Bolognetti: Sindaco Stefano, onori il suo ruolo di garante della salute pubblica e garantisca il diritto a conoscere per deliberare
Di Maurizio Bolognetti, Direzione Nazionale Radicali Italiani
Mentre cittadini e associazioni ambientaliste continuano a segnalare l’emissione in atmosfera di sostanze tossiche, provenienti dalle raffinerie Eni di Taranto, il primo cittadino Stefano sembra essere stato colto da un grave attacco di afasia. Gioverà ricordare al Sindaco Stefano che in base a quanto previsto dall’art.50 comma 5(Competenze del sindaco e del Presidente della Provincia) e dall’art.54 comma 2(attribuzioni del sindaco nei servizi di competenza statale) del Decreto legislativo 267/2000, il Sindaco ha l’onere di garantire la tutela della salute pubblica. La persistente condizione di inadeguatezza degli impianti Eni, denunciata dal Comitato Legamjonici, oltre a comportare l’emissione incontrollata di sostanze nocive, si traduce in un’esposizione della popolazione al rischio connesso ad un “incidente rilevante”. Le raffinerie Eni, così come gli stabilimenti Ilva, non a caso sono soggetti alla normativa “Seveso bis/ter”.
Con sgomento apprendiamo che la città di Taranto non dispone di un piano di emergenza esterno aggiornato che tuteli la popolazione da eventuali incidenti e che, in spregio a quanto previsto dall’art.20 della “Seveso bis”, non è mai stata avviata una seria campagna informativa.
A quanto pare a Taranto, come nella val d’Agri, anziché applicare le leggi si preferisce interpretarle o peggio violarle. Eppure, i commi b e c dell’art. 20 della 334/99 parlano chiaro e non possono essere soggetti a interpretazioni di sorta. In essi si afferma che occorre “mettere in atto le misure necessarie per proteggere l’uomo e l’ambiente dalle conseguenze di incidenti rilevanti” e che occorre “informare adeguatamente la popolazione e le autorità competenti.”
Evidentemente quanto avvenuto presso lo stabilimento ICMESA di Seveso nel luglio del 1976 non ha insegnato nulla, e per mantenere intatta la nostra reputazione di “Stato Canaglia” sul fronte della tutela ambientale preferiamo continuare a disattendere direttive europee recepite con il consueto ritardo dalla nostra legislazione.
Alla luce delle violazioni che vanno emergendo in queste ore, riteniamo di dover sottoscrivere la richiesta di chiusura degli impianti Eni di Taranto, formulata dal Comitato Legamjonici.
Le nuvole nere che in queste ore sono andate ad arricchire il cocktail di veleni, che quotidianamente viene messo a disposizione dei tarantini, sono figlie di un sistema che nega legalità, giustizia, democrazia e diritto alla conoscenza. E come sempre, per dirla con Marco Pannella: “La strage di legalità ha per inevitabile corollario la strage di popoli”.
Ironia della sorte è proprio l’Eni ad intrattenersi sui tassi di mortalità a Taranto e dintorni in uno studio di impatto ambientale redatto nel gennaio del 2011.
Nel sopra citato documento è dato leggere: “Considerando la mortalità come indicatore dello stato di salute della popolazione emerge che la popolazione residente nella città di Taranto, incluso anche il comune di Statte, mostra già all’inizio degli anni settanta, evidenti eccessi di mortalità per tutte le cause, per tutti i tumori e per specifiche patologie, verosimilmente associabili ad esposizioni lavorative, quali tumore al polmone, alla pleura, alla vescica, o associabili a particolari stili di vita quali la cirrosi. La mortalità per le altre patologie quali tutte le malattie dell’apparato respiratorio e la polmonite, associabili sia all’abitudine al fumo sia ai livelli elevati di inquinamento atmosferico, erano invece nel passato a livelli più bassi e stanno rapidamente aumentando”.
Premesso che le valutazioni dell’Eni sono basate su dati Istat 2004, verrebbe da chiedere a Scaroni e Riva se tra i “particolari stili di vita” occorra annoverare anche l’assuefazione a respirare e a ingerire diossine, Ipa, Nox, Benzene,So2, NMVOC(composti organici), cadmio, arsenico, nichel e chi più ne ha più ne metta. Di pecore e cozze dedite a bacco e a tabacco ne abbiamo viste davvero poche, ma con certezza possiamo affermare che a Taranto l’unica legge antifumo applicabile dovrebbe prevedere il divieto di respirare. (Radicali.it)
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lunedì 8 agosto 2011
sabato 30 luglio 2011
Taranto: chi di cozza ferisce di cozza perisce. Lo strano caso del repentimo accumulo di diossine e Pcb negli allevamenti del Mar Piccolo.
fonte: radicali Italiani
La vicenda delle cozze alla diossina allevate nel Mar Piccolo di Taranto oscilla tra il kafkiano e il surreale. Nel gennaio del 2011, analisi effettuate dal fondo antidiossina rilevarono una presenza di PCB e Diossine superiore ai limiti previsti dalla legge. Il ministro Fazio, onorando l’italico tuttappostismo, si affrettò a dichiarare: “Escludiamo rischi per la salute dei consumatori”. Nemmeno il tempo di commentare la vicenda, rivolgendo qualche opportuna domanda, che sulla testa degli interroganti si scatena un fuoco di fila nutrito dalle consuete accuse di allarmismo, irresponsabilità, minacce di querela e tutto il noto armamentario di chi è attrezzato da tempo a negare anche l’evidenza. “Le cozze di Taranto sono sane e non c’è rischio contaminazione”, tuona la Confcommercio. L’associazione di categoria si affretta a spiegare che i mitili sono “al riparo dal rischio di contaminazione”, in quanto allevati in sospensione e che le cozze cattive sono solo quelle proibite prelevate sui fondali. Intanto, le analisi di Matacchiera e Marescotti parlano chiaro: 13,5 picogrammi di PCB e Diossine nelle cozze pescate sui fondali, a fronte di un limite di 8 picogrammi. Negare, negare, sempre negare. Ma a parlare non è solo la Confcommercio. Il 13 gennaio, a margine del consueto tavolo tecnico con Asl e Arpa, convocato dal governatore Vendola, l’assessore all’Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro, tranquillizza gli avvelenati, vessati, asfissiati abitanti di Taranto attraverso un’intervista rilasciata ad Antenna Sud nella quale dichiara: “Non ci sono motivi di allarme e di allarmismo men che meno”. A ruota interviene l’assessore alla Sanità Tommaso Fiore, che tranquillizza affermando che le cozze sono soggette a controlli periodici e che chi di cozza ferisce di cozza perisce.
Nemmeno sei mesi ed eccoci di nuovo in piena “emergenza” cozze. Colpo di scena e contrordine compagni. In pochi mesi si è verificato un repentino accumulo di veleni che ha reso inappetibili anche le cozze allevate in sospensione negli allevamenti del primo seno del Mar Piccolo. Dalle cronache emergono notizie frammentarie, dalle quali, però, ricaviamo alcune certezze. Da analisi condotte dall’Istituto Zooprofilattico di Teramo emerge una contaminazione da PCB-Diossine pari a 10,5 picogrammi. Il 22 luglio, l’Asl di Taranto con l’ordinanza 1989 dispone il blocco del prelievo e della movimentazione di tutti i mitili allevati nel primo seno del Mar Piccolo, gettando nella disperazione 24 mitilicoltori. Il 25 luglio, si riunisce il consueto tavolo tecnico, che non può far altro che prendere atto della situazione. Questa volta nessuna accusa di allarmismo o sabotaggio può essere rivolta ai biechi ambientalisti.
La vicenda delle cozze alla diossina allevate nel Mar Piccolo di Taranto oscilla tra il kafkiano e il surreale. Nel gennaio del 2011, analisi effettuate dal fondo antidiossina rilevarono una presenza di PCB e Diossine superiore ai limiti previsti dalla legge. Il ministro Fazio, onorando l’italico tuttappostismo, si affrettò a dichiarare: “Escludiamo rischi per la salute dei consumatori”. Nemmeno il tempo di commentare la vicenda, rivolgendo qualche opportuna domanda, che sulla testa degli interroganti si scatena un fuoco di fila nutrito dalle consuete accuse di allarmismo, irresponsabilità, minacce di querela e tutto il noto armamentario di chi è attrezzato da tempo a negare anche l’evidenza. “Le cozze di Taranto sono sane e non c’è rischio contaminazione”, tuona la Confcommercio. L’associazione di categoria si affretta a spiegare che i mitili sono “al riparo dal rischio di contaminazione”, in quanto allevati in sospensione e che le cozze cattive sono solo quelle proibite prelevate sui fondali. Intanto, le analisi di Matacchiera e Marescotti parlano chiaro: 13,5 picogrammi di PCB e Diossine nelle cozze pescate sui fondali, a fronte di un limite di 8 picogrammi. Negare, negare, sempre negare. Ma a parlare non è solo la Confcommercio. Il 13 gennaio, a margine del consueto tavolo tecnico con Asl e Arpa, convocato dal governatore Vendola, l’assessore all’Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro, tranquillizza gli avvelenati, vessati, asfissiati abitanti di Taranto attraverso un’intervista rilasciata ad Antenna Sud nella quale dichiara: “Non ci sono motivi di allarme e di allarmismo men che meno”. A ruota interviene l’assessore alla Sanità Tommaso Fiore, che tranquillizza affermando che le cozze sono soggette a controlli periodici e che chi di cozza ferisce di cozza perisce.
Nemmeno sei mesi ed eccoci di nuovo in piena “emergenza” cozze. Colpo di scena e contrordine compagni. In pochi mesi si è verificato un repentino accumulo di veleni che ha reso inappetibili anche le cozze allevate in sospensione negli allevamenti del primo seno del Mar Piccolo. Dalle cronache emergono notizie frammentarie, dalle quali, però, ricaviamo alcune certezze. Da analisi condotte dall’Istituto Zooprofilattico di Teramo emerge una contaminazione da PCB-Diossine pari a 10,5 picogrammi. Il 22 luglio, l’Asl di Taranto con l’ordinanza 1989 dispone il blocco del prelievo e della movimentazione di tutti i mitili allevati nel primo seno del Mar Piccolo, gettando nella disperazione 24 mitilicoltori. Il 25 luglio, si riunisce il consueto tavolo tecnico, che non può far altro che prendere atto della situazione. Questa volta nessuna accusa di allarmismo o sabotaggio può essere rivolta ai biechi ambientalisti.
Chissà cosa penserebbero Nicastro, Fiore e Fazio della dottoressa Catherine Leclercq, ricercatrice di primo livello e responsabile del programma di “Sorveglianza del rischio alimentare” presso l’Inram(Istituto Nazionale per la ricerca sugli alimenti e la nutrizione), se sapessero che la Leclercq, a costo di apparire “allarmista”, ha risposto ad una domanda sulla pericolosità dei PCB affermando che trattasi di sostanze cancerogene per l’essere umano anche se assunte in piccolissime quantità.
Alla luce di quanto avvenuto in questi mesi, verrebbe voglia di cambiare il titolo di un noto successo di Elio e le storie tese in “La terra delle cozze”, e verrebbe anche da interrogarsi sulla resistenza manifestata dalla Giunta Vendola alle grida di dolore provenienti da una città letteralmente martoriata da ogni sorta di sostanze tossico-nocive.
La verità è che mentre le perfide cozze del Mar Piccolo si ingozzavano di veleni per far dispetto a Nicastro e Fiore, il compagno Nicky cantava la sua Puglia in un’intervista pubblicata sulla rivista “Il Ponte”, edita da Ilva Spa. E mentre associazioni e comitati si dannavano l’anima a denunciare il quotidiano avvelenamento di tutte le matrici ambientali, lo stesso Nicky era impegnato a stanziare soldi – tanti – per il San Raffaele di Taranto. Forse il buon Vendola, già in odore di santità, mossosi a compassione e dopo aver fatto una telefonata al pio Riva per chiedergli se fosse sempre credente, avrà pensato di tradurre il diritto alla salute nel diritto all’ennesimo ospedale, puntando sul fatto che di questo passo, ahinoi, a Taranto la materia prima sarà sempre più abbondante.
La verità è che mentre le perfide cozze del Mar Piccolo si ingozzavano di veleni per far dispetto a Nicastro e Fiore, il compagno Nicky cantava la sua Puglia in un’intervista pubblicata sulla rivista “Il Ponte”, edita da Ilva Spa. E mentre associazioni e comitati si dannavano l’anima a denunciare il quotidiano avvelenamento di tutte le matrici ambientali, lo stesso Nicky era impegnato a stanziare soldi – tanti – per il San Raffaele di Taranto. Forse il buon Vendola, già in odore di santità, mossosi a compassione e dopo aver fatto una telefonata al pio Riva per chiedergli se fosse sempre credente, avrà pensato di tradurre il diritto alla salute nel diritto all’ennesimo ospedale, puntando sul fatto che di questo passo, ahinoi, a Taranto la materia prima sarà sempre più abbondante.
Dopo l’ennesima beffa consumata sulla pelle dei tarantini, materializzatasi con il parere positivo in fase istruttoria all’AIA(Autorizzazione Integrata Ambientale) richiesta dall’Ilva, ecco che il dramma si trasforma ancora una volta in farsa: il 26 luglio, a ridosso del divieto emanato dalla Asl di Taranto, la Regione Puglia annuncia di voler istituire un marchio di qualità per i gustosi mitili tarantini, ovviamente solo per quelli ubicati “in zone ritenute idonee”. Tutte le altre cozze, ha annunciato il governatore di tutte le puglie, saranno deportate all’interno degli stabilimenti dell’Ilva e delle raffinerie Eni; le più fortunate finiranno alla Cementir.
Domanda: ma se continuiamo così, quando si potrà mettere un marchio di qualità sull’aria respirata a Taranto? E soprattutto, se gli infelici mitili potranno magari emigrare in specchi di mare meno inquinati, dove mai potranno andare i disgraziati abitanti del quartiere Tamburi?
Domanda: ma se continuiamo così, quando si potrà mettere un marchio di qualità sull’aria respirata a Taranto? E soprattutto, se gli infelici mitili potranno magari emigrare in specchi di mare meno inquinati, dove mai potranno andare i disgraziati abitanti del quartiere Tamburi?
Di Maurizio Bolognetti, Direzione Nazionale Radicali Italiani
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