con gli operatori se ci sono "le condizioni per il Fondo strategico per investire in una di queste aziende". (AGI).
 

lunedì 10 novembre 2014

Cosa succede ai moli dell'Ilva quando piove?





Che il minerale vada tutto il dilavato in acqua?
Così sembrerebbe da queste immagini messe in da un anonimo informatore in occasione dei recenti temporali (venerdì 7 nov)


Ottimismo!

Lavoro, le industrie sull'orlo del baratro

L’autunno ha visto un’unica ripresa: quella della cassa integrazione, forse il termometro più valido per rendersi conto della crisi che si abbatte sul sistema produttivo nazionale. Gli ultimi dati sono di settembre, con un numero di ore salito sopra i 104 milioni: l’aumento rispetto ad agosto è stato quasi del 44 per cento. Ma ormai da quattro anni la media mensile è sempre di 80 milioni di ore.
Ben 6151 aziende con 11.443 impianti sul territorio hanno fatto ricorso agli ammortizzatori sociali. Con alcuni centri dove la chiusura delle fabbriche rischia di travolgere l’intera comunità: dall’Ilva di Taranto alla Jabil di Marcianise. L’Italia che c’è dietro queste cifre si materializza nel rapporto appena presentato dall’Osservatorio Cgil: dall’inizio dell’anno un milione di lavoratori sono stati coinvolti dalla cassa integrazione, 525 mila dei quali a zero ore. Questo significa anche un crollo dei redditi: nelle buste paga sono finiti tre miliardi e 100 milioni di euro in meno. Il picco si registra nelle regioni del Nord: Lombardia, Piemonte e Veneto, il cuore dell’industria italiana. Non a caso, la recessione si accanisce di più nel settore meccanico, con il triplo di cassintegrati rispetto al commercio e all’edilizia. Ma c’è chi sta peggio
L’esercito dei disoccupati senza speranza. A settembre l’Istat ha registrato il record più alto dal 2004: 3,2 milioni di persone, pari al 12,6 per cento. Nessuna prospettiva per i giovani: 689 mila ragazzi tra i 15 e i 24 anni non hanno un posto, pari al 42,9 per cento. In soli due anni sono stati bruciati due milioni di posti per gli under 35. Le condizioni più difficili sono al Sud, dove l’emigrazione ha ripreso vigore. Cambiando rotta: i distretti industriali non offrono più sbocchi, quindi i trasferimenti puntano sull’Emilia Romagna e il Trentino. Un dossier del Cnr censisce oltre 50 mila persone che hanno lasciato Campania, Puglia, Sicilia e Calabria. Bologna, Rimini, Parma e Trento sono le mete favorite, quelle dove c’è ancora il miraggio di un lavoro. (L'Espresso)

Quale sicurezza?

Ilva: Rapporto di Sicurezza 2008 "scaduto". Il 2013 ancora al CTR

Peacelink intende chiedere con il presente comunicato dei chiarimenti al Commissario straordinario per l’Ilva, il Dott. Piero Gnudi, in merito al Rapporto di Sicurezza di Ilva S.p.a. il cui ultimo aggiornamento risale all'ottobre 2008. In virtù del D.Lgs. 334 del 1999, nello specifico art. 8, il rapporto in questione andrebbe riesaminato con cadenza quinquennale.
Ricordiamo che il Rapporto di Sicurezza è un elaborato tecnico, i cui contenuti in Italia sono definiti per legge dal DLgs n°334 del 1999 ("Legge Seveso"), che serve a individuare all'interno di uno stabilimento quali sono gli eventuali incidenti rilevanti possibili e quali sono le misure di sicurezza e di prevenzione adottate per prevenirli.
Abbiamo chiesto informazioni in merito, tramite l’invio di posta elettronica certificata (PEC), all'ufficio Servizio Rischio Industriale della Regione Puglia, che ha risposto come segue:
"Agli atti di questo Servizio risulta che l'Edizione del Rapporto di Sicurezza della società Ilva SpA validata dal Comitato Tecnico Regionale Puglia (C.T.R.) è quella del 2008. Per quanto riguarda invece l'edizione del 2013 si comunica che la stessa è oggetto di valutazione del C.T.R. (art.21 del D.Lgs. 334 del 1999 e smi.)".
Si sottolinea, inoltre, che le versioni dei Rapporti di Sicurezza consultabili on line per il pubblico sono inaccessibili poichè il Portale Ambiente della Regione Puglia è in manutenzione già da alcuni mesi.
In virtù di quanto appreso Peacelink chiede:
- se tale situazione disattende la direttiva europea 96/82/CE relativa al controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose conosciuta come Legge Seveso II;
- per quale motivo, ad oggi, l'edizione 2013 del Rapporto di Sicurezza Ilva SpA è ancora al vaglio del C.T.R.
La questione del Rapporto di Sicurezza è di estrema importanza in quanto, dopo la lettera di messa in mora inviata nel settembre del 2013 dalla Commissione Europea per il mancato controllo degli effetti dell’attività del centro siderurgico pugliese sull’atmosfera e il territorio, se ne è aggiunta nell'aprile scorso una seconda «complementare» per il mancato rispetto della normativa «Seveso», all'interno della quale gioca un ruolo cardine il Rapporto di Sicurezza ILVA sopra citato.
 Alleghiamo al presente comunicato la risposta della Regione Puglia a PeaceLink in merito.
Aggiungiamo infine che alla Pubblica Amministrazione spetta il compito di effettuare un'istruttoria tecnica sul Rapporto di Sicurezza al fine di valutare l’idoneità e l’efficacia dell’analisi del rischio. La Pubblica Amministrazione deve verificare, anche mediante sopralluoghi presso lo stabilimento, la corrispondenza delle informazioni contenute nel Rapporto di Sicurezza e quanto effettivamente attuato da parte dell'ILVA, indicando le situazioni di carattere impiantistico e gestionale sulle quali è opportuno intervenire per prevenire il rischio di incidente rilevante, migliorando le condizioni di sicurezza interne ed esterne allo stabilimento (sicurezza della popolazione, protezione ambientale, sicurezza dei lavoratori, sicurezza dei processi). L’istruttoria tecnica si conclude con un atto che contiene le valutazioni tecniche finali, le eventuali prescrizioni integrative e, qualora le misure adottate dal gestore per la prevenzione e la riduzione di incidenti rilevanti siano nettamente insufficienti, viene prevista la limitazione o il divieto di esercizio.
 Su tutto questo attendiamo risposte chiare.
Allegati

 Per PeaceLink : Antonia Battaglia, Luciano Manna, Alessandro Marescotti (Peacelink)

domenica 9 novembre 2014

Rosso Ilva

Ilva, sono finiti i soldi. Natale senza stipendio

Le casse dell’Ilva sono vuote. Quando nelle prossime ore partiranno i bonifici per il pagamento degli stipendi di ottobre, il rosso che colora i dintorni dello stabilimento siderurgico di Taranto (e alcune volte anche il cielo, a causa del famigerato slopping) diventerà fisso sul saldo delle disponibilità finanziarie. E così la strada dell’amministrazione straordinaria dell’azienda potrebbe divenire un percorso praticamente obbligato.
È da settimane, come la Gazzetta rivelò lo scorso 18 ottobre, che alcuni consulenti della struttura commissariale guidata da Piero Gnudi, in stretto contatto con i ministri Guidi (Sviluppo economico) e Galletti (Ambiente), stanno lavorando ad una procedura di amministrazione straordinaria, con una legge Marzano adattata alle esigenze tramite un decreto ad hoc del governo Renzi, per evitare il tracollo dell’Ilva. Ipotesi che era stata accantonata due settimane fa, quando il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo dispose il trasferimento nel capitale sociale dell’Ilva, sotto forma di nuove azioni, del miliardo e 200 milioni di euro sequestrati in un procedimento per frode fiscale a Emilio e Adriano Riva. Le complesse procedure per il completamento dell’operazione e, soprattutto, la lettera della Commissione Europa al governo Renzi, hanno però reso di fatto insostenibile la gestione ordinaria dell’azienda.
La Commissione europea ritiene che il trasferimento dei soldi da Milano a Taranto costituisca un indebito aiuto di Stato e che aiuto di Stato sia addirittura anche il prestito ponte concesso da un pool di banche a Gnudi l’estate scorso. Il commissario trattò un prestito di 250 milioni di euro, incassando soltanto la prima tranche da 125 milioni, servita per pagare stipendi e fornitori. L’erogazione della seconda rata del prestito non è più così scontata e così probabilmente sarà lo stesso Gnudi nell’incontro con i sindacati metalmeccanici convocato per mercoledì prossimo a illustrare la situazione che allo stato, senza l’arrivo di soldi freschi, non assicura il pagamento a dicembre dello stipendio di novembre, della tredicesima mensilità e della quota parte del premio di produzione. Un esborso considerevole al quale l’Ilva non è nelle condizioni di far fronte. Ecco dunque che il ricorso all’amministrazione straordinaria potrebbe  essere l’unica via d’uscita per mettere in sicurezza l’azienda.
Gnudi attende risposte concrete dal Governo. Il premier Renzi una settimana fa annunciò che sarebbe venuto in visita a Taranto ma quell’annuncio è rimasto senza alcun seguito. Sono due le possibili vie d’uscita all’esame dell’esecutivo: la prima porta alla pista straniera, con la chiusura dell’area caldo, 3500-4000 esuberi e la fine dell’inquinamento; la seconda ad una cordata italiana, finanziata in qualche maniera dal fondo strategico della Cassa depositi e prestiti, con l’apparato produttivo sostanzialmente immutato e dunque, al netto dei lavori previsti dal piano ambientale, sempre potenzialmente inquinante e tecnologicamente superato. (Mazza - GdM)

Da non perdere!!

Stasera “Esodo – sotto le ciminiere dell’Ilva” su Radio3

 
La protesta di Antonio. In onda su Radio3, domenica 9 novembre 2014, alle ore 23, “Esodo – sotto le ciminiere dell’Ilva”, radiodramma di e con Gaetano Colella, con la partecipazione di Andrea Simonetti, nell’ambito della quarta edizione di “Tutto esaurito!”, festival teatrale della Rai a cura di Antonio Audino e Laura Palmieri, in programmazione per tutto il mese di novembre con serate in diretta dalla Sala A e dal “teatrino da camera” della sala M di via Asiago a Roma, registrazioni appositamente realizzate, recuperi dal ricchissimo archivio radiofonico e radiodrammi inediti.
“Esodo” racconta la storia disperata degli abitanti delle “case-parcheggio” del quartiere Tamburi di Taranto attraverso la voce di uno dei suoi residenti che si è barricato sul tetto del suo palazzo per protestare. Vuole una casa che gli spetta da quarant’anni. Da quando, a seguito del crollo di alcuni edifici nella Città vecchia, i suoi genitori e un altro migliaio circa di abitanti furono sistemati dal Comune in altre zone della città allo scopo di risanare gli immobili fatiscenti dell’Isola. Dunque, si trattava di un progetto di collocazione temporanea di intere famiglie in aree periferiche. Fu in quel momento che nacque il grande esodo per interi nuclei familiari, che dalla Città vecchia, antico cuore pulsante di Taranto, portarono via storie, intrecci di parentele, amicizie, relazioni. Un intero quartiere fu smembrato e frazionato in vari rioni urbani. Ad alcuni toccò andare ai Tamburi, parcheggiati per un tempo illimitato che dura ancora oggi, accanto allo stabilimento siderurgico più grande d’Europa, l’Ilva. Fra questi c’era Antonio, che all’epoca aveva solo tre anni. Oggi Antonio ha deciso di salire sul tetto per protestare, perché quarant’anni di attesa sono troppi, e, non dimeno, perché suo figlio merita di crescere in un’altra casa, una casa normale come ce l’hanno tutti gli altri.
Presentato in forma di studio lo scorso 12 aprile sempre sulle frequenze Rai di Radio3, nel palinsesto de “Il cantiere”, lo spazio dedicato da Elisabetta Parisi alla sperimentazione di nuovi linguaggi e nuove idee, “Esodo - sotto le ciminiere dell’Ilva” è un radiodramma che nasce da un progetto teatrale omonimo del Crest. L’ottimizzazione sonora è a cura di Walter Mirabile. Le musiche sono di Fido Guido, Davide Berardi e i Leitmotiv, tutti artisti tarantini. 
Gaetano Colella
Attore, regista e autore di teatro, è dal 2009 direttore artistico del Crest, assieme a Clara Cottino. Vincitore del Premio Scenario 2005 con “Il deficiente”, spettacolo di cui è autore, regista e interprete, ha firmato come drammaturgo e attore gli spettacoli prodotti dal Crest “Popeye srl”, “Sonniloqui”, “Capatosta”. Per la radio ha scritto “Cagnara sul colle”, sit-com radiofonica trasmessa da Rai Radio2 (2007). Ha lavorato con registi della scena nazionale come Emma Dante (“Medea”, 2005), Claudio Morganti (“Riccardo III”, 2002) ed Elena Bucci e Marco Sgrosso, con i quali è vivo un sodalizio decennale: “Macbeth” (2005), “Santa Giovanna dei macelli” (2008), “La locandiera” (2009), “Svenimenti” (2014), tutti diretti dalla Bucci. Da segnalare, la partecipazione in campo cinematografico in “Controra” di Rossella De Venuto (2013) e televisivo in “Tutta la musica del cuore” (Rai 1, 2013), “Nebbia e Delitti 3” (Rai 2, 2009), “Il commissario Zagara” (Canale 5, 2011). (Crest)

sabato 8 novembre 2014

L'AIA delle carte (mentre le polveri e i fumi volano)

Ilva, primo report sull’Aia: rinviati cantieri e opere più onerose

E' vero che l'Ilva ha ottemperato al 75% degli interventi dell'Aia in scadenza a luglio 2015, ma si tratta per la maggior parte di interventi gestionali mentre restano sulla carta le attività impiantistiche con soli 21 cantieri aperti su 85. Ed a conti fatti, se finora sono stati spesi circa 500 milioni di euro, gli 1,8 miliardi ipotizzati dal precedente commissario Enrico Bondi, potrebbero non bastare per mettere in regola lo stabilimento siderurgico più grande d'Europa. E' la fotografia scattata, con aggiornamento al 30 ottobre, dal dipartimento Aia dello stesso stabilimento Ilva di Taranto. Nel report è scritto che il numero totale di attività del Piano Ambientale da ottemperare entro agosto 2016 è di 160, 75 gestionali ed 85 impiantistiche. Entro luglio 2015 va ottemperato l'80% dei lavori: 115 attività, 73 gestionali e 42 impiantistiche, lasciando all'ultimo anno gli interventi più impegnativi.
Sulla carta l'Ilva rispetta il cronoprogramma e la legge: ha eseguito 87 attività delle 92 che scadono a luglio 2015 ma di queste solo 21 sono opere strutturali, le meno impegnative. Il resto è una serie di prescrizioni gestionali, come presentazioni di programmi ed adempimenti. E se sulla carta risulta che un quarto dei lavori agli impianti è avviato, la realtà è diversa: restano ancora sulla carta i progetti più importanti da realizzare e più costosi, come la messa in regola della disciplina delle acque e la copertura dei parchi minerali, attualmente solo in fase di progetto. All'appello mancano lavori importanti per la riduzione dell'inquinamento come quelli di adeguamento alle migliori tecnologie per ridurre le emissioni di polveri e sostanze pericolose, l'installazione dei filtri a tessuto, il tetto dell'acciaieria 1 ed il sistema di monitoraggio.
Ancora da eseguire anche bonifica e demolizione dell'altoforno 3, fermo da tempo e la fermata dell'altoforno 5, il più grande d'Europa ed il più problematico sotto il profilo ambientale. Lo spegnimento, secondo quanto riferiscono i tecnici, dovrebbe impiegare circa due mesi e secondo il cronoprogramma dovrebbe iniziare a giugno 2015 ma fonti vicine al commissario governativo Gnudi riferiscono che si sta valutando l'ipotesi di iniziare a spegnerlo prima di Natale, anche perché da solo prosciuga la metà della spesa corrente e vale un terzo dei guadagni, insomma è un vecchio motore che consuma più di quanto renda.
La rapidità e l'efficacia dei lavori Aia che mancano ancora all'appello in Ilva dipenderà dalla velocità con cui la magistratura milanese riuscirà a far rientrare in Italia dalla Manica il tesoro sequestrato lo scorso anno ad Emilio Riva (scomparso ad aprile scorso) e suo nipote Adriano, indagati per frode fiscale. Un miliardo e 200 milioni da trasformare in azioni di Ilva spa intestate ad Equitalia. C'è il rischio, tuttavia, che l'enorme cifra non sia comunque sufficiente a coprire tutte le spese previste dall'Aia. Secondo il piano ambientale elaborato dalla precedente gestione commissariale, i costi si aggirano intorno ad 1 miliardo ed 800 milioni. Fra impegni di spesa e spesa effettiva, l'Ilva ha già sborsato circa 500 milioni di euro. Secondo uno studio degli indiani di ArcelorMittal, che per primi hanno formalizzato l'interesse ad acquisire l'Ilva in cordata con Marcegaglia, il conto è quasi del doppio, intorno ai 3,3 miliardi. Secondo i custodi giudiziari incaricati dal gip Todisco di sorvegliare l'intera area a caldo sequestrata nel luglio 2012 ed ancora sotto sigilli (la produzione è stata autorizzata per legge ma sottoposta al rigido rispetto dell'Aia, l'autorizzazione rilasciata dal ministero per l'Ambiente) per mettere in regola gli impianti servono 8 miliardi.
Da Bruxelles, intanto, tuona la Commissione europea. La direzione generale sulla concorrenza vuol vederci chiaro sui soldi del sequestro milanese sbloccati per decreto legge e sul prestito-ponte delle banche favorito dalla garanzia del governo. In entrambi i casi la Commissione europea ha acceso i riflettori e sospetta che si possa trattare di aiuti di Stato, vietati dalle norme sulla concorrenza e sugli interventi di Stato nelle aziende private. Forse sarà necessario un nuovo piano ambientale da parte del governo, anche perché il piano industriale, che doveva seguire di pochi giorni quello ambientale non è stato ancora elaborato e mancano i bilanci del 2012 e 2013. (RepBa)

I conti nel portafoglio d'Italia

Vi spieghiamo il perche' l'Ilva non potra' essere nazionalizzata

La questione Ilva cresce di tono e di spessore, in un accavallarsi disordinato ed estemporaneo d’interventi istituzionali, di soggetti associativi e di singoli cittadini. Il decreto del giudice delle indagini preliminari,  in applicazione del DL 61 del 2003, trasferisce i beni sequestrati ad amministratori e soci, che hanno svolto ruoli di coordinamento e direzione in Ilva. Beni pari a 1,2 miliardi in danaro e titoli derivanti da reati di riciclaggio, truffa ai danni dello Stato. Il Pubblico ministero, poi, è stato chiarissimo sultrasferimento delle somme, nell’'ottica del legislatore, sia giustificato esclusivamente dalla finalità di realizzare le misure di tutela ambientale e sanitaria previste nell’AIA e non già per garantire la gestione corrente dell’impresa commissariata in una situazione, peraltro, in cui vi sono fondati dubbi sulla continuità aziendale della stessa”. In questa commedia goldoniana delle istituzioni,  si inserisce anche il riferimento alla sentenza della Corte Costituzionale n 85 dell’aprile dello scorso anno dove si legge che “si deve osservare che a Taranto si è verificata una situazione grave ed eccezionale” e quindi che «il legislatore ha ritenuto di dover scongiurare una gravissima crisioccupazionale di peso ancor maggiore nell’attuale fase  di  recessione economica nazionale e internazionale. Senza tuttavia sottovalutare la grave compromissione della salubrità dell 'ambiente, e quindi della salute delle popolazioni presenti nelle zone limitrofe » e, pertanto, almeno fino a quando la logica è applicabile a quanto viene affermato  dalla Corte Costituzionale,  che considera l’AIA come strumento che «traccia un percorso di risanamento ambientale ispirato al bilanciamento tra la tutela dei beni indicati e quella dell’ 'occupazione, cioè tra beni tutti corrispondenti a diritti costituzionalmente protetti. La deviazione da tale percorso, non dovuta a cause di forza maggiore, implica l'insorgenza di precise responsabilità penali, civili e amministrative, che le autorità competenti sono chiamate a far valere secondo le procedure ordinarie».
Su questa benedetta AIA si inserisce poi la valutazione di un altro pachiderma burocratico: la Commissione UE, la quale dopo aver inviato due lettere settembre 2013 e aprile 2014 concede ulteriori tempo per  rispondere alle contestazioni di merito che riguardano la direttiva sulle emissioni (sic!) e machiavellicamente “ altre norme UE in vigore in materia ambientale”. Il provvedimento della Commissione dopo che il caso Taranto è diventato tema di dibattito mondiale, ma non di azione  civica continentale sullo svuotamento delle norme di tutela e la assenza di strumenti di repressione repentini e comunque coerenti con la gravità dei casi, porta i burocrati di Bruxelles a stigmatizzare “l’inosservanza delle condizioni stabilite nelle autorizzazioni, l’inadeguata gestione dei sottoprodotti e dei rifiuti, protezione e monitoraggio insufficienti del suolo e delle acque sotterranee”. La Commissione concede all’Italia due mesi per rispondere. La gravità maggiore è rappresentata dalla mancata riduzione delle emissioni non controllate che nascono durante il processo di produzione dell’acciaio. La Commissione è consapevole che Ilva ha un’Aia per produrre ma non rispetta le prescrizioni. E dopo ? Passeranno almeno altri tre anni tra deferimento alla Corte, pronunciamento della sentenza, riluttanza ad applicarla con conseguente nuovo rinvio alla Corte che comminerà una sanzione forfettaria o giornaliera, che graverà sulle tasche del contribuente italiano.
In questo scenario di “anarchia istituzionale”, sterilità e assenza di pensiero strategico s’inseriscono proposte estemporanee tipo l’uso dei fondi sequestrati, per altre finalità, la Public Company, l’acquisizione di Ilva da parte dello Stato l’acquisto dell’impianto  da cordate miste italiani e no. Queste ultime, senza garanzie dello Stato e svendita a prezzi di saldo, non faranno un bel nulla. Sulla Public Company è meglio non perdere tempo a commentarla. Rimane l’intervento dello Stato. E’ credibile? Guardando i numeri della legge di stabilità, del bilancio assestato e della dichiarazione di rispetto del “Trattato per la Stabilità, il Coordinamento e la Governance  non sembra proprio. Nel bilancio assestato dello Stato gli investimenti in conto capitale passano dai circa 57 mld di questo anno a 38 mld nel 2015 e a 31,8 nel 2016. Contrariamente a quanto propalato sui media la legge di stabilità non è espansiva! Non lo dico io,  ma il vice direttore generale di Bankitalia in audizione alle commissioni riunite di Camera e Senato. Al netto delle bufale dichiarate nel DEF di aprile, che annunciava una crescita dello 0,8% , che la Commissione UE ieri l’altro ha trasformato in recessione con un meno 0,4% Pil, con un errore dei nostri specialisti di 1,2% di PIL in solo sei mesi! Nella audizione Bankitalia dimostra che il deficit di una manovra, che doveva essere espansiva, cala dal 3% al 2,6%  e metà della riduzione sarà per minori interessi e l’altra metà per minori investimenti pubblici. Taranto, e gran parte del Sud, forse si potranno salvare solo concentrando su una decina di progetti di riconversione, lungo la traiettoria delle vocazioni locali, dei fondi strutturali della nuova pianificazione UE 2014/2020. Tutto il resto è melina! (Cosmopolismedia)

Quali navi pulite in Mar Grande?


In attesa di un diniego definitivo o della solita imposizione di stato sulla questione Tempa Rossa e le sue 100 petroliere "pulite" all'anno, condividiamo e pubblichiamo questa riflessione postata da Alex Orange su Facebook, riguardo agli effetti delle navi portacarbone. 
La musica è sempre la stessa. 


La distanza dai campi mitili al secondo sporgente ILVA (navi porta carbone minerale) è inferiore a due miglia nautiche; poco più è la distanza tra gli stessi e il quarto sporgente (minerale di ferro), ancora poco più è quella dal pontile ENI (greggio, raffinati, ecc.).
Tutta la zona industriale di Taranto, tristemente famosa per il pesante, ove non criminale insediamento industriale, dista fino ad un massimo di tre miglia dal nuovo posizionamento dei campi mitili che sono stati spostati dal Primo seno di Mar Piccolo.
L'inquinamento prodotto dallo spolveramento (dovuto a benne, gru e nastri trasportatori non a norma) e/o la dispersione di minerale in acqua, anche in una giornata di poco vento e pochissima corrente marina provenienti da Nord-Ovest, impiega molto meno di un ora per raggiungere le cozze.
Sappiate che una sola cozza, dico una, filtra anche più di cento litri di acqua al giorno. Non credo debba aggiungere altro.
Le domande che mi pongo io sono le stesse che si pongono tutti.

venerdì 7 novembre 2014

Aiuti di stato ai "poveri" privati

Peacelink: Investigazione europea sugli aiuti all'ILVA

La Commissione Europea ha cominciato a investigare sulle somme che, attraverso decreti e provvedimenti vari, sono state concesse all’Ilva dal Governo italiano.
PeaceLink ha informato la Commissione Europea delle criticità che a suo avviso potevano costituire gli «aiuti di Stato» varati sotto forma di prestiti-ponte, somme previste nei decreti legislativi varati negli ultimi anni, per la garanzia del futuro di Taranto e delle bonifiche.
Pochi giorni fa PeaceLink ha informato la Commissione, in particolare la Direzione Generale Concorrenza, del fatto che le somme liberate dal Tribunale di Milano - che ha applicato norme scritte dal Governo Italiano - sarebbero dovute rimanere ben protette a garanzia soprattutto del futuro di Taranto, per quando davvero le bonifiche fossero state progettate e avviate.
Invece, il Governo Italiano ha trascurato il fatto che l’Ilva è un’azienda ancora privata e che, secondo il principio europeo della concorrenza leale, non si possano utilizzare fondi statali per le attività correnti di alcuna impresa.
Si potrebbe configurare un aiuto di Stato nel momento in cui queste somme fossero confiscate e, a procedimento penale concluso, lo Stato non riuscisse più a recuperarle in quanto il Tribunale di Milano ha sostituito la garanzia monetaria in titoli derivanti dall’aumento del capitale di Ilva equivalente al 1,2 miliardo di euro trasferito. Titoli che potrebbero perdere in futuro il loro valore iniziale. A quel punto, lo Stato si troverebbe con un pugno di mosche in mano e la somma a garanzia delle bonifiche dei terreni da condurre e dei risarcimenti ai cittadini andrebbe irrimediabilmente persa. PeaceLink continuerà ad operare a livello europeo perché i diritti dei cittadini vengano tutelati.
L'operato del Governo italiano va fermato in nome del rispetto delle direttive europee. (Peacelink)

Ilva, entro 15 giorni  5 risposte alla Ue

L’ultimatum scadrà il 20 novembre e al netto della considerazione che il premier Matteo Renzi ha palesato per la burocrazia di Bruxelles, le otto pagine inviate dalla direzione generale per la concorrenza della Commissione europea al Governo italiano lasciano intravedere foschi scenari per l’Ilva di Taranto.
Come anticipato ieri dalla Gazzetta, la richiesta di chiarimenti indrizzata all’esecutivo non solo non fa sconti all’Italia ma anzi mette in serio dubbio tutta la successione di decreti e provvedimenti che i governi Monti-Letta-Renzi hanno varato negli ultimi due anni per cercare di dare una prospettiva allo stabilimento siderurgico di Taranto, ai suoi 20mila addetti, al settore manifatturiero italiano, pur al cospetto di una perizia che ha definito quell’acciaieria fonte di malattie e morte per operai e cittadini.
Sono cinque i quesiti ai quali la Commissione Europea pretende risposte. Il primo riguarda la situazione finanziaria dell’Ilva. Il Governo Renzi aveva già scritto alla commissione, sostenendo che l’Ilva non poteva essere considerata come una impresa in difficoltà, ma da Bruxelles scrivono che i dati forniti a sostegno di tale tesi sono insufficienti e per dunque si sollecita la consegna di bilanci e documenti riguardanti gli anni 2012-2013-2014. Poi c’è il capitolo della responsabilità ambientale, sul quale la Commissione addirittura chiede una lista dettagliata di tutti i provvedimenti autorizzativi in materia ambientale violati dall’Ilva dal 1996 a oggi, alla luce del principio «chi inquina paga». La commissione chiede atti, sentenze, rinvi a giudizio e tutta la documentazione giudiziaria riguardante lo stabilimento di Taranto, chiedendo inoltre di quale connessione ci sia tra l’inquinamento contestato con sentenza della Cassazione nel 2005 e l’inquinamento attuale. Viene, poi, sollecitata copia del piano industriale dell’Ilva dopo la nomina del commissario Piero Gnudi - piano industriale in realtà ancora non redatto - e una relazione su tutte le azioni prese.
Poi vengono i nodi economici, assai complicati da sciogliere. La Commissione europea, che scrive qualche giorno prima il gip di Milano disponga il trasferimento di un miliardo e 200 milioni di euro sequestrati ai fratelli Riva per frode fiscale nel capitale sociale dell’azienda, contesta la disposizione normativa che lo permette, arrivando a sostenere che «a seguito del trasferimento delle somme, lo Stato italiano diventerà azionista di Ilva»: e quel diventerà, appunto, è stato scritto a trasferimento non ancora autorizzato. A tal proposito, Bruxelles pone due domande a dir poco imbarazzanti: «per quale motivo somme depositate presso un fondo statale e amministrate da un soggetto pubblico (Equitalia giustizia, ndr) non rappresentino risorse statali? E perché il loro trasferimento ad Ilva in ottemperanza ad un atto normativo (il decreto legge Ilva-Terra dei fuochi dell’agosto 2014, ndr) non sia imputabile allo Stato?»
Quindi c’è la questione riguardante il prestito ponte, in due tranche da 125 milioni di euro l’una, contratto dal commissario Gnudi con un pool di banche per garantire il pagamento degli stipendi e dei fornitori. La Commissione europea ritiene infatti che avendo considerato quel prestito prededucibile (ovvero a pagamento prioritario in caso di insolvenza) sia da considerare aiuto di Stato per il rischio che lo Stato ha in termine di potenziale riduzione della possibilità di soddisfacimento di eventuali crediti nei confronti dell’Ilva in caso di fallimento. E a dimostrare il coinvolgimento dello Stato nella pratica del prestito ponte, la Commissione europea cita riunioni svoltesi al ministero dello Sviluppo Economico con gli enti locali per stabilire la priorietà da dare ai pagamenti dei debiti Ilva dopo l’ottenimento dei prestiti ponte.
L’ultimo quesito riguarda l’ambiente. La Commissione europea alla luce del protocollo sottoscritto nell’estate del 2012 tra Governo e enti locali per interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione, contesta il fatto che tale interventi, fatti per riparare i danni provocati dall’inquinamento prodotto dall’Ilva, siano finanziati dallo Stato. «La Commissione è dell’avviso - si legge nella lettera - che gli interventi di bonifica previsti dal protocollo, sebbene non effettuati sull’area dove insiste lo stabilimento dell’Ilva, sono intesi a bonificare aree adiacenti che risultano altamente inquinate direttamente a causa di Ilva». (GdM)

Poco convincente

Risarcimenti al «Tamburi» no al sequestro di beni Ilva

Al momento non ci sono «i presupposti di legge» per concedere il sequestro conservativo dei beni di Ilva in favore degli abitanti del quartiere Tamburi. È quanto ha deciso il giudice Pietro Genoviva rigettando l’istanza di bloccare 1 milione e 200mila euro, presentata in sede civile dall’avvocato Filippo Condemi, che assiste circa 150 famiglie residenti nel quartiere a pochi metri dallo stabilimento siderurgco nei confronti della società Ilva spa e dell’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso.
Nel provvedimento, in particolare, il giudice Genoviva ha spiegato che uno dei presupposti per ottenere il sequestro «non può semplicisticamente desumersi» dalle conclusioni cui sono giunti» i periti in modo unico «per tutti gli attori». Ogni richiesta, infatti, dovrà essere esaminata «caso per caso, in sede di decisione finale, mediante la soluzione delle varie e complesse questioni». Non solo. Il magistrato ha spiegato che la richiesta di sequestro è stata formulata sulla base di una «generica prospettazione» del rischio che l’azienda si sottragga alle sue responsabilità di risarcire le famiglie sulla base di «indeterminate notizie di stampa o addirittura di soggettive previsioni sui futuri assetti societari e sulla ventilata cessione di assets senza assunzione dei relativi oneri».
La ricostruzione formulata dall’avvocato Condemi, in sostanza, secondo il giudice Genoviva collide con la documentazione prodotta dai difensori di Ilva dalla quale, invece, «emerge, oltre alla notoria ed ampia patrimonializzazione della società, anche l’impegno assunto dal Governo e supportato da primari istituti di credito (il cosiddetto finanziamento «ponte» concesso da Unicredit, Intesa San paolo e Banca Popolare, ndr) per ricercare una soluzione dei gravi problemi di compatibilità ambientale dello stabilimento tarantino nel segno di un chiaro indirizzo di continuità produttiva».
Insomma, per il tribunale civile di Taranto, come detto, «allo stato non emergono fatti concreti dai quali possa desumersi la volontà della società (ovvero del Capogrosso, del quale non è stata nemmeno dimostrata Ia concreta consistenza patrimoniale) di sottrarsi agli obblighi derivanti da una eventuale sentenza di condanna al pagamento di somme in favore degli attori» Il magistrato, inoltre, ha ricordato come in passato «all’esito di due analoghe cause, I'Ilva spa ha sollecitamente provveduto a dare spontanea esecuzione alle decisioni di primo grado, benchè appellate».
Sulla base di tutto questo, quindi, il giudice ha respinto la richiesta dichiarando, infine, «ancora più manifesta Ia sproporzione esistente con Ia complessiva ed ampia consistenza patrimoniale dell’Ilva spa» rispetto alla «relativamente modesta somma risarcitoria» calcolata dai periti del tribunale in favore di ciascun abitante costituito nel procedimento civile. (GdM)

Chi inquina... non paga!

Un commissario fantasma per le bonifiche fantasma

J’accuse

Il coportavoce dei Verdi e consigliere comunale per Taranto Respira, Angelo Bonelli, pone in essere una cronistoria delle vicende legate allo stabilimento siderurgico tarantino, accusando lo Stato italiano di lassismo e immobilismo nei confronti del recupero ambientale e dell’ecosistema del capoluogo jonico.
“Il 7 agosto 2012 con decreto legge, approvato due settimane dopo il sequestro degli impianti dell'Ilva a Taranto – principia Bonelli - il Governo stanzia 119 milioni d'euro per realizzare le bonifiche esterne all'Ilva istituendo la figura del commissario straordinario per l'attuazione delle bonifiche. La cifra era assolutamente inadeguata, Arpa Puglia in molte occasioni aveva comunicato che la cifra necessaria per bonificare le aree di Taranto era di circa 5 miliardi d'euro e in ogni caso si trattava di soldi pubblici e non dei soldi di chi ha inquinato e inquina”. “Nonostante la drammaticità della situazione – prosegue -  il Governo tarda a nominare il commissario straordinario per uno scontro su chi dovesse svolgere questo ruolo. La nomina del commissario arriva l' 11 gennaio 2013 nella figura di Alfio Pini comandante dei Vigili del Fuoco. Dopo un anno il commissario Pini lascia l'incarico perché va in pensione, esattamente la fine di aprile 2014”. “Viene da chiedersi – aggiunge - come mai è stato nominato a svolgere un ruolo così delicato una persona che dopo pochi mesi sarebbe andato in pensione? Il 28 luglio 2014 viene nominata commissaria per le bonifiche  dal ministro dell'ambiente la geologa Vera Corbelli”.
“Mentre scrivo – sottolinea l’ecologista - 7 novembre 2014, la dott.ssa Corbelli non ha preso possesso del suo ufficio nella prefettura di Taranto e fino al 5 novembre sul sito della struttura commissariale c'era ancora il nome  e il riferimento mail del commissario andato in pensione Alfio Pini.
L'inserimento dei riferimenti mail avviene solo dopo una mia protesta fatta alla prefettura di Taranto che in 24 ore sollecitano e ottengono l'aggiornamento della pagina web del commissario per le bonifiche.
Questo accade dopo due mesi e mezzo dalla nomina. Quanto appena descritto, dimostra come da parte del governo non c'è alcuna consapevolezza di fare presto per utilizzare quelle risorse e dare una risposta, seppure assolutamente inadeguata, all'emergenza ambientale e quindi all'urgenza di fare le bonifiche”.
“ Dei 119 milioni d'euro previsti dal decreto legge 129 del 7 agosto 2012 solo 63 milioni – evidenzia - sono realmente disponibili. Ma ci sono interventi che attendono di partire ma i cui lavori sono fermi. I lavori di riqualificazione di cinque scuole, per una spesa di 9,3 milioni d'euro, avrebbero dovuto essere realizzati già nell'estate 2013. Invece non sono partiti nemmeno nell'estate 2014. Degli 8 milioni d'euro stanziati per fare le bonifiche delle aree verdi contaminate del quartiere Tamburi sono stati realizzati solo dei lavori di messa in sicurezza parziale con la collocazione di teli plastica a copertura dei suoli”.
“C'è poi – continua - il caso del Mar Piccolo su cui ancora si stanno ancora valutando tre ipotesi  per decidere quale deve essere l'intervento migliore per avviare il risanamento: dragaggio, “capping" ovvero la copertura del fondale inquinato  con materiali speciali o  la rigenerazione ambientale”.”
Il Governo italiano  - accusa il leader dei Verdi - è tanto veloce ad emanare decreti salva Ilva, ben sei in due anni, per garantire la continuità produttiva dell'Ilva, il dissequestro e le proroghe nell'applicazione delle prescrizioni ambientali e relative modifiche a tutela sempre della produzione e non dell'ambiente  quanto è immobile ad utilizzare poche decine di milioni d'euro per fare le bonifiche esterne”.
“Bonifiche – conclude Bonelli - che andrebbero fatte rispettando la legge, secondo quanto previsto dalla direttiva comunitaria recepita dalla legislazione nazionale sulla responsabilità ambientale, ovvero il principio chi inquina paga. A pagare le bonifiche deve essere chi ha inquinato e non lo Stato”. (Cosmopolismedia)

giovedì 6 novembre 2014

Minacce "raffinate"

Taranto, la raffineria Eni «ha grosse perdite»
 A rischio i lavoratori

C’è preoccupazione tra i lavoratori della Raffineria Eni di Taranto dopo l’audizione in commissione Industria al Senato. L’amministratore delegato dell’azienda, Claudio Descalzi, parlando dell’impianto ionico ha infatti sostenuto che il sito registra “grosse perdite” e che si sta cercando di capire cosa farne per il futuro all’interno dell’azienda così da salvaguardare anche l’occupazione senza usare ammortizzatori sociali. Per quanto riguarda la raffinazione in generale, Descalzi ha inoltre ricordato che si tratta di un settore che «ha perso dal 2009 ad oggi 6 miliardi», quindi «il problema deve essere affrontato secondo un approccio che è quello della trasformazione, senza perdita di posti di lavoro».
Ma per Giordano Fumarola (Filctem-Cgil), quelle di Claudio Descalzi, «non sono dichiarazioni nuove, anzi tornano di frequente in quest’ultimo periodo. Sulla base delle stesse - prosegue il sindacalista - abbiamo già organizzato diverse iniziative, compreso l’ultimo sciopero di ottobre. E la nostra posizione non si scosta da quella assunta in queste circostanze anche adesso, dopo l’audizione al Senato. Descalzi continua a ritenere che la raffinazione in Italia non è più sostenibile e che lo stabilimento di Taranto è in perdita. Ma poi non chiarisce le intenzioni future rispetto agli investimenti. Affermare infatti che si vuole cercare di salvaguardare i livelli occupazionali lascia il tempo che trova se poi manca alla base un piano preciso. Se davvero si vogliono tutelare questi posti di lavoro, bisogna ragionare su investimenti reali perché la Raffineria ionica torni ad essere un sito produttivo e sostenibile».
Un’idea per Fumarola è «la diversificazione, come si vuole fare a Gela. Il progetto di fare di Taranto un deposito costiero invece è da abbandonare perché non dà garanzie».
La pensa così anche Emiliano Giannoccaro (Femca Cisl): «Restano le preoccupazioni sul futuro della Raffineria Eni di Taranto, soprattutto alla luce del fatto che il mercato è in calo e di conseguenza lo è la produzione. Riteniamo sminuente trasformare Taranto in un deposito costiero vista la sua importanza strategica sul territorio provinciale e nazionale per la produzione di greggio e raffinato, soprattutto considerata la vicina presenza di pozzi petroliferi. Inoltre, se il sito dovesse diventare un deposito costiero, pur ipotizzando il riassorbimento della maggior parte dei dipendenti, cosa che già appare inverosimile, sarebbe impossibile ricollocare l’intero indotto che, contando tutti gli anelli della catena, arriva anche a raggiungere anche 2500 unità».
Intanto all’Eni di Taranto prosegue lo stato di agitazione e le relazioni sindacali sono ridotte al minimo. Oggi al ministero del Lavoro, dove sarà discusso un accordo per il futuro di Gela potrebbe esserci anche Amedeo Guerriero (Uiltec-Uil): «Il piano industriale non è ancora chiaro e nel frattempo a noi risulta che a Taranto si stanno azzerando le perdite rispetto alle altre raffinerie. Quindi anche alla luce di questo vanno rivisti i progetti e poi resi noti senza giri di parole». (GdM)

Tempa Rossa, fumata nera!

E' la prima fumata nera che fa bene ai tarantini!
Rep
Con grande stupore e soddisfazione abbiamo appreso dello scatto di responsabilità e dignità del Consiglio Comunale tarantino che, per la prima volta, dà prova di mettere in primo piano la salute dei suoi concittadini e non accetta pressioni e ricatti in nome della mitica "vocazione industriale" del nostro territorio.
Sulle pagine di questo blog abbiamo avuto molte parole critiche verso il sindaco e la giunta. Ma nel grigiore di una condotta il più delle volte ponziopilatesca e supina, vogliamo applaudirli per questo atto storico. Se lo meritano! (anche se dovrebbe essere la regola...)
Il Consiglio ha detto in forma ufficiale e cogente che nel nostro porto non c'è posto per altri serbatoi di petrolio e moli per petroliere!
Contrariamente a quanto vogliono far apparire i media nazionali (di ogni orientamento, dal Sole24h - riportato in basso - al Tg3 regionale, che ha mandato in onda un servizio dal titolo: "Il petrolio negato", con chiaro riferimento alla mancata autorizzazione da parte del Consiglio comunale all'allungamento del pontile ENI), non si tratta di una scelta scellerata ed emotiva, ma dalla saggia decisione di sospendere l'ulteriore complicazione di una situazione già compromessa e incontrollabile sul piano ambientale, che ha superato da decenni i  limiti di tolleranza e salubrità.
Taranto finalmente chiede con una voce unica (escludendo i soliti "ominicchi e quaquaraquà" che si vendono per 30 denari) che si cominci a capire e a programmare per cambiare rotta.
E' una richiesta che viene da tutte le classi sociali, senza chiusure ideologiche o radicalismi, in nome del "buon governo" che forse, alla buon'ora, inizia a emettere i primi vagiti. 

Al Comune di Taranto passa il sì alla variante bloccata Tempa rossa

Passa sul filo del rasoio, ma passa. Con 15 voti favorevoli e tre contrari, il Consiglio comunale di Taranto ha approvato la delibera riguardante il piano regolatore del porto che, almeno nelle intenzioni e al netto di eventuali ricorsi in sede amministrativa, stoppa il progetto «Tempa rossa». La variante indicata dalle commissioni Assetto del territorio e Attività produttive impedisce di fatto la costruzione di due grandi serbatoi nei quali stoccare il petrolio in arrivo dal giacimento della Basilicata e l'allungamento di 350 metri del pontile petroli della raffineria per l'attracco delle navi destinate a caricare il greggio. Hanno votato sì il sindaco Stefàno, Bitetti, D'Eri, Azzaro, Ciocia, De Martino, Di Todaro, Spalluto, Di Giovanni, Laruccia, Nistri, Liviano, Venere, Capriulo e Bonelli.
I tre contrari sono i consiglieri di Realtà Italia Gianni Cataldino, Filippo Illiano e Gina Lupo, esponenti della maggioranza, che chiedevano un emendamento per consentire la realizzazione del pontile petroli ed evitare possibili rallentamenti nei lavori di infrastrutturazione al porto.
Confermati anche i malumori nel Pd. Sono usciti dall’aula i consiglieri Mimmo Cotugno (che ha ufficializzato la propria posizione con una dichiarazione di voto prendendo le distanze dalla linea dettata dal partito) e Raffaele Brunetti, oltre ad Aldo Renna della lista Condemi e ai consiglieri di Forza Italia Cannone, Vietri, Ciraci e Tribbia.
In apertura di discussione il capogruppo dei Democratici Gianni Azzaro aveva ribadito le ragioni del no al progetto, condivise peraltro dalla direzione provinciale e regionale del partito. Lo stesso Azzaro non ha peraltro nascosto i timori sull’eventualità che possano essere messi in discussione i lavori del porto. «A quel punto - ha detto tra le righe - bisognerebbe rivedere la questione». Ha parlato di doppiogiochismo il consigliere dei Verdi-Taranto respira Angelo Bonelli, secondo il quale «questo consiglio non può permettersi ambiguità. Si deve quindi ribadire il proprio no indipendentemente dalle osservazioni che arriveranno, a meno che non sia una cosa studiata». Il leader ecologista è convinto che la delibera sulla variante del porto non sia sufficiente. «Occorre - ha spiegato - che l'amministrazione dia tempi certi circa il recepimento della direttiva Seveso. Si tratta di una normativa europea che il governo nazionale non potrà ignorare».
L’ipotesi del sì al pontile petroli e no ai due serbatoi è naufragata quasi subito in seguito al diktat del sindaco Ezio Stefàno, che aveva chiesto che l'atto restasse nella sua formulazione originaria. Hanno prevalso, dunque, le «ragioni ambientali» per scongiurare l'incremento di emissioni inquinanti causate dalla movimentazione del petrolio. Dai documenti forniti dalla Joint venture Total, Shell e Mitsui, di cui l’Eni è partner logistico, emergerebbe l'aumento del 12% delle emissioni riferite soprattutto a composti volatili e non ci sarebbero adeguate rassicurazioni sui rischi di incidente rilevante. «Dobbiamo rimandare al mittente - ha osservato l’assessore all’Ambiente Vincenzo Baio - il progetto Tempo Rossa. Oggi è una giornata storica per la politica tarantina che ha la possibilità di dire la sua. Abbiamo il dovere morale di difendere la città ed i bambini di Taranto».
Il consigliere Mario Laruccia ha motivato il voto favorevole alla delibera con la necessità di «dare un messaggio chiaro al governo: Taranto non può più essere una città sacrificata per l'interesse dell'intero Paese». La domanda di fondo è: basterà la variante approvata a bloccare un progetto definito strategico anche dal premier Matteo Renzi? (GdM)

Taranto dice «no» a Tempa Rossa

Il Comune di Taranto sbarra la strada al progetto petrolifero Tempa Rossa. Niente da fare per il trasporto a Taranto, via oledotto, del greggio estratto in Basilicata. Con un voto che ha spaccato anche la maggioranza di centrosinistra, 15 favorevoli e 3 contrari, ieri pomeriggio il Consiglio comunale ha adottato il piano regolatore del porto all'infuori dell'allungamento per 350 metri del pontile della raffineria Eni. È questa, infatti, una delle due infrastrutture - l'altra è rappresentata dai due serbatoi di stoccaggio - che serviranno a Tempa Rossa. Averla bloccata, significa bloccare tutto il progetto che per Taranto, su un investimento complessivo di 1,6 miliardi di euro in gran parte concentrato in Basilicata, vale 300 milioni di euro ed una ricaduta di cantiere per 50 imprese e 300 occupati. Il Consiglio non ha affrontato l'aspetto dei serbatoi per il fatto che la loro ubicazione è prevista in un'area dell'Eni e dunque non soggetta al piano regolatore portuale.
Sino alla vigilia del Consiglio comunale si era profilata la possibilità che si cambiasse quanto deciso dalla giunta a metà settembre. Ovvero il no a Tempa Rossa su tutta la linea motivandolo col rischio di un aumento dell'inquinamento in un'area già segnata dall'emergenza Ilva. Era emersa la possibilità che il Comune desse l'ok all'ampliamento del pontile - che attualmente si sviluppa per 500 metri - e dicesse invece no ai serbatoi. Il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, ha però preteso e ottenuto che la coalizione non cambiasse posizione. E così alla fine è stato. Il progetto proposto dalle compagnie Total, Shell e Mitsui, con Eni partner logistico, per ora si allontana sebbene dal 2011 abbia la Valutazione di impatto ambientale favorevole e una serie di autorizzazioni. Il Comune motiva il no con l'aumento delle emissioni, si rifà ad un parere espresso dall'Arpa Puglia e accoglie così il pressing che da mesi portano avanti i movimenti ambientalisti. Se si considera che tempo addietro sia il Comune di Taranto che la Regione Puglia hanno detto sì alle opere di Tempa Rossa eppoi hanno ribaltato la loro linea, con la Regione che ha chiesto al ministero dell'Ambiente di rivedere la Via favorevole concessa, sembra che le istituzioni locali non siano volute entrare in rotta di collisione con gli ambientalisti in una situazione già tesa per l'Ilva.
Ultimamente le compagnie petrolifere hanno anche rivisitato il progetto Tempa Rossa ribadendo che ha emissioni zero, perchè questa è una delle condizioni poste dalla Via, e che con gli interventi di recupero dei composti volatili del greggio ci sarebbe stato un taglio complessivo, su base annua, di 64 tonnellate di emissioni di cui 36 provenienti dagli impianti di Tempa Rossa e 28 dalla raffineria. Questa novità non è stata però considerata dal Comune. (Sole24h)