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giovedì 15 ottobre 2015

Ma come, il problema di Massafra non era il traffico?

M5S chiede scioglimento Provincia di Taranto per infiltrazioni mafiose

“Questa mattina, insieme ai parlamentari Buccarella, Donno, De Lorenzis, Lezzi e all’europarlamentare D’Amato, abbiamo inviato una richiesta al Prefetto di Taranto per richiedere lo scioglimento del Consiglio Provinciale di Taranto e dei Consigli Comunali tarantini coinvolti, in particolare quelli di Massafra, Castellaneta, Monteiasi e Lizzano. Il 30 Luglio 2015 è stata adottata nei confronti della società Avvenire una informazione antimafia interdittiva, viste le relazioni della locale Direzione Investigativa Antimafia di aprile e giugno 2015, condivise dal Gruppo Ispettivo Antimafia in data 23 luglio, dalle quali emergerebbe un complessivo quadro di pericolosità in senso oggettivo circa l’esistenza di infiltrazioni mafiose e della sussistenza di un collegamento, o per lo meno di un condizionamento, dell’impresa in argomento Avvenire Srl con le organizzazioni mafiose. In data 16 Settembre 2015 il Direttore dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone dichiarava: “I boss controllano la raccolta dei rifiuti in molte città”, tanto che a Massafra pare che un capo clan sia stato assunto dalla cooperativa “Avvenire” con ruoli di responsabilità; ciò gli ha addirittura permesso di salire sul palco di un’assemblea pubblica, con mezza amministrazione comunale al fianco, a parlare di raccolta rifiuti.
‘Dalle verifiche eseguite dalla prefettura’, si legge nell’atto notificato dallo stesso magistrato nelle scorse settimane, ‘risulta che Avvenire abbia in corso di esecuzione un rilevante numero di contratti presso molteplici enti locali’. ‘La ditta Avvenire’, si legge ancora, ‘gestisce il servizio in Enti locali pugliesi e locali non solo tarantini ed in particolare: Tursi, Laterza, Lizzano, Castellaneta, Monteiasi, Noci, Putignano, Grumo Appula, Zapponeta, Isole Tremiti e Montescaglioso’. Comuni in cui, sempre secondo Cantone, in nessuna maniera si può continuare a lavorare con il vecchio management, viste le infiltrazioni. E ‘casualmente’ sono proprio molti dei dirigenti dei comuni tarantini sopra citati che oggi ricoprono o hanno ricoperto incarichi di responsabilità all’interno dell’ARO 3/TA. Il Sindaco del Comune di Massafra, Martino Tamburrano è, infatti, attualmente Presidente della Provincia di Taranto ma è stato Presidente Ato e Presidente ARO 3/TA. Inoltre, vicepresidente dello stesso ARO 3/TA, di cui il Comune di Massafra è capofila, è il sindaco del Comune di Castellaneta Avv. Giovanni Gugliotti, mentre le posizione di Responsabile dell’Ufficio comune e di Segretario dello stesso ARO sono state rispettivamente occupate dall’arch. Aldo Caforio, dipendente del Comune di Castellaneta e dalla dott.ssa Lucia D’Arcangelo, segretario generale del Comune di Massafra.
Pertanto abbiamo questa mattina inoltrato una richiesta al Prefetto di Taranto per chiedere se non ci siano le condizioni per lo scioglimento del Consiglio Provinciale di Taranto e dei Consigli Comunali tarantini coinvolti, in particolare quelli di Massafra, Castellaneta, Monteiasi e Lizzano, così come prescritto dai co. 1 e 2 dell’art. 143 dello stesso D. Lgs. 267/2000. La situazione è ormai diventata insostenibile ed inaccettabile e vanno presi dei provvedimenti seri ed urgenti. Proprio qualche giorno fa abbiamo depositato la proposta di Legge per istituire una commissiona Antimafia, volta soprattutto a combattere il fenomeno eco mafioso. Vorremmo ricordare che la Regione Puglia è sul podio per reati ambientali, classificandosi così come la Regione più ecomafiosa d’Italia. E’ arrivata l’ora di contrastarla seriamente: il gioco degli appalti deve finire”. (Statoquotidiano)

giovedì 24 settembre 2015

Scambio di favori

Ilva, rifiuti smaltiti in una discarica interdetta per mafia

Un’inchiesta del Corriere della Sera svela un retroscena sullo smaltimento dei rifiuti da parte dell’Ilva. Finivano in una discarica siciliana interdetta per mafia.
Ad aprile la prefettura di Siracusa aveva interdetto la Cisma Ambiente, proprietaria di una discarica nel comune di Melilli. Motivo: pericolo di condizionamento da parte della criminalità organizzata. Nella stessa discarica, una settimana dopo, arrivano 9 mila tonnellate di polverino d’altoforno, scarto di lavorazione non pericoloso. Provengono dall’Ilva di Taranto.
Come riporta il Corriere, oltre il 53% del gruppo Cisma è detenuto dalla Paratore Srl, che possiede quote fino al 63% del totale. Al timone, Antonino Paratore, amministratore unico della società e responsabile della Paradivi Servizi, che si occupa di trasporto e smaltimento rifiuti, ed è fornitore delle multinazionali del petrolio del polo industriale siracusano.
Il contratto con l’Ilva viene firmato il 26 marzo, quindi prima dell’interdizione. Un collaboratore di giustizia, Santo La Causa, parla di Nino Paratore come socio di Maurizio Zuccaro, boss all’ergastolo, nipote di Nitto Santapaola. Secondo La Causa, quando Paratore controllava la Tecnoservice, società amministrata dalla moglie, aveva pensato di cedere per dedicarsi con Zuccaro al settore delle discariche di rifiuti speciali. Tutto smentito dagli avvocati della Cisma. Ci sono dipendenti della Tecnoservice parenti del boss, questo è certo, ma il ruolo di Paratore non risulta chiaro, sebbene i suoi legali affermino che mai prove o intercettazioni lo legano al boss.
A fine giugno il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Sicilia sospende in via cautelare delle richieste delle informative prefettizie di Siracusa e Catania. Il Corriere riferisce le parole di Francesco Paolo Giordano, procuratore capo di Siracusa, che dichiara che al momento è in corso la verifica sul carico di polverino. Poteva essere trasportato a Melilli?
In particolare, alcune prescrizioni regionali impongono che, essendo l’aria ad alto rischio ambientale, la discarica avrebbe dovuto dare priorità ai rifiuti provenienti dai comuni di Augusta, Floridia, Melilli, Priolo Gargallo, Siracusa e Solarino. Tutte limitazioni che per la difesa sono antigiuridiche e non esistono, limitazioni che sono soltanto impegni, non norme.
Interpellato dagli ambientalisti, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti aveva risposto alla Camera che il trasporto dei rifiuti in Sicilia era una soluzione temporanea in vista del completamento dell’impianto di smaltimento interno agli stabilimenti di Taranto.(Greenbiz)

martedì 7 ottobre 2014

Illegale non è bello!



Libera: "preoccupati per illegalità diffusa e ramificata"

L'operazione Alias, condotta nelle scorse ore dalle forze dell'ordine, riaccende i riflettori su un tema troppo spesso sottovalutato: l'infiltrazione dei gruppi criminali nelle attività economiche, politiche e sociali cittadine.
Il coordinamento tarantino di "Libera: associazioni, nomi e numeri contro le mafie", accanto al plauso per gli agenti di Polizia che hanno arrestato i presunti appartenenti al clan criminale, esprime la più profonda preoccupazione per le situazioni di illegalità diffusa.
Le recenti indagini hanno accertato quanto il potere malavitoso fosse ramificato e radicato in città. Accanto alla violenza criminale più efferata sono tanti i comportamenti mafiosi che tutti i giorni si verificano.
Racket, usura, spaccio di sostanze stupefacenti, raccomandazioni sono solo alcuni dei fenomeni con cui i gruppi di potere malavitosi marcano la loro influenza sul territorio.
È necessario sviluppare una questione morale che interessi tutti i settori del vivere in comunità, in particolare la politica.
La legalità non può essere considerata un intralcio ma costituisce un fattore indispensabile per lo sviluppo del Paese. Soprattutto in un momento delicato come questo "Libera" Taranto invita all'attuazione, da parte del mondo politico ed istituzionale, di provvedimenti che incentivino il rispetto delle regole e garantiscano i diritti fondamentali delle persone.
Il coordinamento ionico chiede, inoltre, all'amministrazione comunale di eliminare quelle situazioni di illegalità che ancora persistono, che la trasparenza caratterizzi gli atti amministrativi e che si proceda a gare pubbliche soprattutto in quei casi in cui i contratti o convenzioni sono scaduti o prorogati da anni. Così sarà possibile creare quegli anticorpi indispensabili per combattere l'illegalità, la corruzione, le mafie.
Libera, infine, auspica il superamento del muro di omertà e la piena collaborazione tra cittadini e forze dell'ordine per garantire i criminali alla giustizia.
 
Luca Caretta - Addetto stampa Libera Taranto

Chi c'è tra gli arresti "eccellenti"?

Fabrizio Pomes, presidente CORDA FRATRES Soc. Coop. Sociale a r.l. concessionaria del Centro Sportivo Magna Grecia. Ex segretario provinciale del nuovo Psi, poi sostenitore del centrodestra, infine promotore della lista “La Puglia per Vendola/PSI” e a sostegno della rielezione di Ezio Stefàno, nel 2012.
CORDA FRATRES gestisce "e.MOTIVA.mente", affidatogli dal comune con  “procedura abbreviata” il primo Laboratorio Urbano di Grottaglie, finanziato da Bollenti Spiriti, Regione Puglia.Grottaglie, sito in Via Mastropaolo Corrado 125, inaugurato il 19 dicembre 2009.
CORDA FRATRES gestisce anche il laboratorio urbano “The Factory Urban Lab Mottola, finanziato nell’ambito del bando regionale Bollenti Spiriti ed inaugurato lo scorso 18 dicembre 2010, nell’ex caserma dei Carabinieri.

Blitz antimafia a Taranto scacco ai clan, 52 arresti «Il boss ordinò omicidio»


Tra i 52 arrestati dalla Squadra mobile di Taranto nell’ambito di un inchiesta coordinata dalla Dda di Lecce c'è anche Nicola De Vitis, già condannato il via definitiva a 25 anni di reclusione per l’omicidio di Cosima Ceci, la madre dei Modeo, il clan che ha imperversato nella provincia jonica pugliese tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta.
De Vitis, che era in regime di semilibertà dopo aver scontato 18 anni di carcere, ora viene accusato di essere il mandante dell’omicidio di Tonino Santagato, di 57 anni, ucciso il 29 maggio del 2013 in via Mazzini, per il quale sono stati condannati a 30 anni di reclusione con il rito abbreviato i fratelli Giovanni e Salvatore Pascalicchio. La vittima fu raggiunta da cinque colpi di pistola perchè avrebbe cercato di impedire ai due fratelli di vendere le cozze in una zona situata nei pressi della sua abitazione.
Oggi l’ordinanza è stata notificata anche al pregiudicato Salvatore Scarcia, di Policoro (Matera), ritenuto responsabile della detenzione finalizzata allo spaccio di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti.
I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal gip del Tribunale di Lecce Alcide Maritati su richiesta del pubblico ministero Alessio Coccioli.
L'operazione, ribattezzata Alias, riguarda presunti appartenenti a organizzazioni legate ai clan D'Oronzo - De Vitis accusate di associazione mafiosa, traffico di droga, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi.
Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile, hanno accertato che il gruppo criminale operava su Taranto con forti articolazioni a Verona e Sassari. Attualmente solo due persone risultano irreperibili.
Il Capo della Polizia, Prefetto Alessandro Pansa, ha telefonato al Questore di Taranto complimentandosi con le donne e gli uomini della Polizia di Stato impegnati nell’attività investigativa che ha portato all’esecuzione di 52 misure cautelari nei confronti di appartenenti al clan D’Oronzo-De Vitis, ringraziando anche personalmente il Procuratore della Dda di Lecce Cataldo Motta.
COSì I CLAN SI RIORGANIZZAVANO
Il clan De Vitis-D’Oronzo, protagonista alla fine degli anni Ottanta di una sanguinosa guerra di mala contro il gruppo capeggiato dai fratelli Riccardo e Gianfranco Modeo, si stava riorganizzando per tornare a gestire le attività illecite, in particolare le estorsioni e il traffico di droga, nella città di Taranto.
Lo hanno sottolineato nel corso di una conferenza stampa il procuratore della Dda di Lecce, Cataldo Motta, il sostituto procuratore nazionale antimafia Francesco Mandoi e il questore di Taranto, Enzo Mangini, che hanno illustrato i particolari dell’inchiesta che ha portato all’emissione di 52 ordinanze di custodia cautelare (49 in carcere e tre ai domiciliari), 50 delle quali già eseguite.
All’appello mancano due indagati, uno dei quali si trova attualmente in Inghilterra, l’altro risiede a Verona. Tra le persone arrestate ci sono diverse vecchie conoscenze delle forze dell’ordine, a cominciare dal boss Orlando D’Oronzo (soprannominato 'Fratello grandè), che si trovava in soggiorno obbligato in Sardegna, e da Nicola De Vitis (soprannominato 'Fratello piccolò), scarcerato dopo una condanna per omicidio e sottoposto al regime di semilibertà nella città di Verona.
Sono loro, secondo gli inquirenti, che avevano ripreso i fili dell’organizzazione un tempo gestita da Antonio Modeo, detto il Messicano, e Salvatore De Vitis, in contrapposizione al clan Modeo. Ma il sodalizio criminoso, oltre a rigenerarsi, aveva cambiato anche 'immaginè. L’obiettivo era quello di mantenere un profilo basso, senza episodi eclatanti, per “allontanare - ha spiegato Mandoi – l'indignazione sociale verso il fenomeno mafioso”.
L'IMPRENDITORE IN AFFARI COL COMUNE
Tra le persone arrestate nell’inchiesta che ha sgominato il clan D’Oronzo-De Vitis c'è l'imprenditore Fabrizio Pomes, già presidente del Centro sportivo Magna Grecia ed ex segretario provinciale del nuovo Psi, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Secondo gli inquirenti, Pomes avrebbe fiancheggiato l’organizzazione capeggiata dal boss Orlando D’Oronzo, creando per la gestione della struttura comunale cooperative di cui facevano parte anche due pregiudicati condannati per associazione mafiosa. La gara d’appalto fu bloccata e trasformata in proroga del servizio.
Il procuratore di Lecce, Cataldo Motta, illustrando i dettagli dell’inchiesta, ha censurato anche il comportamento dell’amministrazione comunale che ha consentito la gestione alla cooperativa riferita a Pomes, non procedendo ai dovuti accertamenti e nonostante “episodi di morosità”.
Il clan D’Oronzo-De Vitis era tornato particolarmente attivo nel campo delle estorsioni e aveva preso di mira grosse attività commerciali come il negozio 'Lord’e la 'Ferramenta Perronè. Gli inquirenti hanno accennato anche all’installazione di pannelli fotovoltaici da parte di una impresa del Nord che aveva chiesto indicazioni ("Chi comanda a Taranto"? è un passo della conversazione intercettata) a un avvocato per affidare il servizio di guardiania (poi assegnato a persone vicine al clan), ricevendo inizialmente una indicazione sbagliata.

lunedì 14 aprile 2014

Sfacelo che fa cronaca

I dolori di Taranto dove anche il calcio è mafia

Quando hanno scarcerato don Cataldo Ricciardi, qui hanno fatto i botti. A un pugno di chilometri da dove è stato ammazzato Mimmo, tre anni, in braccio al suo patrigno malacarne. Alla faccia dei cortei di don Ciotti e dei proclami antimafia sui giornali. Sparano spesso i mortaretti, quaggiù, dai Due Mari fino al Salento profondo, per festeggiare ogni scarcerazione di boss, e nei prossimi dodici mesi molti mammasantissima della Sacra Corona Unita usciranno di galera. «Io la chiamo la stagione dei fuochi», mastica amaro nel suo ufficio leccese di procuratore antimafia Cataldo Motta, bestia nera degli uomini del disonore pugliesi: «La mafia qui guadagna consenso, la gente sta con lei. Falcone su questo sbagliava: non è finita, anzi. Dà lavoro e controlla persino le squadre di calcio».
L’Ilva ha invece smesso di proiettare nel golfo i sinistri bagliori di altri fuochi, quelli dei gas in eccesso bruciati nelle torce, le fiammate che quattro anni fa attirarono l’attenzione dei carabinieri del Noe, dal cui rapporto nacque il clamoroso sequestro del luglio 2012 voluto da Franco Sebastio, un altro procuratore, pure lui una bestia nera, però dei Riva e degli inquinatori. La gestione commissariale - con in prima fila un ecologista come Edo Ronchi - piuttosto che tornare alle famigerate fiammate ha fermato a turno gli altiforni quando, giorni fa, s’è guastata la centrale elettrica dell’acciaieria: «Cautela ambientale». Qui, mentre incombe il processo ai Riva e ai loro solerti estimatori sparsi nella politica, nel giornalismo, nel sindacato e perfino nella Chiesa (il 19 giugno un’udienza preliminare con 53 indagati si terrà nella palestra dei pompieri), la nuova parola magica è un neologismo: ambientalizzazione. L’idea sarebbe di salvare il lavoro senza condannare a morire di cancro i lavoratori e i cittadini. Ma, appunto, è una parola. 
«AMBIENTALIZZAZIONE» - Il cancerogeno benzopirene nel rione Tamburi è sceso di dieci volte. Ma Giorgio Assennato, direttore dell’Arpa, scuote la testa: «Quelli hanno spento sei o sette cokerie su dieci. Quando però nel 2016 l’autorizzazione integrata ambientale, la famosa Aia, sarà pienamente realizzata, le cokerie torneranno a funzionare e abbiamo già proiezioni secondo cui il danno non sarà accettabile. Certo ora è tutto a posto. Ma è come vedere uno che si butta dal sesto piano e finché non si sfracella dirgli che sta in perfetta salute». L’ambientalizzazione? «Servono tre miliardi. Però i soldi non si trovano. Quindi le cose non andranno bene, ma non lo scriva». Di miliardi Sebastio e la gip Todisco ne avevano in verità individuati otto: soldi che secondo l’accusa il gruppo Riva avrebbe negli anni sottratto all’ammodernamento e alla sicurezza dell’acciaieria, in sostanza ai tarantini e al loro futuro. Tuttavia il clamoroso sequestro è stato annullato in Cassazione, quindi quelle della magistratura tarantina vanno ritenute congetture.
FESTE MAFIOSE - Non è però una congettura la scarsità di quattrini. Nella sua relazione di fine 2013, il commissario Enrico Bondi dà conto di una produzione ridotta di due milioni di tonnellate e di una perdita del 30 per cento nei ricavi lordi rispetto al 2012. Servono, spiega il commissario, «percorsi finalizzati alla ricostituzione del corretto equilibrio finanziario». Servirebbero, subito, 500 milioni di prestito ponte. La sensazione è che l’equilibrio vada cercato necessariamente in basso. Con esuberi e disoccupazione. I fuochi dell’acciaieria sembrano destinati ad affievolirsi quanto quelli delle feste mafiose a brillare sempre più. A Taranto e nelle terre del Salento che gravano sul vecchio polo produttivo, quelle dove Tobagi scoprì col sociologo Aurora i metalmezzadri degli anni Settanta, la crisi italiana assume una declinazione particolare. L’Ilva, illusione di benessere perenne, ha risucchiato valori e vite. «Fino ai sequestri di luglio 2012, era una caserma. Riva comandava coi suoi, tutti ubbidivano», racconta Francesco Bardinella, Fiom: «Ora nei reparti ci sono tanti piccoli focolai da non sottovalutare, smarrimento e rivolta. Bondi è uno tosto, ha allontanato quasi tutta la struttura ombra dei Riva. Molti responsabili dei reparti erano legati a loro...».
FERRARI BLINDATA - Nel vuoto di potere tutto può succedere. Tonio Attino ricorda in un bel libro come negli anni Ottanta il boss Modeo, subappalti in tasca, sfrecciasse nelle strade della fabbrica, allora Italsider, sulla sua Ferrari blindata. «Erano gli anni in cui mandavano noi poveracci a interrare amianto nelle discariche interne», ci dice Vito Barletta, malato di tumore del sangue. E, per anni, troppi giornalisti si sono occupati d’altro, come se non fossero visibili i fumi, le polveri, i reparti di oncologia troppo pieni, i morti in fabbrica. In una città di duecentomila abitanti, ci sono ben cinque quotidiani e una miriade di tv locali. «Chiediti perché», ci dice, sorridendo, Bardinella. Una delle tv, Blustar, ha giustificato, nero su bianco, gli esuberi di personale anche con la perdita di introiti pubblicitari «derivanti dal cliente Ilva». Dal dissesto - 900 milioni della sindaca Di Bello, nel 2006 - al disastro. Da Vendola in giù, la nuova classe politica è stata sfregiata dalle scandalose intercettazioni con Girolamo Archinà, boss delle pubbliche relazioni Ilva. «Ma anche se il 19 giugno mi rinviano a giudizio, non mi dimetto», tuona il sindaco Ippazio Stefàno. Sospettato di arrendevolezza con Archinà, nega: «Sono quello che gli ha fatto pagare l’Ici che manco pagavano, altro che arrendevole!».
CENTRALE DI SPACCIO - Stefàno torna da Roma giurando di avere incassato il sì del governo a trasformare Taranto in città d’arte, ma per ora pare uno slogan. «Dobbiamo prepararci a non avere più l’Ilva, lo spettro è Bagnoli». Mentre parla, due edifici storici di città vecchia appena restaurati - palazzo Amati e palazzo Delli Ponti - recano i segni di recenti saccheggi: si sono portati via pure gli impianti di aria condizionata, come cavallette. Taranto vecchia potrebbe essere l’eldorado dei turisti, è ridotta a centrale di spaccio, chi cerca un covo rompe un lucchetto e occupa. Comandano i Taurino, secondo la Dda, persino sul commercio delle cozze. In periferia, i Ciaccia e i Catapano. Vecchi ed emergenti si scontrano, il piccolo Mimmo e la sua famiglia muoiono forse perché mafiosi di Massafra vogliono pigliarsi Palagiano, dove c’era il quartiere Italsider. Il nonno di Mimmo era un operaio comunista e veniva orgoglioso da Cerignola, come Di Vittorio. Il padre era già un trafficante di droga e perciò fu ucciso. Mimmo, tre anni, non ha potuto scegliere. «Ma la storia della sua famiglia racchiude la caduta della classe operaia, non più argine contro la mafia», sospira Tito Anzolin, preside della scuola dove Mimmo non ha fatto in tempo ad arrivare. A Taranto vecchia, il Duomo consacrato al patrono San Cataldo è assediato da palazzi e uomini sgarrupati. Pina Gubitosa, 89 anni, fa la guida per arrotondare la pensione. San Cataldo era irlandese: si dice che i tarantini, in odio a se stessi, amino i forestieri. «Gesù gli apparve e gli comandò: corri a Taranto ché quelli stanno tornando al paganesimo», spiega Pina. E si stringe nel cappottino antico, circondata dai nuovi pagani. (G. Buccini - CdS)

martedì 18 marzo 2014

Libera Puglia e Libera Taranto su omicidio mafioso a Palagiano: “Efferatezza che richiama le stragi degli anni Novanta”


COMUNICATO STAMPA
Omicidio Palagiano, nota congiunta Libera Puglia e Libera Taranto: “Efferatezza che richiama le stragi degli anni Novanta”

Quindici colpi,  forse venti. Un regolamento dei conti, una vendetta, un assalto progettato per seminare morte. Il tutto accaduto a cielo aperto, ancora una volta, come negli anni Novanta, su una statale, la statale 100. 
Credevamo di aver chiuso la porta su una parte della nostra storia recente. credevamo di esserci messi alle spalle le immagini degli assalti, delle stragi. Credevamo di esserne vaccinati. Ed invece, i tre omicidi di questa notte,  a Palagiano, seppur maturati in ambienti interni alla malavita, raccontano una storia diversa. Quella di una violenza criminale estrema e inumana che, nei suoi regolamenti di conti, rischia di colpire mortalmente altrove, lasciando, come già in passato, sangue innocente a macchiare le strade.

Le vicende umane dei coniugi di Palagiano sono la riprova che le illegalità non pagano e che il desiderio di onnipotenza figlio della mentalità criminale chiama null'altro che violenza e morte. Di fronte a casi come questi, serve reagire con un'accelerazione di democrazia e partecipazione. Non è il primo fatto di cronaca di questo tipo che accade negli ultimi tempi, in particolare legato alle attività delle mafie. Nelle nostre case, al sicuro, accendiamo la tv a schermo piatto ed un telegiornale qualunque ci racconta di cose accadute altrove, ad altri. Se poi la notizia riguarda pregiudicati, boss della mala, archiviamo quei fatti ancora più in fretta. Può accadere che insieme al pregiudicato perdano la vita i suoi congiunti. In tal caso, per qualche minuto ci fermiamo a riflettere, soprattutto se si tratta di bambini. Poi la vita continua, ci risucchia nella corsa del quotidiano.

È il caso di prenderci tutto il tempo che occorre per riflettere attentamente su quanto sta accadendo nei nostri territori. Chiederci se siano in atto guerre fra bande, preoccuparci dei cambiamenti che un eventuale cambio della guardia ai vertici del potere mafioso può determinare per noi tutti. Soprattutto, prendere coscienza che questi fatti efferati ci riguardano, che quel sangue versato di innocenti vuol dire che questa criminalità non ha pietà, è ritornata ad essere aggressiva ai massimi livelli, oppure non ha mai smesso di esserlo.

Occorre tornare a popolare in massa i territori, spegnere le polveriere accese in realtà già di per sé complessi, dai sistemi criminali con un'invasione di cittadinanza attiva. Occorre uno scatto d'orgoglio della popolazione tarantina e pugliese.

La Giornata della Memoria e dell’Impegno del prossimo 21 marzo sarà, in questo senso, una prima forma di reazione, una maniera per mostrare la nostra presenza. A Taranto, come in tutta la Puglia.

Alessandro Cobianchi – referente regionale Libera Puglia
Anna Maria Bonifazi – referente provinciale Libera Taranto
Daniela Marcone – referente Memoria Libera Puglia

giovedì 4 marzo 2010

Manduria esemplare, Taranto no.

I beni confiscati alla mafia vanno ai manduriani con la regia di Libera

L’ex ristorante «Tutti Frutti» di San Pietro in Bevagna e due villette della stessa località balneare, già confiscati dallo Stato ai clan mafiosi manduriani, Vincenzo Stranieri e Massimo Cinieri, sono stati affidati al Comune di Manduria che li metterà a disposizione di associazioni, cooperative e gruppi di volontariato che operano nell’ambito del sociale. A giorni l’amministrazione messapica pubblicherà il bando che permetterà agli organismi interessati che ne avranno diritto di presentare proposte di utilizzo dei beni nel campo del turismo sostenibile. I migliori progetti saranno finanziati con i fondi del bando della Regione Puglia intitolato «Libera il bene» che mette a disposizione sette milioni e mezzo di euro per tutta la regione. Il comune di Manduria è l’unico della provincia di Taranto ad avere aderito al bando assieme ad altri nove centri sparsi nelle altre province pugliesi.
La gestione degli immobili sarà affidata a un soggetto del territorio che verrà selezionato attraverso l’avviso pubblico pubblicato dal Comune che valuterà le varie proposte utili nell’ambito turistico.
I destinatari del bando saranno i soggetti appartenenti alle seguenti categorie: comunità, associazioni sociali, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti. (N. Dinoi, La voce di Manduria)

venerdì 19 febbraio 2010

I mandanti e il pensiero debole...

Non doveva passare un giorno che si scoprì il mandante del "soldato" Coviello che ieri sulle pagine di TarantOggi appoggiava i Riformisti (unico, forse, se si escludono le associazioni che si prendono cura dei politici in via d'estinzione), auspicando al più presto la riapertura dell'inceneritore AMIU (leggi il post cliccando qui).
Si tratta nientepocodimeno che del suo direttore, Marcello Di Noi, che dimostra di non aver mai letto un solo articolo del suo stesso giornale, che da mesi condanna il traffico dei rifiuti, le discariche e... con grande sorpresa... anche gli inceneritori! E si evince dall'editoriale di oggi in cui ripete, "a canzone", l'attacco a Nistri per il "dannoso" ritardo nella riattivazione dell'ennesima fabbrica di diossina e morte!!! (Il pezzo è evidenziato in grigio).
Non c'è dubbio che Nistri e la giunta Stefàno siono assolutamente colpevoli, ma non di ritardare l'apertura dell'inceneritore, piuttosto di aver speso soldi dei cittadini per riaprire quell'impianto vecchio e velenoso, dopo che avevano promesso che la cosa non si sarebbe mai fatta: altro che naso di Pinocchio, lì c'è da sbugiardare tutto il Comune e l'AMIU con tutto il carrozzone di consulenze a pseudoambientalisti della domenica!
Di Noi ha un curriculum scientifico di tutto rispetto, in merito, essendosi occupato, come risulta dalla sua SCHEDA professionale, di calcio, volley, allenatori, ...
Perché, allora, attaccare Nistri facendo l'autogol di dare già per definitivo e quindi sdoganare l'inceneritore?
Siamo nel classico caso di "sponsorizzazione" politica pre-elettorale dettata da qualche simpatia partitica dell'illustre direttore?
Lasciamo aperto il dubbio, confidando in un ripensamento sulla via di Damasco. Intanto aspettiamo che l'agone della battaglia si scaldi sotto le elezioni: ne vedremo delle belle!
Una sola cosa ci sentiamo di rispondere a tono sul titolo del suo editoriale: "In quale città viviamo?" In una città che ancora (non importa se per i ritardi di una classe dirigente incapace) non ha il record di due impianti di incenerimento a pochi passi dai polmoni dei suoi cittadini... Sebbene molti pare che siano felici di fare un passo in più verso la devastazione!

martedì 16 febbraio 2010

Mafia e risorse fondamentali...

Il boss cambia affari: acqua, rifiuti, supermercati
Ma il cemento delle opere pubbliche continua a mantenere il fascino anni ‘70


La realtà documenta che, a dispetto delle confische operate in questi anni, l’economia della Sicilia continua a essere soggetta all’iniziativa mafiosa. Si registrano comunque mutamenti di rilievo. Se nel secondo Novecento le consorterie hanno puntato in modo debordante sull’edilizia, pubblica e residenziale, negli ultimi tempi, senza nulla togliere al cemento, che a dispetto di tutto mantiene il proprio fascino, le medesime sono state attratte pure da altri tipi di affari, per più ragioni in vistosa crescita. Nella lista dei business più ambiti sono finiti le energie rinnovabili, la gestione dei rifiuti, la grande distribuzione. Era nelle cose del resto che avvenisse, giacché è su tali linee che si giocano oggi sfide, pure in chiave economica, fra le più importanti. Una voce in forte ascesa è costituita altresì dall’acqua, la cui erogazione, in Italia come in altri paesi, è andata passando dal controllo pubblico a quello privato. Sin dagli esordi, beninteso, la mafia siciliana ha tratto rendite importanti dal controllo delle sorgenti e dei corsi d’acqua. Nel nuovo stato di cose, chiamando a patti multinazionali e società quotate in borsa, le consorterie territoriali sono in grado però di portarsi oltre, compartecipando alla gestione degli acquedotti, dei dissalatori, delle condotte, degli impianti di erogazione nelle case. In definitiva, per le economie più fosche, come per le banche, interessate alle utilities come mai in passato, l’appropriazione del bene comune è strategica. La storia va quindi in replica, con i processi di modernizzazione, o supposti tali, che in Sicilia insistono a passare in modo inclusivo, senza che nessuna parte della tradizione venga lasciata indietro, in un intricato tango di richieste e concessioni, appalti e subappalti.
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sabato 13 febbraio 2010

Scorie nucleari? In "buone" mani!

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Il ministro Prestigiacomo potrebbe illustrare a stretto giro di posta agli italiani se per caso il governo Berlusconi ovvero la Sogin – incaricata dal 1999 di smantellare le centrali nucleari e i centri di ricerca – abbia per caso appaltato alla ‘Ndrangheta lo smantellamento della centrale nucleare di Caorso. Un funzionario della Sogin, tale Marco Sabatini mi ha risposto (a mezzo di posta elettronica) che gli atti intercorsi tra la Sogin e la Ecoge srl (contratto di appalto e carteggio epistolare ) sono di natura riservata e non è possibile mostrarli a un giornalista. Una classica operazione sottobanco in barba alle norme legislative italiane e comunitarie. Nel sito atomico di Caorso ho fotografato i camion della Ecoge srl (sede a Genova). I rapporti della Direzione Investigativa Antimafia, a partire dall’anno 2002, parlano chiaro: la società a responsabilità limitata dei Mamone è organica alla ‘Ndrangheta. Ergo: la più efferata organizzazione criminale attualmente operativa nel mondo è una garanzia anche per chi ha in mano le redini del Belpaese. In fondo anche il presidente pro tempore Berlusconi ha dichiarato pubblicamente a proposito della Calabria: “lo Stato italiano deve riprendersi il controllo del territorio”. Dunque ora non lo controlla e non è in atto alcuna vera lotta alle mafie. Altri elementi oggettivi e spunti di riflessione: il nucleare militare fuori dalla contabilità nazionale. Camen, Cresam, Cisam: questi acronimi suggeriscono al ministro Prestigiacomo qualcosa? Ministro Prestigiacomo perché il cancro e le malformazioni stanno divorando esseri umani e territori dove non insiste alcuna presenza industriale?
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martedì 24 novembre 2009

Libera il Bene!

Questa mattina alle ore 11.00 presso la Prefettura di Taranto, presentazione di:

LIBERA IL BENE

La Regione Puglia per il riuso dei beni confiscati alle mafie

Libera il Bene è un’iniziativa promossa dalla Regione Puglia – Assessorato alla Trasparenza e Cittadinanza Attiva nell’ambito del Programma Bollenti Spiriti.
Non è una iniziativa rivolta esclusivamente ai giovani, ma utilizza il metodo basato sull’attivazione e la partecipazione sperimentato fino ad oggi da Bollenti Spiriti.
Libera il Bene promuove il recupero, la riconversione ed il riuso dei beni confiscati in Puglia alla criminalità organizzata, Per scopi sociali, economici e di tutela ambientale.

Con Libera il Bene, la Regione Puglia intende superare gli ostacoli all’effettivo riuso dei beni confiscati attraverso il finanziamento degli enti locali destinatari dei beni, il coinvolgimento attivo dei territori, la raccolta di idee per la loro riconversione a fini economici e sociali.
Attraverso un bando aperto ai comuni e alle province pugliesi, Libera il Bene finanzia progetti di recupero, ristrutturazione e rifunzionalizzazione fino a 750.000 Euro. Per poter partecipare al bando, gli enti dovranno aver individuato un’ipotesi di riutilizzo e un soggetto gestore attraverso una procedura di evidenza pubblica.
L’obiettivo è trasformare il riuso dei beni sequestrati non solo in un simbolo concreto di lotta alle mafie, ma anche in una occasione di sviluppo sociale, economico e occupazionale del territorio.
L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “Libera - associazioni, nomi e numeri contro le mafie”.

DOCUMENTI:

Scheda informativa Libera il Bene (104.16 kB)

Bando Libera il Bene (198.74 kB)

Formulario Libera il Bene (183 kB)

Disciplinare libera il bene (302.59 kB)

I beni confiscati in Puglia (71.04 kB)

Info e contatti:

Scrivi a Libera il Bene

Visita la stanza Libera il Bene nel Forum BS

giovedì 2 luglio 2009

Quando si vanno a toccare gli interessi politici e mafiosi...

Incendiata auto di un cronista freelance
E' successo ad Orta Nova (Foggia)

(ANSA) - ROMA, 2 LUG - Un attentato incendiario ha distrutto l'auto del giornalista freelance pugliese Gianni Lannes, direttore del giornale online 'Terra nostra'.Lo dice la stessa testata, secondo cui l'attentato sarebbe avvenuto ad Orta Nova, nel Foggiano, nella notte, a seguito di 'una minaccia di morte di stampo mafioso, armi in pugno'. Lannes, spiega 'Terra nostra',e' un 'freelance investigativo specializzato in traffico di esseri umani, armi e rifiuti pericolosi, attualmente impegnato in una delicata inchiesta'.

Il Comitato per Taranto esprime tutta la sua solidarietà a Gianni Lannes e lo invita a non desistere!

venerdì 1 maggio 2009

Mafia e politica: Attentato al Coloro Rosso

Pubblichiamo parte del comunicato stampa diffuso questa mattina da Franco Gentile di Rifondazione Comunista che descrive e condanna il gravissimo gesto di intimidazione ai danni del Cloro Rosso e dei ragazzi che lo gestiscono.
Teniamo gli occhi aperti! Le forze autoritarie contrarie al ruolo attivo della cittadinanza sono sempre più forti ed organizzate e non disdegnano accordi con mafie e criminalità locale per consolidare il loro potere.
Il comunicato è accompagnato dall'introduzione di Officina narrativa

Non è nostra abitudine pubblicare comunicati stampa, ma data la gravità della situazione e la scarsità, ancora, di notizie, riteniamo opportuno farlo. Prima di tutto per esprimere tutta la solidarietà al ragazzo ferito, poi a tutti i compagni che in questo ultimo anno sono riusciti a mettere in piedi una perla di partecipazione in un territorio come quello di Taranto, squassato da crisi economiche che si susseguono e usato a mo’ di bambola gonfiabile dalle gerarchie militari, dai potentati industriali, dalle famiglie mafiose e dalla massoneria. Qual è il limite che li separa? Dove finisce un’organizzazione e inizia un’altra? Non è chiaro, per diversi motivi, ma i ragazzi del Cloro Rosso erano probabilmente riusciti ad infilarsi in quell’interstizio rimasto libero dalle brame padronali e hanno iniziato a spingere, sempre più, col rischio reale di creare qualcosa di nuovo, che potesse rompere con il passato e che portasse verso un futuro migliore. Per tutti. Questo, forse, avrà dato fastidio e l’incombenza della campagna elettorale ha reso necessario l’intervento armato, non tanto per punire, ma per spaventare e per far sottoporre a sequestro il centro sociale. Chi sono i mandanti? Forse basta vedere le facce appese al muro che promettono un futuro migliore, forse basta aprire i giornali e leggere le loro dichiarazioni su qualsiasi argomento. Forse basta guardarsi allo specchio… (officinanarrativa)

Nella nottata appena trascorsa energumeni incappucciati hanno sparato all’interno del centro sociale ben sette colpi di pistola, tre dei colpi sono andati a segno ferendo un giovane compagno agli arti inferiori, per una pura casualità è stata sfiorata la strage.
La malavita del posto ha ottenuto il suo scopo, far chiudere il centro sociale (sottoposto a sequestro giudiziario) che nella sua attività di recupero sociale e culturale del quartiere è diventato chiaramente un ostacolo alle attività illecite.
Ora bisogna dire basta. Da mesi è in atto un pressing a tenaglia contro le attività del centro sociale da parte di forze politiche di destra ma anche di settori moderati e “benpensanti”, frange di istituzioni e della stragrande maggioranza della stampa “borghese” che oggi spero abbiano la decenza di provare un minimo di vergogna per l’opera di diffamazione costante nei confronti delle attività del centro.
Ora siamo alla quadratura del cerchio: la diffamazione continua e costante si è saldata con la malavita ed il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Diciamo la verità il centro sociale dà fastidio perché è in grado di mobilitare migliaia di giovani a salvaguardia della salubrità dell’ambiente, nelle lotte a difesa del lavoro o contro il carovita, nella narrazione e costruzione di un pensiero libero ed alternativo per questo va soppresso con le buone (facendolo chiudere aggrappandosi a cavilli giuridici) o con le cattive (attraverso attentati in stile mafioso).
Rifondazione Comunista auspica una rapida ripresa delle attività del centro sociale ed invita tutte le forze politiche/sociali democratiche e popolari e le istituzioni ad una mobilitazione generale a difesa della democrazia, della legalità e del Cloro Rosso che in questi mesi si è dimostrato autentico baluardo di questi valori.
FRANCO GENTILE segretario prov. Prc

giovedì 23 ottobre 2008

La monnezza fa spettacolo

"Asso di Monnezza: i traffici illeciti di rifiuti in Italia"
Ulderico Pesce

Asso di Monnezza: i traffici illeciti di rifiuti in Italia, coprodotto da Legambiente, Festambiente Sud e dal Teatro dei Filodrammatici di Milano racconta i traffici illeciti dei rifiuti urbani e di quelli industriali, che attanagliano l’Italia tanto da far dire che il vero asso nella manica è “quello di monnezza”, vale a dire che l’immondizia smaltita illegalmente offre una grande possibilità di arricchimento soprattutto alla malavita. Asso di Monnezza rientra nel filone del Teatro Civile già percorso da Ulderico Pesce con Storie di Scorie: il pericolo nucleare italiano. Il testo è stato scritto in base alla documentazione ufficiale della Magistratura italiana e al Rapporto ecomafie di Legambiente, molte delle indagini citate sono ancora in corso, e nello spettacolo si denunciano i Clan della Camorra che si dedicano a questa fruttuosa attività, i funzionari delle Istituzioni pubbliche coinvolti e i titolari delle “finte” ditte di composti fertilizzante per l’agricoltura che sempre più spesso scaricano rifiuti tossici in discariche abusive o sulla terra agricola.
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tra il 2004 e il 2005 , nel mare di Taranto sono state versate 90.000 tonnellate di idrocarburi. La Magistratura ne ha certificati tanti di questi episodi che dovrebbero essere puniti dal codice penale anche in Italia invece di essere “puniti” dal codice civile, molto spesso, con un’ammenda pecuniaria.
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martedì 30 settembre 2008

Rassegna


Ecco la verità che già avevamo denunciato sulle "agevolazioni" agli stabilimenti balneari. Addio alle spiagge! Grazie agli inciuci di giunta Vendola ha cancellato il futuro delle poche coste ancora intatte!








Fonti rinnovabili e rinnovo delle fonti mafiose









Telenovela Rigassificatore di Brindisi. Altro episodio. Antonino si è sbagliato!
(qualcuno disse che se Raul Gardini avesse atteso il processo prima di spararsi... oggi vivrebbe felice e spensierato in Yacht o al Parlamento...)









A proposito di Grande Salento...

mercoledì 11 giugno 2008

Solidarietà...

Progetto Liberarci dalle Spine 2008

L'Arci e la Coop Lavoro e Non Solo di Libera Terra con Libera , la Cgil e la LegaCoop promuovono 12 campi di lavoro sui terreni confiscati alla mafia nei Comuni di Corleone, Monreale e Canicattì e assegnati alla Coop Lavoro e Non Solo .

Un'iniziativa rivolta ai giovani tra i 16 e i 30 anni che per 2 settimane lavoreranno fianco a fianco con i 12 soci-lavoratori della Coop. Sociale Lavoro e Non Solo.

I campi di lavoro saranno organizzati nel periodo 1 giugno /30 ottobre.

A Corleone e Monreale l'attività di volontariato consisterà nel piantare i pomodori , nella mietitura del grano, la raccolta dei pomodori e di mandorle e la vendemmia.

A Canicattì ci sarà da vendemmiare .

Durante i campi di lavoro non mancheranno momenti di incontro con associazioni del territorio e visite a luoghi simbolici della storia della mafia e dell'antimafia del territorio.

Il protagonismo dei volontari contribuirà alle attività di animazione territoriale fondamentali per il potenziamento delle relazioni e della rete sul territorio.

L'obiettivo principale è quello di diffondere una cultura fondata sulla legalità e sul senso civico che possa efficacemente contrapporsi alla cultura della violenza, del privilegio e del ricatto che contraddistingue i fenomeni mafiosi nel nostro paese dimostrando che, anche in quei luoghi dove la mafia ha spadroneggiato, possibile ricostruire una realtà sociale ed economica fondata sulla sul rispetto della persona e sulla pratica della cittadinanza attiva e della solidarietà.

Noi pensiamo che questa avventura che vedrà protagonisti 300 giovani , possa essere condivisa e sostenuta dalla società civile (associazioni, gruppi di volontariato, singoli, sindacati, centri sociali, parrocchie) che potrà partecipare a questa iniziativa inviando direttamente alle cooperative viveri che verranno consumati durante i periodi dei campi.

L'invio dovrà essere effettuato, via posta o corriere, Coop Sociale Lavoro e Non Solo presso Salvatore Ferrara, Via Misericordia 16 - 90034 Corleone

Per chi vuole inviare un sostegno economico lo può fare facendo un versamento su: Banca Etica Popolare, Filiale di Palermo, C/C 117898, Intestato a Cooperativa Lavoro e Non Solo “Liberarci dalle Spine” campi 2007, ABI 05018, CAB 12100

A tutti sarà inviato un cd contenente immagini dei campi di lavoro.

Sarà questo un modo concreto per condividere e sostenere questa esperienza di formazione nei confronti dei valori di legalità e antimafia e l'impegno quotidiano di libertà e democrazia delle cooperative.

Questa iniziativa comunicherà alla mafia locale e a quanti hanno deciso di “conviverci” che i giovani siciliani hanno l'appoggio dell'Italia viva, legale e solidale.

Quei pacchi in arrivo all'ufficio postale di Corleone sarà la testimonianza che questi giovani siciliani non sono “soli” e che il loro impegno quotidiano è condiviso da molti.

Maurizio Pascucci, Esecutivo Arci Toscana, Coordinatore Progetto Liberarci dalle Spine, Cell 348 7005531