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venerdì 24 luglio 2015

La guida spirituale dell'alta borghesia tarantina: un uomo esemplare!

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Don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine e guida spirituale della Confraternita del Carmine (che gli aveva riservato il bagno di folla nella foto al tempo del primo rinvio a giudizio)


Come segretario dell'arcivescovo Benigno Papa è stato condannato a 10 mesi con rito abbreviato per favoreggiamento personale, per aver coperto una tangente di 10mila euro che l’Ilva ha versato all’ex preside della facoltà di ingegneria di Taranto, Lorenzo Liberti.  
Don Marco avrebbe cioè avvalorato la tesi dell’ex responsabile delle relazioni esterne del siderurgico, Giacomo Archinà, secondo cui la somma da lui prelevata era servita per una donazione alla curia tarantina. 
Secondo la Procura, invece, la mazzetta è finita nelle tasche dell’ingegnere Liberti, in cambio di una benevola relazione sulle fonti d’inquinamento in qualità di consulente dell’ufficio del pubblico ministero.

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Altra condanna è quella ad un pesce piccolo, Roberto Primerano, condannato a tre anni e quattro mesi per falso ideologico. Uno dei tanti professionisti locali invischiati tra le maglie delle reti a strascico della connivenza con (il portafoglio generoso del) l'Ilva.




Ilva: disastro ambientale, 47 a giudizio, anche Vendola: "A processo con coscienza pulita"

Il gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli ha rinviato a giudizio 44 persone fisiche e tre società per l'inchiesta sul presunto disastro ambientale provocato dall'Ilva. Tra gli imputati rinviati a giudizio c'è anche l'ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata in concorso. Altri due imputati sono stati condannati con rito abbreviato: sono don Marco Gerardo, ex segretario dell'ex arcivescovo di Taranto Benigno Luigi Papa, e l'ex consulente della Procura ionica Roberto Primerano. Al sacerdote, accusato di favoreggiamento personale, sono stati inflitti 10 mesi di reclusione (stessa richiesta della Procura); Primerano è stato condannato tre anni e quattro mesi per falso ideologico e assolto dalle accuse di disastro doloso in concorso e avvelenamento in concorso di acque o di sostanze alimentari. E' stato invece assolto l'ex assessore regionale all'Ambiente Lorenzo Nicastro dall'accusa di favoreggiamento personale. Il processo comincerà il 20 ottobre.
Secondo l'accusa, Vendola avrebbe esercitato pressioni sul direttore generale di Arpa Puglia (Agenzia regionale di protezione ambientale), Giorgio Assennato (a sua volta a giudizio per favoreggiamento personale), per far "ammorbidire" la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'Ilva. In questo modo, sostiene la Procura, Vendola avrebbe consentito all'azienda di continuare a produrre senza riduzioni di emissioni inquinanti, come invece suggerito dall'Arpa in una nota del 21 giugno 2010 stilata dopo una campionatura che aveva rilevato picchi di benzoapirene.
Sempre secondo l'accusa, Vendola avrebbe 'minacciato' la non riconferma di Assennato, il cui mandato scadeva nel febbraio 2011. I fatti contestati sono compresi nel periodo che va dal 22 giugno 2010 al 28 marzo 2011. La concussione aggravata è contestata a Vendola in concorso con l'ex responsabile Rapporti istituzionali dell'Ilva Girolamo Archinà, l'ex vice presidente di Riva Fire Fabio Riva, l'ex direttore dello stabilimento siderurgico di Taranto Luigi Capogrosso e il legale dell'Ilva Francesco Perli.
I due imputati condannati - Condannati con rito abbreviato sono don Marco Gerardo, ex segretario dell'ex arcivescovo di Taranto Benigno Luigi Papa, e l'ex consulente della Procura ionica Roberto Primerano. Al sacerdote, accusato di favoreggiamento personale, sono stati inflitti 10 mesi di reclusione (stessa richiesta della Procura); Primerano è stato condannato tre anni e quattro mesi per falso ideologico e assolto dalle accuse di disastro doloso in concorso e avvelenamento in concorso di acque o di sostanze alimentari.
Vendola, vado a processo con coscienza pulita - "Sarei insincero se dicessi, come si usa fare in queste circostanze, che sono sereno. Sento come insopportabile la ferita che mi viene inferta da un'accusa che cancella la verità storica dei fatti: quella verita' e' scritta in migliaia di atti, di documenti, di fatti. Io ho rappresentato la prima e l'unica classe dirigente che ha sfidato l'onnipotenza dell'Ilva e che ha prodotto leggi regionali all'avanguardia per il contrasto dell'inquinamento ambientale a Taranto". Lo afferma il leader di Sel ed ex governatore della Puglia Nichi Vendola.
"Io ho rappresentato, in un territorio colonizzato dai Riva, - prosegue Vendola - la politica che non ha preso soldi e non si e' piegata. Io ho rappresentato la prima e unica istituzione che ha posto sotto monitoraggio i camini del grande siderurgico e che, con la produzione dei dati dell'inquinamento, ha consentito alla magistratura di procedere nei confronti dell'Ilva: la quale ha inquinato anche nei cinquant'anni precedenti al mio governo, senza che alcuna autorità se ne occupasse. L'unica mia colpa e' di aver cercato di costruire un doveroso equilibrio tra diritto alla salute e diritto al lavoro: ma non credo che questo sia un reato. Mi aspettavo che l'inconsistenza del teorema accusatorio producesse il mio proscioglimento già a conclusione dell'udienza preliminare. Per chi come me crede nei valori della giustizia e della legalità oggi e' un giorno di delusione e di amarezza. Ma vado a processo con la coscienza pulita - conclude Vendola - di chi sa di aver sempre operato per il bene comune. Come sempre mi difendero' nel processo e non dal processo. Nel contempo non posso non esprimere viva soddisfazione per la piena assoluzione dell'ex Assessore regionale all'Ambiente Lorenzo Nicastro, che rispondeva di un'accusa che offendeva la sua storia di uomo e di magistrato".
Il procuratore: nostra testi accolta quasi in toto da gup - ''Sembra, anche se poi dobbiamo leggere le motivazioni, che l'istanza accusatoria portata avanti dal mio ufficio abbia trovato quasi completo accoglimento''. Lo ha detto il procuratore di Taranto Franco Sebastio commentando la decisione del gup Vilma Gilli sui rinvii a giudizio e i riti abbreviati degli imputati dell'inchiesta per il disastro ambientale dell'Ilva. ''Da una parte - ha aggiunto - per noi è un motivo di tranquillità. Siccome noi siamo sempre preoccupati per il fatto di poter commettere errori, sempre dietro l'angolo. Questa prima pronuncia, che va inquadrata nei tempi contenuti e ridotti di un provvedimento di rinvio a giudizio, ci rassicura, ci rasserena. A quanto pare errori, quanto meno madornali, non ne abbiamo commessi, fermo restando - ha osservato Sebastio - che ci sarà un approfondimento dibattimentale e poi si andrà alle decisioni di merito''. (ANSA)

giovedì 2 luglio 2015

La natura proprio non piace, da queste parti!

Eolico in mare, finalmente sbloccato il primo parco italiano, a Taranto

La vicenda, che ha i tratti del paradosso, era iniziata 5 anni fa: allora erano iniziate le procedure autorizzative per realizzare un parco eolico off-shore al largo dell'ambientalmente devastata zona industriale di Taranto, nel mare a qualche chilometro dagli impianti dell'Ilva. Procedure bloccate perché il Comune di Taranto si era messo di traverso. Oggi la travagliata battaglia legale si è finalmente conclusa: il parco, il primo nelle acque italiane e in tutto il Mediterraneo, si può fare.
Il Consiglio di Stato (sentenza in basso) ha respinto il ricorso del Comune contro la sentenza arrivata a marzo dell'anno scorso dal Tar Puglia, che già aveva respinto il ricorso con cui si chiedeva l’annullamento dell'autorizzazione con la quale il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, permetteva alla Beleolico s.r.l. (difesa dall'avvocato Ernesto Sticchi Damiani) di realizzare il parco.
Il progetto, 30 MW in 10 turbine da 3 MW da installare nella rada esterna del porto, può procedere. E pare che si realizzerà, dato che ci sono anche gli incentivi per farlo: la bozza del nuovo decreto sulle rinnovabili elettriche non FV, infatti, prevede un contingente riservato all'eolico in mare proprio di 30 MW e quello di Taranto è l'unico progetto che al momento è nelle condizioni di partecipare all'asta.
Tra le varie osservazioni del Comune che il Consiglio di Stato ha ritenuto infondate, quella che l'autorizzazione del parco spettasse alla Regione, in quanto il progetto, secondo i ricorrenti, sarebbe da ricondursi ad terza tipologia detta "near-shore" comprendente le centrali da posizionare nell’entroterra, ad una distanza inferiore a 3 km dalla costa, o sul mare, ma “ad una distanza che si attesta nel range di 7-10 km dalla costa”.
Per il Consiglio di Stato però non è così: la legge (art. 12, comma 3, del D. Lgs. n. 387/2003), si spiega nella sentenza, contempla soltanto due tipologie di impianti: quelli on-shore, da realizzarsi sulla terraferma, su autorizzazione della Regione (o delle provincie delegate) e quelli off-shore, da posizionarsi a mare, non importa a che distanza dalla costa, dietro autorizzazione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

mercoledì 24 giugno 2015

Un Comune disastrato anche nell'ufficio legale

Sbagliare la linea difensiva su un ricorso?
Chiedetelo agli avvocati del Comune!

Tempa Rossa, no del Tar al Comune di Taranto. Sì al ricorso dei petrolieri

Il Comune di Taranto perde al Tar di Lecce la battaglia contro le opere di «Tempa Rossa», il giacimento petrolifero della Basilicata che fa capo alle compagnie Total, Shell e Mitsui e che vede Taranto, con la raffineria Eni, punto di approdo. Il Comune, con una delibera dello scorso novembre, aveva escluso dalla variante al piano regolatore del porto le due opere di Tempa Rossa: allungamento del pontile petroli e costruzione di due serbatoi di stoccaggio. Le compagnie petrolifere e l’Eni avevano quindi impugnato il provvedimento comunale e ieri i giudici amministrativi hanno dato loro ragione. Il Tar fissa tre punti nella sua sentenza: che l’ampliamento del pontile petroli è previsto nelle intese del 2006 e del 2007 tra Comune e porto ed ora non si può ribaltare il contenuto di quegli accordi senza un confronto preliminare ed un contradditorio con le parti interessate; che il Comune non può opporsi alla costruzione dei serbatoi di stoccaggio del greggio perchè non non saranno realizzati nelle aree portuali ma in quelle industriali della raffineria Eni; infine, che le compagnie del progetto «Tempa Rossa» sono pienamente legittimate a fare ricorso, cosa che invece gli avvocati del Comune avevano escluso davanti al Tar.
Su quest’ultimo punto, infatti, la sentenza dice che «va respinta l’eccezione di carenza di legittimazione sollevata dal Comune essendo evidente l’interesse delle ricorrenti ad impugnare la delibera in quanto incidente non solo sull’intesa raggiunta tra l’ente locale e l’Autorità portuale, ma anche sulla possibilità per le società di realizzare il progetto con conseguente loro diritto di invocarne l’annullamento».
Il Tar poi fa un distinzione tra le opere e dice che solo per il prolungamento del pontile «può parlarsi di modifica unilaterale da parte del Comune» della precedente intesa sul porto. Per i serbatoi, invece, è solo stato effettuato un «indebito inserimento nella variante al Prg adottata nell’ambito del provvedimento volto all’approvazione del nuovo Piano regolatore portuale». Contestando l’intesa e sbarrando la strada al pontile, il Comune ha detto al Tar che l’accordo non è irreversibile e le amministrazioni possono «sempre modificare, anche unilateralmente, la propria decisione sino alla definitiva approvazione del Prp». E’ vero che un’intesa può essere ridiscussa, dice il Tar, ma «deve escludersi che tale possibilità possa essere esercitata unilateralmente, senza il rispetto di alcun onere procedimentale volto a garantire il contraddittorio degli altri enti parte dell’accordo. Se così si ragionasse, si finirebbe per privare di qualsiasi valore vincolante e quindi di utilità lo strumento dell’intesa». In quanto ai due serbatoi di stoccaggio, non solo «tali interventi non costituivano oggetto del nuovo Prp» ma «l’ente locale - sentenzia il Tar - non aveva alcun titolo per inibire la realizzazione attraverso lo strumento adottato (la variante al Prg - ndr), a maggior ragione tenuto conto del fatto che nel provvedimento impugnato il Comune non ha evidenziato alcun profilo di contrasto di tali opere con l’assetto urbanistico del territorio di Taranto e che sulla compatibilità ambientale del progetto “Tempa Rossa” si era già espresso il ministero dell’Ambiente».
Avendo il progetto tutte le autorizzazioni, il verdetto del Tar appare ora un passo avanti verso l’avvio dei cantieri anche se il Comune potrebbe fare opposizione al Consiglio di Stato. Il valore dell’investimento «Tempa Rossa» a Taranto è di 300 milioni. (GdM)

mercoledì 1 ottobre 2014

La nostra solidarietà e una riflessione sui "giusti"

Comunicato stampa

Nel pomeriggio di oggi 30 Settembre 2014 c’è stata la sentenza nei confronti di Roberto Aprile, componente dell’Esecutivo nazionale della Confedarazione Cobas e referente provinciale di Brindisi, insieme ad altri 28 disoccupati per le manifestazioni davanti alla Monteco l’1 ed il 2 Marzo del 2011.
I fatti sono riferiti alle mobilitazioni svoltesi nel lontano 2011 a seguito delle quali con l'”Operazione Escalation”  Bobo Aprile e altri disoccupati del Comitato promotore le manifestazioni vennero arrestati dalal DIGOS.
Roberto Aprile ha avuto la condanna maggiore, 10 mesi , il resto 8, 7, 5,  mesi.
Una condanna esemplare che vuole rappresentare un monito a chi vuole protestare per i propri diritti. Invece di condannare la Monteco per le assunzioni irregolari e clientelari effettuate in quei mesi, provenienti da Campi Salentina , si condanna chi si è opposto a questo scempio.
Le nostre denunce agli Enti Preposti per tante irregolarità sul problema della sicurezza dei mezzi Monteco, per la situazione negli ambienti di lavoro, invece, non sono mai arrivate  a buon fine.
Così come i tanti processi per tumore dovuti all’amianto e per gli impianti nocivi degli impianti industriali non hanno mai trovato un colpevole da parte della magistratura , che li ha sempre assolti.
Chi ammazza viene assolto e chi lotta contro la fame per lavorare come precario per qualche mese viene condannato.
Il vero significato di questa condanna è quello di lanciare un messaggio alla intera popolazione di non protestare per nessun motivo , altrimenti si può essere condannati come è accaduto per quelli che hanno bloccato la Monteco.
Vogliamo ricordare che la lotta per far lavorare cittadini brindisini il Sindacato Cobas l’aveva già vinta nel 2011.
L’allora Sindaco di Brindisi, Domenico Mennitti  chiese e ottenne dalla Monteco che i cosiddetti precari dovevano essere assunti nel territorio. Una clausola di  salvaguardia occupazionale che venne adirittura inserita nel capitolato d’appalto.
All’uscita del tribunale dopo i diversi commenti sulla sentenza i presenti hanno deciso di riunirsi per Venerdì 3 Ottobre alle ore 18,00 presso la sede Cobas di via Appia , 64.
La proposta è quella di organizzare una grande manifestazione cittadina per il diritto al lavoro, ad un ambiente bonificato, alla possibilità di mettere un piatto in tavola a mezzogiorno per i propri figli.
Brindisi 30.09.2014
Confederazione Cobas

mercoledì 23 aprile 2014

Ancora una sentenza contro l'Ilva

Attività lavorativa svolta nei forni pozzo dell'Ilva e diossina come concausa del tumore

App. Lecce, sez. lav., sentenza dell’8 gennaio 2014
Lavoro – sicurezza e tutela dei luoghi di lavoro – amianto - Attività lavorativa svolta nei forni pozzo dell'Ilva e diossina come concausa del tumore
Data: 
08/01/2014
Il lavoratore ha diritto ad una rendita per malattia professionale, in quanto durante la sua attività lavorativa è stato esposto all'azione di sostanze irritanti (in particolare la TCDD) che hanno avuto un ruolo concausale nell'insorgenza e nella cronicizzazione della patologia denunciata (tumore desmoide sarcomatoso).
(a cura di Rocchina Staiano)
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
La Corte d'Appello di Lecce
Sezione Lavoro
Riunita in Camera dì Consiglio e composta dai Magistrati:
dott. Vittorio Delli Noci Presidente
dottssa Daniela Cavuoto Consigliere
dott.ssa Caterina Mainolfi Consigliere relatore
ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa civile, in materia di previdenza sociale, in grado d'appello, iscritta al n. 452/2010 del Ruolo Generale Sez. lav. Appelli, promossa da ..., rappresentato e difeso, come da mandato in atti, dagli avv.ti Valentina Colomba, Massimiliano Del Vecchio e Franco Saullo.

lunedì 20 gennaio 2014

Ecco. Finalmente!

"Ilva, diossina concausa del tumore di un operaio"

Anche l'esposizione alla diossina può provocare tumori. Lo ha riconosciuto ad un lavoratore di Brindisi, dipendente dell'Ilva di Taranto, la corte d'Appello di Lecce. I giudici d'appello hanno ribaltato una sentenza di primo grado che invece aveva escluso la correlazione diossina-cancro affermando invece che quest'ultimo era insorto nel lavoratore, addetto ai forni a pozzo dell'Ilva, per problemi genetici. All'operaio è stata riconosciuta un'invalidità permanente del 30% e l'Inail adesso dovrà risarcirlo con la corresponsione della relativa indennità.
I giudici di Appello ritengono che sia provato come "l'attività lavorativa svolta dall'appellante ha esposto quest'ultimo all'azione di sostanze irritanti (in particolare la diossina) che hanno avuto un ruolo concausale nell'insorgenza e nella cronicizzazione della patologia denunciata". All'operaio è stata riconosciuta "una rendita per danno biologico corrispondente al 30% di invalidità permanente" secondo legge. L'Inail viene "condannata al pagamento delle prestazioni previdenziali".
"La sentenza - commenta l'avvocato Massimiliano Del Vecchio, legale della Fiom Cgil di Taranto - va inanellata in una serie di giudizi sul riconoscimento di malattie professionali all'Ilva, dal tumore al polmone al tumore alla prostata, in cui è stato riconosciuto che le sostanze inquinanti  hanno più fattori oncogenici, causano cioè più tumori negli operai. Per esempio, l'amianto provoca il tumore al polmone e il tumore alla prostata".
"Tutto ciò è importante dal punto di vista del diritto e il fatto che sia riconosciuto un ruolo specifico alla diossina è decisivo. Qualche giorno fa - prosegue il legale della Fiom di Taranto -, per un lavoratore dello stabilimento siderurgico morto a causa di un tumore, la Corte di Cassazione ha riconosciuto alla vedova la rendita per il decesso legandola alle emissioni inquinanti". Per l'avvocato Del Vecchio, "le fibre di amianto sono così piccole da diventare vettori di altre sostanze pericolosissime come le polveri sottili. Non ci sono dosi minime di agenti inquinanti per cui possiamo ritenerci al riparo da conseguenze dannose per la salute. Più sono gli inquinanti e più la salute è a rischio".
Il responsabile nazionale dei problemi della salute e della sicurezza della Fiom Cgil, Maurizio Marcelli, parla infine di "conclusione positiva", a proposito della sentenza della Corte d'Appello, e di "strada da perseguire all'Ilva e in altri territori per tutelare i lavoratori con patologie di cui si può e si deve dimostrare la correlazione". (Rep)

giovedì 9 maggio 2013

Il canto del Gallo

Riassumiamo le motivazioni in soldoni:
  1. Se all'Ilva è stato concesso di continuare a tenere gli impianti accesi nel tempo necessario ad abbattere l'inquinamento,
  2. vuol dire che l'Ilva poteva continuare a produrre. 
  3. Se poteva produrre, poteva anche vendere il prodotto di quella produzione. 
  4. Non c'è ragione allora per sequestrare quel prodotto che, tra l'altro, non è inquinato in se'. 
  5. Infine (ciliegina sulla torta) l'esecutivo può decidere come gli pare se un impianto è strategico o no, in base alle contingenze e a quello che gira per i titoli dei mercati.
Quindi: l'Ilva è necessaria e può produrre anche se ammazza!

Più costituzionale di così... si muore (appunto!)


Consulta deposita motivi rigetto ricorsi gip-tribunale su Ilva

La Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni con le quali, il 9 aprile scorso, ha dichiarato in parte inammissibili e in parte non fondate le questioni di legittimità costituzionale sugli articoli 1 e 3 della legge 231/2012, cosiddetta 'salva-Ilva', sollevate il 15 gennaio e il 22 gennaio scorsi dal Tribunale di Taranto e dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco.
La Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal gip in riferimento a tre articoli della Costituzione: 25, primo comma, e 27, primo comma (obbligo dell'ordinamento di reprimere e prevenire i reati) e 117 primo comma (limiti del potere legislativo dello Stato). Dichiarate invece 'non fondate' tutte le altre questioni di legittimità costituzionale sollevate dal gip (che contestava complessivamente la violazione di 17 articoli della Costituzione, tra cui il principio della separazione tra poteri dello Stato) e anche dal Tribunale, per il quale la legge 231 avrebbe violato cinque articoli della Costituzione. (ANSA)

(Adnkronos) - ''Nessuna'' delle norme censurate ''e' idonea ad incidere, direttamente o indirettamente, sull'accertamento delle responsabilita''' e ''spetta naturalmente all'autorita' giudiziaria, all'esito di un giusto processo, l'eventuale applicazione delle sanzioni previste dalla legge''. E' quanto sottolinea la Corte Costituzionale nelle motivazioni della sentenza del 9 aprile scorso, depositata oggi in Cancelleria, con la quale ha rigettato le questioni di legittimita' costituzionale sollevate nei confronti della cosiddetta legge 'salva-Ilva'.
''Nella fattispecie oggetto del presente giudizio, non sussiste alcuna lesione della riserva di giurisdizione'' e le disposizioni censurate ''non cancellano alcuna fattispecie incriminatrice ne' attenuano le pene, ne' contengono norme interpretative e/o retroattive in grado di influire in qualsiasi modo sull'esito del procedimento penale in corso'', precisa la Consulta.
L'intervento del legislatore, che, ''con una norma singolare, autorizza la commercializzazione di tutti i prodotti, anche realizzati prima dell'entrata in vigore del d.l. n. 207 del 2012, rende esplicito un effetto necessario e implicito della autorizzazione alla prosecuzione dell'attivita' produttiva, giacche' non avrebbe senso alcuno permettere la produzione senza consentire la commercializzazione delle merci realizzate, attivita' entrambe essenziali -viene rilevato- per il normale svolgimento di un'attivita' imprenditoriale. Distinguere tra materiale realizzato prima e dopo l'entrata in vigore del decreto-legge sarebbe in contrasto con la ratio della norma generale e di quella speciale, entrambe mirate ad assicurare la continuazione dell'attivita' aziendale, e andrebbe invece nella direzione di rendere il piu' difficoltosa possibile l'attivita' stessa, assottigliando le risorse disponibili per effetto della vendita di materiale non illecito in se', perche' privo di potenzialita' inquinanti''.
(Adnkronos) - La norma generale censurata ''non si pone in contrasto con il principio di eguaglianza, di cui all'art. 3 Cost., perche' non introduce - come invece affermano i rimettenti - una ingiustificata differenziazione di disciplina tra stabilimenti ''strategici'' e altri impianti, sulla base di un atto amministrativo - un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri - dotato di eccessiva discrezionalita', derivante dalla genericita' dei criteri di individuazione di tali stabilimenti'', nota la Consulta nella sentenza. ''L'interesse strategico nazionale ad una produzione, piuttosto che ad un'altra, e' elemento variabile, in quanto legato alle congiunture economiche e ad un'altra serie di fattori non predeterminabili (effetti della concorrenza, sviluppo tecnologico, andamento della filiera di un certo settore industriale etc.). Si giustifica pertanto -continua la Corte costituzionale- l'ampiezza della discrezionalita' che la norma censurata riconosce al Governo, e per esso al Presidente del Consiglio dei ministri, in quanto organi che concorrono a definire la politica industriale del Paese. Trattandosi, peraltro, di provvedimento amministrativo, il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri puo' essere oggetto di impugnazione''.

Ecco le sentenze della Corte (per il testo integrale delle motivazioni integrali occorre aspettare ancora)

mercoledì 10 aprile 2013

Equilibrismi

Ilva, per la Consulta la salute non conta

La politica è salva: il governo Monti e la sua (ex) maggioranza parlamentare. Salva l’Ilva di Taranto. Sconfitti i magistrati pugliesi e le vittime dell’inquinamento dell’azienda. Ieri sera la Corte costituzionale ha respinto il ricorso del Tribunale e del Giudice per le indagini preliminari di Taranto che, accogliendo la richiesta della Procura, avevano sollevato la questione di legittimità del decreto legge che ha consentito al colosso siderurgico di riprendere la produzione e di commerciare i prodotti nonostante i sequestri preventivi disposti dalla magistratura.
Per la Consulta la legge è costituzionale. Non c’è stata alcuna violazione del principio della separazione dei poteri dello Stato e dell’indipendenza della magistratura. Non c’è stata la violazione del diritto alla salute perché l’Ilva deve osservare la normativa sulla tutela ambientale. E comunque, i magistrati possono continuare a indagare. Appare questa, dalla lettura del solo dispositivo, l’essenza della sentenza. La Corte ha fatto sapere che le questioni sollevate dai giudici sono state ritenute “in parte inammissibili e in parte non fondate” anche perché quanto approvato da governo e Parlamento, e quanto ne consegue, non influisce “sull’accertamento delle eventuali responsabilità derivanti dall’inosservanza delle prescrizioni di tutela ambientale, e in particolare dell’autorizzazione integrata ambientale riesaminata, nei confronti della quale, in quanto atto amministrativo, sono possibili gli ordinari rimedi giurisdizionali”. Infine, “le norme censurate” non impediscono alla Procura di Taranto di indagare. Il diritto alla salute, a non morire di cancro “predestinato” contro il diritto al lavoro, a non morire di fame. Due principi riconosciuti dalla Costituzione che nella vicenda dell’Ilva di Taranto si sono drammaticamente contrapposti quando il governo Monti, a dicembre, ha varato un decreto, convertito in legge dal Parlamento, che ha scavalcato il sequestro preventivo dell’impianto, ordinato dal gip per gravi motivi di salute pubblica.
Con riferimento specifico al via libera alla commercializzazione dei prodotti, nonostante il sequestro, nelle memorie inviate alla Consulta, i giudici tarantini hanno accusato il Parlamento di aver approvato una norma che è quasi un’istigazione a delinquere: si pone ”in netto contrasto con il dovere dell’ordinamento di reprimere e prevenire reati, attraverso l’azione dei pubblici ministeri e l’eventuale sollecitazione del privato leso nei suoi diritti”. Proprio il gip Patrizia Todisco, attaccata per il sequestro dell’impianto, nel ricorso ha scritto che “l’’attività inquinante viene autorizzata per 36 mesi nonostante sia dannosa per la salute e l’ambiente”. E ancora: la legge “permette al potere esecutivo di bloccare e neutralizzare la doverosa iniziativa della magistratura”.
Ma la Corte costituzionale ha dato ragione sia all’avvocatura dello Stato, che ha rappresentato governo e Parlamento, sia all’Ilva. Entrambe le parti, in udienza, hanno sostenuto che è stato trovato un punto di equilibrio tra il diritto alla salute e quello al lavoro senza nessuna invasione di campo. L’avvocato Luisa Torchia, insieme al professore Francesco Mucciarelli rappresentante dell’Ilva, ha detto che la legge “non garantisce alcuna immunità all’impresa. Il giudice penale può sindacare la validità degli atti del legislatore, ma non sostituisce il proprio potere a quello amministrativo”. In sintonia gli avvocati dello Stato Gabriella Palmieri e Maurizio Borgo: “Decreto legge e legge di conversione non hanno inciso sulla funzione giurisdizionale né sui sequestri”.
La Corte ha accolto le loro tesi e ha respinto quelle dei magistrati tarantini e dell’avvocato di due imprenditori agricoli che si sono costituiti in giudizio perché costretti ad abbattere il loro bestiame a causa dei veleni dell’Ilva. “A Taranto abbiamo 30 morti all’anno, ha detto l’avvocato Sergio Torsello. Non si può dire che agli interessi di produzione si debbano subordinare due morti al mese”.
Un gruppo di cittadini di Taranto, proprio ieri, ha manifestato davanti a Montecitorio per il diritto alla salute: “La nostra vita ha un valore inestimabile “. Intanto Bruxelles attende chiarimenti dal governo sulla bonifica dell’Ilva e su eventuali criticità segnalate dal Garante. (FattoQ)

martedì 9 aprile 2013

Poteri ancora più forti!

Ora possiamo affermare con certezza giuridica che Taranto è una città necessaria, mentre i tarantini no!

Corte Costituzionale, Ufficio Stampa
Questione Ilva di Taranto


La Corte costituzionale, all’esito dell’udienza pubblica e della camera di consiglio in data odierna, relativamente ai procedimenti r.o. n. 19 e n. 20 del 2013, promossi dal Giudice per le indagini preliminari e dal Tribunale di Taranto, ha ritenuto in parte inammissibili e in parte non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 3 del decreto-legge n. 207 del 2012, conv. dalla legge n. 231 del 2012.
La decisione è stata deliberata, tra l’altro, in base alla considerazione che le norme censurate non violano i parametri costituzionali evocati in quanto non influiscono sull’accertamento delle eventuali responsabilità derivanti dall’inosservanza delle prescrizioni di tutela ambientale, e in particolare dell’autorizzazione integrata ambientale riesaminata, nei confronti della quale, in quanto atto amministrativo, sono possibili gli ordinari rimedi giurisdizionali previsti dall’ordinamento.
La Corte ha, altresì, ritenuto che le norme censurate non hanno alcuna incidenza sull’accertamento delle responsabilità nell’ambito del procedimento penale in corso davanti all’autorità giudiziaria di Taranto.
dal Palazzo della Consulta, 9 aprile 2013



La legge salva-Ilva è costituzionale
la Consulta respinge ricorso dei giudici


Dopo una lunga camera di consiglio la Corte costituzionale ha respinto i ricorsi dei giudici di Taranto e ha stabilito che la legge «Salva Ilva» è conforme al dettato costituzionale. Vale a dire che non è stato rilevato un conflitto tra poteri dello Stato, cioè tra il legislatore e la magistratura. Questa decisione – che le cui motivazioni nel dettaglio si conosceranno quando sarà depositata la sentenza - è di estrema importanza: significa che la produzione di acciaio continuerà seguendo le prescrizioni fissate dall’Aia e contenute nel testo varato il 24 dicembre scorso, numero 231. La Corte avrebbe dunque dichiarato in parte inammissibili in parte infondate le questioni di legittimità sollevate dal gip e dal Tribunale di Taranto sulla legge salva-Ilva.
IL MATERIALE SEQUESTRATO - Significa che verranno dissequestrate le tonnellate di materiale bloccato dal tribunale di Taranto in quanto corpo di reato. Significa che il comparto manufatturiero italiano tirerà un grosso sospiro di sollievo, perché potrà continuare ad approvvigionarsi (l’impianto jonico soddisfa il 40% dei bisogno dell’industria italiana). Ma la città come reagirà? Le migliaia di persone che in questi ultimi due anni in particolare si sono mobilitate contro l’Ilva e l’inquinamento e per la difesa della salute e dell’ambiente, cosa faranno ora? Ieri la delegazione arrivata a Roma per protestare davanti a Montecitorio ha detto: «La nostra battaglia continuerà. Noi credevamo nella Costituzione, la più bella del mondo, ma chi la deve applicare e tutti i politici ci hanno tradito».

lunedì 18 marzo 2013

Il tesssoooro è salvo!

Ilva incassa l'ok del tribunale: stop alla vendita dell'acciaio

Il tribunale ha accolto l’appello dell’Ilva contro la decisione del gip di autorizzare la vendita dell’acciaio finito sotto sequestro nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale. L’azienda contestava in particolare l’affidamento delle operazioni di commercializzazione ai custodi giudiziari e anche la decisione di sequestrare il ricavato delle operazioni di vendita. "Decisione inopportuna - aveva tuonato l'Ilva - le risorse potrebbero essere usate per l'attuazione dell'Aia".
Si parla del milione e 700mila tonnellate di acciaio che l’azienda stima in un miliardo di euro di valore, mentre secondo i custodi  il valore è di circa 800 milioni euro. Sulla merce ferma nel porto ormai da mesi, si sta consumando una vero braccio di ferro, con l’Ilva minaccia di chiedere il risarcimento per le commesse che nel frattempo sono saltate (Rep.)

domenica 2 settembre 2012

Seconda pietra miliare

Decisione del Tribunale del Riesame sulle ordinanze del G.I.P. Patrizia Todisco del 25 Luglio 2012 su sequestro aree a caldo Ilva e arresti domiciliari di dirigenti Ilva. Riesame Ilva 20 Agosto

domenica 12 agosto 2012

"Date un Alka Seltzer a Clini"

L’Ilva lavori per mettersi a norma e non per produrre. Date un Alka Seltzer a Clini

E’ totalmente surreale il cancan, l’indignazione bipartizan, addirittura la definizione di “preoccupante” ed “irrituale” che i politici appioppano al provvedimento notificato ieri all’acciaieria Ilva di Taranto dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco.
Il suo provvedimento sottolinea che l’Ilva deve lavorare per mettersi a norma e non per produrre. Sembra che Pd, Pdl e ministro dell’Ambiente Clini non riescano a digerirlo neanche con un’overdose di Alka Seltzer.
E invece (oltre che logico) è chiaro come il sole. Il provvedimento discende da due fatti. Primo, il sequestro, con il conseguente blocco delle attività, delle sei principali aree dell’Ilva disposto dalla Procura di Taranto: impianto troppo inquinante. Secondo, la decisione del Tribunale del Riesame al quale l’Ilva si era rivolta impugnando il sequestro.
Il Tribunale del Riesame non ha affatto stabilito che l’Ilva può riprendere a produrre, nè ha scritto qualcosa che lo lasciasse capire. Ha solo detto – in buona sostanza – che gli impianti, seppur sequestrati, rimangono aperti per essere messi a norma.
Però i politici (ministri Clini e Fornero in testa) hanno fatto finta che fosse un seppur parziale semaforo verde alla ripresa della produzione. Hanno plaudito al provvedimento e l’hanno definito equilibrato. Adesso i politici si stracciano le vesti: vuol dire che non hanno letto il testo uscito dal Tribunale del Riesame o non l’hanno capito. Prego, signori: vi offro l’occasione di rimediare.
Il Tribunale del Riesame si è occupato dell’Ilva il 7 agosto scorso. A parte le revoche di alcuni arresti domiciliari, a parte alcuni cambiamenti nei nomi dei custodi degli impianti sequestrati, il Tribunale

Clic sull’immagine e, in un’altra finestra, si apre il testo competo di tutto quanto ha stabilito il Tribunale.
Utilizzare gli impianti per realizzare “tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo”, che sarebbero poi le emissioni inquinanti, è molto diverso da riprendere la produzione, non vi pare?
I politici, dicevo, o non hanno capito o hanno fatto finta di non capire. Finchè non è arrivato il provvedimento notificato ieri dal giudice per le indagini preliminari Todisco. Io ho sottolineato in giallo quello che Clini & C. non digeriscono neanche con l’Alka Seltzer. E’ un passo in puro burocratese.

Di nuovo, clic e si apre il testo completo. Traduzione sostanziale: come ha detto il Tribunale del Riesame (e come evidenziano le mie sottolineature in giallo), bisogna effettuare dei lavori sugli impianti dell’Ilva affinchè l’Ilva possa tornare a lavorare; visto e considerato tutto ciò, il Gip sollecita i custodi degli impianti sequestrati a mettere l’Ilva in condizione di non inquinare e li incarica di produrre periodici e frequenti rapporti sul procedere delle operazioni. L’Ilva ha impugnato anche questo provvedimento.
Il punto è che l’Ilva deve effettuare quei lavori a sue spese. Secondo Angelo Bonelli, consigliere comunale dei Verdi a Taranto, il gruppo Riva al quale fa capo l’Ilva ha avuto negli ultimi tre anni utili per 2,5 miliardi di euro.
Ad occhio e croce, dovrebbe essere tranquillamente in grado di pagare gli stipendi ai dipendenti affinchè lavorino per mettere a norma gli impianti anzichè per produrre acciaio: basterebbe una semplice cura dimagrante agli utili.
Ecco, i politici di destra e della sedicente sinistra non riescono a digerire una cura dimagrante agli utili di un’impresa – che appartengono a pochi – per salvaguardare l’ambiente che invece è di tutti. Se volete un riassunto dei mali dell’Italia, è in queste quattro righe.
Su Repubblica Ilva, arriva lo stop alla produzione (ma chi ha fatto questo titolo? Lo stop c’era già)
Su Repubblica Ilva, Pd e Pdl: “Preoccupa la decisione del Gip”
Su Affari sul Web Clini, preoccupa la fermata della produzione al’Ilva
Un vecchio articolo di Adn Kronos ministro Fornero, equilibrata la decisione del Tribunale del Riesame sull’Ilva
Un vecchio articolo di Agenzia Asca Clini, dal Tribunale del Riesame indicazione positiva sull’Ilva
(Il Journal Blog) 

venerdì 10 agosto 2012

Meglio di no!

I Riva: «faremo da soli per quel che ci compete»
«Faremo da soli, per quel che ci compete». È la frase che il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante ha trasmesso ai sindacati come reazione della famiglia Riva alla sentenza del Tribunale del riesame. Da Milano non erano filtrate indiscrezioni sul faccia a faccia tra Ferrante e i Riva. Ieri, il presidente ha incontrato i segretari delle organizzazioni sindacali, Fiom Cgil (Stefanelli), Fim Cisl (Panarelli) e Uilm (Talò) nella direzione dello stabilimento siderurgico. Durante il colloquio è spuntata una frase che indicherebbe, stando alla lettura di Ferrante e dei sindacati, la volontà dei proprietari dello stabilimento siderurgico di non ricorrere ad aiuti finanziari esterni per la parte di investimenti che toccherà fare all’azienda in termini di ambientalizzazione degli impianti. Certo bisognerebbe capire, ma al momento non è possibile, se «per quel che ci compete» è frase riferibile almeno alla volontà del patron dell’Ilva Emilio Riva - che rimane agli arresti domiciliari - e se dentro la «competenza» c’è l’intenzione di eseguire le prescrizioni stabilite nell’ordinanza di sequestro dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico da parte della magistratura.
Nel vertice sindacale, il presidente Ferrante e i segretari sindacali hanno discusso dell’utilizzo degli impianti, che restano sotto sequestro e sottoposti al vincolo dell’azione dei custodi giudiziari. L’ex prefetto ha insistito sulla necessità di leggere le motivazioni della decisione presa dal Tribunale del riesame per chiarire meglio le prospettive aziendali. La produzione all’Ilva continua. «Bisognerà capire - spiega il segretario generale della Uilm Antonio Talò - cosa contengono le motivazioni del Tribunale del riesame per definire il futuro assetto degli impianti dell’area a caldo. Se e come dovranno marciare e se ci saranno conseguenze occupazionali».
Per ora non si parla di cassa integrazione: «Non è all’ordine del giorno» spiega Talò. Ma più di qualcuno pensa a un processo irreversibile. L’Ilva a un bivio: o cambia radicalmente, con lo smantellamento dell’area a caldo così com’è e un profondo cambiamento negli impianti e nella produzione, oppure sarà lenta e progressiva l’agonia, la chiusura prevista dall’ordinanza dal gip sotto altre forme per decisa volontà aziendale: stop con progressivo spegnimento; o «effetto Belleli», come fu la lenta fine del colosso delle piattaforme petrolifere. Ma questo certamente senza più i Riva e con un dramma occupazionale di cui nelle scorse settimane si è visto il prologo. «L’Ilva deve passare dalle parole ai fatti. È per la città è il momento di riflettere» chiosa Talò della Uilm. «Riflettano tutti soprattutto i “liberi e pensanti”» dichiara il sindacalista alludendo all’associazione di cittadini che ha contestato il sindacato in piazza. E che oggi tornerà a manifestare ai Tamburi. (Fulvio Colucci - GdM)

giovedì 9 agosto 2012

Finalmente un sito partecipato


(Adnkronos) - Il ramo italiano di Anonymous contro l'Ilva e all'attacco informatico del comune di Taranto. Gli hacker hanno sostituito per qualche minuto la home page del sito ufficiale dell'amministrazione tarantina con un'immagine dell'acciaieria e dei suoi fumi, e un messaggio diretto soprattutto agli operai. "Costringere un uomo a scegliere fra lo stipendio e la salute -scrivono gli attivisti sul loro blog, dando notizia dell'azione- e' non solo un deplorevole ricatto, ma anche una gravissima infrazione del diritto di ogni persona a poter esercitare un mestiere nel rispetto delle normative vigenti. Ci sentiamo offesi innanzitutto come persone: numerosi lavoratori rischiano la vita ogni giorno, avvelenati dall' alta tossicita' di quei luoghi, per portare a casa un misero stipendio. Siamo fortemente indignati anche come Cittadini: questa azienda non si preoccupa minimamente dei suoi dipendenti e non mette in atto le strategie e i protocolli atti a tutelarli".
"I colpevoli hanno avvelenato le coscienze e i corpi di chi e' stato costretto a vivere per lavorare; hanno tarpato le ali a settori occupazionali che avrebbero altrimenti trovato una rigogliosa espansione; hanno obbligato gli abitanti di un' intera citta' a respirare la tossicita' dell'accumulazione del capitale sprezzante dei diritti umani. Siamo vicini alle famiglie di chi si e' spento, avvelenato dalla sete incondizionata di vili profittatori. Siamo vicini a chi ancora lotta per sopravvivere e trascina ogni giorno la sua malattia, messo spalle al muro da uno Stato che copre la sua sporca coscienza con miseri indennizzi, e dietro le quinte stringe loschi accordi con i padroni. Disprezziamo -conclude il lnungo comunicato- l'operato di chi, con i propri tentacoli, ha elargito ricatti lavorativi e seminato menzogne cavalcando accordi e deroghe in barba alle leggi sulle emissioni: lucrare sulla pelle dei Cittadini, trincerandosi dietro protocolli d'intesa e burocrazia, e' una forma di criminalita' legalizzata.

mercoledì 1 agosto 2012

Tra Don Camillo e Peppone

Una cartolina a Guareschi da Taranto
Comunicato stampa di Altamarea
ANDIAMO TUTTI ALLA FIACCOLATA CON L’ARCIVESCOVO
ALTAMAREA risponde con calore all’invito dell’Arcivescovo di Taranto a partecipare alla “veglia e fiaccolata”. L’auspicio è quello di essere presenti tutti, senza distinzione di fede, classe, categoria, associazione, appartenenza, tutti accomunati dall’universale spirito francescano "salvaguardiamo il Creato". Tutti insieme manifesteremo la volonta' di tenere viva la fiammella della speranza per la nostra citta', per un domani migliore per le nostre famiglie, per i nostri bambini.
In questi momenti drammatici per tutta la città e la provincia di Taranto; anche ai laici compete capire e ripetere ovunque che Giustizia e Pace costituiscono la salvaguardia del Creato e che solo la Verità ci farà liberi.
“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. Questo è l’insegnamento del Fraticello d’Assisi rivolto all’umanità tanti secoli fa. Ad esso, nell’attualità, fa seguito quello di Papa Benedetto XVI: “La comparsa del movimento ecologico è un grido che anela all’aria fresca e che non si può ignorare né accantonare. Persone giovani si sono rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va, che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, che la terra stessa porta in sé la propria dignità e che quindi dobbiamo seguire le sue indicazioni. Perciò l’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa e dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente.”
A tutti i tarantini l’appuntamento a cui ci chiama Mons. Santoro è per mercoledì 1 agosto alle 20 in piazzale Democrito (di fronte al Gambero), attrezzati con fiaccole e luci.

lunedì 30 luglio 2012

Bilanci del terzo millennio

La vicenda Ilva di Taranto ed il conflitto tra capitale/lavoro/salute

Nuvole rapide

Immaginare il paesaggio della propria terra, del luogo dove dovresti essere felice, dove svolgi il tuo lavoro, è un elemento iconografico importante che determina il livello della felicità nell’essere umano. Lo skyline della città di Taranto è composto da un lato da due mari : il mare grande ed il mare piccolo, con il ponte girevole che separa le due parti della città dei due mari. Dall’altro lato, verso l’interno, ci sono una ventina di ciminiere e quelle nuvole che costituiscono la cappa di veleni che soggioga la città.
E’ veleno per chi lo sa. E’ sviluppo per chi non vuol vedere.
All’Icmesa di Seveso ufficialmente producevano fertilizzanti. Nessuno in quel paese della Brianza poteva mai immaginare il volto brutto e cattivo della fabbrica. Era sviluppo, era benessere, non poteva esserci, in quel sogno tecnologico e moderno, un lato oscuro che avesse a che fare con il veleno. Non l’avevano mai immaginato fino al 10 luglio del 1976, quando il reattore dell’Icmesa fece il botto, vomitando diossina su 108 ettari di territorio. Nessuno oggi sembra voler ricordare quella che è stata la prima Chernobyl italiana. In quella fabbrica dove lavoravano decine di operai sbuffarono via 300 grammi di diossina pura capace di distruggere per sempre quel piccolo centro lombardo. Seveso fu evacuata. Le case distrutte, i campi arati per 40 cm. Tutto fu seppellito in una discarica fatta da quattro vasche una sopra l’altra. I veleni del reattore racchiusi in 41 fusti. L’Italia scopriva che il capitalismo produce scorie. Forse è quella la data in cui nel conflitto tra capitale e lavoro fa irruzione l’elemento dell’ambiente/salute. Da quel momento, governi ed imprenditori sono stati ben attenti a manipolare l’informazione, ad omettere il più possibile il lato oscuro della modernità, quelle scorie di produzione che distruggevano le vite di chi lavorava in fabbrica ed i territori dove sorgevano. Quello che sta avvenendo a Taranto in merito alla vicenda dell’Ilva è senza dubbio un fatto complesso. Lo è innanzitutto perché Taranto non è la Brianza. Una città che secondo i piani di espansione demografica legata allo sviluppo che la fabbrica dei Riva avrebbe dovuto portare, sarebbe dovuta diventare, nelle stime di venti anni fa, un centro di oltre trecentomila abitanti. Invece Taranto è ventimila abitanti in meno rispetto al dato demografico in cui furono fatte quelle stime. Un territorio dove il fenomeno dell’emigrazione, come elemento caratterizzante di subalternità del mezzogiorno al Nord del paese, continua ad essere un dramma del presente e non un ricordo. Taranto non è la Brianza dove invece le fabbriche, dopo Seveso, hanno continuato a prosperare trovando posti comodi e sicuri dove smaltire quelle scorie cattive e portarle lontane dagli occhi e dalle preoccupazioni dei cittadini. Proprio nel Mezzogiorno italiano o magari nei paesi africani. Proprio come le scorie e ceneri di alluminio delle Fonderie Riva di Parabbiago, in provincia di Milano, finiti nella discarica di Pianura a Napoli tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta. Taranto resta una città dove il solo lavoro possibile è quello all’Ilva. Un territorio dove i termini del conflitto tra capitale/lavoro/salute si invertono fino ad arrivare all’assurdo di una saldatura di interessi tra padrone ed operai.
Magagne della sussunzione reale del lavoro al capitale.
Un lavoro che significa morire presto. Prima degli altri. Le nuvole rosa provenienti dalle ciminiere dell’impianto siderurgico, dai nastri trasportatori scoperti, dal deposito dei minerali che sembra quasi uno spiazzale dove è accumulato terriccio ed invece sono metalli pesanti, minerali, scoperti lasciati allo sbuffo del vento di Levante, arrivano sulla città costantemente. Non ci sono fusti di colore sgargiante che escono dalle fabbriche su dei camion. Tutto è nell’aria e ciò che si vede poco, si sa, preoccupa sempre meno. Qui non c’è stata una Seveso, nonostante i continui incidenti che hanno caratterizzato la vita della fabbrica, nonostante le immense nuvole cariche di metalli pesanti che si sono rovesciate sulla città ad ogni errore nella produzione, ad ogni guasto all’impianto. Non c’è stato uno shock che abbia prodotto una presa di coscienza collettiva su come quella fabbrica stia uccidendo la città ed i suoi cittadini. Li uccide lentamente. Senza botti. Non c’è un reattore che esplode e centinaia e dei corpi che cadono in terra. Anche se a Taranto tutti lo sanno che la fabbrica fa male. Fa morire presto. Lo sanno ma lo nascondono, come una verità scomoda che ti fa arrossire e di cui ti vergogni. Al tempo stesso agisce un elemento di rimozione del problema frutto del ricatto del padrone che concede il solo lavoro possibile. La vicenda dell’Ilva abbiamo detto che è complessa ed è giusto che sia il territorio ad indagarne le contraddizioni ed a raccontare ciò che succede.
Questa vicenda però ci dice chiaramente alcune cose.
La prima è che non possiamo più immaginare il tema della salute come elemento estraneo alla lotta di classe. Fa davvero impressione notare l’assenza di presa di posizione di un sindacato come la Fiom, che da alcuni anni ha cominciato a parlare di riconversione ecologica, di salute dei lavoratori e del territorio come elemento centrale di un piano di rivendicazioni complessive degli operai. A farsi sentire sono quei sindacati, come la Cisl e la Uil che “difendono il lavoro contro gli ambientalisti”. Quei sindacati complici dei padroni dell’Ilva che non vedono come gli elementi stessi del conflitto sindacale siano completamente sovvertiti quando quelle che dovrebbero essere le organizzazioni degli operai hanno gli stessi interessi del padrone. Non considerare l’elemento della salute come parte integrante del conflitto tra capitale e lavoro, dove la salute da tutelare è quella degli operai, del territorio e di chi lo vive, significa anche rinunciare ad una funzione di formazione rispetto al territorio a cominciare da chi in fabbrica ci lavora. Se oggi a Taranto, e non solo, si parla di difendere il lavoro contro la salute e l’ambiente è perché negli anni proprio i sindacati hanno rinunciato a considerare quell’elemento come parte della lotta di classe.
La seconda è che ogni volta che si parla di necessità di immaginare un modello di sviluppo alternativo a quello esistente non possiamo continuare ad agire sul piano dell’astrazione. Le infinite contraddizioni della vicenda dell’Ilva devono farci capire che si deve avere sempre il coraggio di stare da una parte. Produrre acciaio inquina. Non esiste possibilità di produrre acciaio salvaguardando la salute del territorio. Per questo difronte a queste divaricazioni non può esserci nessuna via di mezzo, non può esserci nessuna chimera riformista per rendere il gigante di veleno un gigante buono. Bisogna stare da una parte. O dalla parte degli interessi di chi vive e muore sul territorio – tra cui anche chi in fabbrica non ci lavora - oppure dalla parte dei padroni che agiscono il ricatto del lavoro come strumento di calmierazione dei conflitti.

A Seveso i cittadini continuarono ad essere terrorizzati per anni da quei 41 fusti di rifiuti tossici frutto dello smantellamento del reattore dell’Icmesa.
Nell’estate del 1982 fu comunicato ai cittadini di Seveso che i rifiuti erano andati via per sempre. Non fu detta la destinazione. L’importante era farli sparire per far tornare la tranquillità. Vagarono in tutta Europa con la complicità del governo democristiano, di faccendieri e servizi segreti di mezzo continente, mentre le 4 vasche con i rifiuti di tutta l’area inquinata dall’Icmesa restarono proprio lì. L’importante era dare parole di tranquillità per continuare a mostrare il volto buono della produzione industriale.
C’è da scommetterci che tra qualche giorno ai cittadini di Taranto sarà comunicato che sono state varate misure che permettono di riprendere la produzione senza inquinare. Tutti saranno tranquilli. O magari (speriamo!) no.
Cose che passano veloci. Come le nuvole cariche di veleni.
Nuvole rapide. (Antonio Musella - globalproject)

giovedì 22 marzo 2012

Giornata mondiale dell'Acqua... e Consulta infelice...

La Puglia dei movimenti si attiva a Bari

Aqp, la Consulta boccia la legge di Nichi No alla norma per la ripubblicizzazione

Accolto il ricorso del governo contro il provvedimento approvato poco dopo il referendum sull'acqua
Scarica la sentenza della Corte Costituzionale


In occasione della Giornata Mondiale sull’Acqua del 22 marzo, istituita dalle Nazioni Unite, il Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, organizza una giornata di mobilitazione e sensibilizzazione sulla campagna di “Obbedienza Civile – Il mio voto va rispettato” e

Convoca una CONFERENZA STAMPA alle ore 11.00, davanti alla sede centrale dell’Acquedotto pugliese SpA (Via Cognetti, 36 – Bari),

alla quale prenderanno parte anche gli EE. LL. (Comuni di: Bari, Villa Castelli, Modugno, Giovinazzo, Laterza, Grumo Apula, Binetto, Lequile, Altamura, Mola di Bari, ecc.) e le associazioni dei consumatori (Movimento Consumatori, Unione Nazionale Consumatori, Adiconsum, Unicons, Confconsumatori, Movimento Difesa Cittadino, Lega Consumatori) che hanno aderito alla campagna in oggetto e che illustreranno gli impegni pratici assunti e i primi risultati conseguiti;

e INVITA LA CITTADINANZA

a recarsi presso il banchetto del Comitato pugliese, sempre davanti alla sede centrale dell’Acquedotto pugliese SpA

dalle ore 11.00 alle ore 16.00

per firmare la propria lettera di reclamo/diffida, affinché l’esito referendario sia rispettato e venga eliminato il profitto dalle tariffe.

Le lettere di reclamo/diffida saranno consegnate all’Acquedotto pugliese, nella stessa giornata.

Il video spot (52 secondi) "22 marzo. Campagna di Obbedienza Civile” è disponibile al link: http://www.youtube.com/watch?v=-zPR-q_5e6g&feature=youtu.be. Comunica la tua adesione alla campagna "Obbedienza Civile - Il mio voto va rispettato" a: segreteriareferendumacqua@gmail.com

Scarica, stampa e diffondi il volantino, la brochure e la lettera di reclamo/diffida direttamente dal blog www.lacquanonsivende.blogspot.com alla voce MATERIALI “Obbedienza Civile”

Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” - Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

giovedì 22 settembre 2011

Niente referendum ILVA

Referendum su Ilva, un'altra bocciatura
Il Consiglio di Stato: «È inammissibile»

Si chiude, almeno per ora, l’iniziativa lanciata da «Taranto Futura» per la chiusura dello stabilimento siderurgico dell’Ilva a Taranto. La quinta sezione del Consiglio di stato ha rigettato il ricorso, ritenendolo «inammissibile», presentato dal comitato guidato dall’avvocato Nico Russo contro la bocciatura del referendum decisa dal Tar con cui i tarantini avrebbero dovuto decretare o meno la chiusura della fabbrica dell’acciaio. Il ricorrente dovrà pagare anche duemila euro per le spese legali. La decisione del tribunale amministrativo regionale era arrivata nell’ottobre scorso e, di fatto, stoppava il provvedimento con il quale il sindaco Stefàno aveva indetto, a termini di legge, il referendum.
LO STOP - I giudici sospesero l’indizione del referendum perché riscontrarono, nella formulazione dei quesiti referendari da sottoporre ai cittadini per la raccolta delle firme, la presenza di quelle che definirono «relazioni ingannevoli». I promotori, cioè, li accompagnarono affermando che «il governo garantiva la piena occupazione» anche in caso di chiusura dello stabilimento. (CdM)

giovedì 28 aprile 2011

Ilva: cosa succederebbe in caso di incidente?

Comunicato stampa
La sentenza sulla ThyssenKrupp di Torino e i suoi riflessi su Taranto

“La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Il primo di fronte a come vanno le cose; il secondo per cambiarle” è la massima di Sant’Agostino di Ippona che ci è tornata in mente leggendo la lettera prot. n. 0005066 del 20.04.2011, pervenutaci il 26 da VVF - Direzione Regionale Puglia, sulle questioni del “Certificato Prevenzione Incendi” e del “nulla osta inerente il rischio di incidente rilevante” per lo stabilimento Ilva di Taranto.
Per il caso specifico da noi posto, è grande lo sdegno per come vanno le cose anche in un ambito importante che coinvolge le responsabilità dei Vigili del Fuoco, Soccorso Pubblico e Difesa Civile. Di contro, però, ci pare che scarseggi il coraggio di cambiare le cose.
Il tema merita di essere riassunto brevemente. Nel mare magnum delle norme italiane sulla sicurezza degli insediamenti industriali ci sono due capisaldi, il “Certificato Prevenzione Incendi” e il “nulla osta inerente il rischio di incidente rilevante”. Qualunque cittadino li comprende e li apprezza a scatola chiusa, certo che nessuno stabilimento può essere autorizzato a entrare in funzione e a restare in funzione se privo di entrambi quei documenti. Chiunque abbia avuto a che fare con l’installazione di un nuovo impianto ha constatato, e in fondo apprezzato, con quale serietà fattuale operino, in tali frangenti, le Istituzioni preposte. E quando in un impianto in esercizio capita un incidente, superata la fase del pronto intervento e dei soccorsi, i molteplici organismi di vigilanza e controllo vanno a “vedere le carte” e talvolta sono dolori per gli inadempienti. Bene, per ammissione della stessa Direzione Regionale Puglia VVF, constatiamo che lo stabilimento Ilva di Taranto è ancora privo di Certificato Prevenzione Incendi. Noi aggiungiamo che questo stato di cose dura da parecchi anni, prima ancora che iniziasse la procedura per l’ottenimento dell’AIA, come risulta dall’esame di due documenti ufficiali del Corpo dei VVF del 2008 e 2009, reperibili sul sito di Minambiente.
Da semplici cittadini non entriamo nel merito delle ragioni tecniche o burocratiche, esposte nella citata lettera della Direzione Regionale dei VVF, che hanno portato a questa situazione. Ci limitiamo a porre alcune domande da uomini della strada. Le varie Autorità di vigilanza e controllo (VVF, ASL/SPESAL, ISPESL, Ispettorato del lavoro, ARPA, NOE, Polizia provinciale, Polizia municipale, ecc.) e le Autorità competenti per i vari benestari e autorizzazioni (statali, regionali, provinciali, comunali) permetterebbero l’avvio e il funzionamento di un impianto pronto ma ancora privo di “CPI” e di “nulla osta inerente il rischio di incidente rilevante”? Possibile che non ci sia nessuna autorità tecnica, amministrativa, giudiziaria che senta il dovere civico, più ancora di quello professionale/istituzionale, di neutralizzare, per elementari motivi precauzionali, le ambiguità normative e l’insufficiente impegno dell’azienda su temi così importanti che consentono per anni l’esercizio di impianti privi di CPI e di nulla osta? E’ mai possibile che si lasci che un insediamento industriale enorme, complesso e pericoloso come lo stabilimento Ilva di Taranto, continui a funzionare senza che nessuno dica o faccia niente, pur essendo da anni privo di quei certificati, quasi a dimostrare che sono solo “pezzi di carta” di mera burocrazia, del tutto trascurabili?
Per parte nostra, in ambito AIA abbiamo già scritto alle Autorità interessate, informando anche il Procuratore della Repubblica di Taranto, che all’Ilva di Taranto deve essere negata l’AIA se priva di “CPI” e di “nulla osta inerente il rischio di incidente rilevante” e che lo stabilimento deve essere fermato immediatamente per il tempo necessario a metterlo a posto per la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini, fermi restando tutti gli altri impegni per la riduzione dell’inquinamento ambientale che sono altrettanto importanti per la salute umana.
Giova a tal proposito ricordare la tragedia avvenuta alla ThyssenKrupp di Torino e il recentissimo e pesantissimo giudizio della Magistratura. Stando ai resoconti giornalistici, è stato accertato che “la ThyssenKrupp non aveva ancora il certificato di prevenzione incendi. I suoi manager prendevano tempo con i vigili del fuoco posticipando la data in cui effettuare una serie di interventi richiesti”. Inoltre, potranno “chiedere al tribunale civile la liquidazione del danno biologico” il sopravvissuto alla strage e “gli altri 33 operai costituitisi parte civile per il rischio corso in quello stabilimento, reso insicuro dalla politica aziendale, in vista della chiusura, di effettuarvi sempre meno manutenzione straordinaria degli impianti e ridurre a zero gli investimenti sulla sicurezza". Di eccezionale importanza sono le parti del giudizio che comportano sia l’apertura di una seconda indagine penale a carico di altre persone tra cui un ingegnere “che finisce nei guai per avere redatto l’ultimo piano di valutazione dei rischi”, sia una terza inchiesta “nei confronti di una buona parte degli ispettori ASL che dovevano vigilare, e non l’hanno fatto, sulle gravi carenze antinfortunistiche dello stabilimento”. A Torino la Magistratura ha sancito, ahimè a seguito di una tragedia, che il CPI e il “nulla osta inerente il rischio di incidente rilevante” non sono “pezzi di carta” burocratici di cui si può tranquillamente fare a meno. A Taranto non è così? Sarebbe terribile scoprirlo a seguito di un incidente che nessuno vorrebbe che si verificasse mai.

Altamarea, Coordinamento cittadini e associazioni, Taranto 27 aprile 2011

venerdì 16 aprile 2010

Diossina fino a Faggiano!

Le pecore vanno abbattute. Il Tar: «Latte avvelenato»
Era contaminato da diossina, per mesi è stato venduto. I giudici rigettano il ricorso di un allevatore di Faggiano

Dopo otto mesi dal ricorso presentato dal proprietario delle 400 pecore contaminate dalla diossina, ieri il Tar di Lecce si è definitivamente espresso autorizzandone l’abbattimento. Salvo un ricorso al Consiglio di Stato, quindi, l’azienda zootecnica «Antonio D’Alessandro», di Faggiano, dovrà rinunciare anche alla commercializzazione del latte perché da recenti esami è emerso un significativo aumento della presenza di sostanze diossinosimili. I capi in questione che lo scorso 12 gennaio erano stati «graziati» dallo stesso Tar per la presenza di numerose pecore gravide, dovranno quindi essere macellate secondo quanto aveva stabilito nove mesi fa la Regione Puglia su indicazione del Dipartimento di prevenzione e igiene della Asl di Taranto. Nel concedere quella sospensiva, il presidente del Tar, Aldo Ravalli, aveva chiesto ulteriori esami biochimici sui campioni di latte e di carne poiché si erano riscontrate delle discordanze nelle risposte di laboratorio depositate agli atti del processo. Successivamente il titolare dell’azienda aveva chiesto di limitare la richiesta cautelare alla sola commercializzazione del latte (ritenuto non infetto dalle prime analisi).
A distanza di pochi mesi, però, la situazione è cambiata in peggio. «Dalle analisi svolte - si legge nell’ordinanza firmata ieri dal presidente della prima sezione del Tar Aldo Ravalli - è risultato che i livelli di diossina presenti nel latte, anche con l’applicazione della percentuale di errore prudenzialmente applicata, superano quelli consentiti. Le nuove analisi - specifica il Tar nel dispositivo -, dimostrano l’aumento della percentuale di diossina rispetto alla precedente campionatura». E’ lo stesso magistrato, infine, a sottolineare la pericolosità di una circostanza simile. «Il divieto di commercializzazione del latte dei capi in questione - scrive - deve essere considerato un criterio di massima precauzione ai fini della tutela della salute umana». Per otto mesi, quindi, il latte prodotto dalle «pecore alla diossina» (all’inizio i livelli erano nella norma), è stato regolarmente venduto grazie alle diagnosi del laboratorio di Teramo (Centro di riferimento nazionale per la ricerca della diossina negli alimenti), in funzione delle quali il servizio veterinario del Dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto, aveva permesso all’allevatore l’attività di vendita del latte e derivati. La camera di Consiglio di ieri era composta dal presidente Ravalli e dai magistrati referendari Massimo Santini e Claudia Lattanzi. L’imprenditore ricorrente era difeso dall’avvocato Cosimo Antonicelli mentre le controparti istituzionali (Regione Puglia e Asl) erano rappresentati rispettivamente dalle avvocatesse Lucrezia Girone e Giovanna Corrente.
Nazareno Dinoi (Onlytaranto)