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lunedì 9 novembre 2015

Quisquilie renziane e regalini a Riva & co.

Fisco, Ilva assolta da accusa di frode da 52 milioni. Il governo Renzi ha depenalizzato il reato

L’intento con cui vengono fatte le leggi spesso si vede dai loro effetti: l’“abuso del diritto” non è più reato, e per questo il processo ai danni dell’ex patron dell’Ilva, Emilio Riva (morto nell’aprile 2014), due ex manager del gruppo e un dirigente della Deutsche Bank per una presunta frode da 52 milioni di euro si è concluso mercoledì con l’assoluzione degli imputati. È l’effetto del combinato disposto di due decreti attuativi della delega fiscale approvati dal governo Renzi ed entrati in vigore il primo ottobre. Il motivo? Hanno depenalizzato l’abuso del diritto, il comportamento che racchiude tutte le operazioni che, pur nel rispetto formale delle norme, realizzano vantaggi fiscali indebiti per le imprese, ma con effetti anche sulla frode fiscale realizzata proprio mediante esso.
Nel febbraio dello scorso anno, oltre a Emilio Riva, erano stati mandati a processo Mario Turco Liveri e Agostino Alberti, rispettivamente responsabile finanziario e responsabile fiscale (nonché componente del cda) del gruppo Riva, e Angelo Mormina, per l’incarico avuto in qualità di managing director di Deutsche Bank (filiale di Londra). L’accusa nei loro confronti era di aver violato l’art. 3 della legge 74/2000 (“dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici”), al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l’accertamento, indica elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi. In questo caso, l’accusa era di aver “creato” elementi passivi fittizi per poter poi pagare meno tasse.
Gli indagati, in sostanza, nella dichiarazione dei redditi per il 2007 “ponevano in essere una complessa operazione di finanza strutturata all’unico scopo di consentire alla consolidata Ilva Spa l’abbattimento del reddito, mediante l’utilizzazione di elementi passivi fittizi per 158 milioni di euro e conseguentemente per la consolidante Riva Fire Spa, una pari riduzione della base imponibile per un’evasione di imposta Ires pari a 52,4 milioni di euro”, si leggeva nel capo di imputazione. Ieri la prima sezione penale non ha fatto altro che accogliere la richiesta del pm Stefano Civardi formulata proprio alla luce delle modifiche apportate dalla riforma fiscale alla legge 74 del 2000: gli imputati hanno pagato le sanzioni amministrative (per Emilio Riva il reato si è estinto con la sua morte).
Cos’è successo? Il primo decreto fiscale ha depenalizzato l’abuso del diritto, mentre il secondo (che ha riformato i reati tributari) ha chiarito che questo non può essere associato alla frode prevista dall’art. 3 della legge del 74 del 2000. In esso sono state ricomprese le “operazioni simulate oggettivamente o soggettivamente” (art. 1), che però non integrano quelle previste dall’abuso d’ufficio. E per quest’ultimo restano solo le sanzioni amministrative. “Il fatto non è più previsto dalla legge come reato” è infatti la formula scritta nel dispositivo con cui al Tribunale di Milano si è chiuso il processo.
Nel febbraio scorso, il pm Francesco Greco, capo del pool reati finanziari della Procura di Milano si era detto preoccupato in relazione ai decreti fiscali per “il contrasto che si potrebbe creare tra frode fiscale e abuso del diritto, perché io non ho mai visto un caso di abuso del diritto che non fosse fraudolento”. Il contrasto è stato sanato così. Nell’aprile scorso, Confindustria ha esultato per il varo del decreto sull’abuso del diritto da parte del Consiglio dei ministri: “Finalmente l’Italia si dota di una norma generale anti-elusiva come richiedevamo da tempo”.
di Carlo Di Foggia e Valeria Pacelli da Il Fatto Quotidiano del 29 ottobre 2015

martedì 7 luglio 2015

Era meglio darli alla Grecia!

Ilva, 1,2 miliardi sequestrati ai Riva fermi in Svizzera per ricorso eredi

In Italia hanno rinunciato all’eredità del padre, l’ex patron di Ilva Emilio Riva. Ma in Svizzera la rivendicano. E così nonostante il via libera da parte dell’autorità elvetica, i circa 1,2 miliardi di euro che erano stati sequestrati su richiesta della magistratura italiana presso diversi conti Ubs ad alcuni componenti della famiglia Riva non sono ancora rientrati in Italia. A bloccare il trasferimento dei fondi, appunto, è il ricorso presentato al Tribunale federale di Bellinzona — per bloccare il provvedimento col quale la Procura di Zurigo, in conformità con la richiesta della magistratura italiana, aveva disposto la revoca del blocco del denaro depositato presso Ubs — fatto da due figlie di Emilio Riva: l’11 maggio scorso il tribunale di Milano aveva disposto il rientro in Italia dei fondi, accogliendo la richiesta dei commissari dell’Ilva di Taranto che grazie a quei soldi potranno emettere bond di pari valore per il risanamento ambientale e sanitario dell’impresa. Mancava il via libera al passaggio da conti Ubs in Svizzera a Ubs in Italia, sotto il controllo del Fug (Fondo giustizia) da parte delle autorità elvetiche, e ora che questo è arrivato sono le figlie di Emilio Riva a opporsi al trasferimento. E il risanamento della più grande acciaieria d’Europa può attendere perché l’effetto del ricorso presentato dalle figlie di Emilio Riva, morto più di un anno fa, è quello di sospendere lo sblocco dei fondi destinati all’Ilva. Nei prossimi giorni arriverà la decisione nel merito del Tribunale di Bellinzona, ma intanto tutto è bloccato. La rinuncia all’eredità del padre in Italia potrebbe essere stata decisa dalle figlie di Emilio Riva per sottrarsi alle pretese dei creditori.
La provenienza dei fondi
Il complicato iter per riportare la somma in Italia, come previsto dal decreto «Salva Ilva» convertito in legge il 3 marzo scorso, subisce quindi l’ennesimo stop. I soldi erano stati sbloccati il 19 giugno dalla magistratura elvetica e precedentemente erano stati sequestrati alla famiglia Riva nel 2013 per reati finanziari e valutari. La somma, appena disponibile, verrà messa a disposizione del commissario straordinario dell’Ilva, Pietro Gnudi, in modo che questi possa convertire l’intero importo in obbligazioni destinate a essere lanciate sul mercato e poi utilizzate a vantaggio dello stabilimento di Taranto, come previsto dal decreto. La somma di 1,2 miliardi era stata sequestrata nell’ambito dell’inchiesta avviata dalla Procura di Milano contro Adriano Riva e due commercialisti accusati di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni. Secondo l’ipotesi accusatoria, formulata dai pm Mauro Clerici e Stefano Civardi, sarebbero soldi volutamente distratti dalle casse dell’Ilva per essere poi trasferiti nell’isola di Jersey, paradiso fiscale nel canale della Manica. In particolare, secondo il Gip di Milano, quei fondi costituivano il frutto di alcuni reati commessi dagli indagati in danno della società Fire Finanziaria, poi divenuta Riva Fire, quindi portati illegalmente all’estero attraverso il loro occultamento in otto trust domiciliati in un paradiso fiscale e poi fatti riemergere attraverso lo scudo fiscale del 2009 ma in maniera irregolare. (CdS)

sabato 21 marzo 2015

Il tesssooorooo!


Ilva, udienza il 9 aprile a Milano sulla richiesta di sblocco di 1,2 miliardi di euro dei Riva

E' stata fissata un'udienza, che si terra' il prossimo 9 aprile davanti al gip di Milano Fabrizio D'Arcangelo, per discutere la richiesta dei legali del commissario straordinario dell'Ilva di Taranto, Piero Gnudi, di sbloccare un miliardo e 200 milioni di euro sequestrati dai magistrati milanesi nel 2013 ai fratelli Emilio e Adriano Riva e a due loro consulenti. Soldi gia' dissequestrati lo scorso ottobre dal giudice per essere trasferiti nelle casse dell'Ilva in vista degli interventi di risanamento necessari, ma ancora bloccati su conti in Svizzera.
Lo scorso 28 ottobre, infatti, il gip D'Arcangelo aveva dato l'ok al dissequestro del miliardo e 200 milioni di euro sequestrati nell'ambito dell'inchiesta del procuratore aggiunto Francesco Greco e dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici nel maggio del 2013 ai fratelli Emilio (morto l'anno scorso) e Adriano Riva e a due loro consulenti. Secondo il gip, infatti, il "diritto all'ambiente salubre, al lavoro e alla salute" devono prevalere su quello "proprietario" e sugli "interessi patrimoniali". Era stata accolta, dunque, la richiesta avanzata dal commissario straordinario Gnudi e dal suo legale, Paola Severino, in seguito all'entrata in vigore della legge 'Terra dei fuochi'.
La maggior parte dei fondi riconducibili ai Riva sono rimasti, pero', bloccati su conti Ubs in Svizzera, malgrado il provvedimento del gip. La Svizzera, infatti, non ha dato seguito alle richieste dei magistrati relative al dissequestro ed e' servito un intervento normativo. Lo scorso 3 marzo, poi, e' diventato legge il decreto 'Salva-Ilva' che, tra le varie cose, facilita il trasferimento in Italia dei soldi dissequestrati: le somme verranno convertite in obbligazioni emesse dall' amministrazione straordinaria e destinate alla realizzazione dell'Aia (Autorizzazione integrata ambientale). Da qui la nuova istanza che verra' discussa il 9 aprile. Servira', poi, un nuovo provvedimento del gip per far rientrare i soldi in Italia.(Quot)

giovedì 15 gennaio 2015

Magistrati concreti e politici azzeccagarbugli

Ilva di Taranto, in audizione al Senato i magistrati smontano il decreto del governo Renzi

Si è tenuta presso il Senato della Repubblica il 14 Gennaio 2015, in seduta congiunta l'audizione informale del procuratore capo di Taranto, Francesco Sebastio, del procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, e del sostituto procuratore di Milano, Stefano Civardi, nell'ambito dell'esame del ddl n. 1733 (Decreto-legge ILVA).
L'audizione è durata oltre un'ora e mezzo, durante la quale i magistrati hanno esposto moltissime osservazioni alcune anche molto forti, quasi ad esternare un senso di sconforto nei confronti del legislatore (in questo caso il Governo) incapace di scrivere buone norme. Durante l'audizione il Procuratore di Milano Francesco Greco ha detto criticando il DL : "Non posso altro che auspicare il rispetto pieno dei criteri previsti dalla legge Marzano" ha poi aggiunto "noi siamo stanchi, di continuare nelle nomine di persone da parte del Mise o del Ministero dell'Industria in passato, che fanno sì che le gestioni di queste crisi diventino dei poltronifici" continua Greco dicendo "ho gestito crisi come quelle della Parmalat e Montedison, ci vuole gente preparata e capace, che stia a tempo pieno a lavorare, che non si prenda questo come uno dei cinquanta incarichi da svolgere";
In questo video i punti salienti degli interventi dei PM.



Greco: "Non riesco a capire perché si facciano leggi in questo modo, forse è un problema di gestione del potere";
Greco: "Una elargizione tout court dello Stato all'Ilva, ovvero una confisca preventiva di questo denaro senza una contropartita, potrebbe avere problemi di tipo costituzionale, rilievi in sede di Corte Europea e si potrebbe configurare una forma di aiuti di Stato"
Sebastio : "In merito alla questione dell'80%"; ad esempio, la prescrizione ricoprire i parchi minerari, vale come quella di mettere un cartello?";
Sebastio :" in merito alla norma sulla non punibilità del commissario dell'amministrazione straordinaria, non è chiara, non si capisce chi rientri in questa "impunibilità" quando si parla di soggetti delegati si intendono anche i direttori dello stabilimento che oggi sono imputati?";
Sebastio : riferendosi alla norma dell'80% relativa alle prescrizioni chiede" 80% e 20% ma dei lavori fatti o dei lavori appaltati?"; Infine ancora il procuratore di Milano, Greco pone la questione trasparenza, afferma infatti che sembra nessuno si sia posto il problema della trasparenza e che 2 miliardi di € sono la cifra più grossa mai spesa in italia, occorrerebbe una forma di controllo pubblico.
Hanno chiesto di poter lavorare meno dal punto di vista interpretativo delle norme, per cui i magistrati chiedono di rivedere il testo del decreto scritto dal Governo Renzi e di essere più specifici nella formulazione delle leggi. (Beppegrillo)

Vendola: se chiude l'Ilva non c'è futuro per la città di Taranto

“Se dovesse chiudere l’Ilva dubito che potremmo essere di fronte alla possibilità di dibattere del futuro di Taranto: oggi si può avere un’acciaieria sostenibile. La chiusura dell’Ilva sarebbe un colpo al sistema industriale nazionale”. Lo afferma il governatore della Puglia Nichi Vendola, in audizione in commissione Industria al Senato nell’ambito dell’esame del decreto sull'Ilva, citando l’esempio di Bagnoli.
“In questo momento ci sono 500 milioni cantierizzati per il porto – spiega Vendola – 200 milioni pronti per il nuovo grande ospedale di Taranto; è in corso di costituzione un registro tumori di Taranto. Il ciclo della salute insieme a quello delle bonifiche non è un ciclo del rapporto”.
«L'AIA VA FATTA AL 100%» - "Non è sopportabile la parcellizzazione. Solo l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) nella sua interezza può garantire" salute e ambiente altrimenti potrebbe anche aprirsi "il rischio di esporre il Paese a infrazioni comunitarie". Vendola chiede quindi di "cassare la norma dell’80%" sull'applicazione delle prescrizioni Aia. "Ci chiediamo perchè proprio l’80%? Siamo di fronte a una nuova proroga?", dice.
“Parliamo di interventi indispensabili”, osserva Vendola citando tra questi per esempio quelli sui “parchi minerali”, per la data che va dal 31 luglio 2015 in poi (primo step di una serie di prescrizioni). Se non si riesce a rispettare le prescrizioni e i tempi dell’Aia, spiega Vendola, “l'Ilva dovrebbe presentare adeguate motivazioni sui ritardi e poi rimettersi al giudizio dell’Autorità”, come il ministero dell’Ambiente. Poi per la Regione Puglia sarebbe il caso di “cassare anche l'impunibilità” del commissario (comma 6 art.2). Tra l’altro Vendola chiede di “riattribuire la vigilanza a un ente terzo, a un garante”. Da “cassare” anche la parte del decreto sulle discariche (art.4). Infine “serve una chiara demarcazione tra le risorse destinate alla riqualificazione dell’Ilva e le risorse per il rilancio e lo sviluppo dell’area di Taranto”.
SI DEVE RISPETTARE AMBIENTE ED OCCUPAZIONE - “E' l’ennesimo decreto. Riteniamo che la decretazione di urgenza non sia lo strumento più idoneo”, soprattutto perchè “i commissari hanno via via espropriato le procedure ordinarie senza tuttavia ottenere miglioramenti ambientali”. Vendola segnala comunque “alcuni aspetti che valutiamo positivamente” come l’introduzione del “nuovo protagonismo dello Stato”.
“Per la Regione qualsiasi salvaguardia del siderurgico più grande d’Europa deve rispettare due requisiti, che ci sia la tutela dei livelli di occupazione e che la produzione sia rispettosa dell’ambiente”, aggiunge Vendola. “Con la decretazione d’urgenza si è provocato un impoverimento dei procedimenti ordinari – osserva il governatore pugliese – e si è andati sempre più verso un regime monocratico: e non si può dire che a questo sia corrisposto un miglioramento ambientale, anzi”, prosegue, si è avuta richiesta di proroga e dilatazione dei tempi dell’Aia. “Riteniamo però necessario – rileva Vendola parlando del nuovo decreto Ilva – che accanto al livello di governance dello Stato ci sia anche una governance scientifica per la salute e l'ambiente, potenziando il Centro salute e ambiente istituito dalla Regione nel 2012, garantendo specifiche risorse. Bisogna poi potenziare l’organico Arpa, perchè se lo Stato ci chiede di fare una guerra, ebbene non la possiamo fare senza un esercito”; in proposito viene proposto un emendamento ad hov per autorizzare, “in deroga agli attuali vincoli, la copertura del 60% dei posti della dotazione organica generale dell’Agenzia, per raggiungere 498 unità a tempo indeterminato” per “garantire il completamento e lo sviluppo delle attività sul territorio tarantino”. (GdM)

Sindaco di Taranto: si chiarisca il problema dell'Aia all'80%

“Occorre chiarire cosa riguarda l'80% e stabilire un termine temporale per la realizzazione del restante 20%” dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale). Così il sindaco di Taranto Ippazio Stefano in audizione in commissione Industria sul nuovo decreto Ilva. “Serve più precisione nel dire quando avverranno gli interventi e quando arriveranno i finanziamenti per l’attuazione delle prescrizioni ambientali – osserva poi Stefano – se ci dicono che tra 15 giorni almeno questi arriveranno cominciamo a parlare di cose concrete. Noi non vogliamo gestire le risorse, vogliamo che sia il ministero. Noi programmiamo quello che vogliamo fare e chiediamo di essere controllati sull'utilizzo”.
Il sindaco critica poi la diminuzione di controllo da parte del territorio, e il venir meno del controllo all’Arpa: “Si toglie la possibilità di verificare come vanno le cose”. Poi dice che inizierà presto, “a giorni”, la bonifica del quartiere Tamburi: è “già stata preparata la tensostruttura dove verrà depositato il terreno prelevato, terreno inquinato. Abbiamo bisogno di riavvicinare i cittadini alle istituzioni”. (GdM)

martedì 28 ottobre 2014

Si stappa champagne. Si tapperanno le emissioni tossiche?

Ilva, gip accoglie richiesta commissario straordinario. Sbloccati 1,2 miliardi

Il Gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo ha accolto la richiesta avanzata dal commissario straordinario dell’Ilva Piero Gnudi di sbloccare e trasferire nella casse del gruppo 1,2 miliardi di euro circa, cifra sequestrata dalla procura di Milano nell’inchiesta a carico di Adriano Riva e due commercialisti.
La richiesta di dissequestrare della somma da parte dei legali del commissario Gnudi era stata presentata l’11 settembre scorso. Le parti hanno discusso davanti al giudice D’Arcangelo in una udienza che si è svolta il 17 ottobre scorso. In quella occasione, la difesa della famiglia Riva aveva sollevato questione di legittimità costituzionale riguardo la legge denominata "Terra dei fuochi", usata dai legali di Gnudi per avanzare la richiesta di dissequestro.
Il giudice D’Arcangelo, nell’accogliere la domanda del commissario, ha indicato che è stata "accertata la manifesta infondatezza" delle questioni di legittimità costituzionale e che, quindi, "occorre rilevare come sussistano nel caso di specie tutti i presupposti per procedere al trasferimento previsto dalla norma", ovvero i fondi potranno essere utilizzati per il risanamento ambientale dell’Ilva di Taranto. Il Gip ha disposto che i beni sequestrati siano convertiti in azioni "a titolo di futuro aumento di capitale" dell’Ilva, spiegando che "le azioni di nuova emissione dovranno essere intestate al Fondo unico giustizia e, per esso, al gestore ex legge Equitalia Giustizia spa".
Il sequestro era stato eseguito nel maggio 2013 e riguardava circa 1,2 miliardi di euro. Il sequestro, eseguito dalla Guardia di Finanza, era stato disposto dallo stesso Gip Fabrizio D’Arcangelo, su richiesta dei pm Mauro Clerici e Stefano Civardi. In quella occasione, nell’ordinanza di sequestro si giustificò la decisione, indicando che i fondi "costituiscono il provento dei delitti di appropriazione indebita continuata e aggravata" da parte degli indagati "ai danni della Fire Finanziara spa (oggi Riva Fire, ndr), di truffa aggravata, di infedeltà patrimoniale e di false comunicazioni sociali, oltre che di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e di trasferimento fraudolento di valori".
In questa inchiesta risultano indagati Adriano Riva e due consulenti della famiglia: Franco Pozzi ed Emilio Gnech, accusati di riciclaggio. Era stato iscritto nel registro degli indagati anche Emilio Riva, deceduto nel frattempo. La richiesta di Gnudi di dissequestrare le somme e di farle tornare nella disponibilità della società Ilva è stata possibile in quanto il 21 agosto scorso è entrata in vigore la legge cosiddetta "Terra dei Fuochi", la quale prevede la possibilità di utilizzare i fondi sequestrati in procedimenti diversi da quello per reati ambientali (condotto dalla procura di Taranto), per il risanamento degli impianti dello stabilimento pugliese. (GdM)

martedì 21 ottobre 2014

Il senso dei Riva per gli "affari"

«Ilva, da Riva la volontà di realizzare sistema frode»

La volontà di Emilio Riva, il proprietario dell’Ilva morto lo scorso aprile e del figlio Fabio "era quella di realizzare un sistema" di "frode" "che potesse essere da loro interamente gestito e controllato, finalizzato a  vendere a clienti esteri i beni prodotti", dalle acciaierie di Taranto "ottenendo il pagamento in contanti e nel contempo beneficiando delle agevolazioni in assenza del presupposto della dilazione".
E' un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta truffa ai danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva a 6 anni e mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato della svizzera Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva Fire Spa a 1,5 milioni di euro di multa.
I giudici che tre mesi fa hanno anche disposto la confisca di beni mobili e immobili a tutti gli imputati fino a raggiungere la somma di 90,8 milioni di euro e una provvisionale di 15 milioni da versare al ministero dello sviluppo economico, hanno sottolineato che il sistema architettato dai Riva padre e figlio "doveva consentire non solo la percezione del contributo ma anche la possibilità di trattenere all’estero quanto più denaro possibile".

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CON SOCIETA' SVIZZERA PROVENTI ILLECITI
"La Ilva sa ha (...) rappresentato per il gruppo Riva lo strumento per poter direttamente incamerare i proventi illeciti derivanti dall’operatività di un sistema di operazioni finanziarie ineccepibile solo dal punto di vista formale". Sistema che sarebbe stato architettato per un "programma di arricchimento della holding", la Riva Fire.
E’ quanto viene sostenuto nelle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta truffa ai danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva a 6 anni e mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato della svizzera Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva Fire Spa a 1,5 milioni di euro di multa.
Per i giudici Ilva sa, la società elvetica priva di una "reale struttura operativa" e che sarebbe stata costituita con lo scopo di aggirare la normativa (la 'legge Ossolà) sull' erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all’estero, "non aveva alcuna autonomia ed era interamente eterodiretta dalla Ilva spa". In più, a parere del collegio della terza sezione penale, la società svizzera del gruppo, di cui la "fittizietà" come trader è "inequivocabile" non ha mai avuto un guadagno dalla sua operatività e "la merce, inoltre, non veniva mai consegnata alla Ilva sa e veniva direttamente trasportata al cliente finale partendo direttamente dallo stabilimento dell’Ilva di Taranto".
Per il Tribunale dunque è accertata l’ipotesi dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, secondo cui sarebbe stata creata  una società ad hoc in Svizzera, per l’appunto l’Ilva Sa, che avrebbe avuto lo scopo di aggirare la 'legge Ossola'. In sostanza, la norma prevede che le società che hanno commesse estere ma ricevono i pagamenti in modo dilazionato nel tempo (dai 2 ai 5 anni), possano ricevere stanziamenti da Simest.
L'Ilva, però, secondo l’accusa, non avrebbe potuto incassare questi fondi in quanto veniva pagata con dilazioni che non oltrepassavano i 90 giorni. E così, in base alle indagini, sarebbe stata costituita la società elvetica, con sede a Manno, nel Canton Ticino, che prendeva le commesse all’estero e poi si interfacciava con l’Ilva spa. E questo, si ipotizza, per dilazionare nel tempo i pagamenti e poter usufruire della normativa sulle erogazioni pubbliche.
In tale 'sistemà, "l'interesse dell’ente Riva Fire spa – si legge nelle motivazioni – da cui muove l’intera attività delittuosa ed a cui si ispira programmaticamente, si esprime nell’attività di regista, la cui ingerenza continua e soverchiante svilisce la singola autonomia delle controllate Ilva Sa e Ilva spa fino a renderle, con particolare riguardo all’operazione legata ai contributi erogati da Simest, società meramente asservite al programma di arricchimento della holding". (GdM)

martedì 22 luglio 2014

Un'altra medaglia al valore di famiglia: di padre in figlio!

Ilva: Fabio Riva condannato a 6 anni e 6 mesi


Tutti colpevoli di truffa ai danni dello stato. Nel processo che apre la stagione giudiziaria milanese a carico della famiglia Riva, proprietaria del gruppo siderurgico Ilva, è la procura a segnare il primo punto a favore. Il dispositivo, letto dal presidente Giulia Flores Tanga della terza sezione penale del Tribunale, è arrivato dopo dodici udienze condotte a ritmo serrato per i tempi usuali della giustizia italiana. Sono bastati, infatti, poco più di due mesi e mezzo per giungere a questa decisione, che prevede una condanna a 6 anni e 6 mesi di carcere per Fabio Riva, che si trova ancora a Londra e sui cui pende un mandato di estradizione, cinque anni per Alfredo Lo Monaco, cittadino italo-svizzero proprietario della finanziaria Eufin Trade e tre anni per Agostino Alberti, che al momento dei fatti contestati rivestiva il ruolo di direttore amministrativo della società Riva Fire, la holding del gruppo di proprietà della famiglia di industriali siderurgici. La condanna nei confronti di Fabio Riva è più pesante della richiesta dei pm Mauro Clerici e Stefano Civardi, che avevano proposto una pena di 5 anni e 4 mesi. Agostino Alberti è l'unico degli imputati a cui sono state concesse le attenuanti generiche.

Una penale anche per Riva Fire, ritenuta responsabile ex legge 231 del 2001 e condannata a pagare 1,5 milioni di euro, oltre al divieto di accedere a finanziamenti statali per 12 mesi e alla revoca di tutti quelli già concessi. L’elenco delle decisioni non finisce qui: il tribunale ha rinviato a un ulteriore giudizio – in sede civile - la richiesta del ministero dello Sviluppo economico di condannare la Riva Fire al pagamento di 120 milioni di danni. È stata però stabilita una cosiddetta provvisionale di 15 milioni, che Riva Fire dovrà pagare subito.

COME FUNZIONAVA LA TRUFFA
Che cosa hanno esattamente contestato i giudici agli imputati? Spiegare questa truffa non è semplice. In sostanza è stata loro addebitata la creazione di un meccanismo grazie al quale riuscivano ad ottenere fondi statali senza averne diritto, attraverso l’esportazione di tubi per svariati usi. I soggetti di questo meccanismo sono la capogruppo Ilva spa; la consociata svizzera Ilva Sa, con sede a Manno nel Canton Ticino, che acquistava le merci dalla ditta italiana per poi rivenderle ai clienti finali internazionali (una classica “trading company”); la Eufin Trade, una finanziaria anch’essa elvetica che di mestiere faceva il “forfaiting”, ovvero lo sconto pro soluto di cambiali e infine la Simest, la società pubblica che erogava il contributo in base alla cosiddetta legge Ossola. Ovvero una normativa nata per finanzia parte degli interessi passivi bancari sostenuti dalla imprese esportatrici in determinati settori (macchinari, impianti), quando concedono importanti dilazioni di pagamento ai loro compratori, concretamente fino a cinque anni. Esiste in tutti gli stati Ocse e si può dire che sia l’unica forma di “aiuto di stato” regolare. Ma i Riva creavano fittiziamente queste dilazioni grazie alla svizzera Ilva Sa, che acquistava la merce dall’Italia per poi rivenderla a clienti finali, i quali in realtà pagavano sempre in contanti.

La società elvetica emetteva dunque delle cambiali internazionali (chiamate “promissory note”) della durata di cinque anni sull’85 per cento del debito verso la Spa italiana (il restante 15 per cento doveva essere saldato subito per legge) e le portava subito allo sconto presso Eufin Trade, la quale si era già accordata con la stessa Ilva Sa per il suo riacquisto, in modo da chiudere l’operazione senza che realmente i soldi si muovessero. Ma attivando il contributo Simest per coprire gli interessi passivi nati da questo sconto di cambiale, che venivano veicolati in Svizzera da dove non rientravano più, uscendo dal faro del Fisco italiano. I contributi in realtà non erano dovuti perché con il riacquisto delle cambiali nessun credito era più attivo, ma questo a Simest non veniva comunicato e l’ente erogatore saldava invece il dovuto per i cinque anni. La stessa Eufin Trade, che in teoria avrebbe dovuto svolgere un compito molto rischioso e fino a non molto tempo fa vietato in Italia dalla Banca d'Italia, in realtà come si è visto non aveva di fatto nessun rischio perché rivendeva subito all’emittente le cambiali, finendo per essere solo un ingranaggio di questo disegno truffaldino.


LE INTERCETTAZIONI: “A BONDI I SOLDI PUZZANO?”
L’importanza di questo procedimento non si ferma, però, alla semplice scoperta della truffa, che tra il 2008 e il 2013 aveva permesso di incamerare fondi per circa 100 milioni di euro, l’85 per cento veicolati in Svizzera e divisi tra Ilva sa ed Eufin Trade. È stato utile per cercare fare luce sul complicato rapporto di forze che si è creato tra le procure che indagano sui reati dell’Ilva, la famiglia Riva, i commissari straordinari e il governo, che ha effetti paradossali, come si vedrà.

Il ruolo del commissario Enrico Bondi, ad esempio. Rimosso nel giugno scorso dopo una lunga pressione di Federacciai, guidata dall’industriale Antonio Gozzi (gruppo Duferco), cui il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha alla fine ceduto, nominando al suo posto Piero Gnudi, ex presidente dell'Enel e consigliere “a titolo gratuito” del ministro Guidi. Una scelta che, almeno in un primo momento, non dev'essere per nulla dispiaciuta ai Riva, che nei confronti di Bondi avevano aperto un fuoco di sbarramento che sul governo qualche effetto sembra averlo avuto. Perché tanta ostilità nei confronti di Bondi che, in fondo, era stato lo stesso Emilio Riva a chiamare al capezzale del gruppo Ilva poco prima del commissariamento, con lo scopo di tentare un salvataggio in extremis?
Forse c'entra proprio l'indagine giudiziaria milanese. Una volta insediatosi, infatti, era stato proprio il manager aretino a bloccare l’operatività della società svizzera Ilva Sa, nella convinzione che quello schema operativo fosse truffaldino. Una scelta che aveva consentito proprio al ministero dello Sviluppo Economico – parte civile in questo procedimento – di arrestare la truffa che lo vedeva come parte lesa. La mossa di Bondi, però, era stata accolta con qualche sconcerto fra i manager dell'Ilva più vicini ai Riva: A tal proposito i pm hanno evidenziato una gustosa intercettazione di uno di loro che, parlando con la Eufin Trade, diceva: «Sì, la nuova direzione, qui, gli puzzano i soldi. Facevamo i business finanziari, no, non va bene, non gli piacciono, qui al commissario e a tutta la sua banda... e allora non scontiamo più (le promissory note, ndr), basta». Continuava il manager: «È un business della miseria, gli puzzano i soldi al nuovo commissario? Stanno rivoluzionando più Milano che non Taranto. Era da sanare Taranto, sembra che devono sanare gli uffici di Milano, cacchio, che casino». Per poi concludere con una dichiarazione plateale: «Che strana banda è la banda del Commissario, non ha imparato l’Abc, pecunia non olet».


MA RENZI SALVA IL TESORO DEI RIVA
Già, pecunia che non olet. lo sanno bene i Riva che rivendicano per Ilva ancora un ruolo nonostante i guasti della loro gestione. Lo ha ben evidenziato Claudio Riva in una lunga intervista a “Il Sole 24 Ore”, dove diceva che la famiglia era pronta a investire ancora sulla società, anche se non da sola. Ma sono gli stessi Riva cui la procura di Milano contesta di aver succhiato indebitamente almeno 1,7 miliardi di euro, finiti in trust di Jersey e parzialmente sequestrati in Svizzera? Ecco che tornano le grandi contraddizioni di questa complicata vicenda, sulla quale giovedì 10 luglio è intervenuto il governo di Matteo Renzi, con un decreto che permetterà alle banche di continuare a finanziare la società, ora virtualmente al dissesto. E qui c'è un ulteriore giallo: nelle bozze preliminari del decreto compariva un passaggio che bloccava la possibilità del commissario di utilizzare per il risanamento ambientale i fondi sequestrati ai Riva, uno stop salutato con grande apprezzamento dal fronte degli industriali e della famiglia Riva. Nel testo finale quel passaggio è però sparito. Il governo Renzi ha infatti dato ai legali l'incarico di studiare se questa mossa, che Bondi non ha mai fatto mistero di voler mettere in pratica, è legittima oppure no.

Nel frattempo, però, il governo sembra voler andare oltre. Renzi e il ministro Guidi sembrano preferire un'altra ipotesi: vorrebbero che il piano industriale per il salvataggio dell'Ilva venisse predisposto dai nuovi azionisti, e il neo commissario Gnudi sta tentando di mettere insieme una cordata che comprenda il gruppo anglo-indiano Arcelor-Mittal e alcuni industriali italiani. Stando alle indiscrezioni di stampa, però, la possibile cordata avrebbe fatto sapere di ritenere esagerati i costi stimati per il risanamento ambientale, e di non aver intenzione di farsene carico in toto. Di qui il problema, anche politico, perché annunciare adesso che il risanamento si farà solo in parte è una mossa che può far esplodere le tensioni in città. E bloccare l'utilizzo dei fondi sequestrati ai Riva – previsto esplicitamente dal governo di Enrico Letta – sarebbe un'ulteriore decisione difficile da digerire. Eppure, e la procura di Milano è stata molto chiara su questo punto, il procedimento giunto oggi a sentenza con la condanna di Fabio Riva nasce proprio dalle inchieste tarantine, di cui costituisce una sorta di completamento logico, con la ricostruzione dei passaggi salienti tra l’impoverimento dell’Ilva, anche ai danni di ambiente e salute pubblica, e l’arricchimento della famiglia.

Per il governo, i fronti caldi non finiscono qui. Una prima questione da risolvere riguarda il futuro ruolo dei Riva, che in teoria hanno la possibilità di sottoscrivere l'aumento di capitale dell'Ilva (se mai si farà) e restare azionisti. La seconda è quella dei rapporti con le banche, che hanno messo i bastone fra le ruote a Bondi e che ora, con il decreto del governo Renzi, sono chiamate a anticipare nuova finanza. Nella propria relazione di fine mandato, l'ex commissario Bondi aveva ricostruito con precisione le responsabilità delle banche, spiegando come gli istituti non avessero voluto far fronte alle necessità dell'Ilva «prima di conoscere la consistenza di eventuali apporti a titolo di capitale»: ovvero prima conoscere chi sarebbero stati i nuovi azionisti. Come dire: i soldi dei Riva non si toccano. Era stato un debito molto marginale nei confronti del Banco Popolare guidato da Pier Francesco Saviotti a far finire fuori strada il tentativo di Bondi: «Da ultimo il gruppo Banco Popolare ha sospeso gli affidamenti concessi al gruppo Ilva e, con lettera in data 23 maggio 2014, ha chiesto il rientro dell'esposizione per circa 25 milioni di euro», continua la relazione dell'ex commissario.

Anche qui, però, le evidenze ricostruite dai pm di Milano rivelano come l'esposizione delle banche nei confronti dei Riva fosse enorme. Fra tutti spicca il ruolo di Intesa SanPaolo, che vanta crediti per un miliardo di euro su Ilva e di 300 milioni su Riva Fire, l'azienda di famiglia. Attraverso la partecipata Soditic era Intesa a svolgere il ruolo di “forfaiter” per Ilva. Ed era stata la stessa banca, incredibilmente verrebbe da dire per com’è andato questo processo, a presentare ai Riva il già citato Alfredo Lo Monaco e la sua Eufin Trade, risultati poi parti fondamentali della truffa. Intesa quel lavoro non lo vuol più fare: troppo rischioso dicono i suoi funzionari, ma si riserva per se
il ruolo di banca agente dove Simest deposita i soldi che poi prendono la via della Svizzera. Quanto era conscia la banca di questo meccanismo? La domanda resta sospesa. Lo stesso avvocato Nerio Diodà ,che difende Fabio Riva, si sbilancia sulla banca guidata oggi da Carlo Messina: «Va detto con serenità che Intesa aveva un ruolo assolutamente essenziale, prima con Soditic, che poi si scopre che costa troppo il loro sconto, e quindi è la stessa banca che indica Eufin Trade al gruppo Riva. E abbiamo le prove testimoniali che prima di questo momento non vi erano rapporti o relazioni con Eufin Trade da parte del gruppo Riva».

SI FA AVANTI ANCHE IL FISCO SVIZZERO
Se non bastasse tutto ciò per qualificare questo processo come un caotico e ancora incompleto puzzle di personaggi e situazioni, arriva anche la richiesta del Fisco elvetico di sbloccare parte delle somme sequestrate dai pm alla svizzera Ilva Sa per pagare le imposte, pari a 870 mila franchi su una società che i pm considerano fittizia ed esterovestita, quindi inesistente, tanto che c’è un’indagine in corso. In procura, dicono alcune indiscrezioni, c'è chi ritiene che il modo migliore per fronteggiare una situazione così complessa sia far ricorso alla legge Marzano, come si chiama il dispositivo che permette di dar corso alla riorganizzazione di un'azienda in stato d'insolvenza, utilizzato in passato per Parmalat, ad esempio. Ma fra coloro che hanno voluto silurare Bondi quest'ipotesi è vista come fumo negli occhi. Perché la famiglia Riva e le banche, a quel punto, resterebbero a bocca asciutta. (L'Espresso)

lunedì 12 maggio 2014

Navigazione a vista

Ilva Taranto stipendi salvi ma resta la crisi finanziaria

Stipendi salvi all'Ilva. Oggi sono state infatti accreditate sui conti degli 11mila dipendenti dello stabilimento di Taranto le retribuzioni di aprile. Erano a rischio sino ad alcuni giorni fa. O meglio, questa la preoccupazione che si era diffusa nel siderurgico a causa della crisi finanziaria dell'azienda. Poi a metà della settimana scorsa le prime assicurazioni da parte del sub commissario dell'Ilva, Edo Ronchi, che gli stipendi sarebbero stati pagati ("non ci sono pericoli nell'immediato" ha detto infatti Ronchi) e oggi la conferma dopo le verifiche che gli stessi dipendenti hanno direttamente fatto sui propri conti.
Il pagamento degli stipendi è però solo una piccola schiarita.
L'Ilva, infatti, continua a rimanere con una situazione di cassa in profondo rosso. Prova ne è che le imprese appaltatrici continuano a non essere pagate per i lavori eseguiti e questo, a sua volta, si ripercuote sui dipendenti i quali, in diversi casi, attendono da qualche mese il saldo delle retribuzioni. Non a caso qualche giorno fa Ronchi è tornato a insistere perchè si trovi una soluzione immediata per far uscire l'Ilva dalla crisi finanziaria. Fra le ipotesi possibili, un finanziamento ponte da parte delle banche. L'Ilva ha avanzato la richiesta ed ha avviato la trattativa con le banche che viene seguita anche dal Governo.
Sul tema, però, non ci sono ancora segnali. Come osserva lo stesso sub commissario, le banche vogliono prima avere chiaro lo scenario societario dell'Ilva, ovvero se la famiglia Riva resta o meno proprietaria dell'azienda, se la famiglia Riva sottoscrive o meno l'aumento di capitale che proporrà loro il commissario Enrico Bondi sulla base del piano industriale, se ci sono o meno nuovi azionisti e quali sono. Altra ipotesi avanzata dall'azienda, l'utilizzo anticipato dei soldi che la Magistratura di Milano ha sequestrato ai Riva mesi fa per reati fiscali e valutari. Secondo Ronchi, sono 800 milioni accertati su 1,7 miliardi complessivi. Potrebbero essere utilizzati come anticipazione dell'aumento di capitale dell'azienda. Solo che bisognerebbe intervenire sull'ultima legge relativa all'Ilva, la quale ha sì previsto lo svincolo dei soldi sequestrati ma come terza ipotesi.
La prima, invece, è la partecipazione dei Riva all'aumento di capitale mentre la seconda è il coinvolgimento di investitori terzi a fronte di un rifiuto degli stessi Riva.
Oltre alle incertezze finanziarie, nell'Ilva c'è preoccupazione anche per la vicenda di 57 dei 189 vigilanti di stabilimento dichiarati in esubero dall'azienda. Il 9 maggio è terminata la procedura di mobilità e, non essendoci stato accordo tra le parti, adesso l'azienda può procedere con i licenziamenti.
Sul piano giudiziario, infine, nell'udienza di oggi a Milano il ministero dello Sviluppo Economico ha chiesto di costituirsi parte civile nel processo a carico di Fabio Riva, di altre due persone e della società Riva Fire, la holding che controlla l'Ilva, per la presunta truffa allo Stato da cento milioni di euro. Un'istanza di costituzione come parte civile è stata presentata anche da Simest, società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti. Le difese si sono opposte alle richieste e i giudici delle terza sezione penale di Milano decideranno nella prossima udienza fissata per il 19 maggio.
Stando all'inchiesta dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici (uno dei tanti filoni aperti a Milano sulla famiglia Riva e sulle loro società), sarebbe stata creata una società ad hoc, l' Ilva Sa, per aggirare la normativa (la legge Ossola) sull'erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all'estero.(Sole24h)

giovedì 27 febbraio 2014

Torna a casa, Fabio!

Ilva, disposta consegna di Fabio Riva all’Italia da autorità giudiziaria UK

Le autorità britanniche hanno disposto la consegna all’Italia di Fabio Riva, figlio del patron dell’Ilva di Taranto coinvolto nell’inchiesta per disastro ambientale. La comunicazione, secondo l’agenzia Ansa, sarà ufficializzata a breve e non corrisponde necessariamente al rientro di Riva, visto che quest’ultimo può fare appello.
Il 15 gennaio scorso si era conclusa presso la Westminster Magistrates Court di Londra, l’udienza, durata in tutto quattro giorni, sulla richiesta di estradizione da parte della magistratura italiana nei confronti di Fabio Riva, vice presidente di Riva Fire, indagato nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dell’Ilva di Taranto e destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Taranto Patrizia Todisco.
I legali di Fabio Riva faranno appello. Secondo l’ avvocato Nerio Diodà, “al momento non cambia nulla” e Fabio Riva potrà restare a Londra fino a che i magistrati britannici “non si pronunceranno sull’appello” della difesa. Il sì all’estradizione riguarda il mandato d’arresto europeo emesso dai magistrati di Taranto in relazione all’inchiesta per disastro ambientale sull’Ilva.
Il 18 febbraio scorso il tribunale del Riesame di Milano aveva confermato le ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip Fabrizio d’Arcangelo ed eseguite lo scorso 22 gennaio nell’ambito di un filone dell’inchiesta dei pm di Milano, Stefano Civardi e Mauro Clerici, nella quale si ipotizzano i reati di associazione per delinquere e truffa a carico di Fabio Riva e altre quattro persone.
Secondo l’indagine, con al centro una presunta truffa sull’erogazione di contributi pubblici a sostegno delle esportazioni, l’Ilva avrebbe ottenuto indebitamente fondi per 100 milioni di euro. I provvedimenti di arresto riguardano Agostino Alberti, dirigente di Riva Fire, Alfredo Lomonaco e Barbara Lomonaco di Ilva Sa (società svizzera del gruppo Ilva), Adriana Lamsweerde di Eufintrade e anche Fabio Riva. Nei confronti del figlio del patron dell’Ilva è stata chiesta l’estradizione in quanto vive da qualche tempo a Londra. Il 22 gennaio era stato emesso un mandato d’arresto europeo dall’autorità giudiziaria di Milano. (FQ)

venerdì 14 febbraio 2014

Quisquiglie, pinzellacchere..

Ilva, Emilio Riva a processo per maxievasione da 52 mln

Dovrà difendersi dall’accusa di aver frodato il Fisco, assieme a tre manager, per un totale di oltre 52 milioni di euro, Emilio Riva, 87 anni e fondatore del colosso siderurgico Ilva. L’anziano patron, già indagato per disastro ambientale assieme ai figli nell’inchiesta della Procura di Taranto, è stato infatti rinviato a giudizio dal gup di Milano Anna Maria Zamagni per una maxi-evasione che sarebbe stata realizzata nel 2007 attraverso una complicata operazione finanziaria per non versare in Italia le tasse dovute dal gruppo.
Accogliendo la richiesta del pm di Milano Stefano Civardi, che fa parte del pool coordinato da Francesco Greco, il giudice ha mandato a processo anche Mario Turco Liveri e Agostino Alberti, all’epoca rispettivamente responsabile finanziario e responsabile fiscale del gruppo dell’Ilva di Taranto e anche Angelo Mormina, che era managing director di Deutsche Bank Londra (non è più nell’istituto di credito dal 2012). Stando all’imputazione, Emilio Riva e gli altri tre imputati per frode fiscale «al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l’accertamento», avrebbero portato avanti una complessa operazione di finanza strutturata all’unico scopo di consentire alla «consolidata Ilva spa» l’abbattimento del reddito, «mediante l’utilizzazione di elementi passivi fittizi» per quasi 160 milioni di euro «e conseguentemente per la consolidante Riva Fire spa (...) una pari riduzione della base imponibile e un’evasione di imposta Ires pari a 52.463.213 euro».
Secondo le indagini della Gdf di Milano, in particolare, attraverso una serie di contratti, tutti collegati tra di loro e sottoscritti tra alcune società del gruppo e l’istituto di credito tedesco, gli utili fatti dall’Ilva in Italia sarebbero stati trasferiti all’estero per sfruttare un regime fiscale più favorevole e, allo stesso tempo, sarebbero state fatte figurare perdite in Italia per pagare meno tasse. Al centro dell’inchiesta c'è la dichiarazione dei redditi del 2008. Intanto, però, l’Ilva al termine del contenzioso fiscale relativo alla maxi-evasione ha già versato all’Agenzia delle Entrate circa 65 milioni di euro.
Il processo si aprirà il prossimo 19 maggio davanti al giudice della prima sezione penale, ma non è l’unica grana giudiziaria milanese per il patron dell’Ilva. I pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, infatti, stanno indagando sulla gestione del gruppo da parte della famiglia Riva almeno su altri tre fronti. Lo scorso maggio, un primo troncone d’indagine ha portato al sequestro di 1,9 miliardi di euro per i reati di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni: i pm hanno ipotizzato che il patron Emilio e il fratello Adriano Riva, assieme ad alcuni professionisti, abbiano sottratto soldi dalle casse dell’Ilva, nascondendoli in paradisi fiscali e facendoli poi rientrare in Italia attraverso lo scudo fiscale. Gli inquirenti, inoltre, stanno indagando anche sui rapporti tra la holding Rive Fire di Emilio Riva e la controllata Ilva con l'ipotesi di appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza. Infine, lo scorso 22 gennaio i magistrati milanesi hanno emesso un mandato d’arresto europeo per Fabio Riva, uno dei figli di Emilio che vive a Londra. È accusato di associazione per delinquere e truffa aggravata ai danni dello Stato per aver messo in piedi, assieme ad altri dirigenti, un sistema per ottenere illecitamente, tra il 2007 e il 2013, circa 100 milioni di euro di stanziamenti pubblici. (GdM)