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sabato 1 febbraio 2014

La lista della spesa

Legambiente presenta il dossier “Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?". Per Taranto è necessario reperire risorse ulteriori

100 mila ettari inquinati in 39 siti di interesse nazionale e 6 mila aree di interesse regionale, in attesa di bonifica. Da Taranto a Crotone, da Gela e Priolo a Marghera, passando per la Terra dei fuochi: un business da 30 miliardi di euro tra ritardi, inchieste giudiziarie e commissariamenti.  La storia del risanamento in Italia sembra ferma a dieci anni fa nonostante i drammatici effetti sulla salute. Rischio ecomafie e criminalità in tutta Italia: dal 2002 concluse 19 indagini, emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende.
Legambiente presenta il dossier "Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?" (scaricabile dagli allegati)

In Italia le superfici, terrestri e marine, individuate negli ultimi 15 anni come siti contaminati sono davvero rilevanti. I risultati ottenuti fino ad oggi per il raggiungimento della bonifica di queste aree invece, non sono purtroppo altrettanto rilevanti. Secondo il Programma nazionale di bonifica curato dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il totale delle aree perimetrate come siti di interesse nazionale (SIN) è arrivato negli anni a circa 180mila ettari di superficie, scesi oggi a 100mila ettari, solo grazie alla derubricazione dello scorso anno di 18 siti da nazionali a regionali (i SIN sono quindi passati da 57 a 39).
Solo in 11 SIN è stato presentato il 100% dei piani di caratterizzazione previsti (è il primo step del processo di risanamento che definisce il tipo e la diffusione dell'inquinamento presente e che porta alla successiva progettazione degli interventi). Anche sui progetti di bonifica presentati e approvati emerge un forte ritardo: solo in 3 SIN è stato approvato il 100% dei progetti di bonifica previsti. In totale, sono solo 254 i progetti di bonifica di suoli o falde con decreto di approvazione, su migliaia di elaborati presentati.
Le bonifiche vanno a rilento, ma non il giro d'affari del risanamento ambientale che si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi di euro. Dal 2001 al 2012 sono stati messi in campo 3,6 miliardi di euro di investimenti, tra soldi pubblici (1,9 miliardi di euro, pari al 52,5% del totale) e progetti approvati di iniziativa privata (1,7 miliardi di euro, pari al 47,5% del totale), con risultati concreti davvero inesistenti.

In Puglia i siti di interesse nazionale (SIN) che necessitano di bonifiche sono stati individuati a Taranto, Manfredonia e Brindisi.
"In Puglia si deve accelerare il processo di risanamento ambientale risolvendo anche il problema delle risorse a partire da Taranto dove, a fronte di un'area SIN estremamente vasta, è necessario reperire ulteriori fondi." commenta Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia

Taranto

Nel territorio di Taranto insiste una notevole concentrazione di insediamenti industriali ad alto impatto ambientale: l'Ilva, la raffineria ENI con il suo deposito (riserve strategiche nazionali, 135 serbatoi fuori terra per una capacità di 2.000.000 m3), le due centrali termoelettriche ex Edison passate all'Ilva (circa 1100 MW), la centrale Enipower (87 MW), la Cementir (900mila tonnellate all'anno di cemento), due inceneritori, la discarica Italcave (complessivi 6 milioni di m3), le discariche dell'Ilva (tra cui una "2C"), la base navale militare tra le maggiori del Mediterraneo, l'arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

venerdì 13 settembre 2013

giovedì 13 dicembre 2012

La rivolta contro la fine di Bengodi!

In Puglia la salute continua ad essere boicottata

Eni, Enipower, Cementir, Basell e Versalis, hanno impugnano di fronte al Tar la legge regionale sulla valutazione del danno sanitario.

Facciamo appello alla Regione perché agisca fermamente a difesa di quella legge che fu approvata - lo ricordiamo - per tentare di fare concorrenza alla valutazione di danno sanitario già contenuta nella perizia commissionata dalla Procura di Taranto.
Ora che deve essere applicata per i fini per cui effettivamente può essere utile, ossia la valutazione dell'impatto sanitario di altre aziende inquinanti - ecco che la Regione non interviene con quella forza che ci saremmo aspettati.

Attendiamo pertanto un segnale forte.
Attendiamo che siano riviste tutte le autorizzazioni che ampliano la capacità produttiva o di stoccaggio.
Attendiamo che venga reso noto il monitoraggio in continuo dell'ENI che è nell'AIA di quell'industria. I Composti Organici Volatili dovevano essere controllati con una tecnologia "24 ore su 24". Fu una lunga lotta avviata nel 2009 (http://comitatopertaranto.blogspot.it/2009/10/eni-che-vergogna.html) che tuttavia non sembra giungere a conclusione per responsabilità non solo aziendali ma anche per la poca solerzia della Regione che - il caso fa il paio con il campionamento in continuo dell'Ilva mai decollato - non sembra incalzare con decisione la grande industria.
Monitoraggio ambientale e sanitario rimangono questioni cruciali, questioni in primo luogo di volontà politica. Questioni per le quali la magistratura è dovuta intervenire in supplenza degli organi politico-amministrativi preposti a tutela dei cittadini.

Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink
www.peacelink.it

mercoledì 12 dicembre 2012

Le cinque sorelle e la loro mamma

Taranto, cinque grandi industrie provano “ad affossare” la legge sulla valutazione del danno sanitario

Eni, Enipower, Cementir, Basell e Versalis, impugnano di fronte al Tar la legge regionale sulla valutazione del danno sanitario. Cervellera, il proponente della legge: “Regione, Province, Comuni di Taranto e di Brindisi e Associazioni ambientaliste, si costituiscano in giudizio per avversare questo tentativo di Confindustria”. Il regolamento regionale
 
“Sotto la regia di Confindustria Puglia – ha spiegato il consigliere regionale pugliese, Alfredo Cervellera – cinque grandi industrie hanno presentato ricorso al Tar per contrastarla e possibilmente cassarla. Dopo le pesanti invettive contro Nichi Vendola, il sottoscritto, che è stato l’estensore ed il proponente della suddetta Legge, e l’intero Consiglio regionale che l’ha approvata all’unanimità, Confindustria persiste con questa miope iniziativa a voler privilegiare il profitto e la produzione contro l’esigenza di dover assicurare prioritariamente il diritto alla salute per i lavoratori e i cittadini.
Non le è bastata la lezione dell’Ilva, posta dalla Magistratura sotto sequestro per emissioni inquinanti e danno ambientale. Quando affermavamo (molto prima dell’iniziativa della Procura tarantina) che la ‘politica’, attraverso il Consiglio regionale, era tenuta a legiferare, a dover ‘coprire’ i vuoti legislativi esistenti nel rapporto tra lavoro ed ambiente, prima dell’intervento di altri Organi dello Stato, ci hanno messo i bastoni tra le ruote arrivando a minacciare ricorsi alla Corte Costituzionale e alla Magistratura amministrativa.

Contiua...

sabato 24 dicembre 2011

Amministratori col naso tappato e la coscienza sporca di petrolio!!!

Tempa Rossa e centrale Enipower, i dubbi dell’Arpa
Ieri i dirigenti dell'Agenzia regionale sono stati ascoltati in Commissione ambiente

Emissioni di idrogeno solforato, progetto Tempa Rossa e nuova centrale Enipower: su questi tre temi si è concentrata, ieri mattina, la commissione Ecologia e Ambiente del Comune. Un’occasione importante per approfondire le principali problematiche collegate alla Raffineria Eni insieme ai rappresentanti di Arpa Puglia, Maria Spartera e Roberto Giua. Presenti anche Vanni Ninni, portavoce del comitato “1.000 per Taranto”, e Roberto Missiani, ambientalista intervenuto nella qualità di genitore. L’attenzione della commissione si è focalizzata soprattutto su una relazione dell’Arpa presentata ad Ecomondo (la fiera dell’Ecologia svoltasi a Rimini a novembre), che ha per oggetto “la problematica olfattiva correlata alla dispersione di idrogeno solforato e mercaptani nell’aria del porto di Taranto”. Per tredici giorni, dal 13 al 25 maggio del 2009, Arpa Puglia ha effettuato una campagna di monitoraggio che si è avvalsa di un analizzatore di gas, denominato AirMedor, posto in un laboratorio mobile collocato tra il quarto sporgente e il pontile Eni.
“Per tre giorni consecutivi – si legge nella relazione – si sono registrati picchi di concentrazione di quasi tutte le sostanze odorigene monitorate e durante questi eventi il vento spirava in prevalenza dal quadrante Nord-Ovest, quindi è probabile che gli inquinanti provenissero da questo settore, in cui si trova il sito Eni di stoccaggio di prodotti petroliferi”. Sui valori registrati si è soffermato Ninni: «Ci sono stati picchi di idrogeno solforato di circa 13 ppb. Per rendersi conto della loro gravita basta sapere che il Governo Federale degli Stati Uniti consiglia di fissare il limite massimo a 1 ppb». Va detto che l’idrogeno solforato è una sostanza fortemente velenosa la cui tossicità è paragonabile a quella del cianuro.
Sui suoi effetti si è espresso Giua a margine della riunione: “Quei valori riguardavano la zona del porto. Le persone che erano sul posto hanno sicuramente avvertito un odore forte. Oltre ad effetti sull’umore, potrebbero aver subito effetti fisici di tipo irritativo. Il fatto che i picchi si siano registrati in tre giorni su tredici fa pensare che si tratti di un fenomeno frequente. Purtroppo la normativa attuale non prevede limiti per gli ambienti di vita, ma solo per le emissioni convogliate ai camini». L’auspicio espresso dal rappresentante dell’Arpa è che i paletti fissati in sede di Autorizzazione Integrata riescano a eliminare il più possibile tutte le emissioni fuggitive, comprese quelle di idrocarburi.
Nei mesi scorsi, l’Arpa ha trasmesso un’informativa alla Procura della Repubblica per segnalare sia la problematica delle sostanze odorigene che quella relativa alla frequente accensione delle torce. La Spartera ha poi ribadito le perplessità dell’Arpa sul progetto Tempa Rossa: “A Taranto avrebbe luogo lo stoccaggio di greggio di cattiva qualità e ci sarebbe un aumento del 12% delle emissioni non convogliate. Perplessità che abbiamo segnalato in una lettera inviata a Regione, Provincia e Comune”. Dubbi sono stati espressi dalla Spartera anche sulla nuova centrale Enipower: «Su questo progetto non abbiamo preso una posizione ufficiale perché nessun ente ce lo ha chiesto, ma il nostro giudizio è negativo. Il progetto prevede una sovrapproduzione enorme di energia. Ci dicono che sarà messa in vendita, ma ci sorge il dubbio che sia un passo verso il raddoppio della Raffineria”. Da segnalare, infine, che il comitato “1.000 per Taranto” ha sollecitato la revisione del Piano di Emergenza Esterno per tutelare la città dal rischio di incidenti rilevanti. Questione che sarà posta all’attenzione del nuovo prefetto. Inoltre, i punti trattati ieri dalla Commissione saranno segnalati al sindaco Stefàno. (CdG)

lunedì 28 novembre 2011

Il balletto delle falsità

E chi ci crede?

Enipower e cementir... basta soffocarci!

Il sondaggio: su Ilva città divisa. Bocciate Enipower e Cementir

Innanzitutto 4813 grazie. Tanti sono stati i tagliandi pervenuti alla nostra redazione durante le sei settimane del sondaggio “Scegli il futuro di Taranto”. Grazie per la partecipazione, per la fiducia, per l’attenzione alle nostre iniziative. Abbiamo cominciato dopo il grandissimo successo di “Vota il tuo sindaco”, non senza qualche perplessità. Siamo passati da un argomento in cui la competizione personale ha giocato un ruolo predominante; ad uno che ha posto in maniera diretta e senza filtri questioni di importanza strategica per il presente e per il futuro della nostra collettività. Ad alcuni è sembrata un’eccessiva semplificazione, ad altri un’opportunità di confronto. Abbiamo ricevuto critiche e complimenti, come è normale che sia. In ogni caso, abbiamo tenuto fede al nostro impegno di giornale libero e indipendente, senza padroni nè padrini e che, per questo, può affrontare gli argomenti a viso aperto. Credeteci, non è poco e non è facile resistere ai condizionamenti. I mass media pullulano di editori che stampano giornali per difendere interessi nell’industria e in altri settori che con l’informazione hanno poco da spartire.
I quasi cinquemila tagliandi pervenuti confermano che la strada intrapresa è quella giusta. Il sondaggio è partito in sordina, ma settimana dopo settimana, ha preso corpo grazie anche ai qualificati interventi che abbiamo ospitato. Vogliamo ricordarli e rivolgere anche a loro il nostro ringraziamento: il sindaco Ezio Stefàno; il presidente della Provincia Gianni Florido; l’assessore regionale al Bilancio Michele Pelillo; i consiglieri regionali Arnaldo Sala (Pdl) e Patrizio Mazza (Idv); il presidente di Confindustria Luigi Sportelli; il presidente di Confcommercio Leonardo Giangrande; il segretari generali Daniela Fumarola (Cisl) e Luigi D’Isabella (Cgil); i rappresentanti delle associazioni Biagio De Marzo (Altamarea), Nicola Russo (Taranto Futura), Alessandro Marescotti (Peacelink), Daniela Spera (Legamjonici), Paola D’Andria (Ail), Fabio Matacchiera (Fondo Antidiossina).
I temi del sondaggio, Ilva, aumento della produzione Cementir, nuova centrale Enipower sono al centro del dibattito cittadino e la risposta alla nostra iniziativa dimostra quanto sia diffusa la voglia di esprimere la propria opinione e di partecipare alle decisioni. E veniamo ai risultati. Semplificando il responso delle urne i nostri lettori hanno bocciato in maniera netta la realizzazione dei nuovi impianti Enipower e Cementir. Per la centrale Enipower il dato finale è 581 voti (12,2%) per il sì, 4207 per il no (87,8%). Sono stati 533 (11,2%) i consensi per il nuovo stabilimento Cementir e 4263 (88,8%) i no. Più articolato il giudizio sull’Ilva e non solo perchè le opzioni in campo erano tre. Sul centro siderurgico il sondaggio ci consegna sostanzialmente una città dovosa: 46,4% (2224 voti) in favore della chiusura totale; 11,9% (570) per la chiusura parziale (area a caldo); 41,7% (1997) per l’ecocompatibilità. Mentre per Enipower e Cementir l’andamento dei voti nelle sei settimane è stato costante: dalla prima all’ultima hanno sempre prevalso i no in maniera schiacciante, per l’Ilva ci sono stati diversi cambiamenti nella classifica. Il 16 ottobre, prima settimana di sondaggio il responso fu il seguente: chiusura totale 20%; chiusura parziale 42%; ecocompatibilità 38%. Tre settimane dopo (30 ottobre) il risultato era: 47,8% chiusura totale; 32% chiusura parziale; 20,2% ecompatibilità. L’esito finale, come abbiamo visto, è ancora diverso. Perchè su Enipower e soprattutto su Cementir la bocciatura è così netta, mentre sull’Ilva l’opinione pubblica risulta divisa?
Sul centro siderurgico il dibattito proviene da lontano ed è sedimentato. Una parte dell’opinione pubblica ritiene che si possa archiviare l’era dei colossi industriali in favore di nuove opportunità di sviluppo meno invasive per l’ambiente e meno nocive per lavoratori e cittadini. Un’altra parte, invece, considera ancora la grande industria un importante motore dell’economia, un patrimonio tecnologico e professionale da tutelare e da salvaguardare mediante l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili. Dire no all’Ilva, in definitiva, non è facile come per Enipower e Cementir. Per questi due impianti dal sondaggio è emersa una certa diffidenza generata dall’equazione nuovi impianti uguale maggiore inquinamento. Per vincere questa diffidenza occorrono risposte chiare ed efficaci nel momento in cui si compiranno le scelte. Le tensioni dei giorni scorsi sotto Palazzo di città testimoniano quanta sia alta l’attenzione su questi temi e quanto sia necessario evitare lacerazioni nel tessuto sociale, tenendo insieme le ragioni del lavoro e dello sviluppo con quelle della tutela ambientale e della salute. E’ il momento della responsabilità, ma anche della chiarezza. La classe politico-amministrativa è chiamata ad assumere le sue decisioni con il supporto ed il conforto dei tecnici. Qualsiasi scelta, va adottata in maniera condivisa, nell’interesse dei lavoratori e della collettività, del suo benessere economico e sociale, puntando al miglioramento della qualità della vita.
In questo processo il “Corriere del Giorno” continuerà a svolgere il suo ruolo di organo d’informazione attento alle esigenze del territorio, di sentinella, di spazio aperto al dibattito, al confronto e all’approfondimento. Rivendichiamo con orgoglio la vocazione territoriale e ringraziamo quanti, seguendoci ogni giorno, contribuiscono a rafforzarla. (CdG)

sabato 26 novembre 2011

Stefano abbaia... ma poi non morde!

Il Comune “striglia” l’Eni

Il tanto atteso “sì” da parte del Comune di Taranto alla realizzazione della nuova centrale Enipower, non è ancora stato pronunciato. In molti, a partire da Confindustria e dalle tre sigle sindacali Cgil, Cisl e Uil, avevano intravisto nella giornata di ieri lo spartiacque decisivo per la risoluzione di una vicenda che ebbe inizio nel lontano 19 marzo del 2007, quando l’Eni avanzò la richiesta di Autorizzazione Unica ai sensi della Legge 55/2002 (comprensiva di procedure VIA e AIA, entrambe ottenute) per l’oramai famosa “Centrale a Ciclo Combinato da 240 MWe alimentata a gas naturale”. Ed invece l’amministrazione comunale del sindaco Stefàno, ancora una volta, è stata abile nel tirar fuori dalla manica l’ennesima “carta vincente”, rinviando il tutto a quando l’Eni si deciderà a mettere nero su bianco le compensazioni promesse per rimediare all’aumento delle emissioni di CO2 (del 276%, mentre restano avvolte nel mistero quelle relative al monossido di carbonio (da 87 ton/a a 456 ton/a? o da 70 ton/a a 350 ton/a) previste con l’entrata in funzione del nuovo impianto. Impegno nero su bianco che lo stesso primo cittadino ed il suo vicesindaco hanno atteso invano sino a ieri mattina. Per questo, la riunione di giunta monotematica svoltasi ieri, al termine di una intensa mattinata ha prodotto un semplice “atto introduttivo” (deliberazione n. 144/09), attraverso il quale si ribadisce, tra le diverse cose, come “il miglioramento delle condizioni ambientali complessive e delle condizioni di salute e di sicurezza dei lavoratori rappresentino un presupposto imprescindibile per la valutazione positiva della proposta avanzata”. In parole povere, il Comune si aspetta che l’Eni faccia ciò che ha promesso: per il resto, non sono apparse altre rimostranze al progetto da parte della giunta.
Tanto per restare in tema e soprattutto per coloro i quali non fossero dotati di buona memoria, riepiloghiamo quali sono le compensazioni promesse dall’Eni: trasformazione del sistema di alimentazione del parco automezzi delle società partecipate del Comune (AMIU ed AMAT) a GPL o metano; trasformazione di 3.000 autovetture di nostri concittadini (ma il criterio in base al quale saranno scelti non è dato sapere: essendo sotto Natale magari trarremo ispirazione dal gioco della tombola) da benzina a gpl o metano; installazione sugli edifici scolastici ed uffici comunali ed al quartiere Tamburi di pannelli fotovoltaici; ristrutturazione dell'ex presidio Testa - situato proprio nelle immediate vicinanze dello stabilimento Eni - per avere a Taranto il Dipartimento Ambiente e Salute. In realtà, è altresì bene ricordare che le compensazioni previste nel progetto iniziale erano di altra natura e non sappiamo se alla fine saranno portate lo stesso a termine: modifica del layout della nuova centrale a ciclo combinato; recupero della Torre e della Masseria Montello con sistemazione a verde dell’area circostante; sistemazione a verde dell’area circostante la Chiesa di S. Maria della Giustizia (concessa “gentilmente” dall’Eni in una serata di fine settembre per una serata a base di jazz & gas); predisposizione di illuminazione scenografica estesa all’intero ambito delle due emergenze storico-architettoniche.
Ciò detto, resta fortemente radicata in noi l’impressione che il Comune di Taranto e l’Eni abbiano deciso di iniziare a giocare una finta partita a scacchi, per gettare un’ombra sulle reali problematiche della questione in essere. Ad esempio, viene abilmente sottaciuta la reale motivazione per cui l’Eni abbia deciso di costruire questa nuova centrale a turbogas. Motivazione che ne sottintende un’altra ancora meno chiara. Perché quando nello scorso luglio scese a Taranto l’amministratore delegato di Enipower, Giovanni Milani, per sgombrare il campo dai tanti dubbi che questo progetto porta con sé, l’Eni non si fece più di tanto scrupolo nello svelare i reali motivi alla base di tale investimento (230 milioni di euro di cui 40 per lavori civili e montaggi elettromeccanici). Ovvero produrre una quantità enorme di energia elettrica (la centrale avrà infatti una potenza termica massima in normale esercizio di 579 MWt (169 MWt in più dell’attuale ovvero + 41%) e 280 MWe (192 MWe in più, ovvero + 260 %, per effetto dell’aumento di efficienza) ben al di sopra del fabbisogno di Taranto città, della Provincia e della Regione Puglia, per diventare più competitivi sul mercato nazionale. Ma a domanda sul perché non sia possibile chiedere all’Eni di costruire una centrale di minor potenza, Sindaco e Vicesindaco hanno preferito glissare. Come non bastasse, lo stesso Milani precisò come l’Eni abbia intenzione di dismettere solo una parte dell’attuale centrale ad olio combustibile, mentre avrebbe provveduto a smantellare la restante soltanto nei prossimi 15-20 anni. Ieri, però, il Sindaco ci ha personalmente rassicurati sul fatto che sarà immediatamente dismessa l’intera obsoleta centrale e non solo una parte di essa. Staremo a vedere. Così come, sin troppo furbescamente, si è preferito tacere dei reali risvolti occupazionali che porterebbe con sé la nuova centrale. Sempre a luglio, infatti, Milani ripeté per l’ennesima volta che nuova centrale o meno, l’Eni non avrebbe lasciato Taranto (eppure i gufi presenti in Confindustria e nei Sindacati hanno convinto i lavoratori dell’esatto contrario). Inoltre, lo stesso a.d. di Enipower, a nostra precisa domanda su cosa avrebbe guadagnato Taranto a fronte di un investimento di 230 milioni di euro per la nuova centrale, non seppe darci risposta. Idem, per quanto riguarda l’aumento dei posti di lavoro: il cantiere dovrebbe partire entro dicembre 2011 (sempre che Eni mantenga fede alle promesse fatte al Comune) per concludere i lavori entro 24 mesi, prevedendo un picco massimo di assunzioni intorno alla 590 unità. Di queste, nessuna di loro resterà a lavorare in Eni o Enipower a lavori conclusi, come ci ha confermò lo stesso a.d. Milani. Eppure, Confindustria e Sindacati continuano a ripeterci che la nuova centrale porterà benessere e lavoro. Che poi si tratti del benessere di una sola azienda e di lavoro precario o a tempo determinato a loro poco importa. Per il resto, è bene mettersi l’anima in pace: la nuova centrale Enipower si farà.
“Niente può avere come destinazione qualcosa di diverso dalla sua origine. L'idea opposta, l'idea del progresso, é veleno”. (Simon Weil, Parigi, 3 febbraio 1909 – Ashford, 24 agosto 1943).
(Tarantoggi)

Confindustriacati: questo ibrido tarantino!

Cui prodest? (A chi giova?)

Diciamocelo in tutta onestà: vedere un presidio ad opera di Confindustria e delle tre sigle sindacali Cgil, Cisl e Uil, non è una cosa che si vede tutti i giorni. Anzi: probabilmente in Italia una cosa del genere non si è mai vista. Ma, come più di qualcuno oramai ama da tempo ripetere, qui siamo a Taranto, città bella e dannata, dai mille paradossi, dove tutto ma proprio tutto può accadere. D’altronde, mesi addietro, lo stesso Luigi D’Isabella, segretario generale della Cgil di Taranto, ci spiegò cosa c’era alla base della strana alleanza Confindustria-Cgil nel ricorso al Tar di Lecce contro il “temutissimo” referendum sull’Ilva promosso dal comitato cittadino ‘Taranto Futura’: “non c’è nulla di strano in questa alleanza. Se noi e Confindustria abbiamo le stesse idee su un argomento, è giusto procedere sulla stessa strada”. Ecco: forse i sindacati dovrebbero chiedersi se sia effettivamente normale avere le stesse idee di Confindustria, che venne fondata nel 1910 per tutelare gli interessi delle aziende industriali nei confronti dei sindacati dei lavoratori, e che a partire dal 1920 sostenne economicamente il fascismo (periodo in cui nacque la tassazione (ancora in vigore) in base al numero di dipendenti). Fossimo nei sindacati qualche domanda ce la inizieremmo a porre.
A dirla tutta, la giornata di ieri, fino ad un certo momento è stata piuttosto tranquilla. Sin dalle prime ore del mattino infatti, operai, sindacalisti, Confindustria ed ambientalisti (ieri, fatto non di poco conto, erano presenti tutti i rappresentati delle varie associazioni presenti sul territorio) hanno condiviso la stessa piazza, annusandosi da lontano, guardandosi di sottecchi, ma restandosene ognuno per conto suo. Eppure, in tutti questi mesi, sia da un lato che dall’altro, il fuoco sotto la cenere è stato “saggiamente” alimentato. E così, dopo diverse ore di attesa, dopo che la delegazione di Confindustria e dei sindacati ha oltrepassato il grande portone di Palazzo di Città, a più di qualcuno iniziano a “prudere” i pensieri. E tutti gli errori e le contraddizioni di chi dovrebbe essere dalla stessa parte, vengono fragorosamente a galla. Purtroppo, ancora una volta, a dare il cattivo esempio sono un paio di elementi del movimento ambientalista, che accecati dal solito sterile protagonismo, provano ad ingaggiare un ridicolo corpo a corpo con gli omaccioni della Digos, nel tentativo di entrare a Palazzo di Città per essere presenti all’incontro tra Comune, Confindustria e sindacati, che gli stessi avevano fintamente creduto essere una conferenza stampa per pochi intimi, “ignorando” la presenza dei giornalisti e dei cameraman a due passi da loro. E così, dopo un paio di slogan all’indirizzo del Comune del tipo “vergogna” e “dovete fare entrare anche i cittadini”, esplode inevitabile la reazione di rabbia degli operai presenti in Piazza Castello. Lo scontro verbale è immediato, condito da accuse reciproche e di inviti ad “andare a lavorare”. Uno scontro triste, che fa male al cuore: perché nessuno dei due schieramenti ha voglia e di tempo per pensare che sono tutti cittadini di una stessa città. E che invece dovrebbero, il condizionale è assolutamente d’obbligo, parlarsi, confrontarsi, spingere verso un futuro diverso, migliore per questa città. Ma la chiusura del mondo ambientalista da un lato (se solo avessero tentato di aprirsi alla città e agli operai in tutti questi anni ora avrebbero un seguito sicuramente maggiore delle poche decine di unità attuali) e quello del mondo operaio dall’altro, atterrito dalla futura perdita del posto di lavoro (sadicamente alimentata dai sindacati negli ultimi anni ogni qual volta qualcuno provi a mettere solo in dubbio un futuro senza più industrie) rappresentano oggi una incomunicabilità di fondo praticamente inscalfibile.
E così, mentre per strada si arriva all’inevitabile scontro tra ambientalisti ed operai, al piano superiore di Palazzo di Città, i veri responsabili della deleteria situazione in cui da decenni si trova questa città, parlottano tra di loro, al riparo da coloro i quali, se solo volessero, potrebbero seriamente minarne la carriera a vita. Perché alla fine della giornata di ieri, al di là di tutto, è emersa chiara come l’acqua l’idea che i nostri politici, coadiuvati da Confindustria e sindacati, non abbiano la minima intenzione di pensare e di iniziare a progettare un futuro diverso per questa città. Per loro, le uniche possibili alternative economiche si chiamano “nuova centrale Enipower”, “nuova Cementir Italia” e “AIA all’Ilva”. Per il resto, è tabula rasa. Così come non vi è all’orizzonte intenzione alcuna di presentarsi dalle grandi industrie con la richiesta di qualsivoglia royalty: perché sanno fin troppo bene che finché non ci saranno reali alternative economiche, chiedere alle grandi industrie di investire milioni e milioni di euro in qualunque settore di questa città (fosse anche solo per un risarcimento danni che si allontana sempre più all’orizzonte) equivarrebbe a mettersi ancora una volta sotto lo scacco del ricatto occupazione, ritornando ancora una volta al punto di partenza, come all’interno di un reale, tragico, gioco dell’oca. “Questa è la fine magnifico amico: la fine delle risate e delle dolci bugie la fine delle notti in cui tentammo di morire” (“The End”, The Doors, 1967).
(Tarantoggi)

giovedì 20 ottobre 2011

Tutti contro tranne chi rappresenta tutti

Centrale ENI: Legambiente ribadisce il suo no allo scambio tra risanamento ambientale degli impianti e loro potenziamento

Torniamo e esprimerci sul progetto di nuova centrale Eni dopo averlo fatto più volte in tutte le sedi dalla Commissione VIA ai mass media, alla Commissione Ambiente del Comune di Taranto.
“Innanzitutto”, dichiara Lunetta Franco, presidente del Circolo Legambiente di Taranto, “vanno fatte due considerazioni di carattere generale sul sistema energetico italiano: non si capisce perché incrementare la produzione di energia in un Paese che ha una potenza elettrica installata di più di 100.000 megawatt a fronte di un picco di consumi che oggi non supera i 57.000 megawatt.
Ancora più incomprensibile appare poi l’incremento di produzione di energia elettrica nell’Italia del sud dove sono già installati la stragrande maggioranza degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, la cui energia non sempre si riesce a distribuire a causa delle gravi carenze della rete, con il conseguente blocco degli impianti stessi.
Torniamo a esprimerci anche per ribadire, se ce ne fosse ancora bisogno, che è da respingere la logica per la quale a Taranto il risanamento ambientale degli impianti debba necessariamente passare dal loro potenziamento”.
E’ il caso del progetto di nuova centrale termoelettrica dell’ENIPOWER.
“La valutazione di questo progetto”, aggiunge Leo Corvace, del direttivo del Circolo di Taranto, “non può limitarsi alla sola valutazione di impatto ambientale ma deve anche tener conto della sua funzionalità in rapporto al territorio. Non si può infatti permettere che il nostro territorio, a fronte delle mancate bonifiche, sia utilizzato per scopi speculativi seppur mascherati da finalità ambientali.
Spesso nel dibattito in corso si dimentica come la nuova centrale andrebbe a sostituire in maniera molto parziale quella in esercizio. Di quest’ultima, infatti, è prevista la dismissione di moduli per meno di 20 mgw, con il mantenimento in funzione di turbogas e turbine a vapore per una produzione di circa 67 mgw. Quindi la nuova centrale sarà dotata di una potenza di circa 307 mgw rispetto agli attuali 87 con relativo incremento della produzione di energia elettrica da 437 Gwh/a a 2166.
La natura speculativa del progetto è ancor più evidente se si considera che solo il 25 % di questa produzione servirà per soddisfare il fabbisogno della raffineria mente il resto è destinato al mercato.”
“Un’operazione soprattutto di ordine commerciale dunque che consideriamo incompatibile”, aggiungono i due esponenti ambientalisti, ”con le criticità ambientali del territorio ed inopportuna in una regione già esportatrice dell’82% dell’energia prodotta dagli impianti siti sul suo territorio. Sul piano ambientale poi ad una riduzione delle emissioni di SO2 (biossido di zolfo) fa da contraltare il notevole incremento di monossido di carbonio (da 87 a 456 ton/a) e di anidride carbonica (da 337mila a 931mila ton/a)”.
Del tutto necessario è invece il risanamento della inquinante ed in gran parte obsoleta vecchia centrale. Qualsiasi soluzione adottata deve tradursi in operazioni che tendano al solo soddisfacimento dei bisogni energetici della raffineria e alla sua sicurezza. In quest’ottica sono possibili due soluzioni : la realizzazione di una nuova centrale a ciclo combinato di potenza inferiore rispetto al progetto proposto e con contestuale chiusura completa della vecchia. Oppure il mantenimento delle componenti più funzionali (comunque il modulo più recente è del ’93) di quest’ultima integrandole con caldaie più moderne.
Infine occorre una maggiore trasparenza rispetto all’osservanza, da parte dell’ENIPOWER, delle prescrizioni imposte dall’A.I.A. e dal suo piano di monitoraggio in sede di rilascio avvenuto nel dicembre 2009.





Legambiente Taranto

domenica 16 ottobre 2011

Pelillo... quando non conta si oppone, quando conta non si sente...

Enipower, Pelillo sfida Stefàno: spieghi perchè ha cambiato idea

«Noto con stupore il radicale cambiamento d’opinione del sindaco di Taranto sulla nuova centrale Enipower. Sarei curioso di conoscere l’argomento di persuasione che ha fatto cambiare completamente idea a Stefàno».
Così Michele Pelillo, assessore regionale al Bilancio ed esponente del Pd ionico commenta l’inversione di marcia del primo cittadino su un argomento che sta dividendo l’opinione pubblica e che sta creando tensioni e malumori anche all’interno della stessa giunta comunale.
Assessore Pelillo ha cambiato idea anche lei?
«Per niente. Questo progetto punta a triplicare l’energia prodotta all’interno della raffineria. Le ragioni del no che furono espresse tempo addietro rimangano intatte. La Regione ha sempre giudicato negativamente questo progetto ed è stata l’unica istituzione che si è opposta in maniera concreta. Il ragionamento è semplice: la Puglia produce il doppio dell’energia che utilizza ed ha puntato decisamente sulle fonti rinnovabili. Nel Pear (Piano energetico ambientale regionale), non è prevista una nuova grande centrale perchè il territorio non ne ha bisogno ed esporta circa il 50% dell’energia che produce. Un ulteriore incremento rischierebbe di intasare le linee elettriche».
Tutto qui, non ci sono altri motivi?
«La nuova centrale aumenterebbe le emissioni di CO2 e la Puglia è concretamente impegnata in direzione del protocollo di Kyoto per l’abbattimento dei gas serra. Per queste ragioni lo scorso anno, la giunta regionale ha impugnato la valutazione positiva espressa dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo».
I sostenitori del progetto affermano, però, che il nuovo impianto andrebbe a sostituire quello attualmente in funzione obsoleto e altamente inquinante.
«Su questo abbiamo discusso. Enipower per prima ammette che la centrale in funzione inquina e che anche la raffineria presenta problemi impiantistici. Per passare davanti all’Eni, ormai, bisogna trattenere il respiro e spesso quest’aria maleodorante arriva in città. Per inquinare di meno Eni ed Enipower pongono una condizione: se devo inquinare di meno, voglio affiancare al business della raffinazione quello della produzione di energia. E’ questo il ragionamento che riteniamo inamissibile. Se parlassimo soltanto di migliorare le condizioni di chi lavora nell’azienda e di contenere l’impatto ambientale, tutti faremmo l’applauso all’Eni. Invece la questione è posta in un modo quasi ricattatorio: se vuoi che inquini di meno mi devi far costruire un nuovo impianto per triplicare la produzione di energia».
Una nuova centrale di potenza pari a quella attuale, sarebbe un’opzione praticabile?
«Certamente sì. Ma non è stata mai presa in considerazione perchè a mio avviso non c’è il giusto approccio. Avremmo accettato anche un aumento contenuto della produzione di energia per fronteggiare le esigenze della raffineria, ma la questione non è stata mai posta in questi termini. Inoltre, da un punto di vista occupazionale per il territorio la ricaduta è vicina allo zero, questo voglio sottolinearlo con chiarezza».
A proposito di occupazione, ha suscitato grande clamore una sua affermazione secondo la quale non le importerebbe dei posti di lavoro che si perderebbero in caso di mancata costruzione della nuova centrale. E’ davvero così?
«Non ho mai pronunciato una frase del genere ed in quei termini. Il mio ragionamento è più ampio. La classe dirigente che ci ha preceduto ci ha lasciato diverse ipoteche. Ce n’è una grandissima con quale dobbiamo convivere necessariamente e mi riferisco allo stabilimento siderurgico e ci sono ipoteche un più piccole come quella della raffineria. Secondo gli stessi dati dell’Eni, gli occupati, tra diretti e diretti, non sono più di 500. Non so quanti di questi risiedano sul territorio. Parliamo, comunque, di numeri abbastanza ridotti che non giustificano un ricatto occupazionale. Fermo restando la volontà, soprattutto in questa fase di crisi, di difendere ogni singolo posto di lavoro, penso che l’Eni non possa esercitare una pressione così forte. Se amministrassi questa città direi all’Eni: parliamo, voglio venire incontro alle tue esigenze, voglio che i lavoratori non si ammalino e che si migliorino le condizioni di vita in città. Troviamo le soluzioni, le tecnologie, ma non sono d’accordo a triplicare la produzione di energia. Non bisogna dimenticare, inoltre, che l’Eni ha ipotecato un’ampia porzione di questo territorio come il porto e l’ampia fascia di rispetto imposta dal rischio di incidente rilevante. Tutto ciò con una ricaduta occupazionale relativamente modesta. Questa azienda preleva petrolio in Basilicata e lo raffina a Taranto. In Basilicata paga delle royalties al territorio, qui non lo fa. Perchè? Perchè si fa questa discrimazione? Eppure, forse, è più impattante l’attività di raffinazione rispetto all’estrazione»
Sull’Eni, quindi, un giudizio negativo su tutti i fronti?
«Le rispondo con un paragone. Negli ultimi tempi l’atteggiamento dell’Ilva è stato incentrato sul buon senso. E’ stato avviato un confronto con gli Enti locali, a cominciare dalla Regione. C’è ancora tanto da fare, ma c’è stata un’inversione di tendenza. Non mi pare che la stessa cosa sia avvenuta ad opera dell’Eni, un’azienda a partecipazione pubblica, che conserva un atteggiamento di conquista nei confronti del territorio. Manca ogni tipo di rapporto».
Eppure il consenso intorno alla nuova centrale sembra aumentare. Recentemente anche il sindaco ha cambiato idea.
«Su questa vicenda i sindacati sono sempre stati favorevoli con una posizione che rispetto ma che puzza di passato. Hanno una loro coerenza come anche Confindustria ed il presidente Florido. Invece, mi stupisce il dietro front del sindaco. Un anno e mezzo fa eravamo nel Salone degli Specchi a confrontarci con Enipower e con gli ambientalisti e Stefàno non la pensava come oggi. Era sulle posizioni della Regione che sono le stesse da me espresse. Sarei curioso di conoscere l’argomento di persuasione che gli ha fatto cambiare completamente idea. Come mai è stato fulminato sulla via di Dmasco? Prendo atto anche di questo… cambiamento».
E ora la Regione che farà?
«Non lo so. Forse nel rispetto della volontà del territorio, la Regione dovrebbe seriamente pensare di fare un passo indietro. Ne parleremo con il presidente e in giunta e decideremo in maniera collegiale. Per conto mio ribadisco le mie ragioni e pongo un chiaro distinguo a fronte alta, pronto ad affrontare qualsiasi contraddittorio anche se, finora, non ne ho avuto il piacere. Forse perchè ai dibattiti si invitano persone che la pensano allo stesso modo. Purtroppo su Eni ed Enipower ho notato uno strano silenzio delle associazioni ambientaliste, tranne una che ha organizzato una protesta (Legamjonici, ndr). Altamarea non parla e, sinceramente, non comprendo la ragione di questo silenzio assordante».
Il Corriere del Giorno ha lanciato un nuovo sondaggio: “Scegli il futuro di Taranto”, lei come immagina il nostro territorio nei prossimi anni?
«Le direttrici di sviluppo sono la riduzione dell’impatto ambientale della grande industria della quale, per ora, non possiamo fare a meno. L’attivazione degli investimenti per le bonifiche, l’avvio del polo tecnologico per mitigare l’impatto ambientale e trasformare le criticità in opportunità. Penso anche che un’altra grave carenza della nostra area, come quella legata alle strutture sanitarie, possa trasformarsi in grande opportunità di cura, di ricerca e di didattica. Qualcosa che questo territorio non ha mai visto e forse neanche sognathttp://www.blogger.com/img/blank.gifo di avere. La terza opzione è quella di accelerare su porto, retroporto e aeroporto. Ci sono i soldi per gli investimenti, anche per il distripark ma mancano i progetti».
La sua dichiarazione di voto per il nostro sondaggio?
«No alla nuova centrale Enipower; ecocompatibilità per l’Ilva; Sì al raddoppio Cementir anche se con qualche riserva perchè il progetto prevede un finanziamento della Regione e deve passare all’esame della giunta per l’approvazione definitiva». (Corgiorno)

Buon (cor)giorno!

“Scegli il futuro di Taranto”, valanga di NO per Enipower e Cementir

Primi risultati e prime, clamorose, sorprese nel nostro nuovo sondaggio. “Scegli il futuro di Taranto” sta incontrando il gradimento e l’interesse dei lettori. Ma non solo. Nell’edizione di ieri abbiamo ospitato le autorevoli opinioni del presidente della Provincia Gianni Florido e di Alessandro Marescotti, storico rappresentante dell’ecopacifismo locale. Oggi anche l’assessore regionale al Bilancio Michele Pelillo, in chiusura della lunga intervista pubblicata a pagina 12, non si è sottratto a rilasciare la sua “dichiarazione di voto”.
D’altronde i tre temi posti al centro del sondaggio (nuova centrale Enipower, Ilva e raddoppio Cementir), sono al centro del dibattito cittadino e il “Corriere” oltre ad informare i suoi lettori, li coinvolge chiamandoli ad esprimere un’opinione. In parallelo, il sondaggio offre la possibilità di sviluppare il confronto senza preclusioni, nè pregiudizi, attraverso le opinioni di amministratori locali, sindacalisti, imprenditori, ambientalisti che saranno coinvolti nelle prossime settimane.
Ma torniamo ai risultati. I tagliandi giunti nella nostra redazione o nelle urne delle edicole nella prima settimana di “Scegli il futuro di Taranto”, consentono di tracciare un primo ma, ovviamente, parziale bilancio.
I lettori sembrano avere le idee molto chiare sulla costruzione della nuova centrale Enipower e sul raddoppio della Cementir. Entrambi i progetti vengono bocciati: 81% di “no” per la centrale Enipower; 93% per lo stabilimento Cementir. Più diversificato il voto sull’Ilva. Tre le possibilità dispohttp://www.blogger.com/img/blank.gifnibili. La più suffragata è “Chiusura parziale (area a caldo)” con il 42%. Distanziata di poco l’opzione “Ecocompatibilità” con il 38%. Decisamente distaccata, invece, l’ipotesi più radicale “Chiusura totale” con il 20%.
Questo il responso scaturito dopo la prima settimana di sondaggio. Ma siamo ancora all’inizio. Le “urne” del Corriere resteranno aperte fino al prossimo 20 novembre. Si può votare nella nostra sede di Piazza Maria Immacolata 30, nelle urne delle edicole (vedi elenco a pagina 16), oppure spedendo i tagliandi alla nostra redazione. (Corgiorno)

martedì 11 ottobre 2011

Sindacati, Vico & co: svendiamo Taranto all'Enipower!

Ecco l'ennesima occasione di sviluppo!
ah, per fortuna che ci sono loro, i politici ed i sindacalisti a preoccuparsi da decenni del nostro futuro.
Ed infatti si vede come stiamo bene...
VERGOGNATEVI!!!



sabato 26 febbraio 2011

Questo è il nostro vergognoso Consiglio Comunale



Da TarantOggi del 25 febbraio 2011
ADESSO NE BASTANO 13: metanodotto, oggi si torni in aula

Se non si trattasse di qualcosa che tocca da vicino ogni singolo cittadino di Taranto, ci sarebbe davvero da ridere di fronte alla sufficienza con la quale il Consiglio Comunale sta affrontando la questione metanodotto. Mentre l’Eni tace sul proprio disegno industriale, nascondendolo di fatto alla città, in aula viene meno il numero legale proprio in coincidenza con la trattazione dell’odg n. 16.
Quest’ultimo, presentato dalla consigliera Filomena Vitale, proponeva al Consiglio la revoca, in autotutela, della delibera 18 dell’ uno marzo 2010, qualora la realizzazione del metanodotto dovesse servire al trasporto di gas metano per l’alimentazione di una centrale a ciclo combinato da 240 MW all’interno della raffineria Eni. L’iniziativa del consigliere era mirata a far prendere una posizione chiara al Consiglio sulla volontà della società quasi di triplicare l’attuale produzione energetica. L’ambiente pagherebbe, ancora una volta, il conto finale.
Sarebbe inevitabile, infatti, un aumento proporzionale delle emissioni di Co2 e di
ossido di carbonio. E’ soprattutto quest’ultimo inquinante a destare preoccupazione in quanto inciderebbe negativamente sulla già precaria salubrità dell’aria ionica. Ebbene, dopo aver discusso del piano Pirp (approvato nell’ultima occasione disponibile per non perdere i finanziamenti) e di altri argomenti poco utili alla soluzione dei gravi problemi ionici (dal riconoscimento delle bande tarantine nell’ambito dei festeggiamenti per l’unità d’Italia al conferimento della cittadinanza onoraria a Mons. Benigno Luigi Papa), è venuto meno il numero legale.
L’assenza della maggioranza dei consiglieri ha costretto il presidente Gina Lupo a sciogliere l’assise. Questa volta, però, rispetto alle altre riunioni del Consiglio Comunale, lo stesso presidente ha predisposto la convocazione immediata per il giorno seguente qualora tutti gli odg non fossero stati affrontanti. E’ per questo che, dunque, nel testo di convocazione dell’appuntamento di ieri, si legge quanto segue: “Ove nel giorno stabilito per la prima convocazione non si raggiunga o venga a mancare in corso di seduta il numero legale, il Consiglio Comunale tornerà a riunirsi in seduta di seconda convocazione il giorno 25/02/2011 con inizio alle 12,30”.
Nessun dubbio quindi: i consiglieri hanno subito la possibilità di rimediare. C’è però un’altra novità: trattandosi di una seconda convocazione, ai sensi del Testo Unico degli enti locali, basterà la presenza di un terzo dei consiglieri per dichiarare valida la seduta ed avviare i lavori. Nel caso del Consiglio Comunale di Taranto, dunque, possono essere anche in tredici a presentarsi in aula oggi e discutere la proposta di Filomena Vitale. Basterebbe il voto di sette consiglieri per dire no ad un progetto che non avrebbe alcuna ricaduta positiva per la città.

domenica 11 luglio 2010

Basta velENI!

COMUNICATO STAMPA SU CENTRALE ENIPOWER E METANODOTTO

Il “NO” al potenziamento della centrale termoelettrica dell’ENIPOWER rientrava tra i punti della piattaforma di AltaMarea in sostegno della quale circa 20 mila cittadini hanno manifestato lo scorso 28 novembre per le vie della città. AltaMarea quindi nel ribadire la sua opposizione al progetto nella sua attuale formulazione, ritiene che la Regione Puglia abbia la piena legittimazione popolare per poter inoltrare il suo ricorso amministrativo avverso la concessione della v.i.a. per la nuova centrale. AltaMarea inoltre ritiene che il consiglio comunale debba a sua volta confermare la sua opposizione al progetto.
Di recente il Ministero dell’ambiente ha anche rilasciato l’AIA alla vecchia centrale termoelettrica. Scandalosamente sono state ritenute idonee tutte le sue componenti. Anche quelle più inquinanti, nei confronti delle quali non è stato prescritto alcun procedimento di chiusura, né nei tempi stretti, né ad avvenuta costruzione della nuova centrale. Non solo. Le prescrizioni imposte risultano del tutto blande.
Va ribadito come la nuova centrale termoelettrica non sostituisca quella già in esercizio all’interno della raffineria. Se non in alcune delle sue parti più obsolete realizzate negli anni ’60 e funzionanti ad olio combustibile. Rimangono invece in esercizio caldaie e turbine per una potenza di circa 67 MW che, sommata ai 240 MW della nuova, portano il polo energetico da 87 a circa 307 MW. Si tratta quindi di un’operazione soprattutto di ordine commerciale e poco caratterizzata come risanamento ambientale. L’ENI punta non già a soddisfare il fabbisogno energetico della raffineria ma ad una diversificazione produttiva delle sue attività sul territorio jonico, affiancando alla raffinazione del greggio la produzione di energia.
Molte le ambiguità, infine, sulla vicenda metanodotto. Questa condotta dovrebbe servire l’impianto di produzione idrogeno (ausiliario rispetto al nuovo impianto di idrocracking) e la nuova centrale termoelettrica in una diramazione del tronco principale. Si tratta di due distinti progetti rispetto ai quali sussistono molti aspetti da chiarire nelle procedure sin qui espletate ed alcune perplessità per quanto riguarda la V.I.A. dei progetti di cui sono parte integrante.
AltaMarea resta vigile in attesa dei chiarimenti che saranno fatti in sede di Consiglio Comunale.

Taranto, 10 Luglio 2010
"AltaMarea contro l’inquinamento – Coordinamento di Cittadini e Associazioni di Taranto”: