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mercoledì 18 novembre 2015

La parodia dei sindacati e gli incidenti veri

Taranto, esplosione in un reparto dell'Ilva, operaio sotto choc in infermeria

Nuovo incidente all'Ilva a 24 ore da quello in cui è morto Cosimo Martucci, 49 anni, colpito in testa da una tubatura. Per fortuna senza conseguenze per i lavoratori. Una esplosione al reparto colata continua è stata avvertita dai lavoratori. Si è trattato di una "reazione durante la fase di colaggio" riferiscono Rsu del reparto, "che ha procurato un'esplosione con la fuoriuscita di un quantitativo di acciaio fuso". Un lavoratore, per il forte spavento, è stato portato in infermeria.

Terminato intanto lo sciopero indetto dai sindacati per lavoratori diretti e dell'indotto Ilva alla notizia della morte di Cosimo Martucci, dipendente della Pitrelli, colpito alla testa da un tubo scivolato dal camion durante le operazioni di scarico nell'area agglomerato del siderurgico.  L'astensione dal lavoro ha registrato una bassa adesione, intorno al 20%, almeno nei primi due turni. Alcuni operai, però, hanno deciso di devolvere il corrispettivo di ore alla famiglia del collega deceduto.

L'area è interessata dai lavori previsti dall'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale necessaria allo stabilimento per continuare a produrre. "L'adesione si è fermata al 25-30 per cento - spiega Mimmo Panarelli della Fim Cisl - perché l'astensione è stata dichiarata d'urgenza e molti di noi erano fuori azienda per un convegno con i colleghi sindacalisti della siderurgia di tutta Europa".

Una quarantina di delegati sindacali siderurgici  belgi, olandesi, austriaci, tedeschi, slovacchi, britannici, finlandesi, svedesi, italiani, francesi e spagnoli oggi depone una corona di fiori sul luogo dove si è verificata la tragedia per poi visitare gli impianti.

Fra i dipendenti tornano paura e dubbi sulle misure di sicurezza all'interno dell'Ilva. "I nostri lavoratori - commenta Antonio Taló della Uilm - sono dei professionisti. Anche se c'è paura e sgomento per un incidente assurdo, se si considera che trasporti di tubature si fanno ogni giorno in Ilva, stamattina si sono presentati al lavoro pronti con tuta e casco".

Intanto carabinieri, ispettori del lavoro e vigili del fuoco indagano sull'incidente costato la vita a Martucci. Il lavoratore era piegato a sganciare le fasce che trattenevano due enormi tubi di sezione quadrata, raccontano alcuni testimoni, quando l'imbragatura di una delle condutture ha ceduto facendola inclinare violentemente su di un lato. La conduttura ha colpito mortalmente il lavoratore alla testa. Gli investigatori sospettano che le due condutture fossero sistemate male sul pianale e che la presenza di due enormi tubi anziché uno solo possa essere la causa dell'incidente. L'intera area è finita sotto sequestro (Rep)

sabato 12 luglio 2014

E fortuna che per Ronchi gli aspiratori erano ok! Troppo "sub" per essere commissario!

«All’Ilva lavoratori intossicati da fumi»

Fumi in acciaieria. Problema antico e sempre presente. Alla faccia di ogni Autorizzazione integrata ambientale, ieri, nuove emissioni in atmosfera alla colata continua numero cinque hanno costretto gli operai «a chiedere l’intervento dell’infermeria». Un lavoratore è stato trasportato con l’autoambulanza nel presidio sanitario di fabbrica. Piero Vernile, delegato Uilm delle aree acciaieria e grf (dove si trattano proprio le scorie delle acciaierie) ha scritto al direttore dello stabilimento, ai capi area, ai capi reparto e ai responsabili delle relazioni industriali. Richiamando episodi recenti, come quello accaduto il 25 giugno, Vernile ha denunciato la situazione verificatasi nella giornata di ieri per ben due volte, tra mezzogiorno e le ore 14: «Come da tempo - ha scritto Vernile - segnaliamo che il “cas/ob” (impianto di trattamento delle siviere, contenitori dell’acciaio liquido, ndr) ha sprigionato fumi nocivi per tutto il capannone della colata continua numero 5, intossicando i lavoratori. Lì - aggiunge Vernile - occorrerebbe un impianto di aspirazione secondario funzionante e potenziato » . Da qui l’intervento, richiesto, dell’infermeria dello stabilimento siderurgico. Il delegato della Uilm ha segnalato anche fumi in altri punti della colata continua numero 5, ricordando come la struttura «non ha un impianto di aspirazione» dei fumi.
Vernile aggiunge che il problema riguarda anche le altre colate continue. A proposito di salute e sicurezza dei lavoratori, lo stesso delegato della Uilm Vernile, insieme al collega Alessio Vezzoli, nei giorni scorsi. ha posto all’azienda il problema «dell’impianto triturazione legname, appartenente all’area pca (la cava dello stabilimento dove si caricano i materiali) L’impianto, ricordano i sindacalisti «è stato sequestrato dalla magistratura nel 2009, ma è nelle stesse condizioni in cui era il giorno in cui fu emesso il provvedimento. Possibile che dopo 5 anni non siano state previste coperture e bonifica? Lì ci sono centinaia di traversine ferroviarie destinate alla triturazione e che, come noto a tutti, risultano altamente nocive.
È normale - si chiedono ancora Vernile e Vezzoli - che si sprigionino polveri e che quando piove tutto finisce sotto suolo? È normale che nelle vicinanze ci lavori tanta gente? Domandiamo: se per bonificare un piccolo impianto non si è mossa una foglia, se dovesse chiudere l’Ilva - come più di qualcuno paventa e vuole - chi farebbe le bonifiche? Con quali soldi? A carico di chi?».
Interrogativi di grande attualità ai quali si aggiunge un’ultima riflessione: «Mantenendo in vita lo stabilimento si possono avere le risorse per le bonifiche» . (GdM)

mercoledì 23 aprile 2014

Requiem per un altro "figlio" di Bondi

Lucchini, l'acciaieria di Piombino si spegne

Niente acquirenti. A casa 3 mila operai. Altoforno in stand by. La crisi del secondo polo siderurgico d'Italia dopo l'Ilva.

L'altoforno è pronto a crollare in un sonno profondo. Spegnendo, assieme alla produzione, il futuro di oltre 4 mila lavoratori.
La notte tra mercoledì 23 e giovedì 24 aprile dovrebbe essere ''addormentato''. Poi l'acciaieria Lucchini di Piombino entra in stand by. Bloccata per 25 giorni, prima della chiusura definitiva.
Anestetizzata come le speranze degli operai di questo Comune di quasi 35 mila abitanti nella provincia di Livorno.
IL SECONDO POLO DOPO TARANTO. È il secondo polo siderurgico italiano dopo Taranto. Come l'Ilva, è stata guidata dal “risanatore” Enrico Bondi, che l'ha trasformata nel 2003 da società per azioni a holding.
Nel 2005 il passaggio ai russi di Severstal. Nel 2008 lo scoppio della crisi. Dal dicembre 2012 è in amministrazione straordinaria sotto il commissario Piero Nardi. È stata dichiarata insolvente dal tribunale di Livorno nel gennaio 2013. E ora «la Fabbrica», come la chiamano tutti, è vicina al capitolo finale della sua storia.

mercoledì 4 dicembre 2013

E ancora una!

Taranto: tragedia sfiorata all'Ilva, esplode refettorio


Un'esplosione nel refettorio delle pulizie industriali dell'acciaieria 2 dell'Ilva di Taranto con "ingenti danni alla struttura" viene denunciata in una nota dal sindacato Usb. L'esplosione, per il sindacato, sarebbe avvenuta per "la reazione di una paiola scoria". "Solo per un caso fortuito in quel momento non era presente nelle vicinanze nessun lavoratore e cio' ha evitato l'ennesimo incidente sul lavoro che avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche" sostiene l'Usb. "L'episodio - afferma il sindacato - e' ancora piu' grave se si pensa che diverse segnalazioni rispetto a quanto poteva accadere, e che di fatto e' accaduto, erano state fatte dalle Rsu nei mesi precedenti". "Tutto cio' conferma quanto come Usb denunciamo da tempo sulla continua carenza di sicurezza all'interno dello stabilimento e sul "poco o nulla" si sta realmente facendo, non solo in relazione ai lavori previsti dall'Aia, ma anche e soprattutto per le manutenzioni ordinarie. Ricordiamo - dice ancora l'Usb - che tra poche ore ricorre l'anniversario della tragedia della ThyssenKrupp a Torino e se coloro che hanno il dovere di intervenire continuano a "raccontare favole" rischiamo di assistere al ripetersi delle stragi sul lavoro, da ultima quella nel laboratorio tessile a Prato". L'Usb che alle recenti elezioni per il rinnovo delle Rsu dell'Ilva si e' classificato al terzo posto per numero di consensi ottenuti dai lavoratori - si tratta di un sindacato che si e' costituito formalmente nell'Ilva solo un anno fa - annuncia infine che "organizzazione sindacale e come delegati Rsu denunceremo in ogni modo e non daremo la minima tregua a chi si rende responsabile delle inadempienze e del mancato rispetto delle norme in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro". (AGI)

domenica 1 settembre 2013

Tutti pendono dalla garza della mummia di stato (e di Riva)

Ilva, Bondi incontra i sindacati. "Così cambierò il siderurgico"

Repubblica
Enrico Bondi "svela" come sarà l'Ilva che per un massimo di 36 mesi, da giugno scorso, è chiamato a gestire come commissario nominato dal Governo. Bondi, infatti, incontrerà domattina a Roma il coordinamento sindacale di tutti gli stabilimenti dell'Ilva, alla presenza dei segretari nazionali di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil. E' la prima volta dal suo insediamento come commissario, avvenuto con decreto legge il 4 giugno scorso, che Bondi incontra i sindacati. Nell'Ilva di Taranto, intanto, è ripartita dal 29 agosto l'acciaieria 1 fermata nelle scorse settimane per consentire alcuni lavori previsti dall'Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Non ancora fissata, invece, la ripartenza del Treno nastri 1 (come il "gemello" 2, produce coils) che comunque, per i sindacati, dovrebbe avvenire a breve visto che nell'impianto sono stati richiamati i manutentori. Rimangono invece fermi, per i lavori dell'Aia, gli altiforni 1 e 2.
Nel primo incontro con i rappresentanti dei lavoratori il commissario non presenterà il piano industriale perché ci sta ancora lavorando, ma spiegherà comunque a grandi linee come intende gestire l'azienda, quali sono le sue priorità, come sta andando il mercato. Dall'insediamento (4 giugno, col decreto  61 poi convertito nella legge 89 del 3 agosto) a oggi, Bondi - che è affiancato anche dal sub commissario Edo Ronchi nominato dal ministero dell'Ambiente - si è concentrato soprattutto su due fronti: riorganizzazione dell'Ilva, travolta da una pesante inchiesta giudiziaria per disastro ambientale scoppiata a fine luglio 2012, e attuazione delle disposizioni dell'Aia, ossia la serie di prescrizioni finalizzate a ridurre l'inquinamento di parchi minerali, cokerie, altiforni e acciaierie. Bondi è stato nominato commissario proprio perchè l'Ilva gestita dalla famiglia Riva - che resta comunque proprietaria - non ha attuato, secondo i tempi fissati, tutto ciò che l'Autorizzazione intergrata ambientale obbligava a fare.
E così, tra le prime iniziative assunte dal commissario, ci sono state sia un'accelerazione dei lavori agli impianti (l'azienda ha dichiarato di aver speso a metà luglio metà dell'impegno 2013), sia la costituzione di un dipartimento tecnico ad hoc, con 30 ingegneri, alla cui guida Bondi ha chiamato Erder Mingoli, ex manager Lucchini. Nei primi tre mesi di Bondi commissario però (in precedenza è stato ad dell'Ilva nominato dai Riva) non sono mancati gli scontri. Come quello provocato dalla relazione di Bondi in cui contestava sulla base di analisi commissionate dall'azienda i criteri con cui Regione e Arpa avevano definito per l'Ilva la Valutazione di danno sanitario (Vds). In quel documento, Bondi attribuiva tra l'altro i dati sull'incidenza dei tumori all'elevato consumo di sigarette da parte della popolazione e al fatto che molti tarantini avessero lavorato tra Arsenale della Marina e Cantieri navali venendo così a contatto con l'amianto.
Pian piano le polemiche sono poi rientrate, ma il livello di attenzione sul tema Ilva è rimasto comunque molto elevato. Prova ne sono la contrastata approvazione in Senato del decreto legge sul commissariamento dell'azienda (l'1 agosto l'assemblea l'ha votato senza modifiche così come era giunto dalla Camera sia per evitare di farlo decadere, sia per evitare l'ostruzionismo di Cinque Stelle), sia il fatto che lunedi scorso con un nuovo decreto inserito nel pacchetto della Pa, il Governo abbia autorizzato due discariche nell'Ilva per i rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi. Anche in questo caso le reazioni sono state aspre, nonostante il chiarimento alla Regione del ministro Orlando che ha giustificato la scelta del decreto legge per una questione di tempi: con l'avanzamento dei lavori dell'Aia, c'è infatti bisogno di siti idonei dove trasportare i rifiuti industriali prodotti dalla bonifica del siderurgico. (Rep)

mercoledì 12 giugno 2013

Altroforno!

Ilva, stop a due impianti e 800 esuberi. Sebastio: "Risanare costerà caro"

La crisi di mercato ferma un altoforno Ilva e un'acciaieria. Mentre a Roma il procuratore Franco Sebastio rilancia il tema del risanamento della grande fabbrica. L’azienda ha annunciato lo stop dell’altoforno numero 2 a partire da luglio nel corso di un incontro con i rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm. A margine dell’incontro si è appresa anche l’intenzione dell’attuale commissario Enrico Bondi di azzerare il ruolo dei “fiduciari”, uomini della proprietà non alle dirette dipendenze del siderurgico sul cui ruolo sta indagando anche la Guardia di Finanza. La persistenza picchiata delle commesse, invece, ha convinto i manager della grande fabbrica ad anticipare la fermata dell’impianto.
Il blocco di Afo2 comporterà l’esubero di ottocento lavoratori che beneficeranno dei contratti di solidarietà. Così il numero delle tute blu tarantine fuori dal ciclo produttivo salirà in estate a duemila.  Oltre all’altoforno chiuderà a cascata l’acciaieria numero uno. Sull’Afo/2 saranno anticipati i lavori di ristrutturazione previsti dal cronoprogramma dell’autorizzazione integrata ambientale. E proprio sulla ristrutturazione dei reparti inquinanti si è soffermato nel pomeriggio il procuratore capo di Taranto Franco Sebastio nel corso della sua audizione dinanzi alla commissione industria del Senato. Il magistrato ha fatto riferimento al sequestro record scattato nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale.
“Lacifra di otto miliardi e cento milioni di euro sequestrati all’Ilva come equivalente per il risanamento  – ha detto – è una cifra al di sotto della realtà e che a malapena riuscirà a risanare. Solo per costruire le coperture dei parchi minerali – ha spiegato – occorrono svariati miliardi di euro. E questo solo per proteggere le prime abitazioni che sorgono a cento metri”. Il procuratore ha anche smentito che sia stata la città ad andare addosso alla fabbrica, durante il suo sviluppo, come aveva sostenuto anche l’ex premier Romano Prodi.
“Smettiamolo di dire che la città è cresciuta intorno all’Ilva. Il cimitero, ad esempio, – ha specificato – è lì da duecento anni”. Il magistrato ha anche parlato del recente decreto salva Ilva bis sostenendo che “tre anni per i lavori di risanamento sono un periodo troppo lungo” e  ha aggiunto che “in maniera indiretta il decreto rafforza la nostra iniziativa”. Infine ha confermato l’intenzione della procura di "definire l’indagine per disastro ambientale entro l’estate”. (Rep)

martedì 7 maggio 2013

Uno...

Ilva, cade ponteggio ferito un operaio.  Sindacati: scioperiamo

Un operaio dello stabilimento Ilva di Taranto, Benedetto Montemurro, di 35 anni, addetto alla manutenzione, è precipitato stamani da un ponteggio ed è caduto in un convertitore all’interno dell’Acciaieria 1. Secondo fonti sindacali, il lavoratore ha subito diverse contusioni e fratture ma le condizioni non sarebbero gravi.
A quanto si è appreso, l’operaio stava effettuando lavori di saldatura su un ponteggio sopra un convertitore quando è caduto da una altezza di circa tre metri finendo nel piano di colata. Non è escluso, a quanto si sa, che l'incidente sia stato causato dal cedimento della pedana su cui stava lavorando. Sono intervenuti i vigili del fuoco e un equipaggio del 118 che ha trasportato il ferito all’ospedale Santissima Annunziata. Le operazioni di recupero sono state complicate dal fatto che l'infortunio è avvenuto in un punto raggiungibile solo con l'ascensore interno, fuori servizio. Gli accertamenti sulla dinamica e sulle eventuali responsabilità sono a cura dei funzionari dello Spesal, Servizio di prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro dell’asl.
Le segreterie provinciali Fim, Fiom e Uilm di Taranto hanno proclamato lo sciopero dei lavoratori dello stabilimento siderurgico dalle 11 di oggi alle 7 di domani mattina per richiamare l’attenzione sulle condizioni di sicurezza all’interno della fabbrica dopo l’incidente di questa mattina.
L'OPERAIO RECUPERATO DOPO DUE ORE 

Benedetto Montemurro, l’operaio caduto oggi da un ponteggio all’interno dell’Acciaieria 1, è stato recuperato dai vigili del fuoco dopo oltre due ore e mezzo in quanto il punto in cui è accaduto l’incidente era accessibile solo con l’ascensore, fuori servizio.
L'operaio è stato fatto uscire direttamente dalla bocca del convertitore. Ai colleghi ha detto che avvertiva dolore alle spalle, alle braccia e una caviglia. Questo pomeriggio i sindacati incontreranno i responsabili aziendali. «Dovranno spiegarci cosa è accaduto – dice Vincenzo Castronuovo, della Fim Cisl – perchè non è possibile che un lavoratore vittima di un infortunio resti tutto quel tempo a terra, isolato, prima di essere tratto in salvo».
SINDACATI: MANCA PIANO DI EVACUAZIONE

 «Consideriamo di estrema gravità quanto accaduto nelle operazioni di primo soccorso». Così le segreterie provinciali Fim, Fiom e Uilm commentano in una nota l'incidente avvenuto questa mattina nell’Acciaieria 1, dove un operaio è caduto da un’altezza di tre-quattro metri da un’impalcatura su cui stava effettuando dei lavori di manutenzione nel convertitore n.3, fermo per il suo rifacimento. Una lamiera avrebbe ceduto mentre Benedetto Montemurro, operaio della manutenzione divisionale di acciaieria, lavorava ad alcune saldature. «Ci riferiamo in particolar modo – spiegano i sindacati - alla mancanza di un piano di evacuazione, che l'azienda è obbligata a mettere in atto, in particolar modo nelle operazioni di manutenzione impianti. La mancanza di quanto denunciato ha ritardato, di circa 2 ore e mezzo, le operazioni di salvataggio dello stesso lavoratore, dall'interno del convertitore».
Quanto accaduto, attaccano le organizzazioni sindacali, «conferma un atteggiamento dell'azienda di totale sottovalutazione, rispetto al tema della sicurezza. In una fase così delicata e importante, nonostante gli infortuni mortali degli ultimi mesi e il pressante impegno di Fim, Fiom e Uilm, delle Rsu e delle Rls – conclude il comunicato – ancora oggi Ilva continua a non fornire le risposte che i lavoratori attendono».
AZIENDA: ACCERTEREMO LE MODALITA' 

La dinamica dell’incidente di questa mattina all’Ilva «è in fase di accertamento». Lo precisa l’azienda che in una nota spiega che l’operaio coinvolto, Benedetto Montemurro, di 41 anni (e non di 35 come si era appreso in un primo momento), ha subito «traumi a una spalla, alla gamba e al piede sinistro». «L'incidente – è detto – è accaduto durante un’attività di manutenzione all’interno del convertitore numero 3».
Il lavoratore, osserva l'azienda, «è caduto da un ponteggio utilizzato per operare all’interno del convertitore». «L'infortunato – è detto ancora – ha ricevuto prontamente i primi soccorsi dai vigili del fuoco di stabilimento accompagnati successivamente dal personale medico. Le particolari condizioni del luogo dell’incidente hanno complicato le operazioni di assistenza che sono durate circa due ore». Montemurro, conclude l’Ilva, «è stato accompagnato in ospedale per tutti gli accertamenti del caso». (GdM)

sabato 27 aprile 2013

Cambia nome ma non testa

Ecco le "esternazioni" del nuovo ministro della Sanità sull'Ilva: si commentano da sole.

E intanto, i giornalisti "amici" dipingono l'epica del fuoco di paglia che Riva e Co. stanno alzando per fingere di fare qualcosa di utile.
Le barriere, si sa, non servono a nulla.
Ma i giornalisti a volte hanno la memoria o la capacità di approfondimento mooolto corte!

Il volto... appunto... non il corpo (con tutti i suoi escrementi!)

lunedì 22 aprile 2013

Epidemiologia spicciola

Ilva: Francesco Rizzo (USB), “Operai si ammalano di tumore nelle acciaierie”

L’Usb (Unione sindacale di base) di Taranto ha inviato ai ministeri della Salute, del Lavoro e dell’Ambiente, all’Arpa, all’Ilva, al sindaco e al prefetto di Taranto una nota attraverso la quale segnala che il caso di Stefano Delli Ponti, operaio del Reparto Man/Ref dell’area Acciaieria 2, che ha contratto per due volte il tumore al collo nel giro di un anno, non è isolato.
“Risulta, infatti, che almeno altri due operai dello stesso reparto – sottolinea il coordinatore provinciale Francesco Rizzo – siano stati colpiti da simili mali e che anch’ essi lottano contro patologie tumorali”. L’Usb “temendo che tali, allarmanti, fatti possano essere riconducibili alla continua esposizione a rilevanti rischi per la salute derivanti, probabilmente, da agenti inquinanti e nocivi presenti nell’ambiente circostante quei luoghi di lavoro, intende porre all’attenzione” dei destinatari della missiva “tale, incresciosa, questione”.
Il sindacato di base “invita la Direzione aziendale ad attivarsi per documentare lo stato di rischio a cui sono esposti i lavoratori; a porre in atto tutte le misure idonee alla tutela della salute; a quanto previsto nel D.Lgs. 81/08 in materia di prevenzione e protezione sui luoghi di lavoro”. Nel contempo “esorta gli Enti in indirizzo ad intervenire con tempestività per mettere in campo – spiega Francesco Rizzo – tutte le energie possibili al fine di avviare una meticolosa indagine conoscitiva del problema considerando che il protrarsi di tali condizioni ambientali sui luoghi di lavoro, qualora fosse accertato il nesso causa- effetto, porterebbe a conseguenze disastrose per la salute e per la vita dei lavoratori”.(PaeseNuovo)

domenica 26 febbraio 2012

Terni respira Taranto!

... poco da aggiungere, forse è un'inezia, ma siamo davvero commossi!!
Quando scatta la solidarietà di fronte a qualcosa che riconosciamo comune sopra le nostre vite. Quando questa solidarietà supera anche le barriere della contrapposizione delle identità. Lì ci sembra di inconrare l'anima più vera dell'Uomo. E la speranza!





Video di solidarietà della redazione di Ternana Calcio Magazine al popolo di Taranto dopo lo scandalo del divieto da parte della Lega Pro e dal Ministero dell'Interno di proibire ai giocatori del Taranto Calcio di indossare la maglia con la scritta sul petto RESPIRIAMO TARANTO, in segno di sensibilizzazione al gravoso problema dell'ILVA e del suo inquinamento. La scritta sulle maglie era stata finanziata dai tifosi del Taranto. Divisi negli stadi, rivali e ne ospitali sul campo, ma pronti come tifosi Ternani ad esprimere la nostra solidarietà... PERCHE' CI SONO COSE CHE NON POSSONO E NON DEVONO DIVIDERCI!

lunedì 11 luglio 2011

Ilva: una denuncia dal blog di Vulpio!

...o sono cose note?

Dall’interno dell’acciaieria più grande d’Europa: uno straordinario documento di foto e di filmati che dovrebbe far tacere i corifei che si rallegrano per la Autorizzazione integrata ambientale. All’estero verrebbe negata, ma per costoro è “tutto a posto”


Se questa è una fabbrica a cui si può concedere l’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, giudicatelo da soli. Giudicatelo da queste foto, scattate da alcuni operai all’interno dello stabilimento che è il più grande centro siderurgico d’Europa.
Ne La città delle nuvole, due anni fa, scrivevo che era impensabile che si potesse concedere l’Aia all’Ilva, tanto più dopo che l’Ilva – su precisa richiesta, inoltrata attraverso il ministero dell’Ambiente, da ben ventiquattro associazioni di Taranto – aveva negato di fornire l’elenco analitico delle sostanze inquinanti (benzene, benzoapirene, idrocarburi policiclici aromatici) con la motivazione che si trattasse di “segreto industriale”.
Invece, per ottenere l’Aia, è obbligatorio dichiarare quante e quali emissioni cancerogene vengono prodotte. Altrimenti l’Aia non viene rilasciata e la fabbrica deve chiudere. Così è in tutta Europa. Eccetto che in Italia, evidentemente.
Le foto che potete vedere qui sopra (e i filmati che proporremo nei prossimi giorni) non ha voluto pubblicarle nessuno. Nessun giornale, nessuna tv sembrano interessati a questa porcheria: amianto seppellito a quintali, emissioni di qualunque cosa mentre si discetta e si fa confusione, ma per imbrogliare meglio, tra “monitoraggio” e “campionamento in continuo” delle diossine.
Tutto questo è stato già denunciato alla magistratura da chi ha girato i filmati e anche i carabinieri del Noe hanno consegnato una dettagliata relazione ai magistrati. Però nessuno vuol pubblicare nulla. Tutti fanno finta che non ci sia “notizia”. E allora questa straordinaria documentazione la pubblichiamo noi, su questo blog che i magistrati Fanizzi e Drago della procura di Bari e i loro degni colleghi dell’Anm, la ditta Palamara & Cascini, presidente e segretario dell’Associazione nazionale magistrati, vorrebbero chiudere. Così, per un giorno, anche noi possiamo sentirci un po’ Wikileaks e invitare tutti a riflettere su un tema molto semplice: come si fa a concedere l’Aia a uno stabilimento così senza che nessuno abbia nulla da dire? Anzi, nel giubilo generale del solito coro, formato dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dalla solita, nota e ipocrita “schola cantorum” che ha preso in giro tutti – elettori, associazioni, lavoratori, ammalati e bambini – e in cui spiccano il presidente della giunta regionale pugliese, Nicola Vendola; il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno (che come sindaco, in materia di salute pubblica ha un grande potere), l’assessore regionale pugliese all’Ambiente, Lorenzo Nicastro (Idv, e pure magistrato), qualche deputato locale pronto a magnificare la concessione dell’Aia (per esempio, quel Ludovico Vico, Pd, che inonda di comunicati via mail le redazioni e le caselle postali personali dei giornalisti), più la quasi totalità dei sindacati vari (che senza l’Ilva non esisterebbero) in nome della “occupazione” (ormai solo del camposanto), più tutti gli altri (quelli del centrodestra, per esempio) che se ne stanno in silenzio per non turbare i Riva e i “giornalisti” loro amici, solerti vettori di una propaganda criminale?
Però l’estate sta esplodendo, il mare è blu (spesso, solo di mercurio), e ai tarantini, agli italiani, di tutto questo sembra fregare molto poco.
Dunque, si conceda pure l’agognata Aia. E si salvi chi può.

giovedì 28 aprile 2011

Ilva: cosa succederebbe in caso di incidente?

Comunicato stampa
La sentenza sulla ThyssenKrupp di Torino e i suoi riflessi su Taranto

“La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Il primo di fronte a come vanno le cose; il secondo per cambiarle” è la massima di Sant’Agostino di Ippona che ci è tornata in mente leggendo la lettera prot. n. 0005066 del 20.04.2011, pervenutaci il 26 da VVF - Direzione Regionale Puglia, sulle questioni del “Certificato Prevenzione Incendi” e del “nulla osta inerente il rischio di incidente rilevante” per lo stabilimento Ilva di Taranto.
Per il caso specifico da noi posto, è grande lo sdegno per come vanno le cose anche in un ambito importante che coinvolge le responsabilità dei Vigili del Fuoco, Soccorso Pubblico e Difesa Civile. Di contro, però, ci pare che scarseggi il coraggio di cambiare le cose.
Il tema merita di essere riassunto brevemente. Nel mare magnum delle norme italiane sulla sicurezza degli insediamenti industriali ci sono due capisaldi, il “Certificato Prevenzione Incendi” e il “nulla osta inerente il rischio di incidente rilevante”. Qualunque cittadino li comprende e li apprezza a scatola chiusa, certo che nessuno stabilimento può essere autorizzato a entrare in funzione e a restare in funzione se privo di entrambi quei documenti. Chiunque abbia avuto a che fare con l’installazione di un nuovo impianto ha constatato, e in fondo apprezzato, con quale serietà fattuale operino, in tali frangenti, le Istituzioni preposte. E quando in un impianto in esercizio capita un incidente, superata la fase del pronto intervento e dei soccorsi, i molteplici organismi di vigilanza e controllo vanno a “vedere le carte” e talvolta sono dolori per gli inadempienti. Bene, per ammissione della stessa Direzione Regionale Puglia VVF, constatiamo che lo stabilimento Ilva di Taranto è ancora privo di Certificato Prevenzione Incendi. Noi aggiungiamo che questo stato di cose dura da parecchi anni, prima ancora che iniziasse la procedura per l’ottenimento dell’AIA, come risulta dall’esame di due documenti ufficiali del Corpo dei VVF del 2008 e 2009, reperibili sul sito di Minambiente.
Da semplici cittadini non entriamo nel merito delle ragioni tecniche o burocratiche, esposte nella citata lettera della Direzione Regionale dei VVF, che hanno portato a questa situazione. Ci limitiamo a porre alcune domande da uomini della strada. Le varie Autorità di vigilanza e controllo (VVF, ASL/SPESAL, ISPESL, Ispettorato del lavoro, ARPA, NOE, Polizia provinciale, Polizia municipale, ecc.) e le Autorità competenti per i vari benestari e autorizzazioni (statali, regionali, provinciali, comunali) permetterebbero l’avvio e il funzionamento di un impianto pronto ma ancora privo di “CPI” e di “nulla osta inerente il rischio di incidente rilevante”? Possibile che non ci sia nessuna autorità tecnica, amministrativa, giudiziaria che senta il dovere civico, più ancora di quello professionale/istituzionale, di neutralizzare, per elementari motivi precauzionali, le ambiguità normative e l’insufficiente impegno dell’azienda su temi così importanti che consentono per anni l’esercizio di impianti privi di CPI e di nulla osta? E’ mai possibile che si lasci che un insediamento industriale enorme, complesso e pericoloso come lo stabilimento Ilva di Taranto, continui a funzionare senza che nessuno dica o faccia niente, pur essendo da anni privo di quei certificati, quasi a dimostrare che sono solo “pezzi di carta” di mera burocrazia, del tutto trascurabili?
Per parte nostra, in ambito AIA abbiamo già scritto alle Autorità interessate, informando anche il Procuratore della Repubblica di Taranto, che all’Ilva di Taranto deve essere negata l’AIA se priva di “CPI” e di “nulla osta inerente il rischio di incidente rilevante” e che lo stabilimento deve essere fermato immediatamente per il tempo necessario a metterlo a posto per la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini, fermi restando tutti gli altri impegni per la riduzione dell’inquinamento ambientale che sono altrettanto importanti per la salute umana.
Giova a tal proposito ricordare la tragedia avvenuta alla ThyssenKrupp di Torino e il recentissimo e pesantissimo giudizio della Magistratura. Stando ai resoconti giornalistici, è stato accertato che “la ThyssenKrupp non aveva ancora il certificato di prevenzione incendi. I suoi manager prendevano tempo con i vigili del fuoco posticipando la data in cui effettuare una serie di interventi richiesti”. Inoltre, potranno “chiedere al tribunale civile la liquidazione del danno biologico” il sopravvissuto alla strage e “gli altri 33 operai costituitisi parte civile per il rischio corso in quello stabilimento, reso insicuro dalla politica aziendale, in vista della chiusura, di effettuarvi sempre meno manutenzione straordinaria degli impianti e ridurre a zero gli investimenti sulla sicurezza". Di eccezionale importanza sono le parti del giudizio che comportano sia l’apertura di una seconda indagine penale a carico di altre persone tra cui un ingegnere “che finisce nei guai per avere redatto l’ultimo piano di valutazione dei rischi”, sia una terza inchiesta “nei confronti di una buona parte degli ispettori ASL che dovevano vigilare, e non l’hanno fatto, sulle gravi carenze antinfortunistiche dello stabilimento”. A Torino la Magistratura ha sancito, ahimè a seguito di una tragedia, che il CPI e il “nulla osta inerente il rischio di incidente rilevante” non sono “pezzi di carta” burocratici di cui si può tranquillamente fare a meno. A Taranto non è così? Sarebbe terribile scoprirlo a seguito di un incidente che nessuno vorrebbe che si verificasse mai.

Altamarea, Coordinamento cittadini e associazioni, Taranto 27 aprile 2011

lunedì 6 dicembre 2010

Patti (poco) chiari. Ma i cittadini si fanno sentire!

Valsugana, le Acciaierie vogliono patteggiare per i fumi velenosi

Processo per nove ex dirigenti dello stabilimento siderurgico sotto accusa per l'emissione di fumi inquinanti. S'indaga anche per gli scarichi industriali mescolati ai terreni venduti agli agricoltori
Oli, vernici, gomme, plastiche. Bruciate ed emesse nell’atmosfera. Insieme a diossine, tante, troppe, in quantità superiori ai limiti di legge. Il tutto respirato dai lavoratori e dai cittadini. Per molti anni. Almeno venti. È accaduto nella Bassa Valsugana, nel Trentino verde e agricolo. In una parte d’Italia conosciuta dall’immaginario come incontaminata e salubre.

La storia emerge da quattro inchieste della magistratura di Trento, che si sono tradotte in altrettanti procedimenti giudiziari. La più nota, quella denominata “Fumo negli occhi” per la quale sono indagati nove ex dirigenti delle Acciaierie Valsugane, è arrivata a un bivio. Una parte del procedimento è stata trasferita a Brescia, città dove, secondo l’accusa, i laboratori avrebbero falsificato i dati delle emissioni venefiche. Gli imputati hanno chiesto un po’ di tempo per formulare un patteggiamento. «Ipotesi assurda, visto che non riconoscono il danno e quindi i dovuti risarcimenti»: a parlare è Mario Giuliano, l’avvocato che rappresenta le 530 parti civili costituite: «Sono tutti cittadini, nemmeno un operaio, perché temono di perdere il posto di lavoro. Invece i residenti della zona, che per anni hanno respirato i fumi molesti, sono interessati ad andare fino in fondo».

Le acciaierie Valsugane oggi sono parzialmente sotto sequestro: «Quando ho cominciato a occuparmi di questa storia quasi non credevo ai miei occhi – racconta l’avvocato – Il direttore dello stabilimento sapeva benissimo che tutto quanto accadeva nell’acciaieria era nocivo per chi ci lavorava ma ha soprasseduto».

Anche le carte dell’inchiesta parlano chiaro: «I dipendenti venivano a trovarsi frequentemente esposti a notevoli emissioni di fumi, gas e polveri che si diffondevano all’interno del capannone prima di uscire dalle aperture dello stesso, creando accumuli di polveri sui pavimenti, sulle passerelle di lavoro, sui muri e sui macchinari. Le polveri e i fumi generati dai processi di fusione del rottame contenevano sostanze nocive per la salute umana come, per esempio, le Diossine, gli Ipa. (idrocarburi policiclici aromatici), i Pcb (po1iclorobifenili), il monossido di carbonio, ossidi di azoto, composti organici volatili (Cot)».

Ma “Fumo negli occhi” è solo una delle indagini. I rifiuti prodotti dall’acciaieria venivano miscelati ai terreni di una cava e venduti come terra vegetale ai residenti della zona. Pian piano le verdure e gli ortaggi hanno cominciato a morire, la terra a inaridirsi e i terreni a perder valore. Non solo. Quegli stessi rifiuti mescolati al cemento hanno reso friabili anche le fondamenta delle case e il valore immobiliare della zona è precipitato. C’è scritto tutto, nero su bianco, nell’altra inchiesta, “Tridentum”: nel sito di recupero ambientale di Monte Zaccon (proprio in questi giorni è stata sequestrata un’altra discarica) venivano smaltiti rifiuti pericolosi delle Acciaierie, tra i quali rifiuti costituiti da terre provenienti dalla bonifica di siti contaminati da prodotti petroliferi quali carburanti e combustibili. Si tratta di migliaia di tonnellate di immondizia inquinante: la cava di fatto è stata trasformata in una discarica abusiva. In questo caso le parti civili sono rappresentate da tutti i proprietari immobiliari, il più vicino residente a 600 metri dalla cava, il più lontano a tre chilometri.

Lo sa bene un cittadino di Marter, cosa vuol dire combattere contro il mostro dell’inquinamento: Marter è la zona della cava. Era in trattativa per vendere la sua casa al prezzo di 250 mila euro, ma dopo i sequestri alla cava improvvisamente il valore del suo appartamento è precipitato: l’ha dovuto vendere a centomila euro.

venerdì 25 giugno 2010

mercoledì 3 marzo 2010

Di che morte moriamo? Occhio alla comunicazione!

Ma come mai solo Cesare Bechis, canta fuori dal coro?
Invece di indignarsi per le misurazioni dell'ARPA che mostrano che oggi la diossina sui pascoli delle pecore abbattute proviene dalla direzione dell'Ilva si mette ad accusare con dati alla mano (troppi dati...) nientepocodimeno che l'apirolio degli anni '70 dell'arsenale?
Come mai si preoccupa così tanto di precisare che i contenitori di apirolio dell'Ilva oggi sono vuoti e puliti?
Perchè i periti della procura non richiedono misurazioni basate sulla direzione del vento in posti strategici? Perchè i periti della procura pare che non abbiano manifestato la volontà di andare a fondo sull'origine confrontando l'impronta delle diossine sui terreni con quelle industriali? E come mai Liberti che è perito incaricato dalla procura rilascia queste dichiarazioni ad un giornalista?
Misteri che... avvolgono la già fumosa Ilva...
A proposito, in questi giorni si sta monitorando... avete notato che dall'Ilva non si alza neanche una nuvoletta?

Non c’è solo la diossina, il vero pericolo è l’apirolio
Nelle pecore un livello ancora maggiore di veleni Inchiesta scopre terreni e acqua contaminati

Inviati a caccia della diossina che ha avvelenato le pecore della masseria Fornaro, i periti della procura di Taranto trovano che gli animali erano contaminati anche dall’apirolio. Il micidiale pcb (policlorobifenili), composto stabile, isolante termico ed elettrico, cancerogeno, utilizzato nei trasformatori, era stato brucato insieme con la diossina finita - solo lei - sul banco degli imputati. Ma come c’è arrivato nei terreni attorno all’area industriale il pcb? Visto che è materiale non prodotto nei processi industriali e nelle combustioni, come la diossina, ma è contenuto in apparecchiature chiuse c’è da chiedersi come sia finito nell’erba di cui si sono cibate le pecore poi finite al mattatoio. Ci sono stati sversamenti, perdite? Anni fa Ilva affidò dismissione e smaltimento dei trasformatori all’apirolio ad alcune ditte, tarantine e no. «Il nostro gruppo - dice il professor Lorenzo Liberti, responsabile dei periti incaricati dal pm Mariano Buccoliero di identificare le fonti della diossina e del pcb - ha controllato i capannoni adibiti allo stoccaggio dei trasformatori e li abbiamo trovati vuoti e puliti. Intanto nelle pecore abbiamo trovato il pcb in quantità addirittura superiore alla diossina. Da dove arriva? Abbiamo allora chiesto la relazione sullo smaltimento delle apparecchiature: dove, quando, come sono stadi smaltiti i trasformatori».

LA PROCURA - Dalle stanze della Procura di Taranto, intanto, nessun commento. Solo la conferma che la magistratura ha intenzione di approfondire i vari aspetti della questione, senza alcun allarmismo, ma con l’intento di trarre le giuste conclusioni non appena entrerà in possesso di tutti gli elementi di valutazione. I policlorobifenili, però, non avvelenano solo i terreni attorno all’area industriale. Sono sedimentati in mar Piccolo e sono presenti nell’area dell’Arsenale militare. Basta leggere il «Rapporto di caratterizzazione ambientale dell’ex area imprese private dell’Arsenale militare di Taranto» per averne la certezza. L’indagine sul pcb, condotta dai tecnici della Ecosud srl e della Direzione lavori Marigenimil in collaborazione con Arpa, ha riguardato una superficie di circa 35 mila metri quadrati comprendente sia quella messa sotto sequestro dalla magistratura nel 2005 sia il piazzale «dove era uso depositare imateriali da smaltire». È stata portata avanti dal 20 maggio al 30 luglio dell’anno scorso, fornendo dati ancora molto attuali. Sull’area, divisa in maglie quadrate 25x25 con 42 punti d’indagine ciascuna, sono stati eseguiti 57 sondaggi con carotaggi. Di questi, 42 fino a una profondità di 8 metri, 8 realizzati nei pozzetti della rete fognaria, 7 con piezometro fino a 9 metri di profondità.

LE ANALISI - I campioni di terreno e di acqua sotterranea sono stati sottoposti ad analisi e i risultati confrontati con le concentrazioni soglia di contaminazione (csc). La relazione I policlorobifenili, noti con la sigla Pcb, sono molto tossici e sono stati messi fuori legge dagli anni ‘70. Il loro uso, in particolare nei trasformatori, nasceva dalla capacità di agire come isolanti termici ed elettrici, ma la loro stabilità è anche responsabile della loro persistenza e circolazione nell'ambiente con conseguente accumulo lungo la catena alimentare. Gli effetti negativi riguardano la cute e l’esposizione produce una diminuzione delle difese dell'organismo con aumento della probabilità di contrarre malattie infettive ed i tumori conclude che «particolarmente diffusa sull’area, con margini di superamento elevati della soglia, risulta essere la contaminazione da pcb. Sono risultati contaminati da policlorobifenili un numero di campioni pari a 28. Esenti da contaminazione sono risultati solo i campioni prelevati sul nuovo piazzale. Anche le acque sotterranee hanno evidenziato contaminazione da pcb con valori di concentrazione ben più elevati del limite di legge. I punti di indagine contaminati risultano 35 rispetto ai 57 complessivi». (Cesare Bechis - CdM)

venerdì 26 febbraio 2010

C'è da fidarsi?

Diossina, «assolto» il camino Ilva. È ancora caccia alla fonte inquinante
Pecore contaminate, l’équipe della procura non ha ancora risolto il caso ma ha scagionato il maggiore sospettato

Il camino E312 dello stabilimento Ilva di Taranto è stato scagionato: non è da lì che fuoriesce la diossina che ha avvelenato il latte delle pecore che sono state abbattute a centinaia l’anno scorso. Non è quello il camino che sputa la diossina alimentare di cui la magistratura tarantina va a caccia. L’ha stabilito il gruppo di consulenti tecnici (Liberti e Cassano per l’università, Primerano per l’Arpa) che ha eseguito nei mesi scorsi, su incarico del pubblico ministero Mariano Buccoliero, prelievi ed esami. «L’analisi dello spettro della sostanza - conferma il professor Lorenzo Liberti - ha dimostrato che l’impronta è diversa, la diossina in uscita dal camino E312 è diversa da quella che ha contaminato i pascoli e il latte delle pecore. Il sospettato principale, se non altro per la grande quantità di sostanza che emette annualmente, non è la fonte che cerchiamo. La nostra ricerca quindi deve continuare e per questa ragione siamo stati sull’impianto di agglomerazione 2 a prelevare nuovi campioni».

LA RICERCA - In questa nuova ricerca i tre tecnici sono stati affiancati dai due ispettori del lavoro (Severini, Di Francesco) incaricati dal magistrato di operare con tutte le attribuzioni della polizia giudiziaria. L’obiettivo del pubblico ministero è accertare la fonte della diossina che ha contaminato gli allevamenti attorno allo stabilimento siderurgico e fare chiarezza anche sulla grande quantità di policlorobifenili (Pcb) trovata nei terreni sulla via per Statte e proveniente, quasi con certezza, dai vecchi trasformatori utilizzati negli impianti dell’Ilva e dati da smaltire a ditte locali e non. Fino a questo momento il magistrato ha aperto un fascicolo come modello 44 (ignoti) destinato a cambiare quando sarà individuata senza ombra di dubbio la fonte grazie alla sovrapposizione delle impronte della sostanza.
L'ISPEZIONE - Scartato il sospettato principale, i due ispettori del lavoro hanno spostato l’attenzione, dopo aver effettuato uno studio accurato dei reparti, sull’impianto di agglomerazione 2. È stato ispezionato mercoledì dal gruppo inviato dalla procura per verificare se nel circuito di raccolta fino allo scarico possano esserci fenomeni di dispersione nonostante la presenza dell’impianto di abbattimento delle polveri inaugurato a gennaio alla presenza del presidente della Regione Vendola e del sindaco di Taranto Stefàno. I ventuno campioni raccolti sono stati divisi tra il gruppo tecnico - universitario di studio, che dovrà esaminarli e stabilire l’impronta della diossina per confrontarla con quella riscontrata l’anno scorso negli allevamenti ovini e caprini, l’ispettorato del lavoro, che agisce come braccio della magistratura, e la stessa Ilva per il contradditorio. Se anche da queste analisi i tecnici non otterranno una risposta conclusiva continueranno il lavoro su altri impianti dello stabilimento siderurgico. La delega del magistrato, per ora, si riferisce solo all’Ilva. Non è escluso, in mancanza di una conclusione certa, che l’indagine possa allargarsi ad altre aziende e ad altri processi produttivi in grado di liberare diossina. C. Bechis (CdM)

mercoledì 24 febbraio 2010

Rosso di giorno

L'ilva continua a farci questi regali!
zona giardini virgilio.
24/02/2010 h 10,40 (R.B.)

giovedì 11 febbraio 2010

Ancora incidenti all'Ilva

Comunicato stampa di Altamarea

Il 9 febbraio scorso, circa 300 tonnellate di acciaio liquido sono fuoriuscite da una siviera nell'impianto di colata continua numero 2 del reparto Acciarieria 2 dello stabilimento Ilva di Taranto.
L'incidente è simile a quello avvenuto il 21 gennaio 2009 che determinò la chiusura del reparto.
Da un comicato stampa di Ilva apprendiamo che "contrariamente" all'evento verificatosi a distanza di solo un anno, questa volta sarebbero state attivate le procedure di emergenza. Sempre in questa nota si precisa che i danni sarebbero stati lievi e che la ripresa della produzione sarà celere.
Nel frattempo però Ilva Spa ha inviato a numerosi dipendenti la comunicazione di messa in cassa integrazione.
L'ennesimo "regalo" alla città, anche sotto il profilo economico ed occupazionale, o l'ennesima tragedia sfiorata?
Confermiamo, partendo da questo grave incidente, le nostre preoccupazioni per lo stato degli impianti dell'Ilva e in particolare per l'Acciaieria 2 coinvolta in questa occasione.
Avevamo già espresso forti perplessità sull'efficacia delle innovazioni introdotte nell'Acciaieria 2 e sulla loro effettiva funzionalità.
Abbiamo diffuso foto e filmati eloquenti sull'acciaieria 2.
Questa tragedia sfiorata rende evidente che l'allarme lanciato non era immotivato e che l'Autorizzazione Integrata Ambientale non può essere rilasciata ad impianti che continuano a rivelare gravi criticità di natura tecnica.