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sabato 21 novembre 2015

Chi va e chi viene

L'Ilva perde l'appalto per il gasdotto Tap

L’Ilva perde un altro «pezzo» di Tap, il gasdotto che secondo le intenzioni della Trans adriatic pipeline dovrà portare il gas dall’Est all’Italia, approdando sulle coste salentine. Ieri la Tap ha ufficializzato l’assegnazione alla società greca Corinth Pipeworks la fornitura di 495 chilometri circa di tubi lineari da 48 pollici per la tratta onshore del gasdotto in Grecia. Il contratto prevede la fornitura complessiva di circa 270.000 tonnellate di tubi lineari.Ian Bradshaw, managing director di Tap, spiega l’aggiudicazione della commessa ai greci, sottolineando che il gruppo ha presentato «una offerta solida, al livello dei più alti standard industriali del settore».
Non proprio di prammatica i ringraziamenti alle altre imprese partecipanti, tra cui appunto l’Ilva di Taranto: «Tap ha messo in atto un rigoroso processo di selezione, basato sulle competenze tecniche delle aziende, sugli standard di sicurezza e sulla adozione delle migliori pratiche internazionali». Sembra un riferimento, nemmeno tanto velato, alle difficoltà produttive dello stabilimento siderurgico di Taranto, alle prese con una crisi che ormai non è solo ambientale e giudiziaria.
Già alcune settimane fa, l’Ilva aveva perso una prima importante commessa per il gasdotto Tap, con l’assegnazione della fornitura di 170mila tonnellate di acciaio ai tedeschi della Salzigitter Mannesmann. Ora questo ulteriore smacco anche se nei giorni scorsi il management del siderurgico si era affannato ad annunciare la ripresa degli ordinativi.
«Siamo in una fase in cui bisogna passare dalle promesse ai fatti: la gente a Taranto attende dei segni chiari, delle risposte precise da parte del governo» ha detto ieri monsignor Filippo Santoro arcivescovo di Taranto, intervistato da Radio Vaticana. «Visto che nella legge di stabilità del presidente Renzi sono stati stanziati 800 milioni di euro a favore dell’Ilva, attendiamo che ora seguano i fatti» ha detto Santoro. «A livello locale, aspettiamo proprio una svolta, altrimenti sarà troppo tardi. Quando c'è una malattia come un cancro, o si taglia o si cura. Abbiamo visto che il governo ha intenzione di curarlo, ma se i provvedimenti non vengono messi in atto con urgenza, non so fino a quando la pazienza del popolo potrà durare. Oggi, la situazione dell’Ilva è che la difesa del lavoro, con i vari ammortizzatori sociali, sta funzionando. L'occupazione continua, grazie a tutte queste varie forme di sostegno al lavoro. Però, per il futuro, di fatto, c'è un calo della produzione».
Confindustria Taranto, infine, saluta positivamente l’emendamento alla legge di stabilità sul Fondo di Garanzia per le imprese dell’indotto Ilva ma sostiene che «si tratta di una misura che, pur testimoniando nuovamente l'attenzione del Governo, non va ancora nella direzione auspicata». Confindustria tornerà «ad avanzare gli opportuni suggerimenti affinchè la misura possa arrivare alla Camera modificata nei criteri di semplificazione di accesso al Fondo di Garanzia. L’auspicio ulteriore è quello che oltre questa misura, opportunamente rimodulata, possano intervenire altri provvedimenti a sostegno della platea dei creditori dell’indotto». (GdM)


All’Ilva tornano i vecchi clienti. Vinta la gara per i tubi di Snam

Antichi clienti tornano. Ilva si è aggiudicata la gara di Snam per la fornitura di 45 chilometri di tubi (diametro di 16 pollici) del valore di oltre 5 milioni di euro. Un segnale importante di inversione di tendenza perché nei mesi scorsi il colosso siderurgico aveva perso diversi clienti storici, non solo Snam (l’ultima commessa risaliva a gennaio 2014) ma anche Fiat. E i risultati del nuovo corso cominciano a vedersi nel portafoglio ordini complessivo dell’azienda guidata dal direttore generale Massimo Rosini (foto): Ilva, infatti, prevede di chiudere il mese di novembre con un incremento del 10% di raccolta ordini rispetto a ottobre, che era già stato il miglior mese del 2015 e aveva registrato un balzo del 23% su settembre. Con l’aggiudicazione della gara di Snam, Ilva prova in un certo senso a mettersi alle spalle anche le polemiche delle settimane scorse sull’esclusione dall’appalto del Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto che trasporterà in Europa il gas naturale proveniente dal Mar Caspio (partendo dal confine tra Grecia e Turchia dove si connetterà al Trans Anatolian Pipeline), attraversando la regione settentrionale della Grecia, l’Albania e il Mar Adriatico per approdare in Salento, quindi nella Puglia dove Ilva (a Taranto) può contare sulla maggiore acciaieria d’Europa. Dopo l’assegnazione a fine ottobre ai tedeschi di Salzgitter Mannesmann del contratto per la fornitura di circa 270 chilometri di tubi lineari, ieri Tap ha assegnato il secondo contratto della stessa gara, da 495 chilometri, ai greci della Corinth Pipeworks. (Corsera)

venerdì 30 ottobre 2015

Non c'è un tubo per l'Ilva

Lo schiaffo della Tap all'Ilva: "I tubi del gasdotto saranno prodotti in Germania"

Il contratto comporta la fornitura complessiva di circa 170.000 tonnellate d'acciaio. Nuove comunicazioni daranno notizia prossimamente dell'assegnazione del contratto per i tubi lineari da 36" della sezione offshore e di quello per il resto dei tubi da 48" della sezione onshore. "Mi congratulo con Salzgitter Mannesmann International per il successo della sua offerta - ha dichiarato Ian Bradshaw, Managing Director di TAP - e ringrazio tutte le aziende che hanno partecipato a questa gara.
TAP ha seguito un rigoroso processo di selezione in questa fase di assegnazione di contratti e continuerà così, selezionando le aziende fornitrici sulla base delle loro competenze tecniche, standard di sicurezza e di altri criteri selettivi aderenti alle migliori pratiche internazionali. TAP ha in programma di assegnare numerosi altri importanti contratti entro la fine dell'anno - ha aggiunto Bradshaw - in modo che sia possibile iniziare la costruzione del gasdotto in Grecia, Albania e Italia nel 2016 come previsto". (Quot)

lunedì 26 ottobre 2015

Qualcosa di più di patetici

Ilva, Carrubba su commessa Tap: “Partita ancora aperta” – Tomaselli: “Aia rispettata al 91%”

Sul palco e in platea ci sono i tanti volti più o meno noti del Pd locale e coloro che rappresentano i cittadini nelle aule parlamentari:  dai deputati Michele Pelillo e Ludovico Vico al senatore Salvatore Tomaselli. Il convegno che si tiene alla Cittadella delle imprese sul tema  “Ilva e Taranto, ambientalizzazione e bonifiche. A che punto siamo?” corre il serio rischio di diventare una passerella politica in cui il Pd cerca di mostrare il suo volto migliore e un ruolo da “risolutore” dei problemi ambientali che da sempre attanagliano la città.
Per non cadere nella “trappola”, cerchiamo di concentrare la nostra attenzione sui nodi cruciali legati alla più stretta attualità e lo facciamo sentendo soprattutto le due voci “tecniche” ospiti sul palco: quella del Commissario straordinario Ilva Corrado Carrubba e del Commissario alle bonifiche Vera Corbelli. Nessuna preoccupazione da parte di Carrubba in merito all’ultima diffida datata 14 ottobre, trasmessa dal ministero dell’Ambiente all’Ilva in merito alla gestione dei rifiuti (leggi qui). «Non sono questi i problemi dell’Ilva - dice ad InchiostroVerde poco prima dell’inizio del convegno – l’Arpa Puglia ha notato che dei sacconi non avevano le etichettature previste ma abbiamo già provveduto a dare i chiarimenti richiesti».
Sul rispetto delle prescrizioni Aia -  l’80%, entro il 31 luglio 2015 - non si è sbilanciato: «Dovete chiedere al ministero dell’Ambiente», mentre sulla prescrizione più importante, la copertura dei parchi minerali, rimasta al di fuori di quell’80%, spiega: «Stiamo andando avanti nella realizzazione delle opere propedeutiche e degli interventi di caratterizzazione e messa in sicurezza del sedime dei parchi, cosa che si sta facendo ora anche in contraddittorio con Arpa Puglia. La tempistica è quella prevista dall’Aia e dai tempi necessari per fare una serie di cose che solo in parte dipendono direttamente dall’azienda».
In merito alla polemica sulla mancata presenza nella Legge di Stabilità varata in questi giorni dal governo della misura a favore delle imprese dell’indotto Ilva e al tweet del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano che rispondendo al presidente di Confindustria Taranto ha buttato la croce sui Commissari Ilva, Carrubba preferisce glissare: “Ognuno ha il suo modo di esprimersi…”.
Carrubba preferisce andare al sodo: “Il Governo aveva assunto una linea di disponibilità da parte del ministro Guidi che non mi pare lei abbia smentito. Credo che sia emerso un intoppo tecnico in sede di presentazione della Legge di Stabilità e che non ci sia stata una volontà politica. Penso e mi auguro che il Parlamento, in sede di approvazione della Legge, possa trovare la risposta ad un problema come quello dell’indotto che vive una sofferenza importante. Più queste imprese vengono messe nella condizione di lavorare serene, più lavoriamo in tranquillità anche noi».
Infine, un cenno sulla commessa per la fornitura dei tubi per il gasdotto Tap. Partita persa, come annunciato da qualcuno settimane fa, o ancora recuperabile? «Da quanto sappiamo vi è ancora un confronto aperto con la stazione appaltante – precisa Carrubba – la loro valutazione di non conformità, per fortuna non definitiva,  era dovuta a motivazioni essenzialmente tecniche. Chiedono tubi particolari e noi abbiamo fatto uno sforzo progettuale in questa direzione attraverso il nostro management. I tubi sono un segmento di produzione molto importante che la vecchia proprietà aveva un po’ abbandonato. Oggi, noi fatichiamo a recuperare sia il mancato investimento nell’ambiente che nell’innovazione e nella qualità di prodotto. Il mercato odierno non punta tanto sulla quantità ma su gamme elevate di qualità. La sfida dell’Ilva è anche questa».
Sul tema delle bonifiche e del disinquinamento del mar Piccolo, si sofferma il Commissario straordinario Vera Corbelli, alle prese con un lavoro che definisce “immane”, di cui attori ed enti locali devono saper far tesoro in prospettiva futura. «E’ necessario che la piattaforma di azione che stiamo costruendo sia condivisa da tutti – sottolinea – dobbiamo e dovete essere uniti». Ricorda che per il mar Piccolo era stata prevista dal precedente Commissario straordinario una gara, che lei ha voluto stoppare perché non c’erano ancora le basi per procedere in quella direzione.
«Si rischiava un procedimento che in futuro avrebbe comportato il blocco dei lavori – dice la Corbelli – andando a minare le esigenze dei mitilicoltori. Con il nostro progetto di sistema, invece, stiamo cercando di salvaguardare tutti. E voglio tranquillizzare che procedendo così non si rischia di perdere i fondi, ma si costruiscono le basi per averne altri». Le attività del mar Piccolo, intanto, sono andate avanti. «Abbiamo effettuato delle ispezioni e censito tutto ciò che si trova nei fondali. A breve avvieremo 150 sondaggi profondi  per capire dove e come effettuare gli interventi necessari».
Infine, la voce di un politico, quella del senatore Salvatore Tomaselli, capogruppo Pd della Commissione Industria, che in merito al rispetto delle prescrizioni Aia da parte di Ilva si sbilancia fornendo un dato: «La relazione Ispra attualmente in fase di validazione al ministero dell’Ambiente consegna una fotografia che parla del rispetto del 91% delle prescrizioni Aia. Ovviamente sono fuori gli investimenti più grossi come quelli per la copertura dei parchi minerali, ma il 91% mi pare un buon dato». Purtroppo è l’entità puramente numerica, e non qualitativa degli interventi ambientali, a prendere il sopravvento. (Inchiostroverde)

giovedì 24 settembre 2015

Stappilva!

Appalto Tap da 300 milioni di euro
Ilva esclusa, interviene Guidi

Il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi starebbe seguendo da vicino la vicenda che riguarda la fornitura per la Tap da parte dell’Ilva. La ministra si sarebbe infatti attivata subito per cercare di aprire i canali necessari a chiarire alcuni aspetti della vicenda che potrebbero aver portato a un misunderstanding tra le parti relativo alle modalità tecniche della partecipazione alla gara. L’indiscrezione arriva all’indomani della notizia secondo la quale l’azienda siderurgica sarebbe stata esclusa dalla commessa Tap per la realizzazione del gasdotto Trans Adriatico. Una commessa da 300 milioni, la possibilità di rimettere in marcia i due tubifici e la speranza di dare ossigeno ai suoi conti in un momento difficile con posizioni di mercato perse nell’automotive e negli elettrodomestici. La sofferenza non è soltanto della società, ma di tutto il comparto della siderurgia italiana di cui Ilva costituisce la fonte maggioritaria di produzione.
La partecipazione
Ilva, con il sostegno dell’operatore finanziario giapponese Metal One Corporation, aveva partecipato alla gara internazionale di fornitura di tubi per la costruzione della Trans Adriatic Pipeline, l’infrastruttura di trasporto che parte al confine tra Grecia e Turchia, attraversa l’Albania, si inabissa nell’Adriatico e approda nel Salento per congiungersi alla rete italiana gas. Ma non è stata inclusa nella short list delle aziende che potranno fare l’offerta per i vari lotti in cui è stata divisa la fornitura degli 878 chilometri di tubi, compresi i 105 offshore. Degli 878 chilometri, 550 sono in Grecia, 215 in Albania, 105 in Adriatico raggiungendo la massima profondità a 820 metri, e 8 in Italia. Il consorzio Tap è molto riservato, non diffonde direttamente notizie, in particolare sulle gare e sui partecipanti almeno sino alla loro conclusione e all’affidamento dell’appalto, ma le indiscrezioni sono affiorate. Ilva è stata tenuta fuori dalla short list per l’incertezza sui tempi e luoghi di consegna del materiale e per la mancata conformità del suo prodotto alle specifiche tecniche indicate nel progetto Tap. In sostanza una serie di fattori che hanno fatto scartare la sua proposta confermando che le battaglie giudiziarie, la scarsità di fondi per la manutenzione e la produzione ridotta hanno inciso sulla qualità del prodotto finale e sull’affidabilità complessiva dell’azienda in un mercato globale nel quale queste due caratteristiche spesso rappresentano le carte vincenti.
La gara d’appalto
La decisione è stata comunicata una settimana fa a Metal one corporation. Ai bandi di prequalificazione, pubblicati nove mesi fa da Tap, avevano partecipato alcune società di respiro internazionale, alcune turche, la greca Corinth Pipeworks, le tedesche Salzgitter e Europipe. Ilva e Metal One avevano presentato un’offerta per i lotti dal 2 al 6, ma il risultato è stato negativo. La commessa per il gasdotto sarebbe stata un’iniezione di lavoro e risorse fresche per una fabbrica che oggi ha i due tubifici fermi, a conferma dello stop alla produzione di tubi per mancanza di ordinativi, il Treno nastri 1 fermo; in marcia i tre altiforni 1, 2 e 4, le due acciaierie 1 e 2, il laminatoio a freddo con una produzione di acciaio che, a fine anno, dovrebbe attestarsi attorno ai 6 milioni di tonnellate. Solo con la ripartenza di Afo5, a metà del prossimo anno, Ilva tornerà a uno standard produttivo di 8 milioni, la soglia minima perché sia remunerativa la produzione. Un aspetto ancora oggi preoccupante è la scarsità di soldi per la manutenzione ordinaria degli impianti mentre la società è in attesa, per portare avanti il processo di ambientalizzazione dello stabilimento tarantino nel rispetto dell’Aia, che si sblocchi il tesoro di 1.2 miliardi sequestrato ai Riva e fermo nelle banche svizzere sui quali il magistrato dovrà pronunciarsi entro la fine del mese di settembre. (CdM)

sabato 8 agosto 2015

Punti di vista PD sull'Ilva

Il bambolotto delle oligarchie mette il broncio al portavoce di una regione intera

Lui tende la mano, Renzi la ritira. Emiliano freddato su Ilva e Tap

Quando prende la parola, durante la direzione nazionale monotematica sul Sud convocata da Matteo Renzi, Michele Emiliano ha perso parecchia della baldanza della vigilia. «Sono tutti molto preoccupati di quel che dirò – spiega rivolgendosi direttamente al premier segretario durante il suo intervento – chi ti è più vicino mi ha invitato a essere positivo». Ma quello più preoccupato, in realtà, sembra lui stesso, il presidente della Puglia. Che si esibisce in un intervento piuttosto breve e sottotono, accorato e tutto in difesa. Ancora, evidentemente, sotto l’effetto del durissimo trattamento che Renzi gli ha riservato.
Nella sua relazione introduttiva, il presidente del Consiglio cita più volte Marcello Pittella, il presidente della Basilicata, e Vincenzo De Luca, governatore della Campania. Ne loda i risultati, da Matera capitale a Melfi, dalla raccolta differenziata di Salerno agli sforzi per Bagnoli. Per Emiliano (così come per il presidente della Sicilia, Rosario Crocetta, alle prese però con difficoltà politiche oggettive), non una parola. E, invece, moltissime bacchettate: su Ilva, su Tap, sulle trivellazioni. Eppure l’ex sindaco di Bari si era avvicinato al banco della segreteria per stringere la mano a Renzi, che non sentiva né vedeva da prima che iniziasse la campagna elettorale, per tentare di recuperare posizioni. Ricavandone una freddezza ostentata, che non gli era sfuggita. Anche il parlamentare barese Dario Ginefra ne aveva perorato la causa invitando il segretario nazionale e il segretario regionale a scambiarsi un gesto che desse «plastica rappresentazione di una relazione diversa da quella delle romanzesche interpretazioni» dei giornalisti. Appello caduto nel silenzio gelido di Renzi.
Emiliano, è noto, prima e dopo il voto del 31 maggio aveva criticato aspramente il governo sulla riforma della scuola, aveva annunciato opposizione alla decisione di far approdare il gasdotto Tap sulla spiaggia di Melendugno, aveva giudicato mal scritto il penultimo e l’ultimo decreto Ilva (che consente il funzionamento di uno stabilimento per il quale non esclude la chiusura, posizione opposta a quella del governo), infine aveva annunciato ricorso contro le trivellazioni in Adriatico. Renzi non deve aver dimenticato nulla. Così come non deve aver gradito quell’ultima promessa – «scateneremo l’inferno del cambiamento» – con cui Emiliano aveva accolto l’annuncio di una direzione nazionale dedicata alla questione meridionale, intestandosi una sorta di battaglia da Sud (con il plauso di tantissimi amministratori meridionali che lo incitavano anche ieri alla pugna).
A dimostrare tutta l’insofferenza del premier, è appunto il suo discorso dal Nazareno. Parla della Puglia più volte. Ne cita i successi, dalla Mermec dell’amico Vito Pertosa alla sfida per Taranto annunciata dal ministro per i Beni culturali Franceschini. Rivendica gli sforzi del governo nel suo territorio. Cita perfino i «ragazzi di Proforma», l’agenzia barese di comunicazione alla quale egli stesso si affida, per «la bellissima campagna sul Tap con cui si dimostra che un gasdotto non pregiudica le potenzialità turistiche del territorio». Emiliano, che del Pd pugliese è segretario e che è stato eletto solo due mesi fa governatore, no, non merita incoraggiamento né considerazione. Per lui solo staffilate. Su Ilva. «Noi a Taranto ci siamo andati – rivendica Renzi – il decreto legge che tiene aperta quell’industria, con una battaglia quotidiana del tutto sottovalutata, è il numero 1 del 2015. Ma tutta l’attenzione è stata riservata alle interpretazioni normative». Su Tap. «So che ci sono opinioni diverse, ma si dovrebbe osservare che il gasdotto convive perfettamente con la spiaggia a Ibiza dove il turismo non è affatto crollato». Sulle trivellazioni. «Lo sblocca Italia non ha autorizzato alcuna trivella. Ma è possibile che dalla parte croata dell’Adriatico si intervenga e da quella italiana non si possa fare neppure ricerca?».
Ed Emiliano? Parla per quarto, poco dopo un galvanizzato De Luca, e sceglie il registro – non tanto consueto, per lui, ma fa parte della mutazione in corso - della prudenza. «Noi possiamo essere per te, presidente, uno strumento per risolvere la crisi economica italiana. Siamo a tua disposizione, delle questioni correntizie non ci frega niente. Se qualche volta osservo, da giurista, un’incongruenza non devi prendertela: sono un giurista. Noi siamo il frutto di sangue e sudore versato, non solo metaforicamente. In luoghi difficilissimi dove abbiamo portato la bandiera della civiltà attraverso il centrosinistra e il Pd, non possiamo essere convocati a bacchetta. Dobbiamo condividere strategia e visione. Poi vedrai di cosa siamo capaci». Chi, nella platea del Nazareno, si aspettava un Emiliano che «scassasse» tutto, forse è deluso. «Non sono pazzo – concede al termine della direzione – abbiamo incassato l’impegno a discutere di questione meridionale e a farlo prima di stabilire la spesa con la legge di stabilità. È molto. Andiamo avanti». (CdM)

martedì 2 giugno 2015

Amici di Tap???? I mostri di Puglia si uniscono!!!

Ilva: piano, in 2 anni zero perdite e piena occupazione

Azzerare le perdite tra il 2016 e il 2017, in modo da poter mettere subito l'azienda sul mercato. Rispettare il cronoprogramma degli investimenti ambientali e riassorbire praticamente tutta la forza lavoro nel giro di 18-24 mesi. La nuova Ilva, scrive Repubblica, disegna il nuovo piano industriale. E lo fa cento giorni dopo l'arrivo dei tre nuovi commissari straordinari (Piero Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba) nominati dal Governo per risanare l'azienda). "Il problema della cassa non e' di poco conto. Con la newco contiamo di arrivare nel 2015 a un miglioramento del risultato economico di circa il 20-30% rispetto allo scorso anno", ha spiegato il nuovo direttore generale di Ilva, Massimo Rosini. La societa' si sta inoltre proponendo come partner principale di Tap, il gasdotto che dovrebbe collegare l'Uzbekistan con il Salento. E sta spingendo anche su segmenti come gli elettrodomestici e l'automobile (dall'azienda smentiscono la rottura del rapporto con Fiat). "L'obiettivo -ha proseguito Rosini- e' tornare a produrre 8 mln di tonnellate come nel passato, rispettando pero' tutti gli standard ambientali". L'aumento della produzione permetterebbe anche il riassorbimento della forza lavoro. Oggi Ilva ha 4.000 lavoratori con contratti di solidarieta', il minimo storico della forza lavoro dell'azienda che conta su poco piu' di 11.000 persone. Ma, ha concluso Rosini, "gia' dalla meta' del 2016 e' previsto un progressivo rientro delle maestranze".(CdS)

martedì 7 ottobre 2014

Marcegami

Dall'Ilva al mega gasdotto gli affari segreti di Emma


Da una parte l'Ilva di Taranto, l'acciaieria che sta cercando una nuova vita dopo le vicende giudiziarie che hanno coinvolto la proprietà (famiglia Riva). Dall'altra il Tap, Trans adriatic pipeline, il progetto di gasdotto che dovrebbe far arrivare sulle coste del Salento il gas del Mar Caspio. Sotto traccia si stanno muovendo colossi energetici esteri e gruppi italiani, tutti intenzionati a spingere un piano che, secondo quanto è in grado di ricostruire il Giornale, si basa su uno scambio: l'esecutivo guidato da Matteo Renzi dà il via libera al progetto di gasdotto, cercando di abbattere le resistenze locali, e in cambio i grossi gruppi internazionali che sono dietro al Tap contribuiscono al salvataggio dell'Ilva mettendo in palio ricche commesse per il gruppo.
Soluzione apparentemente lineare, che però presenta nodi intricati. Un esempio? Da mesi in pole position per rilanciare l'Ilva, in cordata con i franco-indiani di ArcelorMittal, c'è il gruppo Marcegaglia, uno dei più importanti nella trasformazione dell'acciaio. Per realizzare il Tap ci vorranno centinaia di chilometri di tubi fatti proprio di acciaio. Esattamente gli stessi prodotti che Ilva e Marcegaglia avrebbero un grande interesse a fornire. Dettaglio per niente secondario: Emma Marcegeglia, che con il fratello Antonio è a capo del gruppo di famiglia, è anche presidente dell'Eni, colosso petrolifero che teoricamente dovrebbe partecipare con i russi di Gazprom alla realizzazione di un gasdotto concorrente, il South Stream. E qui il terreno minaccia di farsi sdrucciolevole con l'ombra lunga del conflitto d'interessi.
Ma chi c'è dietro al Tap? Gli azionisti rilevanti sono gli azeri di Socar (20%), gli inglesi di British Petroleum (20%), i norvegesi di Statoil (20%) e i belgi di Fluxys (19%). Sul piatto la realizzazione di un gasdotto da 870 chilometri che partirà dal confine tra Turchia e Grecia e approderà sulle coste del Salento, in località San Foca. L'obiettivo è far arrivare ogni anno in Italia 10 miliardi di metri cubi (eventualmente raddoppiabili) di gas proveniente dall'Azerbaijan (Mar Caspio). Da un punto di vista burocratico manca l'autorizzazione unica del ministero dello Sviluppo, oggi guidato da Federica Guidi, già presidente dei giovani di Confindustria nell'era Marcegaglia. È un'opera da 45 miliardi di dollari, inutile dire che ci sono commesse da far venire l'acquolina in bocca.
È proprio qui che si annoda il filo che porta all'Ilva. Il gruppo, oggi in mano al commissario Piero Gnudi (ex presidente Enel), perde a rotta di collo e deve effettuare interventi di risanamento ambientale per circa 1,8 miliardi di euro. In più deve cercare di garantire il futuro di 12mila dipendenti. La cordata ArcelorMittal-Marcegaglia, data in vantaggio per il coinvolgimento nel gruppo siderurgico, non ha nessuna intenzione di sborsare cifre simili. Di più, la Marcegaglia spa non vuole scucire un euro. Lo si apprende inequivocabilmente dall'ultimo bilancio 2013 («Si stanno valutando le migliori forme di partecipazione a un eventuale riassetto societario dell'Ilva», che però «non dovranno impegnare finanziariamente il gruppo»), più chiaro di così si muore. I franco-indiani e il gruppo Marcegaglia (ma anche eventuali pretendenti alternativi, tra cui gli altri indiani di Jindal e a quanto pare gruppi cinesi) vogliono la polpa buona dell'Ilva. Ma cosa ne guadagna l'acciaieria?
Il Giornale ha parlato con fonti che stanno sviluppando il dossier. Nessuno se la sente di uscire allo scoperto, ma il disegno riferito è chiaro. Il Tap ha bisogno di 800 chilometri di tubi, di cui 105 per il passaggio sotto l'Adriatico e 8 per il percorso in Italia. L'Ilva già adesso ha diversi tubifici nello stabilimento di Taranto. Il gruppo Marcegaglia, da tempo partner dell'Ilva, tra le altre cose è specializzato nella fornitura di tubi. Il gioco sarebbe fatto. Solo nei prossimi mesi si vedrà fino a che punto potrà svilupparsi.
Di certo già adesso emerge qualche contorno anomalo. Come conciliare con la posizione dell'Eni il fatto che la sua presidente si appresterebbe a fare affari fornendo tubi al Tap, ovvero al gasdotto concorrente rispetto al South Stream sviluppato dal Cane a sei zampe? Tanto più che la posizione della Marcegaglia al vertice del colosso energetico era già stata collegata al rischio di conflitto d'interessi in quanto la società di famiglia è un gruppo energivoro. E chissà che l'operazione non possa preludere a futuri colpi di scena. Non è una novità che il progetto South Stream non stia attraversando un grande momento. E magari l'Eni potrebbe aver buttato un occhio sul gasdotto destinato ad approdare sulle coste del Salento. Ma anche in quel caso, se è destinato a diventare fornitore del Tap, il gruppo Marcegaglia non sarebbe in una posizione da manuale. (IlGiornale)

mercoledì 16 luglio 2014

Industriali ridicoli coi loro giornaletti e giornalai

Ora sta a vedere che Taranto sta messa male per colpa degli ambientalisti?
Gli industriali italiani, i peggiori al mondo nel loro paese, utilizzano il loro giornalino di partito e il solito Palmiotti(no), tuttofare scodinzolino, per lanciare questa grande verità: 

"le deiezioni e le flatulenze prodotte ogni giorno da qualche centinaio di ambientalisti  hanno generato il più alto carico di diossine immesso nell'aria in Europa, hanno reso interi bacini marini inutilizzabili, hanno causato il divieto di pascolo e di raccolto entro un'area di chilometri, e provocano persino morti premature per tumori e malattie cardiovascolari!"

Accidenti! Ma che mangiano questi ambientalisti?
Per fortuna che c'è confindustria che tiene tutto pulito e assicura tanti posti di lavoro a tutti.
L'industria a Taranto, si sa, da sempre assicura livelli di qualità della vita da primi posti in classifica.
Fa crescere il verde ovunque e sponsorizza ospedali e cultura.
Come faremmo senza le industrie pesanti a Taranto?
Ma si, che poveri idioti che siamo!
Perché ci ostiniamo a rifiutare tutte quelle tonnellate di petrolio e 100 petroliere "pulite" che vengono a portare a Taranto profumi e margherite?

Scusate se abbiamo osato opporci al "progresso".
Dai, non vi offendete più, venite, venite, venite...
anzi,
come si dice qui... 
sciatevene affan....!!!

In Puglia enti locali e ambientalisti contro i progetti di Taranto e del Salento


Veti e polemiche continuano a sbarrare il passo in Puglia a due grandi progetti collegati alle fonti energetiche: il gasdotto Tap nel Salento, a San Foca, e la base logistica a Taranto del giacimento petrolifero lucano di Tempa Rossa. Se nel Salento scatenano un fuoco di fila le sponsorizzazioni con le quali la società Tap, in attesa del via libera al gasdotto dall'Azerbajian, ha deciso di sostenere una serie di eventi per l'estate impegnando 350mila euro, a Taranto, invece, il Consiglio comunale fa scattare un nuovo il semaforo rosso al progetto che vede l'Eni e la raffineria partner logistici delle compagnie Shell e Total.
"Il Consiglio comunale di Taranto decide di rinunciare ad un investimento su Taranto pari a 300 milioni di euro mentre la raffineria rischia di chiudere e l'economia precipita": cosí protesta Confindustria Taranto che stigmatizza "fortemente la linea adottata dal Comune", sottolinea "la valenza del progetto Tempa Rossa" e chiede alla Regione Puglia di "sostenere opportunità che altrove, in Sicilia e non solo, vengono sostenute e portate avanti da intere comunità e che qui a Taranto vengono respinte in nome di un ambientalismo in gran parte ormai solo ideologico, approssimativo e purtroppo ostativo di ogni progetto di sviluppo".
In effetti lo scenario di Taranto è denso di nubi minacciose: c'è una pesante crisi di liquidità all'Ilva, non si sa che futuro avrà l'industria dell'acciaio, Tempa Rossa è osteggiato, la nuova infrastrutturazione del porto, nella parte che riguarda il terminal container di Evergreen, é bloccata da mesi da un conflitto prima al Tar e ora al Consiglio di Stato. I sindacati dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil scrivono al ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, e segnalano una situazione "drammatica" per circa mille lavoratori "impiegati nel porto di Taranto che vedono continuamente rinviato il rilancio delle attività portuali e di logistica conseguenti alla realizzazione delle opere infrastrutturali".
"Taranto - denuncia Confindustria - arretra sempre più, schiacciata dall'ostruzionismo tout-court di alcune associazioni ambientaliste che si oppongono ai progetti di sviluppo e, peggio ancora, della stessa amministrazione comunale, completamente in balìa di un sentimento antindustrialista diffuso e immotivato che rischia di condurre al totale default di un'intera città". "Il rischio di deindustrializzazione più volte paventato si fa pertanto sempre più tangibile, e, quel che è peggio, nella pressochè totale indifferenza dell'ente deputato a decidere delle sorti della città" denuncia ancora Confindustria Taranto contestando il no del Comune.
Dall'aumentato traffico di navi che faranno scalo a Taranto per caricare il greggio che da Tempa Rossa arriverà attraverso un oleodotto, il Comune teme piú inquinamento, maggiori rischi di sversamento in mare e nuovi pericoli ambientali. Di qui il no dell'ente locale, una posizione che alla fine si è saldata con quella dei movimenti ambientalisti più radicali. Invece, evidenzia Confindustria Taranto, "Tempa Rossa comporterebbe una presenza di 90 navi petroliere in più (con criteri di massima sicurezza) nel corso di tutto l'anno. Un numero certo ben lontano dai rischi di affollamento che si vorrebbero far passare come motivazione per il no. Al contrario - sostiene ancora Confindustria Taranto - si verrebbe a creare una movimentazione del porto che conferirebbe allo scalo l'operatività e la competitività da sempre invocate e già fortemente a rischio per il ridimensionamento del centro siderurgico, che da solo nel porto movimenta senza alcun problema oltre 800 navi all'anno". A ciò, infine, si aggiunga che il progetto Tempa Rossa "si presenta al momento strettamente connesso alla permanenza a Taranto della stessa raffineria, che attraverso la realizzazione dell'oleodotto aumenterebbe i livelli di competitività" e acquisirebbe "un'importanza strategica nello scacchiere delle raffinerie in Italia, allontanando i paventati rischi di chiusura".
Nel Salento, invece, i 350mila euro di sponsorizzazioni messi a disposizione da Tap a favore di una serie di eventi estivi vengono giudicati dal fronte del no al gasdotto, ma anche da molti amministratori locali, come un tentativo di acquisire e condizionare il consenso. Si insiste quindi nel giudicare il progetto "devastante" per l'ambiente e se ne chiede lo stop definitivo forti anche del no già espresso dal comitato tecnico della Regione Puglia. "Nessuna strumentalizzazione" replica l'ad di Tap Italia, Giampaolo Russo, a proposito dei 350mila euro stanziati. "Riceviamo in media tre richieste di sponsorizzazione al giorno - aggiunge -. Non si tratta di elargizioni, nè di un'operazione simpatia, ma di un modo per fare conoscere Tap e il suo logo al Salento. Non pensiamo che si possa comprare certamente il consenso del territorio con la sponsorizzazione di un evento. Vogliamo solo dare un contributo concreto e mirato allo sviluppo sostenibile del Salento, partendo dalla compatibilità del nostro progetto col territorio e la sua vocazione". E sul progetto del gasotto, che nel Salento avrà uno sviluppo di pochi chilometri, Russo sottolinea: "Tap è fiduciosa nell'esito positivo della procedura di approvazione del progetto di gasdotto ormai in dirittura d'arrivo presso il ministero dell'Ambiente. La scelta preferita di approdo resta San Foca (marina di Melendugno) ma la società è disponibile a valutare altri approdi se ci fosse la fattibilità tecnica e la condivisione politica del progetto". (Sole24h)