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domenica 26 luglio 2015

Gli italiani pagano per i soldi che hanno intascato i Riva, e i tarantini si ammalano

La crisi Ilva è costata 10 miliardi

E, così, in tre anni sono andati in fumo 10 miliardi di euro di Pil. Per la precisione 9,87 miliardi di euro. Su richiesta del Sole 24 Ore, la Svimez ha adoperato il suo modello econometrico per valutare l’impatto della vicenda Ilva sul sistema industriale del Paese. I numeri lasciano senza fiato. La Svimez ha calibrato il suo modello sull’effettivo utilizzo – nei tre anni di tempo – della dotazione produttiva di quello che, un tempo, è stato l’impianto siderurgico più grande d’Europa. Questa analisi certosina ha tenuto conto dell’andamento reale che ha visto i quattro altoforni del ciclo integrale di Taranto ora – a turno - in piena attività, ora in parziale funzionamento, ora sequestrati dalla magistratura e ora sottoposti a ristrutturazioni. La stima effettuata dal gruppo di lavoro coordinato dall’economista Stefano Prezioso ha tenuto conto anche dei modelli analitici di Ipres e di Remi-Irpet.
Il modello econometrico della Svimez non ha stimato gli effetti soltanto sul Pil italiano. Ha fatto lo stesso anche su altri indicatori. Il risultato appare radicale e duraturo. Prima di tutto per il nostro sistema industriale. Il rallentamento dell’acciaieria ha provocato, fra il 2013 e il 2015, una perdita secca di investimenti fissi lordi pari a 2,19 miliardi di euro. Meno denaro e meno tecnologie sono dunque affluiti nelle vene profonde del nostro paesaggio produttivo. Con un effetto cascata, la propensione all’export della nostra economia si è indebolita. E non di poco: in questi tre anni, a causa dell’affaire Ilva l’export è caduto di 4,45 miliardi di euro. E, naturalmente, è stata stimolata la produzione all’estero, con i concorrenti della società italiana che sono entrati sul nostro mercato come il coltello nel burro: l’import estero è aumentato di 1,78 miliardi.
In questo contesto, l’Ilva ha avuto conseguenze anche sulla società italiana. Secondo il modello econometrico della Svimez, infatti, fra il 2013 e il 2015 la perdita cumulata di consumi delle famiglie – espressione diretta e indiretta della crisi dell’acciaieria – è stata pari a 1,45 miliardi di euro. Questi numeri, stimati dalla Svimez con criteri prudenziali, nella loro cruda dimensione quantitativa non rivelano del tutto la natura pervasiva della destrutturazione che l’Ilva ha sperimentato in questi tre anni. Il problema di alcuni settori, in questo caso la siderurgia, è che la perdita di competenze, collegata a ripetuti traumi, non si ricostruisce con facilità e rapidamente. Dunque, sul medio e lungo periodo vi saranno ancora altre, e più durature, conseguenze. Il tutto è solamente l’inizio. D’ora in poi ci si muove in terra incognita. I perimetri di questa terra incognita saranno definiti – nei prossimi mesi, nei prossimi anni, nei prossimi decenni – dalla miscela composta da un lato dalle conseguenze reali dell’ultimo conflitto fra Procura di Taranto e Governo e dall’altro dal naturale dispiegarsi dell’attuale degenerazione della fisiologia industriale e finanziaria dell’organismo Ilva.
Primo aspetto: il tema del conflitto fra magistratura e impresa. Il gesto compiuto venerdì scorso – i carabinieri inviati dai magistrati di Taranto dentro la fabbrica ad identificare i diciannove operai presenti all’apertura dei sigilli dell’altoforno 2, successiva al decreto del Governo – delinea lo scenario peggiore: il Governo potrebbe pensare alla chiusura dell’altoforno 2, a cui per ragioni di sicurezza e di «funzionamento» industriale dovrebbe seguire quello dell’altoforno 4. Così, l’acciaieria verrebbe di fatto spenta. Resterebbero le macerie industriali. Il problema ambientale ereditato dall’Italsider e dell’Ilva dei Riva diventerebbe irrisolvibile (ricordate Bagnoli? La scala qui è ben maggiore). La questione sociale assumerebbe tinte fosche: bisognerebbe gestire l’uscita dal mondo di lavoro di 11.400 dipendenti diretti dell’Ilva e di 6mila occupati indiretti a Taranto, più quella degli 800 dello stabilimento di Novi Ligure e quella dei 1.400 di Genova. La voragine finanziaria diventerebbe incolmabile.
Anche l’altro scenario – senza indulgere in quello apocalittico – appare non semplice. La struttura guidata da Massimo Rosini, ex capo delle operations di Indesit, ha una cifra non industrialista, ma manageriale. Per esempio, sta lavorando con grande impegno sul circolante e sull’equilibrio aziendale dei conti operativi. Un approccio di razionalità economica, che sarebbe perfetto per una impresa in condizioni di normalità e non di costante eccezionalità.
La destrutturazione, nel rapporto fra industria e mercato, appare però drammatica. E appare la conseguenza di una stratificazione di scelte che si sono susseguite in questi tre anni, iniziati il 26 luglio del 2012 con il sequestro dell’acciaieria e l’arresto dei Riva e dei loro principali collaboratori, in un procedimento basato sull’accusa di disastro ambientale e su 174 persone morte – fra 2005 e 2012 – per l’inquinamento. Regge, per ora, il rapporto della produzione di Novi Ligure con l’automotive. Anche se Taranto ha perso le forniture dello stabilimento Fiat-Chrysler di Melfi, che preferisce ormai approvvigionarsi con i produttori coreani. La chiusura dell’acciaieria 1, essenziale per le lamiere, ha slabbrato le relazioni con i grandi gruppi dell’edilizia e delle infrastrutture. Sono venute meno molte certificazioni, indispensabili per lavorare con i tubi dell’Oil and Gas. C’è, poi, negli stabilimenti – in particolare a Taranto - un problema di organizzazione industriale, con la sedimentazione di nuove competenze provenienti da altri settori – non siderurgici - che le diverse gestioni succedutesi alla guida dell’azienda hanno portato da fuori e con i vuoti che si sono venuti a creare – soprattutto nei reparti più operativi – per il congelamento di professionalità giudicate troppo legate alle vecchie leadership proprietarie (i Riva) e manageriali (l’ex commissario Enrico Bondi).
Infine, esiste la questione della finanza di impresa: nel senso del profilo di cassa e nel senso degli effetti sulla liquidità e sulla posizione debitoria dell’intermittenza sperimentata dall’acciaieria. Il profilo di cassa è basato sui 70 milioni di euro ottenuti nei mesi scorsi dalla vendita delle quote di CO2, sui 156 milioni di euro versati da Cdp attraverso Fintecna, sugli 70 milioni prestati dalle banche (Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Popolare) e sui 100 milioni di euro versati alla società a fine giugno dalla Cdp, prima tranche del finanziamento di 330 milioni con cui la piccola Iri è intervenuta nella partita. Ci sono poi gli effetti sulla finanza di impresa del funzionamento a intermittenza dell’acciaieria, un problema strutturalmente e concettualmente enorme, dato che fabbriche di questa dimensione e con queste strutture dei costi perdono a bocca di barile sotto un certo livello di attività. L’Afo 1 dovrebbe ripartire – se l’intera operazione di «riaccensione» dell'altoforno con fornitori funzionerà senza intoppi – il 1 agosto. La gestione Bondi, che contava sul funzionamento degli Afo 2, 4 e 5, perdeva fra i 35 e i 40 milioni di euro al mese. L’Afo 5, che da solo vale il 40% della capacità produttiva dell’impianto, è spento. Da marzo a luglio, con gli Afo 2 e 4, l’Ilva ha prodotto perdite operative e industriali (puramente da ciclo produttivo, dunque senza calcolare il peso salariale mitigato dai contratti di solidarietà) che si possono approssimare in un centinaio di milioni di euro al mese. Dal 1 agosto gli Afo 1, 2 e 4 – nell’ipotesi che il Governo non decida di spegnere l’acciaieria di fronte alla resipiscenza dello scontro con i magistrati - saranno in funzione e, con gli attuali ritmi di produzione, dovrebbero attestarsi su una perdita da ciclo produttivo stimabile in 65 milioni di euro al mese. Tutto questo si inserisce su un profilo patrimoniale che nei primi due anni di commissariamento ha visto bruciare 2,5 miliardi di euro di patrimonio netto: il 30 settembre del 2014, la somma di capitale sociale più riserve ammontava a 1,096 miliardi di euro. Interpellata dal Sole 24 Ore, la struttura commissariale ha preferito non rivelare il valore del patrimonio netto al 30 giugno di quest’anno. Di certo, l’azienda non è ancora del tutto saltata in aria proprio grazie all’utilizzo di quel miliardo di euro di capitalizzazione residua che c’era dieci mesi fa. Fra morti e ambiente, politica e giustizia, industria e finanza ci sono poi i piccoli particolari rivelatori. La complessità di quello che è ormai l’enigma Ilva è ben rappresentato da un casco giallo, da un casco rosso e da un casco bianco. Il giallo è dei capisquadra, il rosso degli operai e il bianco degli impiegati. Qualunque cosa capiti al di fuori dell’acciaieria, ogni uomo ha in testa un casco. Oggi, però, i colori non corrispondono più alla funzione. I copricapi ci sono. E la sicurezza, in questo, è garantita. Ma non esiste più – per una questione economica e organizzativa - il numero giusto di caschi. Il colore che ognuno si ritrova sulla testa è casuale. Un piccolo curioso dettaglio, in una storia drammaticamente grande. (Paolo Bricco - Sole24h)

giovedì 10 maggio 2012

Promesse?

GRUPPO ILVA «INVESTIAMO ANCORA, ma il 2012 sarà nero» Milano - «Il 2011 è andato male. Il 2012 non andrà diversamente». Non è ottimista, Nicola Riva (foto) , presidente del gruppo Ilva e vicepresidente di Federacciai, anche se per il polo di Genova intravede una speranza: «Se il mercato riparte, è quello il nostro punto di forza». Presidente, iniziamo dal bilancio aziendale. Com’è andato il 2011? «Male, anche peggio del 2010, però ho una speranza». Quale? «Che sia un anno che possa servire a tornare ai livelli precedenti al 2010, e soprattutto al 2009, il vero anno di crisi». Quindi, come se la passa il suo gruppo? «Lo stato attuale non si presenta meglio del 2011. E non può essere diversamente: sono gli anni del fondo della crisi, ci aspettiamo una ripresa nel 2013». Come si supera la crisi? «Investendo. Noi stiamo proseguendo nell’opera di completamento di Genova, nell’area a freddo delle acciaierie, con linee moderne di zincatura a caldo. A Taranto, invece, puntiamo ancora di più sulla protezione ambientale. Ma c’è dell’altro: le armi contro la crisi arrivano anche dal risparmio energetico, che è fondamentale. Nelle materie prime e soprattutto nel fossile da coke incide ancora tanto. Per questo siamo alla ricerca di partner per possibili forniture di minerale». Quali aspettative su Genova? «Abbiamo fatto uno sforzo enorme per la ristrutturazione, abbiamo investito 700 milioni di euro in cinque-sei anni per smantellare il caldo, logico che avessimo aspettative importanti. Spenta l’area a caldo avevamo un piano preciso, e gli anni 2006, 2007 e 2008 sono stati eccezionali. Se non fosse arrivata una crisi così violenta, repentina, senza preavviso, Genova poteva riassorbire quasi tutta la manodopera. Malgrado tutto abbiamo proseguito negli investimenti, e ormai siamo pronti. Se il mercato riparte, quello è il punto di forza del nostro gruppo. Lo stabilimento, nella zincatura a caldo, è all’avanguardia». Genova resta nodale, quindi? «Sì, è un punto di arrivo dell’acciaio prodotto a Taranto, di trasformazione e di smistamento». La crisi è globale, qual è lo scenario nel quale vivete oggi? «Non si prevedono ribassi nelle materie minerali e fossili da coke e questo è un dato di cui tenere conto. La Cina importa molto, perché è vero che hanno miniere, ma i costi per sfruttarle sono molto alti. Nuove produzioni stanno sorgendo, ma gli investimenti in infrastrutture sono molto elevati: un conto è estrarre, poi ci vogliono mezzi, navi, porti. Magari negli anni aumenterà l’offerta, ma per ora il mercato è in mano ad altri». Il tema delle bolletta energetica sta a cuore agli industriali dell’acciaio: siete in difficoltà? «Basti pensare al prezzo del gas: l’Italia è l’unico paese in Europa ad aumentarlo. Non è spiegabile, se non che in Italia il mercato non è liberalizzato». Oggi come sopravvive Ilva? «L’export nei prodotti piani è fondamentale: quello in Germania soprattutto. Perché non è certo l’Italia a consumare l’acciaio. In Germania la produzione di automobili ed elettrodomestici funziona ancora, magari non tanto per il mercato interno quanto per quello estero, l’Asia soprattutto. Ma quello che ci chiediamo è: quanto può reggere ancora la Germania? Siamo preoccupati se non riuscirà a continuare su questi trend. E se l’euro non ci aiuta, anche l’export andrà in difficoltà». A Taranto, da anni, siete nell’occhio del ciclone: non si può far convivere industria e cittadini? «È logico che non è bello vivere vicino a un impianto siderurgico, ma neppure abitare a fianco della tangenziale di Milano lo è. Noi abbiamo investito miliardi per l’ecologia e gli impianti, ma anche sul personale, e ricordo che abbiamo 12mila dipendenti a Taranto. Ci dicono che abbiamo ucciso donne, bambini eccetera: per il Tribunale di Lecce non c’è emergenza sanitaria. Le ordinanze del sindaco sono state rigettate dal Tar. Ora il Ministero dell’Ambiente vuole rivedere l’Aia (autorizzazione integrata ambientale, ndr): va bene, la rivedremo. Però ne abbiamo parlato per cinque anni, sono state fatte 1050 pagine che credo ne facciano l’Aia più voluminosa che esista. È stata rilasciata nel 2011, doveva durare cinque anni, la vogliono rifare. Si faccia: noi vogliamo restare nel rispetto delle leggi, ma se poi ci chiedono di andare a piedi sulla luna, allora non ce la facciamo». LORENZO CRESCI per Shippingonline

venerdì 27 gennaio 2012

E la nave va?

400 milioni? arriveranno? e se arriveranno chi li gestirà? Ci vengono in mente, ad esempio, i problemi dei dragaggi per i fondali inquinati, la convivenza infrastrutturale tra traffico merci, viabilità e grande industria, l'impatto delle grandi navi sull'ambiente, le divisioni politiche e i soliti mangiamangia...
Aspettiamo questa ennesima colletta nazionale, e speriamo
Per il bene di tanti lavoratori. E che possano aumentare e aprire a nuove economie.

sabato 6 novembre 2010

La "cosa" pubblica è davvero di tutti?

Pubblichiamo un comunicato sulla insensata burocrazia comunale che ancora una volta ostacola con ignoranza e ottusità una delle tante proposte gratuite, informali e condivise per rivitalizzare la Città Vecchia.

Grazie al Comune di Taranto, la prima data del mercatino salterà in quanto VENERDÌ 5 NOVEMBRE, ci hanno comunicato la possibilità di fare il mercatino (dopo 45 giorni dalla richiesta) al quale faceva seguito l'OBBLIGO di pagare il suolo pubblico della SCALINATA S.EGIDIO e del PARGHEGGIO a ridosso della stessa. Oltretutto nel pargheggio avremmo avuto le macchine pargheggiate, in quanto nel permesso è specificato che non saranno presenti i vigili urbani...quindi le macchine avremmo dovuto rimuoverle noi...ricapitolonado avremmO dovuto pagare un suolo pubblico OCCUPATO DA MACCHINE , in quanto c'era UN DISSERVIZIO dei vigili...MA veniamo al pagamento, ovviamente noi nella domanda avevamo specificato che non volevamo pagare il suolo pubblico e avere quindi il Patrocinio del comune, in quanto gli artigiani erano persone di città vecchia e in generale disoccupati, ma il comune non ha ritirato l'obbligo di pagare l'occupazione, cosa che avviene invece nel mercatino del centro, dove gli espoisitori non pagano nulla. ORa ci chiediamo: e se invece di un mercatino artigianale fatto da persone comuni e nulla tenenti, avessimo organizzato una sfilata (magari di una di quelle marche griffate che tanto fa lustro nella città) o meglio ancora un MIss MOtors (fatto lo scorso mese a ridosso del ponte girevole) avremmo avuto gli stessi problemi? si sarebbe o no ottenuto il patrocinio? convinti che la città vecchia vada rispetatta e riqualificata: CI VEDIAMO IL 5 DICEMBRE (...ultima cosa, ci rivolgiamo a tutti coloro che abbiamo invitato ad esporre e che credono nel progetto CITTÀ VECCHIA, lo deve dimostrare nei fatti, perchè il problema è sempre quello: LE PAROLE SONO TANTE, MA LA VOLONTÀ È A ZERO).

mercoledì 29 aprile 2009

Emilio Riva... "spassionatamente"!

C'è qualche contraddizione tra i due Riva e qualche dichiarazione su cui dubitiamo fortemente (e forse, fondatamente!)

Ilva, Emilio Riva: Io non mantengo nessuno


Roma, 29 apr (Velino) - I prossimi mesi saranno neri. Ma occorre tenere ferma la barra con un imperativo categorico: mai vendere sottocosto perché le aziende che vendono a un prezzo finale più basso del margine operativo lordo falliscono. Così il re dell’acciaio Emilio Riva intervistato dal Sole 24 Ore che ribadisce: mai svendere nelle crisi strutturali come nelle cadute momentanee della domanda. Ma qual è il bilancio del 2008 anche alla luce dell’ampio ricorso alla cassa integrazione che riguarda 500 addetti su 1.600 del sito di Cornigliano e circa la metà dei dodicimila addetti di Taranto? “I ricavi saranno inalterati rispetto al 2007” e cioè intorno ai dieci miliardi. Insomma il bilancio è ancora in attivo anche se “i primi tre mesi del 2009 stanno andando peggio degli ultimi tre del 2008”. E se il mercato non ripartisse? Lo stabilimento genovese dopo le ferie estive resterebbe fermo. In quel caso, dice Riva, “se non fosse concessa la cassa in deroga, mi troverei costretto a mettere gli operai in mobilità. Io non mantengo nessuno”.

Su Taranto Riva non sembra cogliere segnali che possano fare pensare a una ripresa per uno stabilimento che resta uno dei maggiori insediamenti industriali del Sud. Dal 1 gennaio lo stabilimento avrebbe raggiunto la massima capacità produttiva. “Ho comprato l’Ilva nel 1995 – dice Riva – ho rifatto completamente lo stabilimento investendo cinque miliardi di euro del tutto autofinanziati (…) Il primo anno con la nostra gestione era già in attivo. Vorrei solo sottolineare un fatto: non sono un mago ho soltanto rotto il giocattolo del consenso costruito intorno a Taranto. Non ho mai accettato raccomandazioni e relazioni particolari con nessuno: sindacati, chiesa, partiti politici. Faccio solo l’imprenditore”. E dopo quattro esercizi positivi con profitti per oltre due miliardi di euro è possibile pensare ad acquisizioni? “È prematuro - risponde -. Ma vedrà che nel 2011 ci saranno molte occasioni in giro. Io mi affeziono poco alle persone, alle cose niente. Cornigliano per me vale 770 milioni degli investimenti che vi ho realizzato più altri 400 milioni di euro di valore residuo. Se qualcuno si presentasse in ufficio con un miliardo e cento milioni, già depositato sul conto corrente di un istituto di fiducia, non ci sarebbe problema: gliela venderei subito”. (il Velino)

E intanto a Genova:
«Intanto noi siamo andati avanti - spiega Daniele Riva, leader dello stabilimento siderurgico Ilva di Genova - ad oggi su un piano di investimento da 770 milioni di euro ne abbiamo già spesi oltre il 70% e manca ancora un anno e mezzo alla fine del piano industriale, fino a poco tempo fa avevamo in media 500 persone impegnate nei cantieri, adesso dopo che ci hanno sequestrato l´area dei rottami, sono un centinaio in meno, ma andiamo avanti». Il cuore del grande moloch di Cornigliano, l´ex Oscar Sinigaglia di proprietà del gruppo Riva, batte oggi al rallentatore, oltre ai 545 lavoratori in cassa integrazione straordinaria in seguito al piano di riconversione che ha segnato la chiusura dell´altoforno e di tutta l´area a caldo ci sono in media 200 lavoratori in cassa integrazione ordinaria per la crisi, ma se il lavoro siderurgico è ridotto al minimo, quello della riconversione procede. Con qualche ritardo, tra mille difficoltà, ma procede.
...
Abbiamo impianti così tecnologicamente avanzati che ci permettono di lavorare i rotoli dal decatreno fino al camion tutto automatizzato - spiega Daniele Riva - servono meno operai alle macchine, ma in compenso aumentano i lavoratori della manutenzione e sono richieste professionalità elevate». E´ pronta e funzionante la nuova portineria verso l´aeroporto, riservata alle merci, con cinque pese e piazzale nuovo in grado di ospitare fino a 40 camion in modo da non intasare l´autostrada, oggi è vuoto, ma prima a poi la crisi finirà. «Tutto questo non l´abbiamo mica fatto per scherzo», butta lì uno dei lavoratori impegnati nei cantieri. Pezzi di capannoni diroccati, residuo di un´archeologia industriale che conserva un suo fascino decadente e rugginoso, resistono ancora accanto a quelli nuovi colorati, ma piano piano il nuovo prende il sopravvento e anche i percorsi dentro allo stabilimento si adeguano, si spostano le strade, i cancelli e persino i binari della ferrovia. In fondo verso il Polcevera, il terreno è spianato in attesa di partire con la costruzione nella nuova portineria per i lavoratori, lo spogliatoio e le officine.
Leggi l'articolo completo su La Repubblica

lunedì 13 aprile 2009

A cosa punta l'ENI nel mondo? E qui?

Impariamo a conoscere il nostro "ospite"

ENI: BUSINESS WEEK, L'IMPROBABILE ASCESA DI UNA POTENZA PETROLIFERA
(ASCA) - Roma, 10 apr - ''In Italia l'improbabile ascesa di una potenza petrolifera''. Con questo titolo il Business Week pubblica un profilo dell'Eni, una societa' che ''sta crescendo rapidamente grazie ai legami del suo CEO in Congo, Iraq e in altri paesi politicamente rilevanti''.
''Mentre altre compagnie tipicamente si tengono alla larga dagli impianti di energia elettrica, che offrono un ritorno inferiore dell'estrazione del petrolio - sottolinea il settimanale - l'AD Eni Paolo Scaroni ha usato questi progetti per stabilire solidi legami con Paesi dove la compagnia opera. 'il fatto e' che il petrolio e' loro', dice Scaroni, 62 anni. 'Se vieni considerato un partner allora ti e' consentito di utilizzare il loro olio; altrimenti sei tagliato fuori'''.
Secondo Business Week, in Congo e in altri Paesi del mondo ''la strategia di Scaroni sta dando i suoi frutti. Mentre gran parte delle oil major hanno visto calare la propria produzione di olio e gas lo scorso anno, la produzione Eni e' salita del 3,5%, a circa 1,8 milioni di barili al giorno''.

L'ENI scopre un'altra riserva petrolifera in Indonesia
(ANSA) - ROMA, 6 APR - Eni ha effettuato una nuova scoperta di idrocarburi, in qualita' di operatore, nell'offshore orientale dell'Isola del Borneo. L'Eni ha perforato con successo un pozzo esplorativo nella struttura di Jangkrik, nel blocco di Muara Bakau, bacino di Kutei, nell'offshore orientale di Kalimantan. Nel Kutei, Eni partecipa anche allo sviluppo di ingenti riserve di gas localizzate nei blocchi di Rapak e Ganal. Nel vicino bacino di Tarakan Eni negli scorsi anni ha fatto altre due scoperte.

... e come si comporta l'ENI in Italia?
Prendiamo il caso del Petrolchimico di Gela...


Vertenza al Petrolchimico Eni su occupazione e sicurezza
"All'interno di un più ampio contesto (globale ma anche nazionale) l'esperienza gelese occupa un posto di sicuro rilievo, dovuto al simbiotico legame intercorrente tra equilibrio economico cittadino e andamento industriale (ossia Eni e suo indotto). Il declino, perlomeno occupazionale, dello stabilimento gelese non è oramai una novità (il processo si è radicalizzato da più di un decennio): purtroppo, però, i pochi “superstiti”, soprattutto nel variegato scenario dell'indotto, sono costretti ad agire in condizioni di scarsa sicurezza; la morte dell'operaio licatese, Salvatore Vittorioso, risale al Gennaio scorso, da allora, però, nulla sembra essere drasticamente mutato (a tal fine Cgil, Cisl, Uil, hanno già scioperato per otto ore, lunedì 7, e per altre due, martedì 8).
Solo nell'ultima settimana due gravi incidenti (agli impianti Motor Fuel e Coking 1), fortunatamente esenti da conseguenze drammatiche, hanno costretto due lavoratori a ricorrere alle cure ospedaliere: il punto di non ritorno è oramai superato, solo un oculato intervento economico a sostegno della piena garanzia per l'incolumità dei dipendenti e dell'efficienza degli impianti potrà esorcizzare l'incubo del progressivo smantellamento dell'industria pesante gelese.
La piena occupazione delle maestranze locali, come denunciato dal segretario Fiom, Orazio Gauci, va ad aggiungersi agli spettri dell' “epico” passato matteottiano: la recente fermata degli impianti, finalizzata alla loro manutenzione, attesa trepidamente, poiché ritenuta fautrice di maggiore occupazione (anche se solo temporanea), non si è neanche protratta per il termine concordato di 60 giorni, riducendosi alla metà, costringendo all'immediata smobilitazione duecento contrattisti (in larga parte giovani). Neanche le aziende locali, del resto, riescono ad ottenere trattamenti particolareggiati; la gran parte degli impianti installati all'interno del petrolchimico gelese (costituente almeno il 20% dell'intera mole produttiva) viene prodotta fuori sede, inducendo le imprese del posto ad attività di mero assemblaggio. Le stesse commesse rischiano di assurgere a veri e propri miraggi per i soggetti economici cittadini: caso emblematico, citato più volte da svariate fonti sindacali, è quello rappresentato dall'affidamento, deciso dall'Eni, di talune commesse a ditte con sede sociale ubicata in altre regioni d'Italia (un caso per tutti, quello della società Berardinelli di Campobasso)." (Corriere di Gela)