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venerdì 24 luglio 2015

L'Ilva e il Governo "fanno melina" contro la legalità: una connivenza "a prova di fiducia"!

Salva – Ilva, il decreto è a rischio incostituzionalità? Lo approviamo con la fiducia

Il 3 luglio il decreto emana il governo subito ribattezzato salva – Ilva, il cui effetto principale è sospendere gli effetti del sequestro dell’altoforno 2, dopo che  l’operaio Alessandro Morricella  era morto a seguito di un incidente, investito da ghisa liquida.
Il decreto tra le altre cose consente agli stabilimenti di proseguire l’attività per un anno dopo il provvedimento di sequestro. In cambio l’azienda deve presentare entro un mese un piano di interventi, seppur provvisori, che abbia come scopo preservare la sicurezza del luogo di lavoro.
L’azienda si presenta davanti al GIP di Taranto per chiedere il dissequestro, ma il giudice Rosati gela tutti, compreso l’esecutivo: viene sollevata la questione di legittimità costituzionale, ipotizzando che il provvedimento violi ben 6 articoli della Costituzione, consentendo tra le altre cose “l’esercizio dell’attività d’impresa, pur in presenza di impianti pericolosi per la vita o l’incolumità umana senza pretendere dall’azienda l’adeguamento degli stessi alle più avanzate tecnologie di sicurezza”. L’ILVA deve presentare un programma a tappe per spegnare l’altoforno.
A questo punto l’esecutivo prende il salva – Ilva e lo inserisce nel DL Fallimenti , su cui ieri è passata la fiducia e che sarà approvato in tempi brevi (oggi voto finale alla Camera, poi rapido passaggio al Senato). Il risultato è che il decreto originale del 3 luglio non sarà convertito in legge e che una volta approvato definitivamente il DL Fallimenti, si assisterà probabilmente allo stesso iter: nuova richiesta dell’Ilva, nuova questione di legittimità costituzionale sollevata dal GIP.
Una mossa che farebbe guadagnare tempo all’azienda, in attesa del 1° agosto giorno in cui dovrebbe ripartire l’altoforno 1 (fermo da oltre due anni) che affiancherebbe nella produzione l’altoforno 4: l’Ilva ha più volte ribadito che servono 2 altiforni attivi, perché “un solo impianto – spiegava Il Sole lo scorso giugno - non garantisce la tenuta dello stabilimento sotto il profilo tecnico e della sicurezza”. (IBT)

Dl fallimenti-Ilva, via libera Camera con 263 sì,passa al Senato

Con 263 sì e 112 no l'Aula della Camera ha approvato il dl fallimenti che contiene misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell'amministrazione giudiziaria oltre ad alcune norme sull'Ilva. Ieri sul provvedimento il governo ha incassato la fiducia di Montecitorio. Il decreto passa adesso all'esame del Senato per la seconda lettura. (Aska)

Ilva, Bonelli: «Connivenza sui veleni a Taranto»

mercoledì 22 luglio 2015

E nove!!!

Ilva, blitz del Governo per bloccare spegnimento dell’altoforno

Paradossalmente si può parlare di nono decreto Ilva, a pochi giorni di distanza dall’ottavo. Perché è vero che formalmente la Camera ieri ha discusso di un provvedimento che ha come oggetto il diritto fallimentare civile, ma è anche altrettanto vero che se si è arrivati alla decisione di porre la fiducia su questo testo è solo perché all’ultimo momento il governo vi ha inserito un emendamento che, di fatto, è la copia dell’articolo 3 del decreto 92 scorso. Si tratta di un vero e proprio blitz stigmatizzato dall’opposizione come un falso ideologico (M5S), come una lesione dello stato di diritto (Sel) che crea un precedente grave su cui poi, puntualmente anche se in grave ritardo, dovrà esprimersi la Corte costituzionale.
Direbbe Antonio Di Pietro: che c’azzecca l’Ilva con il diritto fallimentare?
Nulla, ma il 24, cioè entro dopodomani, l’azienda dovrà fornire il cronoprogramma di spegnimento dell’Altoforno 2, in base alle richieste della procura tarantina che non si è fermata nemmeno di fronte al decreto di inizio luglio che stabiliva – così come stabilisce quello su cui l’aula di Montecitorio voterà tra poche ore - la continuità di esercizio di uno stabilimento di intesse nazionale nonostante il sequestro del bene, quando le misure cautelari sono state adottate in relazione ad ipotesi di reato inerenti la sicurezza dei lavoratori, perché si deve garantire «il bilanciamento tra la continuità produttiva, la salvaguardia dell’occupazione, la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro».
Il governo ritiene che di fronte all’ipotesi di reato, non ancora accertato, si debba continuare a produrre.
Ma qual è l’interesse nazionale, si chiedeva ieri il pentastellato Alberto Solezzi?
«Quello degli obitori». Una battuta sgradevole con evidente riferimento alla morte dell’operaio Alessandro Morricella.
Fatto sta che gli accadimenti stanno assumendo le sembianze di uno scontro grave tra poteri dello Stato, perché ad ogni intervento censorio della magistratura segue un decreto che ne annulla gli effetti pratici. Quanto si potrà andare avanti in queste condizioni?
 Il potere legislativo negli ultimi tre anni si è trovato ad affrontare per otto volte la questione Ilva (nove con ieri), commissari sono succeduti a commissari nella guida dell’impianto (e gli ultimi tre saranno auditi domani a Montecitorio) mentre la magistratura ha continuato la sua azione di controllo del rispetto di norme a suo giudizio violate.
La città di Taranto è esausta (i 600 milioni stanziati dal governo in realtà sono 240 che si aggiungono ai 360 di tre anni fa, di cui non è chiaro l’utilizzo), i dipendenti di Ilva preoccupati e nessuno è in grado di mettere un punto fermo alla vicenda. (Rosanna Lampugnani CdM)

Ilva, governo in campo a tutela del decreto Oggi vertice in Procura

Il governo Renzi non molla la presa sull’Ilva e difende l’ultimo decreto, l’ottavo, in forza del quale, malgrado il pressing della magistratura, l’azienda sta utilizzando l’altoforno 2, l’impianto nel quale si verificò l’incidente costato la vita, lo scorso 12 giugno, al giovane operaio Alessandro Morricella.«Con l’adozione di quel decreto - ha spiegato ieri il sottosegretario allo Sviluppo Economico Simona Vicari, alla Camera dei Deputati, davanti alle Commissioni VI e X della Camera riunite in sede referente - il Governo è intervenuto in una situazione complessa ed articolata a causa delle molteplici esigenze di natura pubblicistica da salvaguardare e bilanciare e degli interessi legati ad un territorio e ad una realtà industriale che costituisce un polo di interesse strategico nazionale per il nostro Paese ed una componente essenziale dell’intera produzione di acciaio europea. Come è noto, il decesso di un giovane lavoratore dell’Ilva aveva causato l’adozione di un provvedimento di sequestro preventivo dell’altoforno 2, la cui fermata avrebbe comportato la chiusura dell’intera Ilva».
«Per ragioni tecniche di sicurezza, un impianto siderurgico quale quello in questione - ha spiegato il sottosegretario - non può marciare in condizioni di assoluta sicurezza con un solo altoforno, ai fini del rispetto dei limiti in materia di emissioni ambientali. In tale scenario era forte la preoccupazione del Governo poiché, da un lato, era necessario evitare l’arresto della produttività di un’azienda di interesse strategico nazionale, che occupa circa 12.000 dipendenti, oltre l’indotto (al momento, circa 3000 unità), e, dall’altra, occorreva assicurare la tutela dell’interesse posto a base dei provvedimenti della magistratura ovvero che la continuazione della produzione avvenisse in maniera compatibile con la salvaguardia della tutela dei lavoratori e la sicurezza dei luoghi di svolgimento delle loro prestazioni. La norma - ha concluso la Vicari - ha operato tale bilanciamento di interessi attraverso l'ampliamento della sfera di operatività di una norma già esistente nel sistema, e, in tal modo, ha accordato all’impresa la facoltà d’uso dell’impianto, che tuttavia resta sequestrato e nella disponibilità dell’Autorità giudiziaria». Oggi alle ore 14, le Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera svolgeranno l’audizione dei Commissari straordinari dell’Ilva, Piero Gnudi, Corrado Carruba ed Enrico Laghi, in merito all’attuazione del Piano industriale dell’Ilva e alle prescrizioni di tutela ambientale, sanitaria e di sicurezza.
Anche i sindacati prendono posizione dopo il verbale con il quale il custode giudiziario Barbara Valenzano ha ordinato lo spegnimento dell’altoforno 2. «No al caos istituzionale» scrive il segretario generale della Uilm di Taranto, Antonio Talò, in una lettera aperta inviata al premier Renzi e ai ministri Galletti, Poletti e Guidi.
«Il malessere diffuso tra i lavoratori – osserva Talò – è tale, che in mancanza di una manifesta determinazione dell’esecutivo che si è assunto, attraverso la legge, l'inviolabile onere di tracciare la via d’uscita da questo pericoloso impasse, ci adopereremo inevitabilmente a manifestare presso le sedi in indirizzo con ognuno e per i diritti di ciascuno». Secondo il sindacalista «appare evidente, da quanto nostro malgrado si evince, che otto dispositivi di legge non sono bastati ad assicurare un percorso, seppur faticoso, di ritorno alla normalità di una città e di una fabbrica, così come definita strategica e di interesse nazionalè. Un percorso di ritorno al diritto, cui lavoratori e cittadini da anni auspicano». (GdM)

mercoledì 17 giugno 2015

Non sai che fare? Spara una Newco!

Porto Taranto, Governo pensa a newco con Fs logistica e operatore terminalista

Ora che il capitolo di Taranto container terminal è definitivamente chiuso, con gli azionisti che il 12 giugno hanno messo in liquidazione la società che gestiva in concessione l'infrastruttura portuale e ieri avviato la mobilità per i 540 addetti, Governo e Autorità portuale lanciano un'attività di scouting per verificare i nuovi operatori disponibili a subentrare a Tct che dal 2001 sino ad oggi è stata nel porto di Taranto. Da ora in poi, quindi, i contatti in corso saranno intensificati al fine di giungere ad una soluzione che da un lato rimetta sul mercato il terminal container di Taranto, senza più traffico da molti mesi, e dall'altro tuteli i 540 operatori che, finita la cassa integrazione lo scorso 28 maggio, sino all'altro ieri erano in ferie e adesso sono in mobilità.
Lo annuncia il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, che oggi pomeriggio ha presieduto a Palazzo Chigi un nuovo vertice con ministero del Lavoro (c'era il sottosegretario Teresa Bellanova), sindacati, Authority e Comune di Taranto. La traccia che si vuole approfondire è quella di una newco in cui mettere insieme Fs Logistica e un terminalista importante. Da rilevare che tempo addietro alcune compagnie, tra cui Msc, si erano già affacciate al terminal container di Taranto. Ora si tratta di vedere se quest'interesse può tramutarsi in un progetto di intervento vero. De Vincenti in proposito annuncia che il presidente dell'Autorità portuale di Taranto, Sergio Prete, ha già prospettato al ministro delle Infrastrutture e trasporti, Graziano Delrio - che oggi al vertice non c'era - “una serie di indicazioni riguardo la logistica del porto di Taranto. L'obiettivo è attrarre investitori della logistica all'interno del piano nazionale”.
Per De Vincenti, “la newco dovrebbe presentare un piano industriale indicando le attività che porta su Taranto, i ritmi di assorbimento dei lavoratori e gli investimenti che dovranno andare in parallelo con il piano infrastrutturale” che sta interessando il terminal tra adeguamento della banchina e dragaggio dei fondali e il porto più in generale con la piattaforma logistica. “Dobbiamo verificare nei prossimi giorni se e come riusciamo a costruire la newco e come questa - aggiunge il sottosegretario alla presidenza del Consiglio - diviene titolare della concessione del terminal. Oggi non possiamo dare certezze perché fin quando non c'è nero su bianco non sarebbe corretto. Ma entro i 75 giorni speriamo di arrivare a dare risposte ai lavoratori”. I 75 giorni sono infatti quelli che prevede la procedura prima che la mobilità e quindi il licenziamento dei 540 lavoratori sia effettivo.
“Avendo a disposizione 1.500 metri di banchina, verifichiamo se è possibile far arrivare nuovi traffici nel momento in cui Tct non avrà più la concessione del terminal” suggerisce infine Daniela Fumarola, segretario Cisl Taranto, mentre il sottosegretario al Lavoro, Bellanova, propone di verificare la possibilità di un bando in attesa di un nuovo concessionario. (Sole24h)

sabato 13 febbraio 2010

Scorie nucleari? In "buone" mani!

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Il ministro Prestigiacomo potrebbe illustrare a stretto giro di posta agli italiani se per caso il governo Berlusconi ovvero la Sogin – incaricata dal 1999 di smantellare le centrali nucleari e i centri di ricerca – abbia per caso appaltato alla ‘Ndrangheta lo smantellamento della centrale nucleare di Caorso. Un funzionario della Sogin, tale Marco Sabatini mi ha risposto (a mezzo di posta elettronica) che gli atti intercorsi tra la Sogin e la Ecoge srl (contratto di appalto e carteggio epistolare ) sono di natura riservata e non è possibile mostrarli a un giornalista. Una classica operazione sottobanco in barba alle norme legislative italiane e comunitarie. Nel sito atomico di Caorso ho fotografato i camion della Ecoge srl (sede a Genova). I rapporti della Direzione Investigativa Antimafia, a partire dall’anno 2002, parlano chiaro: la società a responsabilità limitata dei Mamone è organica alla ‘Ndrangheta. Ergo: la più efferata organizzazione criminale attualmente operativa nel mondo è una garanzia anche per chi ha in mano le redini del Belpaese. In fondo anche il presidente pro tempore Berlusconi ha dichiarato pubblicamente a proposito della Calabria: “lo Stato italiano deve riprendersi il controllo del territorio”. Dunque ora non lo controlla e non è in atto alcuna vera lotta alle mafie. Altri elementi oggettivi e spunti di riflessione: il nucleare militare fuori dalla contabilità nazionale. Camen, Cresam, Cisam: questi acronimi suggeriscono al ministro Prestigiacomo qualcosa? Ministro Prestigiacomo perché il cancro e le malformazioni stanno divorando esseri umani e territori dove non insiste alcuna presenza industriale?
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venerdì 12 febbraio 2010

Dittatura atomica

Bavaglio alle Regioni per le centrali nucleari
Addio alle fonti rinnovabili: tutti i soldi andranno lì. Giro d’affari gigantesco al quale Comuni e Province con l’acqua alla gola non rinunceranno anche se “denuclearizzate”

Può aver compiuto un passo falso, ieri 10 febbraio, il governo di centrodestra che si riempie ogni giorno a parole di federalismo e di sovranità popolare e poi vara un decreto nucleare centralista, vago e contro la maggioranza del popolo italiano, incluso quel “popolo delle partite Iva” che è alla base del suo successo elettorale. Si tratta di un decreto che:

1. mette un bavaglio alle regioni in cui saranno imposti i siti nucleari;
2. tace sui nomi delle regioni destinate ad accogliere i siti e le scorie radioattive per secoli, per paura di vedere influenzati negativamente i risultati delle elezioni regionali. Paura legittima, visto che gli italiani, non solo con il referendum del 1987, ma anche dopo, si sono dichiarati contrari e visto che il nucleare al nostro Paese non conviene sotto nessun aspetto perché è una tecnologia vecchia, dannosa per l’ambiente e la salute e insostenibile dal punto di vista economico. Per questo Greenpeace ha aperto una petizione. In soli tre giorni, già 12mila cittadini hanno firmato per chiedere ai loro candidati alle regionali di schierarsi contro il nucleare sul sito www.nuclearlifestyle.it
3. non dice nulla su quante centrali sono programmate con quanta energia c’è da aspettarsi e a quali costi. L’Italia, avverte una nota di Greenpeace, usa le cifre che Enel presenta alle conferenze stampa invece di informarsi su quelle che il costruttore francese presenta alle gare d’appalto: negli Emirati Arabi il gruppo guidato dalla francese Areva ha offerto 4 reattori EPR come al nostro orizzonte a un costo di 6,5 miliardi di euro l’uno mentre in Italia la propaganda parla di 4 miliardi;
4. sorvola sui sistemi di sicurezza collegati alle centrali (su questa specifica voce le agenzie di sicurezza di tre Paesi, Francia inclusa, hanno pubblicamente dichiarato non sicuro il sistema di emergenza dell’EPR lo scorso ottobre).

Si tratta di un decreto che, in assenza di un piano con dati certi e non propagandisti, può far aumentare il senso di demotivazione della maggioranza degli italiani. Di quell’altra Italia che, invece, spesso in un totale silenzio mediatico (a differenza del clamore mediatico pro-atomo) ha detto sì al cambiamento nel settore energetico investendo, in linea con gli altri Paesi industrializzati come la Germania, risorse e intelligenze verso il risparmio e una maggiore efficienza energetica e verso le fonti rinnovabili di energia. La novità del 2009 è stato il salto impressionante della crescita degli impianti di fonti rinnovabili installati in Italia. Sono 5.991 i Comuni dove è in funzione almeno un impianto, erano 3.190 solo un anno prima, nel 2008; in pratica le fonti pulite che fin o al 1998 interessavano con l’idroelettrico e la geotermia una porzione limitata del territorio italiano, oggi sono presenti nel 79% dei Comuni. Un’ottima notizia che arriva dalla quarta edizione del rapporto “Comuni rinnovabili 2009” di Legambiente, che elabora i dati ottenuti attraverso un questionario rivolto ai Comuni, incrociando le risposte con studi e rapporti di Gse, Enea, Fiper, Anev oltre che di Regioni, Enti locali e aziende.
La crescita interessa tutte le fonti: solare fotovoltaico, solare termico, mini idro-elettrico, geotermia, impianti da biomasse magari collegati a reti di teleriscaldamento.

Il Belpaese, insomma, è pieno di buone pratiche replicabili che mostrano la ricetta per un futuro più pulito, sostenibile, «capace di far risparmiare soldi alle famiglie e alle amministrazioni che sappiano investire in innovazione”, spiega il rapporto di Legambiente curato dal responsabile del settore Energie Edoardo Zanchini, “aumentando significativamente i livelli di comfort abitativi e qualità della vita».

Questi Comuni stanno dando forma a un nuovo modello di generazione distribuita che cambia profondamente il modo di guardare all’energia e al rapporto con il territorio.

È un’Italia dove operano, giorno dopo giorno tanti amministratori e professionisti, tanti artigiani e tecnici, tante piccole e medie imprese come quelle che ho incontrato nell’ultimo anno e che si vede sfilare nelle fiere come le recenti Made di Milano e CasaClima di Bolzano: tanti italiani che si occupano di progettare, dirigere, costruire, collaudare in quella nascente “economia verde” (uno dei pochi settori che sta vedendo crescere fatturati e lavoratori, quasi tutti di quel “popolo a partita Iva” che generalmente vota centrodestra). Essi hanno avuto e avranno un ruolo di straordinaria importanza nell’evoluzione del risparmio energetico e delle fonti di energia rinnovabile.

Senza una consapevolezza dell’opinione pubblica, da una parte l’inerzia, la disinformazione e i soliti affari continueranno a dominare le scelte e le decisioni nei palazzi del potere che punteranno sulla vaghezza del piano nucleare per imporlo a un Paese che in maggioranza non lo vuole.

Dall’altra parte, però, senza un incoraggiamento che premi l’esperienza dei Comuni virtuosi, i risultati dell’operato di questi amministratori ed esperti, scienziati e professionisti che hanno puntato sulle energie giuste, sarebbero inferiori alle potenzialità. Per questo è da auspicare che ognuno di noi possa trovare il tempo per mandare un “bravo” a chi è impegnato, grazie all’energia più pulita, a far respirare aria più buona ai cittadini e a farli risparmiare sulla bolletta. Sarebbe bello che ci si segni sull’agenda di andare a trovare questi Comuni virtuosi, dal paese pioniere di Varese Ligure all’aostana La Thuile, dal blocco dei Comuni altoatesini (Dobbiaco e Vipiteno, Brunico e Prato allo Stelvio in testa) fino al borgo toscano di Scansano e giù in Salento e al suo capoluogo Lecce, sempre più caratterizzato da un ricamo di pietre e di energie. I nomi di tutti questi Comuni virtuosi sono sui siti www.fonti-rinnovabili.it oppure www.legambiente.it. Vale la pena di andare a ricaricare le energie in città che all’energia sostenibile dedicano intelligenza e risorse. Buon viaggio! S. Giannella (arcoiris)

martedì 26 maggio 2009

Caccia al caccia!


Promossa da: Rete Italiana per il Disarmo - Campagna Sbilanciamoci
Campagna di pressione lanciata da Sbilanciamoci! e da Rete Italiana per il Disarmo affinché il Governo italiano rinunci all'acquisto dei cacciabombardieri JSF-F35 e usi in maniera migliore per la popolazione gli oltre 16 miliardi di spesa previsti.
Appello alla mobilitazione....

In questi giorni il Governo italiano dopo aver chiesto ed ottenuto un parere al Parlamento in poco tempo e senza praticamente dibattito sta procedendo alla continuazione della produzione di 131 cacciabombardieri Joint Strike Fighters che impegneranno il nostro paese fino al 2026 con una spesa di quasi 16 miliardi di euro.

Si tratta di una decisione irresponsabile sia per la politica di riarmo che tale scelta rappresenta, sia per le risorse che vengono destinante ad un programma sovradimensionato nei costi sia per la sua incoerenza (si tratta di un aereo di attacco che può trasportare anche ordigni nucleari) con le autentiche missioni di pace del nostro paese.
In un momento di grave crisi economica in cui non si riescono a trovare risorse per gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e vengono tagliati i finanziamenti pubblici alla scuola, all’università e alle politiche sociali, destinare 16 miliardi di euro alla costruzione di 131 cacciabombardieri è una scelta sbagliata e incompatibile con la situazione sociale del paese.
Sbilanciamoci! e Rete Italiana per il Disarmo chiedono quindi al Governo di non procedere alla prosecuzione del programma, destinando in alternativa una parte delle risorse già accantonate a programmi di riconversione civile dell’industria bellica e agli interventi delle politiche pubbliche di cooperazione internazionale, che la scorsa manovra finanziaria ha tagliato di ben il 56%.

Con 16 miliardi di euro si possono inoltre fare molte altre cose in alternativa. Ad esempio si possono contemporaneamente costruire 3000 nuovi asili nido, costruire 8 milioni di pannelli solari, dare a tutti i collaboratori a progetto la stessa indennità di disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa integrazione a tutte le piccole imprese.
Il Governo, in questo spinto anche dal Parlamento, faccia una scelta di pace e di solidarietà; blocchi la prosecuzione del programma destinando le risorse così liberate alla società, all’ambiente, al lavoro, alla solidarietà internazionale.

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venerdì 24 aprile 2009

...e noi, zitti, sotto...

Gli eredi ideali del ventennio escogitano una nuova mossa per continuare ad aiutare gli "amici degli amici" a distruggere, inquinare e razziare il territorio in nome del profitto. Chissà se qualche parlamentare dell'"opposizione" avrà il coraggio e la forza di intervenire...
Questo non è un paese per poveri.



ARRIVA LA LEGGE BLOCCA-RICORSI
SE PERDI AL TAR RISARCISCI

LO scopo dichiarato è quello di contrastare "l'egoismo territoriale" che rallenta "il cantiere Italia". Ma l'effetto della legge anti Nimby (not in my back yard, non nel mio giardino), in caso di approvazione, sarà di azzerare, attraverso la minaccia di risarcimenti milionari, i ricorsi alla giustizia amministrativa da parte di associazioni ambientaliste storiche, che difendono ciò che resta del Belpaese da abusi edilizi e colate di cemento.

La proposta di legge 2271 è sottoscritta da 136 deputati del Pdl ed il primo firmatario è l'onorevole Michele Scandroglio, genovese, fedelissimo del ministro Claudio Scajola. Aderiscono, tra i tanti, l'ex ministro Pietro Lunardi, il presidente della commissione Cultura Valentina Aprea, il vice di quella Ambiente Roberto Tortoli, l'ex presidente della Regione Liguria Sandro Biasotti.

Presentata in sordina nei giorni del "piano casa", con due brevi aggiunte all'articolo 18 della legge 8 luglio 1986 (responsabilità processuale delle associazioni di natura ambientale), potrebbe schiacciare all'angolo celebri sigle come Italia Nostra, Legambiente, Wwf, Vas Verdi Ambiente e Società, senza parlare della miriade di comitali locali.

Con la modifica 5-ter qualora il ricorso alla giustizia amministrativa "sia respinto perché manifestamente infondato, il giudice condanna le associazioni soccombenti al risarcimento del danno oltre che alle spese del giudizio". Pensiamo a cosa vorrebbe dire un anno di fermo cantiere per il ponte sullo stretto di Messina tra una prima sentenza favorevole del Tar e una bocciatura del Consiglio di Stato: un risarcimento per milioni di euro.

"È una legge liberticida, intimidatoria, di regime - attacca l'avvocato Daniele Granara, docente alla facoltà di giurisprudenza di Genova, legale in molti ricorsi ambientali - . Confido che venga ritenuta palesemente anticostituzionale visto che l'articolo 24 stabilisce che "Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi"".

Ma per il deputato e coordinatore ligure del Pdl Scandroglio le istanze ambientaliste hanno moltiplicato "comportamenti di protesta contro le scelte infrastrutturali sviluppate da soggetti pubblici e privati... proteste che, conosciute con l'acronimo "Nimby", determinano un ritardo costante del "cantiere Italia"... di gran parte degli interventi pubblici... e della stessa edilizia residenziale". Tutto ciò, prosegue il deputato "senza che sia previsto alcuno strumento di responsabilizzazione delle associazioni di protezione ambientale, le quali, talvolta, presentano ricorsi pretestuosi, con il solo e unico scopo di impedire la realizzazione dell'opera pubblica". Scandroglio aggiunge che, per combattere questa "forma di egoismo territoriale", il governo ha già varato norme per "l'iter accelerato delle opere pubbliche.

Le modifiche richieste (la proposta è al vaglio della commissione giustizia) accennano anche all'applicazione di azioni risarcitorie ai sensi del codice civile in caso i ricorsi respinti abbiano agito "con mala fede o colpa grave", ma secondo l'avvocato Granara questa possibilità è già garantita e prevista. La vera svolta è quindi l'eventualità di un risarcimento in caso di ricorso respinto.

"È chiaro - spiega il presidente di Italia Nostra Giovanni Losavio - che lo scopo specifico della proposta di legge è quello di mettere catene (concrete e psicologiche) alle Associazioni, impedendo di fatto lo svolgimento del proprio ruolo civico con la minaccia di ritorsioni per avere la via spianata a fare del territorio quello che "loro" vogliono".
(24 aprile 2009)

di Marco Preve
Repubblica.it