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venerdì 13 giugno 2014

Dentro la pancia della balena

AIA ILVA, NON è CAMBIATO NULLA

PUBBLICATO SUL SITO DEL MINISTERO DELL’AMBIENTE, L’ESITO DELL’ISPEZIONE DI ISPRA ED ARPA DELLO SCORSO MARZO

Pur portando la data di pubblicazione dello scorso 19 maggio, è stata caricata soltanto ieri sul sito del ministero dell’Ambiente, nell’area dedicata all’Ilva di Taranto, la relazione sull’esito dell’ispezione effettuata dai tecnici dell’ISPRA e di ARPA Puglia l’11 e il 12 marzo nel siderurgico. Quella dello scorso marzo è la prima ispezione del 2014, la quinta totale, ed è finalizzata alla verifica dello stato di attuazione degli interventi strutturali e gestionali previsti dal decreto di riesame dell’AIA del 26/10/2012. Su queste colonne abbiamo sempre riportato gli esiti delle ispezioni e i contenuti dei vari verbali e delle diffide prodotte nei confronti dell’Ilva, puntualmente cadute nel vuoto. Tra l’altro, dopo l’approvazione del piano ambientale da parte del Consiglio dei ministri (avvenuta mesi dopo la proposta di Piano ambientale redatta dai tre esperti nominati dall’ex ministro dell’Ambiente Andrea Orlando nel giugno 2013), l’AIA del 2012 è stata quasi del tutto stravolta nella tempistica entro cui realizzare i lavori. Basti pensare che la maggior parte delle prescrizioni dovranno essere eseguite tra l’autunno 2015 e agosto 2016.
Ciò nonostante, i report di ISPRA ed ARPA Puglia ci consentono di conoscere cosa sia stato effettivamente realizzato sui vari impianti e nei reparti interessati dalle prescrizioni AIA. Praticamente nulla. Anche perché, secondo il decreto 136 dello scorso 3 dicembre convertito in legge lo scorso 6 febbraio, al punto “F” dell’art. 12, è previsto che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Il governo ha ‘chiarito’ che “la progressiva adozione delle misure” (prevista dalla legge 89 del 4 agosto) è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno l’80% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”.
Dunque, ciò che conta è “dimostrare” di aver avviato l’80% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sulla loro effettiva conclusione. Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico. Sia di quelle che saranno eventualmente erogate dal ministero dell’Ambiente, sia quelle che arriveranno dal Prefetto. Pura fantascienza.
Il bello è che “avviare l’80% degli interventi” vuol dire tutto e niente allo stesso tempo. Del resto, la stragrande maggioranza delle leggi italiane sono state appunto scritte per essere interpretate a seconda delle esigenze e dei soggetti implicati, e non per essere realmente applicate. Per dimostrare l’avvio di un intervento infatti, basta aver effettuato un semplice studio o richiesta di poter costruire o, ancora meglio, aver prodotto ordini di acquisto. Che poi le risorse finanziarie per pagare le imprese al momento non ci siano, è un’eventualità che al momento non interessa a nessuno.
Tutto ciò detto, entriamo nel merito dell’ispezione dello scorso marzo. Che ha evidenziato per la quinta volta di fila l’inadempienza delle prescrizioni più importanti. Ad esempio, per quanto concerne la copertura dei parchi primari, siamo ancora alla semplice trasmissione dei documenti. Nel verbale infatti si legge che “è stata convocata dal ministero dell’Ambiente la prima sessione della Conferenza dei Servizi il 10/03/14, richiedendo integrazioni documentali ai progetti trasmessi da Ilva”. Per la prescrizione n.4 (“Per le aree di deposito di materiali polverulenti, prioritariamente per il parco Nord coke e per il parco OMO, si prescrive l’avvio dei lavori per la costruzione di edifici chiusi e dotati di sistemi di captazione e trattamento di aria filtrata dalle aree per lo stoccaggio di materiali polverulenti”), è stato avviato il cantiere del parco calcare e sono stati rilasciati dal Comune di Taranto i permessi a costruire per i parchi OMO, AGL Nord e Sud. Inoltre, durante l’ispezione di marzo l’azienda aveva dichiarato di voler avviare, entro aprile, i cantieri per la realizzazione delle coperture parchi OMO e AGI Sud.
Per la prescrizione n. 5 (“Sistemi di scarico per trasporto via mare con l’utilizzo di sistemi di scarico automatico o scaricatori continui coperti” per evitare le emissioni di polveri derivanti dalla movimentazione di materiali presso gli sporgenti 2 e 4 del porto), l’Ilva ha ordinato in totale 11 benne ecologiche oltre a quella già operativa presso il IV Sporgente; ma per ISPRA ed ARPA rimane non soddisfatta la richiesta delle precedenti diffide, ovvero il mancato ricevimento del progetto esecutivo corredato dal relativo cronoprogramma degli interventi (che viene lamentata per diverse prescrizioni). Discorso analogo per la prescrizione n. 6 (“Interventi chiusura nastri e cadute”, mediante la chiusura completa di tutti i nastri trasportatori): i lavori sono in corso con una percentuale di completamento dichiarata dall’Ilva pari a circa il 33% di lunghezza lineare coperta rispetto al totale (in tutto parliamo di 90 km). Per la prescrizione n. 12, l’installazione dei famosi ‘Fog Cannon’, “sono in corso approfondimenti sulle modalità di gestione delle macchine nebulizzatrici al fine avere evidenza delle registrazioni di funzionamento e della quantità d’acqua irrorata”. Per la prescrizione n. 16 riguardante l’AFO/2 (“Depolverazione Stock House”, che consiste nell’abbattimento delle polveri generate nel processo di lavorazione dell’acciaio), l’Ilva ha segnalato che “è in corso l'attività di verifica analitica dei campionamenti del fondo scavo, relativi alla realizzazione del nuovo camino e filtro del sistema di depolverazione; nel frattempo si sta procedendo al riesame del creino programma per ridurre i tempi di attuazione”.
Per la prescrizione n. 49 (“L’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento sia inferiore a 25 g/t coke”), “perdura il superamento del valore di 25 g/t coke coke nell’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento”; in base alle registrazioni fornite dalla stessa Ilva e relative al periodo ottobre-novembre 2013, “sono state riscontrate emissioni di panicolato, in alcuni casi superiori a 25 g/t coke, per la torre di spegnimento n.4, asservita alle batterie 7-8, sia per la torre n.7, asservita alle batterie 11-12, attualmente in funzione”. Inoltre relativamente alla presentazione del progetto esecutivo per il raggiungimento di un valore inferiore a 20 mg/Nm3 “non risultano aggiornamenti”.
E veniamo alla prescrizione n. 70 punto “B”, nella parte relativa alla eliminazione del fenomeno di “slopping”. L’Ilva il 31 marzo ha aggiornato le procedure operative tipo ‘RAMS’, trasmesse originariamente con nota a seguito dell’implementazione del nuovo sistema software ‘ISDS’ adottato. “Ad integrazione dei rapporti inoltrati dall’azienda relativi alte cause tecniche che hanno provocato eventi emissivi straordinari in ACC/1 e ACC12 dal 01/09/13 al 11/11/13, corredati dalle azioni di miglioramento per prevenire il ripetersi di tali eventi, il gestore ha anche trasmesso l’aggiornamento degli eventi anomali in acciaieria 1 e 2 dal 12/11/13 al 28/02/14 con l’andamento progressivo di ciascuna tipologia di evento e per il totale degli eventi, corredati dalla identificazione tra slopping lieve e grave e altri eventi di emissione anomali di acciaieria. Sono in corso ulteriori approfondimenti per le emissioni anomale segnalate nel mese di aprile”.
Infine, la prescrizione n. 85, che prevedeva entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, l’installazione di “una rete di monitoraggio in continuo della qualità dell’aria attraverso l’adozione di 6 centraline di monitoraggio da ubicare in prossimità del perimetro dello stabilimento; la stessa rete, da integrare con la rete regionale secondo le modalità che saranno indicate da ARPA Puglia, sarà implementata da un sistema di monitoraggio d’area ottico spettrale “fence line open-path”, costituito da 5 postazioni DOAS complete e 3 sistemi LIDAR completi”. Nel verbale si legge che in relazione al funzionamento delle centratine di monitoraggio di qualità dell’aria interne allo stabilimento, in particolar modo all’esercizio della centralina di monitoraggio della qualità dell’aria ambiente nell’area cokeria, “Ilva ha comunicato l’interruzione della bagnatura della strada attigua alla medesima centralina ed ARPA ha verificato tale circostanza in occasione dei sopralluoghi per la validazione dei dati monitorati dalle citate centratine ambientali”. Avremo finalmente dei dati “oggettivi”? Chissà. Nel frattempo, dentro al siderurgico, quasi nulla è cambiato.
Gianmario Leone Quotidiano TarantoOggi 13 06 2014


Per vedere la documentazione relativa all'AIA Ilva pubblicata sul sito del Ministero dell'Ambiente clicca qui http://aia.minambiente.it/Ilva.aspx

mercoledì 22 gennaio 2014

Ilva "trucca" la centralina

L’area della centralina piazzata nella cokeria Ilva viene trattata con una assidua bagnatura. E questo va ad inficiare la tenuta del monitoraggio della qualità dell’aria interna all’Ilva, al punto che l’Arpa continua a non convalidare gli esiti di quei controlli.

Così la centralina della discordia finisce pure nel mirino dell’Ispra, dopo le vibranti censure del direttore di Arpa Giorgio Assennato. Proprio a quella postazione, che rientra nel sistema di monitoraggio della qualità dell’aria all’interno dello stabilimento, è dedicata una delle numerose osservazioni in cui si dilunga la relazione stilata dopo l’ispezione effettuata ai primi di dicembre per verificare il cammino degli interventi stabiliti dal cronoprogramma dell’Autorizzazione integrata ambientale.
Nel rapporto si stigmatizzano i ritardi, ma si fa anche la radiografia di quanto avviene nella zona della centralina, sulla quale l’Arpa ha una posizione critica al punto da non accendere il semaforo verde ai dati partoriti dal sistema di monitoraggio. “E’ stata visionata la centralina nell’area cokeria” – si legge nel documento che porta la firma di Alfredo Pini. “Si è osservato – continua la nota – che il gestore (Ilva) ha autonomamente provveduto all’installazione di un sistema permanente di bagnatura del tratto stradale immediatamente prospiciente la cabina di misura, tramite il posizionamento di ugelli e relativa tubazione di distribuzione di acqua al livello del piano stradale. Tale installazione – si rileva nel rapporto – non appare omogenea con tutte le altre installazioni delle cabine di monitoraggio”.
Insomma per quella centralina è in atto proprio la “politica di protezione” di cui aveva parlato Assennato nei mesi scorsi, con una bagnatura che finisce per alterare i risultati del rilevamento nei pressi di quel reparto. In realtà Ilva ha spiegato l’accorgimento con la volontà di “distinguere il contributo proveniente dal traffico di veicoli di servizio interno nei pressi della centralina”.
Argomenti che si scontrano con le valutazioni del numero uno di Arpa. “Ho spiegato anche al subcommissario Ronchi che questa politica non porta da nessuna parte e che noi continueremo a non convalidare quei risultati. E’ necessario – spiega Assennato – che tutte le centraline operino nelle medesime condizioni. Alterare gli esiti di quella postazione, significa far saltare il sistema e soprattutto non rispettare la prescrizione Aia.
Quei dati non servono e si ottiene solo il risultato di seminare altra diffidenza verso un cammino e una gestione che deve risanare e abbattere l’impatto ambientale”. In pratica il sistema fotografato dall’ispezione Ispra conferma le osservazioni fatte da Arpa sul funzionamento “corretto” della centralina della cokeria. “E’ ridicolo quello che sta avvenendo – insiste Assennato – perché con il sistema della bagnatura si realizza una specie di isola felice proprio nei pressi della cokeria. A guardare i dati, lì la presenza di Ipa, idrocarburi policiclici aromatici, risulta essere inferiore rispetto a qualsiasi altra zona della fabbrica. Una cosa incredibile visto che la cokeria è la fonte delle emissioni inquinanti”. (Diliberto- Quotidiano)

sabato 18 gennaio 2014

fanno quello che vogliono!

L’Ilva inquina ancora. Per legge – Ecco l’esito dell’ultima ispezione Ispra e Arpa

Il vulnus giuridico è sempre lo stesso. Per effetto dell’art. 1 comma 3 del decreto di Riesame dell’AIA del 26 ottobre 2012 (incorporato nella legge 231/2012 meglio conosciuta come ‘salva Ilva), ogni trimestre i tecnici di ISPRA ed ARPA Puglia si recano nello stabilimento siderurgico Ilva per verificare lo stato di attuazione degli interventi strutturali e gestionali previsti dal riesame dell’AIA: l’ultima ispezione è avvenuta il 3 e 4 dicembre scorsi (le precedenti si sono svolte il 5-6-7 marzo, il 28-29-30 maggio e il 10-11 settembre dello scorso anno).
Puntualmente i tecnici hanno riscontrato diverse violazioni, segnalate all’azienda ed al ministero dell’Ambiente all’interno di diffide con le quali s’intimava all’Ilva di “mettersi in regola” (diffide del 14 giugno, 22 luglio e 21 ottobre). Cosa peraltro mai avvenuta. A quel punto, secondo quanto previsto sia dal Codice Ambientale (Dlgs. 152/2006) che dal riesame AIA e dalla legge 231/2012, sarebbero dovute partire le sanzioni nei confronti dell’azienda, il cui importo avrebbe potuto raggiungere come tetto massimo, il 10% del fatturato.
Tutto questo non è mai accaduto. Per diversi motivi. Il primo, ed è per questo che parliamo di “vulnus giuridico” (che su queste colonne abbiamo segnalato più volte negli ultimi mesi), è dovuto a quanto previsto dalla legge 89 del 4 agosto scorso. Perché se è vero che la stessa prevede che la progressiva adozione (lasciata appositamente in una terminologia ambigua) delle misure indicate nelle prescrizioni AIA sia affidata al commissario Enrico Bondi, è altrettanto vero che quella stessa legge ha previsto la nomina da parte del ministero dell’Ambiente di tre esperti, a cui è stato affidato il compito di stilare un piano di lavoro che rimodulasse la tempistica della realizzazione delle prescrizioni stesse (piano presentato lo scorso 10 ottobre e che il decreto 136 del 3 dicembre scorso prevede debba essere approvato tramite decreto del ministro dell’Ambiente entro il prossimo 28 febbraio).
Oggi, come nei mesi scorsi, la domanda che ci sorge spontanea è sempre la stessa: perché mandare i tecnici di ISPRA ed ARPA all’interno dell’Ilva per accertare la scontata violazione di prescrizioni che è stato stabilito per legge siano attuate in tempi diversi rispetto a quanto prescritto dal riesame AIA dell’ottobre 2012? Visto che tra l’altro il commissariamento del siderurgico si è reso necessario proprio per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA da parte del gruppo Riva? Del resto, se la maggior parte delle tempistiche previste inizialmente dall’AIA sono state tutte rimodulate nel tempo, è sulle “nuove prescrizioni” che Bondi deve garantire la progressiva attuazione, non su quelle “vecchie”. Quindi, come scrivemmo nei mesi scorsi, è come se all’Ilva questi ultimi 8 mesi fossero stati del tutto “condonati”.
Per mettere un punto sulla querelle, il decreto 136 dello scorso 3 dicembre che la Camera si appresta a votare, si occupa proprio di questo “vulnus giuridico”. Esattamente al punto “F” dell’art. 12, dove si legge che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” (prevista dalla legge 89 del 4 agosto) è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% (un emendamento accolto nei giorni scorsi ha alzato l’asticella all’80%) del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”.
Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato l’80% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione (tanto c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto). Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico. Sia di quelle che saranno eventualmente erogate dal ministero dell’Ambiente, sia quelle che arriveranno dal Prefetto. Tutto ciò detto, entriamo nel merito dell’ispezione dello scorso dicembre. Che ha evidenziato per la quarta volta di fila l’inadempienza delle solite prescrizioni. Per questo, ci concentreremo sulle “novità” o i dati in più presenti nel verbale dell’ispezione.
Per quanto concerne la prescrizione n. 4 (“Per le aree di deposito di materiali polverulenti, prioritariamente per il parco Nord coke e per il parco OMO, si prescrive l’avvio dei lavori per la costruzione di edifici chiusi e dotati di sistemi di captazione e trattamento di aria filtrata dalle aree per lo stoccaggio di materiali polverulenti”), si apprende che Ilva lo scorso 22 novembre ha presentato istanza di modifica non sostanziale per “rinuncia all’utilizzo dell’area parco Nord Coke”, pur avendo inoltrato la documentazione di un progetto per l’area in questione appena lo scorso 29 luglio. I tecnici hanno verificato infatti che il parco è risultato sgombro di materiale per larga parte della sua superficie.
Per quanto riguarda la prescrizione n. 5 (“Sistemi di scarico per trasporto via mare con l’utilizzo di sistemi di scarico automatico o scaricatori continui coperti” per evitare le emissioni di polveri derivanti dalla movimentazione di materiali presso gli sporgenti 2 e 4 del porto), l’Ilva ha ordinato un nuovo scaricatore a tazze per il secondo sporgente, in aggiunta ad uno analogo utilizzato sul quarto sporgente, ma si continua a sottolineare che l’azienda “non ha trasmesso, entro 30 giorni dalla data di ricezione della diffida del 14/06/13, il progetto esecutivo corredato dal relativo crono programma degli interventi”. E l’adozione di sistemi di scarico automatici da completare con benne chiuse (ecologiche) da installare negli esistenti scaricatori automatizzati dov’è finita?
Discorso analogo per la prescrizione n. 6 (“Interventi chiusura nastri e cadute”, mediante la chiusura completa (su tutti e quattro i lati) di tutti i nastri trasportatori”): i lavori sono in corso con una percentuale di completamento dichiarata dall’Ilva pari a circa il 28% di lunghezza lineare coperta rispetto al totale (in tutto parliamo di 90 km). Giova a tal proposito ricordare che l’azienda ha ottenuto una corposa proroga sulla tempistica prevista (l’accoglimento dell’istanza di modifica non sostanziale con nota del 17/12/2012 da parte della Commissione IPPC ha previsto che i 90 km di nastri che andavano coperti entro gennaio scorso fosse posticipata ad ottobre 2015).
Nel piano di lavoro dei tre esperti, si legge però che “il termine fissato dal Gestore per il completamento dell’intervento era indicato ad ottobre 2015”. Era, appunto. Ora, per la realizzazione della copertura totale dei nastri, si dovrà attendere giugno 2016. E pensare che nel “Rapporto Ambiente e Sicurezza” Ilva del 2011, i nastri trasportatori figuravano tra le opere di “ambientalizzazione” già effettuare dall’azienda, il cui costo rientrava nel famoso miliardo investito dal gruppo Riva dal ’95 al 2012.
Per quanto riguarda la prescrizione n. 16 riguardante l’AFO/2 (“Depolverazione Stock House”, che consiste nell’abbattimento delle polveri generate nel processo di lavorazione dell’acciaio) la cui ultimazione era prevista per gennaio 2014, l’Ilva è in attesa di ricevere il nulla osta dal ministero dell’Ambiente “per l’effettuazione degli scavi per le fondazioni del camino e del filtro”. Dopo essere stato fermato nel mese di luglio, AFO/2 è ripartito lo scorso novembre. Nel penultimo verbale redatto dai tecnici ISPRA ed ARPA in merito all’ispezione del 10 e 11 settembre, era stata verificata l’ultimazione degli interventi di chiusura per la “stock house”.
Come riportammo nello scorso ottobre però, nel piano redatto dai tre esperti a proposito dei lavori previsti per AFO 2 si leggeva quanto segue: “il forno AFO/2 è stato fermato per motivi di mercato (indipendentemente dalle prescrizioni AIA), e ne è previsto il riavvio nel gennaio 2014; gli interventi di depolverazione sono stati riprogrammati temporalmente e con la previsione di installazione di filtri a tessuto. L’ultimazione degli interventi deve avvenire entro il 31 marzo 2014. Il riavvio sarà eseguito dopo la conclusione delle opere”. Questo significa che Ilva ha fatto ripartire un altoforno senza che prima siano stati effettuati tutti i lavori previsti dall’AIA. Durante l’ispezione di settembre l’Ilva, a fronte delle contestazioni dei tecnici ISPRA e ARPA, rispose di essere “in attesa della definizione delle proposte del piano degli esperti”: ma prima ancora che il piano sia stato approvato con apposito decreto ministeriale, l’azienda ha fatto ripartire un impianto che lei stessa aveva previsto di rimettere in marcia nel gennaio 2014 (e che per il piano degli esperti doveva ripartire a lavori ultimati non prima del prossimo mese di marzo).
E veniamo ora alle ulteriori note dolenti. Per quanto riguarda la prescrizione n. 49 (“L’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento sia inferiore a 25 g/t coke. Presentare, entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, un progetto esecutivo per il conseguimento di un valore inferiore a 20 mg/Nm3. Eseguire, con frequenza mensile, il monitoraggio delle emissioni diffuse di polveri da tutte le torri di spegnimento con metodo VDI 2303 (Guidelines for sampling and measurement of dust emission from wet quenching”), di cui ci siamo occupati nei giorni scorsi per via del caso scoppiato con le emissioni del 1 gennaio scorso, nel verbale d’ispezione è segnalato il perdurare del superamento del valore imposto dall’AIA di 25 grammi per tonnellata. Lo si apprende dalle registrazioni fornite dalla stessa Ilva relative al periodo luglio-settembre 2013, dove in alcuni casi è stato registrato il superamento dei limiti per le torri di spegnimento n. 5 asservite alle batterie 7-8, sia per le torri n. 6 asservite alle batterie 11-12, attualmente in funzione. Inoltre, non risultano aggiornamenti per il progetto per ridurre ulteriormente le emissioni.
I problemi di questa operazione (fisiologica per un siderurgico) sono due come evidenziammo tempo addietro: il primo è che le torri di spegnimento dell’Ilva non sono dotate di filtri che trattengano il particolato del coke che il vapore trascina con sé. L’unica “limitazione” alle polveri emesse infatti, è “garantita” dalle delle così dette “persianine”, che altro non sono che delle sporgenze interne alle torri, su cui la polvere “dovrebbe” depositarsi. Secondo: l’Ilva non è dotata dello spegnimento a secco del coke (“dry quenching”) che viene utilizzato in diversi impianti siderurgici europei, che consente da un lato un notevole risparmio energetico e dall’altro l’eliminazione delle nubi di vapore che portano con se il particolato del coke. ARPA Puglia, nel corso del processo istruttorio della commissione IPPC di riesame dell’AIA, aveva proposto di esaminare la possibilità di adozione di tale procedimento: ma il suggerimento, nemmeno a dirlo, non fu accolto.
Ancora peggio per quanto riguarda la prescrizione n. 70 secondo punto, nella parte relativa alla eliminazione del fenomeno di “slopping” tramite interventi di natura gestionale. Lo scorso 15 novembre l’Ilva dichiarava di aver ultimato l’intervento di implementazione su tutti i convertitori del nuovo sistema ISDS, come evoluzione del sistema RAMS finalizzato alla prevenzione dei fenomeni di “slopping”. ISPRA ed ARPA però, segnalano come permanga ancora inevasa la richiesta del protocollo operativo del nuovo sistema RAMS (come peraltro già evidenziato dalla diffida del 14 giugno scorso).  Dal febbraio al dicembre 2012 si verificarono ben 240 fenomeni di “slopping” nelle due acciaierie.
Dal verbale dell’ultima ispezione, si apprende che sono stati analizzati alcuni episodi anomali nel periodo che va dal 1 settembre all’11 novembre 2013: gran parte degli episodi di emissioni anomale dal tetto delle acciaierie (oltre l’80%), hanno avuto luogo tra le ore 20 e le ore 6 del mattino. Di 21 eventi di emissione straordinaria dal tetto dell’acciaieria annotati sul registro elettronico, ben 17 hanno avuto luogo in quell’intervallo di tempo: in pratica quando, venuta meno la luce del giorno, è pressoché impossibile osservarli ad occhio nudo. A tal proposito è stata richiesta all’Ilva una relazione di approfondimento soprattutto sulle cause tecniche ed ambientali che hanno provocato tali eventi, corredata da una quantificazione degli effetti ambientali.
Infine, la prescrizione n. 85. Che prevedeva, entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, “una rete di monitoraggio in continuo della qualità dell’aria attraverso l’adozione di 6 centraline di monitoraggio da ubicare in prossimità del perimetro dello stabilimento; la stessa rete, da integrare con la rete regionale secondo le modalità che saranno indicate da ARPA Puglia, sarà implementata da un sistema di monitoraggio d’area ottico spettrale “fence line open-path”, costituito da 5 postazioni DOAS complete e 3 sistemi LIDAR completi”. Lo scorso settembre, ARPA aveva verificato che erano terminate le installazioni delle strumentazioni nelle centraline di stabilimento per il monitoraggio della qualità dell’aria e che i relativi dati vengono trasmessi all’Agenzia per la successiva validazione.
Il problema, come segnalato nei mesi scorsi anche da un’associazione ambientalista locale, riguarda la centralina installata nell’area cokeria. Prima stranezza, il fatto che la recinzione metallica di delimitazione dell’area asservita alla cabina, dove sono ubicati i deposi metri per la caratterizzazione delle polveri, è risultata con cancello aperto e senza lucchetto. Inoltre, viene segnalato il fatto che l’Ilva, del tutto autonomamente, abbia provveduto ad installare un sistema permanente di bagnatura del tratto stradale prospiciente la cabina, cosa che nelle altre aree dove sono installate le altre centraline non avviene. In questo modo, è impossibile stabilire il contributo dell’inquinamento proveniente dall’esercizio degli impianti rispetto a quello dovuto al traffico di veicoli che esercitano in quell’area. La stessa ARPA ha evidenziato all’ISPRA che “il sistema di irrigazione rende l’area della cokeria immediatamente adiacente alla centralina differente rispetto alla situazione ambientale del resto dell’impianto, producendo così una eliminazione del contributo di “fondo” locale ai dati misurati, e quindi rendendo poco significativa la correlabilità dei dati della centralina rispetto alla situazione dell’impianto”.
Quello che sconcerta, al di là del fatto che tali eventi continuano a contribuire all’inquinamento, è il fatto che anche gli enti preposti come ISPRA ed ARPA sono in attesa di capire quale amministrazione debba accertare lo stato di qualità dell’aria e se i termini del rispetto della stessa debbano essere intesi come scadenze temporali o più in generale come prescrizioni. Così come si attende di comprendere quale sarà la nuova procedura di accertamento, contestazione e notifica delle sanzioni. Insomma, si brancola nel buio. Come se si fosse in una zona franca dove nessuno sa esattamente cosa fare. Auguri.
Gianmario Leone (TarantoOggi, 18.01.2014)