"Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e risoluti non possa cambiare il mondo. In fondo è cosi che è sempre andata ». (Margaret Mead)
Fisco, Ilva assolta da accusa di frode da 52 milioni. Il governo Renzi ha depenalizzato il reato
L’intento con cui vengono fatte le leggi spesso si vede dai loro effetti: l’“abuso del diritto” non è più reato, e per questo il processo ai danni dell’ex patron dell’Ilva, Emilio Riva (morto nell’aprile 2014), due ex manager del gruppo e un dirigente della Deutsche Bank per una presunta frode da 52 milioni di euro si è concluso mercoledì con l’assoluzione degli imputati. È l’effetto del combinato disposto di due decreti attuativi della delega fiscale approvati dal governo Renzi ed entrati in vigore il primo ottobre. Il motivo? Hanno depenalizzato l’abuso del diritto, il comportamento che racchiude tutte le operazioni che, pur nel rispetto formale delle norme, realizzano vantaggi fiscali indebiti per le imprese, ma con effetti anche sulla frode fiscale realizzata proprio mediante esso.
Nel febbraio dello scorso anno, oltre a Emilio Riva, erano stati mandati a processo Mario Turco Liveri e Agostino Alberti, rispettivamente responsabile finanziario e responsabile fiscale (nonché componente del cda) del gruppo Riva, e Angelo Mormina,
per l’incarico avuto in qualità di managing director di Deutsche Bank
(filiale di Londra). L’accusa nei loro confronti era di aver violato
l’art. 3 della legge 74/2000 (“dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici”), al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l’accertamento, indica elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi. In questo caso, l’accusa era di aver “creato” elementi passivi fittizi per poter poi pagare meno tasse.
Gli indagati, in sostanza, nella dichiarazione dei redditi per il 2007 “ponevano in essere una complessa operazione di finanza strutturata
all’unico scopo di consentire alla consolidata Ilva Spa l’abbattimento
del reddito, mediante l’utilizzazione di elementi passivi fittizi per
158 milioni di euro e conseguentemente per la consolidante Riva Fire Spa, una pari riduzione della base imponibile per un’evasione di imposta Ires
pari a 52,4 milioni di euro”, si leggeva nel capo di imputazione. Ieri
la prima sezione penale non ha fatto altro che accogliere la richiesta
del pm Stefano Civardi formulata proprio alla luce
delle modifiche apportate dalla riforma fiscale alla legge 74 del 2000:
gli imputati hanno pagato le sanzioni amministrative (per Emilio Riva il
reato si è estinto con la sua morte).
Cos’è successo? Il primo decreto fiscale ha depenalizzato l’abuso del diritto, mentre il
secondo (che ha riformato i reati tributari) ha chiarito che questo non
può essere associato alla frode prevista dall’art. 3 della legge del 74
del 2000. In esso sono state ricomprese le “operazioni simulate
oggettivamente o soggettivamente” (art. 1), che però non integrano
quelle previste dall’abuso d’ufficio. E per quest’ultimo restano solo le
sanzioni amministrative. “Il fatto non è più previsto
dalla legge come reato” è infatti la formula scritta nel dispositivo con
cui al Tribunale di Milano si è chiuso il processo.
Nel febbraio scorso, il pm Francesco Greco, capo del pool reati finanziari della Procura di Milano si era detto preoccupato in relazione ai decreti fiscali per
“il contrasto che si potrebbe creare tra frode fiscale e abuso del
diritto, perché io non ho mai visto un caso di abuso del diritto che non
fosse fraudolento”. Il contrasto è stato sanato così. Nell’aprile
scorso, Confindustria ha esultato per il varo del
decreto sull’abuso del diritto da parte del Consiglio dei ministri:
“Finalmente l’Italia si dota di una norma generale anti-elusiva come
richiedevamo da tempo”. di Carlo Di Foggia e Valeria Pacelli da Il Fatto Quotidiano del 29 ottobre 2015
Ilva, 1,2 miliardi sequestrati ai Riva fermi in Svizzera per ricorso eredi
In Italia
hanno rinunciato all’eredità del padre, l’ex patron di Ilva Emilio Riva.
Ma in Svizzera la rivendicano. E così nonostante il via libera da parte
dell’autorità elvetica, i circa 1,2 miliardi di euro che erano stati
sequestrati su richiesta della magistratura italiana presso diversi
conti Ubs ad alcuni componenti della famiglia Riva non sono ancora
rientrati in Italia. A bloccare il trasferimento dei fondi, appunto, è
il ricorso presentato al Tribunale federale di Bellinzona — per bloccare
il provvedimento col quale la Procura di Zurigo, in conformità con la
richiesta della magistratura italiana, aveva disposto la revoca del
blocco del denaro depositato presso Ubs — fatto da due figlie di Emilio
Riva: l’11 maggio scorso il tribunale di Milano aveva disposto il
rientro in Italia dei fondi, accogliendo la richiesta dei commissari
dell’Ilva di Taranto che grazie a quei soldi potranno emettere bond di
pari valore per il risanamento ambientale e sanitario dell’impresa.
Mancava il via libera al passaggio da conti Ubs in Svizzera a Ubs in
Italia, sotto il controllo del Fug (Fondo giustizia) da parte delle
autorità elvetiche, e ora che questo è arrivato sono le figlie di Emilio
Riva a opporsi al trasferimento. E il risanamento della più grande
acciaieria d’Europa può attendere perché l’effetto del ricorso
presentato dalle figlie di Emilio Riva, morto più di un anno fa, è
quello di sospendere lo sblocco dei fondi destinati all’Ilva. Nei
prossimi giorni arriverà la decisione nel merito del Tribunale di
Bellinzona, ma intanto tutto è bloccato. La rinuncia all’eredità del
padre in Italia potrebbe essere stata decisa dalle figlie di Emilio Riva
per sottrarsi alle pretese dei creditori.
La provenienza dei fondi
Il complicato iter per riportare la somma in Italia, come previsto dal
decreto «Salva Ilva» convertito in legge il 3 marzo scorso, subisce
quindi l’ennesimo stop. I soldi erano stati sbloccati il 19 giugno dalla
magistratura elvetica e precedentemente erano stati sequestrati alla
famiglia Riva nel 2013 per reati finanziari e valutari. La somma, appena
disponibile, verrà messa a disposizione del commissario straordinario
dell’Ilva, Pietro Gnudi, in modo che questi possa convertire l’intero
importo in obbligazioni destinate a essere lanciate sul mercato e poi
utilizzate a vantaggio dello stabilimento di Taranto, come previsto dal
decreto. La somma di 1,2 miliardi era stata sequestrata nell’ambito
dell’inchiesta avviata dalla Procura di Milano contro Adriano Riva e due
commercialisti accusati di truffa ai danni dello Stato e trasferimento
fittizio di beni. Secondo l’ipotesi accusatoria, formulata dai pm Mauro
Clerici e Stefano Civardi, sarebbero soldi volutamente distratti dalle
casse dell’Ilva per essere poi trasferiti nell’isola di Jersey, paradiso
fiscale nel canale della Manica. In particolare, secondo il Gip di
Milano, quei fondi costituivano il frutto di alcuni reati commessi dagli
indagati in danno della società Fire Finanziaria, poi divenuta Riva
Fire, quindi portati illegalmente all’estero attraverso il loro
occultamento in otto trust domiciliati in un paradiso fiscale e poi
fatti riemergere attraverso lo scudo fiscale del 2009 ma in maniera
irregolare. (CdS)
Ilva, udienza il 9 aprile a Milano sulla richiesta di sblocco di 1,2 miliardi di euro dei Riva
E' stata fissata un'udienza, che si terra' il prossimo 9 aprile davanti
al gip di Milano Fabrizio D'Arcangelo, per discutere la richiesta dei
legali del commissario straordinario dell'Ilva di Taranto, Piero Gnudi,
di sbloccare un miliardo e 200 milioni di euro sequestrati dai
magistrati milanesi nel 2013 ai fratelli Emilio e Adriano Riva e a due
loro consulenti. Soldi gia' dissequestrati lo scorso ottobre dal giudice
per essere trasferiti nelle casse dell'Ilva in vista degli interventi
di risanamento necessari, ma ancora bloccati su conti in Svizzera.
Lo scorso 28 ottobre, infatti, il gip D'Arcangelo aveva dato l'ok al
dissequestro del miliardo e 200 milioni di euro sequestrati nell'ambito
dell'inchiesta del procuratore aggiunto Francesco Greco e dei pm Stefano
Civardi e Mauro Clerici nel maggio del 2013 ai fratelli Emilio (morto
l'anno scorso) e Adriano Riva e a due loro consulenti. Secondo il gip,
infatti, il "diritto all'ambiente salubre, al lavoro e alla salute"
devono prevalere su quello "proprietario" e sugli "interessi
patrimoniali". Era stata accolta, dunque, la richiesta avanzata dal
commissario straordinario Gnudi e dal suo legale, Paola Severino, in
seguito all'entrata in vigore della legge 'Terra dei fuochi'.
La maggior parte dei fondi riconducibili ai Riva sono rimasti, pero',
bloccati su conti Ubs in Svizzera, malgrado il provvedimento del gip. La
Svizzera, infatti, non ha dato seguito alle richieste dei magistrati
relative al dissequestro ed e' servito un intervento normativo. Lo
scorso 3 marzo, poi, e' diventato legge il decreto 'Salva-Ilva' che, tra
le varie cose, facilita il trasferimento in Italia dei soldi
dissequestrati: le somme verranno convertite in obbligazioni emesse
dall' amministrazione straordinaria e destinate alla realizzazione
dell'Aia (Autorizzazione integrata ambientale). Da qui la nuova istanza
che verra' discussa il 9 aprile. Servira', poi, un nuovo provvedimento
del gip per far rientrare i soldi in Italia.(Quot)
Ilva di Taranto, in audizione al Senato i magistrati smontano il decreto del governo Renzi
Si è tenuta presso il Senato della Repubblica il 14 Gennaio 2015, in
seduta congiunta l'audizione informale del procuratore capo di Taranto, Francesco Sebastio, del procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, e del sostituto procuratore di Milano, Stefano Civardi, nell'ambito dell'esame del ddl n. 1733 (Decreto-legge ILVA). L'audizione è durata oltre un'ora e mezzo,
durante la quale i magistrati hanno esposto moltissime osservazioni
alcune anche molto forti, quasi ad esternare un senso di sconforto nei
confronti del legislatore (in questo caso il Governo) incapace di
scrivere buone norme. Durante l'audizione il Procuratore di Milano
Francesco Greco ha detto criticando il DL : "Non posso altro che
auspicare il rispetto pieno dei criteri previsti dalla legge Marzano" ha poi aggiunto "noi siamo stanchi, di continuare nelle nomine di persone da parte del Mise o del Ministero dell'Industria in passato, che fanno sì che le gestioni di queste crisi diventino dei poltronifici" continua Greco dicendo "ho gestito crisi come quelle della Parmalat e Montedison, ci vuole gente preparata e capace, che stia a tempo pieno a lavorare, che non si prenda questo come uno dei cinquanta incarichi da svolgere";
In questo video i punti salienti degli interventi dei PM.
Greco: "Non riesco a capire perché si facciano leggi in questo modo, forse è un problema di gestione del potere";
Greco: "Una elargizione tout court dello Stato all'Ilva, ovvero
una confisca preventiva di questo denaro senza una contropartita,
potrebbe avere problemi di tipo costituzionale, rilievi in sede di Corte
Europea e si potrebbe configurare una forma di aiuti di Stato"
Sebastio : "In merito alla questione dell'80%"; ad
esempio, la prescrizione ricoprire i parchi minerari, vale come quella
di mettere un cartello?";
Sebastio :" in merito alla norma sulla non punibilità del
commissario dell'amministrazione straordinaria, non è chiara, non si
capisce chi rientri in questa "impunibilità" quando si parla di soggetti
delegati si intendono anche i direttori dello stabilimento che oggi
sono imputati?";
Sebastio : riferendosi alla norma dell'80% relativa alle prescrizioni
chiede" 80% e 20% ma dei lavori fatti o dei lavori appaltati?";
Infine ancora il procuratore di Milano, Greco pone la questione
trasparenza, afferma infatti che sembra nessuno si sia posto il problema
della trasparenza e che 2 miliardi di € sono la cifra più grossa mai
spesa in italia, occorrerebbe una forma di controllo pubblico.
Hanno chiesto di poter lavorare meno dal punto di vista interpretativo
delle norme, per cui i magistrati chiedono di rivedere il testo del
decreto scritto dal Governo Renzi e di essere più specifici nella
formulazione delle leggi. (Beppegrillo)
Vendola: se chiude l'Ilva non c'è futuro per la città di Taranto
“Se dovesse chiudere l’Ilva dubito che potremmo essere di fronte alla
possibilità di dibattere del futuro di Taranto: oggi si può avere
un’acciaieria sostenibile. La chiusura dell’Ilva sarebbe un colpo al
sistema industriale nazionale”. Lo afferma il governatore della Puglia
Nichi Vendola, in audizione in commissione Industria al Senato
nell’ambito dell’esame del decreto sull'Ilva, citando l’esempio di
Bagnoli.
“In questo momento ci sono 500 milioni cantierizzati per il porto –
spiega Vendola – 200 milioni pronti per il nuovo grande ospedale di
Taranto; è in corso di costituzione un registro tumori di Taranto. Il
ciclo della salute insieme a quello delle bonifiche non è un ciclo del
rapporto”. «L'AIA VA FATTA AL 100%» - "Non è sopportabile la
parcellizzazione. Solo l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) nella
sua interezza può garantire" salute e ambiente altrimenti potrebbe
anche aprirsi "il rischio di esporre il Paese a infrazioni comunitarie".
Vendola chiede quindi di "cassare la norma dell’80%" sull'applicazione
delle prescrizioni Aia. "Ci chiediamo perchè proprio l’80%? Siamo di
fronte a una nuova proroga?", dice.
“Parliamo di interventi indispensabili”, osserva Vendola citando tra
questi per esempio quelli sui “parchi minerali”, per la data che va dal
31 luglio 2015 in poi (primo step di una serie di prescrizioni). Se non
si riesce a rispettare le prescrizioni e i tempi dell’Aia, spiega
Vendola, “l'Ilva dovrebbe presentare adeguate motivazioni sui ritardi e
poi rimettersi al giudizio dell’Autorità”, come il ministero
dell’Ambiente. Poi per la Regione Puglia sarebbe il caso di “cassare
anche l'impunibilità” del commissario (comma 6 art.2). Tra l’altro
Vendola chiede di “riattribuire la vigilanza a un ente terzo, a un
garante”. Da “cassare” anche la parte del decreto sulle discariche
(art.4). Infine “serve una chiara demarcazione tra le risorse destinate
alla riqualificazione dell’Ilva e le risorse per il rilancio e lo
sviluppo dell’area di Taranto”. SI DEVE RISPETTARE AMBIENTE ED OCCUPAZIONE - “E'
l’ennesimo decreto. Riteniamo che la decretazione di urgenza non sia lo
strumento più idoneo”, soprattutto perchè “i commissari hanno via via
espropriato le procedure ordinarie senza tuttavia ottenere miglioramenti
ambientali”. Vendola segnala comunque “alcuni aspetti che valutiamo
positivamente” come l’introduzione del “nuovo protagonismo dello
Stato”.
“Per la Regione qualsiasi salvaguardia del siderurgico più grande
d’Europa deve rispettare due requisiti, che ci sia la tutela dei livelli
di occupazione e che la produzione sia rispettosa dell’ambiente”,
aggiunge Vendola. “Con la decretazione d’urgenza si è provocato un
impoverimento dei procedimenti ordinari – osserva il governatore
pugliese – e si è andati sempre più verso un regime monocratico: e non
si può dire che a questo sia corrisposto un miglioramento ambientale,
anzi”, prosegue, si è avuta richiesta di proroga e dilatazione dei tempi
dell’Aia. “Riteniamo però necessario – rileva Vendola parlando del
nuovo decreto Ilva – che accanto al livello di governance dello Stato ci
sia anche una governance scientifica per la salute e l'ambiente,
potenziando il Centro salute e ambiente istituito dalla Regione nel
2012, garantendo specifiche risorse. Bisogna poi potenziare l’organico
Arpa, perchè se lo Stato ci chiede di fare una guerra, ebbene non la
possiamo fare senza un esercito”; in proposito viene proposto un
emendamento ad hov per autorizzare, “in deroga agli attuali vincoli, la
copertura del 60% dei posti della dotazione organica generale
dell’Agenzia, per raggiungere 498 unità a tempo indeterminato” per
“garantire il completamento e lo sviluppo delle attività sul territorio
tarantino”. (GdM)
Sindaco di Taranto: si chiarisca il problema dell'Aia all'80%
“Occorre chiarire cosa riguarda l'80% e stabilire un termine temporale
per la realizzazione del restante 20%” dell’Aia (Autorizzazione
integrata ambientale). Così il sindaco di Taranto Ippazio Stefano in
audizione in commissione Industria sul nuovo decreto Ilva. “Serve più
precisione nel dire quando avverranno gli interventi e quando
arriveranno i finanziamenti per l’attuazione delle prescrizioni
ambientali – osserva poi Stefano – se ci dicono che tra 15 giorni almeno
questi arriveranno cominciamo a parlare di cose concrete. Noi non
vogliamo gestire le risorse, vogliamo che sia il ministero. Noi
programmiamo quello che vogliamo fare e chiediamo di essere controllati
sull'utilizzo”.
Il sindaco critica poi la diminuzione di controllo da parte del
territorio, e il venir meno del controllo all’Arpa: “Si toglie la
possibilità di verificare come vanno le cose”. Poi dice che inizierà
presto, “a giorni”, la bonifica del quartiere Tamburi: è “già stata
preparata la tensostruttura dove verrà depositato il terreno prelevato,
terreno inquinato. Abbiamo bisogno di riavvicinare i cittadini alle
istituzioni”. (GdM)
Il Gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo ha accolto la richiesta avanzata
dal commissario straordinario dell’Ilva Piero Gnudi di sbloccare e
trasferire nella casse del gruppo 1,2 miliardi di euro circa, cifra
sequestrata dalla procura di Milano nell’inchiesta a carico di Adriano
Riva e due commercialisti.
La richiesta di dissequestrare della somma da parte dei legali del
commissario Gnudi era stata presentata l’11 settembre scorso. Le parti
hanno discusso davanti al giudice D’Arcangelo in una udienza che si è
svolta il 17 ottobre scorso. In quella occasione, la difesa della
famiglia Riva aveva sollevato questione di legittimità costituzionale
riguardo la legge denominata "Terra dei fuochi", usata dai legali di
Gnudi per avanzare la richiesta di dissequestro.
Il giudice D’Arcangelo, nell’accogliere la domanda del commissario, ha
indicato che è stata "accertata la manifesta infondatezza" delle
questioni di legittimità costituzionale e che, quindi, "occorre rilevare
come sussistano nel caso di specie tutti i presupposti per procedere al
trasferimento previsto dalla norma", ovvero i fondi potranno essere
utilizzati per il risanamento ambientale dell’Ilva di Taranto. Il Gip ha
disposto che i beni sequestrati siano convertiti in azioni "a titolo di
futuro aumento di capitale" dell’Ilva, spiegando che "le azioni di
nuova emissione dovranno essere intestate al Fondo unico giustizia e,
per esso, al gestore ex legge Equitalia Giustizia spa".
Il sequestro era stato eseguito nel maggio 2013 e riguardava circa 1,2
miliardi di euro. Il sequestro, eseguito dalla Guardia di Finanza, era
stato disposto dallo stesso Gip Fabrizio D’Arcangelo, su richiesta dei
pm Mauro Clerici e Stefano Civardi. In quella occasione, nell’ordinanza
di sequestro si giustificò la decisione, indicando che i fondi
"costituiscono il provento dei delitti di appropriazione indebita
continuata e aggravata" da parte degli indagati "ai danni della Fire
Finanziara spa (oggi Riva Fire, ndr), di truffa aggravata, di infedeltà
patrimoniale e di false comunicazioni sociali, oltre che di
dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e di trasferimento
fraudolento di valori".
In questa inchiesta risultano indagati Adriano Riva e due consulenti
della famiglia: Franco Pozzi ed Emilio Gnech, accusati di riciclaggio.
Era stato iscritto nel registro degli indagati anche Emilio Riva,
deceduto nel frattempo. La richiesta di Gnudi di dissequestrare le somme
e di farle tornare nella disponibilità della società Ilva è stata
possibile in quanto il 21 agosto scorso è entrata in vigore la legge
cosiddetta "Terra dei Fuochi", la quale prevede la possibilità di
utilizzare i fondi sequestrati in procedimenti diversi da quello per
reati ambientali (condotto dalla procura di Taranto), per il risanamento
degli impianti dello stabilimento pugliese. (GdM)
«Ilva, da Riva la volontà di realizzare sistema frode»
La volontà di Emilio Riva, il proprietario dell’Ilva morto lo scorso
aprile e del figlio Fabio "era quella di realizzare un sistema" di
"frode" "che potesse essere da loro interamente gestito e controllato,
finalizzato a vendere a clienti esteri i beni prodotti", dalle
acciaierie di Taranto "ottenendo il pagamento in contanti e nel contempo
beneficiando delle agevolazioni in assenza del presupposto della
dilazione".
E' un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di
Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta truffa ai
danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva a 6 anni e
mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade
Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato della svizzera
Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva Fire Spa a 1,5
milioni di euro di multa.
I giudici che tre mesi fa hanno anche disposto la confisca di beni
mobili e immobili a tutti gli imputati fino a raggiungere la somma di
90,8 milioni di euro e una provvisionale di 15 milioni da versare al
ministero dello sviluppo economico, hanno sottolineato che il sistema
architettato dai Riva padre e figlio "doveva consentire non solo la
percezione del contributo ma anche la possibilità di trattenere
all’estero quanto più denaro possibile".
--------- CON SOCIETA' SVIZZERA PROVENTI ILLECITI
"La Ilva sa ha (...) rappresentato per il gruppo Riva lo strumento per
poter direttamente incamerare i proventi illeciti derivanti
dall’operatività di un sistema di operazioni finanziarie ineccepibile
solo dal punto di vista formale". Sistema che sarebbe stato architettato
per un "programma di arricchimento della holding", la Riva Fire.
E’ quanto viene sostenuto nelle motivazioni della sentenza con cui il
Tribunale di Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta
truffa ai danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva
a 6 anni e mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica
Eufintrade Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato
della svizzera Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva
Fire Spa a 1,5 milioni di euro di multa.
Per i giudici Ilva sa, la società elvetica priva di una "reale struttura
operativa" e che sarebbe stata costituita con lo scopo di aggirare la
normativa (la 'legge Ossolà) sull' erogazione di contributi pubblici per
le aziende che esportano all’estero, "non aveva alcuna autonomia ed era
interamente eterodiretta dalla Ilva spa". In più, a parere del collegio
della terza sezione penale, la società svizzera del gruppo, di cui la
"fittizietà" come trader è "inequivocabile" non ha mai avuto un guadagno
dalla sua operatività e "la merce, inoltre, non veniva mai consegnata
alla Ilva sa e veniva direttamente trasportata al cliente finale
partendo direttamente dallo stabilimento dell’Ilva di Taranto".
Per il Tribunale dunque è accertata l’ipotesi dei pm Stefano Civardi e
Mauro Clerici, secondo cui sarebbe stata creata una società ad hoc in
Svizzera, per l’appunto l’Ilva Sa, che avrebbe avuto lo scopo di
aggirare la 'legge Ossola'. In sostanza, la norma prevede che le società
che hanno commesse estere ma ricevono i pagamenti in modo dilazionato
nel tempo (dai 2 ai 5 anni), possano ricevere stanziamenti da Simest.
L'Ilva, però, secondo l’accusa, non avrebbe potuto incassare questi
fondi in quanto veniva pagata con dilazioni che non oltrepassavano i 90
giorni. E così, in base alle indagini, sarebbe stata costituita la
società elvetica, con sede a Manno, nel Canton Ticino, che prendeva le
commesse all’estero e poi si interfacciava con l’Ilva spa. E questo, si
ipotizza, per dilazionare nel tempo i pagamenti e poter usufruire della
normativa sulle erogazioni pubbliche.
In tale 'sistemà, "l'interesse dell’ente Riva Fire spa – si legge nelle
motivazioni – da cui muove l’intera attività delittuosa ed a cui si
ispira programmaticamente, si esprime nell’attività di regista, la cui
ingerenza continua e soverchiante svilisce la singola autonomia delle
controllate Ilva Sa e Ilva spa fino a renderle, con particolare riguardo
all’operazione legata ai contributi erogati da Simest, società
meramente asservite al programma di arricchimento della holding". (GdM)
Tutti colpevoli di truffa ai
danni dello stato. Nel processo che apre la stagione giudiziaria
milanese a carico della famiglia Riva, proprietaria del gruppo
siderurgico Ilva, è la procura a segnare il primo punto a favore. Il
dispositivo, letto dal presidente Giulia Flores Tanga della terza
sezione penale del Tribunale, è arrivato dopo dodici udienze condotte a
ritmo serrato per i tempi usuali della giustizia italiana. Sono bastati,
infatti, poco più di due mesi e mezzo per giungere a questa decisione,
che prevede una condanna a 6 anni e 6 mesi di carcere per Fabio Riva, che si trova ancora a Londra e sui cui pende un mandato di estradizione, cinque anni per Alfredo Lo Monaco, cittadino italo-svizzero proprietario della finanziaria Eufin Trade e tre anni per Agostino Alberti,
che al momento dei fatti contestati rivestiva il ruolo di direttore
amministrativo della società Riva Fire, la holding del gruppo di
proprietà della famiglia di industriali siderurgici. La condanna nei
confronti di Fabio Riva è più pesante della richiesta dei pm Mauro
Clerici e Stefano Civardi, che avevano proposto una pena di
5 anni e 4 mesi.
Agostino Alberti è l'unico degli imputati a cui sono state concesse le
attenuanti generiche.
Una penale anche per Riva Fire, ritenuta responsabile
ex legge 231 del 2001 e condannata a pagare 1,5 milioni di euro, oltre
al divieto di accedere a finanziamenti statali per 12 mesi e alla revoca
di tutti quelli già concessi. L’elenco delle decisioni non finisce qui:
il tribunale ha rinviato a un ulteriore giudizio – in sede civile - la
richiesta del ministero dello Sviluppo economico di condannare la Riva
Fire al pagamento di 120 milioni di danni. È stata però stabilita una
cosiddetta provvisionale di 15 milioni, che Riva Fire dovrà pagare
subito.
COME FUNZIONAVA LA TRUFFA
Che cosa hanno esattamente contestato i giudici agli imputati? Spiegare
questa truffa non è semplice. In sostanza è stata loro addebitata la
creazione di un meccanismo grazie al quale riuscivano ad ottenere fondi
statali senza averne diritto, attraverso l’esportazione di tubi per
svariati usi. I soggetti di questo meccanismo sono la capogruppo Ilva
spa; la consociata svizzera Ilva Sa, con sede a Manno nel Canton Ticino,
che acquistava le merci dalla ditta italiana per poi rivenderle ai
clienti finali internazionali (una classica “trading company”); la Eufin
Trade, una finanziaria anch’essa elvetica che di mestiere faceva il
“forfaiting”, ovvero lo sconto pro soluto di cambiali e infine la
Simest, la società pubblica che erogava il contributo in base alla
cosiddetta legge Ossola. Ovvero una normativa nata per finanzia parte
degli interessi passivi bancari sostenuti dalla imprese esportatrici in
determinati settori (macchinari, impianti), quando concedono importanti
dilazioni di pagamento ai loro compratori, concretamente fino a cinque
anni. Esiste in tutti gli stati Ocse e si può dire che sia l’unica forma
di “aiuto di stato” regolare. Ma i Riva creavano fittiziamente queste
dilazioni grazie alla svizzera Ilva Sa, che acquistava la merce
dall’Italia per poi rivenderla a clienti finali, i quali in realtà
pagavano sempre in contanti.
La società elvetica emetteva dunque delle cambiali internazionali
(chiamate “promissory note”) della durata di cinque anni sull’85 per
cento del debito verso la Spa italiana (il restante 15 per cento doveva
essere saldato subito per legge) e le portava subito allo sconto presso
Eufin Trade, la quale si era già accordata con la stessa Ilva Sa per il
suo riacquisto, in modo da chiudere l’operazione senza che realmente i
soldi si muovessero. Ma attivando il contributo Simest per coprire gli
interessi passivi nati da questo sconto di cambiale, che venivano
veicolati in Svizzera da dove non rientravano più, uscendo dal faro del
Fisco italiano. I contributi in realtà non erano dovuti perché con il
riacquisto delle cambiali nessun credito era più attivo, ma questo a
Simest non veniva comunicato e l’ente erogatore saldava invece il dovuto
per i cinque anni. La stessa Eufin Trade, che in teoria avrebbe dovuto
svolgere un compito molto rischioso e fino a non molto tempo fa vietato
in Italia dalla Banca d'Italia, in realtà come si è visto non aveva di
fatto nessun rischio perché rivendeva subito all’emittente le cambiali,
finendo per essere solo un ingranaggio di questo disegno truffaldino.
LE INTERCETTAZIONI: “A BONDI I SOLDI PUZZANO?”
L’importanza di questo procedimento non si ferma, però, alla semplice
scoperta della truffa, che tra il 2008 e il 2013 aveva permesso di
incamerare fondi per circa 100 milioni di euro, l’85 per cento veicolati
in Svizzera e divisi tra Ilva sa ed Eufin Trade. È stato utile per
cercare fare luce sul complicato rapporto di forze che si è creato tra
le procure che indagano sui reati dell’Ilva, la famiglia Riva, i
commissari straordinari e il governo, che ha effetti paradossali, come
si vedrà.
Il ruolo del commissario Enrico Bondi, ad esempio.
Rimosso nel giugno scorso dopo una lunga pressione di Federacciai,
guidata dall’industriale Antonio Gozzi (gruppo Duferco), cui il ministro
dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha alla fine ceduto, nominando
al suo posto Piero Gnudi, ex presidente dell'Enel e consigliere “a
titolo gratuito” del ministro Guidi. Una scelta che, almeno in un primo
momento, non dev'essere per nulla dispiaciuta ai Riva, che nei confronti
di Bondi avevano aperto un fuoco di sbarramento che sul governo qualche
effetto sembra averlo avuto. Perché tanta ostilità nei confronti di
Bondi che, in fondo, era stato lo stesso Emilio Riva a chiamare al
capezzale del gruppo Ilva poco prima del commissariamento, con lo scopo
di tentare un salvataggio in extremis?
Forse c'entra proprio l'indagine giudiziaria milanese. Una volta
insediatosi, infatti, era stato proprio il manager aretino a bloccare
l’operatività della società svizzera Ilva Sa, nella convinzione che
quello schema operativo fosse truffaldino. Una scelta che aveva
consentito proprio al ministero dello Sviluppo Economico – parte civile
in questo procedimento – di arrestare la truffa che lo vedeva come parte
lesa. La mossa di Bondi, però, era stata accolta con qualche sconcerto
fra i manager dell'Ilva più vicini ai Riva: A tal proposito i pm hanno
evidenziato una gustosa intercettazione di uno di loro che, parlando con
la Eufin Trade, diceva: «Sì, la nuova direzione, qui, gli puzzano i
soldi. Facevamo i business finanziari, no, non va bene, non gli
piacciono, qui al commissario e a tutta la sua banda... e allora non
scontiamo più (le promissory note, ndr), basta». Continuava il manager:
«È un business della miseria, gli puzzano i soldi al nuovo commissario?
Stanno rivoluzionando più Milano che non Taranto. Era da sanare Taranto,
sembra che devono sanare gli uffici di Milano, cacchio, che casino».
Per poi concludere con una dichiarazione plateale: «Che strana banda è
la banda del Commissario, non ha imparato l’Abc, pecunia non olet».
MA RENZI SALVA IL TESORO DEI RIVA
Già, pecunia che non olet. lo sanno bene i Riva che rivendicano per Ilva
ancora un ruolo nonostante i guasti della loro gestione. Lo ha ben
evidenziato Claudio Riva in una lunga intervista a “Il Sole 24 Ore”,
dove diceva che la famiglia era pronta a investire ancora sulla società,
anche se non da sola. Ma sono gli stessi Riva cui la procura di Milano
contesta di aver succhiato indebitamente almeno 1,7 miliardi di euro,
finiti in trust di Jersey e parzialmente sequestrati in Svizzera? Ecco
che tornano le grandi contraddizioni di questa complicata vicenda, sulla
quale giovedì 10 luglio è intervenuto il governo di Matteo Renzi, con
un decreto che permetterà alle banche di continuare a finanziare la
società, ora virtualmente al dissesto. E qui c'è un ulteriore giallo:
nelle bozze preliminari del decreto compariva un passaggio che bloccava
la possibilità del commissario di utilizzare per il risanamento
ambientale i fondi sequestrati ai Riva, uno stop salutato con grande
apprezzamento dal fronte degli industriali e della famiglia Riva. Nel
testo finale quel passaggio è però sparito. Il governo Renzi ha infatti
dato ai legali l'incarico di studiare se questa mossa, che Bondi non ha
mai fatto mistero di voler mettere in pratica, è legittima oppure no.
Nel frattempo, però, il governo sembra voler andare oltre. Renzi e il
ministro Guidi sembrano preferire un'altra ipotesi: vorrebbero che il
piano industriale per il salvataggio dell'Ilva venisse predisposto dai
nuovi azionisti, e il neo commissario Gnudi sta tentando di mettere
insieme una cordata che comprenda il gruppo anglo-indiano Arcelor-Mittal
e alcuni industriali italiani. Stando alle indiscrezioni di stampa,
però, la possibile cordata avrebbe fatto sapere di ritenere esagerati i
costi stimati per il risanamento ambientale, e di non aver intenzione di
farsene carico in toto. Di qui il problema, anche politico, perché
annunciare adesso che il risanamento si farà solo in parte è una mossa
che può far esplodere le tensioni in città. E bloccare l'utilizzo dei
fondi sequestrati ai Riva – previsto esplicitamente dal governo di
Enrico Letta – sarebbe un'ulteriore decisione difficile da digerire.
Eppure, e la procura di Milano è stata molto chiara su questo punto, il
procedimento giunto oggi a sentenza con la condanna di Fabio Riva nasce
proprio dalle inchieste tarantine, di cui costituisce una sorta di
completamento logico, con la ricostruzione dei passaggi salienti tra
l’impoverimento dell’Ilva, anche ai danni di ambiente e salute pubblica,
e l’arricchimento della famiglia.
Per il governo, i fronti caldi non finiscono qui. Una prima questione da
risolvere riguarda il futuro ruolo dei Riva, che in teoria hanno la
possibilità di sottoscrivere l'aumento di capitale dell'Ilva (se mai si
farà) e restare azionisti. La seconda è quella dei rapporti con le
banche, che hanno messo i bastone fra le ruote a Bondi e che ora, con il
decreto del governo Renzi, sono chiamate a anticipare nuova finanza.
Nella propria relazione di fine mandato, l'ex commissario Bondi aveva
ricostruito con precisione le responsabilità delle banche, spiegando
come gli istituti non avessero voluto far fronte alle necessità
dell'Ilva «prima di conoscere la consistenza di eventuali apporti a
titolo di capitale»: ovvero prima conoscere chi sarebbero stati i nuovi
azionisti. Come dire: i soldi dei Riva non si toccano. Era stato un
debito molto marginale nei confronti del Banco Popolare guidato da Pier
Francesco Saviotti a far finire fuori strada il tentativo di Bondi: «Da
ultimo il gruppo Banco Popolare ha sospeso gli affidamenti concessi al
gruppo Ilva e, con lettera in data 23 maggio 2014, ha chiesto il rientro
dell'esposizione per circa 25 milioni di euro», continua la relazione
dell'ex commissario.
Anche qui, però, le evidenze ricostruite dai pm di Milano rivelano come
l'esposizione delle banche nei confronti dei Riva fosse enorme. Fra
tutti spicca il ruolo di Intesa SanPaolo, che vanta crediti per un
miliardo di euro su Ilva e di 300 milioni su Riva Fire, l'azienda di
famiglia. Attraverso la partecipata Soditic era Intesa a svolgere il
ruolo di “forfaiter” per Ilva. Ed era stata la stessa banca,
incredibilmente verrebbe da dire per com’è andato questo processo, a
presentare ai Riva il già citato Alfredo Lo Monaco e la sua Eufin Trade,
risultati poi parti fondamentali della truffa. Intesa quel lavoro non
lo vuol più fare: troppo rischioso dicono i suoi funzionari, ma si
riserva per se
il ruolo di banca agente dove Simest deposita i soldi che poi prendono
la via della Svizzera. Quanto era conscia la banca di questo meccanismo?
La domanda resta sospesa. Lo stesso avvocato Nerio Diodà ,che difende
Fabio Riva, si sbilancia sulla banca guidata oggi da Carlo Messina: «Va
detto con serenità che Intesa aveva un ruolo assolutamente essenziale,
prima con Soditic, che poi si scopre che costa troppo il loro sconto, e
quindi è la stessa banca che indica Eufin Trade al gruppo Riva. E
abbiamo le prove testimoniali che prima di questo momento non vi erano
rapporti o relazioni con Eufin Trade da parte del gruppo Riva».
SI FA AVANTI ANCHE IL FISCO SVIZZERO
Se non bastasse tutto ciò per qualificare questo processo come un
caotico e ancora incompleto puzzle di personaggi e situazioni, arriva
anche la richiesta del Fisco elvetico di sbloccare parte delle somme
sequestrate dai pm alla svizzera Ilva Sa per pagare le imposte, pari a
870 mila franchi su una società che i pm considerano fittizia ed
esterovestita, quindi inesistente, tanto che c’è un’indagine in corso.
In procura, dicono alcune indiscrezioni, c'è chi ritiene che il modo
migliore per fronteggiare una situazione così complessa sia far ricorso
alla legge Marzano, come si chiama il dispositivo che permette di dar
corso alla riorganizzazione di un'azienda in stato d'insolvenza,
utilizzato in passato per Parmalat, ad esempio. Ma fra coloro che hanno
voluto silurare Bondi quest'ipotesi è vista come fumo negli occhi.
Perché la famiglia Riva e le banche, a quel punto, resterebbero a bocca
asciutta. (L'Espresso)
Ilva Taranto stipendi salvi ma resta la crisi finanziaria
Stipendi salvi all'Ilva. Oggi sono state infatti accreditate sui conti degli 11mila dipendenti dello stabilimento di Taranto le retribuzioni di aprile. Erano a rischio sino ad alcuni giorni fa. O meglio, questa la preoccupazione che si era diffusa nel siderurgico a causa della crisi finanziaria dell'azienda. Poi a metà della settimana scorsa le prime assicurazioni da parte del sub commissario dell'Ilva, Edo Ronchi, che gli stipendi sarebbero stati pagati ("non ci sono pericoli nell'immediato" ha detto infatti Ronchi) e oggi la conferma dopo le verifiche che gli stessi dipendenti hanno direttamente fatto sui propri conti. Il pagamento degli stipendi è però solo una piccola schiarita.
L'Ilva, infatti, continua a rimanere con una situazione di cassa in profondo rosso. Prova ne è che le imprese appaltatrici continuano a non essere pagate per i lavori eseguiti e questo, a sua volta, si ripercuote sui dipendenti i quali, in diversi casi, attendono da qualche mese il saldo delle retribuzioni. Non a caso qualche giorno fa Ronchi è tornato a insistere perchè si trovi una soluzione immediata per far uscire l'Ilva dalla crisi finanziaria. Fra le ipotesi possibili, un finanziamento ponte da parte delle banche. L'Ilva ha avanzato la richiesta ed ha avviato la trattativa con le banche che viene seguita anche dal Governo.
Sul tema, però, non ci sono ancora segnali. Come osserva lo stesso sub commissario, le banche vogliono prima avere chiaro lo scenario societario dell'Ilva, ovvero se la famiglia Riva resta o meno proprietaria dell'azienda, se la famiglia Riva sottoscrive o meno l'aumento di capitale che proporrà loro il commissario Enrico Bondi sulla base del piano industriale, se ci sono o meno nuovi azionisti e quali sono. Altra ipotesi avanzata dall'azienda, l'utilizzo anticipato dei soldi che la Magistratura di Milano ha sequestrato ai Riva mesi fa per reati fiscali e valutari. Secondo Ronchi, sono 800 milioni accertati su 1,7 miliardi complessivi. Potrebbero essere utilizzati come anticipazione dell'aumento di capitale dell'azienda. Solo che bisognerebbe intervenire sull'ultima legge relativa all'Ilva, la quale ha sì previsto lo svincolo dei soldi sequestrati ma come terza ipotesi.
La prima, invece, è la partecipazione dei Riva all'aumento di capitale mentre la seconda è il coinvolgimento di investitori terzi a fronte di un rifiuto degli stessi Riva. Oltre alle incertezze finanziarie, nell'Ilva c'è preoccupazione anche per la vicenda di 57 dei 189 vigilanti di stabilimento dichiarati in esubero dall'azienda. Il 9 maggio è terminata la procedura di mobilità e, non essendoci stato accordo tra le parti, adesso l'azienda può procedere con i licenziamenti.
Sul piano giudiziario, infine, nell'udienza di oggi a Milano il ministero dello Sviluppo Economico ha chiesto di costituirsi parte civile nel processo a carico di Fabio Riva, di altre due persone e della società Riva Fire, la holding che controlla l'Ilva, per la presunta truffa allo Stato da cento milioni di euro. Un'istanza di costituzione come parte civile è stata presentata anche da Simest, società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti. Le difese si sono opposte alle richieste e i giudici delle terza sezione penale di Milano decideranno nella prossima udienza fissata per il 19 maggio.
Stando all'inchiesta dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici (uno dei tanti filoni aperti a Milano sulla famiglia Riva e sulle loro società), sarebbe stata creata una società ad hoc, l' Ilva Sa, per aggirare la normativa (la legge Ossola) sull'erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all'estero.(Sole24h)
Ilva, disposta consegna di Fabio Riva all’Italia da autorità giudiziaria UK
Le autorità britanniche hanno disposto la consegna all’Italia di Fabio Riva, figlio del patron dell’Ilva di Taranto
coinvolto nell’inchiesta per disastro ambientale. La comunicazione,
secondo l’agenzia Ansa, sarà ufficializzata a breve e non corrisponde
necessariamente al rientro di Riva, visto che quest’ultimo può fare appello.
Il 15 gennaio scorso si era conclusa presso la Westminster Magistrates Court
di Londra, l’udienza, durata in tutto quattro giorni, sulla richiesta
di estradizione da parte della magistratura italiana nei confronti di
Fabio Riva, vice presidente di Riva Fire, indagato nell’inchiesta per
disastro ambientale a carico dell’Ilva di Taranto e destinatario di
un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Taranto Patrizia Todisco.
I
legali di Fabio Riva faranno appello. Secondo l’ avvocato Nerio Diodà,
“al momento non cambia nulla” e Fabio Riva potrà restare a Londra fino
a che i magistrati britannici “non si pronunceranno sull’appello” della
difesa. Il sì all’estradizione riguarda il mandato d’arresto europeo
emesso dai magistrati di Taranto in relazione all’inchiesta per disastro
ambientale sull’Ilva.
Il 18 febbraio scorso il tribunale del Riesame di Milano
aveva confermato le ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip
Fabrizio d’Arcangelo ed eseguite lo scorso 22 gennaio nell’ambito di un
filone dell’inchiesta dei pm di Milano, Stefano Civardi e Mauro Clerici,
nella quale si ipotizzano i reati di associazione per delinquere e
truffa a carico di Fabio Riva e altre quattro persone.
Secondo l’indagine, con al centro una presunta truffa sull’erogazione di contributi pubblici
a sostegno delle esportazioni, l’Ilva avrebbe ottenuto indebitamente
fondi per 100 milioni di euro. I provvedimenti di arresto riguardano
Agostino Alberti, dirigente di Riva Fire, Alfredo Lomonaco e Barbara
Lomonaco di Ilva Sa (società svizzera del gruppo Ilva), Adriana
Lamsweerde di Eufintrade e anche Fabio Riva. Nei confronti del figlio
del patron dell’Ilva è stata chiesta l’estradizione in quanto vive da qualche tempo a Londra. Il 22 gennaio era stato emesso un mandato d’arresto europeo dall’autorità giudiziaria di Milano.(FQ)
Ilva, Emilio Riva a processo per maxievasione da 52 mln
Dovrà difendersi dall’accusa di aver frodato il Fisco, assieme a tre
manager, per un totale di oltre 52 milioni di euro, Emilio Riva, 87 anni
e fondatore del colosso siderurgico Ilva. L’anziano patron, già
indagato per disastro ambientale assieme ai figli nell’inchiesta della
Procura di Taranto, è stato infatti rinviato a giudizio dal gup di
Milano Anna Maria Zamagni per una maxi-evasione che sarebbe stata
realizzata nel 2007 attraverso una complicata operazione finanziaria per
non versare in Italia le tasse dovute dal gruppo.
Accogliendo la richiesta del pm di Milano Stefano Civardi, che fa parte
del pool coordinato da Francesco Greco, il giudice ha mandato a processo
anche Mario Turco Liveri e Agostino Alberti, all’epoca rispettivamente
responsabile finanziario e responsabile fiscale del gruppo dell’Ilva di
Taranto e anche Angelo Mormina, che era managing director di Deutsche
Bank Londra (non è più nell’istituto di credito dal 2012). Stando
all’imputazione, Emilio Riva e gli altri tre imputati per frode fiscale
«al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa
rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di
mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l’accertamento», avrebbero
portato avanti una complessa operazione di finanza strutturata all’unico
scopo di consentire alla «consolidata Ilva spa» l’abbattimento del
reddito, «mediante l’utilizzazione di elementi passivi fittizi» per
quasi 160 milioni di euro «e conseguentemente per la consolidante Riva
Fire spa (...) una pari riduzione della base imponibile e un’evasione di
imposta Ires pari a 52.463.213 euro».
Secondo le indagini della Gdf di Milano, in particolare, attraverso una
serie di contratti, tutti collegati tra di loro e sottoscritti tra
alcune società del gruppo e l’istituto di credito tedesco, gli utili
fatti dall’Ilva in Italia sarebbero stati trasferiti all’estero per
sfruttare un regime fiscale più favorevole e, allo stesso tempo,
sarebbero state fatte figurare perdite in Italia per pagare meno tasse.
Al centro dell’inchiesta c'è la dichiarazione dei redditi del 2008.
Intanto, però, l’Ilva al termine del contenzioso fiscale relativo alla
maxi-evasione ha già versato all’Agenzia delle Entrate circa 65 milioni
di euro.
Il processo si aprirà il prossimo 19 maggio davanti al giudice della
prima sezione penale, ma non è l’unica grana giudiziaria milanese per il
patron dell’Ilva. I pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, infatti, stanno
indagando sulla gestione del gruppo da parte della famiglia Riva almeno
su altri tre fronti. Lo scorso maggio, un primo troncone d’indagine ha
portato al sequestro di 1,9 miliardi di euro per i reati di truffa ai
danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni: i pm hanno
ipotizzato che il patron Emilio e il fratello Adriano Riva, assieme ad
alcuni professionisti, abbiano sottratto soldi dalle casse dell’Ilva,
nascondendoli in paradisi fiscali e facendoli poi rientrare in Italia
attraverso lo scudo fiscale. Gli inquirenti, inoltre, stanno indagando
anche sui rapporti tra la holding Rive Fire di Emilio Riva e la
controllata Ilva con l'ipotesi di appropriazione indebita ai danni dei
soci di minoranza. Infine, lo scorso 22 gennaio i magistrati milanesi
hanno emesso un mandato d’arresto europeo per Fabio Riva, uno dei figli
di Emilio che vive a Londra. È accusato di associazione per delinquere e
truffa aggravata ai danni dello Stato per aver messo in piedi, assieme
ad altri dirigenti, un sistema per ottenere illecitamente, tra il 2007 e
il 2013, circa 100 milioni di euro di stanziamenti pubblici. (GdM)