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martedì 11 agosto 2015

A carte scoperte!


Dopo l'ottavo decreto che consente all'Ilva di camminare anche sui morti si è persa ogni forma di pudore: la parte più beceramente industrialista del PD, di cui Mucchetti è sempre stato esponente di spicco, è scesa in campo con le armi sguainate per difendere il mostro ad ogni costo. 
Nei loro discorsi (tipo: "Il commissariamento dell’Ilva deve portare al salvataggio del centro siderurgico di Taranto nel rispetto dei vincoli ambientali") resta solo qualche vaga postilla, più retorica o interpuntiva che altro, all'ambiente. I cittadini sono spariti dal loro panorama fatto di tonnellate di materia varia e soldi. 
Gli esseri umani sono trasfigurati nell'immagine dei posti di lavoro che dovrebbero andare ad occupare, con le loro famiglie, con la loro facile sostituibilità, una volta ammalati o deceduti. 
Anche la magistratura finisce sul banco degli imputati, giudicata da una Commissione di chissà quali esperti... di nomina politica!
La falange oplitica dell'oligarchia industriale e finanziaria ha trovato i suoi arieti da mandare sotto a testa bassa! 
Eccovi questa bella disquisizione sul preridotto.
Una specie di concerto d'arpa sull'incendio che divampa.

Restituite a Taranto l’industria dell’acciaio

Caro direttore, il tuo giornale ha avuto il merito di riproporre per primo la questione meridionale come banco di prova del governo, con l’intervista al ministro Guidi e l’intervento (molto concreto) dell’ad di Invitalia, Domenico Arcuri.
Senatore Pd e presidente della Commissione Industria del Senato e domenica, con il fondo di Luca Ricolfi, ha sostenuto l’appello (giustissimo) del premier, Matteo Renzi, contro la cultura del piagnisteo. A mio parere, va ora aggiunto che, proprio per non ricadere nel “genericissimo”, questo banco di prova potrà funzionare nel tempo se superiamo, adesso, la prova del fuoco costituita dall’Ilva.
Il commissariamento dell’Ilva deve portare al salvataggio del centro siderurgico di Taranto nel rispetto dei vincoli ambientali. Diversamente, il fallimento dell’azienda avrebbe conseguenze sociali ed economiche tali da azzerare la credibilità di ogni altra politica per il Mezzogiorno se è vero che, come dice il governo, chiudere l’Ilva costerebbe 8 miliardi. Vengo al dunque.
L’Ilva, si sa, raggiunge il pareggio operativo con una produzione giornaliera di 21.500 tonnellate di acciaio. Naturalmente, a pieno regime, l’Ilva può produrre di più e guadagnare, anche parecchio. Ma questo è il traguardo del futuro, non il punto di partenza di oggi. L’azienda ha spento l’altoforno principale, l’AFO5, per fine campagna, tenendo in funzione due degli altri tre altoforni (AFO2, AFO4). Questa scelta riduce la produzione a 12.000 tonnellate al giorno, determinando, dati i costi fissi, perdite operative di un centinaio di milioni di euro. Non crocifiggo nessuno per questo. Sarebbe errato e ingeneroso. Ogni congiuntura ha le sue ragioni. Ma non possiamo nemmeno dimenticare che, quando a metà 2014 si decise di “cambiare passo” lasciando cadere il piano industriale dell’allora commissario Bondi, l’Ilva perdeva 35 milioni al mese. Nella seconda metà dell’anno scorso, all’apparente recupero del conto economico anche grazie a introiti non operativi, corrispose l’aumento dei debiti fino al punto di rendere inevitabile il ricorso all’amministrazione straordinaria. Ora, per fermare l’emorragia in attesa della ripartenza di AFO5, bisogna aumentare la produttività degli impianti attivi senza aggravare l’impatto ambientale. Un’operazione che può funzionare se si caricano con preridotto gli altri altiforni nella misura del 20% del potenziale. Sento dire che l’azienda avrebbe fatto o avrebbe in animo di fare un ordine d’acquisto di 800 mila tonnellate di questo semilavorato. Sarebbe assai interessante. Con l’utilizzo del 20% di preridotto in carica, il professor Mapelli, di nuovo consulente dell’Ilva, calcolò a suo tempo un incremento della produttività dell’11% e un decremento del 15% delle emissioni di CO 2, delle polveri sottili e degli idrocarburi aromatici. Quando a Taranto si potrà arrivare all’utilizzo del solo preridotto con soli forni elettrici, a parità di produttività gli idrocarburi aromatici spariranno del tutto dalle emissioni, le polveri sottili scenderanno al 5% dei livelli attuali e la CO2 sarà un terzo di quella attuale.
Tutto questo è rimasto lettera morta perché il piano industriale, centrato sull’innovazione del preridotto, è stato contrastato da Federacciai, che lo bollò ex cathedra come non sostenibile sul piano economico. Non mi interessa, in questa sede, aprire processi al passato, per quanto prossimo. Basterà ricordare che, tre-quattro mesi dopo, lo stesso presidente di Federacciai propose di produrre il preridotto a Piombino per contrastare il pretende algerino all’acciaieria toscana. Del resto, oggi guardano al preridotto alcune delle maggiori acciaierie del Nord per contrastare, con l’innovazione, la scarsità e la crescente onerosità del rottame, la loro materia prima. Il fatto è che i costi del preridotto stanno scendendo sui mercati internazionali, come era previsto da Bondi, purtroppo inascoltato.
L’Ilva dovrebbe guardare all’innovazione del preridotto non solo per obiettivi congiunturali, ma anche per avere un processo produttivo più snello e flessibile, non più basato solo sul carbone. L’Ilva del 2015 produce ancora gli acciai dell’Ilva pubblica (in venti anni è stata introdotto una sola vera novità di prodotto), mentre i concorrenti europei hanno sviluppato almeno 6 nuove categorie di acciaio (ciascuna categoria composta da 6 a 10 specialità) che hanno conquistato i mercati della meccanica, del settore automobilistico/veicoli commerciali e delle condutture.
Lo sviluppo di nuovi prodotti e l’incremento di produttività degli impianti possono realizzarsi solo se gli operatori si troveranno senza incombenze e pressioni di natura ecologica, che deconcentrano i gestori e compromettono la produttività. Siamo sicuri che, quando AFO5 tornerà a produrre, allora automaticamente Ilva supererà il break-even? Pongo la domanda perché, secondo i tecnici, esistono altri colli di bottiglia a valle degli altiforni. Come potrebbe migliorare il rapporto con la città e pure con la magistratura? La magistratura di Taranto ha commesso anche errori materiali e giuridici clamorosi come è emerso nei lavori della Commissione Industria del Senato, oltre che in Cassazione, ma resta un interlocutore stimabile e utile alla società, in ogni caso decisivo. Ora, se l’azienda si impegnasse ad affrontare la sorgente di gran parte dei pericoli ambientali che ne frenano l’attività, il clima, e non mi riferisco a quello atmosferico, potrebbe migliorare. Questa sorgente di pericolo si chiama carbone: carbone e la sua trasformazione in coke. Ricordiamoci che l’Ilva deve gestire a ridosso della città 10 grandi cokerie. È prudente immaginare che non sorgano altri conflitti senza un progetto di graduale superamento del carbone? (Sole24h)

martedì 21 luglio 2015

C'era una volta il diritto alla salute!

Ilva: il "lavoro sporco" degli ultimi tre governi

L'Ilva di Taranto non è più soltanto il massimo simbolo di un modello di industria - lo stesso di Porto Marghera o di Bagnoli - che ha praticato per decenni il sistematico disprezzo di ogni garanzia e protezione a difesa dell'ambiente, della salute dei lavoratori e di tutti i cittadini. Oggi è anche di peggio: è il terreno di sperimentazione di leggi che tale disprezzo elevano a norma, a principio giuridico, affermando l'idea che l'interesse di un'impresa debba venire prima della sicurezza del lavoro e della tutela della salute pubblica.
La prova di questa scelta è nella sequenza via via più inquietante di decreti varati negli ultimi anni dai governi Monti, Letta, ora Renzi per impedire alla magistratura l'applicazione all'acciaieria di Taranto di un persino banale precetto costituzionale: nessun interesse privato per quanto economicamente rilevante può contare di più del diritto dei cittadini a un ambiente sano, a un'aria respirabile.
Su questa strada, il governo Renzi continua nel "lavoro sporco" cominciato dai governi che l'hanno preceduto. Con due decreti emanati in pochi mesi, ha stabilito che l'Ilva può produrre senza bisogno di rispettare per intero le prescrizioni del Ministero dell'Ambiente per il risanamento e la bonifica ambientali del sito; che il commissario Ilva gode di una sorta di "guarentigia" che lo rende immune da eventuali provvedimenti giudiziari; che nel caso in cui la magistratura disponga il sequestro parziale o totale dello stabilimento ravvisando situazioni di grave pericolo per la sicurezza dei lavoratori, l'attività produttiva può proseguire ugualmente.
A Taranto, come mostrano consolidate ricerche epidemiologiche, in tanti si ammalano e muoiono per le sostanze tossiche in eccesso rispetto ad ogni standard di legge che dalle ciminiere come dai depositi di minerali piovono sull'area occupata dall'Ilva e su tutta la città. Anche la sicurezza del lavoro all'Ilva è tutt'altro che garantita, come tragicamente dimostrato dall'incidente dell'8 giugno scorso all'altoforno 2 costato la vita all'operaio Alessandro Morricella, che ha indotto la Procura di Taranto ad aprire un'inchiesta contro i responsabili dell'azienda per assenza dei requisiti minimi di sicurezza e ha portato al sequestro cautelativo dell'altoforno. D'altronde non ci si può stupire, visto che quella è la stessa fabbrica dove per decenni il "padrone" - prima l'Italsider, poi la famiglia Riva - ha fatto letteralmente i suoi comodi infischiandosene di leggi e regolamento, e sfruttando le vaste complicità istituzionali e politiche che oggi conosciamo grazie alle inchieste della magistratura.

Per il governo Renzi questi non sono problemi, o per lo meno sono problemi più piccoli dell'alto costo economico di un intervento rapido ed integrale di messa in sicurezza dell'impianto in tema sia di impatto inquinante sia di sicurezza del lavoro. Commissariare l'Ilva togliendo di mezzo i Riva - che restano i principali responsabili del disastro ambientale e sociale tarantino - doveva essere il primo passo per riconciliare a Taranto lavoro, salute, legalità, invece si continua a procedere per toppe successive, senza vedere che ogni toppa non solo non aiuta a risolvere il problema ma stabilisce un precedente sempre più grave.
Finora, va detto, l'ultima "proposta indecente" sull'Ilva dell'attuale esecutivo non ha suscitato grandi proteste. Ad opporsi sono rimasti quasi soltanto i magistrati: con il tribunale di Taranto che ha impugnato davanti alla Corte Costituzionale la norma "anti-sequestro" e con il segretario generale dell'Associazione nazionale magistrati Maurizio Carbone, secondo il quale la legislazione d'emergenza sull'Ilva è segnata da "una netta prevalenza del diritto all'impresa rispetto a diritti, quali quello all'ambiente e alla sicurezza sul lavoro, che invece sembrano essere considerati come un mero ostacolo alla produzione". Così facendo, aggiunge Carbone, il legislatore rovescia il dettato costituzionale, che assegna una netta prevalenza alla salute e alla sicurezza sociale rispetto alla libertà d'impresa.
A parte la magistratura e poche altre voci isolate, tutti gli altri "attori" della vicenda Ilva - sindacato compreso - hanno accolto quest'ultimo decreto del governo con un silenzio assordante. O meglio: tutti meno uno: il vertice di Confindustria. Ecco, all'associazione degli industriali e in particolare al suo presidente Giorgio Squinzi la scelta di privilegiare in casi come questo gli interessi delle imprese piace moltissimo: "Il perno su cui far leva per ricomporre l'equilibrio tra giustizia ed economia - ha dichiarato Squinzi in una lettera al Corriere della Sera - è bilanciare gli interessi". Fedele a questo stesso criterio, il presidente di Confindustria assegna i voti anche ad altri recenti provvedimenti legislativi, bocciando per esempio senza appello la legge che finalmente ha introdotto nel codice penale gli ecoreati. E intanto sempre da Confindustria esultano per la norma contenuta nel disegno di legge del governo sulla semplificazione amministrativa che prevede il "tacito consenso" per le procedure di autorizzazione edilizia, una vera manna per cementificatori di ogni risma. (HuffingtonpostBlog)

lunedì 20 luglio 2015

I magistrati non sono compagni di porcate!

Reati ambientali, i compromessi li fa la politica non la magistratura

Quando ci si occupa d’ambiente, si finisce sempre, prima o poi, con il trovarsi di fronte al tragico dilemma “tutela della salute e dell’ambiente o tutela dell’occupazione?“, riassunto da alcuni, negli anni 70 con il crudo slogan “meglio morire di fame subito o di cancro tra 30 anni?”.
E’ un problema che non dovrebbe mai sorgere in quanto, in un quadro armonico di vero sviluppo, i due termini non sono affatto in contrapposizione; anzi, una corretta politica di tutela ambientale porta ad incrementare i livelli occupazionali in modo duraturo e stabile.
Purtroppo, nella pratica e nel breve periodo, specie in un Paese poco “normale” come il nostro, e specie in tempi di crisi economica ed occupazionale, avviene il contrario. Il caso Ilva è, ovviamente, emblematico a livello nazionale ma purtroppo rischia di diventare solo uno dei tanti.
Altrettanto emblematico è che, a questo punto, il problema iniziale si trasforma in un presunto conflitto “politica-magistratura” dove la politica privilegerebbe l’occupazione rispetto ai sequestri ed alle chiusure imposti dai magistrati alle aziende in nome della tutela della salute e dell’ambiente.
E non a caso negli stessi giorni spunta sulla stampa un corposo dibattito sulla “ragionevolezza” della magistratura che, in tempi di crisi economica ed occupazionale, dovrebbe farsi carico delle conseguenze sociali delle sue iniziative attuando un “bilanciamento” tra opposti diritti costituzionali quali la salute ed il lavoro. Dibattito -si badi bene- che prende piede e decolla proprio negli stessi giorni in cui il governo, di fronte all’ultimo sequestro Ilva richiesto dalla Procura di Taranto dopo la morte di un operaio, emette un decreto legge in cui, “considerata la straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni che assicurino la prosecuzione, per un periodo determinato, dell’attività produttiva degli stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale interessati da un provvedimento giudiziario di sequestro dei beni”, consente che negli impianti sequestrati si continui a lavorare a condizione che l’impresa predisponga un piano “recante misura ed attività aggiuntive, anche di tipo provvisorio, per la tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro, riferite all’impianto oggetto del provvedimento di sequestro”.
Dirà la Corte Costituzionale se questo decreto legge è conforme ai dettami della Costituzione, oppure, come sostiene la Procura di Taranto, viola ben 6 articoli della stessa, soprattutto perché delega alla stessa azienda la scelta di nuove misure per garantire la sicurezza dei lavoratori.
A livello più generale, tuttavia, vi sono almeno due osservazioni da fare.
La prima riguarda la politica del governo verso la problematica ambiente-lavoro. Su questo blog abbiamo già documentato numerose disposizioni di favore per le aziende inquinanti specie se di “interesse strategico nazionale”, cioè soggette ad Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale). E di certo, pur senza volere generalizzare, desta profonda inquietudine la circostanza che alti funzionari del Ministero dell’Ambiente, come denunciato negli ultimi giorni con riferimento alla centrale Enel- Tirreno Power di Vado Ligure, progettassero di fare una “porcata” per salvare la centrale dai provvedimenti della magistratura.
Del resto, la stessa legge sugli “ecoreati” appena promulgata, se da un lato costituisce una svolta importante perché introduce finalmente i delitti contro l’ambiente, dall’altro risente di troppi compromessi dell’ultima ora alle pretese di Confindustria: dal disastro ambientale punibile solo se “abusivo” agli eccessi di buonismo in caso di delitti colposi e di ravvedimento operoso, e alla eliminazione del divieto di airgun; con l’aggravante di avere applicato alle contravvenzioni esistenti una normativa di “eliminazione” delle stesse ricalcata pedissequamente su quella delle violazioni per la sicurezza del lavoro, provocando notevoli difficoltà di applicazione anche per quel poco che si applicava.
Questo non vuol dire affatto “bilanciare” esigenze della salute e dell’ambiente con le esigenze occupazionali e delle aziende. Vuol dire invece far prevalere le seconde sulle prime.
La seconda osservazione riguarda i rapporti politica-magistratura. I compromessi li fa la politica non la magistratura che deve solo applicare le leggi fatte dalla politica e, in primo luogo la Costituzione.
Certo, nessuno ha i paraocchi e, di certo, quando la legge consente più scelte, il magistrato dovrà attuare quella più appropriata al caso concreto, tenendo conto delle possibili conseguenze. Ma, detto questo, non si può chiedere al magistrato di assumersi responsabilità non sue o addirittura di disattendere il suo dovere di disporre un sequestro preventivo di fronte al pericolo che vengano aggravate o protratte le conseguenze di un reato ovvero venga agevolata la commissione di ulteriori reati (art. 321 c.p.p.).
E, per favore, se qualcuno vuole citare, per il “bilanciamento”, la sentenza sull’Ilva della Corte Costituzionale (n. 85/2013), la legga bene. Apprenderà, così, che, se da un lato è vero che non vi sono diritti costituzionali “tiranni“, dall’altro, per fortuna, che “i valori dell’ambiente e della salute… non possono essere sacrificati ad altri interessi, ancorché costituzionalmente tutelati“. (Gianfranco Amendola - FQ)

giovedì 15 gennaio 2015

Magistrati concreti e politici azzeccagarbugli

Ilva di Taranto, in audizione al Senato i magistrati smontano il decreto del governo Renzi

Si è tenuta presso il Senato della Repubblica il 14 Gennaio 2015, in seduta congiunta l'audizione informale del procuratore capo di Taranto, Francesco Sebastio, del procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, e del sostituto procuratore di Milano, Stefano Civardi, nell'ambito dell'esame del ddl n. 1733 (Decreto-legge ILVA).
L'audizione è durata oltre un'ora e mezzo, durante la quale i magistrati hanno esposto moltissime osservazioni alcune anche molto forti, quasi ad esternare un senso di sconforto nei confronti del legislatore (in questo caso il Governo) incapace di scrivere buone norme. Durante l'audizione il Procuratore di Milano Francesco Greco ha detto criticando il DL : "Non posso altro che auspicare il rispetto pieno dei criteri previsti dalla legge Marzano" ha poi aggiunto "noi siamo stanchi, di continuare nelle nomine di persone da parte del Mise o del Ministero dell'Industria in passato, che fanno sì che le gestioni di queste crisi diventino dei poltronifici" continua Greco dicendo "ho gestito crisi come quelle della Parmalat e Montedison, ci vuole gente preparata e capace, che stia a tempo pieno a lavorare, che non si prenda questo come uno dei cinquanta incarichi da svolgere";
In questo video i punti salienti degli interventi dei PM.



Greco: "Non riesco a capire perché si facciano leggi in questo modo, forse è un problema di gestione del potere";
Greco: "Una elargizione tout court dello Stato all'Ilva, ovvero una confisca preventiva di questo denaro senza una contropartita, potrebbe avere problemi di tipo costituzionale, rilievi in sede di Corte Europea e si potrebbe configurare una forma di aiuti di Stato"
Sebastio : "In merito alla questione dell'80%"; ad esempio, la prescrizione ricoprire i parchi minerari, vale come quella di mettere un cartello?";
Sebastio :" in merito alla norma sulla non punibilità del commissario dell'amministrazione straordinaria, non è chiara, non si capisce chi rientri in questa "impunibilità" quando si parla di soggetti delegati si intendono anche i direttori dello stabilimento che oggi sono imputati?";
Sebastio : riferendosi alla norma dell'80% relativa alle prescrizioni chiede" 80% e 20% ma dei lavori fatti o dei lavori appaltati?"; Infine ancora il procuratore di Milano, Greco pone la questione trasparenza, afferma infatti che sembra nessuno si sia posto il problema della trasparenza e che 2 miliardi di € sono la cifra più grossa mai spesa in italia, occorrerebbe una forma di controllo pubblico.
Hanno chiesto di poter lavorare meno dal punto di vista interpretativo delle norme, per cui i magistrati chiedono di rivedere il testo del decreto scritto dal Governo Renzi e di essere più specifici nella formulazione delle leggi. (Beppegrillo)

Vendola: se chiude l'Ilva non c'è futuro per la città di Taranto

“Se dovesse chiudere l’Ilva dubito che potremmo essere di fronte alla possibilità di dibattere del futuro di Taranto: oggi si può avere un’acciaieria sostenibile. La chiusura dell’Ilva sarebbe un colpo al sistema industriale nazionale”. Lo afferma il governatore della Puglia Nichi Vendola, in audizione in commissione Industria al Senato nell’ambito dell’esame del decreto sull'Ilva, citando l’esempio di Bagnoli.
“In questo momento ci sono 500 milioni cantierizzati per il porto – spiega Vendola – 200 milioni pronti per il nuovo grande ospedale di Taranto; è in corso di costituzione un registro tumori di Taranto. Il ciclo della salute insieme a quello delle bonifiche non è un ciclo del rapporto”.
«L'AIA VA FATTA AL 100%» - "Non è sopportabile la parcellizzazione. Solo l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) nella sua interezza può garantire" salute e ambiente altrimenti potrebbe anche aprirsi "il rischio di esporre il Paese a infrazioni comunitarie". Vendola chiede quindi di "cassare la norma dell’80%" sull'applicazione delle prescrizioni Aia. "Ci chiediamo perchè proprio l’80%? Siamo di fronte a una nuova proroga?", dice.
“Parliamo di interventi indispensabili”, osserva Vendola citando tra questi per esempio quelli sui “parchi minerali”, per la data che va dal 31 luglio 2015 in poi (primo step di una serie di prescrizioni). Se non si riesce a rispettare le prescrizioni e i tempi dell’Aia, spiega Vendola, “l'Ilva dovrebbe presentare adeguate motivazioni sui ritardi e poi rimettersi al giudizio dell’Autorità”, come il ministero dell’Ambiente. Poi per la Regione Puglia sarebbe il caso di “cassare anche l'impunibilità” del commissario (comma 6 art.2). Tra l’altro Vendola chiede di “riattribuire la vigilanza a un ente terzo, a un garante”. Da “cassare” anche la parte del decreto sulle discariche (art.4). Infine “serve una chiara demarcazione tra le risorse destinate alla riqualificazione dell’Ilva e le risorse per il rilancio e lo sviluppo dell’area di Taranto”.
SI DEVE RISPETTARE AMBIENTE ED OCCUPAZIONE - “E' l’ennesimo decreto. Riteniamo che la decretazione di urgenza non sia lo strumento più idoneo”, soprattutto perchè “i commissari hanno via via espropriato le procedure ordinarie senza tuttavia ottenere miglioramenti ambientali”. Vendola segnala comunque “alcuni aspetti che valutiamo positivamente” come l’introduzione del “nuovo protagonismo dello Stato”.
“Per la Regione qualsiasi salvaguardia del siderurgico più grande d’Europa deve rispettare due requisiti, che ci sia la tutela dei livelli di occupazione e che la produzione sia rispettosa dell’ambiente”, aggiunge Vendola. “Con la decretazione d’urgenza si è provocato un impoverimento dei procedimenti ordinari – osserva il governatore pugliese – e si è andati sempre più verso un regime monocratico: e non si può dire che a questo sia corrisposto un miglioramento ambientale, anzi”, prosegue, si è avuta richiesta di proroga e dilatazione dei tempi dell’Aia. “Riteniamo però necessario – rileva Vendola parlando del nuovo decreto Ilva – che accanto al livello di governance dello Stato ci sia anche una governance scientifica per la salute e l'ambiente, potenziando il Centro salute e ambiente istituito dalla Regione nel 2012, garantendo specifiche risorse. Bisogna poi potenziare l’organico Arpa, perchè se lo Stato ci chiede di fare una guerra, ebbene non la possiamo fare senza un esercito”; in proposito viene proposto un emendamento ad hov per autorizzare, “in deroga agli attuali vincoli, la copertura del 60% dei posti della dotazione organica generale dell’Agenzia, per raggiungere 498 unità a tempo indeterminato” per “garantire il completamento e lo sviluppo delle attività sul territorio tarantino”. (GdM)

Sindaco di Taranto: si chiarisca il problema dell'Aia all'80%

“Occorre chiarire cosa riguarda l'80% e stabilire un termine temporale per la realizzazione del restante 20%” dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale). Così il sindaco di Taranto Ippazio Stefano in audizione in commissione Industria sul nuovo decreto Ilva. “Serve più precisione nel dire quando avverranno gli interventi e quando arriveranno i finanziamenti per l’attuazione delle prescrizioni ambientali – osserva poi Stefano – se ci dicono che tra 15 giorni almeno questi arriveranno cominciamo a parlare di cose concrete. Noi non vogliamo gestire le risorse, vogliamo che sia il ministero. Noi programmiamo quello che vogliamo fare e chiediamo di essere controllati sull'utilizzo”.
Il sindaco critica poi la diminuzione di controllo da parte del territorio, e il venir meno del controllo all’Arpa: “Si toglie la possibilità di verificare come vanno le cose”. Poi dice che inizierà presto, “a giorni”, la bonifica del quartiere Tamburi: è “già stata preparata la tensostruttura dove verrà depositato il terreno prelevato, terreno inquinato. Abbiamo bisogno di riavvicinare i cittadini alle istituzioni”. (GdM)

martedì 12 agosto 2014

A che punto è la notte?

Ilva, GRF: Peacelink denuncia a Magistratura e Commissione Europea

GRF ILVA sotto sequestro. PeaceLink: "Perché lasciare la facoltà d'uso a reparti che non applicano l'AIA da cui fuoriescono ancora emissioni non convogliate?"
 
La foto che inviamo ritrae le evidenti emissioni non convogliate dell'area GRF (Gestione Recupero Ferro) avvenute nella notte del 10 agosto scorso, alle ore 22.30 circa. E' l'immagine della gravità della situazione nella quale lo stabilimento ILVA di Taranto continua ad operare.  Le emissioni non convogliate si alzano in aria dal reparto GRF posto sotto sequestro dalla magistratura. E' un reparto situato di fronte allAFO5 (altoforno n.5).

Ricordiamo a tutti che il reparto GRF è ancora sotto sequestro e che la sua facoltà d'uso era ed è vincolata all'applicazione dell'autorizzazione AIA che ne prevedeva la copertura. La Corte Costituzionale ha specificato che la produzione dell'ILVA "può divenire illecita solo in caso di inosservanza delle norme e delle prescrizioni dettate a salvaguardia della salute e dell’ambiente".
Ai sensi della legge 231 del 2012 (la cosiddetta "Salva-Ilva" che incorporava e cristallizzava l'AIA dandole forza di legge) occorreva quindi coprire il reparto GRF da cui si sollevano quelle emissioni non convogliate che appaiono nella foto.
 La legge 231 del 2012 avrebbe dovuto garantire la ferrea applicazione di tutte le norme di adeguamento degli impianti a garanzia dell'ambiente e la salute sia dei lavoratori sia dei cittadini. Cosa che non è stata fatta.
 Sulla base della legge 231 del 2012 tutti gli interventi di messa a norma degli impianti di produzione dell'ILVA dovevano avvenire entro il 1° luglio 2014. Solo la scadenza della copertura del parco minerali (area di stoccaggio) faceva eccezione e aveva un termine all'ottobre 2015. 
La copertura dell'area GRF doveva avvenire entro il 31 dicembre 2013, applicando la prescrizione numero 70 che specifica:

"Copertura area GRF e area di svuotamento scoria liquida dalle paiole e ripresa scoria raffreddata (BAT 11) con avvio entro 3 mesi dei lavori di costruzione di edifici chiusi, con aree adeguatamente pavimentate e dotati di sistemi di captazione e trattamento di aria filtrata, in accordo con la BAT n.11, punto III. La conclusione della realizziazione del suddetto intervento deve avvenire entro il 31 dicembre 2013". 

PeaceLink ritiene inammissibile che le lavorazioni continuino senza l'applicazione di questa prescrizione in un impianto posto sotto sequestro perché considerato pericoloso in quanto - secondo il GIP Patrizia Todisco - «chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza».

PeaceLink vuole ritornare a fare chiarezza sulla questione della FACOLTA' D'USO DEGLI IMPIANTI sequestrati.

La stessa Corte Costituzionale aveva chiarito che il sequestro preventivo "deve consentire la facoltà d’uso, salvo che, nel futuro, vengano trasgredite le prescrizioni dell’AIA riesaminata".

Ma se vengono trasgredite le prescrizioni dell'AIA riesaminata, come mai tutto prosegue come se quell'impianto non fosse sotto sequestro la cui facoltà d'uso è subordinata al rigoroso rispetto dell'AIA riesaminata? 

Quando nel 2013 - a seguito della sentenza della Corte Costituzionale - il gip del Tribunale di Taranto, Patrizia Todisco, ha formalizzato la facoltà d’uso degli impianti dell'area a caldo sequestrati all’Ilva il 25 luglio 2012 perché inquinanti, il gip,  nel farlo, ha voluto sottolineare: «Solo il rispetto rigoroso del cronoprogramma degli interventi stabilito nell’Aia assicura la tutela della salute e dell’ambiente e giustifica la prosecuzione dell’attività produttiva». Per il gip Patrizia Todisco il non rispetto degli obblighi da parte dell’Ilva, vale a dire il mancato o ritardato adeguamento delle misure disinquinanti, era «da ritenere illecito e tale da innescare conseguenze giuridiche previste in generale dalle leggi vigenti per i comportamenti illecitamente lesivi della salute e dell’ambiente». In tal caso poteva scattare un nuovo decreto di sequestro degli stessi impianti, questa volta senza facoltà d’uso e quindi senza produzione.  Facendo suo il parere espresso dalla Corte Costituzionale, il gip di Taranto specificava con chiarezza lo scorso anno che la prosecuzione dell’attività produttiva dell'ILVA «non prevede né dispone la revoca dei sequestri disposti dall’autorità giudiziaria, ma autorizza la prosecuzione dell’attività per un periodo determinato ed a condizione dell’osservanza delle prescrizioni dell’Aia riesaminata». E sottolineava: «Se l’adeguamento della struttura produttiva non dovesse procedere secondo le puntuali previsioni del nuovo provvedimento autorizzativo sarebbe cura delle autorità amministrative proposte al controllo e della stessa autorità giudiziaria, nell’ambito delle proprie competenze, di adottare tutte le misure idonee e necessarie a sanzionare anche in itinere le relative inadempienze». 
 Sono state ad oggi sanzionate in qualche modo le inadempienza?
La cancellazione del garante dell'AIA è la dimostrazione che non solo non è stato sanzionato nulla ma che è stato eliminato persino il controllore.

Il chiaro "avvertimento" del GIP Patrizia Todisco all'ILVA avveniva a metà del 2013 quando i lavori di "adeguamento" dell'area GRF dovevano ancora essere effettuati in quanto il termine ultimo era il 31 dicembre 2013. Dal 2014 in poi ILVA avrebbe dovuto dimostrare di avere ultimato la copertura del GRF in maniera tale da non provocare più l'emissione dei fumi non convogliati visibili nella foto. 
Quelle emissioni non convogliate - ben visibili nella foto - a nostro avviso rappresentano in maniera evidente la mancata applicazione dell'AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) e il venir meno alla lettera e allo spirito della sentenza della Corte Costituzionale che non forniva disco verde alla produzione ma che la condizionava al rispetto dell'AIA.
Tutto questo pone gravi interrogativi per la salute degli operai e dei cittadini. Quei fumi non sono monitorati dai sistemi di controllo sui camini perché non sono convogliati, come l'AIA richiedeva. Nell'area GRF avvengono lavorazioni "a cielo aperto" provocando oggi gli stessi fenomeni emissivi incontrollati per cui il reparto fu posto sotto sequestro senza facoltà d'uso.

Questa fotografia è un'anticipazione di quanto sarà prossimamente consegnato alla Procura di Taranto e al Noe da parte dell'associazione PeaceLink, un poderoso dossier che cataloga tutte le emissioni documentate nell'anno 2014 sino ai giorni recenti. I contenuti  sono supportati da materiale fotografico, da video e da documenti che attestano l'attività dello stabilimento Ilva di Taranto in relazione alle prescrizioni non rispettate. Questo archivio assume una particolare rilevanza in quanto a oggi - 12 agosto 2014 -  tutti gli interventi dell'AIA su impianti di produzione e lavorazione dovevano essere già stati completati sulla base dell'AIA riesaminata nel 2012. Tutte le proroghe e le deroghe effettuate con decreti successivi costituiscono una violazione dell'articolo 29 decies il quale prevede che si proceda non all'ammorbidimento delle prescrizioni ma 
"alla revoca dell'autorizzazione integrata ambientale e alla chiusura dell'impianto, in caso di mancato adeguamento alle prescrizioni imposte con la diffida e in caso di reiterate violazioni che determinino situazioni di pericolo e di danno per l'ambiente".
PeaceLink constata con grande rammarico che lo stabilimento ILVA di Taranto continui ad operare violando le norme europee (direttiva 75/2010) in materia di tutela dell'ambiente e della salute.
Di tutto ciò PeaceLink ha già informato in data dell’11 agosto 2014 la Commissione Europea ed il Presidente del Parlamento Europeo. (Peacelink)

venerdì 31 gennaio 2014

Aia che male al PD!

Ilva, la magistratura può fermare gli impianti
In un articolo di Lidia Giannotti scritto per PeaceLink trovate i link che rinviano all’elenco di coloro che votarono alla Camera e al Senato a favore della cosiddetta legge Salva-Ilva del dicembre 2012. Come si può notare non vi furono “voti ribelli” nel Pd. Nessuno del Pd votò contro, nessuno si astenne. Gli unici voti ribelli nel Pd furono quelli dei radicali (come ad es. la Zamparutti o Turco) che formalmente facevano parte del gruppo parlamentare Pd. Inoltre un piccolo gruppo di parlamentari del Partito Democratico non partecipò al voto smarcandosi, in tal modo, dalla linea del Pd. Fra questi Della Seta, Bratti e Zampa, con cui PeaceLink erava in contatto per la campagna sul benzo(a)pirene
Complessivamente si è affermata nel Pd una obbedienza in stile Partito Comunista nordcoreano su questioni che attengono alla salute dei cittadini, per cui la linea scelta, per riprendere le parole di Lidia Giannotti, sembra essere quella di continuare a produrre “ad ogni costo”, mentre logica e umanità vorrebbe che fossero le persone a dover essere protette “ad ogni costo”.
Qualcuno del Pd potrebbe obiettare che quanto si sta facendo è stato tuttavia consentito dalla sentenza della Corte Costituzionale sulla prima legge Salva-Ilva e che se non è stato bocciato allora l’operato del governo allora quello che si fa oggi è di conseguenza lecito.
Non è così.
La Corte Costituzionale ritenne infatti di dare un parere di costituzionalità a condizione che l’Aia venisse applicata scrupolosamente e integralmente. L’Aia è l’autorizzazione integrata ambientale che, come è noto, l’Ilva non sta rispettando. Quindi la Corte Costituzionale – per quanto la sentenza abbia fatto discutere – non salvava l’Ilva sollevandola dalle sue responsabilità ma la gravava di nuove responsabilità, come si evince da questo passaggio della sentenza della Corte: “I motivi di tale aggravamento di responsabilità si possono rinvenire nell’esigenza di prevedere una reazione adeguata delle autorità preposte alla vigilanza ed ai controlli rispetto alle eventuali violazioni in itinere delle prescrizioni Aia da parte di una impresa, già responsabile di gravi irregolarità, cui è stata concessa la prosecuzione dell’attività produttiva e commerciale a condizione che la stessa si adegui scrupolosamente alle suddette prescrizioni”. La Corte Costituzionale condizionava cioè il parere di costituzionalità all’applicazione scrupolosa dell’Aia e richiamava l’attenzione sul fatto che la magistratura può intervenire nel caso la non applicazione dell’Aia possa generare situazioni di pericolo. Si legge nella sentenza della Corte: “La deviazione da tale percorso, non dovuta a cause di forza maggiore, implica l’insorgenza di precise responsabilità penali, civili e amministrative, che le autorità competenti sono chiamate a far valere secondo le procedure ordinarie“.
  
Quindi, chiarita la natura dell’Aia riesaminata, che è atto amministrativo e che  “tale rimane … anche secondo la disciplina dettata per l’Ilva di Taranto” (Corte Cost. sent. 85/2013, punto 10.3, pag. 60), i giudici della Corte Costituzionale hanno affermato (punto 10.1, pag. 59): “Il richiamo operato in generale dalla legge [all’AIA riesaminata, n.d.r.]  ha il valore di costante condizionamento della prosecuzione dell’attività produttiva alla puntuale osservanza delle prescrizioni contenute nel provvedimento autorizzatorio, che costituisce l’esito della confluenza di plurimi contributi tecnici ed amministrativi in un unico procedimento, nel quale, in conformità alla direttiva n. 2008/1/CE, devono trovare simultanea applicazione i princìpi di prevenzione, precauzione, correzione alla fonte, informazione e partecipazione, che caratterizzano l’intero sistema normativo ambientale”. Perché richiamiamo questi passaggi della Corte Costituzionale?
Perché l’ultimo provvedimento Salva Ilva (parliamo della conversione in legge non ancora avvenuta del decreto sulla Terra dei fuochi e sull’Ilva) dichiarerà che l’Ilva è a norma anche se l’Aia non viene applicata per intero e anche se non viene rispettato il cronoprogramma. Per il subcommissario Ilva Edo Ronchi basta che siano fatte settanta prescrizioni su cento per essere a norma. Che trenta importanti prescrizioni rimangano inattuate, non fa nulla, si chiude un occhio. Come a dire: che volete, non pretendete troppo da noi, anche noi non ce la facciamo a fare quello che non ha fatto Riva, apprezzate almento la buona volontà, non ci sono i soldi per fare tutto quello che si dovrebbe fare.
Ossia l’ultimo provvedimento consente di fare proprio ciò che la Corte Costituzionale si era raccomandata di non fare.
Siamo all’Aia all’italiana, realizzata solo in parte, come a dire che le auto italiane sono autorizzate a circolare con le gomme lisce e senza le luci posteriori funzionanti. Una cosa che la Commissione Europea ritiene abnorme e assurda, tanto da aver aperto una procedura di infrazione. Procedura che qualche europarlamentare chiede che vada accelerata al massimo.
Ma siamo anche fuori dal binario fissato dalla Corte Costituzionale.
Il nuovo provvedimento per l’Ilva è – va ribadito – uno strappo alle raccomandazioni della Corte Costituzionale che non forniva un disco verde senza condizioni.
Ciò nonostante l’on. Michele Pelillo, parlamentare tarantino del Pd, ha dichiarato con soddisfazione: “Non sembra vero, ma quello che non è stato fatto in cinquant’anni sta accadendo in questi mesi – e in questi giorni in particolare”.
      
Adesso ci sono le condizioni perché a difendere i tarantini scenda di nuovo in campo la magistratura. (A. Marescotti - FQ)

sabato 25 gennaio 2014

All'ordine del giorno (e della notte!)

Anno giudiziario: Lecce, su Ilva a magistratura compito improprio

L’Ilva, i parchi fotovoltaici, i rifiuti interrati e poi le colate di cemento sulle aree protette, vittime di “reati perpetrati oltre che da privati spesso anche dal pubblico”. È stato l’ambiente uno dei settori più impegnativi per la magistratura salentina, come emerge dalla relazione fatta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario dal presidente vicario della Corte d’appello di Lecce, Mario Fiorella: “In tutto il Salento è grave la situazione del traffico di rifiuti pericolosi di varia provenienza, spesso sparsi in discariche abusive o anche interrati con danni per i terreni e le falde acquifere”.  Relazione sintetica, quest’anno, perché racconta il lavoro fatto sotto la presidenza di Mario Buffa, da due settimane in pensione, al quale è stato rivolto un plauso unanime.(Rep)

“Il disastro ambientale causato a Taranto dall’Ilva è di inaudita gravità per le ricadute sulla salute dei lavoratori e degli abitanti e accolla impropriamente alla magistratura il contrasto, apparente e pretestuoso, tra diritto alla salute e diritto al lavoro, entrambi costituzionalmente tutelati”. Riferisce il presidente vicario della Corte d’appello di Lecce Mario Fiorella aprendo, il capitolo dedicato ai reati ambientali. “Il conflitto tra questi beni fondamentali e la minaccia di licenziamenti di massa – ha aggiunto – vengono artatamente riproposti all’unico scopo di risparmiare sugli investimenti necessari per consentire il lavoro in un ambiente salubre”. Dell’Ilva Fiorella ha parlato anche in relazione agli infortuni sul lavoro, ricordando i tre episodi di infortuni mortali, e al “problema irrisolto delle malattie professionali”.  
“Il caso Ilva e’ stato esemplare della progressiva lesione dell’ordinamento costituzionale”. Continua il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Lecce. “L’attivita’ giudiziaria e’ stata costretta a farsi carico di problemi che dovrebbero trovare soluzione in sedi diverse – ha aggiunto Vignola – alla magistratura e’ stata invece addebitata un’attivita’ di supplenza non voluta ne’ cercata, che ha determinato a volte sostegno a volte accuse, a momenti alterni”. “La magistratura – ha proseguito Vignola – e’ stata chiamata a supplire al ruolo della politica, per tutelare diritti costituzionalmente protetti. Il caso Ilva e’ stato esemplare dell’ingresso dell’economia nel rapporto tra politica e magistratura in una situazione in cui i diritti sono diventati una variabile dipendente dell’economia”. (PaeseNuovo)

domenica 27 ottobre 2013

Per l' Ilva di Taranto: una settimana di "fuoco"

Sarà questa che viene una settimana di fuoco per l'Ilva di Taranto, cadenzata da "caldi appuntamenti" che "scottano". Non solo scadenze giudiziarie ma anche ambientali.

Questa la nota stampa dell'AGI

(AGI) - Taranto, 27 ott. - Si apre una settimana importante per l'Ilva di Taranto con scadenze giudiziarie e ambientali che si intrecciano. Nei prossimi giorni saranno infatti notificati gli avvisi di conclusione dell'indagine relativa al reato di disastro ambientale dello stabilimento siderurgico, inchiesta deflagrata a luglio del 2012 e che in un anno ha visto sequestri e arresti, gli ultimi dei quali avvenuti lo scorso settembre (cinque cosiddetti "fiduciari" di Riva, la struttura di "governo parallelo" della fabbrica attraverso la quale la famiglia Riva si assicurava il controllo delle attivita'). Una cinquantina gli avvisi di conclusione delle indagini che fara' notificare la Procura di Taranto e riguarderanno oltre alle persone gia' arrestate nei mesi scorsi - tra cui gli ex presidenti dell'Ilva, Emilio e Nicola Riva, padre e figlio, l'ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, l'ex consulente dello stabilimento di Taranto, Girolamo Archina', l'ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, l'ex assessore all'Ambiente della Provincia di Taranto, Michele Conserva -, anche Fabio Riva, vice presidente del gruppo Riva, figlio di Emilio, colpito a novembre da ordinanza di custodia cautelare in carcere ma che deve essere ancora estradato dall'Inghilterra, nonche' esponenti della pubblica amministrazione.

 Non solo scadenze giudiziarie, con l'impatto che inevitabilmente determineranno, per l'Ilva di Taranto. Nella prossima settimana, infatti, ci sono anche due scadenze che riguardano il risanamento della fabbrica siderurgica e l'attuazione delle prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal ministero ad ottobre 2012.

Il 30 ottobre, al Comune di Taranto, si riunira' la conferenza dei servizi prevista dal Suap (Sportello unico delle attivita' produttive) chiamata ad esaminare i progetti per la copertura di tre parchi minerali piccoli e di un'area di gestione dei rottami ferrosi. I parchi intereressati sono omo-coke (miscela di minerali di ferro destinati alla sinterizzazione e carbon coke) e agglomerato nord e sud (sinterizzato di minerali di ferro per gli altiforni). La superficie complessivamente coperta sara' pari a 74.120 metri quadrati. Le coperture dei parchi omo-coke e agglomerato nord e sud saranno formate da strutture in legno lamellare, con fondazioni in calcestruzzo armato, di forma e dimensioni differenti in funzione delle macchine operatrici che lavorano all'interno dei capannoni.






venerdì 25 gennaio 2013

Procura cristallina, Ilva e amici sempre in trincea

«Non sono possibili compromessi»


«All'Autorità giudiziaria non è consentita l'adozione di «misure di compromesso», magari anche comprensibili da diversi altri punti di vista, ma che non trovino il loro fondamento in specifiche disposizioni normative processuali e penali».
LA NOTA - Lo scrive il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, sulla vicenda Ilva. «È possibile rivalutare, in tutto o in parte, eventuali questioni poi insorte, però sempre nei limiti» delle disposizioni normative processuali e penali. Sotto tale punto di vista - prosegue la nota - non ci si sta sottraendo a tale valutazione, così come evidenziato anche al signor ministro dell'Ambiente nel corso dell'incontro, sereno e a tratti anche cordiale, con lui avuto». Franco Sebastio, in cui fa il punto della situazione sul caso Ilva e interviene soprattutto sul punto delle merci sequestrate (un milione e 700mila tonnellate) per le quali ieri la Procura ha respinto l'istanza di dissequestro vincolato avanzata dall'azienda che aveva chiesto lo sblocco e la destinazione del ricavato a stipendi e interventi dell'Aia. Sebastio spiega anche che «allo stato l'azienda può continuare la sua attività di produzione in quanto la decisione di sospendere il giudizio sul dissequestro delle merci rimettendo la legge alla Consulta non riguarda tale diverso aspetto. Oggetto delle ulteriori contestazioni - precisa il procuratore - è solo la richiesta del materiale prodotto nei quattro mesi antecedenti il secondo provvedimento di sequestro la cui disponibilità viene considerata dall'azienda assolutamente e ineluttabilmente indispensabile per garantire la sua attività che, in caso contrario, dovrebbe essere sospesa per insuperabili difficoltà finanziarie. Tutto cio' pur essendo stata essa abilitata alla commercializzazione dell'acciaio prodotto dalla data del decreto legge in poi. Giova evidenziare a questo punto - rileva il procuratore di Taranto - che, come ovvio e assodato, l'autorità giudiziaria può assumere le sue determinazioni solo ed esclusivamente nell'ambito delle vigenti disposizioni processual-penalistiche, mentre le è vietata una qualunque decisione che dovesse invece basarsi su mere considerazioni di opportunità anche di tipo sociale ed economico, specialmente nel caso in cui tale determinazione potrebbe determinare una possibile sopravvenuta decadenza (inammissibilità) della questione di legittimità costituzionale per essere venuta meno la rilevanza della questione stessa».
LA MERCE SEQUESTRATA- Sulla possibilità di intervenire in qualche modo sul sequestro delle merci dell'Ilva, ma sempre nell'ambito di quanto prevede il Codice penale e la legge, il procuratore capo della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, fa un'apertura: «E' quindi possibile - dice il procuratore in proposito - rivalutare, in tutto o in parte, eventuali questioni poi insorte, però' sempre nei limiti delle disposizioni esistenti. Sotto tale punto di vista - dice il procuratore - non ci si sta sottraendo a tale valutazione, così come anche evidenziato al signor ministro dell'Ambiente nel corso dell'incontro - sereno e, a tratti anche cordiale - con lui avuto». (CdM)

Ed ecco cosa dice l'Ilva per "bocca" di uno dei suoi giornali-bollettino che anticipa scenari di custodi giudiziari che si trasformano in venditori porta a porta di acciaio e non perde occasione per sottolineare la versione della difesa Ilva sulla legittimità del sequestro.
Insomma, il solito attacco mediatico quotidiano alla magistratura!

Ilva, ai custodi la vendita delle merci

Si fa strada l'ipotesi che la Procura della Repubblica possa dissequestrare le merci Ilva e affidarne la vendita ad uno dei custodi giudiziari-amministratori nominati dal gip. Il ricavato della vendita, però, non andrebbe all'Ilva, nè servirebbe a finanziare il pagamento dei prossimi stipendi (servono 75 milioni di euro) e gli interventi per il risanamento ambientale del siderurgico, ma verrebbe «congelato» in un deposito sempre a disposizione dell'autorità giudiziaria, essendo coils e lamiere beni soggetti a confisca. L'ipotesi è allo studio e la sua applicazione è legata anche agli esiti di una perizia tecnica che dica alla Procura se la merce stoccata tra magazzini e piazzali dallo scorso 26 novembre è deteriorabile (come asserisce l'Ilva) o meno.
Altro punto da chiarire è poi il valore della stessa merce: l'Ilva dice che quel milione e 700mila tonnellate valgono un miliardo di euro («un sesto del fatturato dell'azienda» ha affermato l'altro ieri il presidente Bruno Ferrante), per la Procura, invece, si apprende da fonti giudiziarie, potrebbero valere meno, circa 600 milioni di euro.
Se la Procura decidesse di vendere le merci, affidandone il relativo incarico al custode-amministratore Mario Tagarelli (nominato dal gip Patrizia Todisco insieme ad altri tre custodi per il sequestro degli impianti dell'area a caldo), verrebbe sì incontro ai clienti dell'Ilva che quei beni hanno ordinato, ma non sposterebbe di un millimetro la situazione finanziaria aziendale. Che resterebbe pesante con gli stipendi a fortissimo rischio. D'altra parte nel vertice di ieri col ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, Ferrante è stato esplicito: quei soldi servono all'Ilva per generare altra liquidità visto che le banche hanno frenato sugli affidamenti all'azienda. L'Ilva oggi è un po' come un'auto col serbatoio a secco e che ha bisogno di carburante per ripartire. L'unica cosa che si otterrebbe dallo sblocco dei prodotti è che si libererebbero piazzali e magazzini. L'Ilva, che oggi dice di non avere aree in cui stoccare, avrebbe di nuovo i suoi spazi, e gli impianti dell'area a freddo - fermi da fine novembre - potrebbero essere rimessi in marcia, così come chiedono i sindacati. Se si sta studiando un dissequestro con le caratteristiche prima dette, sembrano quindi perdere attualità le ipotesi pure emerse l'altro ieri, ovvero la possibilità di trasferire il fermo delle merci su soluzioni alternative come il sequestro per equivalente o il deposito cauzionale.
Ieri, in una lunga nota, il procuratore capo di Taranto, Franco Sebastio, non ha chiuso la porta a una possibile evoluzione. «È possibile rivalutare, in tutto o in parte - scrive Sebastio -, eventuali questioni poi insorte», ma ci sono dei paletti da rispettare, «limiti» li definisce il procuratore che così spiega: «All'autorità giudiziaria non è consentita l'adozione di misure "di compromesso", magari anche comprensibili da diversi altri punti di vista, ma che non trovino il loro fondamento in specifiche disposizioni normative processuali e penali. Giova evidenziare - scrive ancora il procuratore - che, come ovvio e assodato, l'autorità giudiziaria può assumere le sue determinazioni solo ed esclusivamente nell'ambito delle vigenti disposizioni processual-penalistiche, mentre le è vietata una qualunque decisioni che dovesse basarsi invece su mere disposizioni di opportunità, anche di tipo sociale-economico, specialmente nel caso in cui tale determinazione potrebbe determinare una possibile decadenza (inammissibilità) della questione di legittimità costituzionale per essere venuta meno la rilevanza della questione stessa». Fermo restando questi «limiti», perciò, afferma il procuratore, «non ci si sta sottraendo» ad una possibile, nuova valutazione della vicenda, «così come evidenziato anche al signor ministro dell'Ambiente nel corso dell'incontro - sereno e, a tratti, anche cordiale - con lui avuto».
Al procuratore replica l'Ilva. «Il provvedimento di sequestro da parte della magistratura - dice l'azienda - ha natura meramente facoltativa così come l'eventuale confisca anche in caso di sussistenza dei reati contestati; l'esercizio del potere discrezionale da parte dei giudici di Taranto avrebbe consentito e consente quindi la valutazione di ogni elemento di opportunità dell'emissione del provvedimento. Andrebbe in primo luogo valutata ogni conseguenza sociale che ne deriva». E infine «sulle questioni di legittimità costituzionale proposte» dai giudici, l'Ilva parla di «manifesta infondatezza, posto che la tutela della salute è costituzionalmente demandata agli organi di Governo che con la decretazione d'urgenza ne ha tenuto conto, e non alla magistratura». (Sole24h)


mercoledì 19 dicembre 2012

Ferrante ringhia tra i "suoi" operai

«La magistratura vuole chiudere l'Ilva»


«L'autorità giudiziaria non vuole salvare lo stabilimento ma la chiusura». Parla di «scelta tragica» il presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, che coglie l'occasione degli auguri di Natale ai dipendenti del siderurgico di Taranto per esprimere una durissima critica alla magistratura con la quale è in corso un duro conflitto da almeno sei mesi.
Ferrante dice che, a fronte di quanto accaduto a luglio, con gli arresti e il sequestro degli impianti, l'Ilva ha anzitutto cercato di tutelare i posti di lavoro, poi l'azienda, ma ha anche cercato di capire, senza però riuscirci, quali fossero le ragioni che muovevano i giudici visto «che i periti e i procuratori dicono e scrivono che l'Ilva rispetta la legge».
La verità – incalza Ferrante – «non è quella che emerge dalle perizie» e, riferendosi ai magistrati, lancia l'accusa: «Non ci sono serenità d'animo ed equilibrio di giudizio». In quanto alla conferma del sequestro dei prodotti finiti da parte del gip, Ferrante lo definisce «un danno ai lavoratori perchè un'azienda che non può vendere quello che produce, non ha futuro e non può pagare nemmeno gli stipendi. L'Ilva attuerà l'Aia perchè tenere insieme i valori dell'ambiente, della salute e del lavoro è una sfida di civiltà e di cultura». Il direttore dell'Ilva di Taranto, Adolfo Buffo, ha poi invitato i lavoratori, i giovani soprattutto, a «non rinunciare a lottare e a battersi in difesa del lavoro e per migliorare la sostenibilità ambientale della fabbrica».
Da rilevare infine che Confindustria Taranto ha proposto la nomina del prefetto di Taranto a commissario per la bonifica dell'area esterna all'Ilva, figura prevista dalla legge approvata nella scorsa estate. (Sole24h)

domenica 2 dicembre 2012

La dittatura "illuminata" (dall'Ilva)

Passera caro, i dittatori di una volta avevano più dignità: risparmiaci questa pantomima miserabile.
Impara dal Circo Clini!

 

Ilva, Passera ai magistrati:
"Non fermateci, salviamola insieme"

"Adesso voglio vedere chi avrà ancora il coraggio di dire che non ci mettiamo la faccia...". Il giorno dopo il varo del decreto legge che dispone la riapertura dell'Ilva, e impone all'azienda l'avvio immediato degli investimenti per la bonifica ambientale dell'area e l'introduzione delle "migliori tecnologie produttive", Corrado Passera non ha dubbi: "Abbiamo fatto la cosa giusta, e l'abbiamo fatta in tempi record".
Sei ore di Consiglio dei ministri. E un provvedimento assai poco "ortodosso", per un governo di tecnocrati liberali. Il decreto scavalca i sequestri disposti dalla magistratura, e ordina la riapertura immediata degli impianti. In caso di inottemperanza da parte degli azionisti del colosso siderurgico di Taranto, arriva a ipotizzare persino l'esproprio. Basterà a salvare il più grande polo dell'acciaio europeo?
Il responsabile dello Sviluppo economico ne è convinto: "Siamo partiti da un presupposto fondamentale. Non ci deve mai essere contrapposizione tra salute e lavoro. Siamo sempre stati convinti che anche all'Ilva i due diritti si debbano bilanciare. Il modo migliore per farlo, come dispone il decreto, è recepire le indicazioni dell'Aia, e procedere contestualmente alla riapertura degli impianti e ai lavori di risanamento e di ammodernamento. Vogliamo un'Ilva sostenibile, e vogliamo tutelare, al tempo stesso la salute pubblica e il lavoro di migliaia e migliaia di persone. Questo provvedimento lo rende finalmente possibile". Ma perché
non ci siano ulteriori intralci, il ministro si rivolge ai due interlocutori-chiave di questa crisi: l'azienda, che in questi anni si è macchiata di colpe gravissime. E poi la magistratura, che ha accolto con forti critiche l'intervento del governo.
Il primo requisito per far convivere anche a Taranto diritto al lavoro e diritto alla salute è che l'azienda, cioè i Riva che ne sono azionisti, facciano fino in fondo il proprio dovere.

"Con il decreto - osserva Passera - chiediamo un impegno fortissimo all'azienda, che deve mettere in campo miliardi di investimenti per bonificare la produzione e l'ambiente. Ma non ci accontentiamo di impegni teorici. Quegli investimenti devono essere fatti: ora l'Aia è legge, e l'azienda ha l'obbligo di rispettarla". Per troppi anni questo non è accaduto. E qualche membro della famiglia si è permesso di dire al telefono "due tumori in più all'anno? Una minchiata...". E per troppi anni i Riva hanno goduto di coperture, a livello locale e nazionale. C'è persino chi ipotizza "patti scellerati", cioè autorizzazioni ambientali "facili" in cambio di una partecipazione nel salvataggio dell'Alitalia. Passera non insegue le voci: "In questi anni le responsabilità sono state gravi e diffuse. Ora mi chiede se mi fido dei Riva? Io mi fido del nostro decreto, e mi fido della collaborazione tra il governo, le amministrazioni locali e la magistratura. Ferrante ci ha assicurato l'impegno dell'azienda".

Il salto di qualità delle nuove norme sta nell'impianto sanzionatorio. "Oltre a quelle previste dalla legge ordinaria - chiarisce il ministro - introduciamo sanzioni economiche pesantissime, che possono arrivare fino al 10% del fatturato. In questo modo, togliamo ogni scusa agli azionisti e ai manager. Troppe volte, in passato, le aziende hanno trovato più conveniente pagare le multe, piuttosto che adeguare gli impianti. Ora questo non sarà più possibile. O bonifichi e ammoderni, o devi pagare così tanto che rischi di perdere tutto". Il decreto fa riferimento agli articoli 91 e 94 della Costituzione. Per la prima volta si evoca la figura giuridica dell'esproprio. È una novità assoluta, per il diritto d'impresa. "Nel testo non si parla in modo esplicito di esproprio. Ci spingiamo fino all'ipotesi di commissariamento e di amministrazione straordinaria. Intendiamoci, io non mi aspetto che ci si arrivi, mi aspetto che l'azienda ottemperi. Ma se questo non dovesse accadere, noi la avvisiamo fin d'ora: siamo pronti a intervenire, nella gestione e anche nella proprietà".

Le modalità dell'intervento pubblico restano imprecisate. "Il governo potrà intervenire con vari strumenti molto forti. L'unica cosa che mi sento di escludere è che si arrivi alla nazionalizzazione dell'Ilva, cioè al ritorno dello Stato padrone dell'acciaio". Sarà cruciale la figura del Garante, che avrà il compito di vigilare sugli investimenti di bonifica e di ammodernamento concordati e quindi attuati dall'azienda: "Abbiamo voluto creare una nuova figura "terza" e con le giuste competenze professionali, che segua i lavori di ammodernamento e risanamento dell'acciaieria, e che ci dia garanzie sul rispetto degli impegni, che devono andare avanti con i tempi giusti e le tecnologie giuste". Qualche "forzatura", di fronte all'emergenza, era necessaria.
"Politicamente e psicologicamente - aggiunge Passera - ci ha aiutato il fatto che il giorno prima del Consiglio dei ministri abbiamo avuto l'incoraggiamento da tutte le parti sociali. Ed è fondamentale che non venga meno anche nei prossimi mesi".
Il secondo requisito, perché il salvataggio dell'Ilva possa funzionare, è che la magistratura non fermi il decreto. I giudici di Taranto parlano di incostituzionalità, e ipotizzano persino un conflitto di attribuzione. L'Anm parla di una "grave responsabilità" del governo. "Noi abbiamo un profondo rispetto della magistratura - osserva il ministro dello Sviluppo - e siamo convinti che i giudici finora abbiano fatto al meglio il loro dovere. Ma sulla costituzionalità del testo siamo sereni: ci siamo consultati con i giuristi e gli esperti dei ministeri e della presidenza del Consiglio, correggendo anche qualche parte del provvedimento. Siamo certi che il decreto rispetti in ogni sua parte il dettato costituzionale. Quanto al merito, alcuni magistrati ritengono che non sia possibile fare la bonifica e il risanamento aziendale mentre gli impianti sono in funzione. Noi su questo non siamo d'accordo, perché siamo convinti che se è costretta a spegnere gli impianti per fare la bonifica, l'azienda muore e non può più rinascere, a esclusivo vantaggio dei concorrenti che gli portano via il mercato. E questo non possiamo permetterlo, perché oltre alla tragedia ambientale esploderebbe un enorme dramma sociale: l'Ilva, per il Sistema Paese, "vale" oltre 8 miliardi in termini industriali e 21mila persone in termini occupazionali. Rompere la filiera siderurgica sarebbe un disastro per l'intero settore manifatturiero, per le nostre esportazioni, per la nostra bilancia dei pagamenti".
Passera, a questo punto, si rivolge alle toghe: "Mi auguro che i magistrati capiscano che i loro obiettivi e i nostri non confliggono, ma coincidono. C'è una volontà comune, che è quella di tutelare la salute e di salvare il lavoro per tutti. Noi non vogliamo vanificare le sentenze dei tribunali, né ledere la maestà del potere giudiziario. Vogliamo solo trovare una soluzione condivisa, nel rispetto del diritto". Si capirà qualcosa già giovedì prossimo, quando si riunirà il Tribunale del Riesame di Taranto per decidere sul ricorso contro l'ultimo sequestro.
Nell'attesa, insieme all'Ilva resta sul tappeto la spaventosa strage di posti di lavoro certificata dall'Istat due giorni fa: la disoccupazione è all'11,1%, tra i giovani sale al 36,5%. Una sconfitta per il governo Monti, attento al rigore e molto meno alla crescita e al lavoro.
Passera non ci sta: "I numeri sono preoccupanti, ma purtroppo non distanti dalle previsioni e in linea con le medie europee. Io ho sempre sostenuto che il lavoro era ed è l'emergenza numero uno. Non solo il dramma dei disoccupati, ma anche quello degli inattivi e dei sottoccupati. Un'area di disagio sociale enorme, che riguarda circa 7 milioni di persone. Ma dire che il governo nei pochi mesi e con le poche risorse a disposizione non ha fatto abbastanza è ingeneroso. La nostra politica industriale è stata impostata per creare o ricreare le condizioni dello sviluppo. E poi chiediamoci cosa sarebbe successo in Italia, se un anno fa non avessimo preso in mano la situazione non solo per salvare la finanza pubblica, ma anche per mettere in sicurezza il sistema degli ammortizzatori sociali che certamente i commissari, se avessero preso in gestione il Paese, non avrebbero risparmiato".
Non c'è la controprova. Ed è una fortuna. Ma resta il fatto che i risultati, per la crescita e l'occupazione, non si vedono. E c'è chi continua a ripetere che in tutte le grandi crisi industriali di questa fase, dall'Ilva alla Fiat, dal Sulcis all'Alcoa, il ministro dello Sviluppo arriva in ritardo o non ci mette mai la faccia.
"Trovo non obiettiva questa accusa - risponde Passera - e non c'è solo il caso Ilva a dimostrarlo. Io la faccia ce la metto tutti i giorni. Andando nel Sulcis, dove abbiamo già sbloccato sia il caso di Portovesme che di Eurallumina. Sedendomi al tavolo con i sindacati per Fincantieri, dove abbiamo evitato lo smembramento e la svendita del gruppo. Cercando da mesi uno sbocco per Alcoa, dove scontiano una crisi europea dell'alluminio e incentivi all'energia non più sostenibili. Fermando lo scempio degli incentivi irragionevoli alle fonti rinnovabili. Bloccando la cessione gratuita delle frequenze con il beauty contest. Chiedendo e realizzando la separazione tra Eni e Snam. E gestendo tutti i tavoli di crisi aperti al ministero: su 150 che ne abbiamo trovati, una sessantina hanno già trovato un loro esito. Abbiamo trovato tanti problemi accumulati e abbiamo cominciato a metterci mano con grande determinazione. Oltre a difendere aziende in crisi, tutti insieme dobbiamo favorire la nascita di nuove imprese, e il decreto sulle start up va proprio in questa direzione".
Il problema di fondo è che famiglie e imprese non percepiscono i frutti di questa semina. C'è da chiedersi perché. Passera da la sua spiegazione: "Oggi vengono al pettine nodi antichi di decenni. Chi pensa che si possano sciogliere in pochi mesi si illude. O vuole illudere gli italiani". (Repubblica)

Ilva: Clini, "il sequestro ha rinviato tutte le bonifiche"


(AGI) - Roma, 2 dic. - "Le bonifiche stavano partendo, il sequestro ha rinviato tutto". All'indomani del decreto del governo sull'Ilva, il ministro dell'Ambiente Corrado Clini e' polemico con i giudici, che considerano anticostituzionale il provvedimento.
"Spetta alla Corte Costituzionale pronunciarsi - dice Clini in un'intervista a La Stampa - La situazione e' precipitata lunedi' scorso quando le disposizioni del Gip hanno bloccato nei fatti lo stabilimento. Senza questo provvedimento, il 26 novembre sarebbero partiti i primi interventi previsti dalle prescrizioni dell'Aia. E' un dato di fatto con il rischio che l'azienda abbia un alibi per rimettere in discussione gli impegni presi". Le prescrizioni dell'Aia, spiega Clini, "sono concentrate sul risanamento ambientale per dare piena e rigorosa applicazione alla legge. Abbiamo chiuso i contenziosi con Ilva che bloccavano gli interventi. Non vorrei che ora si aprissero conflitti tra le istituzioni dello Stato con lo stesso effetto di blocco delle misure per il risanamento ambientale".
"Nel decreto legge - spiega il ministro - si fa riferimento all'articolo 43 della Costituzione che stabilisce che per i settori produttivi ritenuti di rilevanza strategica, lo Stato puo' intervenire direttamente nella gestione di queste imprese, ovvero assumere iniziative per far prevalere l'interesse pubblico". Questo "non necessariamente" significa che lo Stato puo' anche finanziare le opere stabilite dall'Aia.
  "Se Ilva - precisa Clini - non da' attuazione alle disposizioni del decreto legge, possono essere adottare misure fino all'amministrazione straordinaria della societa' per garantire insieme la realizzazione degli interventi prescritti dall'Aia e la continuita' produttiva, anche con soggetti diversi dall'attuale proprieta'".(Agi)

mercoledì 21 novembre 2012

Non ci credono neanche più i sindacati!

Ilva, la nuova sfida ai magistrati
"Dissequestro degli impianti o chiusura"

Nell'istanza presentata al tribunale l'azienda pone come condizione per il rispetto delle direttive Aia il dissequestro dell'area a caldo: "Altrimenti l'attività sarebbe insostenibile". Ma dalla Procura si profila un nuovo no

TARANTO - "Se il sequestro preventivo dovesse permanere, pur a fronte del mutato quadro autorizzatorio, l'ovvia insostenibilità economico-finanziaria condurrebbe inevitabilmente alla definitiva cessazione dell'attività produttiva e alla chiusura del polo produttivo". Lo dicono il presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, e l'avvocato Marco De Luca di Milano nell'istanza di dissequestro degli impianti dell'area a caldo del siderurgico presentata ieri alla Procura di Taranto.
Il dissequestro, per l'azienda, è funzionale all'attuazione di quanto l'Autorizzazione ambientale prescrive. Solo l'attività di impresa, dice l'Ilva, "può generare le risorse necessarie alla relativa ottemperanza" dell'Aia. L'Ilva fa altresì presente che l'assolvimento degli obblighi dell'Aia, che pone una serie di interventi ambientali e impiantistici, richiede necessariamente il ricorso al credito che "risulta impossibile in presenza di provvedimenti limitativi della proprietà e della gestione dello stabilimento". Il vincolo sull'area a caldo, dice l'Ilva con riferimento al sequestro giudiziario, "diviene, da subito, economicamente insostenibile".
Secondo indiscrezioni, tuttavia, sarà negativo
il parere della Procura della Repubblica di Taranto sull'istanza di dissequestro degli impianti dell'area a caldo. Per questo motivo, la decisione sull'istanza di dissequestro non sarà presa dalla Procura ma dal gip del Tribunale, al quale gli stessi pm gireranno l'istanza con il parere negativo motivato. Tutto questo dovrebbe avvenire domani, la decisione probabilmente in settimana.
Una doccia fredda per la città e per gli operai del siderurgico. Tra la spada di Damocle delle ferie forzate e della cassa integrazione da una parte, e l'incubo dei veleni che dalle cimieniere dello stabilimento si riversano sulla città provocando inquinamento e morte. Proprio stamattina è stato aggiornato al 27 novembre il confronto tra Ilva e sindacati metalmeccanici per discutere della cassa integrazione ordinaria per 2mila persone per il siderurgico di Taranto chiesta dall'azienda per crisi di mercato. L'incontro odierno è finito in un nulla di fatto e i sindacati dichiarano che molto probabilmente si va "verso un mancato accordo perchè non esistono i presupposti per il ricorso alla cassa nell'Ilva". Domani i sindacalisti tarantini di Fim, Fiom e Uilm saranno a Roma per partecipare alla riunione del coordinamento sindacale nazionale del gruppo Ilva ed è già partita la lettera con cui Cgil, Cisl e Uil nazionali e Fim, Fiom e Uilm nazionali, su sollecitazione delle organizzazioni locali, chiedono l'intervento di Palazzo Chigi nel caso Ilva.
"C'è una situazione davvero singolare - commenta Cosimo Panarelli, segretario Fim Cisl Taranto - nel senso che l'Autorizzazione integrata ambientale è stata rilasciata, il ministero dell'Ambiente ha approvato il piano dell'Ilva sull'Aia e l'azienda resta ferma e non fa partire i lavori di messa a norma della fabbrica sotto il profilo ambientale perchè, afferma, c'è il sequestro giudiziario che glielo impedisce. Da questa situazione bisogna uscire al più presto facendo chiarezza".
Da lunedì scorso non essendoci ancora stato l'accordo sulla cassa integrazione, all'Ilva sono scattate le ferie forzate per circa 500 operai della produzione lamiere e del rivestimento tubi, ed entro fine settimana, si è appreso oggi nell'incontro azienda-sindacati, dovrebbe fermarsi anche il tubificio 2, la cui fermata inizialmente era stata collocata tra oggi e domani. Nel momento in cui si fermerà il tubificio 2 il numero dei lavoratori Ilva in ferie forzate salirà a circa 700 anche se l'Ilva proprio oggi ha detto ai sindacati che per quest'area dello stabilimento si apre qualche prospettiva in quanto sono in via di formalizzazione due nuovi ordini di lavoro. Ci vorranno però una ventina di giorni ancora tra perfezionamento dell'ordine, avvio della produzione delle lamiere necessarie a fabbricare i tubi, e rientro del personale interessato al lavoro. I sindacati premono affinchè l'Ilva faccia chiarezza su quanto accadrà nel siderurgico nel momento in cui partiranno i lavori dell'Aia. Il primo a fermarsi sarà a dicembre l'altoforno 1, dove inizialmente l'azienda aveva prospettato una ricollocazione all'interno di circa mille esuberi, mentre ora la situazione è cambiata.
'L'Ilva - spiegano i sindacalisti -ci ha detto che tutto il personale dell'altoforno 1 sarebbe stato rioccupato all'interno qualora la fermata dell'impianto fosse stata consensuale, cioè tra azienda e custodi giudiziari, invece l'impianto ora si sta fermando, ci dice sempre l'azienda, perchè l'hanno ordinato i custodi. E sarà uno stop senza il conseguente rifacimento". Nei giorni scorsi l'Ilva, nell'ambito del piano per l'Aia, aveva cercato anche di far passare la fermata dell'altoforno 2, che dall'Aia non è invece prevista, sostenendo che, fermando l'altoforno 1 e le batterie di cokeria 3-4-5-6, avrebbe avuto problemi di approvvigionamento di coke anche sull'altoforno 2. Il ministero dell'Ambiente ha respinto la fermata dell'altoforno 2, dichiarando che è una misura non prevista dall'Aia, la quale per quest'impianto prevede solo interventi di depolverazione. L'Ilva, si apprende da fonti sindacali, è stata invitata dal ministero ad approvvigionarsi all'esterno di coke qualora dovesse avere problemi in proposito. (La Repubblica)

mercoledì 5 settembre 2012

Se ne va! Finalmente!!!

Veleni sui politici o politici che hanno consentito di gettare veleni sui cittadini?
Florido intanto resta ancora attaccato come una cozza alla sua poltrona... Chissà gli scommettitori inglesi a quanto darebbero la possibilità che il suo nome spunti presto dai fascicoli della magistratura?

Taranto, veleni anche sui politici
si dimette l'assessore all'Ambiente


Si dimette Michele Conserva, assessore all'ambiente della Provincia di Taranto. Non conosce soste e non risparmia alcun fronte la bufera sui temi dell'ambiente e dell'inquinamento, partita con il sequestro dell'area a caldo dello stabilimento Ilva. Conserva, uomo di fiducia del presidente Gianni Florido, ha rimesso il suo mandato questa mattina adducendo motivazioni di natura politica. Nella lettera consegnata a Florido, l'ex assessore ha espresso tutto il suo disagio "nei confronti del suo partito, il Pd" e dell'attuale clima di "tutti contro tutti". Un clima che si è innescato dopo le indiscrezioni sull'inchiesta "environment sold out" "ambiente svenduto", nel quale figurano indagati politici e funzionari pubblici.
Al centro dell'indagine, con punti di contatto con quella sull'Ilva per disastro ambientale, una serie di procedimenti autorizzativi ritenuti sospetti ed uno scottante rapporto della Guardia di Finanza depositato da tempo in procura. La marea di voci in città hanno armato l'assessore regionale Michele Pelillo che ha rispolverato la questione morale all'intermo del Pd, chiedendo a gran voce i nomi degli indagati. Alle sue dichiarazioni ha fatto da sponda il sindaco Ippazio Stefàno che ha messo in stand by le nomine nella sua giunta comunale inattesa di conoscere che è implicato nella vicenda. Fatto sta che queste prese di posizione hanno avvelenato il clima politico e esacerbato rapporti nel partito democratico già tesi. Oggi è giunta la decisione dell'assessore Conserva
di lasciare la poltrona.
"La logica  del "tutti contro tutto e tutti"  -  ha scritto nella sua lettera di dimissioni - non mi appartiene. Gli anni passano e il clima politico ed istituzionale a Taranto non è mutato. Al gioco del quotidiano e periodico massacro non intendo più prestarmi, il mio più elementare desiderio è quello di pensare ed agire con la giusta serenità piuttosto che gestire il potere nell'oblio del quotidiano cinismo. L'impegno degli ultimi sei anni con le deleghe Ecologia e Ambiente, Aree Protette e Protezione Civile  che ho seguito, talvolta anche sentendomi in assoluta solitudine, ha difeso e tradotto in fatti la linea dell'ecocompatibilità. Oggi  -  conclude Michele Conserva - sento la necessità, rinunciando alla poltrona,  di avvicinarmi alla mia comunità alla quale sono profondamente legato, con l'entusiasmo, l'impegno e la dedizione di sempre". (Repubblica)

venerdì 3 agosto 2012

ILVA di Taranto: cosa ne dicono gli epidemiologi?

Pubblichiamo le osservazioni di alcuni epidemiologi e di soggetti coinvolti a vario titolo nelle indagini sul funzionamento dell’impianto siderurgico di Taranto tratte dal sito di E&P.
Invitiamo i lettori a lasciare brevi commenti sul sito.
Per saperne di più: clicca qui

La deflagrazione dei diritti
di Eugenio Paci, Direttore scientifico di E&P, Ispo, Firenze

La perizia epidemiologica è stata prudente, ma i risultati parlano chiaro
di Benedetto Terracini, professore di Epidemiologia dei Tumori (ora in pensione), Università di Torino Consulente Tecnico di parte all’incidente probatorio (comune di Taranto)

Affidabilità delle perizie e comportamento dell’Azienda
di Maria Angela Vigotti, Università di Pisa
Consulente Tecnico di parte all’incidente probatorio (comune di Taranto)

Taranto, la Costituzione e il ricatto occupazionale
di Emilio Gianicolo, Istituto di fisiologia clinica del CNR , Consulente tecnico di parte (Allevatori)

ILVA di Taranto: un’altra tragedia annunciata
di Laura D’Amico, Avvocato di parte civile al Processo Eternit di Torino

Taranto: senza le associazioni avremmo continuato a mangiare e respirare diossina nel silenzio più totale e adesso si rischia che tutto torni come prima!
di Maurizio Portaluri, primario radioncologo, Ass. Salute Pubblica, Brindisi

La parola ai lavoratori
Intervista a Donato Stefanelli, segretario della FIOM di Taranto, tratta dal GR di Radio Popolare Network del 2 agosto 2012 ore 7.29.

La voce delle donne del quartiere Tamburi
Video dallo speciale di Repubblica TV dedicato all'ILVA di Taranto


La deflagrazione dei diritti


Eugenio Paci, Direttore scientifico di E&P, Ispo, Firenze
Quanto accade a Taranto, dove l’iniziativa della magistratura per l’insostenibilità della situazione ambientale ha portato al sequestro parziale dello stabilimento siderurgico è il vero naufragio italiano, terribilmente reale, non metaforico, frutto di  anni di abbandono, collusioni, incapacità e illegalità.
Epidemiologia & Prevenzione è nata quaranta anni fa dalla consapevolezza che diritto al lavoro e diritto alla salute non possono e non devono, anche costituzionalmente, essere alternativi.
Nelle forme di oggi, più consapevoli dell’impatto ambientale oltre che di quello sulla salute dei lavoratori, vi è solo una risposta possibile: ripartire dall’indispensabile compresenza di questi diritti. E’ evidente che non può essere la magistratura a risolvere i problemi, ma sta al governo nazionale e locale proporre soluzioni che avviino da  subito iniziative per uscire da questa terribile e incivile contrapposizione e che abbiano ugualmente presenti, da subito, i diritti costituzionali.
Il momento è difficile in tutta Italia, ma forse è soprattutto a Taranto che si deve dimostrare se ci sono le energie e la capacità di cambiare. La responsabilità di questo stato di cose, al di là di quelle giudiziarie, ci riguarda tutti, specchio di una grave sofferenza del nostro paese ed in particolare del Sud Italia.  Gli epidemiologi italiani contribuiscono a documentare i danni e i rischi, ma questo non può bastare. Il riconoscimento del diritto al lavoro richiede rispetto dell’ambiente e attenzione alla salute a tutti i livelli, un rispetto che in Italia, non solo a Taranto, a volte non c’è, come dimostra il recente scandaloso irrisorio risarcimento che Inail ha riconosciuto a un giovane precario, morto sul lavoro.


La perizia epidemiologica è stata prudente, ma i risultati parlano chiaro


Benedetto Terracini
professore di Epidemiologia dei Tumori (ora in pensione), Università di Torino
Consulente Tecnico di parte all’incidente probatorio (comune di Taranto)
Lo studio epidemiologico effettuato per rispondere ai quesiti  del GIP è stato condotto con rigore metodologico e le inferenze si basano su dati verificabili. Federacciai ha comprato pagine intere dei principali giornali italiani a difesa dell’ILVA affermando – tra l’altro – che i risultati della perizia epidemiologica sono “opinabili”. Tuttavia, durante l’incidente probatorio in tribunale, il 30 marzo,  i suoi periti si sono ben guardati dal sottostare ad un confronto diretto con i consulenti del GIP sulla attendibilità della stima di morti e malati  attribuibili alle emissioni dell’ILVA.   Nelle stesse pagine a pagamento,  l’unico riferimento alla salute è l’affermazione che l’azienda si sarebbe adeguata  “alle sempre nuove migliori tecnologie per la tutela della salute”.  Una affermazione  che apparentemente richiama il messaggio  lasciato trentacinque anni fa da Giulio Alfredo Maccacaro – fondatore di “Epidemiologia & Prevenzione” – secondo cui la prevenzione delle malattie inizia dall’impiantistica. Ma è anche una affermazione difficilmente conciliabile  con i  risultati delle indagini dell’autorità giudiziaria e dello studio dei consulenti del GIP.
I consulenti del GIP sono stati prudenti nella loro stima del  numero di morti e malati attribuibili all’ILVA, in quanto – per stimare il numero di casi in eccesso – hanno dovuto ipotizzare che  concentrazioni di PM10 inferiori a   20 microgrammi al m3– siano prive di effetti sanitari a breve termine, mentre tale valore è semplicemente un realistico obbiettivo enunciato  dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, al di sotto del quale le esposizioni sono tutt’altro che innocue  (la soglia di 40  microgrammi/m3 di PM10  prevista dalla normativa europea vigente e richiamata dai periti dell’ILVA prescinde dalle nozioni sugli effetti sulla salute e ha  suscitato aspre critiche da parte del milieu scientifico).
E’ del 1956 il Decreto 303 del Presidente della Repubblica che imponeva ai datori di lavoro la responsabilità di proteggere i lavoratori alle loro dipendenze dai rischi lavorativi di ogni genere e di informarli in proposito. Non pare proprio che questo sia avvenuto all’ILVA in modo sufficiente.
La questione cruciale, ora, è l’elaborazione di un programma realistico di bonifica, compatibile con la conservazione dei posti di lavoro, attuabile con la massima rapidità e trasparenza.


Affidabilità delle perizie e comportamento dell’Azienda

Maria Angela Vigotti, Università di Pisa
Consulente Tecnico di parte all’incidente probatorio (comune di Taranto)
Sono stata consulente di parte del Comune di Taranto, conosco da anni la situazione ambientale di quella città e ho potuto leggere interamente la perizia epidemiologica. Si tratta di uno studio sugli effetti a breve termine e uno studio di coorte di popolazione, costruita dai dati anagrafici.  A mio giudizio, gli studi condotti sono di notevole qualità, sono stati impostati con notevole rigore e in modo conservativo. I risultati sono importanti e hanno messo chiaramente in rilievo i danni per la salute della popolazione.
Lo studio sugli effetti a breve termine è conservativo per diverse ragioni:
  • per la costruzione dei dati giornalieri di inquinamento in cui sono state usate le mediane, per evitare di includere i massimi e i minimi, quindi in parte sottostimando l’esposizione;
  • le analisi sono suddivise per quartiere con riferimento la città, un riferimento esterno avrebbe verosimilmente fornito risultati più elevati;
  • per i quartieri sono stati usati i valori di esposizione di tutta la città, l’applicazione della esposizione puntuale avrebbe reso ancora più elevati gli effetti;
  • si è tenuto conto dei fattori sociali e che i quartieri subiscono in ogni caso  un livello medio di inquinamento che interessa tutta la città.
Pur in presenza delle scelte conservative brevemente descritte, emergono risultati molto importanti. Lo studio sulla coorte di popolazione è una notevole novità per l’epidemiologia, ed è stato realizzato grazie alla disponibilità di tutti i dati necessari: anagrafe comunale storica, flussi sanitari, elenco dei lavoratori, flussi Inps per la storia lavorativa etc. Dati disponibili solo perché richiesti dagli epidemiologi nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria, ma spesso inaccessibili agli stessi epidemiologi nel corso della loro normale attività di ricerca, che immancabilmente si trova a combattere gli ostacoli che i vari enti e soggetti frappongono ricorrendo alle  norme sulla privacy. Quello svolto a Taranto è di fatto uno studio esemplare che spero venga reso pubblico e poi replicato in altre realtà. Dimostra, tra l’altro, che non serve aspettare di avere un registro tumori per  capire le criticità sanitarie di una popolazione. La quantità e qualità dei flussi  di dati esistenti in Italia permetterebbe, se disponibile agli epidemiologi, di dire molto più di quanto a fatica si riesce normalmente a fare.
Fino a ieri molto è stato detto sull’inquinamento di Taranto dovuto all’industria, confermato dalla perizia dei chimici, meno è stato possibile dire sulla situazione sanitaria della popolazione, ma gli studi dell’OMS sulla mortalità nei siti italiani inquinati, i risultati del Progetto Sentieri e la mia analisi su Taranto nel periodo 1970-2004 denunciavano una situazione molto critica. La mortalità per patologie respiratorie dagli anni ’80 supera quella regionale anche nelle donne: un primo minimo, se pur molto parziale, intervento immediato di risanamento con la copertura dei parchi minerari verosimilmente permetterebbe  di non continuare a respirare quella odiosa polvere dispersa dal vento, vento che se da una parte aiuta la città a sopravvivere dall’altra fa sì che abbia un alto tasso di ricoveri per BPCO in età inferiore ai 50 anni e che a un bambino sia stato diagnosticata una malattia da fumatore incallito.
Come ha reagito l’industria ai risultati delle perizie? Con una campagna mediatica e non seriamente scientifica. Con una controperizia che non è mai stata depositata e quindi discussa, come riferiscono anche i giornali, con una serie di convegni organizzati dall’Azienda presso il Centro Studi Ilva in cui gli invitati cercano di dimostrare che i risultati degli studi sulla relazione tra inquinamento ambientale e salute sono deboli, nonostante l’enorme quantità di evidenze cumulate negli ultimi trent’anni. In uno di questi convegni si fanno affermazioni sorprendenti, per esempio si afferma che la curva dose-risposta che emerge dagli studi sugli effetti acuti non è plausibile: “Ce lo ha detto Paracelso che la dose fa il veleno”. Quindi se ne può dedurre che fumare poche sigarette al giorno o respirare un po’ di particolato non arreca danno. Gli illustri ricercatori stranieri  invitati a un altro di questi convegni fanno tutti parte di una società di consulenza scientifica e ingegneristica, la  Exponent, il cui obiettivo, riportato sul sito, è quello di “fornire ai nostri clienti le informazioni critiche richieste per le decisioni”. Nonostante il taglio più scientifico di queste relazioni il tono di informazione di parte emerge con chiarezza.
Concludo con una domanda, non mia, che riporto sempre come ultima diapositiva nelle presentazioni riguardanti salute e inquinamento nella città di Taranto: a fronte di quale beneficio in termini di qualità della vita i tarantini dovranno continuare a vivere nella “città necessaria” ?
Immagine tratta da wiki Commons File: Taranto-Aerial_view-2.jpg Italiano: Taranto (Puglia, Italia) dall'aereo. Autore: Kadellar. File licenziato in base ai termini delle licenze Creative Commons Attribuzione.


Taranto, la Costituzione e il ricatto occupazionale

Emilio Gianicolo, Istituto di fisiologia clinica del CNR , Consulente tecnico di parte (Allevatori)
Nel 2010, oltre 4 mila tonnellate di polveri emesse dai camini; 1,3 tonnellate di benzene; 338 kg di IPA. E poi, diossina e PCB rinvenuti negli animali abbattuti e più in generale nelle varie matrici ambientali analizzate la cui presenza “si può ricondurre all’attività aziendale di ILVA s.p.a.”. E che hanno generato
  • un aumento del 2% nella frequenza di decessi per tutte le cause per i residenti a Taranto esposti a una concentrazione di PM10 di origine industriale pari a 10 microgrammi/m3;
  • un aumento del 9% di decessi per eventi coronarici acuti;
  • un aumento dell’8% di ricoveri ospedalieri per infezioni acute delle vie respiratorie;
  • un aumento rispettivamente del 9% e del 25% di ricoveri per malattie dell’apparato respiratorio e per tumori maligni tra i bambini e le bambine con meno di 14 anni (rispettivamente 638 e 17 casi attribuibili);
  • un aumento del 20% di gravidanze con esito abortivo tra le donne residenti ai Tamburi, quartiere distante poche centinaia di metri dall’acciaieria,
dove i periti nel periodo 2004-2010 hanno stimato
  • 91 decessi attribuibili ai superamenti del limite OMS;
  • 160 ricoveri per malattie cardiache e
  • 219 per malattie respiratorie.
Questo dice la scienza. Questo è quanto autorevoli studiosi hanno riportato nelle loro perizie, sulla base di metodologie al contempo consolidate ed avanzate.
Evidenza scientifica, diritto alla salute, diritto al lavoro
A poche ore dal provvedimento di sequestro degli impianti Ilva, tuttavia, il tema del giorno non è più tanto la forza dell’evidenza scientifica che ha portato a tale provvedimento, quanto la considerazione se il diritto alla salute si possa conciliare con il diritto al lavoro.
A tal proposito, bene scrisse il Procuratore capo di Taranto, dott. Francesco Sebastio, in una sua missiva indirizzata a Comune Provincia Regione e Ministero dell’ambiente:
«Nella nostra Costituzione c'è un solo diritto che, non solo ha valore assoluto, ma non accetta il minimo contemperamento anche in presenza di altri diritti tutelati dalla Carta, ed è il diritto alla vita, ovvero alla salute». Il procuratore capo chiosava la sua garbata e quanto mai opportuna missiva chiedendo alle autorità destinatarie della comunicazione di «voler informare con la massima urgenza questa Procura delle iniziative che i soggetti interessati di questa comunicazione riterranno di adottare nell’ambito delle rispettive competenze». 
Non mi risulta che alcuno dei destinatari di questa missiva abbia mai ufficialmente risposto.
Il mio parere è che nemmeno a Taranto la salute possa essere negoziata.
Soprattutto a Taranto, la città dei due mari. Soprattutto a Taranto, la città del rosso e del blu.
Il blu del mare, seriamente contaminato, e ormai sopraffatto dal rosso delle polveri dell’acciaieria che hanno lordato finanche le tombe dei cimiteri.
A Taranto deve valere il diritto alla salute così come sancito dall’articolo 32 della Costituzione e deve valere l’articolo 41 della carta costituzionale per il quale l’iniziativa economica privata è libera ma “non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”
Ritengo, infine, che nel complesso dramma della vicenda Ilva che si è protratta per tanto, troppo tempo, confluisca il dramma dei lavoratori che, fuori dalle alte considerazioni scientifiche e dalle alte considerazioni di Diritto, soffrono sulla loro pelle e su quella dei loro familiari la condizione di candidati all’incertezza e alla precarietà economica.
Cosa fare dunque?
La risposta non può essere che una sola: abbattere le barriere che il più forte ha costruito per dividere coloro che giustamente e strategicamente si battono per un ambiente sano da coloro che il ricatto occupazionale costringe  ad una visione di breve termine; una visione quest’ultima che, pur giustificata da esigenze immediate di sopravvivenza, non può fare altro che perpetuare il sacrificio di salute sicurezza libertà e dignità umana sull’altare del profitto del più forte.


ILVA di Taranto: un’altra tragedia annunciata

Laura D’Amico, Avvocato di parte civile al Processo Eternit di Torino
Le recentissime vicende giudiziarie relative allo stabilimento ILVA di Taranto, per quanto s’è sinora potuto apprendere dalle informazioni giornalistiche, pongono in luce una situazione che, innanzitutto dal punto di vista giuridico, appare di estrema gravità.
Decenni di impiego di sostanze altamente tossiche per le persone (cittadini e lavoratori), per l’ambiente nell’assenza di precauzioni adeguate.
L’esistenza da molti decenni di una legislazione che sia con riferimento alla sicurezza negli ambienti di lavoro, che con riferimento alla tutela ambientale pone specifici obblighi giuridici la violazione dei quali costituisce reato.
Pubbliche Autorità ed Organi di Vigilanza da gran tempo raggiunti da segnalazioni e/o denunce che, a quanto è dato sapere, non hanno a tutt’oggi adottato interventi di tutela e coercitivi, quali quelli che ben avrebbero potuto, e dovuto, essere posti in essere nel rispetto della legge. Il permanere, specie negli ultimi anni, di sempre più preoccupate segnalazioni sui danni all’ambiente e sui gravi, quando non gravissimi danni alle persone, segnalazioni rimaste sostanzialmente inascoltate. Un’imprenditoria che per decenni ha spudoratamente violato la legge penale del lavoro che, sol che osservata, avrebbe consentito di evitare un così grave inquinamento sia interno che esterno all’azienda, avrebbe consentito di evitare il manifestarsi di lesioni e/o morti sulla cui origine è auspicabile che almeno ora si faccia luce  e si dia una risposta di giustizia.
In tale quadro si inseriscono i recenti provvedimenti adottati dal GIP di Taranto che, stando a quanto sinora emerso, trovano ampio fondamento in una tale pregressa situazione di palese violazione della legge.  L’auspicio è che, pur comprensibilmente preoccupati per la sicurezza del proprio posto di lavoro, i lavoratori non si facciano ignari promotori di iniziative a tutto beneficio dei responsabili dell’Ilva. Occorre invece mantenere unito il fronte di tutti coloro che, cittadini e lavoratori, sono stati sinora duramente colpiti dai gravi e reiterati comportamenti aziendali, oggi oggetto di indagini preliminari, non facendosi ostaggio nel rapporto tra indagati ed Autorità Giudiziaria.
Ai rappresentanti degli Enti Territoriali, ai rappresentanti degli organi deputati alla vigilanza (e non certo ai lavoratori e ai cittadini) il compito di trovare soluzioni  che riescano a contemperare, ove possibile, contrastanti esigenze. Impegno doveroso, anche alla luce dei troppi anni di inspiegabili assenze.


Taranto: senza le associazioni avremmo continuato a mangiare e respirare diossina nel silenzio più totale e adesso si rischia che tutto torni come prima!

Maurizio PortaluriMaurizio Portaluri, primario radioncologo
Ass. Salute Pubblica, Brindisi
 Che a Taranto ci fosse una concentrazione pericolosa e dannosa di inquinamento ambientale di origine industriale era cosa nota da decenni anche ai profani di chimica ed epidemiologia. E non solo. Gli studi epidemiologici condotti dall'OMS e da altre istituzioni nazionali denunciavano una situazione molto critica. Per esempio era già noto dagli anni '80 che anche tra le donne la mortalità per patologie respiratorie a Taranto era superiore all'atteso.
Ma come spesso accade, perché la questione assurgesse agli onori della cronaca e della verità nel modo traumatico del sequestro giudiziario, c'è voluto l'impegno scientifico di Alessandro Marescotti, fondatore un paio di decenni fa della associazione telematica per la pace Peacelink, il quale sarà pure, come precisa l'ARPA con una caduta di stile, un "insegnante di materie letterarie in un liceo tarantino", che però nel 2008 ha fatto quello che nessuna istituzione preposta alla tutela dell'ambiente e della salute aveva mai fatto: l'analisi del pecorino prodotto nei pascoli prossimi all'ILVA con evidenza di concentrazioni di diossina e PCB tre volte superiori ai limiti di legge. A seguito di questa iniziativa la ASL di Taranto ha fatto abbattere 1.300 capi di bestiame allevati a ridosso del siderurgico. A seguito della denuncia degli allevatori sono state avviate le attività giudiziarie che hanno indotto la Procura della Repubblica a disporre le indagini epidemiologiche su popolazione e lavoratori, anche queste mai effettuate fino ad allora in Puglia. Trenta morti in più all'anno attribuibili all'ILVA. Finalmente l'epidemiologia parla un linguaggio comprensibile al popolo!
Nel 2010 di nuovo Peacelink insieme ad un'altra associazione, Altamarea, evidenzia troppa diossina nelle carni di ovini e caprini. Un'ordinanza della Regione Puglia vieta il consumo di fegato di ovini e caprini cresciuti in un raggio di 20 km dall'area industriale di Taranto.