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mercoledì 8 aprile 2015

Prime richieste

Processo Ilva, chiesti 10 mesi per l'assessore Nicastro

La condanna alla pena di 10 mesi di reclusione per favoreggiamento personale é stata chiesta dal pm Remo Epifani nei confronti dell'assessore all'Ambiente della Regione Puglia Lorenzo Nicastro, magistrato in aspettativa, uno dei 52 imputati del procedimento che si sta celebrando davanti al gup di Taranto Vilma Gilli per il presunto disastro ambientale provocato dall'Ilva. Secondo l'accusa, Nicastro - che ha chiesto il giudizio con rito abbreviato - ha favorito il presidente della Regione Nichi Vendola, che risponde di concussione, sottacendo alcune circostanze a lui note in riferimento alle presunte intimidazioni poste in essere da Vendola nei confronti del direttore regionale dell'Arpa Puglia Giorgio Assennato per indurlo a posizioni più concilianti con la dirigenza Ilva.
Dal canto suo, invece, il legale  di Vendola ha contestato nel merito il reato di concussione, che sarebbe stato commesso in concorso con persone "che non conosce o ha visto una o due volte". L'avvocato Vincenzo Muscatiello nel corso dell'arringa a difesa del presidente della Regione ha puntato anche a minare la credibilità di Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva, che manteneva i rapporti con i politici ed era stato definito dai Riva "il maestro degli insabbiamenti". Muscatiello ha supportato l'arringa con la visione di alcune slide e l'ascolto di intercettazioni telefoniche.

Il legale per tre ore ha provato a smontare la tesi degli inquirenti secondo i quali Vendola sostenendo che proprio dalle intercettazioni telefoniche emergerebbe l'inattendibilità di Archinà. L'udienza si è chiusa con l'arringa del legale di Antonio Antonicelli, dirigente regionale del settore Ecologia, che risponde di favoreggiamento nei confronti di Vendola. La discussione dei difensori dei 52 imputati proseguirà il 15 aprile. (RepBA)

giovedì 6 marzo 2014

L'onore immenso dell'onestà




Oggi vogliamo sbilanciarci con un applauso al pool, composto dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani e al gip Patrizia Todisco.
Queste poche persone, i loro collaboratori ed i periti hanno portato avanti l'inchiesta Ambiente Svenduto sull'Ilva di Taranto che ha avuto il coraggio di affrontare il tumore che ha attecchito in tutti i livelli dell'amministrazione pubblica per decenni.
Un tumore che vuol dire tangenti, disastri, malattie e soprusi su persone e territori.
Grazie, con tutto il cuore!
Grazie!!!

martedì 29 ottobre 2013

Chiusa l'indagine su Ilva di Taranto: 50 gli indagati


(fonte ansa)

TARANTO - Quattro anni di indagini, un centinaio di faldoni per almeno 50mila pagine di documenti, il tutto sfociato in una cinquantina di indagati - dirigenti, politici e funzionari - tra i quali almeno tre società: l'inchiesta per disastro ambientale a carico della dirigenza Ilva di Taranto e del Gruppo Riva è alla sua prima tappa fondamentale, dopo l'incidente probatorio conclusosi il 30 marzo 2012.

Il pool di magistrati che ha condotto l'inchiesta-madre (il procuratore Franco Sebastio, l'aggiunto Pietro Argentino, i sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani) sta per firmare l'avviso di conclusione delle indagini preliminari. Dal momento della notifica i legali degli indagati avranno 20 giorni di tempo per depositare memorie o per chiedere che i loro assistiti vengano interrogati. Poi la Procura deciderà sulle richieste di rinvio a giudizio da inviare al gup, prologo della fissazione dell'udienza preliminare.

L'avviso di conclusione delle indagini preliminari consisterà in una quarantina di pagine con una fitta rete di capi d'imputazione. Per un gruppo di indagati - si conferma in ambienti giudiziari - sarà confermata l'accusa di aver costituito un'associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari e ad altri reati minori. Dall'inchiesta-madre resterà fuori l'indagine riguardante le discariche di rifiuti dell'Ilva e relative autorizzazioni, peraltro ora in fase di revisione sul piano amministrativo.

Prosegue intanto, sull'asse Taranto-Londra, la battaglia giudiziaria da parte dei legali di Fabio Riva, vice presidente di Riva Fire, in libertà vigilata nella capitale inglese dal gennaio scorso dopo che era stata dichiarata la sua latitanza perché non rintracciato sulla base di un mandato di arresto europeo. I difensori del dirigente di Riva Fire hanno chiesto alla Procura copia delle perizie chimica e medico-epidemiologica, disposte dal gip Patrizia Todisco ed elaborate da due gruppi di esperti, depositate nell'incidente probatorio conclusosi il 30 marzo 2012. La Procura avrebbe già dato disposizioni per far pervenire la documentazione, pur manifestando qualche perplessità. La prossima udienza finalizzata alla richiesta di estradizione di Fabio Riva si terrà nel gennaio 2014. Nel frattempo la Procura ionica potrebbe già aver depositato al gup la richiesta di rinvio a giudizio e della fissazione dell'udienza preliminare.

domenica 1 settembre 2013

Ticali? Chi era costui?

Su Dario Ticali si vedano i post del Comitato

Ilva e inquinamento. Blitz dei finanzieri a ministero Ambiente

Emanuelelazzarini
L’inchiesta «ambiente svenduto» ora fa tremare anche i palazzi romani. Il blitz delle fiamme gialle a Roma nel ministero dell’Ambiente, avvenuto i primi giorni di agosto, fuga i dubbi: spiega che il lavoro degli inquirenti non si è mai fermato e, soprattutto, che nulla è stato dimenticato. L’enorme mole di documenti acquisita dai finanzieri del Gruppo di Taranto, al comando del maggiore Giuseppe Dinoi, permetterà adesso di capire se l’Autorizzazione integrata ambientale firmata dal ministro Stefania Prestigiacomo il 4 agosto del 2011 l’ha scritta davvero la commissione guidata da Dario Ticali o se, invece, ad occuparsene sono stati i lobbisti del gruppo Riva.
I dubbi del pool di magistrati composto dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani che indagano i vertici aziendali per disastro ambientale, nascono dalle telefonate intercettate dai militari delle Fiamme Gialle. Colloqui durante i quali Francesco Perli, responsabile degli affari legali dell’Ilva e anello di congiunzione tra azienda e commissione Aia, racconta a Fabio Riva dei suoi rapporti con Luigi Pelaggi. Chi è Pelaggi? Uno dei membri della commissione, ma soprattutto per gli investigatori è la «testa di ponte» cioè l’uomo vicino all’azienda per raccogliere le richieste dell’Ilva e «orientare la commissione nella direzione richiesta dai suoi interlocutori».
È il 22 luglio 2010 quando Perli descrive a Riva gli ultimi contatti avuti con Pelaggi. L’Ilva è in attesa dell’Aia ed è stufa di attendere. «Gli ho detto, scusa è da novembre che io vengo qui in pellegrinaggio da te... è una roba allucinante! Cioè cosa dobbiamo fare di più, ve l’abbiam scritta noi! Vi tocca soltanto di leggere le carte, metterle in fila e gestire un po’ il rapporto con gli enti locali... Io adesso... comunque adesso i primi di agosto ci danno un lavoro per... valutiamo. Comunque bisogna star col fucile spianato... ».
Contro Pelaggi, Perli affonda le minacce. È lui stesso a raccontare a Fabio Riva, latitante a Londra dal 26 novembre scorso di essere ascoltato dai finanzieri: «guarda che se le cose stanno così non in cassa integrazione, noi mettiamo in mobilità 5 o 6000 persone» e «su sta roba qui non salta Ticali, salta la Prestigiacomo».
Ma la Prestigiacomo non salta. L’Aia che arriva un anno più tardi, il 4 agosto 2011, avrà però vita breve: viene riaperta dal suo successore Corrado Clini quando l’inchiesta dei magistrati tarantini e le maxiperizie disposte dal gip Patrizia Todisco raccontano all’Italia intera il disastro ambietale di Taranto. U n’inchiesta che ora volge alla chiusura e che quindi mira a chiarire anche se quell’au - torizzazione è stata davvero il frutto delle analisi di documenti nel rispetto della normativa o l’ennesimo risultato della pressione aziendale sulle istituzioni. Un rapporto che il lavoro della magistratura dovrà chiarire anche per valutare le responsabilità di coloro che hanno consentito che la situazione precipitasse perché «non hanno pensato al futuro di Taranto, ma hanno seguito la strada del profitto immediato» come ha scritto ieri il vescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro nel suo messaggio alla città in occasione della giornata del Creato che si celebra oggi. Un messaggio duro in cui il vescovo Santoro chiede con forza un «controllo rigoroso sull’applicazione delle prescrizioni della nuova Aia non procrastinando ulteriormente gli interventi di ammodernamento degli impianti, la copertura dei parchi minerali e la bonifica dei terreni circostanti» e si rivolge ai tarantini con le parole di Papa Francesco: «Non lasciatevi rubare la speranza ». Agli operai e cittadini «fiaccati dagli scarsi risultati» a causa dello «smarrimento delle classi dirigenti, nazionale e locale, la cui conseguenza è stata una discutibile gestione dell’emergenza», Santoro chiede infine di cominciare a «disinquinare i pozzi del dibattito pubblico. Che adesso sembrano più secchi che inquinati». (GdM)

mercoledì 13 marzo 2013

Rendetelo pubblico!!

Bufera a Taranto «Bonifica, ma l’Ilva non rispetta i patti»  

L’Ilva non sta rispettando le prescrizioni previste dalla nuova Autorizzazione integrata ambientale firmata dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini lo scorso 26 ottobre e dunque sta continuando ad inquinare, aumentando il danno ambientale già in atto.
A sostenerlo, con una vera e proprio comunicazione di reato inviata alla Procura lo scorso 13 febbraio sono il direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, il direttore scientifico Massimo Blonda e il funzionario Simona Sasso.
Il documento, sia pure largamente omissato, è stato depositato ieri mattina dai sostituti procuratori Giovanna Cannarile e Remo Epifani dinanzi al tribunale dell’appello, chiamato a valutare i ricorsi presentati dai legali dell’Ilva per ottenere la revoca degli arresti domiciliari a cui è sottoposto dal 26 luglio scorso l’ex presidente Nicola Riva e l’annullamento del provvedimento con il quale il gip Patrizia Todisco ha disposto la vendita dell’acciaio sequestrato lo scorso 26 novembre in quanto ritenuto frutto del reato.
I pubblici ministeri hanno depositato solo un piccolo stralcio dell’informativa dell’Arpa per sottolineare il rischio di reiterazione del reato in caso di ritorno in libertà di Nicola Riva, un rischio che toccherà al tribunale apprezzare (i legali dell’Ilva hanno ovviamente sottolineato che certo la situazione non può cambiare in caso di revoca della custodia cautelare, avendo Nicola Riva lasciato tutte le cariche societarie) ma nel frattempo il documento dell’Arpa apre scenari tutti da valutare.
Proprio mentre gli ispettori dell’Ispra tornano a Roma, concludendo la visita all’Ilva per verificare il rispetto dell’Aia con un bilancio che in alcuni casi (o come ai bei tempi andati?) assume addirittura toni trionfalistici, piomba la censura, pregna di aspetti penalmente rilevanti, dell’Aspra.(GdM)

domenica 23 dicembre 2012

Michele Conserva: la miseria di Taranto e il PD jonico

Attesa e prudenza in procura a Taranto. Il pool che ha indagato i vertici dell’Ilva per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale attende di leggere il testo definitivo della legge «salva-Ilva» , ma sarebbe già pronto per il conflitto di attribuzione che l’intervento governativo avrebbe generato annullando, di fatto, i sequestri passati in giudicato cautelare con cui erano stati sottratti a Ilva gli impianti dell’area a caldo e i prodotti finiti e semi lavorati. In realtà i ricorsi potrebbero addirittura essere due: uno contro il decreto legge e un secondo contro la legge di conversione. Un fatto che dimostra quanto la procura stia cercando di affrontare la vicenda senza tralasciare alcun dettaglio.
Intanto il tribunale del riesame di Taranto ha confermato gli arresti domiciliari per Michele Conserva, ex assessore all’Ambiente, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla concussione. L’ex esponente della giunta provinciale è stato arrestato il 26 novembre scorso dalle fiamme gialle di Taranto, guidate dal capitano Giuseppe Dinoi, nell’ambito dell’inchiesta «ambiente svenduto» coordinata dal pm Remo Epifani. Un’inchiesta che ha permesso di svelare i legami fra la politica e vertici Ilva, ma anche della gestione del settore ambientale in abito provinciale. Nelle 70 pagine di ordinanza, il tribunale conferma i domiciliari spiegando che esiste un concreto ed attuale rischio di inquinamento probatorio visto che Conserva potrebbe avvicinare imprenditori non ascoltati nelle indagini, ma che potrebbero essere chiamati a testimoniare in un eventuale processo. Non solo. Conserva, per i magistrati, è il «regista delle azioni delittuose» del gruppo. «La posizione di potere del Conserva – scrivono i giudici – appare ancor più evidente ed allarmante essendo emerso dalle indagini come lo stesso abbia diretti contatti con appartenenti alla polizia giudiziaria». Conserva avrebbe così ricevuto «illecitamente» notizie riservate «coperte da segreto in ordine ad indagini in corso». Tutto questo anche attraverso la collaborazione, scrivo ancora i giudici, dell’avvocato Donato Perrini. Inoltre a Michele Conserva viene contestato di aver fatto pressioni sul Noe di Lecce per sequestrare l’Ala Fantini, stabilimento industriale nell’agro di Montemesola, solo per favorire il candidato sindaco di quel comune Lucia Valentini. Conserva, così, tenta di «distogliere i consensi elettorali dei lavoratori (in un momento di difficoltà per la chiusura da qualche tempo della struttura, ndr) di quello stabilimento» dal candidato e sindaco uscente Marangi e «dirottandoli sulla Valentini». Conserva organizza un incontro con i lavoratori per manifestare «un suo (e della Valentini) interessamento alla loro vicenda», ma telefonicamente alla domanda della Valentini su una possibile assunzione dei lavoratori risponde così: «No! Alcuni di loro… Per alcuni di loro risolveremo il problema. Ovviamente per quelli che ci danno una mano eh!» e poi aggiungendo «per quelli che non ci danno una mano un cazzo di niente avranno! Va bene?». (GdM)

martedì 27 novembre 2012

"Gli dica che il presidente non si è dimenticato"

Ilva, il Gip :"Vendola fece pressioni per sostituire il direttore generale dell'Arpa"


Il nucleo operativo della Guardia di finanza di Taranto ha dato il via alle 6 di questa mattina all’esecuzione di tre ordinanze di custodia cautelare emesse dal Tribunale ionico nell’ambito dell’indagine denominata “Ambiente svenduto”. Quattro persone sono finite ai domiciliari e tre in carcere. Tra loro Fabio Riva,vicepresidente di Riva Group, che è tra i destinatari delle sette ordinanze di custodia cautelare emesse. Il provvedimento nei confronti del figlio del patron dell’Ilva Emilio ai domiciliari dal 26 luglio, non è stato ancora eseguito. Anche il presidente dell’azienda Bruno Ferrante e il direttore generale dell’azienda, Adolfo Buffo, hanno ricevuto altrettanti avvisi di garanzia.
Nel mirino delle fiamme gialle, guidate dal capitano Giuseppe Di Noi, è finito il “sistema Archinà”, ex consulente dell’Ilva, e i suoi contatti con le istituzioni locali e nazionali per garantire immunità allo stabilimento siderurgico ionico e “tenere tutto sotto coperta”. Tanti gli indagati a piede libero tra i quali anche le autorità politiche di ogni livello che in questi anni non avrebbero controllato i danni arrecati dall’inquinamento prodotto dalla fabbrica tarantina. Ci sono anche politici locali come l’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva (dimessosi alcuni mesi fa proprio per questa vicenda come anticipato da ilfattoquotidiano.it). E poi funzionari amministrativi e imprenditori operanti nel settore dei rifiuti. Tre i provvedimenti emessi: il primo dal gip Patrizia Todisco riguarderebbe i vertici Ilva e il sistema di relazioni gestito da Girolamo Archinà, pizzicato dalla guardia di finanza il 26 marzo 2010 mentre incontrava l’allora perito della procura in un’indagine sull’Ilva per consegnargli, secondo la procura, una tangente di diecimila euro, per ammorbidire una perizia. Dalle intercettazioni telefoniche, oltre diecimila conversazioni, il nucleo operativo delle fiamme gialle avrebbe ricostruito il modus operandi dell’ex addetto alle relazioni istituzionali. C’è anche Lorenzo Liberti, ex consulente della  procura. Giornalisti compiacenti, funzionari amici e politici sottomessi avrebbero contribuito ad occultare il disastro ambientale oggi contestato ai vertici dello stabilimento.
Il secondo invece, emesso, dal gip Vilma Gilli, riguarderebbe la concessione da parte dell’amministrazione provinciale guidata da Gianni Florido delle autorizzazioni alle discariche, tra le quali anche la Mater gratiae che si trova all’interno dell’Ilva. In questo provvedimento sarebbe stato coinvolto anche Gianpiero Santoro, tecnico scelto dall’ente provinciale come rappresentante nella commissione che ha appena rilasciato l’Autorizzazione integrata ambientale. Il terzo provvedimento, secondo le prime indiscrezioni, riguarda il sequestro della produzione dell’Ilva che le autorità potrebbero ‘commissarriare’ e sarebbe finalizzato alle operazioni di risanamento.
L’indagine inizialmente è stata condotta dal sostituto procuratore Remo Epifani ed è in parte confluita nell’inchiesta per sisastro ambientale coordinata dal pool formato dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero e Giovanna Cannarile. Alla base di questi nuovi provvedimenti ci sarebbe il lavoro svolto dagli uomini del capitano Di Noi raccolto in una informativa di pltre 700 pagine.
Il gip: “Costanti contatti tra Ilva e Vendola”
“Numerosi e costanti contatti di Girolamo Archinà, direttamente, e di Fabio Riva, indirettamente, con vari esponenti politici tra cui il governatore della Puglia Nichi Vendola“. Parola, anzi penna del gip di Taranto nell’ordinanza di custodia cautelare per i vertici dell’Ilva. Un documento in cui emergono rapporti quanto meno ambigui tra il presidente della Regione e i vertici sel siderurgico. Tutta da leggere una mail del 22 giugno 2010, che Archinà invia a Fabio Riva e con la quale lo informa di un incontro avuto a Bari con il governatore. Incontro che è successivo al documento dell’Arpa Puglia del giugno 2010, in cui si sottolineavano i livelli di inquinamento prodotti dall’azienda. Nella mail, Archinà “comunicava che il presidente Vendola si era fortemente adirato con i vertici dell’Arpa Puglia, cioè il direttore scientifico Blonda e il direttore generale Assennato, sostenendo che loro non devono assolutamente attaccare l’Ilva di Taranto e piuttosto si dovevano occupare di stanare Enel ed Eni che cercavano di aizzare la piazza contro l’Ilva”. Sempre secondo quanto scrive Archinà a Riva, inoltre, “Vendola aveva pubblicamente dichiarato che il ‘modello Ilva’ doveva essere esportato in tutta la regione riferendosi, chiaramente, alla famosa ‘legge sulla diossina‘ la cui gestazione era stata evidentemente frutto della concertazione tra la Regione e l’Ilva che aveva sempre osteggiato il cosiddetto ‘campionamento in continuo’, ottenendo, appunto, in tale legge che ciò non fosse imposto”. Altro “elemento di rilievo” scrive ancora il gip, è rappresentato dalla promessa “del presidente Vendola di occuparsi personalmente della questione Arpa al suo ritorno dalla Cina”. Un intendimento che “veniva mantenuto” tanto che Vendola “appena tornato… contattava personalmente l’Archinà rassicurandolo di non aver dimenticato la promessa fatta nella riunione precedentè”.
”State tranquilli, non e’ che misono scordato!!… Il presidente non si è defilato” dice Vendola il 6 luglio 2010 al telefono con Archinà. Parole finite nell’ordinanza e che ora sono al vaglio della magistratura tarantina. In quella chiamata, scrive il gip, il leader di Sel “proseguiva nel discorso con Archinà dicendo che ‘col mio capo di gabinetto… Siamo rimasti molto colpiti… Siccome ho capito qual è la situazione… Volevo dire che… Mettiamo subito in agenda un incontro con l’ingegnere… State tranquilli, non è che mi sono scordatò”. Nel corso della conversazione, poi, Vendola ribadiva questa posizione “allorquando affermava chiaramente di non volere rinunciare a una realtà industriale qual è l’Ilva, invitando Archinà a comunicare a Riva che lui non si era defilato”. “Va bene, va bene – dice il governatore – noi dobbiamo fare… Ognuno fa la sua parte… E dobbiamo però sapere che… A prescindere da tutti il procedimento, le cose, le iniziative… L’Ilva è una realtà produttiva… cui non possiamo rinunciare… E, quindi… fermo restando tutto dobbiamo vederci… dobbiamo ridare garanzie… Volevo dirglielo perché poteva chiamare Riva e dirgli che.. il presidente non si è defilato”.
Le pressioni di Vendola sull’Arpa
Ci sarebbe ”la regia” del governatore della Puglia, Nichi Vendola, nelle “pressioni” per “far fuori” il direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, autore della relazione sulle emissioni inquinanti prodotte dall’Ilva. Lo scrive il gip di Taranto Patrizia Todisco nell’ordinanza d’arresto per i vertici dell’azienda, in cui sono riportate anche alcune telefonate che proverebbero la tesi del giudice. Il 30 giugno 2010, ad esempio, vengono intercettati Archinà e il segretario provinciale della Cisl di Taranto Daniela Fumarola, nella quale l’ex funzionario dell’Ilva sostiene che “l’avvocato Manna (allora capo di gabinetto del presidente della Regione) e l’assessore Fratoianni fossero stati incaricati dal presidente Vendola di ‘frantumare Assennato’”. In un’altra telefonata, del 2 luglio del 2010, a parlare sono invece l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso e uno degli avvocati dell’Ilva. Quest’ultimo, annota la Guardia di finanza, “riferisce che Archinà ha avuto contatti con il capo di gabinetto di Vendola il quale ha riferito che sono contro Assennato e che cercheranno di farlo fuori”. “Il complesso delle intercettazioni relative alle pressioni sul professor Assennato – scrive il gip – è da ritenersi, oltre ogni ragionevole dubbio, assolutamente attendibile, così come è altrettanto evidente… che il tutto si era svolto sotto l’attenta regia del presidente Vendola e del suo capo di gabinetto avvocato Manna”.
Nichi Vendola, però, ha subito rispedito al mittente ogni ombra sul suo presunto coinvolgimento: “‘Il direttore dell’Arpa Giorgio Assennato può raccontare se ha mai subito o pressioni o tirate d’orecchie da parte mia. Le mie pressioni sono andate sempre nella direzione di essere inflessibili in termini di ambientalizzazione” ha detto il governatore alla trasmissione “il Graffio“, in onda su Tgnorba 24. Vendola ha dunque negato di aver mai fatto pressioni sul Direttore dell’Arpa. Non solo. Vendola ha detto che le sua azioni sono sempre state anche “molto caute per evitare quello che purtroppo stiamo per vedere nelle prossime ore”.

martedì 7 agosto 2012

C'era poco da riesaminare

Ilva, Riesame conferma il sequestro

Il tribunale ha confermato il provvedimento per l'area a caldo dello stabilimento di Taranto

 Il tribunale del Riesame di Taranto ha confermato il sequestro degli impianti dell'area a caldo dell'Ilva di Taranto, finalizzandolo al risanamento dello stabilimento.
Il tribunale del Riesame di Taranto ha confermato gli arresti domiciliari per Emilio e Nicola Riva, ex presidenti dell'Ilva, e per l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso. Gli altri cinque indagati, tutti capiarea Ilva, sono stati rimessi in libertà. Restano dunque ai domiciliari in Lombardia il patron Emilio Riva, presidente dell'Ilva Spa fino al maggio 2010, il figlio Nicola Riva, che gli è succeduto nella carica e si è dimesso il 10 luglio scorso, e l'ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, anche lui dimessosi poche settimane fa. Il tribunale del riesame ha, invece, rimesso in libertà il dirigente capo dell'area del reparto cokerie, Ivan Di Maggio, il responsabile dell'area agglomerato, Angelo Cavallo, il capo area parchi minerali, Marco Andelmi, il capo area acciaieria 1 e 2 e capo area Crf Salvatore D'Alò, e Salvatore De Felice, capo area altoforno e da poco subentrato a Capogrosso alla direzione dello stabilimento di Taranto. L'accusa per tutti gli indagati, a vario titolo, è di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.
Intanto la Camera sarà convocata tra stasera e domani per l'annuncio dell'arrivo a Montecitorio del decreto sull'Ilva. lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo. "Siamo incerti se riusciremo a presentarlo stasera o domani" ha spiegato il ministro Giarda, perché il decreto è ancora alla firma del presidente della Repubblica.
L'esame del decreto da parte del Parlamento, comincerà comunque dopo la pausa estiva, il 3 settembre. La convocazione della Camera, come previsto dalla Costituzione, è necessaria perché il presidente deve dare comunicazione all'Aula dell'arrivo del decreto, assegnandolo alle commissioni di competenza. (ANSA)

domenica 5 agosto 2012

Licenziato il sicario di Riva

Conversazioni che scottano «Serve pagare la stampa» l’Ilva licenzia un funzionario

Girolamo Archinà - sino a ieri pomeriggio super pr dell’Ilva - conosceva per mestiere tante persone ma tra il ventaglio di conoscenze, svelate impietosamente dai mesi di intercettazioni telefoniche e ambientali compiute dai militari della Guardia di Finanza, non c’è il ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Ieri la Gazzetta ha riferito di un colloquio avvenuto tra Archinà e un consulente del gruppo Riva nel 2010, chiacchierata nella quale Clini, allora direttore generale del Ministero dell’Ambiente, viene definito «uomo nostro». Clini ha però smentito con decisione qualsiasi contatto con la dirigenza dell’Ilva, lamentandosi della diffusione della intercettazione (il cui contenuto la Gazzetta conferma integralmente), dalla quale intravede «l’evidente l’intento insinuante e suggestivo, perché sfornita di qualsiasi supporto probatorio».

 L’ARPA - Archinà, licenziato ieri pomeriggio dall’Ilva dopo quanto emerso nel corso dell’udienza al tribunale del Riesame, conosce tante persone. Tra queste c’è il direttore dell’Arpa Puglia Giorgio Assennato che chiama il 21 giugno del 2010 per fargli le sue rimostranze verso un documento che a suo dire porterebbe alla chiusura dello stabilimento Ilva. Si tratta di una lettera dell’Arpa, firmata dai funzionari Blonda e Giua, relativa al benzo(a)pirene. Archinà è preoccupato perché all’Ilva potrebbe essere imposta una riduzione della produzione, riuscendo a trovare una soluzione. ARCHINA’: Ci complica sempre la vita, porca miseria! ASSENNATO: Non si complica la vita, queste sono le nostre proposte, che d’altra parte erano già note. E dopo di che si fa una riunione tecnica con l’Ilva e si vede che cosa concretamente si riesce a definire, se si riesce a definire, se non si può definire niente non c’è problema, qual è il problema? Ma noi questo l’avevamo già detto! Cioè non, che cosa c’è di soprendente rispetto a quello che avevamo già detto? ARCHINA’: ma no di sorprendente...di sorprendente c’è parecchio, che cioè nel senso... ASSENNATO: e che cosa? ARCHINA’: allora, la riduzione...ci sono tutte le forme di riduzione produttive e a funzione dei venti che questo e per esempio... ASSENNATO: questo è quello che avevamo già anticipato che è una ipotesi se viene fuori da un tavolo tecnico o una ipotesi diversa concertata da Ilva e dall’Arpa ma trasmetteremo alla Regione dicendo che siamo d’accordo per un tavolo tecnico con Ilva che lo stesso risultato si ottiene diversamente. ARCHINA’: va bene.

IL SINDACO E LA STAMPA - Tra giugno e luglio del 2010 l’Ilva vive giorni difficili. La coscienza ambientale tra i tarantini aumenta e con essa il numero di denunce. Il sindaco Ezio Stefàno firma una ordinanza con la quale vieta ai bambini di giocare in una piazza del rione Tamburi. Archinà parla al telefono con un consulente del gruppo Riva. Archinà giustifica Stefàno «si è presa la denuncia, quindi per reazione che deve fare, ti fa l’ordinanza». E all’interlocutore che lo sollecita a fare qualcosa contro gli ambientalisti, testualmente da colpire, dice. ARCHINA’: è così che bisogna fare, è così che bisogna fare più che prendersela col sindaco e interrompere i rapporti col sindaco, più che prendersela con il procuratore e che lui l’azione penale è obbligatoria, più che prendersela, cioè il problema è questo, nel momento in cui ti fanno le denunce, ti fanno le sollecitazioni, trovano una sporca stampa che fa da cassa di risonanza. Perché il problema è questo, purtroppo ancora una volta...sono costretto a dire avevo ragione! Cioè, io ho sempre sostenuto che bisogna pagare la stampa per tagliarli la lingua! Cioè pagare la stampa per non parlare!

L’AVVOCATO E I CONTROLLI - Non c’è solo Archinà nel mirino degli uomini delle Fiamme Gialle. Intercettando Fabio Riva, vicepresidente del gruppo e indagato per concorso in corruzione in atti giudiziari con Archinà, l’ex direttore dello stabilimento siderurgico Luigi Capogrosso e il consulente della Procura Lorenzo Liberti, gli inquirenti svelano i rapporti esistenti tra l’avvocato Franco Perli, uno dei componenti del collegio difensivo dell’Ilva , e Luigi Pelaggi, capo dipartimento del ministero dell’Ambiente. Perli il 9 giugno del 2010 dice a Fabio Riva che Pelaggi ha dato precise disposizioni all’ingegner Dario Ticali, presidente della Commissione istruttoria per l’autorizzazione ambientale integrata su come procedere nell’immediato futuro nel corso dell’iter della trattazione. «L’avvocato Perli chiama Fabio Riva, lo avvisa che è stato contattato da Pelaggi - si legge nel brogliaccio - con il quale ha discusso della situazione dopo aver visionato la documentazione. Perli dice che adesso si incontrerà con Pelaggi per discutere della strategia da adottare, gli riferisce che Pelaggi ha dato disposizione a Ticali di parlare con Assennato. Perli gli comunica che Pelaggi gli ha anche riferito che la Commissione ha accetato il 90% delle loro osservazioni e che la visita riguarda il restane 10%. Perli aggiunge che non avranno sorprese e comunque la visita della Commissione in stabilimento va un po’ pilotata». Stralci di colloqui, una piccola goccia - 60 pagine appena - nel mare magnum di una informativa lunga 1000 pagine, in grado di svelare la fitta trama di contatti che l’Ilva aveva intessuto con i palazzi del potere, le redazioni giornalistiche, gli organi di controllo.(GdM)
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Ilva, il legale al figlio del patron Riva: "Pilotare la visita della commissione"

Due dirigenti al telefono: «Parlare con Corrado».
Ma il ministro dell’Ambiente Clini: «Non c’entro»

Che impressione il dirigente dell’Ilva che dice al telefono: «Ai giornalisti bisogna tagliargli la lingua, e cioè pagarli». Ma c’è anche l’avvocato che assicura il figlio del patron Riva: «La visita della commissione nello stabilimento va un po’ pilotata». Non fa una bella figura neppure il dirigente regionale dell’Arpa, l’Azienda regionale protezione ambiente, che all’uomo Ilva che si altera perché certe analisi sono risultate negative, a mo’ di giustificazione dice: «Sono solo osservazioni... mica prescrizioni...».
E’ uno Stato a sé la più grande acciaieria d’Europa. Con le sue regole e i suoi principi. Potremmo dire che era uno Stato a sé, perché adesso la nuova dirigenza, il presidente Bruno Ferrante, riconosce la sovranità della legge e caccia via gli impresentabili, che fino a ieri erano destinati a rappresentare l’azienda ai tavoli tecnici.
In queste ore, il Riesame sta decidendo il destino dell’Ilva e di Taranto. In gioco ci sono otto custodie cautelari agli arresti domiciliari e il sequestro di sei impianti dell’area a caldo dello stabilimento.
Se la linea Maginot dell’Ilva è stata quella di dimostrare di aver sempre rispettato l’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale - mentre l’accusa sostiene che le fonti di inquinamento sono le polveri e le diossine «diffuse e fuggitive» disperse non tanto dai camini, e quelle sono le emissioni convogliate i cui limiti sono fissati dall’Aia le nuove carte depositate dall’accusa al Tribunale del Riesame gettano una luce sinistra sulla stessa genuinità dell’Autorizzazione integrata ambientale.

Parlare con Corrado
In un brogliaccio di una telefonata tra due dirigenti Ilva si accenna alla necessità di «parlare con Corrado...». La telefonata in questione non è stata depositata al Riesame, fa parte di un altro fascicolo, e nel brogliaccio gli uomini della Finanza ipotizzano che si tratti di Corrado Clini, all’epoca dei fatti direttore generale del Ministero dell’Ambiente. Un giornale locale fa il nome del ministro Clini, il quale protesta per essere stato tirato in ballo: «Non ho mai avuto rapporti con il gruppo dirigente dell’Ilva né mi sono mai occupato dell’Aia».
Quella intercettazione fa parte di un fascicolo che vede Girolamo Archinà, responsabile relazioni istituzionali dell’Ilva di Taranto, indagato per corruzione in atti giudiziari, per aver corrotto un perito dell’accusa, il professor Liberti. Nove mesi di intercettazioni. Archinà (che ieri sera il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, ha cacciato via dall’Ilva) ha parlato con mezzo mondo: politici, sindacati, uomini delle istituzioni. Sicuramente hanno discusso anche di richieste di posti di lavoro e di favori garantiti. Ma questa è un’altra storia (processuale).

La commissione pilotata
Si legge nel rapporto della Finanza: «Il fatto che la commissione Ipcc debba essere pilotata, e che sia stata in un certo qual modo avvicinata, si rileva anche dalla conversazione nella quale l’avvocato Perli aggiorna Fabio Riva dei rapporti avuti con l’avvocato Luigi Pelaggi, Capo dipartimento del ministero dell’Ambiente. Da quanto riferisce il Perli si rileva che Pelaggi abbia dato precise disposizioni all’ingegnere Dario Ticali - il presidente della Commissione Ipcc - su come procedere nell’immediato futuro nel corso dell’iter di dette trattazioni. Perri aggiunge che non avranno sorprese e comunque che la visita della commissione nello stabilimento va un po’ pilotata».
Siamo nel giugno del 2010 e l’Aia stava per essere approvata. Nel marzo, c’era stata quella campagna di rilevamenti dell’Arpa che non era piaciuta all’azienda. I valori di benzapirene erano tre volte superiori a quelli accettabili. «In questo modo - dice Archinà al direttore dell’Arpa, Giorgio Assennato - farete chiudere l’Ilva...».
E dunque, quando arriva la commissione Ipcc, l’avvocato Perli se ne esce con una frase colorita: «Ai dobbiamo tenere (si riferisce ai componenti della commissione, ndr) legati alla sedia: “Non avremo sorprese”».

Le altre telefonate
E quando si tratta di impiantare negli stabilimenti a rischio (non solo l’Ilva, ma anche Eni per esempio) le centraline per i rilevamenti, il direttore dell’impianto, l’ingegnere Capogrosso se ne esce: «Col cavolo che gli consentiamo - dice in sostanza - di metterle nell’area dello stabilimento». E infatti chissà perché le centraline sono fuori dai confini dell’acciaieria.
Ma in un’altra telefonata, il responsabile - cacciato giusto ieri dal presidente dell’azienda tarantina, Bruno Ferrante - delle relazioni istituzionali Archinà, se la prende con la gestione interna delle «comunicazioni»: «Purtroppo ancora una volta sono costretto a dire che avevo ragione. Io ho sempre sostenuto che bisogna pagare la stampa per tagliarle la lingua, cioè pagare la stampa per non parlare».
Quando escono dall’aula del Riesame, gli avvocati dell’Ilva sono raggianti: «Noi abbiamo sostenuto che l’azienda ha sempre rispettato le prescrizioni dell’Aia - dice l’avvocato De Luca - e tutti i rilevamenti dell’Arpa non sono mai usciti dai parametri di legge. Le polveri? A Taranto nei quartieri più esposti, Tamburi e Borgo, non sono mai stati superati i 35 microgrammi per metro cubo. A Milano, sono 52 di media».(La Stampa)

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Politici, sindacalisti e anche prelati
la rete d'oro dell'uomo pr dell'Ilva

Un sistema di potere impressionante messo in piedi dal dirigente del siderurgico, Girolamo Archinà. E non è finita. La Finanza spulcia nove mesi di intercettazioni. Ferrante lo licenzia

La "repubblica indipendente dell'Ilva" tutto vedeva e a tutti provvedeva. Dagli uomini politici ai sindacalisti, dagli alti prelati ai giornalisti. Tremano gli operai, perché i magistrati sequestrano l'area "a caldo" del più grande centro siderurgico d'Europa. Ma adesso trema anche tutta Taranto, perché dalle carte di un'altra inchiesta penale tuttora coperta dal segreto istruttorio potrebbe saltare fuori l'immagine di una città più o meno compromessa col re dell'acciaio, Emilio Riva. L'indagine la coordina il pm Remo Epifani, che chiede sei mesi di proroga. Il reato è quello di corruzione in atti giudiziari.
Si tratta della stessa indagine da cui il procuratore Franco Sebastio e il sostituto Mariano Buccoliero stralciano tra le dieci e le quindici intercettazioni per dimostrare che gli otto indagati accusati di disastro ambientale devono rimanere ai domiciliari perché potrebbero continuare, se fossero in libertà, a inquinare le prove. Ma ci sono altre decine di telefonate ascoltate dagli investigatori della Finanza e tuttora riservate, che raccontano della capacità di Ilva di tessere una impareggiabile rete di rapporti, ma pure dell'insistenza di chi dall'Ilva reclama piaceri, favori, un occhio di riguardo o solo un'attenzione particolare. Uomini politici che favorirebbero assunzioni, sindacalisti o ex sindacalisti che non disdegnerebbero promozioni aziendali o l'assegnazione di premi di produzione, preti altolocati che porgerebbero l'altra guancia
se riuscissero a ottenere il contributo richiesto, cronisti disposti a diventare malleabili.
Nei documenti nascosti di un processo destinato a prendere forma, si materializza lo spaccato di una comunità ostaggio nel bene come nel male dei "padroni delle ferriere". Tutto ruoterebbe attorno alla figura di Girolamo Archinà, da ieri ex responsabile delle relazioni istituzionali di Ilva nel capoluogo ionico. Era, perfino inevitabilmente, arruolato per chiacchierare con tutti. Ma non per questo autorizzato ad alzare la voce, come fa invece col direttore generale dell'Arpa, il professor Giorgio Assennato: protesta dopo l'uscita di un dossier dell'agenzia per l'ambiente che "a suo dire porterebbe alla chiusura dello stabilimento" annotano le fiamme gialle.
La conversazione telefonica risale al 21 giugno del 2010. Dodici giorni prima, un avvocato dell'Ilva, Francesco Perli, spiegava a Fabio Riva che la visita della commissione istruttoria l'autorizzazione ambientale integrata "va un po' pilotata" e che la pignoleria di Assennato "è dettata da ambizioni politiche". Tutto parte proprio dall'eclettico Archinà, filmato mentre consegna all'ombra di una stazione di servizio di Acquaviva delle Fonti una busta bianca al professore universitario Lorenzo Liberti. Non un professore qualsiasi, ma il consulente della procura ingaggiato per mettere a nudo presunti giochi di prestigio dell'Ilva lungo il fronte della tutela ambientale. Lo sospettano tuttavia di avere intascato denaro per 10mila euro.
Comincia così questa storia, tenuta insieme dalle maledette-benedette intercettazioni andate avanti per nove mesi, nel 2010. Due anni più tardi Bruno Ferrante, nuovo presidente di Ilva, taglia la testa al toro: "La società ha da oggi (ieri, ndr) interrotto ogni rapporto di lavoro con il signor Girolamo Archinà che pertanto in alcun modo e in nessuna sede può rappresentare la società stessa". E' la linea riveduta e corretta impressa alla multinazionale dall'ex prefetto di Milano: patti chiari e amicizia lunga. Con tutti. Per "abbassare i toni e essere meno conflittuali". (LaRepubblica)

sabato 4 agosto 2012

A ognuno il suo

Ilva, il procuratore: "La politica non deve
scaricare le responsabilità sui giudici"

Il procuratore di Taranto, Franco Sebastio: "La magistratura non può graduare gli interventi. Come mai i Riva ricevono premi per la tutela ambientale che riescono ad assicurare in Francia e Germania e da queste parti no? Dovrebbero fare dei lavori. A ottobre, la riunificazione dei procedimenti penali per la morte di 30 operai"

TARANTO  -  "Sono mesi che non dormiamo la notte per questa storia" racconta Franco Sebastio, procuratore della Repubblica a Taranto. La storia è quella dell'Ilva e si trascina dietro un vero e proprio incubo: quello che da un giorno all'altro per il sequestro dell'area "a caldo" dell'impianto siderurgico, migliaia di operai  -  tra i 5mila e i 20mila  -  possano ritrovarsi con le braccia incrociate perché resterebbero senza lavoro. Il capo dei requirenti, scuote la testa: "Io lo ripeto da anni, fino alla noia".
Ripetere, che cosa?
"Cari amministratori pubblici, non dovete scaricare questi problemi sull'autorità giudiziaria".
Perché?
"La risposta è semplice: la magistratura non può graduare i suoi interventi".
Si muove come un caterpillar?
"Facciamo quello che possiamo, ma sempre nei limitati confini dei codici. Non per questo siamo dei robot o degli animali. Capisco bene l'ansia di tanta gente, però siamo in un vicolo cieco".
Come si dice in questi casi, la giustizia deve fare il suo corso?
"Noi i processi li facciamo nelle aule di giustizia, non sulla base di questa o quella dichiarazione. E meno che mai di pressioni, di qualsiasi genere. E' come se a Palermo chi si occupa di criminalità organizzata avesse il timore di prendere qualunque decisione perché potrebbe infastidire
Tizio o Caio. Intendiamoci: adesso non fatemi passare come quello che vuole paragonare il "caso Ilva" a un affare di mafia".
Un brutto affare comunque, sì: qualora dovesse essere spenta la cosiddetta area a caldo, a quanto pare tutta la fabbrica andrebbe a farsi benedire.
"A Genova, tra il 2001 e il 2005, i Riva avevano lo stesso grattacapo, chiamiamolo in questo modo: pure in Liguria c'era stato il sequestro preventivo dell'area a caldo. Come è andata a finire? Hanno trasformato tutti i procedimenti, "a freddo". Perché a Taranto non potrebbe succedere la stessa cosa? Come mai sempre i Riva, ricevono premi per la tutela ambientale che riescono ad assicurare negli stabilimenti che hanno in Francia e Germania e, da queste parti, no?".
Già, perché?
"Lo sottolineava non più tardi di qualche giorno fa il procuratore generale di Lecce, Vignola: quelli di Taranto, non sono morti di serie B. Ha ragione e del resto sarebbe difficile dargli torto".
E' possibile insomma percorrere un'altra strada, per il più grande gruppo siderurgico italiano?
"Se facessero alcuni lavori... Sarebbe sufficiente seguire le indicazioni che sono state date dal gip".
Nel frattempo davanti ai giudici del riesame, depositate un faldone di intercettazioni: telefoniche o ambientali?
"Telefoniche. Ma non aggiungo una parola di più".
D'accordo, tuttavia ci sarà una ragione del perché avete tirato fuori, perfino un po' a sorpresa, nuove "carte".
"Esiste un pericolo d'inquinamento della prova e, dal nostro punto di vista, lo dimostriamo con la presentazione di questi documenti. Ed è la ragione per cui agli indagati non dovrebbe essere revocata la misura cautelare (ai domiciliari, ndr)".
Al Riesame l'ultima parola.
"Devono stabilire il da farsi entro il 9 di questo mese".
Avanti tutta.
"A ottobre, credo, riunificheremo due procedimenti penali legati a trenta operai dell'Ilva che sono morti. Abbiamo inquisito, per questi decessi, tutti i soggetti che negli ultimi trent'anni hanno avuto compiti direttivi all'interno dell'azienda".
Procuratore Sebastio, subisce intimidazioni perché a testa bassa combatte contro un colosso dell'industria italiana?
"Io continuo ad avere il mio nome sull'elenco telefonico". (LaRepubblica)

Bomba!!!

Ilva, attesa per il verdetto del Riesame
Clini: "Nessun rapporto con i dirigenti"

Entro giovedì la decisione sul sequestro e i domiciliari per i vertici del colosso: la procura deposita nuove intercettazioni, la difesa proprie perizie per dimostrare il rispetto delle regole. Quarantuno denunce per i disordi durante la manifestazione di giovedì. Spunta il riferimento al ministro dell'Ambiente. L'azienda licenzia il funzionario indagato

La prossima settimana, forse già mercoledì, il verdetto sui sigilli e gli arresti all'Ilva. Ma con le nuove intercettazioni depositate dalla procura, scoppia un caso Clini. Il contenuto è filtrato nel corso dell'udienza del tribunale del Riesame, conclusasi oggi, sui ricorsi presentati dal colosso del siderurgico contro il decreto di sequestro di sei impianti dell'area a caldo e l'arresto di otto dirigenti ed ex dirigenti. Il riferimento al ministro, e ai suoi presunti rapporti con dirigenti dell'azienda, filtra da indiscrezioni, e non risulta nelle carte depositate dalla Procura che riguardano il procedimento per disastro ambientale. Si riferisce però al procedimento per corruzione in atti giudiziari che è stato unificato a quello nei confronti dell'Ilva per disastro ambientale colposo e doloso. Il ministro dell'Ambiente prende le distanze dalle indiscrezioni che definisce: "Insinuazioni inaccettabili". L'Ilva, nel frattempo, licenza il funzionario addetto alle pubbliche relazioni del Gruppo, indagato.

Gli atti depositati ieri - in cui leggono altre conversazioni tipo "la stampa dobbiamo pagarla tutta; gli ispettori, dobbiamo legargli il culo alla sedia" - riguardano solo il filone 'ambientale' della vicenda. E in una nota ufficiale il procuratore di Taranto Franco Sebastio precisa: "Nelle intercettazioni depositate dalla procura davanti al tribunale del Riesame non c'è alcun riferimento al ministro dell'Ambiente, Corrado Clini; in nessuna di tali intercettazioni risulta, direttamente o indirettamente,
il nome del ministro". C'è però quello di Girolamo Archinà, ex pr di Ilva, protagonista di alcune telefonate agli atti, scaricato dall'azienda. "La società - ha comunicato il presidente Bruno Ferrante - ha da oggi interrotto ogni rapporto di lavoro con il sig. Girolamo Archinà che pertanto in alcun modo e in nessuna sede può rappresentare la società stessa. La decisione del presidente è stata immediatamente presa dopo quanto emerso nel corso del procedimento di Riesame".

Le intercettazioni.  "La stampa dobbiamo pagarla tutta". Su quest'ultimo passaggio nelle nuove carte è intervenuto anche l'Ordine dei giornalisti della Puglia, chiedendo la documentazione alla procura per "valutare l'eventuale apertura di procedimenti disciplinari per violazioni deontologiche". Le registrazioni testimoniano anche come da Ilva chiedono conto al capo dell’Arpa, l’agenzia regionale per la tutela dell’ambiente, Giorgio Assennato, dei risultati di una campagna di rilevamenti. Sono sempre gli scambi di battute fra dirigenti, a tenere banco. "Dobbiamo legargli il culo alla sedia”, riferito agli ispettori. Nella vicenda Ilva è inoltre venuto a galla anche il presunto episodio di corruzione che figura nel procedimento per corruzione in atti giudiziari. E' Archinà il funzionario Ilva che avrebbe fatto le telefonate a esponenti dell'Arpa e delle autorità di controllo per evitare che l'azienda subisse provvedimenti restrittivi in materia ambientale nonché attivato una serie di contatti ed incontri affinché la posizione dell'azienda venisse salvaguardata. Lo stesso Archinà, secondo l'accusa, è anche il funzionario che avrebbe consegnato al docente universitario Lorenzo Liberti una busta con diecimila euro nel retro di una stazione di servizio dell'autostrada per Bari, quando Liberti faceva parte del gruppo di consulenti nominato dalla Procura nell'ambito di un'inchiesta sul colosso. In questo filone sono indagati appunto Liberti, il vice presidente del gruppo Riva, Fabio Riva, l'ex direttore dello stabilimento Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso, e lo stesso Archinà.

Il caso Clini. Il ministro Clini "non si è mai occupato della Autorizzazione integrata ambientale dell'Ilva" "né ha mai avuto rapporti con la dirigenza Ilva" in merito. Le "insinuazioni" sono state segnalate al Capo dello Stato e al ministro della Giustizia. Lo fa sapere il ministro in merito a un'intercettazione riportata su un quotidiano in cui proprio il manager dell'Ilva Archinà avrebbe detto dell'allora direttore generale del ministero dell'Ambiente 'Clini è un uomo nostro'". Sulla vicenda l'ufficio stampa del ministro ha diramato una nota. "Il deposito nel corso dell'udienza preliminare da parte dell'ufficio della Procura di una intercettazione del 2010 nella quale un dirigente Ilva allude a buoni appoggi da parte di Clini costituisce una grave violazione della deontologia processuale", si legge nel comunicato, in cui si precisa che "è evidente l'intento insinuante e suggestivo dell'uso di una intercettazione priva del minimo indizio di rilevanza nel processo, perché sfornita di qualsiasi supporto probatorio". "Clini nel 2010 - precisa la nota - era direttore della direzione generale per lo Sviluppo sostenibile, il clima e l'energia, non competente in materia di autorizzazione integrata ambientale (Aia)". Il ministro "non si è  mai occupato della procedura Aia dello stabilimento Ilva, come risulta anche dall'istruttoria pluriennale condotta dal ministero, né ha mai avuto a tal proposito rapporti con la dirigenza Ilva". "Perché - si chiede l'ufficio stampa del ministro - rendere pubblica un'intercettazione del 2010 tra un dirigente Ilva ed uno sconosciuto che parlano di Clini, evidentemente irrilevante ai fini del procedimento, nel momento in cui il ministro Clini è impegnato a nome del governo a ricercare soluzioni positive per il risanamento ambientale di Ilva, la continuazione produttiva dello stabilimento e la salvaguardia dell'occupazione?". "In questo momento - sottolinea la nota - abbiamo bisogno di senso di responsabilità, trasparenza e puntuale riscontro di fatti e dati". Il ministro comunque "ha segnalato la situazione al Presidente della Repubblica ed al  ministro della Giustizia".

La decisione del Riesame. Il deposito dell'ordinanza del Riesame dovrà arrivare entro giovedì 9 agosto. "Ho chiesto di fare una dichiarazione spontanea in cui ho raccontato lo stato d'animo e ho detto in modo assolutamente chiaro che dobbiamo abbassare i toni, essere meno litigiosi, meno conflittuali". Questa la dichiarazione del presidente Ferrante, a termine dell'udienza che era cominciata ieri con le conversazioni telefoniche depositate dalla procura e la montagna di documenti della difesa che ha presentato due sue perizie, consulenze e dati per spiegare che l'Ilva agisce nel rispetto delle regole.

L'INTERVISTA "La politica non deve scaricare le responsabilità sui giudici"

DAL GOVERNO Cdm, decreto legge per 336 milioni


La posizione dell'azienda.
"Ho comunicato formalmente - ha proseguito Ferrante - che rinunciamo a presentare ricorso contro la riapertura dell'Aia e non impugneremo la sentenza del Tar della Puglia, che ci ha dato solo parzialmente ragione e non impugneremo le parti per noi negative di quella sentenza". "E' un segnale a nostro avviso molto importante - ha aggiunto - di una volontà precisa di dialogo, di confronto. Problemi gravosi, seri, complicati come quelli che stiamo affrontando, che la città e i lavoratori stanno affrontando, si risolvono soltanto se c'è da parte di tutti senso della misura, equilibrio e animo sereno". "Abbiamo questo dovere - ha concluso - nei confronti della città di Taranto e dei lavoratori dell'Ilva, dobbiamo trasmettere messaggi rassicuranti e recuperare serenità d'animo. Senza questo sarebbe difficile risolvere i problemi". ''Sapete che sono al lavoro i custodi ma al momento non c'è stata alcuna diminuzione nella produzione - ha detto ancora Ferramte - le intercettazioni depositate dalla Procura non sono un elemento decisivo e importante per lo svolgimento di questa fase del processo".

Le mosse dell'accusa. Ieri in cattedra, il pubblico ministero Mariano Buccoliero, ha sciorinato i risultati dell'inchiesta scoppiata il 26 con i provvedimenti restrittivi impugnati dalla difesa. Il magistrato è partito dall'imputazione di disastro ambientale, pietra angolare dell'impianto accusatorio. Una contestazione che nelle parole del pm ha preso forma grazie agli esiti delle super perizie. Così il magistrato ha spiegato che le emissioni di diossina e di benzoapirene uccidono e fanno ammalare i tarantini. "Per l'80% - ha tuonato  -  le emissioni inquinanti sono da ricondurre all'attività a terra dei reparti e non alle emissioni delle ciminiere" . Di qui il sequestro dei sei impianti dell'area a caldo che costituiscono il cuore pulsante della grande fabbrica dell'acciaio. Il magistrato ha ribadito che l'inquinamento è un problema attualissimo e non solo il retaggio di decenni di attività dello stabilimento. Un modo per sottolineare le responsabilità degli indagati e la necessità di intervenire per stoppare un reato che appunto uccide e fa ammalare.

Le controperizie.
Il folto collegio della difesa ha replicato con controperizie e otto memorie. "Lo stabilimento Ilva  -  si legge nei documenti della difesa - esercisce nel pieno e indiscusso rispetto di una legittima autorizzazione integrata ambientale emessa dalla competente pubblica amministrazione nell'agosto del 2011. Anche le contestazioni elevate in passato non hanno mai individuato presunti sfondamenti dei limiti di emissione. Dal 1998 al 2011  -  continuano gli avvocati di Ilva - lo stabilimento ha investito solo in tecnologie finalizzate alla tutela dell'ambiente e della salute, circa un miliardo e centouno milioni di euro, pari al 24% degli investimenti totali. Le polveri? I livelli di Taranto sono considerevolmente inferiori a quelli medi annui registrati nelle aree urbane del nord Italia". In sostanza letture agli opposti. E la battaglia riprenderà questa mattina.

Le denunce. Quarantuno persone sono state identificate e saranno denunciate per i disordini durante la manifestazione di giovedì scorso in piazza della Vittoria. L'attività degli investigatori della questura si è focalizzata in particolare sui contestatori che hanno acceso i fumogeni e abbattuto le transenne per arrivare proprio sotto il palco con un piccolo mezzo a tre ruote. Il gruppo, autodefinitosi 'comitato di cittadini e operai liberi e pensanti' ha contestato i sindacati interrompendo il comizio. (LaRepubblica)