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sabato 24 ottobre 2015

Oltre il fondo del barile

Trivelle nel Golfo di Taranto: l’Italia ancora generosa con i petrolieri. In primis la Shell

Le prime ad essere approvate sono a favore della Shell, che dopo essersi ritirata in quattro e quatt’otto dall’Artico, adesso trova i più ospitali mari italiani, con una accoglienza a braccia aperte. Si tratta delle due concessioni d73 FR SH e d74 FR SH, entrambe fra le province di Cosenza, Matera e Crotone. La prima si estende per 730 chilometri quadrati, la seconda per 620. E cioè regaliamo alla Shell 1350 chilometri quadrati di mare.
E anche se non sembra, ad approvare il tutto non è il Ministero del Petrolio, ma quelli del Turismo e dell’Ambiente d’Italia.
Verranno qui eseguite ispezioni sismiche con tecniche airgun, che offriranno una immagine in 3D di eventuali giacimenti petroliferi. Gli studi sismici – ripetuti violenti spari di aria compressa intervallati di 10-15 secondi – dureranno per circa sei settimane. Il decreto che approva l’airgun nel golfo di Taranto ricorda che è tutto “temporaneo” e che non verranno realizzate “opere permanenti” in mare o in terra. E quindi, come sempre, tuttapposto.
Ma a chi vogliono darla a bere. La Shell non fa ispezioni sismiche perché vuole regalare immagini scintillanti dei fondali marini al governo italiano. La Shell fa ispezioni sismiche perché vuole trivellare, e l’airgun è solo il primo passo verso la realizzazione di scellerati progetti.
Mentre la concessione d73 FR SH è più a largo, la d74 FR SH sarà a 6 miglia da riva e a un miglio da un sito di importanza comunitario, il SIC 9310053 detto “Secca di Amandolara”. Un solo miglio! Ma questo non importa perché secondo la “Commissione Tecnica di Verifica” sulla Via della Shell non “emergono incidenze negative”.  Poi però si ricorda che la stessa Commissione ha imposto una “fascia di rispetto di 12 miglia” dal “perimetro esterno di tutte le aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette”.
Non è ben chiaro come il miglio di distanza dall’area protetta possa essere compatibile con la fascia delle dodici miglia. Mistero dei ministeri.
Oltre al Sic di cui sopra, c’è n’è un altro, il Sic IT 9310048 detto “Fondali Crosia-Pietrapaola-Cariati”, a sei miglia dalla stessa concessione d74 FR SH e quindi anche questa entro la fascia delle 12 miglia di protezione.
La Regione Puglia e Basilicata hanno espresso parere negativo su entrambe le concessioni. Della regione Calabria non c’è traccia. Ma nonostante il parere negativo di ben due Regioni, ci sono state delle misteriose “controdeduzioni” che hanno portato a soprassedere il parere delle Regioni interessate. Come dire: ne sa di più un Ministero di Roma o la Shell che le Regioni Puglia e Basilicata delle criticità dei mari, e delle aspirazioni del popolo di Puglia e Basilicata. Non molto democratico, no?
E poi, non ho capito perché, come sempre, ai petrolieri sia stato concesso di fare controdeduzioni. Non è una partita alla pari quella in cui i petrolieri hanno la prima e l’ultima parola. Perché Puglia e Basilicata non hanno potuto fare contro-controsservazioni? Se ai petrolieri sono concessi due interventi, perché ai cittadini e alle Regioni no? O meglio ancora, un one shot game. L’avrò detto milioni di volte. In un sistema democratico, uno fa la proposta e l’altro fa le osservazioni e poi si decide. E poi basta. Non che ad alcuni è concesso di rispondere ad infinitum ed ad altri no.
Ci sono delle ridicole prescrizioni – presentazioni di scartoffie varie, la presenza di osservatori marini che devono presentare il loro curriculum, la compilazione di un rapporto in italiano con elencate tutte le specie marine che si sono incontrate in mare con ora, temperatura, numero di esemplari, il fermo in caso siano avvistati mammiferi, ed evitare che le tartarughe marine Caretta Caretta possano intrappolarsi nelle apparecchiature di rilievo sismico. Ma veramente quelli del Ministero credono che i petrolieri faranno tutte queste cose? E chi controllerà il tutto?
Ma due sono le cose che più mi fanno pensare.
Intanto, secondo le prescrizioni dei ministeri in questione la Shell deve eseguire l’airgun fuori dal periodo di deposito delle uova, della riproduzione e del reclutamento delle principali specie ittiche commerciali. Questo vuol dire che lo sanno anche loro che l’airgun può incidere sulla pesca.
E soprattutto, noto che in tutte queste labirintine prescrizioni, non viene stabilita la potenza massima utilizzabile. Dicono solo che si deve usare “la minor potenza acustica necessaria”. Cioè sparate quanto più volete basta che sia, secondo voi, necessario.
Interessante che la Basilicata abbia espresso parere negativo e che anzi, il governatore lucano, Marcello Pittella, del Pd, sia anche il capofila, delle Regioni referendarie. Cosa farà adesso Marcello Pittella? Griderà allo scandalo? Andrà su tutte le televisioni di Basilicata e d’Italia a dire che è inaccettabile che il governo, Pd o non Pd, prenda decisioni così contrarie alla volontà sua e della sua Regione? O semplicemente farà finta di niente, e resterà in un salomonico silenzio finché tutto l’approvabile sia stato approvato, ispezionato, trivellato? (FQ)

Altro airgun, altri 620kmq di mare regalato alla Shell nel golfo di Taranto

D 74 FR SH -- Shell, 620kmq - Approvata 13 Ottobre 2015
 d 73 FR SH -- Shell, 730kmq - Approvata 13 Ottobre 2015




Restano in bilico queste altre della Global Petroleum e della Global Med qui e' tutto global :) 

 d 80 FR GP -- Global Petroleum, 745kmq - In fieri

d 81 FR GP -- Global Petroleum, 750kmq - In fieri


d 82 FR GP -- Global Petroleum, 746kmq - In fieri

 d 83 FR GP -- Global Petroleum, 746kmq -  In fieri

d 85 FR GP -- Global Med 748kmq  - In fieri
d 86 FR GP -- Global Med 748kmq -  In fieri
d 87 FR GP -- Global Med 737kmq  - In fieri
d 89 FR GP -- Global Med 745kmq - In fieri
d 89 FR GP -- Global Med 749kmq - In fieri

venerdì 25 settembre 2015

Scempio rimandato

Total taglia gli investimenti e sacrifica Tempa Rossa


Tra le vittime del crollo del petrolio c’è anche Tempa Rossa. Lo sviluppo del giacimento in Basilicata è rimasto vittima dei tagli agli investimenti da parte di Total, che lo sta sviluppando - tra mille polemiche da parte degli ambientalisti - insieme a Royal Dutch Shell e Mitsui. Il progetto, ha detto la compagnia francese durante una presentazione agli investitori a Londra, è rinviato a dopo il 2017, insieme ad altri due, quello di Ichtthys in Australia e quello di Martin Linge in Norvegia.
La giustificazione ufficiale è la persistente debolezza del prezzo del barile, che rimane tuttora sotto 50 dollari. Non si può tuttavia escludere che la mannaia sia caduta proprio su Tempa Rossa anche per le lungaggini autorizzative che ne hanno ritardato lo sviluppo fin dalla sua scoperta, nel 1989 Gli ostacoli sono legati soprattutto alla realizzazione della “base logistica” nel porto di Taranto, che comprende l'ampliamento del pontile petroli della raffineria Eni e i serbatoi di stoccaggio, indispensabili per commercializzare la produzione del giacimento, che dovrebbe arrivare a regime a 50mila barili di petrolio e 230mila metri cubi di gas naturale al giorno.
Come le altre major, anche Total aveva già tagliato drasticamente gli investimenti per far fronte al crollo del petrolio. Ma di fronte alla persistente debolezza dei prezzi ha deciso di intervenire anche sulle attività in programma nei prossimi anni, a costo di rallentare la crescita della produzione, dall’attuale 6-7% - un tasso particolarmente robusto in confronto a quello dei concorrenti - all’1-2% l’anno a partire dal 2019.
Tempa Rossa, per cui erano stimati 1,6 miliardi di dollari di investimenti, non è certo il progetto più oneroso per Total. Ma è finita comunque nella tagliola della compagnia francese, che ridurrà il capex a non più di 20-21 miliardi di dollari, il 15% in meno rispetto a quest’anno e quasi il 30% in meno rispetto al picco di 28 miliardi del 2013, e nel 2017 scenderà ancora, a 17-19 miliardi. A quel punto l’impatto sulla produzione comincerà a manifestarsi: il target è già stato ridotto da 2,8 a 2,6 milioni di barili al giorno.
«Ci prepariamo ad affrontare un lungo periodo di prezzi bassi per il petrolio», ha spiegato il direttore finanziario Patrick de la Chévardière, assicurando che le misure adottate consentiranno a Total di difendere il dividendo, arrivando al break even anche con il barile a 60 dollari, senza bisogno di assumere nuovi debiti.
Il greggio al momento non vale neppure 50 $/barile. Ieri il Brent era riuscito a tornare brevemente sopra questa soglia, ma ha finito col chiudere in ribasso del 2,7% a 47,75 $. Ancora peggio è andata al Wti, giù del 4,1% a 44,48 $ nonostante le scorte di greggio Usa abbiano mostrato un forte calo per la seconda settimana consecutiva (-1,9 milioni di barili, ma accompagnati da un accumulo di 1,4 mb per le benzine).
Alle attuali quotazioni, secondo Wood Mackenzie, 1.500 miliardi di dollari di potenziali investimenti nel settore petrolifero rischiano di rimanere sulla carta perché non garantirebbero un ritorno economico. Finora ne sono stati cancellati “solo” per 220 miliardi, dunque non stupirebbe se l’esempio di Total fosse seguito anche da altre compagnie. Quest’anno sla paralisi sul fronte investimenti è già quasi totale: solo mezza dozzina di nuovi progetti hanno ottenuto via libera quest’anno, osserva la società di consulenza, contro una media annuale di 50-60.
A forte rischio sono in particolare i progetti nello shale oil, per cui i finanziamenti si stanno riducendo. Un sondaggio dello studio legale americano Haynes and Boone tra operatori di società petrolifere e banche ha evidenziato che in ottobre ci si attende una riduzione media del 39% per le linee di credito garantiti da riserve di idrocarburi. (Sole24h)

sabato 25 ottobre 2014

E perché non raccontare anche che pianteranno margherite su tutti i balconi?

Tempa rossa, le compagnie petrolifere: «Tagli delle emissioni anche a Taranto»

Le compagnie petrolifere interessate a Tempa Rossa rivisitano il progetto relativo a Taranto e sottolineano: nessun inquinanamento in più. Saranno infatti abbattute sia le emissioni (36 tonnellate l’anno di composti volatili) del nuovo impianto, che una parte di quelle provenienti dalla raffineria Eni di Taranto (28 tonnellate annue). In definitiva, dicono le compagnie, 64 tonnellate di emissioni complessive in meno su base annua.

Il giacimento di Tempa Rossa è in Basilicata e fa capo alle compagnie Total, Shell e Mitsui, le quali hanno individuato Taranto, con la raffineria Eni, come base logistica. Nel senso che il petrolio estratto in Lucania verrà instradato verso Taranto, utilizzando anche la condotta già esistente per il trasporto del greggio della Val d’Agri. Una volta arrivato alla raffineria dell’Eni - che nell’operazione è partner logistico - verrà stoccato in due grandi serbatoi, da costruirsi, e poi caricato sulle navi che atttaccheranno al pontile petroli, già esistente ma da allungare di 350 metri. Quest’impianto presuppone un investimento di 300 milioni, 50 imprese coinvolte e una ricaduta di cantiere di 300 addetti. Contro quest’impianto, però, lunedì prossimo il Consiglio comunale di Taranto discuterà, e probabilmente approverà, una delibera che deriva da un atto di indirizzo della giunta e vieta le opere. Si tratta di una variante urbanistica nell’area del porto. Il Comune è schierato per il no a Tempa Rossa perchè teme un aumento dell’inquinamento. Posizione condivisa anche dalla Regione Puglia, la cui giunta ha chiesto al ministero dell’Ambiente di riesaminare l’autorizzazione (Aia) concessa al progetto di Taranto. Ma per le compagnie non ci sarà nessun inquinamento in più.
Richiamando le prescrizioni dell’Aia-Via di ottobre 2011, Total, Shell e Mitsui dicono che si andrà oltre all’impatto zero chiesto per Tempa Rossa a Taranto. Saranno infatti 64 le tonnellate di Voc - sigla di Volatile organic compounds - “catturate” con le nuove tecnologie per il recupero di vapori di idrocarburi applicate alla caricazione delle petroliere. Spiegano così i tecnici: i vapori presenti nell’aria esistente nei serbatoi vuoti delle navi all’arrivo nel porto, vengono espulsi insieme all’aria che li comprende quando viene immesso il greggio liquido. Con un sistema ermetico a ciclo chiuso, l’aria con i vapori viene captata e convogliata ad un impianto di recupero. Che a Taranto, per Tempa Rossa, sarà a doppio stadio.
In pratica, dicono i tecnici, oltre ad un primo stadio “tradizionale” che funziona sulla base dell'assorbimento selettivo su carboni attivi della frazione di vapori presente nell’aria, c'è un secondo stadio che permette di eliminare, mediante combustione controllata a fiamma circoscritta, la parte più leggera e quantitativamente piccola dei vapori non assorbita dai carboni attivi. Si tratta di una parte costituita da idrocarburi leggeri che stanno nella fascia compresa tra il metano ed il Gpl e che viene tutta trasformata in anidride carbonica ed acqua.
Le compagnie petrolifere hanno dunque esplicitato meglio il loro progetto. Se cambierà verso ad una discussione in Consiglio comunale che sembra orientata tutta per l’alt all’impianto, è però un grosso punto interrogativo considerato anche il momento che vive Taranto con la vicenda Ilva. (Sole24h)

martedì 16 settembre 2014

Servi della gleba

Tempa Rossa: oggi presentazione progetto in Confindustria

Confindustria Taranto, Total E&P Italia, Shell Italia E&P e Mitsui E&P Italia B, presenteranno oggi alle 11.30, presso la sede di via Dario Lupo, il progetto Tempa Rossa. Nel corso dell’incontro saranno illustrati i dettagli degli interventi previsti a Taranto per il suo completamento, con attenzione ai temi di impatto ambientale, ai riflessi sull’economia ed ai risvolti occupazionali. “Tempa Rossa – fanno sapere gli industriali - è stata classificata come opera di interesse strategico nazionale ed è oggi uno dei principali progetti di sviluppo industriale in corso in Italia interamente sostenuto da capitali privati”. All’esterno sono previste manifestazioni di protesta da parte del movimento ‘Stop tempa Rossa’ che da tempo si oppone alla base logistica dell’Eni. Secondo  le associazioni ambientaliste infatti, l’inquinamento cittadino aumenterebbe del 12% rispetto a quello attuale. E in un territorio già martoriato dalle emissioni nocive dell’Ilva, non è poco. (Cosmopolismedia)

Intanto il Comune si da alla macchia...
Per fortuna che esiste una cittadinanza responsabile e attiva:

Una quarantina di persone ha protestato dinanzi alla sede di Confindustria a Taranto, in via Dario Lupo, a margine della presentazione ufficiale del progetto ‘Tempa rossa’ da parte della joint venture Total, Shell e Mitsui.  Al presidio hanno partecipato  il leader nazionale dei Verdi Angelo Bonelli, rappresentanti del movimento ‘Stop Tempa rossa’ e altri ambientalisti, che hanno esibito striscioni e scandito slogan anche contro le istituzioni locali, in particolare il sindaco Ezio Stefano. Presente un folto schieramento di poliziotti. La via è stata  interdetta al traffico. I contestatori hanno chiesto, tra l’altro, che fine abbia fatto l’elaborato Tecnico inerente il Rischio di Incidenti Rilevanti (Erir) del Comune di Taranto che consentirebbe una ”visione piu’ dettagliata della situazione attuale rispetto agli insediamenti industriali esistenti” e permetterebbe una ”piu’ agevole attuare ogni misura preventiva per poter evitare possibili futuri incidenti”. (ANSA)

venerdì 22 agosto 2014

Braghe calate per legge. Altro che partecipazione: zitti e sotto!

Petrolio di «Tempa Rossa» a Taranto: già deciso a Roma

Porta la data del 16 aprile del 2010 l’avvio delle procedure per la valutazione di impatto ambientale del progetto di adeguamento delle strutture della raffineria Eni di Taranto per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio proveniente dal giacimento lucano denominato «Tempa Rossa». Più, insomma, di quattro anni, trascorsi tra riunioni, conferenze, verifiche, azioni di lobby, concluse il 17 luglio scorso - come rivelato dalla Gazzetta - con il sostanziale via libera ai lavori, così come deciso da due ministeri (Ambiente e Sviluppo Economico) e dalla Regione Puglia (il Comune di Taranto non è stato invitato).
Due i provvedimenti governativi che fanno da supporto a tutta l’operazione che vede coinvolta la Total (proprietaria dello stabilimento lucano assieme a Shell e Mitsui) e l’Eni (proprietaria delle aree nelle quali saranno realizzati i due maxi serbatoi destinati ad accogliere il greggio poi destinato a prendere la via del mare tramite un pontile appositamente attrezzato). Il primo porta la firma degli allori ministri Stefania Prestigiacomo (Ambiente) e Giancarlo Galan (Beni culturali) che il 27 ottobre 2011 decretarono la compatibilità ambientale del progetto presentato dall’Eni, progetto che prevede opere a valle di quello - è bene tenerlo a mente - che è considerata una infrastruttura strategica (delibera del Cipe del 23 marzo 2012), ovvero il giacimento di idrocarburi denominato «Tempa Rossa», nell’ambito della concessione di coltivazione di idrocarburi denominata «Gorgoglione». Secondo il Cipe, lo sviluppo del giacimento in questione, unitamente allo sviluppo del giacimento denominato «Val d’Agri», consentirà di coprire circa il 10 per cento del fabbisogno energetico nazionale per una durata di circa 20 anni e di fornire quindi «un notevole contributo alla riduzione della dipendenza del Paese dall’estero per l’approvvigionamento energetico». E siccome la raffineria di Taranto è collegata al giacimento «Val d’Agri», di proprietà dell’Eni, da un oleodotto, era naturale far giungere, tramite lo stesso oleodotto, il greggio (due milioni e 700mila tonnellate all’anno) di Tempa Rossa a Taranto. Solo che, in questo caso, la proprietà (Total) è diversa e dunque invece di farlo raffinare a Taranto, pagando l’Eni per il servizio, si è scelta la via dei maxi-serbatoi di stoccaggio e della realizzazione di una nuova piattaforma offshore, collegata alla piattaforma già esistente, dotata di due accosti che permettano l’attracco di navi da un minimo di 30.000 tonnellate ad un massimo di 45.000 tonnellate per l’esportazione del greggio Val D’Agri e di navi da un minimo di 30.000 tonnellate ad un massimo di 80.000 tonnellate per l’esportazione del greggio Tempa Rossa; il prolungamento del pontile esistente per una lunghezza totale di 324 metri.
Leggendo il documento presentato dall’Eni in sede ministeriale, si apprende, poi, che «la durata della fase di cantiere di costruzione dei nuovi impianti è stata stimata su base statistica in circa 24 mesi, comprensiva della fase di realizzazione delle opere civili e della fase dei montaggi elettromeccanici delle varie componenti del progetto. Il cantiere impiegherà circa 53 operatori, tra lavori civili, meccanici ed elettrici».
Numeri non roboanti, distanti dai 300 posti di lavoro annunciati ad esempio da Confindustria nella manifestazione dello scorso 1 agosto e da quelli che Total, indugiando non poco nella propaganda, invece contempla sul suo sito web.
Pesante, invece, il bilancio ambientale (sempre fonte Eni). «Le uniche emissioni in atmosfera di tipo convogliato generate dalle nuove installazioni saranno quelle dall’impianto recupero vapori. Il nuovo impianto integrerà l’impianto recupero vapori - si legge nel documento - attualmente esistente e propedeutico alle attività di carico delle due piattaforme. L’efficienza di recupero del nuovo sistema sarà pari al 98%, in linea con le migliori tecniche disponibili. Le portate saranno discontinue nel tempo, strettamente collegate alle operazioni di carico batch previste nella movimentazione. La raffineria ha stimato un quantitativo di vapori dalla caricazione del greggio Tempa Rossa pari a circa 1.300.000 chili all’anno. I nuovi impianti di recupero vapori permetteranno di convogliare e trattare tali streams gassosi in modo da recuperare parte degli idrocarburi, limitando il rilascio di sostanze in atmosfera. Gli scarichi gassosi finali dagli impianti di recupero vapori saranno tali da rispettare i limiti di legge, in linea con valori di performance delle migliori tecnologie disponibili secondo le Bat di settore e sono stimati pari a circa 26.000 chili all’anno di composti organici volatili (Voc). Il contributo delle nuove installazioni alle emissioni convogliate di raffineria può essere considerato trascurabile. Le nuove installazioni genereranno emissioni diffuse e fuggitive in corrispondenza delle nuove aree di stoccaggio e in corrispondenza degli accordi flangiati (stazioni di pompaggio, stazione di raffreddamento), aumentando le emissioni diffuse/fuggitive complessive di raffineria di circa il 11-12%. Tale incremento è determinato principalmente dalla superficie dei nuovi serbatoi, di dimensione atta a contenere il quantitativo di greggio movimentato. Le perdite di frazione volatile lungo le linee saranno rese poco significative dalla messa in posa di tubazioni saldate. L’incremento delle emissioni diffuse/fuggitive dall’impianto di trattamento acque può essere considerato trascurabile».
Dunque, Tempa Rossa sarà un affare per lo Stato (che infatti ha definito strategica l’opera, e dunque in quanto strategica calabile dall’alto senza «se» e senza «ma»), sarà un buon business per Total e soci (che estrarranno il petrolio dalla Basilicata, lo faranno arrivare a Taranto e poi lo raffineranno dove avrà più convenienza, facendo giungere per tale traffici ben 90 petroliere all’anno tra le Cheradi e il molo di punta Rondinella), per l’Eni (che quand’anche dovesse decidere di chiudere, come minacciato, la raffineria tarantina, potrà sempre contare su quanto Total pagherà per l’uso di serbatoi e pontili), per la Basilicata (che già gode delle royalties e degli altri benefit garantiti da compagnie petrolifere e Stato), per l’azienda, o le aziende, a cui saranno affidati i lavori (che impiegheranno, lo ribadiamo, 53 persone per 24 mesi, che probabilmente un lavoro già ce l’hanno).
Per la città di Taranto, invece, l’aumento dell’11-12% delle emissioni diffuse-fuggitive di composti organici volatili (probabilmente causa dell’insopportabile tanfo che aggredisce spesso Borgo, Tamburi e città vecchia) e la consapevolezza di non contare nulla a livello governativo, quanto scelte strategiche per il destino dell’Italia (ai polmoni dei tarantini, poco strategici, chissà chi ci pensa) vengono prese senza nemmeno consultarci. (Mazza - GdM)

Taranto, l’Eni potenzia la raffineria con l’ok della Regione. E ammette: “Più emissioni”

Col parere favorevole di governo e Regione e quello negativo (ma non vincolante) del Comune ionico, la società petrolifera realizzerà il progetto Tempra Rossa, che comporterà un forte aumento dello stabilimento tarantino. Non ci saranno ricadute occupazionali durature e salirà l'inquinamento. Angelo Bonelli: "Decisione che trasforma definitivamente la città nella discarica dei veleni d’Italia"

Eni
Il progetto Tempa Rossa dell’Eni s’ha da fare. A Taranto, la città avvelenata dall’Ilva che, evidentemente, non ha dato abbastanza sul piano industriale al Paese. L’ufficialità è giunta il 17 luglio scorso, quando la conferenza dei Servizi a cui hanno preso parte i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico e la Regione Puglia, ha di fatto dato il via libera al progetto in barba al “no” espresso dal consiglio comunale il 14 luglio, solo tre giorni prima. Il divieto dell’assise cittadina, evidentemente, non è piaciuto a Roma: il Comune di Taranto, infatti, non è stato nemmeno convocato. Era stato convocato invece il ministero della Salute che, però, non ha inviato al tavolo nessun rappresentante. Ma che cosa è e cosa comporta il progetto Tempa Rossa?
IL PROGETTO - Nel documento presentato dall’Eni a gennaio 2011 si legge che il progetto prevede il “potenziamento” della Raffineria di Taranto “per lo stoccaggio e la spedizione del greggio” estratto dal campo di Tempa Rossa, in Basilicata. Il potenziamento prevede interventi sia in ambiente marino, come il prolungamento del pontile già in uso all’Eni di Taranto e l’adeguamento dei servizi ausiliari asserviti al pontile, sia su terra come la costruzione di due nuovi mega serbatoi, costruzione nuova linea di trasferimento del greggio dai nuovi serbatoi al nuovo pontile, costruzione di un nuovo impianto pre-raffreddamento e la fabbricazione di due nuovi impianti di recupero vapori. Un progetto che, inoltre, servirà a garantire il miglioramento della gestione dello stoccaggio del greggio estratto in Val D’agri che già da tempo viene movimentato a Taranto.
RISVOLTI OCCUPAZIONALI - Nel documento si legge chiaramente che “l’adeguamento della Raffineria non prevede un incremento della capacità di lavorazione attuale, ma solo un aumento della capacità di movimentazione greggio Tempa Rossa, destinato esclusivamente all’export via mare”. Insomma non ci sono prospettive occupazionali per i tarantini. Le uniche unità lavorative da impiegare servirebbero per la realizzazione dei nuovi impianti. “La durata della fase di cantiere di costruzione dei nuovi impianti è stata stimata su base statistica in circa 24 mesi, comprensiva della fase di realizzazione delle opere civili e della fase dei montaggi elettromeccanici delle varie componenti del progetto. Il cantiere impiegherà circa 53 operatori, tra lavori civili, meccanici ed elettrici”. Insomma 53 lavoratori per 24 mesi e l’aumento del traffico navale mercantile in cambio di un impianto industriale che si aggiungerebbe a quelli già esistenti: su tutti Ilva e Cementir del Gruppo Caltagirone.
OBIETTIVI - Gli obiettivi del progetto, del resto, sono messi nero su bianco nei documenti presentati dall’Eni. “L’intervento di adeguamento delle strutture della Raffineria di Taranto – si legge nelle carte – si inserisce nei più ampi progetti petroliferi Val d’Agri e Tempa Rossa” che comportano la produzione di 600 milioni di barili di petrolio delle riserve della Val d’Agri (Potenza) e 420 milioni di barili di greggio dal giacimento Tempa Rossa che contribuirà ad aumentare in maniera significativa la produzione nazionale di petrolio, contribuendo così alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici del Paese”. Il contributo offerto dal progetto Tempa Rossa, ovviamente, contribuirà a ridurre, seppure sensibilmente, “la bolletta petrolifera italiana”. Non solo. “Il buon esito di questo piano di sviluppo, di cui gli interventi presso la Raffineria di Taranto rappresentano una parte essenziale, è dal punto di vista economico assai rilevante sia a livello nazionale che locale e costituisce un tassello importante nell’ambito delle opere strategiche previste dal piano degli interventi nel comparto energetico”.
I RISVOLTI AMBIENTALI - Il potenziamento degli impianti dell’Eni, che oggi contano già ben 133 serbatoi, contribuiranno anche all’incremento delle emissioni industriali nell’aria di Taranto. Le emissioni diffuse (cioè quelle che vengono emesse in modo incontrollato dallo stabilimento), secondo il colosso italiano del petrolio, aumenteranno del 11-12%. “Tale incremento è determinato – si legge ancora tra i documenti – principalmente dalla superficie dei nuovi serbatoi, di dimensione atta a contenere il quantitativo di greggio movimentato”. Cresce il numero dei serbatoi e quindi anche il livello nell’aria dei composti organici che periodicamente costringono i tarantini a chiudersi in casa per non respirare “la puzza di gas” che avvolge la città. Un fenomeno sul quale anche la procura di Taranto sta indagando da mesi. Ma per l’Eni, ed evidentemente anche per i ministeri e per la Regione guidata da Nichi Vendola, quell’aumento è da considerarsi “trascurabile”.
IL “NO” DEL COMUNE E LA PROCEDURA “SOSPETTA” - “Siamo assolutamente meravigliati di quello che è avvenuto – commenta a ilfattoquotidiano.it l’assessore comunale all’Ambiente Vincenzo Baio – perché il 10 luglio io stesso ho chiarito al tavolo con sottosegretario Dal Basso Decaro, i rappresentati dei ministeri e i vertici di Eni e Total il netto dissenso del Comune di Taranto. Quel giorno ho letto un documento che è stato formalmente acquisito. Quello stesso documento, solo quattro giorni dopo è stato letto in consiglio comunale che ha coerentamente ribadito il “no” al progetto Tempa Rossa. Scoprire che il 17 luglio, cioè una settimana dopo quell’incontro a Roma, ci sia stato il via libera appare più che sospetto. Il nostro “stop” – conclude Baio – evidentemente avrebbe messo i bastoni tra le ruote e così hanno pensato di fare a meno di noi. Del resto il parere del comune in questi casi è obbligatorio, ma purtroppo non vincolante”.
LE REAZIONI - “Questa è una sentenza che trasforma definitivamente Taranto nella discarica dei veleni d’Italia – dice invece Angelo Bonelli, coportavoce nazionale dei Verdi e consigliere comunale di Taranto -. Anche il comportamente della Regione è scandaloso perché il progetto Tempa Rossa, dal punto di vista ambientale, contribuirà ad accrescere le emissioni in atmosfera in modo insostenibnile e irreversibile. E’ la dimostrazione che nessuno vuole un futuro alternativo per questa città. E’ vergognoso”. E proprio poche ora fa Angelo Bonelli è stato destinatario di nuovi atti intimidatori. Dopo la busta con all’interno un coltello consegnata al municipio di Taranto con il messaggio “Te lo mettiamo in gola. Via da Taranto bastardo”, questa mattina il coportavocenazionale dei Verdi ha ricevuto una telefonata anonima nella quale un uomo gli avrebbe riferito “Lei ha preso soldi a Taranto e la sua vita ha ore contate”. Bonelli ha denunciato tutto agli organi di polizia e poi ha raccontato la vicenda sui social network. (Casula - FQ)

sabato 5 luglio 2014

Tempi rossi

«Il sud Italia rischia di diventare una piattaforma petrolifera»

 «Vogliono trasformare il Sud Italia in una enorme piattaforma petrolifera. In Basilicata con le trivelle e un potenziamento della produzione di greggio, in Puglia con i depositi per poi inviarli nelle raffinerie. Si chiama Tempa Rossa ed è il progetto che le multinazionali del greggio vogliono imporre ai cittadini». E’ quanto denunciano gli eurodeputati del M5S.
A Taranto, secondo i pentastellati  Rosa D’Amato, Piernicola Pedicini, Eleonora Evi e Dario Tamburrano, ci saranno «gli effetti più disastrosi: nel porto della città più inquinata d’Italia infatti verrebbero costruiti due enormi serbatoi che conterrebbero 180mila metri cubi di petrolio».
Sempre a Taranto il pontile verrebbe allungato di 300 metri per permettere alle petroliere di caricarlo. «Ne arriverebbero in città 145 l’anno secondo i piani delle “tre sorelle” Shell, Total e Mitsui». Gli europarlamentari del M5S chiedono dunque al governo Renzi di rispettare la volontà del territorio e al Comune di Taranto di non fare marcia indietro, «continuando a rifiutare le lusinghe delle compensazioni economiche offerte dalle multinazionali del greggio».
«Ci uniamo – aggiungono gli eurodeputati – alle battaglie del senatore M5S Vito Petrocelli e del deputato M5S Diego De Lorenzis che ha recentemente presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Ambiente Galletti. I porti del Sud devono rispondere a una nuova vocazione commerciale e turistica».
I quattro parlamentari del M5S promettono di »portare la vicenda nelle Commissioni europee competenti, a partire dalle osservazioni presentate dall’associazione Legamjonici di Taranto». «Sosteniamo – concludono – tutte le associazioni ambientaliste e i cittadini pugliesi e lucani che si mobiliteranno per evitare che in Basilicata aumenti la produzione di petrolio e che a Taranto venga perpetrato questo ennesimo massacro del territorio».
Il progetto Tempa Rossa prevede la realizzazione di un giacimento petrolifero situato nell’alta valle del Sauro, nel cuore della regione Basilicata. Il progetto si estende principalmente sul territorio del comune di Corleto Perticara, a 4 chilometri dal quale verrà costruito il futuro centro di trattamento. Si tratta di 5 pozzi e di un sesto che si trova a Gorgoglione.
Il progetto prevede la perforazione di altri due pozzi, mentre l’area dove verrà realizzato il centro di stoccaggio per il GPL si trova nel comune di Guardia Perticara. A regime l’impianto – che secondo quando dichiara Total E&P Italia sarà tra i più evoluti nel settore petrolifero – avrà una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, 230.000 metri cubi di gas naturale, 240 tonnellate di gas di petrolio liquefatto e 80 tonnellate di zolfo. (Lettera35)

sabato 26 giugno 2010

Povero mare..

LEGAMBIENTE PRESENTA “MARE MONSTRUM 2010″

Cattiva depurazione, inquinamento e cemento abusivo sono i mali endemici del mare italiano, che niente e nessuno sembra poter scalfire. Persistenti sacche d’illegalità a danno delle coste e dell’ecosistema marino, sulle quali, come ogni anno, Legambiente fa il punto nel suo rapporto Mare Monstrum. L’edizione 2010 del dossier è stata presentata questa mattina a Venezia, in occasione della partenza della Goletta Verde, la storica campagna di monitoraggio delle acque marine dell’associazione ambientalista. L’abusivismo edilizio cresce del 7,6% rispetto all’anno precedente e l’inquinamento derivante da scarichi fognari illegali, cattiva depurazione e inquinamento da idrocarburi addirittura del 45%. I sequestri aumentano del 46,2% passando dai 4.049 del 2008 ai 5.920 del 2009. Calano invece del 40% circa i reati accertati fra la costa e il mare, 8.937 infrazioni nel 2009 a fronte delle 14.544 del 2008, un calo determinato soprattutto dalla riduzione di reati accertati nel campo della pesca (-72,4%) e della nautica da diporto (- 76,6%).
Sempre in testa nella classifica delle illegalità le regioni a tradizionale presenza mafiosa, dov’è stato accertato il 59% del totale dei reati (a fronte del 55,5% del 2008). La Campania con 1.514 infrazioni è stabile al primo posto, seguita dalla Puglia con 1.338 infrazioni, dalla Sicilia con 1.267 infrazioni e dalla Calabria con 1.160 infrazioni. C’è da dire che la riduzione nei reati registrata quest’anno è in parte frutto del lavoro di prevenzione dell’illegalità svolto negli anni dalle forze dell’ordine, ma in parte anche riconducibile al significativo calo dei controlli effettuati dalle Capitanerie di porto, passati dai 618.126 del 2008 ai 529.700 del 2009 con una flessione del 14,3%, determinata da una riduzione di risorse economiche destinate alle attività investigative e repressive che ha penalizzato i controlli svolti in mare, sicuramente più costosi.
...
Tra le novità di quest’anno, anche la minaccia di nuove trivellazioni nel mare italiano. La preoccupazione è tanta e rimanda alla tragedia che si sta consumando negli ultimi due mesi nel Golfo del Messico, con l’incidente occorso alla piattaforma petrolifera della British Petroleum. Molte società energetiche hanno infatti avanzato richieste di ricerca, e in alcuni casi ottenuto permessi, in un’estensione di circa 39mila kmq dislocati in 76 aree, per la gran parte di elevato pregio ambientale e considerate zone sensibili proprio per i loro ecosistemi fragili e preziosi da tutelare. Le attività di ricerca in mare di idrocarburi sono concentrate nel mar Adriatico, Ionio e nell’area antistante la Sicilia meridionale e occidentale: si tratta di 24 permessi di ricerca rilasciati per una superficie complessiva di circa 11mila kmq. I luoghi più interessati dalle attività di ricerca di petrolio sono la costa tra le Marche e l’Abruzzo (3 permessi di ricerca), il tratto di costa pugliese soprattutto tra Bari e Brindisi (2), il golfo di Taranto e il canale di Sicilia (12). L’ultimo permesso in ordine cronologico è stato rilasciato pochi giorni fa alla Shell Italia per avviare le prospezioni in un’area di mare di 1.356 kmq di fronte al golfo di Taranto. Ma la multinazionale energetica sta già pensando a nuove ricerche nel canale di Sicilia a caccia di uno dei più grandi giacimenti d’Europa. E i tratti di mare che rischiano l’arrivo di “trivella selvaggia” e piattaforme nei prossimi anni potrebbero essere molti di più: dal 2008 ad oggi infatti sono state presentate altre 41 domande per 23.408 Kmq. (Globalpress Italia)

mercoledì 5 maggio 2010

L'Ispra contro le trivellazioni!

Ispra - Mediterraneo a rischio con piattaforme petrolifere

Silvio Greco, chiamato ad esprimere un parare tecnico in relazione alla marea nera riversatasi in mare a seguito dell'esplosione e dell'affondamento della piattaforma Deepwater Horizon, definisce «sconsiderata» la possibilità di vedere predisposte nel nostro Mediteranno, piattaforme per l'estrazione di greggio


Ed ora è anche l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), nella persona di Silvio Greco, ad esprimersi in merito a quanto accaduto nel Golfo del Messico. «Negli ultimi 20 anni si sono registrati almeno 20 episodi simili a quello recentemente accaduto al largo del Golfo del Messico; non possono ritenersi, pertanto, rarissimi i casi di incedenti gravi su piattaforma». Questo quanto dichiarato dal dott. Greco, chiamato ad esprimere un parare tecnico in relazione alla marea nera riversatasi in mare a seguito dell'esplosione e dell'affondamento della piattaforma Deepwater Horizon.
E partendo da un avvenimento che gravi ripercussioni avrà sull'ecosistema di un'area vasta ma anche piuttosto distante da noi, non si può che far riferimento alle situazioni, che vedono coinvolte certe scelte politiche «da sconsiderati». Sì, questo è quanto espresso a gran voce da Greco in riferimento alla possibilità di vedere predisposte nel nostro Mediteranno, piattaforme per l'estrazione di greggio.
«Dobbiamo mettere in conto il fatto che si possa creare un incidente del tipo di quello occorso sulle coste americane anche da noi, solo che là si tratta di un oceano che è molto ampio e dove c'è un forte ricambio. L'impatto che avrebbe, un incidente simile, sul Mediterraneo, che ha un ricambio modestissimo, sarebbe devastante perché è un bacino chiuso. Bisogna parlare di moratoria alle piattaforme per tutto il Mediterraneo e questo atteggiamento non deve essere solo mosso dall'Italia ma da tutti quei paesi europei che sul Mediterraneo si affacciano. Risulterebbe, infatti, abbastanza inutile che l'Italia eviti di predisporre piattaforme e poi paesi vicini come, ad esempio, Slovenia, Croazia, Grecia o Malta si mettano a realizzarle».
E se i tecnici hanno questo approccio al sistema e esprimono la realtà dal punto di vista prettamente scientifico-razionale, gli ambientalisti non possono che utilizzare queste conoscenze per muovere campagne di sensibilizzazione che come contenuto hanno l'estremo interesse di difendere l'uomo e il suo ambiente. E delle associazioni è il Wwf ad essersi già espresso chiedendo al governo rassicurazioni, osservato che, dopo il 30 aprile scorso il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha rilasciato a Shell Italia l'autorizzazione ad effettuare ricerche petrolifera offshore nel Golfo di Taranto. Ma cosa sta succedendo? Abbiamo energie alternative da sfruttare e si continua, invece, ad investire enormi capitali in energie non rinnovabili e, quindi in primis, destinate ad esaurirsi nel tempo ma che, principalmente, è rischioso utilizzare. Che avvenimenti come quello al largo delle coste del Messico possano essere d'insegnamento per tutti e possano far capire, a chi rilascia le autorizzazioni, che l'ambiente non è una componente accessoria da sfruttare ma un bene da proteggere, da tutelare e da valorizzare e che dal suo benessere dipendiamo tutti noi. (Elsa Sciancalepore, Villaggio Globale)

Trivelle, cianuro e solforati!

Trivellazioni nel Golfo di Taranto: Scajola non fa come Obama

I rischi di avere una piattaforma a pochi passi dalla costa: aumento dei valori di idrogeno solforato un gas fortemente velenoso con tossicità paragonabile al cianuro.


Chi vede più in là, un nano o un gigante? Sicuramente rispondereste con ovvietà il gigante, grazie alla sua altezza maggiore che gli permette di vedere più in là di un nano il quale ha una visuale molto ridotta causa la sua altezza limitata. Ma provate a mettere quel nano sulle spalle del gigante e riformuliamo la domanda. In questo caso le cose cambiano. È il nano a vedere più in là del gigante. L’Italia, se vogliamo prendere a prestito questo esempio, può essere paragonata al nostro amico nano che però non vuole salire sulle spalle del gigante. Chi sarebbe quest’ultimo? Gli Stati Uniti d’America. Nel giorno in cui il presidente Usa Obama impone il blocco delle trivellazioni petrolifere in mare (offshore), a seguito del disastro nel golfo del Messico che sta mettendo in ginocchio anche coste della Louisiana, e chiede di rivedere i requisiti di sicurezza delle petroliere. Mentre si cerca di arginare la marea nera che, stando a ciò che dicono gli esperti, è il peggior disastro ambientale per gli Usa, si registra un nuovo incidente ad una unità mobile di trivellazione: la Guardia costiera ha riferito che una piattaforma petrolifera si è rovesciata in canale nei pressi di Morgan City, in Louisiana. Bene (anzi male) nel mezzo di questo gravissimo evento, e direi nel momento meno indicato, visto che tutti gli occhi dei mass media mondiali sono puntati su questo catastrofico evento e dove si parla di disastro ecologico senza fine, l’Italia sembra essere la Biancaneve della situazione: si sveglia da un lungo sonno e sfregandosene degli avvenimenti mondiali (di una gravidà assurda poi) va proprio ad autorizzare la ricerca di idrocarburi nel posto più inquinato d’Europa già piegato in due da altre realtà industriali che ci fanno essere la città ad alto tasso di tumori e neoplasie cerebrali in età infantile. Possibile? Certo! Possiamo immaginarci il peso della vicenda per il ministro in bilico (a quanto pare dimissionario) Claudio Scajola, (certo più interessato alle dichiarazioni di Lory Del Santo sulle sue proprietà immobiliari che dalla parola biodiversità), ma è stata proprio la firma del titolare (ex) dello Sviluppo economico, che semplifica le procedure per le attività di ricerca petrolifera svolte d’intesa con le Regioni, a concedere il 30 aprile scorso, alla multinazionale Shell, il permesso di ricerca petrolifera offshore in un’area di 1356 km al largo del Golfo di Taranto. Ora bisogna aspettare i vari via libera da parte di tutti quegli enti chiamati in causa dopodiché, se la ricerca darà i suoi sperati frutti, la Shell farà della Puglia un’altra gallina dalle uova d’oro dopo la Basilicata, unica regione italiana dove il petrolio buono c’è (le piattaforme in questione sono Val d’Agri e Tempa Rossa) e produce affari. E così le cosiddette “carrette del mare”, interdette dalle acque statunitensi, si trasferirono nel Mediterraneo, il mare più inquinato da idrocarburi al mondo, dove però nessuno ha fatto tesoro dei disastri capitati, Italia in testa. Basti dire che il nostro paese non prevede la responsabilità delle compagnie petrolifere in caso di incidente (come invece avviene in America). Nel 1991, ad esempio, a largo della Liguria affondò la petroliera Haven, massacrando la costa e il mare con 50 mila tonnellate di petrolio, diecimila in più di quelle sversate dalla Exxon: il governo italiano accettò un risarcimento di 117 miliardi di lire. Una cifra incomparabilmente inferiore a quella pretesa solo tre anni prima dagli Stati uniti. Le persone devono conoscere quali sono i rischi delle piattaforme: aumento dei valori di idrogeno solforato a seguito delle trivellazioni. Una gas fortemente velenoso con tossicità paragonabile al cianuro. A temperatura ambiente, e a basse concentrazioni, l’idrogeno solforato è un gas incolore con odore di uova marce, che provoca disturbi neurologici, respiratori, motori, cardiaci e potrebbe essere collegato a una maggiore incorrenza di aborti spontanei nelle donne. Quello che avete appena letto non ce lo siamo inventati noi ma sono le parole della professoressa universitaria statunitense Maria Rita D’Orsogna durante il convegno su “Petrolio in Adriatico: danni e pericoli”. Ancora, la D’Orsogna si è soffermata sulla prospettiva di un petrolio definito “pesante e amaro, ossia ricco di zolfo e allo stato di fanghiglia con un indice 15” (nella scala dei valori 50 è il migliore). Petrolio quindi da desolforare a 25 chilometri dalla costa monopolitana - questo lo scenario - quando in California le piattaforme, per problemi di salvaguardia dell’ambiente, non possono essere a meno di 160 km dalla costa e in Norvegia a meno di 50. L´Organizzazione mondiale della sanità raccomanda, per quanto riguarda l’idrogeno solforato, di non superare 0.005 parti per milione (ppm), mentre in Italia il limite massimo previsto dalla legge è pari a 30 ppm: ben 6 mila volte di più. Nel mare italiano addirittura non ci sono limiti. Le attività di perforazione e produzione di petrolio off shore contribuiscono per il 2 per cento all´inquinamento marino. A completare il quadro dell´impatto ambientale ci sono infine i fluidi usati per portare in superficie i detriti: sono fanghi tossici difficili da smaltire perché contengono tracce di cadmio, cromo, bario, arsenico, mercurio, piombo, zinco e rame. Un ulteriore motivo di polemica è il rischio economico legato a un possibile incidente. Intanto, appena prima dell’autorizzazione alla Shell nel Golfo di Taranto, il Ministero dell’ambiente, contro il parere della Regione, ha autorizzato le trivelle della società irlandese Petroceltic Elsa nei fondali fra il parco nazionale del Gargano e l’area marina protetta delle isole Tremiti per cercare idrocarburi. E, solo per restare in Puglia, la società petrolifera britannica Northern Petroleum è stata da pochi mesi autorizzata a fare lo stesso genere di ricerche al largo di Monopoli.
Antonello Corigliano (Pugliapress)

lunedì 3 maggio 2010

Ministero infame: anche il petrolio ora!

Caccia al petrolio, ok alla Shell. Ricerche nel Golfo di Taranto. Via libera del ministero dello Sviluppo. I lavori dureranno da 1 a 5 anni: poi pozzi esplorativi

L’Ufficio minerario idrocarburi geotermia del ministero dello Sviluppo economico ha concesso alla Shell Italia la ricerca petrolifera offshore nel Golfo di Taranto. Le zone interessate coprono un’area di 1.356 chilometri quadrati tra le coste pugliesi e quelle calabre. Ad annunciarlo è stata ieri la stessa compagnia petrolifera che attendeva una risposta dal novembre del 2009. «Con questa nuova opportunità — ha commentato Marco Brun, Country manager Shell in Italia e ceo (chief executive officer) Shell Italia E&P spa — nel Golfo di Taranto potremo ulteriormente espandere i nostri interessi esplorativi offshore andando oltre la presenza già in essere dall’inizio dello scorso anno nel Canale di Sicilia. Speriamo davvero che entrambe le opportunità esplorative possano porre le basi per un futuro di crescita in Italia».
La multinazionale con sede amministrativa a Milano confida di poter eseguire presto una campagna di acquisizione sismica dei dati che saranno la base per valutare ogni decisone su eventuali pozzi esplorativi. Le concessioni avute dall’Unmig daranno il via ai battelli di ricerca muniti di sonar che scandaglieranno i fondali nei quadranti di mare concessi, in cerca di conformazioni bidimensionali idonee alla trivellazione. Individuati i punti, i programmi di sperimentazione prevedono i primi sondaggi tridimensionali che consistono nella perforazione dei fondali con fori di piccole dimensioni. Solo dopo, spiegano alla Shell, potranno iniziare i lavori di costruzione delle piattaforme per le trivellazioni. Non prima, comunque, di aver chiesto e ottenuto ulteriori e più specifiche autorizzazioni dai ministeri, enti, agenzie del demanio, regioni e province interessate. Quello che parte oggi è solo l’inizio di un lavoro di ricerca che può avere una durata variabile da uno a cinque anni.
L’Italia (e i mari della Puglia in particolare), è posizionata sulla mappa del gruppo Royal Dutch Shell come uno dei paesi più importanti per l’Europa continentale con opportunità di crescita nel settore dell’esplorazione e produzione di idrocarburi. Dal 1912, Shell è uno dei principali investitori esteri in Italia nel settore dell’oil e gas in Italia dove è presente con importanti attività nella ricerca e produzione di idrocarburi. Tra questi, il progetto di sviluppo di un terminale di rigassificazione (nello Jonio siciliano) per la commercializzazione di prodotti petroliferi e gas naturale e con una rete di 1.300 stazioni di servizio. La società della «conchiglia», inoltre, è attiva in Basilicata nei progetti on-shore di Val d’Agri (già in produzione con una quota Shell del 39,23% in partnership con Eni) e Tempa Rossa (in sviluppo con una quota del 25% in partnership con Exxon e Total). Nell’esplorazione off-shore, invece, già nel 2009 la Shell ha acquisito importanti quote di partecipazione in sei permessi esplorativi nel Canale di Sicilia e ora anche in Puglia con le due licenze nel Golfo di Taranto. Alle stesse aree del Golfo erano interessate anche i concorrenti Nautical Petroleum, Transunion Petroleum Italia e Northern Petroleum.
Nazareno Dinoi

Ecco il Decreto Ministeriale che apre alle trivellazioni selvagge
Decreto Ministeriale 26 04 2010

venerdì 30 aprile 2010

Per le Sette Sorelle l'italia si cala le braghe!

2 permessi alla Shell per ricerche nel Golfo di Taranto

ROMA - Non bastava la polemica innescata dal via libera ad analisi nel mare delle Tremiti a caccia di eventuali giacimenti petroliferi, oggi una nota di Shell Italia annuncia che la società petrolifefa ha ottenuto dall'Ufficio Nazionale Minerario Idrocarburi Geotermia del Ministero dello Sviluppo Economico l'accettazione di due istanze di permesso di ricerca offshore nel Golfo di Taranto, presentate lo scorso novembre.
La società ha precisato che di tratta dei blocchi ''d73F.R.-SH'' (Mare Jonio, zona F) e ''d74F.R.-SH'' (Mare Jonio, zona D e F), che coprono un'area di 1356 km quadrati. Shell ''confida di poter eseguire presto una campagna di acquisizione sismica dei dati; i dati raccolti con l'attivita' sismica saranno la base per valutare ogni decisone su eventuali pozzi esplorativi''.
''L'Italia e' decisamente posizionata sulla mappa del Gruppo Royal Dutch Shell come uno dei paesi piu' importanti per l'Europa continentale - ha commentato Marco Brun, Country Manager Shell in Italia e CEO Shell Italia E&P - con opportunita' di crescita nel settore dell'esplorazione e produzione di idrocarburi. Siamo gia' fortemente impegnati nel Paese e siamo felici, con questa nuova opportunita' nel Golfo di Taranto, di poter ulteriormente espandere i nostri interessi esplorativi offshore oltre alla presenza gia' in essere dall'inizio dello scorso anno nel Canale Di Sicilia. Speriamo davvero che entrambe le opportunita' esplorative possano porre le basi per un futuro di crescita in Italia'.(GdM)