La deflagrazione dei dirittidi Eugenio Paci, Direttore scientifico di E&P, Ispo, Firenze
La perizia epidemiologica è stata prudente, ma i risultati parlano chiarodi Benedetto Terracini, professore di Epidemiologia dei Tumori (ora in pensione), Università di Torino Consulente Tecnico di parte all’incidente probatorio (comune di Taranto)
Affidabilità delle perizie e comportamento dell’Aziendadi Maria Angela Vigotti, Università di Pisa
Consulente Tecnico di parte all’incidente probatorio (comune di Taranto)
Taranto, la Costituzione e il ricatto occupazionaledi Emilio Gianicolo, Istituto di fisiologia clinica del CNR , Consulente tecnico di parte (Allevatori)
ILVA di Taranto: un’altra tragedia annunciatadi Laura D’Amico, Avvocato di parte civile al Processo Eternit di Torino
Taranto: senza le associazioni avremmo continuato a mangiare e respirare diossina nel silenzio più totale e adesso si rischia che tutto torni come prima!di Maurizio Portaluri, primario radioncologo, Ass. Salute Pubblica, Brindisi
La parola ai lavoratoriIntervista a Donato Stefanelli, segretario della FIOM di Taranto, tratta dal GR di Radio Popolare Network del 2 agosto 2012 ore 7.29.
La voce delle donne del quartiere TamburiVideo dallo speciale di Repubblica TV dedicato all'ILVA di Taranto
La deflagrazione dei diritti
Eugenio Paci, Direttore scientifico di E&P, Ispo, Firenze
Quanto accade a Taranto, dove l’iniziativa della magistratura per
l’insostenibilità della situazione ambientale ha portato al sequestro
parziale dello stabilimento siderurgico è il vero naufragio italiano,
terribilmente reale, non metaforico, frutto di anni di abbandono,
collusioni, incapacità e illegalità.
Epidemiologia & Prevenzione è nata quaranta anni fa dalla
consapevolezza che diritto al lavoro e diritto alla salute non possono e
non devono, anche costituzionalmente, essere alternativi.
Nelle forme di oggi, più consapevoli dell’impatto ambientale oltre
che di quello sulla salute dei lavoratori, vi è solo una risposta
possibile: ripartire dall’indispensabile compresenza di questi diritti.
E’ evidente che non può essere la magistratura a risolvere i problemi,
ma sta al governo nazionale e locale proporre soluzioni che avviino da
subito iniziative per uscire da questa terribile e incivile
contrapposizione e che abbiano ugualmente presenti, da subito, i diritti
costituzionali.
Il momento è difficile in tutta Italia, ma forse è soprattutto a
Taranto che si deve dimostrare se ci sono le energie e la capacità di
cambiare. La responsabilità di questo stato di cose, al di là di quelle
giudiziarie, ci riguarda tutti, specchio di una grave sofferenza del
nostro paese ed in particolare del Sud Italia. Gli epidemiologi
italiani contribuiscono a documentare i danni e i rischi, ma questo non
può bastare. Il riconoscimento del diritto al lavoro richiede rispetto
dell’ambiente e attenzione alla salute a tutti i livelli, un rispetto
che in Italia, non solo a Taranto, a volte non c’è, come dimostra il
recente scandaloso irrisorio risarcimento che Inail ha riconosciuto a un
giovane precario, morto sul lavoro.
La perizia epidemiologica è stata prudente, ma i risultati parlano chiaro
Benedetto Terracini
professore di Epidemiologia dei Tumori (ora in pensione), Università di Torino
Consulente Tecnico di parte all’incidente probatorio (comune di Taranto)
Lo studio epidemiologico effettuato per rispondere ai quesiti del
GIP è stato condotto con rigore metodologico e le inferenze si basano su
dati verificabili. Federacciai ha comprato
pagine intere dei
principali giornali italiani a difesa dell’ILVA affermando – tra
l’altro – che i risultati della perizia epidemiologica sono “opinabili”.
Tuttavia, durante l’incidente probatorio in tribunale, il 30 marzo, i
suoi periti si sono ben guardati dal sottostare ad un confronto diretto
con i consulenti del GIP sulla attendibilità della stima di morti e
malati attribuibili alle emissioni dell’ILVA. Nelle stesse pagine a
pagamento, l’unico riferimento alla salute è l’affermazione che
l’azienda si sarebbe adeguata “alle sempre nuove migliori tecnologie
per la tutela della salute”. Una affermazione che apparentemente
richiama il messaggio lasciato trentacinque anni fa da Giulio Alfredo
Maccacaro – fondatore di “Epidemiologia & Prevenzione” – secondo cui
la prevenzione delle malattie inizia dall’impiantistica. Ma è anche una
affermazione difficilmente conciliabile con i risultati delle
indagini dell’autorità giudiziaria e dello studio dei consulenti del
GIP.
I consulenti del GIP sono stati prudenti nella loro stima del numero
di morti e malati attribuibili all’ILVA, in quanto – per stimare il
numero di casi in eccesso – hanno dovuto ipotizzare che concentrazioni
di PM
10 inferiori a 20 microgrammi al m
3– siano
prive di effetti sanitari a breve termine, mentre tale valore è
semplicemente un realistico obbiettivo enunciato dalla Organizzazione
Mondiale della Sanità, al di sotto del quale le esposizioni sono
tutt’altro che innocue (la soglia di 40 microgrammi/m
3 di PM
10 prevista
dalla normativa europea vigente e richiamata dai periti dell’ILVA
prescinde dalle nozioni sugli effetti sulla salute e ha suscitato aspre
critiche da parte del
milieu scientifico).
E’ del 1956 il Decreto 303 del Presidente della Repubblica che
imponeva ai datori di lavoro la responsabilità di proteggere i
lavoratori alle loro dipendenze dai rischi lavorativi di ogni genere e
di informarli in proposito. Non pare proprio che questo sia avvenuto
all’ILVA in modo sufficiente.
La questione cruciale, ora, è l’elaborazione di
un programma realistico di bonifica, compatibile con la conservazione dei posti di lavoro, attuabile con la massima rapidità e trasparenza.
Affidabilità delle perizie e comportamento dell’Azienda
Maria Angela Vigotti, Università di Pisa
Consulente Tecnico di parte all’incidente probatorio (comune di Taranto)
Sono stata consulente di parte del Comune di Taranto, conosco da anni
la situazione ambientale di quella città e ho potuto leggere
interamente la perizia epidemiologica. Si tratta di uno studio sugli
effetti a breve termine e uno studio di coorte di popolazione, costruita
dai dati anagrafici. A mio giudizio, gli studi condotti sono di
notevole qualità, sono stati impostati con notevole rigore e in modo
conservativo. I risultati sono importanti e hanno messo chiaramente in
rilievo i danni per la salute della popolazione.
Lo studio sugli effetti a breve termine è conservativo per diverse ragioni:
- per la costruzione dei dati giornalieri di inquinamento in cui sono
state usate le mediane, per evitare di includere i massimi e i minimi,
quindi in parte sottostimando l’esposizione;
- le analisi sono suddivise per quartiere con riferimento la città, un
riferimento esterno avrebbe verosimilmente fornito risultati più
elevati;
- per i quartieri sono stati usati i valori di esposizione di tutta la
città, l’applicazione della esposizione puntuale avrebbe reso ancora
più elevati gli effetti;
- si è tenuto conto dei fattori sociali e che i quartieri subiscono in
ogni caso un livello medio di inquinamento che interessa tutta la
città.
Pur in presenza delle scelte conservative brevemente descritte,
emergono risultati molto importanti. Lo studio sulla coorte di
popolazione è una notevole novità per l’epidemiologia, ed è stato
realizzato grazie alla disponibilità di tutti i dati necessari: anagrafe
comunale storica, flussi sanitari, elenco dei lavoratori, flussi Inps
per la storia lavorativa etc. Dati disponibili solo perché richiesti
dagli epidemiologi nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria, ma spesso
inaccessibili agli stessi epidemiologi nel corso della loro normale
attività di ricerca, che immancabilmente si trova a combattere gli
ostacoli che i vari enti e soggetti frappongono ricorrendo alle norme
sulla privacy. Quello svolto a Taranto è di fatto uno studio esemplare
che spero venga reso pubblico e poi replicato in altre realtà. Dimostra,
tra l’altro, che non serve aspettare di avere un registro tumori per
capire le criticità sanitarie di una popolazione. La quantità e qualità
dei flussi di dati esistenti in Italia permetterebbe, se disponibile
agli epidemiologi, di dire molto più di quanto a fatica si riesce
normalmente a fare.

Fino
a ieri molto è stato detto sull’inquinamento di Taranto dovuto
all’industria, confermato dalla perizia dei chimici, meno è stato
possibile dire sulla situazione sanitaria della popolazione, ma gli
studi dell’OMS sulla mortalità nei siti italiani inquinati, i
risultati del Progetto Sentieri e
la mia analisi su Taranto nel periodo 1970-2004
denunciavano una situazione molto critica. La mortalità per patologie
respiratorie dagli anni ’80 supera quella regionale anche nelle donne:
un primo minimo, se pur molto parziale, intervento immediato di
risanamento con la copertura dei parchi minerari verosimilmente
permetterebbe di non continuare a respirare quella odiosa polvere
dispersa dal vento, vento che se da una parte aiuta la città a
sopravvivere dall’altra fa sì che abbia un alto tasso di ricoveri per
BPCO in età inferiore ai 50 anni e che a un bambino sia stato
diagnosticata una malattia da fumatore incallito.
Come ha reagito l’industria ai risultati delle perizie?
Con una campagna mediatica e non seriamente scientifica. Con una
controperizia che non è mai stata depositata e quindi discussa, come
riferiscono anche i giornali, con una serie di convegni organizzati
dall’Azienda presso il Centro Studi Ilva in cui gli invitati cercano di
dimostrare che i risultati degli studi sulla relazione tra inquinamento
ambientale e salute sono deboli, nonostante l’enorme quantità di
evidenze cumulate negli ultimi trent’anni. In
uno di questi convegni
si fanno affermazioni sorprendenti, per esempio si afferma che la curva
dose-risposta che emerge dagli studi sugli effetti acuti non è
plausibile: “Ce lo ha detto Paracelso che la dose fa il veleno”. Quindi
se ne può dedurre che fumare poche sigarette al giorno o respirare un
po’ di particolato non arreca danno. Gli illustri ricercatori stranieri
invitati a
un altro di questi convegni
fanno tutti parte di una società di consulenza scientifica e
ingegneristica, la Exponent, il cui obiettivo, riportato sul sito, è
quello di “fornire ai nostri clienti le informazioni critiche richieste
per le decisioni”. Nonostante il taglio più scientifico di queste
relazioni il tono di informazione di parte emerge con chiarezza.
Concludo con una domanda, non mia, che riporto sempre come ultima
diapositiva nelle presentazioni riguardanti salute e inquinamento nella
città di Taranto: a fronte di quale beneficio in termini di qualità
della vita i tarantini dovranno continuare a vivere nella “città
necessaria” ?
Immagine tratta da wiki Commons File:
Taranto-Aerial_view-2.jpg Italiano: Taranto (Puglia, Italia) dall'aereo.
Autore: Kadellar. File licenziato in base ai termini delle licenze
Creative Commons Attribuzione.
Taranto, la Costituzione e il ricatto occupazionale
Emilio Gianicolo, Istituto di fisiologia clinica del CNR , Consulente tecnico di parte (Allevatori)
Nel 2010, oltre 4 mila tonnellate di polveri emesse dai camini; 1,3
tonnellate di benzene; 338 kg di IPA. E poi, diossina e PCB rinvenuti
negli animali abbattuti e più in generale nelle varie matrici ambientali
analizzate la cui presenza “si può ricondurre all’attività aziendale di
ILVA s.p.a.”. E che hanno generato
- un aumento del 2% nella frequenza di decessi per tutte le cause
per i residenti a Taranto esposti a una concentrazione di PM10 di origine industriale pari a 10 microgrammi/m3;
- un aumento del 9% di decessi per eventi coronarici acuti;
- un aumento dell’8% di ricoveri ospedalieri per infezioni acute delle vie respiratorie;
- un aumento rispettivamente del 9% e del 25% di ricoveri per
malattie dell’apparato respiratorio e per tumori maligni tra i
bambini e le bambine con meno di 14 anni (rispettivamente 638 e 17
casi attribuibili);
- un aumento del 20% di gravidanze con esito abortivo tra le
donne residenti ai Tamburi, quartiere distante poche centinaia di
metri dall’acciaieria,
dove i periti nel periodo 2004-2010 hanno stimato
- 91 decessi attribuibili ai superamenti del limite OMS;
- 160 ricoveri per malattie cardiache e
- 219 per malattie respiratorie.
Questo dice la scienza. Questo è quanto autorevoli studiosi hanno
riportato nelle loro perizie, sulla base di metodologie al contempo
consolidate ed avanzate.
Evidenza scientifica, diritto alla salute, diritto al lavoro
A poche ore dal provvedimento di sequestro degli impianti Ilva,
tuttavia, il tema del giorno non è più tanto la forza dell’evidenza
scientifica che ha portato a tale provvedimento, quanto la
considerazione se il diritto alla salute si possa conciliare con il
diritto al lavoro.
A tal proposito, bene scrisse il Procuratore capo di Taranto, dott.
Francesco Sebastio, in una sua missiva indirizzata a Comune Provincia
Regione e Ministero dell’ambiente:
«Nella nostra Costituzione c'è un solo diritto che, non solo ha
valore assoluto, ma non accetta il minimo contemperamento anche in
presenza di altri diritti tutelati dalla Carta, ed è il diritto alla
vita, ovvero alla salute». Il procuratore capo chiosava la sua
garbata e quanto mai opportuna missiva chiedendo alle autorità
destinatarie della comunicazione di
«voler informare con la massima
urgenza questa Procura delle iniziative che i soggetti interessati di
questa comunicazione riterranno di adottare nell’ambito delle rispettive
competenze».
Non mi risulta che alcuno dei destinatari di questa missiva abbia mai ufficialmente risposto.
Il mio parere è che nemmeno a Taranto la salute possa essere negoziata.
Soprattutto a Taranto, la città dei due mari. Soprattutto a Taranto, la città del rosso e del blu.
Il blu del mare, seriamente contaminato, e ormai sopraffatto dal
rosso delle polveri dell’acciaieria che hanno lordato finanche le tombe
dei cimiteri.
A Taranto deve valere il diritto alla salute così come sancito
dall’articolo 32 della Costituzione e deve valere l’articolo 41 della
carta costituzionale per il quale l’iniziativa economica privata è
libera ma
“non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in
modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”
Ritengo, infine, che nel complesso dramma della vicenda Ilva che si è
protratta per tanto, troppo tempo, confluisca il dramma dei lavoratori
che, fuori dalle alte considerazioni scientifiche e dalle alte
considerazioni di Diritto, soffrono sulla loro pelle e su quella dei
loro familiari la condizione di candidati all’incertezza e alla
precarietà economica.
Cosa fare dunque?
La risposta non può essere che una sola: abbattere le barriere che il più forte ha costruito per dividere coloro che
giustamente e
strategicamente si battono per un ambiente sano da coloro che il
ricatto occupazionale costringe ad una
visione di breve termine;
una visione quest’ultima che, pur giustificata da esigenze immediate di
sopravvivenza, non può fare altro che perpetuare il sacrificio di
salute sicurezza libertà e dignità umana sull’altare del profitto del
più forte.
ILVA di Taranto: un’altra tragedia annunciata
Laura D’Amico, Avvocato di parte civile al Processo Eternit di Torino
Le recentissime vicende giudiziarie relative allo stabilimento ILVA
di Taranto, per quanto s’è sinora potuto apprendere dalle informazioni
giornalistiche, pongono in luce una situazione che, innanzitutto dal
punto di vista giuridico, appare di estrema gravità.
Decenni di impiego di sostanze altamente tossiche per le persone
(cittadini e lavoratori), per l’ambiente nell’assenza di precauzioni
adeguate.
L’esistenza da molti decenni di una legislazione che sia con
riferimento alla sicurezza negli ambienti di lavoro, che con riferimento
alla tutela ambientale pone specifici obblighi giuridici la violazione
dei quali costituisce reato.
Pubbliche Autorità ed Organi di Vigilanza da gran tempo raggiunti da
segnalazioni e/o denunce che, a quanto è dato sapere, non hanno a
tutt’oggi adottato interventi di tutela e coercitivi, quali quelli che
ben avrebbero potuto, e dovuto, essere posti in essere nel rispetto
della legge. Il permanere, specie negli ultimi anni, di sempre più
preoccupate segnalazioni sui danni all’ambiente e sui gravi, quando non
gravissimi danni alle persone, segnalazioni rimaste sostanzialmente
inascoltate. Un’imprenditoria che per decenni ha spudoratamente violato
la legge penale del lavoro che, sol che osservata, avrebbe consentito di
evitare un così grave inquinamento sia interno che esterno all’azienda,
avrebbe consentito di evitare il manifestarsi di lesioni e/o morti
sulla cui origine è auspicabile che almeno ora si faccia luce e si dia
una risposta di giustizia.
In tale quadro si inseriscono i recenti provvedimenti adottati dal
GIP di Taranto che, stando a quanto sinora emerso, trovano ampio
fondamento in una tale pregressa situazione di palese violazione della
legge. L’auspicio è che, pur comprensibilmente preoccupati per la
sicurezza del proprio posto di lavoro, i lavoratori non si facciano
ignari promotori di iniziative a tutto beneficio dei responsabili
dell’Ilva. Occorre invece mantenere unito il fronte di tutti coloro che,
cittadini e lavoratori, sono stati sinora duramente colpiti dai gravi e
reiterati comportamenti aziendali, oggi oggetto di indagini
preliminari, non facendosi ostaggio nel rapporto tra indagati ed
Autorità Giudiziaria.
Ai rappresentanti degli Enti Territoriali, ai rappresentanti degli
organi deputati alla vigilanza (e non certo ai lavoratori e ai
cittadini) il compito di trovare soluzioni che riescano a contemperare,
ove possibile, contrastanti esigenze. Impegno doveroso, anche alla luce
dei troppi anni di inspiegabili assenze.
Taranto: senza le associazioni avremmo
continuato a mangiare e respirare diossina nel silenzio più totale e
adesso si rischia che tutto torni come prima!
Maurizio Portaluri, primario radioncologo
Ass. Salute Pubblica, Brindisi
Che a Taranto ci fosse una concentrazione
pericolosa e dannosa di inquinamento ambientale di origine industriale
era cosa nota da decenni anche ai profani di chimica ed epidemiologia. E
non solo. Gli studi epidemiologici condotti dall'OMS e da altre
istituzioni nazionali denunciavano una situazione molto critica. Per
esempio era già noto dagli anni '80 che anche tra le donne la mortalità
per patologie respiratorie a Taranto era superiore all'atteso.
Ma come spesso accade, perché la questione assurgesse agli onori
della cronaca e della verità nel modo traumatico del sequestro
giudiziario, c'è voluto l'impegno scientifico di Alessandro Marescotti,
fondatore un paio di decenni fa della associazione telematica per la
pace Peacelink, il quale sarà pure, come precisa l'ARPA con una caduta
di stile, un "insegnante di materie letterarie in un liceo tarantino",
che però nel 2008 ha fatto quello che nessuna istituzione preposta alla
tutela dell'ambiente e della salute aveva mai fatto: l'analisi del
pecorino prodotto nei pascoli prossimi all'ILVA con evidenza di
concentrazioni di diossina e PCB tre volte superiori ai limiti di legge.
A seguito di questa iniziativa la ASL di Taranto ha fatto abbattere
1.300 capi di bestiame allevati a ridosso del siderurgico. A seguito
della denuncia degli allevatori sono state avviate le attività
giudiziarie che hanno indotto la Procura della Repubblica a disporre le
indagini epidemiologiche su popolazione e lavoratori, anche queste mai
effettuate fino ad allora in Puglia. Trenta morti in più all'anno
attribuibili all'ILVA. Finalmente l'epidemiologia parla un linguaggio
comprensibile al popolo!
Nel 2010 di nuovo Peacelink insieme ad un'altra associazione,
Altamarea, evidenzia troppa diossina nelle carni di ovini e caprini.
Un'ordinanza della Regione Puglia vieta il consumo di fegato di ovini e
caprini cresciuti in un raggio di 20 km dall'area industriale di
Taranto.