giovedì 28 febbraio 2013

Emergenza profughi!!

Mentre in città questa notte è avvenuta l'ennesima morte bianca in Ilva, inizia ufficialmente a Taranto, prima che nel resto del Paese, l'emergenza profughi! Da questa mattina sono state sgomberate alcune strutture di accoglienza della provincia e i ragazzi Nordafricani, dopo aver ritirato la "buonuscita" di 500 euro da parte del Governo, stanno iniziando a raggiungere l'Archeotower come punto di ritrovo, per sistemare temporaneamente i bagagli ma senza alcuna meta. Il comune di Taranto e le istituzioni tutte, nonostante i ripetuti solleciti delle associazioni antirazziste, non hanno garantito nessun servizio minimo e, di fatto, da questa sera decine di persone rischiano di rimanere in mezzo alla strada. Non lasciamo sole queste persone, chi può raggiungesse l'archeotower o si mettesse in collegamento con gli operatori dell'associazione Babele! Serve l'aiuto di tutti, coperte, materassini e sacchi a pelo, questa giornata sarà molto lunga!


L'ennesimo incidente mortale al circo: i clown si affollano in sala stampa!

Taranto, tragedia all'Ilva crollano passerelle un morto ed un ferito

Un operaio è morto e un altro è rimasto ferito questa notte in un incidente all’Ilva di Taranto. Il grave incidente avvenuto circa alle 4 e trenta per il crollo di alcune passerelle di sicurezza alla batteria 9 delle cokerie. L'operaio morto si chiamava Ciro Moccia, aveva 42 anni ed era un dipendente dell’Ilva. Il lavoratore rimasto ferito si chiama Antonio Liti, ed è un dipendente della ditta Mir. A quanto si è saputo per ora, sono caduti, mentre erano insieme al lavoro sul piano di carico della batteria n.9 delle cokerie. I due operai erano stati chiamati per un pronto intervento alla colata. Le condizioni di Liti sono gravi.

IL SIDERURGICO SOSPENDE TUTTE LE ATTIVITA'«Con profondo dolore Ilva comunica che questa mattina alle 4.40 si è verificato un incidente nello stabilimento che ha coinvolto due lavoratori«. Lo comunica l’Ilva in una nota. «Ciro Moccia operaio della manutenzione di 42 anni è morto - prosegue l’azienda - Antonio Liddi lavoratore di 46 anni della ditta esterna Mr è ricoverato presso l’ospedale Ss Annunziata di Taranto in condizioni che sono in corso di valutazione. I familiari sono stati informati. L'incidente è avvenuto nell’area cokerie durante una operazione di intervento di manutenzione alla batteria 9, una delle batterie ferme perchè in rifacimento - continua la nota - La dinamica è in corso di accertamento, l’autorità giudiziaria è sul posto. Il Presidente ed il Direttore di Stabilimento esprimono la loro vicinanza ai parenti e in segno di cordoglio sono state sospese tutte le attività di Stabilimento».

FIM CISL PROCLAMA 24 ORE DI SCIOPEROUno sciopero, proclamato poco fa dalla Fim Cisl, sta per iniziare nello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto dopo la morte di Ciro Moccia, 42 anni, di San Marzano di San Giuseppe, avvenuta questa notte intorno alle 5 nel settore della batteria 9. Un altro operaio Antonio Liti della ditta Mir, è ferito in modo grave. «Dopo alcuni anni in cui non si verificavano incidenti mortali, 3 morti nel giro di pochi mesi sono fatti gravi e inaccettabili», dichiara il segretario nazionale della Fim Marco Bentivogli. La Fim Cisl chiede che «si accertino subito le responsabilità di quanto accaduto, il lavoro deve essere salubre e sicuro». Lo sciopero è stato proposto anche alla Uilm Uil e alla Fiom Cgil.

COBAS TARANTO ADERISCONO A SCIOPEROUno «sciopero immediato di 24 ore»: lo proclama lo Slai Cobas di Taranto e lo chiede alle altre organizzazioni sindacali per la morte di Ciro Moccia e il ferimento di Antonio Liddi, mentre erano impegnati in un lavoro di manutenzione nella batteria 9 delle cokerie dell’Ilva. «In questa fabbrica – affermano i Cobas di Taranto – la morte non si ferma mai, 3 operai morti nel breve arco di pochi mesi. Lo slai cobas per il sindacato di classe Ilva Taranto si unisce al dolore della famiglia e dei compagni di lavoro».

UILM: BASTA CON QUESTE TRAGEDIE«Un incidente inconcepibile. E’ inaccettabile che i lavoratori rischino la vita nella prestazione della loro opera in un azienda in funzione; è ancor più assurdo che la perdano nel settore di una fabbrica che è fermo». Lo afferma Mario Ghini, segretario nazionale della Uilm e responsabile del settore siderurgico commenta il tragico incidente mortale avvenuto questa mattina nell’area delle cokerie dell’Ilva di Taranto.
«Siamo vicini alla famiglia di Ciro Moccia - continua Ghini - per la scomparsa del congiunto e seguiamo l’evolversi della prognosi di Antonio Liddi che per pura fortuna si è salvato cadendo dall’impalcatura che sosteneva entrambi. Il primo era un dipendente dell’azienda siderurgica, il secondo è dipendente di una ditta esterna - conclude - siamo stanchi di sottolineare ogni volta che si verificano queste sciagurate circostanze che ci vuole attenzione a prevenzione e sicurezza. Aggiungiamo che bisogna essere anche severissimi anche nella gestione degli appalti esterni».

E' IN INFERMERIA IL CORPO DELLA VITTIMAE' nell’infermeria dello stabilimento Ilva di Taranto il corpo di Ciro Moccia, l’operaio di 43 anni morto stamani nel siderurgico di Taranto. La direzione ha ricevuto poco fa i parenti della vittima, con i quali è ancora in corso un colloquio: tra loro, la moglie, le due figlie e l’anziana mamma di Ciro Moccia che, appena giunta, è stata colta da malore ed è stata soccorsa da operatori del servizio di emergenza sanitaria 118 che sono nella fabbrica. Costernazione e dolore tra i colleghi di Ciro Moccia che lo descrivono come «una persona molto esperta, un uomo che sapeva di sicurezza».

Nello stabilimento sono tuttora in corso gli accertamenti per stabilire le modalità dell’incidente: sono al lavoro gli esperti dell’ispettorato del lavoro e il procuratore di Taranto, Franco Sebastio.

IL DIRETTORE DELLO STABILIMENTO: UN OPERAIO MODELLO«E' stato un incidente drammatico, è un evento che ci ha coinvolto tutti, molto doloroso. Ciro Moccia è stato un lavoratore modello, era con noi sin dal 2002 e era un lavoratore molto preparato e disponibile». Lo sottolinea Antonio Lupoli, direttore dello stabilimento Ilva di Taranto, commentando l’infortunio mortale avvenuto la notte scorsa nello stabilimento.
«Lui – aggiunge Lupoli – era impegnato nella manutenzione meccanica delle cokerie e svolgeva un incarico molto importante che richiede impegno e tanta capacità. Nel merito dell’incidente, l’autorità giudiziaria sta facendo tutti gli accertamenti del caso e ne chiarirà la dinamica. Su questo aspetto non possiamo e non vogliamo dire nulla». Lupoli esprime il «cordoglio e la vicinanza» dell’azienda alla famiglia di Ciro Moccia e auspica «una veloce guarigione» per Antonio Liddi, l’altro operaio coinvolto nell’incidente.

IL PROCURATORE SEBASTIO IN FABBRICAUn fascicolo di inchiesta è stato aperto dalla Procura di Taranto sull'incidente avvenuto stamani nello stabilimento Ilva. «Le indagini – ha detto all’ANSA il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, che stamani si è recato in fabbrica – sono in corso e le modalità di accertamento dell’accaduto sono in fase avanzata. Abbiamo un testimone importante che è ricoverato in ospedale e che sentiremo quanto prima se i medici ce lo consentiranno».

«Sono in corso – ha aggiunto Sebastio – verifiche tecniche sul posto e sarà fatta una accurata ricostruzione di quanto accaduto e poi trarremo le conclusioni». Sebastio non ha voluto commentare l’ennesimo episodio che coinvolge l’Ilva, azienda sulla quale sono in corso indagini per disastro ambientale che coinvolgono anche i vertici aziendali. «Noi – ha detto Sebastio – facciamo e lavoriamo, non commentiamo». Moccia – si è appreso – era nato a Portici (Napoli) e risiedeva a San Marzano di San Giuseppe (Taranto) con la famiglia – moglie e due figlie – da quando era stato assunto all’Ilva una decina di anni fa.

MINUTO SILENZIO CONSIGLIO COMUNALE GENOVAUn minuto di silenzio oggi in Consiglio Comunale a Genova per l’incidente sul lavoro costato la vita oggi ad un operaio all’Ilva di Taranto. “E' una notizia tremenda – ha detto il presidente, Giorgio Guerello – Il Consiglio Comunale di Genova ritiene che quello che succede all’Ilva di Taranto riguarda anche noi, i nostri lavoratori. La notizia ci addolora e Genova è vicina a Taranto, alle famiglie di questi operai. Bisogna sempre di più essere tutti uniti per una sicurezza più efficace nei luoghi di lavoro. Tutti dobbiamo essere uniti nel pretendere che la sicurezza venga rispettata”.

VENDOLA, POSTO LAVORO TRASFORMATO IN TRINCEA GUERRA“Tre morti nel giro di pochi mesi costituiscono una tragedia enorme, che trasforma il posto di lavoro in una trincea di guerra. L’ennesimo incidente all’Ilva di Taranto stronca la vita ad un uomo di 42 anni, mentre un altro operaio coinvolto è in gravissime condizioni”. E’ quanto afferma il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, per la morte di Ciro Moccia, operaio dell’Ilva precipitato questa mattina da un’altezza di dieci metri. “Questa infinita tragedia – ha proseguito il Presidente della Regione Puglia – pone interrogativi aspri e ineludibili, che riguardano il sistema d’impresa. Tre morti sul lavoro in pochi mesi travalicano la linea che consente di considerarle incidenti, seppur tragici, e fa diventare la tragedia una grande questione sociale che come tale va affrontata”.
Vendola conclude esprimendo alla famiglia di Ciro Moccia e ai suoi compagni di lavoro “le espressioni del più profondo cordoglio” suo e dell’intera comunità pugliese.

FORNERO, URGENTI MISURE PER RISPETTO SICUREZZA “Il ripetersi di eventi luttuosi ci costringe a riflettere sulla urgenza di iniziative di contrasto a comportamenti non sempre in linea con quanto la legge e il rispetto per la vita umana nei luoghi di lavoro richiedono”. Così il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, dopo l’incidente mortale all’Ilva, esprimendo “commozione profonda”. "L'ennesimo incidente sul lavoro mi colpisce e mi turba come cittadina ancor prima che come ministro e partecipo con commozione profonda al dolore dei familiari della vittima", afferma Fornero in una nota. "Superare le contrapposizioni alla ricerca di soluzioni condivise dovrebbe essere la priorità per ognuno di noi", aggiunge. (GdM)


Fiom,passerelle non ancorate
''Non erano ancorate'' le passerelle in lamiera dalla quale sono precipitati gli operai dell'Ilva nell'incidente costato la vita a un operaio: lo denuncia Donato Stefanelli, segretario della Fiom di Taranto, che si trova nel siderurgico dove sta incontrando alcuni lavoratori. ''I lavori in corso - racconta all'ANSA - erano di risanamento ed erano affidati alla azienda Mr con i suoi addetti. Pare che Ciro Moccia stesse li' per eseguire una operazione di saldatura non inerente quei lavori''. (ANSA) 


Ilva, gli operai denunciano la mancanza di sicurezza e i 100 euro di premio in busta paga

Questa volta non è stata la tromba d'aria a sollevare la gru portandosi via la vita di un operaio dell'Ilva. Questa volta, a distanza di appena tre mesi, a seminare morte e disperazione dentro l'acciaieria più grande d'Europa è stata un semplice lamiera messa in orizzontale per sostenere il peso di due lavoratori. È caduta, e con lei Ciro Moccia, che aveva solo 43 anni. Ferito gravemente il suo collega Antonio Liddi, 46 anni, dipendente della ditta MR.
Stavano lavorando insieme sul piano di carico della batteria numero 9 delle cokerie, una parte dello stabilimento che proprio in questi giorni era in rifacimento per essere messa in sicurezza. E invece, paradosso, alle 4.40 due operai, che avrebbero finito il turno di lavoro alle 7, ci hanno perso la vita.
GLI ACCERTAMENTI DELL'ILVA.
«La dinamica dell'incidente», ha subito scritto l'azienda in una nota, «è in corso di accertamento, l'autorità giudiziaria è sul posto». Toccherà a lei verificare se ci sono responsabilità.
Intanto gli operai sono andati a verificare. «Secondo noi non c'erano assolutamente condizioni di sicurezza: le lamiere dalle quali sono precipitati i due operai erano poggiate su un piano di calpestio, messe lì per evitare la caduta di materiale che poteva danneggiare le persone che lavoravano giù. Sotto le lamiere c'era un vuoto di 10 metri», ha denunciato Gaetano Cerfeda, operaio Ilva e rappresentante sindacale Fiom.
AZIENDA IN TILT, MANCA LA SICUREZZA. Certo è «che l'azienda è logorata e in questo quadro di incertezza è saltato anche il controllo», dice a Lettera43.it Marco Bentivogli, segretario nazionale Fim Cisl, «quella batteria era sottoposta a manutenzione, ma il problema è che proprio mentre facevano i lavori è mancata la sicurezza. Evidentemente quel ponteggio non era sicuro».
L'amarezza è tanta, soprattutto tra gli operai. I sindacati e l'azienda cercano di reagire. Cobas, Fim, Fiom e Uilm hanno indetto 24 ore di sciopero e la stessa Ilva ha sospeso tutte le attività dello stabilimento in segno di cordoglio. «Ma non sono i gesti simbolici quelli di cui abbiamo bisogno», attacca Bentivogli. «Negli ultimi tre anni non c'erano più stati incidenti mortali. Dopo anni di morti bianche, l'Ilva aveva investito con un piano sicurezza che sembrava segnare una nuova era».
IL PIANO DEL 2010. Nel 2010 il sindacato era riuscito anche a rafforzare le misure di sicurezza e prevenzione con l'inserimento delle Rlsa, i rappresentanti dei lavoratori che si occupano di verificare che ci sia un buon livello di sicurezza ambientale.

«L'azienda non può ristrutturare con gli impianti accesi»

Ma nonostante questo, dopo le ultime vicende giudiziarie, l'Ilva è andata in tilt. «Tre morti nel giro di cinque mesi sono fatti gravi e inaccettabili. A ottobre Claudio Marsella, a novembre Francesco Zaccaria, ora Ciro», continua Bentivogli.
«È SALTATA LA GESTIONE INTERNA». Lo sanno bene gli operai dell'Ilva. «Anziché rafforzare l'aspetto della sicurezza, è saltata la gestione interna», denunciano. «Questo è un impianto siderurgico, parliamo di industria pesante», urlano al telefono. «Un minimo di superficialità nel rispetto delle procedure e la sicurezza va in malora».
Non ne possono più. «Prima era la tromba d'aria, ora cos'è?», si chiedono. «Il problema è che lo stato di vulnerabilità dell'azienda è tale per cui anche un evento atmosferico causa la nostra morte».
Ma soprattutto il problema è sempre lo stesso: chi controlla i controllori? In questo momento in Rete è quello che si chiedono tutti. E come ha chiesto su Twitter @Limprenditore: «Ma adesso arrestano i custodi giudiziari di Ilva vero? Come responsabili stabilimento».
LA DENUNCIA DEL COMITATO APECAR. Una situazione che gli operai del comitato Apecar definiscono «terribile». Perché «a Taranto e dentro l'Ilva stessa abbiamo sempre delegato altri a risolvere i problemi, invece dobbiamo farlo noi, non possiamo continuare a fidarci degli altri».
Eligio De Mitri, operaio Ilva e portavoce del comitato, prova una rabbia infinita. «Questo incidente è l'ennesima prova di quello che affermiamo sin dall'inzio», dice a Lettera43.it, «l'azienda non può effettuare la manutenzione lasciando gli impianti accesi, l'unica cosa è fermarli e poi procedere ai lavori». Invece il profitto conta di più che qualche vita, «e così mentre ristruttrano, lasciano gli operai dentro».
IL SALVA-ILVA PERMETTE DI LAVORARE. E lo possono fare per legge. Il decreto Salva Ilva ha infatti permesso all'azienda di continuare a produrre senza fermare gli impianti a patto che rispettasse i dettami dell'Aia. Decisione presa in netto contrasto con la volontà della procura di Taranto che invece aveva deciso di bloccare e sequestrare gli impianti sino a quando l'acciaieria non sarebbe davvero stata ammodernizzata e messa a norma. Invece l'Ilva «sosteneva di poterla metterla in sicurezza continuando a farci lavorare, la cokeria dove è morto Ciro era in fase di ristrutturazione».
A constatare oggi l'ennesima morte il rammarico è forte. E all'interno dell'azienda si cercano i controllori.
Le Rlsa, che dovevano occuparsi solo di ambiente, ma che comunque potrebbero vigilare e segnalare alle Rls (rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza) i malfunzionamenti, sono previste dal contratto: «Ma non sono mai diventate operative, noi non abbiamo idea di chi siano, non le conosciamo proprio, molti non sanno neanche che esiste questa figura, non è mai stata neanche pubblicizzata», dice De Mitri.

Il comitato degli operai: «Chi denuncia incidenti perde i bonus»

Le Rlsa sono tre dentro l'acciaieria. E le Rls? Per legge dovrebbero essere sei. Ma grazie al contratto integrativo sono 12 . Solo che la moltiplicazione di questa figura è stata permessa a scapito di un indebolimento della sua funzione. «Per averne 12 l'accordo del 2007 (vedi foto, ndr) prevedeva che alle Rls fosse vietato di fare qualsiasi denuncia in procura o anche agli enti preposti come Asl e Inps prima di aver comunicato il problema all'azienda», spiega il portavoce degli operai Apecar.
L'ACCORDO TRA RLS E AZIENDA. L'Ilva a sua volta, raccolta la segnalazione dalle Rls «avrebbe studiato un piano, e poi prima di agire, convocato un tavolo con sindacati e le istituzioni per trovare un accordo».
In pratica, anche se si accerta l'esistenza di un problema di sicurezza, «non si procede mai al fermo immediato della parte dell'impianto in questione, nè si firmano comunicati sindacali. Prima si aspetta che l'azienda dica come può intervenire per migliorare la situazione, ma nel frattempo si continua a lavorare», spiega De Mitri.
IL SILENZIO DEGLI ADDETTI. Così se accade qualche piccolo incidente tutto viene messo a tacere, spesso dagli stessi operai. Non solo perché sanno che tanto la parte dell'impianto sarà aggiustata e quindi lamentarsi sarebbe inutile, ma perché così facendo perderebbero anche il bonus.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più controversi. «Ci sono una serie di inziative dell'Ilva che prevedono un premio agli operai che non hanno mai causato incidenti, e che non si sono mai fatti male», continua il portavoce del comitato Apecar, «e un premio anche ai capireparto nel cui settore non si registrano infortuni».
CENTO EURO IN PIÙ IN BUSTA PAGA. Per guadagnare qualche soldo in più - per gli operai si tratta di «100 o 200 euro in busta paga» - basta anche un abbassamento del numero di incidenti. È sufficiente tenersi sotto il parametro che l'azienda ha stabilito ma che non ha mai rivelato con chiarezza agli operai. «I premi non sono frutto di accordi fatti con i rappresentanti sindcali, ma con i lavoratori direttamente e quindi non sono controllabili».
Una situazione che per quanto accettata dagli stessi operai dovrebbe essere forse tenuta maggiormente sotto controllo dai sindacati, proprio per evitare poi di trovarsi davanti all'ennessima morte bianca. «Invece quando si verificano questi incidenti i sindacati fanno il solito sciopero simbolico», conclude De Mitri. «Il problema è che non dobbiamo lavorare mentre è in corso la ristrutturazione. Questo è il terzo ragazzo che muore in cinque mesi e la risposta del sindacato è sempre la stessa». (A. Demurtas - Lettera43)

martedì 26 febbraio 2013

Numeri dalla città morta

Una cosa almeno è certa dopo queste elezioni: il Grande Circo Clini sta impacchettando tutto sui camion e presto partirà la carovana tecnico-fascista che ci ha imposto la legge più antidemocratica della dittatura Monti.



Partirà per tornare negli ingranaggi della burocrazia ministeriale dove Clini è despota incontrastato e burattinaio di tanti politici inetti che si susseguono al dicastero del (finto) ambiente.
Il Circo Clini lascia la scena pubblica e riprende a frequentare i salotti privati dove è stato concepito, tra quei pochissimi potenti che decidono per un popolo di decerebrandi che forse non imparerà mai a votare.
Ci vuole tanto a collegare una faccia pubblica al milione di porcate di cui tutti si lamentano dal parrucchiere?

Tra lavoro e ambiente Taranto sceglie Grillo

In una città piegata dalle vittime per il cancro, divisa tra chi vuole chiudere la «fabbrica della morte» e chi invece vuole continuare a lavorarci «perché l’alternativa è la fame». Una città di 200 mila abitanti su cui incombe la mannaia di 6.500 cassa integrati, a partire dal 3 marzo, s’impone la voglia di riscatto. Il desiderio di rompere gli schemi, di disarcionare i privilegi di una politica distante dai problemi della gente che qui continua a piangere chi di Ilva si ammala fino a morire.
La strepitosa vittoria di Grillo - primo partito con il 30% dei consensi - è in sintonia con il resto del Paese, ma qui più che altrove è sinonimo di una parola: basta. Basta con le chiacchiere, basta con le promesse, ma basta anche con un’anima dei cortei che tanto hanno infiammato la coscienza civile la scorsa estate. Né il centrosinistra, né il verde Bonelli (candidato con Ingroia che non raggiunge il 3%), né soprattutto il Movimento Liberi pensanti riescono a farsi una ragione del responso delle urne. Alle 10 e mezzo della sera i dati non sono ancora definitivi, ma il senso è chiaro. «Io non sono neppure andata a votare» dice Silvia Naccarati, 36 anni, laureata in storia dell’arte, uno dei tre portavoci di Liberi pensanti, che sostituiscono il carismatico Cataldo Ranieri che ha ceduto il campo per amor di «rotazione democratica». «Nessuno dimostra veramente interesse ai nostri problemi» prosegue Silvia che rilancia l’immagine di una Taranto «più concentrata su cultura e turismo invece che sull’industria». Un altro portavoce, Nicola Ordini insiste sull’esigenza «di una democrazia partecipata, che nasca dalla base». Stile grillini? «No, quelli non ci convincono».
Eppure persino a Tamburi, il quartiere a ridosso dell’Ilva, persino nell’area praticamente sotto i parchi minerari da cui «è più facile che si propaghino le sostante tossiche come la diossina», ha vinto il Movimento5stelle.

Il segretario della sezione Pd di Tamburi, Egidio Di Todaro, non si dà pace: «Grillo s’è preso buona parte di chi una volta votava per noi. Certo mi sciocca l’idea che sia il primo partito, perché qui noi come Pd raggiungiamo il 27% alla Camera e come coalizione sfioramo il 30%. E mi fa male anche il 30% del Pdl. Ma come? La Prestigiacomo negava le esalazioni tossiche e ora prendono quanto noi?». Nel complesso i dati dell’intera città non cambiano granché. Il centro sinistra, alla Camera, crolla dal 37,2% delle politiche del 2008 al 28% con il Pd attestato al 22%. E perde anche il Pdl che 5 anni fa aveva conquistato il 47,7% mentre oggi rasenta il 30% «anche se un buon 10% - dice con rammarico un pidiellino doc - è dovuto all’ex sindaco Cito, che mai ha aderito a Forza Italia e successive trasformazioni».

Vincenzo Curcio, 32 anni, da 10 operaio all’Ilva, sposato, un figlio di 2 anni e un altro in arrivo rappresenta il triunvirato dei Liberi pensanti: «Grillo? Le nostre aspettative dal nuovo governo, se mai ce ne sarà uno vista l’instabilità, sono pari a zero. Taranto sta morendo e noi abbiamo fame di salute e di giustizia. Che non deve fare a pugni con il diritto al lavoro».
Marianeve Santoiemme, 43 anni, un lavoro ce l’ha: educatrice per i disabili. Ma da ieri e sul Lago di Garda a cercarne uno nuovo: «Mia figlia, a 7 anni, è invalida al 100% per un’asma causata dall’Ilva. Noi a Taranto non possiamo più vivere. Il nuovo governo? Mah, ho paura ci riservino le solite chiacchiere».(LaStampa)

lunedì 25 febbraio 2013

Manco gli scacchi!


Ilva: ricorso contro ordinanza vendita merci da parte dei custodi

Ilva ha presentato oggi al Tribunale di Taranto una impugnazione in cui chiede l'annullamento dell'ordinanza con cui il gip Patrizia Todisco ha autorizzato la vendita da parte dei Custodi dell'acciaio sequestrato all'interno dello stabilimento siderurgico il 26 novembre 2012, vincolando il ricavato della vendita di questi beni in un conto bloccato a disposizione dei magistrati in attesa di futura sentenza senza che nulla del ricavato possa essere utilizzato per l'attuazione dell'AIA. Ilva, in una nota , motiva l'istanza presentata come una violazione all'articolo 1 del DL 207, convertito poi nella legge 231 del 2012, che prescrive sia il diritto all'esercizio di impresa che la commercializzazione da parte dell'azienda di beni sequestrati. Le questioni di illegittimita' costituzionale sollevate dal GIP e dal Tribunale, secondo l'azienda, non fanno venir meno e non sospendono la legge in vigore che deve quindi essere applicata e alla quale Ilva intende attenersi. Nella richiesta di annullamento, Ilva fa riferimento inoltre alla violazione dell'articolo 260 comma 3 del codice di procedura penale, relativo alla conservazione dei beni sequestrati, non ravvisando l'urgenza del provvedimento in considerazione dell'ormai prossimo pronunciamento della Corte costituzionale e avendo la Procura aspettato oltre due mesi e mezzo prima di chiedere il Provvedimento. Infine i legali dell'Ilva hanno addotto vizi di motivazione in merito alla valutazione dei beni da parte dei custodi. (AGI).

Le banane non crescono sui Pini!

Pessimo giocatore in nostro vigile del fuoco prestato alle acque. Appena ha aperto bocca ha fatto capire che sta lì a perdere tempo. Ma non ci voleva molto a saperlo da prima.

MAR PICCOLO: BONIFICA, PRIMA SERVONO VERITà E GIUSTIZIA
Di Gianmario Leone TarantOggi


La cabina di regia istituita sulla scorta dell’Atto di intesa sottoscritto il 26 luglio dello scorso anno riguardante la bonifica e l’ambientalizzazione dell’area tarantina, riunitasi lo scorso 19 febbraio, ha stabilito tre priorità d’intervento: il rione Tamburi, l’area industriale di Statte e la bonifica del mar Piccolo. La prossima riunione si terrà il 6 marzo. Bene. Premesso che qualcuno deve ancora spiegare a Taranto e ai tarantini come sarà possibile bonificare le aree di Tamburi e Statte in cui insistono e continueranno ad insistere fonti emissive inquinanti come l’Ilva, è la situazione in cui versa il Mar Piccolo il vero problema. Il giorno dopo la cabina di regia, il 20 febbraio, presso la Confcommercio si è svolto un tavolo tecnico durante il quale il commissario per la bonifiche Alfio Pini ha solennemente dichiarato che “la bonifica del Mar Piccolo è una certezza”. “L’azione di bonifica - ha spiegato il commissario - è ovviamente dipendente dall’accertamento dell’origine delle fonti di inquinamento e dalla loro eliminazione. Operazione che potrebbe richiedere tempi lunghi e che potrebbe interferire con la tempistica di finanziamento dei progetti di bonifica”. Dunque, a febbraio 2013, siamo ancora alla fase zero del problema: capire chi e in che quantità ha inquinato il Mar Piccolo. Operazione che da anni definiamo una ridicola caccia al tesoro, a causa dell’ignavia e della vigliaccheria delle nostre istituzioni e che, addirittura, se non completata entro il prossimo mese di dicembre, potrebbe far perdere i 20 milioni stanziati dall’atto d’intesa del 26 luglio scorso. Ma la storia dell’inquinamento del Mar Piccolo è nota a molti e su queste colonne (con il prezioso aiuto e supporto del sito internet “inchiostroverde.it” gestito dalla collega Alessandra Congedo) la denunciamo da anni. Come sempre nel silenzio più assoluto. Per questo consigliamo al commissario Pini di informarsi, e bene, sulla storia recente e non dell’inquinamento del Mar Piccolo, evitando di lasciarsi irretire dalle belle parole e dai buoni propositi dei nostri politici. Per questo riteniamo opportuno ripercorre un po’ di storia per riportare le cose al loro posto. Perché le fonti inquinanti e i vari inquinatori esistono eccome. E i nomi si conoscono. Da sempre. Magari i tempi saranno come detto molto lunghi: ma è sempre meglio scoprire la verità e poi agire di conseguenza. Altrimenti si corre il serio rischio di utilizzare quei 20 milioni per nulla. Ancora una volta. Quello che leggerete è dunque un percorso all’indietro nel passato sugli eventi principali che su queste colonne abbiamo denunciato più volte negli ultimi anni.

Pillole di storia
Tanto per iniziare, il commissario Pini potrebbe avviare una piccola indagine per vedere se se siano ancora attivi o meno gli 11 trasformatori elettrici dell’Ilva, i 38 trasformatori di Marinarsen e l’altro trasformatore dell’Enel. Nel 1990 fu effettuato un censimento di tutti i trasformatori elettrici presenti nelle aziende industriali della Provincia di Taranto, richiesto dall’allora assessore alla Sanità, Mario Guadagnalo, che inviò una circolare in cui chiedeva di quantificare il PCB presente sul territorio. Il risultato dell’allora Italsider fu impressionante: 1000 grandi trasformatori contenenti PCB per un totale di 1.800 tonnellate d’Askarel (denominazione commerciale del prodotto) ma nel 1979 i trasformatori erano di più e l’apirolio era quasi il doppio. SIMI dichiarò kg 2.040, Belleli Sud kg 440, Sidermontaggi kg 1.550, Cementir kg 16.950, Sip kg 1.560, Stab. Navali kg 3.853, Ospedale Civ. kg 9.198, Rivestubi kg 12.198, Dalmine kg 13.700. Il tutto per un totale di 62 tonnellate da aggiungere ovviamente alle 1.800 dell’ILVA. Oramai molte di queste aziende non operano più sul nostro territorio. All’epoca dei fatti, l’Arsenale Militare negò il possesso d’Askarel. Proprio pochi giorni dopo però, venne rinvenuta una vasca contenente PCB all’interno dell’Arsenale. Nella vasca in oggetto, risultò che venivano stoccati fanghi provenienti dal dragaggio del Mar Piccolo. La percentuale di PCB contenuta era molto elevata, così come i valori, totalmente fuori scala, dei metalli pesanti.
Il 18 settembre 2001, con Decreto Ministeriale n. 468, viene messo nero su bianco il regolamento del “Programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale”. Per quanto riguarda la città dei Due Mari, il decreto aveva stabilito la “Bonifica e ripristino ambientale di aree industriali, di specchi marini (Mar Piccolo) e salmastri (Salina grande)”. La superficie interessata dagli interventi di bonifica e ripristino ambientale, veniva inoltre così suddivisa: circa 22,0 km2 (aree private), 10,0 km2 (aree pubbliche), 22,0 km2 (Mar Piccolo), 51,1 km2 (Mar Grande), 9,8 km2 (Salina Grande). Lo sviluppo costiero riguardava un totale di circa 17 km. Il perimetro del territorio in questione, riguarda l'area dichiarata "Area ad elevato rischio di crisi ambientale" nel lontano novembre 1990. La dichiarazione venne reiterata nel luglio 1997. Con decreto del Presidente della Repubblica del 23 aprile 1998, venne inoltre approvato il “Piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della Provincia di Taranto”. Siamo quasi alla preistoria. Nella relazione del decreto ministeriale, veniva spiegata in maniera inequivocabile il perché ancora oggi, e chissà per quanti altri anni ancora, il Mar Piccolo verserà in condizioni di assoluta criticità ambientale. “Di particolare interesse sono le aree del mar Piccolo e le saline. I corsi d’acqua superficiali a carattere esclusivamente torrentizio sono recapito di reflui diversi scarsamente o per nulla depurati. Particolarmente compromessa appare la situazione del Paternisco e del canale di Aiedda, che recapita nel bacino ad elevata vulnerabilità del Mar Piccolo con evidenti risvolti sulla qualità dei sedimenti. Il Mar Piccolo risulta quindi gravemente compromesso dalla pessima qualità degli affluenti in esso recapitanti, che determinano un grave stato eutrofico, accentuato dalla particolare morfologia del bacino stesso”. Per quanto invece atteneva le acque sotterranee, nel 2001 mancava ancora la conoscenza dello stato della falda sottostante le aree industriali; nonostante questo, già 12 anni fa venivano evidenziati “fenomeni di inquinamento diffuso di origine agricola e concentrato dovuto a rilasci di percolato da discariche incontrollate e da pozzi neri non adeguatamente impermeabilizzati”.
Altro aiuto al buon Pini, potrebbe arrivare dalla consultazione della mappa sulla “Distribuzione dei PCB nei sedimenti dei Mari di Taranto”, fornita dal CNR nel corso della riunione tecnica che si svolse a Taranto giovedì 11 agosto 2011 (si era nel pieno della prima emergenza mitili), dalla quale si evinceva chiaramente come la presenza maggiore di PCB nel I seno del Mar Piccolo si trovasse in corrispondenza dell’Arsenale Militare, degli ex cantieri navali Tosi, di una parte di Buffoluto, e dalla parte dei Tamburi e del Galeso.
Sempre nel 2011, durante la Giunta Regionale del 2 novembre, l’assessore alla Qualità dell’Ambiente Lorenzo Nicastro relazionò sulla contaminazione da policlorobifenili (PCB) del I seno del Mar Piccolo. E lo fece avvalendosi di una documentazione importante: da un lato con una che l’ISPRA (datata 4 ottobre 2001) inviò al Ministero dell’Ambiente nella quale veniva indicato il grave stato di contaminazione del mar Piccolo; dall’altro la “Relazione tecnica sullo stato di inquinamento da PCB nel SIN Taranto ed in aree limitrofe”, effettuata dal Servizio Ciclo dei Rifiuti e Bonifica della Regione Puglia. Una relazione molto dettagliata di 28 pagine, nella quale venivamo messe in evidenza le fonti primarie di contaminazione (sorgenti attive che incrementano il flusso massico di PCB nel Mar Piccolo) e le fonti secondarie (sedimenti inquinati che generano la propagazione della contaminazione anche attraverso la risospensione naturale o indotta antropicamente). Una relazione nella quale vengono messi sul banco degli imputati la Marina Militare e un’azienda ai più sconosciuta: la “San Marco Metalmeccanica” (che opera nell’indotto Ilva). La relazione denunciava come dal 1972 al 1995 venne riempita con materiale di risulta e scarti provenienti da lavorazioni di tipo industriale, una cava presente sul suolo occupato dalla San Marco che acquistò il terreno nel 2003. L’area in cui si colloca la cava in questione, possiede una sovrapposizione di una serie sedimentaria clastica pleistocenica (Calcareniti di Gravina) e del substrato mesozoico carbonatico (Calcare di Altamura). In quella zona è presente solo la falda profonda che ha sede nella successione del Calcare di Altamura. Gli elaborati del Piano regionale di Tutela delle Acque mostrarono come lo scorrimento della falda carsica avviene prevalentemente lungo la direttrice NO-SE, cioè proprio verso il Mar Piccolo. Il che spiegherebbe il perché nella mappa del CNR viene segnalato come area altamente inquinata da PCB, lo specchio d’acqua prospiciente i Tamburi e il Galeso. E soprattutto chiarirebbe il perché ARPA Puglia da tempo chiede che vengano svolte delle indagini approfondite sulla questione, che potrebbe essere alla base di un’ipotesi devastante: si teme infatti che i citri di acqua dolce presenti nel I seno porterebbero dalla falda al mare l’inquinamento da PCB.
Come altra fonte primaria accertata di inquinamento da PCB del Mar Piccolo, la relazione indicò le aree a terra gestite dalla Marina Militare (Arsenale), in cui la presenza di PCB è stata accertata anche nei terreni e nella falda superficiale che veicola la contaminazione. Parliamo di un sito esteso per circa 23.000 mq, in cui sin dal 1890 é stata svolta attività da parte di numerose aziende di supporto alla Marina. La caratterizzazione ha interessato una superficie di circa 30.000 mq ed ha evidenziato una contaminazione da metalli pesanti (antimonio, arsenico, mercurio, piombo, rame, selenio, vanadio e zinco), da policlorobifenili e da idrocarburi leggeri e pesanti. Nella porzione est del Comprensorio Arsenalizio della Marina Militare é presente anche un’altra area, denominata “Zona Gittata”, che ha una estensione di 1500 mq ed è stata adibita a vasca di deposito di fanghi di dragaggio, rimossi e smaltiti nel 2009. Sempre nello stesso anno avvenne la dismissione della vasca e furono eseguite delle indagini ambientali preliminari che evidenziarono il superamento, nel suolo, delle concentrazioni soglia di contaminazione per siti commerciali e industriali per i parametri piombo, rame, zinco, arsenico e PCB. Le quote del terreno risultate contaminate, erano a profondità maggiori di 10 cm.
C’è poi una fonte secondaria: i sedimenti del Mar Piccolo, dove sono state individuate due distinte zone interessate dalla presenza di PCB. Una in corrispondenza dell’Arsenale militare, nell’area di caratterizzazione denominata “area 170 ha”, l’altra posta a nord del primo seno, a circa 200 m ad ovest della penisola di Punta Penna. La valutazione della qualità dei sedimenti dell’area “170 ha” è stata formulata sulla base del confronto con i “valori di intervento per i sedimenti di aree fortemente antropizzate nel sito di bonifica di interesse nazionale di Taranto” proposti da ICRAM ed approvati in conferenza dei servizi ministeriale del 29 dicembre 2004. I dati evidenziarono uno stato di contaminazione diffusa da PCB, con superamento del valore di intervento (190 μg/kg) per tutta l'area indagata e per tutto lo spessore analizzato.

I milioni che mancano all’appello
Pensare di bonificare il Mar Piccolo con appena 20 milioni di euro, è una barzelletta che non fa ridere nessuno. Ed alla quale soltanto i nostri politici e la nostra classe dirigente può credere. Anche perché negli anni le somme stanziate e sparite nel nulla sono nettamente superiori. Ad esempio, per l’area “170 ha” fu approvato un progetto definitivo da parte del MISE (Ministero Sviluppo Economico) con relativo quadro economico di € 35.415.303,12. Dove sono finiti quei soldi? La domanda è quanto mai lecita, visto che nel verbale del 15.09.2005 la conferenza dei servizi ministeriale deliberò di richiedere al Commissario Delegato della Regione Puglia “di procedere con la massima celerità all'aggiudicazione delle attività di MISE dei sedimenti con valori di concentrazioni di inquinanti superiori al 90% dei valori di concentrazione limite accettabili”. Ma dopo alcune proteste delle associazioni di mitilicoltura, preoccupate per gli effetti del dragaggio sulla qualità dei mitili, fu proposto dalla Provincia di Taranto di effettuare uno studio di dettaglio sull'area in modo da colmare alcune lacune individuate in fase di caratterizzazione e verificare, con un’analisi costi-benefici, il miglior sistema di intervento da attuare. Ma lo studio si è perso chissà dove. In un’altra Conferenza dei Servizi riunitasi a Roma in data 19.10.2006 presso il Ministero dell’Ambiente, vennero invece stanziati 26 milioni di euro destinati all’area tarantina. Il 10.11.2006 la Provincia di Taranto annunciava: “Risanamento del Mar Piccolo: 3 milioni di euro per l’analisi del rischio”. Le risorse stanziate facevano parte dei 10 milioni di euro complessivi che la Regione Puglia mise a disposizione per l’intera operazione. Sempre in quel comunicato si affermava che “oltre ai fondi regionali, com’è noto, ci sono anche i 26 milioni di euro del Ministero dell’Ambiente che, come si ricorderà, senza l’azione congiunta di Regione Puglia e Provincia di Taranto rischiavano di finire a Manfredonia...”. Qualche giorno dopo, il 19.10.2006, veniva ufficializzata la notizia dei 26 milioni di euro stanziati dalla Conferenza dei Servizi, “per il risanamento del Mar Piccolo”. Il presidente della Provincia, Gianni Florido, così commentava: “Bella notizia, merito anche dell’azione sinergica messa in campo con il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola e il presidente del consiglio regionale, Luciano Mineo”. Eravamo nel 2006. Tra i fondi stanziati dalla Regione Puglia e quelli della Conferenza dei Servizi, in totale si parlava di 36 milioni di euro da destinare alla bonifica del Mar Piccolo. Il MISE ne stanziò altri 35 l’anno prima. Sono passati sette anni e di quei soldi non vi è più traccia. Nella relazione del decreto ministeriale del 2011, venivano previsti i costi per la messa in sicurezza e/o bonifica. “Le prime stime, effettuate sulla base dei dati preliminari di estensione e di tipologia di inquinamento, indicano un fabbisogno di larga massima pari a circa 100 miliardi”. Di lire. Oggi sarebbero 500 milioni di euro.

Accertare tutte le fonti e prendere i colpevoli
Questa è Storia. Inconfutabile. Su cui nessuno può recitare la parte dello struzzo. Proprio ieri, sul blog del “Comitato per Taranto” è stato caricato un video dal titolo “Amarcord”, sulla produzione di vongole nel Mar Piccolo. Ciò detto, è praticamente impossibile quantificare un danno del genere. Quanti soldi ci vorrebbero per risarcire un’intera comunità a cui è stata privata la possibilità di avere un mare pulito dove poter coltivare e pescare i migliori mitili di tutto il Mediterraneo? E di avere una falda libera da ogni tipo di inquinante? Quando si inizierà ad indagare su chi ha interrato per 23 anni nella cava sulla strada di Statte materiale altamente inquinante, che nel corso degli anni è arrivato sino alla falda profonda per poi defluire in maniera inesorabile nel Mar Piccolo? E quante altre domande si potrebbero fare. Alla fine di tutto, resta in noi l’assoluta certezza che i colpevoli siano decine e decine, ed abbiano occupato ed occupino ancora oggi, ogni livello del nostro sistema di potere. E che, soprattutto, ci abbiano avvelenato il Mar Piccolo. Forse per sempre.

domenica 24 febbraio 2013

Non cambia nulla sotto il cielo nero e rosso di Taranto

Le fredde notti invernali dell'Ilva di Taranto

COMUNICATO STAMPA


Il 23 agosto 2011 è entrata in vigore la prima Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) che prevedeva entro il 23 agosto 2012 il monitoraggio delle emissioni fuggitive della cokeria.

Chiediamo al Garante dell'AIA Vitaliano Esposito: è entrato in funzione questo monitoraggio?

Segnaliamo al Garante dell'AIA questo filmato notturno girato il 24 febbraio 2013
E' un filmato impressionante girato da Luciano Manna (PeaceLink). Lo consegneremo alla Procura della Repubblica in quanto sono evidenti le emissioni fuggitive e ci chiediamo se siano state monitorate secondo la prescrizione dell'AIA. E se siano stati effettuati i lavori per bloccare le emissioni fuggitive.

Sulla base della prima AIA la prescrizione del monitoraggio delle emissioni fuggitive dovrebbe essere già operativa. La prescrizione è chiara:
"Il Gestore dovrà presentare all'Autorità Competente e a ISPRA e ARPA Puglia, entro dodici mesi dal rilascio dell'AIA, un progetto cantierabile per la valutazione e monitoraggio delle emissioni fuggitive di polveri, IPA e benzene che possono manifestarsi nelle differenti configurazioni di esercizio della cokeria".
Chiediamo pertanto al Garante:
- se siano state quantificate le polveri, gli IPA e il benzene che si sono riversati sui lavoratori e sulla città con queste emissioni fuggitive;
- se disponga di tali dati;
- se possa assicurare che le emissioni fuggitive (ben visibili nel filmato) non siano dannose per la salute;
- se possa pertanto certificare - persistendo emissioni fuggitive di tale evidenza - che sia stata assicurata "l'immediata esecuzione di misure finalizzate alla tutela della salute e alla protezione ambientale" come dichiara in premessa la legge 231/2012.
Per PeaceLink: Fulvia Gravame, Alessandro Marescotti
 

sabato 23 febbraio 2013

Amarcord

La faccia tosta del criminale

Mentre il mostro sforna fumi e veleni, di giorno e soprattutto notte, ignorando qualsiasi precauzione, i padroni rifiutano di collaborare anche con la magistratura. Sanno di poter contare su tanti amici che sono dalla loro parte.
Ne sanno forse qualcosa Clini, Prestigiacomo e Bersani?
Ecco l'Ilva ieri...



Ilva custodi: guerra sull'acciaio. Azienda minaccia risarcimento

Ammonta a circa un milione di tonnellate la richiesta di acciaio che i custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza, Claudio Lofrumento e Mario Tagarelli dovranno esaminare nei prossimi giorni. Al termine della riunione di ieri tra i tecnici nominati dal gip Patrizia Todisco e l’avvocato Francesco Brescia in rappresentaza dell’Ilva, i custodi giudiziari hanno infatti acquisito circa un migliaio di ordini di vendita ancora non soddisfatti dall’azienda del Gruppo Riva.
Dopo il via libera del gip alla vendita dei pordotti finiti e semilavorati sequestrati il 26 novembre su richiesta della procura ionica, toccherà ora ai custodi giudiziari provvedere alle operazioni di vendita destinando poi il ricavato, il cui valore dovrà essere stimato nei prossimi giorni, in un fondo che rimarrà comunque sotto sequestro. Resta intanto da individuare anche la strategia di vendita per le altre 700mila tonnellate di acciaio, ma soprattutto da analizzare le perdite lamentate in questi mesi dall’azienda. Delle rinunce dei clienti per via delle vicende giudiziarie, al momento, non c’è traccia.
L’azienda Ilva manifesta la sua volontà di non collaborare con la magistratura. E così i custodi ieri hanno chiesto nuovamente all’azienda di fornire l’elenco delle richieste annullate dai clienti. Un dato che l’Ilva in quel momento non è stata in grado di fornire e che potrebbe arrivare sulla scrivania degli amministratori giudiziari nei prossimi giorni. Dati di non poco conto per comprendere se e quanto l’Ilva abbia perso in termini economici. Nelle scorse settimane, infatti, la stessa azienda aveva lamentato l’annullamento di un contratto con una grossa azienda americana del valore di circa 25 milioni di dollari. Non solo. Oggi minaccia di chiedere il risarcimento dei danni subiti.La situazione, quindi, resta tesa.
A dimostrarlo c’è l’ennesimo scambio di lettere al vetriolo tra Bruno Ferrante, presidente del cda Ilva, e i custodi giudiziari. Lettere che danno seguito alla guerra epistolare iniziata quando l’ex prefetto di Milano ricopriva l’incarico di quarto amministratore giudiziario. In una missiva inviata il 21 febbraio scorso, infatti, Ferrante non solo ha rinunciato all’incontro richiesto dai custodi per affrontare con una strategia comune la commercializzazione dei prodotti, ma ha chiarito che l’Ilva «non presta il consenso alla commercializzazione dei prodotti, in quanto lesiva del diritto all’esercizio di impresa» e chiarendo inoltre che il provvedimento del gip «sarà contrastato con ogni iniziativa».
Soprattutto Ferrante è tornato sui danni causati dell’azione giudiziaria. «Parte degli ordini - scrive Ferrante - a suo tempo pervenuti è stata evasa, a seguito di riprogrammnazione degli stessi attraverso quanto prodotto successivamente al 4 dicembre 2012. Altri ordini - aggiunge il presidente dell’Ilva - sono stati annullati dai clienti e, in relazione a tali recessi, ci riserviamo di chiedere i danni nei confronti di chi ha posto in essere le condizioni che li hanno determinati». Una vera e propria sfida alla magistratura e ai custodi, insomma. Un monito che chiude anche l’ultimo spiraglio di dialogo fra l’azienda e l’autorità giudiziaria tarantina. (F. Casula GdM)

Speriamo non resusciti!

Cancellato il progetto del parcheggio sotto la Rotonda del Lungomare

Cancellato il Parcheggio sotto la Rotonda di Lungomare dal piano triennale delle opere pubbliche. Una buona notizia per  Legambiente che ha sempre contrastato il progetto ritenendolo un'idea vecchia, sbagliata e dannosa.
Non solo. Si trattava di una scelta in palese contraddizione con quella  relativa alla costruzione di due aree di parcheggio di interscambio, poste ai margini della città, in località Cimino e Croce, destinate  nelle intenzioni  a ridurre i flussi di traffico veicolare privato e a rilanciare quello pubblico. Quanti automobilisti le avrebbero utilizzate sapendo che avrebbero potuto arrivare direttamente in auto in pieno centro dove avrebbero trovato ad attenderli un megaparcheggio alla Rotonda? 
Come dimostra l’esperienza di tante città italiane ed europee, la costruzione di nuovi parcheggi nel centro delle città  produce un automatico incremento del traffico automobilistico privato. La conseguenza è un maggior inquinamento atmosferico. Non è di questo che Taranto  ha bisogno, ma del suo esatto contrario: minor traffico e minor inquinamento.
Senza andare lontano, a Bari, soli 90 km di distanza dalla nostra città si è sperimentato con successo un  piano urbano della mobilità con ampi parcheggi ai margini del centro cittadino (non all’interno !) ed un servizio efficiente di mezzi pubblici di superficie, con corsie preferenziali per i bus urbani, navette veloci verso il centro e piste ciclabili con il sistema del bike&ride.
Al Comune di Taranto chiediamo di continuare sulla strada giusta: la strada di una mobilità urbana che privilegi il mezzo pubblico, la ciclabilità e la pedonalità. (Legambiente)

venerdì 22 febbraio 2013

La voce grossa del Padrone... il tesssoooro è mio!

Nota Ilva

Ilva comunica di aver ricevuto dai Custodi nominati dal GIP di Taranto una lettera in cui danno seguito alla disposizione dello stesso Giudice in merito alla vendita dei beni sottoposti a sequestro. Ilva ricorda che il ricavato della vendita di questi beni sarebbe vincolato in un conto bloccato a disposizione dei magistrati in attesa di futura sentenza e ribadisce che, secondo le disposizioni del GIP, nulla del ricavato di tale vendita potrebbe essere utilizzato per l’attuazione dell’AIA.
Come già comunicato da Ilva, tutto ciò è palesemente contrario alla legge 231 del 2012 che prescrive sia il diritto all’esercizio di impresa che la commercializzazione da parte dell’azienda di beni sequestrati. Le questioni di illegittimità costituzionale sollevate dal GIP e dal Tribunale non fanno venir meno e non sospendono la legge in vigore che deve quindi essere applicata e alla quale Ilva intende attenersi.
A tale proposito l’Azienda conferma che impugnerà in ogni sede il provvedimento del GIP del 14 febbraio scorso.
Ilva non intende dare il proprio consenso alla commercializzazione dei prodotti da parte di altri soggetti perché lesivo del diritto di impresa e, dal momento che diversi ordini sono stati cancellati negli ultimi mesi dai clienti per l’indisponibilità della merce, si riserva di chiedere i danni a chi dovesse risultarne responsabile.

Numeri e idee

Ilva: su cassa in deroga divisioni tra sindacati, Fiom non firma


Le vicende delle ultime ore rischiano di far saltare nuovamente gli equilibri che all'Ilva sembravano essersi, in qualche modo, delineati col pagamento degli stipendi di gennaio, la ripartenza di alcuni impianti dell'area a freddo col ritorno al lavoro di circa 500 unita', e la decisione della Corte Costituzionale di respingere, in quanto inammissibili, i conflitti di attribuzione sollevati dalla Procura di Taranto sul decreto e sulla legge per l'Ilva rinviando tutto alle eccezioni di costituzionalita' sulla legge che saranno discusse ad aprile. Al nuovo scontro fra azienda e Procura sulla vendita diretta delle merci da parte dei custodi, si aggiunge infatti l'ulteriore divisione nei sindacati metalmeccanici, con Fim Cisl e Uilm Uil da un lato e Fiom Cgil dall'altro. Ieri, infatti, al ministero del Welfare, la Fiom Cgil non ha firmato ne' l'accordo sulla cassa in deroga per due mesi, primo gennaio-2 marzo 2013, per 1100 lavoratori delle aree a freddo e a caldo (l'azienda ne aveva chiesto 1393 nelle scorse settimane), ne' il verbale con cui l'Ilva si impegna ad attutire gli effetti negativi della cassa integrazione straordinaria chiesta dal 3 marzo prossimo sino a tutto il 2015 per un massimo di 6147 addetti del sito di Taranto contestualmente all'avanzamento dei lavori di risanamento ambientale imposti dall'Aia. La Fiom non ha firmato in quanto si e' creato gia' un collegamento fra cassa in deroga ormai in scadenza, il 2 marzo prossimo, e nuova cassa straordinaria, che il sindacato Cgil ritiene tutta da discutere, da ridurre nei numeri, ritenuti eccessivi, e soprattutto da verificare alla luce del piano industriale dell'Ilva "che ancora non e' stato presentato". Fim Cisl e Uilm Uil, invece, affermano di aver firmato la cassa in deroga per assicurare ai lavoratori che nel frattempo sono stati sospesi dall'azienda, la copertura economica. I soldi della cassa in deroga, circa 8 milioni, sono stati infatti reperiti dal Ministero. Non e' la prima volta che i sindacati metalmeccanici di Taranto si dividono sull'Ilva. E' gia' accaduto la scorsa fine estate, quando a fronte dell'intensificarsi dell'azione della Magistratura - la legge non c'era ancora - scioperarono Fim e Uilm ma non la Fiom, ed e' accaduto a gennaio quando ha scioperato per alcun giorni solo la Fim per protestare contro l'incertezza sul pagamento degli stipendi, poi corrisposti, e sulla decisione aziendale di serrare con lucchetti e catene tutte le portinerie della fabbrica. (AGI) .

Ilva: intesa per cig in deroga riguarda 1.100 addetti

Riguarda 1.100 lavoratori l'intesa per la cassa integrazione in deroga per lo stabilimento di Taranto dell'Ilva, siglata oggi al ministero del Lavoro. E' quanto si apprende da una nota del ministero diffusa dopo la riunione presieduta dal viceministro Michel Martone. La richiesta dell'azienda riguardava 1.393 lavoratori. 
L'accordo raggiunto al ministero del Lavoro per la cassa integrazione guadagni in deroga per l'Ilva riguarda ''un massimo di 1.100 lavoratori'' fino al 2 marzo. La concessione da parte del ministero della cig in deroga ''si rende necessaria al fine di consentire la prosecuzione delle azioni di bonifica necessarie a tutelare il diritto alla salute dei cittadini di Taranto e preservare l'occupazione dei lavoratori dello stabilimento'', ha spiegato il viceministro Michel Martone che ha appunto presieduto la riunione cui hanno partecipato i rappresentanti dell'azienda e i sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil.
''All'esito della riunione - si legge nella nota - il ministero del Lavoro, a seguito della richiesta congiunta dell'azienda e delle organizzazioni sindacali, con l'eccezione della Fiom, ha manifestato la propria disponibilità a concedere la cig in deroga in attesa dell'avvio del programma di ristrutturazione aziendale al fine di consentire la prosecuzione dell'azione di bonifica, necessaria a dare attuazione alle prescrizioni dell'AIA, che ha già richiesto la chiusura dell'altiforno 1 e delle batterie 3-4-5-6''. Nella nota diffusa dal ministero si rileva che ''l'azienda ha ribadito che, all'esito di questo periodo di cig in deroga, non dara' luogo a licenziamenti (mobilità) ma procederà agli investimenti necessari a sostenere il piano di ristrutturazione delineato nella richiesta di cig straordinaria presentata al ministero del Lavoro il 19 febbraio''. (IGN)

mercoledì 20 febbraio 2013

I conti della serva: abituati a dare i numeri (a vanvera)

Ilva: 2 mld e 250 mln stima per interventi nel siderurgico




Da 3 miliardi e mezzo a 2 miliardi e 250 milioni: il costo per mettere a norma lo stabilimento dell'Ilva di Taranto si abbatte, nel giro di qualche mese, di oltre un miliardo di euro. Tre miliardi e mezzo era infatti la stima piu' volte e' circolata per gli interventi di adeguamento dell'Aia. Adesso, invece, nel piano con cui l'Ilva chiede la cassa integrazione straordinaria per 6.417 lavoratori, si parla esplicitamente di 2 miliardi e 250 milioni. I sindacati affermano che l'Ilva, posta davanti al problema, ha spiegato che i 3 miliardi e mezzo erano una stima mentre ora si e' nella fase della quantificazione perche' si stanno definendo le progettazioni, stringendo i contatti con le imprese fornitrici e in diversi casi gli ordini di lavoro e di acquisto sono gia' partiti. C'e', insomma, avrebbe detto l'Ilva ai sindacati, un quadro piu' realistico. E comunque, avrebbe avvertito l'azienda, con le cifre dell'Aia si potrebbe ancora salire o scendere del 20%. L'esistenza di questo ampio margine di oscillazione, secondo l'Ilva, dipende dal fatto che una valutazione "definitiva potra' essere fatta una volta ricevute le offerte tecniche complete per tutte le attivita' previste".
  L'intervento piu' imponente e' quello delle cokerie con 860 milioni, seguito dagli altiforni 1 e 5 con 400 milioni e i parchi minerali con 300. Ma anche se non sono gli oltre 3 miliardi dei mesi scorsi, l'Ilva fa comunque presente ai sindacati che si tratta di importi significativi tanto piu' per un'azienda in grave crisi di liquidita' e che ancora nei giorni scorsi, a fronte della decisione del gip sulle merci sequestrate, ha sottolineato come sia inopportuno "blindare" il ricavato nella vendita - 800 milioni e' il valore commerciale stimato dai custodi giudiziari - in un deposito vincolato e non utilizzarlo invece "in attitivita' piu' utili all'interesse dei cittadini come appunto l'attuazione dell'Aia". L'Aia, con l'organizzazione degli interventi e la tipologia degli investimenti, sara' uno dei temi che i sindacati solleveranno domani al tavolo ministeriale per la cassa integrazione.
  Invece, a controllare che l'Ilva stia davvero adempiendo alle prescrizioni della legge 231 dello scorso dicembre, saranno i tecnici dell'Ispra che dovrebbero arrivare a Taranto a fine mese nel siderurgico. (AGI) .





Nota Ilva

Ilva ha presentato  la richiesta di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione nell’ambito degli  adempimenti richiesti dall’AIA . Il numero dei lavoratori interessati va da  circa 4.400 a un  massimo di 6.500 circa.
La richiesta , che e' di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione , dovrebbe avere una durata di 24 mesi , a partire dal 3 marzo prossimo. Il piano di ristrutturazione aziendale presentato dalla Società prevede anche la chiusura di alcune linee produttive, in particolare  dell’altoforno 1, già  chiuso, e dell’altoforno 5.
Con tale richiesta, l’Azienda conferma l'impegno previsto dall’Autorizzazione Integrata Ambientale.

Procedura inquietante

Trivelle Eni, VIA libera dal ministero dell’Ambiente

Il nome dell’istanza è un codice incomprensibile: “d 67”. Il fine sembra però molto semplice: “Permesso di ricerca in mare”. Che a leggerla così, si potrebbe davvero essere indotti a pensare si tratti di qualcosa di positivo. La data di presentazione dell’istanza è abbastanza datata: 19 giugno 2009. La superficie dell’area (quella nella foto qui accanto e che si estende da Leporano sino oltre Maruggio, definita zona “F” ndr) è abbastanza estesa: 449,4 kmq. Il problema, anche se definirlo così è un semplice eufemismo, è il nome della società richiedente del permesso: Eni S.p.A. A quel punto, non ci sono più dubbi: si chiede ancora una volta di ricercare nel nostro mare idrocarburi. Ovvero petrolio.
L’iter dell’istanza è stato abbastanza complesso. Dopo la presentazione della richiesta nel giugno 2009, il 31 luglio dello stesso anno c’è la pubblicazione sul BUIG (il Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e delle Georisorse). Il 18 marzo 2010 arriva il parere favorevole del CIRM (la Commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie). Il 27 aprile il ministero dello Sviluppo Economico invia all’Eni la comunicazione del parere favorevole del CIRM invitando la stessa società a presentare la VIA (Valutazione d’Impatto Ambientale) al ministero dell’Ambiente ed alla Regione Puglia. Ma la relazione che l’Eni invia non convince i tecnici del ministero: tant’è che il 30 novembre del 2010 arriva alla società il “preavviso di rigetto” della VIA presentata.
A quel punto l’Eni prova a correre ai ripari presentando, siamo al 25 febbraio del 2011, un’istanza “interlocutoria” nella quale presenta una richiesta di superamento dei “motivi ostativi al conferimento” della VIA. Ma per non restare con un pugno di mosche in mano, la stessa società, appena tre giorni dopo, il 28 febbraio, presenta ricorso al TAR (modus operandi classico delle grandi industrie del nostro territorio). Passano i mesi e il 16 settembre del 2011 il ministero dell’Ambiente invia all’Eni una richiesta di “Riperimetrazione” dell’area riguardante l’istanza ai fini dell’applicazione del decreto legislativo n.121 del 7 luglio del 2011: “Attuazione della direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell’ambiente, nonché della direttiva 2009/123/CE che modifica la direttiva 2005/35/CE relativa all’inquinamento provocato dalle navi e all’introduzione di sanzioni per violazioni”.

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Parole dai gruppi...

Senza esprimerci in merito, pubblichiamo per arricchire e testimoniare il dibattito in corso nella popolazione:

Taranto - 2013 : Chiudere il Mostro del passato, per un presente e un futuro di Libertà

pubblicata da Occupy ArcheoTower Taranto il giorno Mercoledì 20 febbraio 2013 alle ore 15.04
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Dopo mesi di assoluta emergenza e di straordinaria mobilitazione, avvertiamo l’esigenza di riorganizzare le idee pubblicamente, mettendole a sistema, per riprovare a ripartire, con tutti coloro i quali, vicini e lontani, hanno vissuto insieme a noi momenti di incredibile voglia di cambiamento e di dignità per la città di Taranto;  un dilemma salute-lavoro-ambiente che, dal 26 Luglio 2012 e con tutta la sua forza, l’emergenza Ilva ha posto al centro del dibattito politico nazionale.

Una ragnatela di potere e connivenze che teneva insieme i vertici del più grande siderurgico d’Europa con pezzi della politica locale e nazionale, della chiesa, della stampa, della magistratura e della polizia di stato, un quadro assolutamente sconcertante è venuto fuori dall’inchiesta “Ambiente Svenduto”, teso a nascondere un disastro sanitario e ambientale, fatto di malattie e inquinamento, di dimensioni gigantesche.  Il tutto catapultato nel pieno della crisi economica del capitalismo, nell’Italia dei tecnici commissariata dalla BCE, nel pieno della difficoltà dei movimenti nel rendere maggioritaria una possibile via d’uscita sostenibile al dominio della finanza, i temi dell’alternativa e della trasformazione improvvisamente catapultati all’interno di una questione meridionale mai risolta, fatta di “cattedrali nel deserto”, emigrazione, malavita e disoccupazione.
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martedì 19 febbraio 2013

Elezioni e politica, tra ritardi e ciminiere


Ho sviluppato un'antipatia feroce per zio Giuseppe, continuamente evocato al telefono dalla mia dirimpettaia tra Benevento e Bari (via Foggia). Non c'è campagna elettorale che tenga: gli audiomolestatori sono tra noi, e non parlano di politica. Chiamano cinque parenti, quattro colleghi, vecchi amici. Non si tratta di telefonate urgenti; solo un modo di passare il tempo e infastidire il prossimo. Trenitalia non dovrebbe distribuire ai passeggeri la rivista «La Freccia», bensì un bavaglio. Molti di noi saprebbero come usarlo.
Più educato e interessante si rivela Pablo, barboncino vendoliano, interista e barese. La sua accompagnatrice, Angela Paltera, sostiene che lo porterà alle urne: forse un modo di tirarsi su di morale. Il viaggio prosegue loquacemente - se allo zio Giusepe serve un biografo, siamo pronti - e Bari ci attende nel sole. Palme, stazione ocra, donne rapide e brune, poliziotti ubiqui che chiedono l'autorizzazione alle riprese.
Sul binario, ritto e solitario come un uomo di Magritte, aspetta Enzo Bartalotta. Si presenta come pubblicitario con sedi a Milano, Londra, Padova e Noci (Bari), esperto di «processi psicometrici junghiani»; nonché responsabile del Movimento 5 Stelle per il suo Comune. Spiega: «Beppe Grillo non va in televisione perché ha paura di vincere troppo». Vendola? «I pugliesi hanno capito di non capire. C'è tanto fumo dietro le parole del governatore. Non avrà successo».
Chiediamo ancora di Nichi, vagabonda gloria locale. La signora Paltera e Pablo, sul treno da Benevento, tifavano per lui. Anna Mele, impiegata, lo ama meno: «Prevedo voto di protesta. C'è molto scontento in giro, e Vendola non lo intercetta». Scontento in genere o sull'operato del governatore? «L'uno e l'altro». Più generosa Annabella De Robertis, classe 1991, studentessa di lettere classiche. «Per i giovani pugliesi, Vendola qualcosa ha fatto. Ha reso possibili piccoli sogni». Tant'è vero che lei intende restare a Bari: «Non è male come si dice». Arrivano altri e il marciapiede davanti alla stazione si trasforma in un talk show. Il consigliere comunale Massimo Maiorano si avvicina e canta le lodi del trasporto su ferro.
Il nostro prossimo treno, parte dal «binario tronco Taranto», situato tra il binario 3 e binario 4. Per saperlo, però, bisogna essere Harry Potter. L'indicazione è vaga, le valigie ingombranti: arriviamo trafelati mentre il capotreno si sbraccia e grida «Su! Su!». A lui non chiederemo né di Vendola né di Taranto: manca il fiato.
Dopo Acquaviva delle Fonti e Gioia del Colle - la toponomastica pugliese è poetica - il regionale 3163 scende verso il Mar Ionio tra ulivi, viti, cieli profondi e tetti piatti. La nostra presenza non passa inosservata: due ragazzine s'allarmano, il capotreno saluta, un'insegnante osserva. Il treno è corto, pulito, colorato, efficiente; al centro dei vagoni dispone di vezzose postazioni a bovindo. È stato acquistato coi soldi dell'Unione Europea, ci informa un ragazzo.
L'immensa acciaieria Ilva di Taranto, cupa regina delle cronache giudiziarie e sanitarie, appare di colpo sulla sinistra. Chiudere o non chiudere? Un giovane avvocato spiega: «Nessun partito ha preso una posizione precisa. È come scegliere tra salute e lavoro, non se la sentono». Una forestiera che lavora in città: «Non c'è più artigianato, l'agricoltura è in ginocchio. La presenza dell'Ilva è un danno. Ma la chiusura sarebbe un danno maggiore». Una voce dal fondo del vagone: «Ma che campagna elettorale. Da noi si parla solo di Sara Scazzi e dell'Ilva! Cronaca nera».
Ci ascolta Rosa Salemme: «È da ventisette anni che respiro l'aria di Taranto. Noi consideriamo l'Ilva come inevitabile: non è così, dobbiamo cominciare a immaginare un'alternativa. Andate al quartiere Tamburi, sta proprio sotto le ciminiere: è arancione». Tamburi a Taranto arrivando da Trieste e andando a Trapani: le T-junctions cominciano a diventare tante.

Ilva: sicurezza, Usb proclama sciopero

L'Usb (Unione sindacale di base) ha proclamato uno sciopero a oltranza dei lavoratori dello stabilimento di Taranto a partire da oggi e sino a quando non sara' revocato l'accordo Ilva-sindacati del 10 novembre 2010 relativo alla riorganizzazione del lavoro nel reparto Movimento ferroviario, dove il 30 ottobre scorso e' morto il locomotorista Claudio Marsella. (ANSA)

domenica 17 febbraio 2013

Anche il Circo Clini all'opera durante Sanremo

Stavolta il grande pagliaccio dell'industria ha colpito davvero a morte tutto l'ambiente italiano!


Ambiente, Clini libera tutti: il governo fa un regalo a chi inquina

Un vero servitore dello Stato non dorme mai, nemmeno mentre tutti gli altri sono distratti dalla campagna elettorale, da Sanremo o dal gran rifiuto di Joseph Ratzinger. E infatti il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, ha portato e fatto approvare venerdì in Consiglio dei ministri il decreto che istituisce la nuova Autorizzazione unica ambientale (Aua) per le Piccole e medie imprese, che ingloba una serie di adempimenti burocratici in vigore fino ad oggi. Bene, si dirà, semplificare è giusto. Vero in generale, ma il diavolo – al solito – si nasconde nei dettagli e la linea che separa uno snellimento burocratico dalla deregulation è sottilissima: “Più che una semplificazione – denuncia Angelo Bonelli – è un tana libera tutti per chi inquina, un regalo elettorale per un sistema produttivo che lo stava aspettando con ansia: l’interesse dell’impresa a risparmiare tempo e denaro è prevalente rispetto alla tutela dell’ambiente e della salute”. Non ci si lasci nemmeno ingannare dal fatto che le nuove norme riguarderanno solo le Pmi. Questo non è affatto un provvedimento di nicchia: piccole e medie sono quelle imprese che hanno meno di 250 dipendenti e una cinquantina di milioni di fatturato annuo, a spanne l’80% di chi produce in Italia.
Ora vediamo nel dettaglio quali sono gli aspetti più preoccupanti di questa norma. Intanto, all’articolo 3, la lunghezza straordinaria di questa nuova autorizzazione: si passa dai cinque anni attuali a ben 15. Curiosamente lo stesso governo ammette che tanto il Consiglio di Stato quanto le commissioni parlamentari gli avevano fatto presente che quel lasso di tempo è un po’ troppo lungo: purtroppo “non è stato possibile accogliere tale suggerimento in quanto alla predetta riduzione conseguirebbe un aumento degli oneri a carico delle imprese” e questo contrasta con la lettera del decreto.Continua...

Una segnalazione altamente "cancerogena"

Pubblichiamo un video segnalatoci da un lettore del blog attraverso un commento, che immortala la bonifica dell'amianto effettuata in clandestinità dopo la cessazione delle attività dello stabilimento di laterizi Ala Fantini di Montemesola (Taranto).
C'è da restare sconvolti..
Diffondete per fare pressione sulle autorità e sulla popolazione di quel territorio!

sabato 16 febbraio 2013

La cattedrale nel deserto boccheggia?

Caspita, e poi tutti i raccomandati e gli incapaci di Bari dove li assumeranno?

Comunicato stampa

Università: ingegneria di Taranto a rischio chiusura
 
 

Gli studenti e le associazioni studentesche della sede di Taranto del Politecnico di Bari, comunicano che nella prossima riunione del Senato Accademico, prevista per il 27 Febbraio 2013, si discuterà del futuro della sede decentrata di Taranto, nello specifico della possibilità di una parziale o totale chiusura.
Le drastiche riduzioni dei finanziamenti dovuti ai noti tagli ministeriali presenti nelle ultime riforme, una non rinnovata volontà politica locale, le disposizioni ministeriali sempre più stringenti e i sentimenti “anti sedi decentrate” (manifestati, in più occasioni, da alcuni componenti del Senato Accademico del Politecnico di Bari) ci spingono a dubitare fortemente sulla riconferma dell’offerta didattica presso la sede tarantina.
Intendiamo sottolineare l’importanza delle ripercussioni che questa delicata scelta avrà sul futuro della città di Taranto, che di fatto perderebbe il più importante presidio culturale e formativo oltre che la possibilità di garantire l’accesso all'alta formazione da parte dei giovani meno abbienti.
Esprimiamo, quindi, la nostra contrarietà ad una qualsiasi riduzione dell’offerta formativa.
Taranto ospita dal 1990 la II facoltà d’Ingegneria del Politecnico di Bari la quale, tramite appositi curricula didattici, forma professionisti con rilevanti competenze nel settore ambientale, industriale ed elettronico. Anche una parziale riduzione dell’offerta formativa danneggerebbe il territorio costituendo un’ulteriore violenza perpetrata ai danni del nostro territorio.

Tempo di papi nuovi, le fumate vanno di moda!

Ilva: nube nera da Afo5, intervento Arpa

La presenza di una nube nera proveniente dall'Ilva e' stata segnalata da decine di cittadini al centralino dei vigili del fuoco. Alla base di queste emissioni, definite anomale dai vigili del fuoco, potrebbero esserci - secondo fonti sindacali - problemi tecnici all'altoforno 5, uno degli impianti dell'area a caldo sottoposti a sequestro dal 26 luglio 2012 sul quale sono in corso lavori di manutenzione. Sul posto sono intervenuti i tecnici dell'Arpa per accertare la natura delle emissioni. (ARPA)

Ed ecco il comunicato stampa diffuso dall'Ilva sulla vicenda, in quel perfetto stile "tutto sotto controllo" tenuto da sempre. Giusto per farsi un'idea di quanto (non) sia cambiato affatto il rapporto (di presa per il...) tra l'azienda e la cittadinanza.

Nota stampa Ilva

Questa mattina, poco dopo le ore 9, a causa di un problema tecnico di natura elettro-strumentale, si è registrata la fuoriuscita di fumi dalla bocca dell'Altoforno n. 5.
L'evento, della durata meno di un minuto, è stato determinato dall'improvviso blocco di una turbina conseguentemente all'apertura di un interruttore ausiliario di un quadro elettrico.
Il blocco ha determinato l'avaria del sistema di regolazione della pressione del gas di bocca dell'altoforno, facendo così scattare i sistemi di sicurezza con l'apertura automatica dei "Bleender" (valvole di sicurezza) a causa dell'aumento di pressione.
Tempestivamente registrata l'anomalia, gli operatori di sala hanno immediatamente provveduto a diminuire la portata del vento caldo di altoforno con conseguente immediata diminuzione della pressione del gas di bocca e chiusura manuale delle stesse valvole di sicurezza.
Nessuna conseguenza per le persone e gli impianti e non si registrano emissioni di sostanze pericolose.
Dell'accaduto, come da procedura, è stata informata la direzione provinciale dell'Arpa.

venerdì 15 febbraio 2013

Ma quale shock... sono 50 anni che va avanti!!!



Ilva, ecco il video shock sui fumi
Il presidente del Fondo Antidiossina onlus di Taranto, Fabio Matacchiera, ha mostrato e consegnato al Garante per l'applicazione dell'Aia, Vitaliano Esposito (che oggi ha incontrato singolarmente i rappresentanti delle associazioni ambientaliste), un dvd contenente un ''video-shock realizzato soltanto alcune ore prima, esattamente durante la notte appena trascorsa, in cui si rileva chiaramente - sottolinea Matacchiera in una nota - la imponente diffusione di polveri e di fumi che continuano a fuoriuscire copiosi dall' area Ilva di Taranto, invadendo la città e, soprattutto, i quartieri limitrofi allo stabilimento''.
Lo stesso Matacchiera ha preannunciato che tale filmato - pubblicato su Youtube - sarà consegnato alla Procura accompagnato ad un esposto. ''Pur ritenendo apprezzabile - commenta il presidente dell'associazione - l'importanza riconosciuta, con tale convocazione, al ruolo degli ambientalisti, non ho esitato a riferire al dott. Esposito che la sua posizione di 'garante' rischia seriamente di trasformarsi in quella di mero testimone di una grave situazione immutata nel tempo, relativa al pericoloso impatto sull'ambiente che continua a perpetuarsi da parte della grande acciaieria Ilva e che sta causando anche un disastro sanitario senza precedenti agli abitanti della citta' di Taranto''.(Tgcom24)

Ecco il report sul giornale dell'incontro tra il prescelto parafulmine, il garante-cariatide ripescato dal bidone degli avanzi istituzionali e il jet-set tarantino in veste da parata, cui solo i Liberi e Pensanti si sono fermamente opposti.

Ed il video della chiacchierata col rappresentante del WWF, Fabio Millarte (tra uno squillo di cellulare e l'altro...). Appunti,... appunti...
PS. ma qualcuno ha spiegato a Esposito la differenza tra un portale e un sito internet?


Ed ecco il comunicato postuno di Legamijonici

COMUNICATO STAMPA 16/02/2013
LEGAMJONICI AL GARANTE DEL GOVERNO:‘’SUSSISTONO LE CONDIZIONI PER REVOCARE L’AIA’’

Il comitato Legamjonici, com’è noto, ha sempre manifestato la propria contrarietà al rilascio dell’AIA, ritenendo l’azienda Ilva priva dei requisiti necessari per produrre garantendo la tutela della salute e dell’ambiente. Per questo motivo non ha mai partecipato ai tavoli istituzionali finalizzati al rilascio e al riesame dell’autorizzazione integrata ambientale.
Il comitato ha tuttavia incontrato il garante del governo Vitaliano Esposito per ribadire quanto di seguito esposto:
Il Governo non è mai intervenuto a tutela della salute pubblica ma solo a garanzia dell’attività produttiva della proprietà, ignorando gli interessi della collettività.
Gli organi competenti inoltre possiedono già tutti gli elementi sufficienti per applicare l’articolo 29-decies della normativa AIA, tra l’altro previsto dallo stesso decreto ‘Salva-Ilva’. Tale articolo specifica al punto 9 che in caso di inosservanza delle prescrizioni e di reiterate violazioni che determinano situazioni di pericolo e di danno per l’ambiente, sussistono le condizioni per revocare l’autorizzazione all’esercizio dell’attività produttiva.
L’Ilva infatti oltre a non aver rispettato i tempi previsti dalle prescrizioni contenute nella prima fase dell’applicazione dell’AIA, rappresenta ancora un reale ed attuale pericolo per la salute pubblica. Ciò è stato dimostrato dalle perizie disposte dal gip Todisco e confermato successivamente dal Ministro della Salute Balduzzi con l’ufficializzazione dei risultati emersi dallo studio Sentieri.
Sebbene la normativa preveda in primis sanzioni pecuniarie, il comitato ha fatto presente al garante del governo che tali provvedimenti sarebbero non risolutivi  e del tutto inefficaci al fine di salvaguardare il diritto alla vita e alla salute dei cittadini di Taranto.
E’ pertanto volontà di questo comitato raccogliere informazioni e vigilare al fine di impedire che ulteriori irregolarità ai danni della cittadinanza possano essere compiute, nel silenzio generale o nel caos della disinformazione, con il consenso degli organi istituzionali.

Il tesssoooro sul mercato (e i soldi sotto chiave!)

Dopo mesi a "scassare" per vendere questo acciaio... ora che il gip ha acconsentito l'Ilva si oppone!
Non è che ci voglia tanto a capirlo: acciaio=soldi a casa Riva. Vederlo trasformarsi in euri sonanti e pensarli in un forziere che si aprirà solo a fine processo o, peggio, per fare le bonifiche, fa venire i capelli dritti a tutta l'allegra famiglia domiciliare!

Ilva, via libera del gip al dissequestro e alla vendita delle merci

Accolta la richiesta della Procura di Taranto. Il gip Patrizia Todisco ha infatti disposto il dissequestro e autorizzato la vendita dei prodotti finiti e semilavorati dell’Ilva. Il provvedimento sarà notificato il 15 febbraio all’azienda a Milano, dove si trova la sede legale. Le merci in questione sono pari a un milione e 700mila tonnellate prodotte nei mesi scorsi fra coils, tubi e lamiere, e sequestrate il 26 novembre nell’ambito degli ulteriori sviluppi dell’inchiesta. Il loro valore – secondo quanto accertato dai custodi giudiziari incaricati dalla Procura di fare una relazione tecnica – ammonta a 800 milioni mentre l’Ilva nelle settimane scorse aveva parlato di un miliardo.
Il dissequestro delle merci avvierà la vendita diretta che sarà gestita dagli stessi custodi giudiziari, i quali seguiranno l’ordine dei contratti stipulati dall’Ilva. Il ricavato, però, non andrà all’azienda, ma confluirà in un deposito che sarà utilizzato a fini di confisca nel momento in cui la vicenda si sarà chiusa e definita sotto il profilo processuale. La decisione della vendita diretta è stata presa dalla Magistratura a fronte del rischio di deterioramento delle merci che sono stoccate sui piazzali e nei magazzini del siderurgico. Il sì del gip segue il parere favorevole della Procura di Taranto. Nelle settimane scorse l’Ilva aveva chiesto un dissequestro vincolato delle merci, finalizzandone il ricavato al pagamento degli stipendi e all’attuazione dell’Aia, e facendo gestire il tutto al Garante dell’Aia. Questa proposta è stata però respinta sia dalla Procura che dal gip.(FQ)


Nota Ilva
In merito al provvedimento del GIP di Taranto relativo alla vendita dei prodotti dell’Ilva sotto sequestro notificato oggi alla Società, Ilva ritiene che il provvedimento sia del tutto illegittimo e contenga evidenti vizi di diritto.
Non è inoltre comprensibile l'urgenza del provvedimento in considerazione dell’ormai prossimo pronunciamento della Corte Costituzionale e avendo la procura aspettato oltre due mesi per richiedere il provvedimento.
Appare poi inopportuna la decisione di vincolare il ricavato a tempo indeterminato, mentre queste risorse – come sostiene giustamente il Ministro Clini - potrebbero essere più correttamente utilizzate per un interesse generale dei cittadini come l'attuazione dell'AIA.
Si ricorda infine che la legge 231 del 2012, che l’autorità giudiziaria non ritiene di dover applicare, prevede che i beni sequestrati siano restituiti agli aventi diritto, quindi alla proprietà.

Articolo su Inchiostroverde di G.M. Leone riguardo al "tesssoro" Ilva.
http://www.inchiostroverde.it/news/ilva-ciao-ciao-buffo.html