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martedì 15 luglio 2014

Anche un po' di inquinamento va in ferie?

Venti giorni di produzione ridotta per un guasto elettrico

Ancora rallentamenti produttivi legati a guasti alla centrale elettrica CET2 di Taranto Energia. Dopo il guasto di marzo (clicca qui per leggere la news), ora, per altri 20 giorni, l’output dell’Ilva di Taranto dovrà procedere a marce ridotte.
«Per cautela ambientale, la gestione commissariale di ILVA – spiega l’azienda in una nota -ha disposto conseguenzialmente una riduzione della produzione dello stabilimento di Taranto che comporterà una fermata a rotazione di AFO2, AFO4 e AFO5 durante i lavori di riparazione e di manutenzione del Monoblocco 3 della centrale elettrica CET2. Circa cento operai saranno posti in solidarietà». (Siderweb)

martedì 19 novembre 2013

Mentre tutti si accapigliano per il paroliere di Terlizzi, qualcuno tiene i piedi per terra

COMUNICATO STAMPA
OSSERVAZIONI PROGETTO ENI
(Termine ultimo per la presentazioni delle osservazioni del pubblico: 19/11/2013)
“Adeguamento della centrale di cogenerazione di Taranto”
Raffineria Eni di Taranto
eni
Il Comitato Legamjonici in data odierna ha inviato al Ministero dell’Ambiente nuove osservazioni sul progetto della centrale a metano della Raffineria di Taranto.
Nelle osservazioni è stata segnalata la produzione di quantitativi di monossido di carbonio (CO) pari a 5 volte quelli prodotti dalla centrale attuale ad olio combustibile. Il monossido di carbonio è definito come agente inquinante pertanto l’aumento della sua produzione è da considerarsi un aspetto peggiorativo delle prestazioni ambientali rispetto alla centrale ad olio combustibile, anche tenuto conto che l’abbattimento di NOx non sarà rilevante rispetto alla produzione attuale. In particolare il monossido di azoto (NO), analogamente al monossido di carbonio, interferisce con la normale ossigenazione dei tessuti da parte del sangue. L’esposizione continuata a NO e CO possono causare effetti cronici quali diminuzione delle prestazioni fisiche ed intellettuali, aumento di cardiopatie e di disturbi circolatori, in un’area già fortemente compromessa sotto l’aspetto sanitario. Nello studio presentato dal proponente è infatti assente una corretta valutazione epidemiologica che tenga conto degli effetti sulla salute a breve e a lungo termine.
Legamjonici ha anche sottolineato la mancanza di analisi di rischio di incidente rilevante per il nuovo impianto e nel contesto dell’intera raffineria, anche in considerazione dell’evento meteorologico del novembre 2012 (tornado).
Pertanto il comitato Legamjonici ritiene il progetto non conforme ad una finalità di miglioramento delle prestazioni ambientali. Il progetto inoltre ignora completamente le valutazioni sul rischio di incidente rilevante.
Alla luce di quanto esposto, Legamjonici ritiene necessario non autorizzare progetti incompatibili con la salute pubblica.
Comitato Legamjonici - La responsabile Dottoressa Daniela Spera.

giovedì 8 agosto 2013

Sostenibili a colpi di regali...

ETS: 160 milioni per centrali elettriche e Ilva di Taranto


AssoRinnovabili grida allo scandalo. Le due delibere derivano da un decreto approvato dal Governo Berlusconi nel 2010, e ancor prima dal Piano Nazionale di Assegnazione delle quote di CO2 del 2006 approvato dal Governo Prodi. Nel vecchio sistema dell'Emission Trading Scheme, cioè del mercato delle emissioni di carbonio, in teoria chi emette CO2 deve comprare un "diritto di emissione" detto anche "quota".
Le quote, in larga parte, sono state regalate in forma di diritti di emissione gratuita a centrali elettriche e industrie energivore. Chi entrò nel sistema ETS successivamente, i cosiddetti "nuovi entranti", si trovò senza permessi gratuiti a disposizione e se li è dovuti comprare a differenza di chi è arrivato prima. Ecco, allora, l'arrivo dei rimborsi per 160 milioni di euro.
 "Assistiamo a una liberalità ingiustificata a favore delle fonti inquinanti - commenta Agostino Re Rebaudengo, presidente assoRinnovabili, la nuova associazione nata dalla fusione di Aper e Assosolare - perché proprio mentre si criticano le rinnovabili e i presunti costi per il loro sviluppo determinando lo stop agli incentivi e l’estensione della Robin Tax, si distribuiscono 160 milioni di euro di contributi pubblici in favore dei combustibili fossili. E’ tempo che l’Italia assuma posizioni chiare e coerenti per definire un prezzo minimo della CO2, si batta per diminuire le emissioni autorizzate e termini di dare contributi a favore delle fonti fossili".
Tra le imprese rimborsate, come detto, c'è anche l'Ilva di Taranto che riceverà 3 milioni di euro sommando tutti i rimborsi dei vari anni. Dagli allegati (qui e qui) pubblicati dall'AEEG con l'elenco delle aziende emerge che Enel percepirà 51 milioni di euro e Sorgenia 25 milioni.
Peppe Croce - greenbiz

lunedì 18 giugno 2012

Tra sconti e velENI

Eni dà un passaggio agli italiani. Ma noi preferiamo restare a piedi

Ha avuto un successo “straordinario”, come del resto era tristemente prevedibile, l’iniziativa “Riparti con Eni” promossa dalla “prima azienda petrolifera del Paese”, che dallo scorso 16 giugno al prossimo 2 settembre, soltanto durante il week end, ridurrà il prezzo della benzina e del gasolio per tutti i consumatori che faranno rifornimento in modalità iperself (ovvero in maniera autonoma).
La riduzione del prezzo prevede all’incirca uno sconto di 20 centesimi al litro rispetto al prezzo praticato in modalità servito, equivalente ad un risparmio di 10 euro su un pieno da 50 litri, con la possibilità di rifornirsi a partire dalle 13 del sabato alla mezzanotte della domenica. Dalle prime proiezioni fornite dall’Eni, in questo primo weekend sono stati venduti 70-80 milioni di litri, circa tre volte il dato normale.
Ma come sempre avviene in questo paese, nessuno si prende la briga di fermarsi a riflettere anche per un solo istante in maniera critica su ciò che gli accade intorno. A maggior ragione poi, se si tratta di risparmiare 20 centesimi di euro sul pieno di benzina e gasolio in tempi di crisi economica. Eppure, nessuno si è posto una semplicissima domanda: ma come è possibile che da un giorno all’altro l’Eni decida di “dare un passaggio agli italiani”?
Non è strano che soltanto un mese fa, quando il prezzo del carburante in Italia era il più alto in Europa, di fronte alle proteste dei consumatori l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, allargava sconsolato le braccia affermando che “il calo del prezzo dei carburanti naturalmente ci sarà se i prezzi del greggio e dei prodotti raffinati continueranno a scendere e se l’euro non si indebolirà rispetto al dollaro. Non possiamo essere solo volontaristici bisogna valutare le condizioni del mercato: i margini aziendali sono diminuiti in modo importante per noi e per i nostri concorrenti”?
Niente di tutto questo: gli italiani, come tanti pecoroni, hanno assediato le stazioni di servizio griffate Eni, rievocando l’assalto ai forni di manzoniana memoria. Ma se ciò può essere comprensibile in un paese in cui la coerenza e la dignità sono oramai diventati fenomeni paranormali, lo è in maniera molto, ma molto minore, se ciò avviene anche dove, da decenni, sono presenti le raffinerie Eni, con tutto il loro carico di inquinamento, questo sì del tutto “gratuito”. Come accaduto e accade ancora oggi a Taranto.
Ma i tarantini, si sa, non si fanno mai troppi problemi. Specie poi con l’arrivo dell’estate, dove tutto, ma proprio tutto, passa decisamente in secondo piano. E così, prima di andare tutti al mare, tantissimi tarantini hanno pensato bene di sostare sotto il solleone in lunghe code nelle stazioni Eni, per ringraziare di tanta generosità un’azienda che, da quando ha occupato diversi chilometri di costa della nostra città, ha sempre fatto e continua a fare il bello e il cattivo tempo. Un’azienda che non ha mai avuto alcun contatto con la comunità, con il territorio ionico, che sfrutta a proprio piacimento come una vera e propria colonia.
Sarà anche per questo se negli ultimi anni l’Eni ha avanzato la richiesta di raddoppiare la sua capacità di raffinazione passando dai 6,5 agli 11 milioni di barili all’anno (progetto per ora stoppato dal ministero dell’Ambiente). Sarà per questo, indubbiamente, se ha richiesto ed ottenuto grazie ad un solerte Consiglio Comunale l’ok per la costruzione di un nuovo metanodotto all’interno della stessa raffineria, che in un futuro non si sa quanto lontano, servirà proprio per il raddoppio su citato.
Sarà per questo se ha richiesto e quasi ottenuto la possibilità di costruire una centrale a turbogas nuova di zecca, dalla capacità di 240 MW, al posto dell’obsoleta centrale ad olio combustibile, che però è leggermente inferiore, ovvero di 87 MW. Adducendo come motivazione quella dell’autonomia e autosufficienza energetica della raffineria, onde scongiurare il blocco della stessa, con la conseguente accensione delle grandi torce che riempiono il cielo di Taranto di una sinistra ed inquinante scia di veleni.
Il tutto, senza avere alcuna vergogna nell’affermare che l’energia prodotta in più sarà venduta sul mercato e che tale centrale produrrà un aumento spaventoso di CO2. Il progetto però ha vissuto fasi altalenanti, con la Regione che si è messa di traverso ricorrendo al Tar del Lazio, quando Comune, Provincia, Confindustria e sindacati, oltre alla stessa Eni, avevano già stappato lo spumante. Dopo aver ritirato il progetto iniziale, l’Eni ha dichiarato che presenterà a breve un nuovo investimento, che pare si aggirerà intorno ai 100 milioni di euro, con la produzione di vapore che resterà invariata ma con un calo di quella elettrica: 105 MW anziché 240 MW. Ma il disappunto dell’Eni e di Enipower è palpabile.
La “minaccia” proveniente dagli ambienti dell’azienda del “cane a sei zampe” è stata infatti la seguente: una nuova centrale da 105 Mw non renderà indipendente la raffineria sotto il profilo energetico. Con le torce che torneranno ad accendersi e la raffineria che andrà in blocco “all’improvviso”. Ma i nostri cari amici dell’Eni si possono al momento consolare con il famoso progetto “Tempa Rossa”, che ha da tempo ricevuto tutte le autorizzazioni del caso, oltre che l’ok da parte del Cipe (1,3 miliardi di investimento). L’Eni ha previsto per la raffineria di Taranto un investimento di 300 milioni di euro per stoccare in due serbatoi da 180 mila metri cubi il greggio lucano proveniente dalla Val D’Agri ed ampliare il pontile in dotazione all’Eni nel porto di Taranto per consentire l’attracco di un massimo di 140 navi l’anno, nonostante l’assenza di rischio di incidente rilevante nello Studio di Impatto Ambientale e l’aumento delle emissioni diffuse del 12%.
Ma i tarantini a tutto questo non pensano e non vogliono pensarci. Come si sono dimenticati che la raffineria Eni è la stessa che, da un momento all’altro, è in grado di invadere gran parte della città con una puzza di gas nauseabondo, che crea malori e problemi di salute dai più piccoli ai più anziani. E a certificare che la responsabilità sia dell’azienda del “cane a sei zampe”, è stata proprio l’Arpa, che lo scorso settembre, in occasione dell’ennesima insopportabile fuga di gas, testé dichiarò: “Gli odori nauseabondi segnalati dai cittadini di Taranto lo scorso 17 gennaio 2011 sono legati alla diffusione nell’aria di acido solfidrico (H2S) proveniente dalla Raffineria Eni di Taranto. Nella stessa giornata si è registrato un picco di SO2 (Anidride solforosa, ndr) che ha superato, presso l’Ospedale Testa, il valore limite orario di 350 µg/m3, fissato dal D.Lgs. 155/2010, proveniente verosimilmente dalle torce della Raffineria Eni di Taranto”.
Dunque non uno, ma ben due agenti inquinanti. Entrambi dannosi per l’ambiente e pericolosi per la salute umana. Sempre secondo quanto accertato dall’Arpa “tali eventi sono verosimilmente legati alle attività di riavvio di alcuni impianti da parte di Eni, circostanza preventivamente notificata dalla stessa Raffineria ma a cui non ha fatto seguito alcuna segnalazione di eventi anomali, da parte della stessa Eni”. Che in parole povere vuol dire che l’Eni semplicemente non tiene conto di niente e di nessuno.
Ma nonostante tutto ciò, i tarantini hanno scelto comunque di risparmiare la bellezza di 20 centesimi a litro per rifornire le loro belle automobili. Mostrando ancora una volta di non avere a cuore nemmeno la propria dignità. Perché se è vero che il nostro ecosistema è in gran parte compromesso dall’inquinamento prodotto dalla grande industria negli ultimi 60 anni, è altresì vero che ci sono tanti modi diversi per vivere e morire. Uno di questi, ad esempio, è farlo con coerenza. E dignità.
Sarebbe stato un segnale rivoluzionario lasciare vuote le stazioni di servizio Eni in questo e nei prossimi week end. Non certo per fare un danno economico ad un’azienda che nel 2011 ha messo a bilancio ricavi per oltre 4 miliardi di euro. Ma per affermare a testa alta che non basteranno tutti gli sconti del mondo per comprarsi la nostra dignità. Per dimostrare che Taranto è una città consapevole, che non ha più voglia di soffrire e morire per i veleni della grande industria, che ancora oggi è totalmente spalleggiata sul territorio da istituzioni e sindacati. Per lanciare un concreto segnale ai nostri politici che un’altra Taranto è possibile, non solo a parole, ma anche nei fatti. Che purtroppo ancora oggi danno ragione alla grande industria, che continua a trattarci come una semplice colonia da spremere sino all’ultima goccia.
Ma forse siamo noi che viviamo su un altro pianeta. Forse le nostre sono stupide questioni di principio. Forse sogniamo l’impossibile. Sarà. Ma preferiamo restare cocciutamente dall’altra parte delle barricata. Convinti del fatto che le nostre idee e i nostri principi non avranno mai alcun prezzo contrattabile. Per mandare un messaggio alla grande industria e dir loro che non ci arrenderemo mai, senza prima aver provato in tutti i modi a cambiare in meglio la nostra città. Senza la loro presenza. E senza il loro aiuto. “Dignità è una parola che non ha plurale” (Paul Claudel, Diario, 1904/55 – postumo, 1968/69).
Gianmario Leone (InchiostroVerde)

sabato 26 novembre 2011

Stefano abbaia... ma poi non morde!

Il Comune “striglia” l’Eni

Il tanto atteso “sì” da parte del Comune di Taranto alla realizzazione della nuova centrale Enipower, non è ancora stato pronunciato. In molti, a partire da Confindustria e dalle tre sigle sindacali Cgil, Cisl e Uil, avevano intravisto nella giornata di ieri lo spartiacque decisivo per la risoluzione di una vicenda che ebbe inizio nel lontano 19 marzo del 2007, quando l’Eni avanzò la richiesta di Autorizzazione Unica ai sensi della Legge 55/2002 (comprensiva di procedure VIA e AIA, entrambe ottenute) per l’oramai famosa “Centrale a Ciclo Combinato da 240 MWe alimentata a gas naturale”. Ed invece l’amministrazione comunale del sindaco Stefàno, ancora una volta, è stata abile nel tirar fuori dalla manica l’ennesima “carta vincente”, rinviando il tutto a quando l’Eni si deciderà a mettere nero su bianco le compensazioni promesse per rimediare all’aumento delle emissioni di CO2 (del 276%, mentre restano avvolte nel mistero quelle relative al monossido di carbonio (da 87 ton/a a 456 ton/a? o da 70 ton/a a 350 ton/a) previste con l’entrata in funzione del nuovo impianto. Impegno nero su bianco che lo stesso primo cittadino ed il suo vicesindaco hanno atteso invano sino a ieri mattina. Per questo, la riunione di giunta monotematica svoltasi ieri, al termine di una intensa mattinata ha prodotto un semplice “atto introduttivo” (deliberazione n. 144/09), attraverso il quale si ribadisce, tra le diverse cose, come “il miglioramento delle condizioni ambientali complessive e delle condizioni di salute e di sicurezza dei lavoratori rappresentino un presupposto imprescindibile per la valutazione positiva della proposta avanzata”. In parole povere, il Comune si aspetta che l’Eni faccia ciò che ha promesso: per il resto, non sono apparse altre rimostranze al progetto da parte della giunta.
Tanto per restare in tema e soprattutto per coloro i quali non fossero dotati di buona memoria, riepiloghiamo quali sono le compensazioni promesse dall’Eni: trasformazione del sistema di alimentazione del parco automezzi delle società partecipate del Comune (AMIU ed AMAT) a GPL o metano; trasformazione di 3.000 autovetture di nostri concittadini (ma il criterio in base al quale saranno scelti non è dato sapere: essendo sotto Natale magari trarremo ispirazione dal gioco della tombola) da benzina a gpl o metano; installazione sugli edifici scolastici ed uffici comunali ed al quartiere Tamburi di pannelli fotovoltaici; ristrutturazione dell'ex presidio Testa - situato proprio nelle immediate vicinanze dello stabilimento Eni - per avere a Taranto il Dipartimento Ambiente e Salute. In realtà, è altresì bene ricordare che le compensazioni previste nel progetto iniziale erano di altra natura e non sappiamo se alla fine saranno portate lo stesso a termine: modifica del layout della nuova centrale a ciclo combinato; recupero della Torre e della Masseria Montello con sistemazione a verde dell’area circostante; sistemazione a verde dell’area circostante la Chiesa di S. Maria della Giustizia (concessa “gentilmente” dall’Eni in una serata di fine settembre per una serata a base di jazz & gas); predisposizione di illuminazione scenografica estesa all’intero ambito delle due emergenze storico-architettoniche.
Ciò detto, resta fortemente radicata in noi l’impressione che il Comune di Taranto e l’Eni abbiano deciso di iniziare a giocare una finta partita a scacchi, per gettare un’ombra sulle reali problematiche della questione in essere. Ad esempio, viene abilmente sottaciuta la reale motivazione per cui l’Eni abbia deciso di costruire questa nuova centrale a turbogas. Motivazione che ne sottintende un’altra ancora meno chiara. Perché quando nello scorso luglio scese a Taranto l’amministratore delegato di Enipower, Giovanni Milani, per sgombrare il campo dai tanti dubbi che questo progetto porta con sé, l’Eni non si fece più di tanto scrupolo nello svelare i reali motivi alla base di tale investimento (230 milioni di euro di cui 40 per lavori civili e montaggi elettromeccanici). Ovvero produrre una quantità enorme di energia elettrica (la centrale avrà infatti una potenza termica massima in normale esercizio di 579 MWt (169 MWt in più dell’attuale ovvero + 41%) e 280 MWe (192 MWe in più, ovvero + 260 %, per effetto dell’aumento di efficienza) ben al di sopra del fabbisogno di Taranto città, della Provincia e della Regione Puglia, per diventare più competitivi sul mercato nazionale. Ma a domanda sul perché non sia possibile chiedere all’Eni di costruire una centrale di minor potenza, Sindaco e Vicesindaco hanno preferito glissare. Come non bastasse, lo stesso Milani precisò come l’Eni abbia intenzione di dismettere solo una parte dell’attuale centrale ad olio combustibile, mentre avrebbe provveduto a smantellare la restante soltanto nei prossimi 15-20 anni. Ieri, però, il Sindaco ci ha personalmente rassicurati sul fatto che sarà immediatamente dismessa l’intera obsoleta centrale e non solo una parte di essa. Staremo a vedere. Così come, sin troppo furbescamente, si è preferito tacere dei reali risvolti occupazionali che porterebbe con sé la nuova centrale. Sempre a luglio, infatti, Milani ripeté per l’ennesima volta che nuova centrale o meno, l’Eni non avrebbe lasciato Taranto (eppure i gufi presenti in Confindustria e nei Sindacati hanno convinto i lavoratori dell’esatto contrario). Inoltre, lo stesso a.d. di Enipower, a nostra precisa domanda su cosa avrebbe guadagnato Taranto a fronte di un investimento di 230 milioni di euro per la nuova centrale, non seppe darci risposta. Idem, per quanto riguarda l’aumento dei posti di lavoro: il cantiere dovrebbe partire entro dicembre 2011 (sempre che Eni mantenga fede alle promesse fatte al Comune) per concludere i lavori entro 24 mesi, prevedendo un picco massimo di assunzioni intorno alla 590 unità. Di queste, nessuna di loro resterà a lavorare in Eni o Enipower a lavori conclusi, come ci ha confermò lo stesso a.d. Milani. Eppure, Confindustria e Sindacati continuano a ripeterci che la nuova centrale porterà benessere e lavoro. Che poi si tratti del benessere di una sola azienda e di lavoro precario o a tempo determinato a loro poco importa. Per il resto, è bene mettersi l’anima in pace: la nuova centrale Enipower si farà.
“Niente può avere come destinazione qualcosa di diverso dalla sua origine. L'idea opposta, l'idea del progresso, é veleno”. (Simon Weil, Parigi, 3 febbraio 1909 – Ashford, 24 agosto 1943).
(Tarantoggi)

giovedì 20 ottobre 2011

Tutti contro tranne chi rappresenta tutti

Centrale ENI: Legambiente ribadisce il suo no allo scambio tra risanamento ambientale degli impianti e loro potenziamento

Torniamo e esprimerci sul progetto di nuova centrale Eni dopo averlo fatto più volte in tutte le sedi dalla Commissione VIA ai mass media, alla Commissione Ambiente del Comune di Taranto.
“Innanzitutto”, dichiara Lunetta Franco, presidente del Circolo Legambiente di Taranto, “vanno fatte due considerazioni di carattere generale sul sistema energetico italiano: non si capisce perché incrementare la produzione di energia in un Paese che ha una potenza elettrica installata di più di 100.000 megawatt a fronte di un picco di consumi che oggi non supera i 57.000 megawatt.
Ancora più incomprensibile appare poi l’incremento di produzione di energia elettrica nell’Italia del sud dove sono già installati la stragrande maggioranza degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, la cui energia non sempre si riesce a distribuire a causa delle gravi carenze della rete, con il conseguente blocco degli impianti stessi.
Torniamo a esprimerci anche per ribadire, se ce ne fosse ancora bisogno, che è da respingere la logica per la quale a Taranto il risanamento ambientale degli impianti debba necessariamente passare dal loro potenziamento”.
E’ il caso del progetto di nuova centrale termoelettrica dell’ENIPOWER.
“La valutazione di questo progetto”, aggiunge Leo Corvace, del direttivo del Circolo di Taranto, “non può limitarsi alla sola valutazione di impatto ambientale ma deve anche tener conto della sua funzionalità in rapporto al territorio. Non si può infatti permettere che il nostro territorio, a fronte delle mancate bonifiche, sia utilizzato per scopi speculativi seppur mascherati da finalità ambientali.
Spesso nel dibattito in corso si dimentica come la nuova centrale andrebbe a sostituire in maniera molto parziale quella in esercizio. Di quest’ultima, infatti, è prevista la dismissione di moduli per meno di 20 mgw, con il mantenimento in funzione di turbogas e turbine a vapore per una produzione di circa 67 mgw. Quindi la nuova centrale sarà dotata di una potenza di circa 307 mgw rispetto agli attuali 87 con relativo incremento della produzione di energia elettrica da 437 Gwh/a a 2166.
La natura speculativa del progetto è ancor più evidente se si considera che solo il 25 % di questa produzione servirà per soddisfare il fabbisogno della raffineria mente il resto è destinato al mercato.”
“Un’operazione soprattutto di ordine commerciale dunque che consideriamo incompatibile”, aggiungono i due esponenti ambientalisti, ”con le criticità ambientali del territorio ed inopportuna in una regione già esportatrice dell’82% dell’energia prodotta dagli impianti siti sul suo territorio. Sul piano ambientale poi ad una riduzione delle emissioni di SO2 (biossido di zolfo) fa da contraltare il notevole incremento di monossido di carbonio (da 87 a 456 ton/a) e di anidride carbonica (da 337mila a 931mila ton/a)”.
Del tutto necessario è invece il risanamento della inquinante ed in gran parte obsoleta vecchia centrale. Qualsiasi soluzione adottata deve tradursi in operazioni che tendano al solo soddisfacimento dei bisogni energetici della raffineria e alla sua sicurezza. In quest’ottica sono possibili due soluzioni : la realizzazione di una nuova centrale a ciclo combinato di potenza inferiore rispetto al progetto proposto e con contestuale chiusura completa della vecchia. Oppure il mantenimento delle componenti più funzionali (comunque il modulo più recente è del ’93) di quest’ultima integrandole con caldaie più moderne.
Infine occorre una maggiore trasparenza rispetto all’osservanza, da parte dell’ENIPOWER, delle prescrizioni imposte dall’A.I.A. e dal suo piano di monitoraggio in sede di rilascio avvenuto nel dicembre 2009.





Legambiente Taranto

domenica 16 ottobre 2011

Pelillo... quando non conta si oppone, quando conta non si sente...

Enipower, Pelillo sfida Stefàno: spieghi perchè ha cambiato idea

«Noto con stupore il radicale cambiamento d’opinione del sindaco di Taranto sulla nuova centrale Enipower. Sarei curioso di conoscere l’argomento di persuasione che ha fatto cambiare completamente idea a Stefàno».
Così Michele Pelillo, assessore regionale al Bilancio ed esponente del Pd ionico commenta l’inversione di marcia del primo cittadino su un argomento che sta dividendo l’opinione pubblica e che sta creando tensioni e malumori anche all’interno della stessa giunta comunale.
Assessore Pelillo ha cambiato idea anche lei?
«Per niente. Questo progetto punta a triplicare l’energia prodotta all’interno della raffineria. Le ragioni del no che furono espresse tempo addietro rimangano intatte. La Regione ha sempre giudicato negativamente questo progetto ed è stata l’unica istituzione che si è opposta in maniera concreta. Il ragionamento è semplice: la Puglia produce il doppio dell’energia che utilizza ed ha puntato decisamente sulle fonti rinnovabili. Nel Pear (Piano energetico ambientale regionale), non è prevista una nuova grande centrale perchè il territorio non ne ha bisogno ed esporta circa il 50% dell’energia che produce. Un ulteriore incremento rischierebbe di intasare le linee elettriche».
Tutto qui, non ci sono altri motivi?
«La nuova centrale aumenterebbe le emissioni di CO2 e la Puglia è concretamente impegnata in direzione del protocollo di Kyoto per l’abbattimento dei gas serra. Per queste ragioni lo scorso anno, la giunta regionale ha impugnato la valutazione positiva espressa dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo».
I sostenitori del progetto affermano, però, che il nuovo impianto andrebbe a sostituire quello attualmente in funzione obsoleto e altamente inquinante.
«Su questo abbiamo discusso. Enipower per prima ammette che la centrale in funzione inquina e che anche la raffineria presenta problemi impiantistici. Per passare davanti all’Eni, ormai, bisogna trattenere il respiro e spesso quest’aria maleodorante arriva in città. Per inquinare di meno Eni ed Enipower pongono una condizione: se devo inquinare di meno, voglio affiancare al business della raffinazione quello della produzione di energia. E’ questo il ragionamento che riteniamo inamissibile. Se parlassimo soltanto di migliorare le condizioni di chi lavora nell’azienda e di contenere l’impatto ambientale, tutti faremmo l’applauso all’Eni. Invece la questione è posta in un modo quasi ricattatorio: se vuoi che inquini di meno mi devi far costruire un nuovo impianto per triplicare la produzione di energia».
Una nuova centrale di potenza pari a quella attuale, sarebbe un’opzione praticabile?
«Certamente sì. Ma non è stata mai presa in considerazione perchè a mio avviso non c’è il giusto approccio. Avremmo accettato anche un aumento contenuto della produzione di energia per fronteggiare le esigenze della raffineria, ma la questione non è stata mai posta in questi termini. Inoltre, da un punto di vista occupazionale per il territorio la ricaduta è vicina allo zero, questo voglio sottolinearlo con chiarezza».
A proposito di occupazione, ha suscitato grande clamore una sua affermazione secondo la quale non le importerebbe dei posti di lavoro che si perderebbero in caso di mancata costruzione della nuova centrale. E’ davvero così?
«Non ho mai pronunciato una frase del genere ed in quei termini. Il mio ragionamento è più ampio. La classe dirigente che ci ha preceduto ci ha lasciato diverse ipoteche. Ce n’è una grandissima con quale dobbiamo convivere necessariamente e mi riferisco allo stabilimento siderurgico e ci sono ipoteche un più piccole come quella della raffineria. Secondo gli stessi dati dell’Eni, gli occupati, tra diretti e diretti, non sono più di 500. Non so quanti di questi risiedano sul territorio. Parliamo, comunque, di numeri abbastanza ridotti che non giustificano un ricatto occupazionale. Fermo restando la volontà, soprattutto in questa fase di crisi, di difendere ogni singolo posto di lavoro, penso che l’Eni non possa esercitare una pressione così forte. Se amministrassi questa città direi all’Eni: parliamo, voglio venire incontro alle tue esigenze, voglio che i lavoratori non si ammalino e che si migliorino le condizioni di vita in città. Troviamo le soluzioni, le tecnologie, ma non sono d’accordo a triplicare la produzione di energia. Non bisogna dimenticare, inoltre, che l’Eni ha ipotecato un’ampia porzione di questo territorio come il porto e l’ampia fascia di rispetto imposta dal rischio di incidente rilevante. Tutto ciò con una ricaduta occupazionale relativamente modesta. Questa azienda preleva petrolio in Basilicata e lo raffina a Taranto. In Basilicata paga delle royalties al territorio, qui non lo fa. Perchè? Perchè si fa questa discrimazione? Eppure, forse, è più impattante l’attività di raffinazione rispetto all’estrazione»
Sull’Eni, quindi, un giudizio negativo su tutti i fronti?
«Le rispondo con un paragone. Negli ultimi tempi l’atteggiamento dell’Ilva è stato incentrato sul buon senso. E’ stato avviato un confronto con gli Enti locali, a cominciare dalla Regione. C’è ancora tanto da fare, ma c’è stata un’inversione di tendenza. Non mi pare che la stessa cosa sia avvenuta ad opera dell’Eni, un’azienda a partecipazione pubblica, che conserva un atteggiamento di conquista nei confronti del territorio. Manca ogni tipo di rapporto».
Eppure il consenso intorno alla nuova centrale sembra aumentare. Recentemente anche il sindaco ha cambiato idea.
«Su questa vicenda i sindacati sono sempre stati favorevoli con una posizione che rispetto ma che puzza di passato. Hanno una loro coerenza come anche Confindustria ed il presidente Florido. Invece, mi stupisce il dietro front del sindaco. Un anno e mezzo fa eravamo nel Salone degli Specchi a confrontarci con Enipower e con gli ambientalisti e Stefàno non la pensava come oggi. Era sulle posizioni della Regione che sono le stesse da me espresse. Sarei curioso di conoscere l’argomento di persuasione che gli ha fatto cambiare completamente idea. Come mai è stato fulminato sulla via di Dmasco? Prendo atto anche di questo… cambiamento».
E ora la Regione che farà?
«Non lo so. Forse nel rispetto della volontà del territorio, la Regione dovrebbe seriamente pensare di fare un passo indietro. Ne parleremo con il presidente e in giunta e decideremo in maniera collegiale. Per conto mio ribadisco le mie ragioni e pongo un chiaro distinguo a fronte alta, pronto ad affrontare qualsiasi contraddittorio anche se, finora, non ne ho avuto il piacere. Forse perchè ai dibattiti si invitano persone che la pensano allo stesso modo. Purtroppo su Eni ed Enipower ho notato uno strano silenzio delle associazioni ambientaliste, tranne una che ha organizzato una protesta (Legamjonici, ndr). Altamarea non parla e, sinceramente, non comprendo la ragione di questo silenzio assordante».
Il Corriere del Giorno ha lanciato un nuovo sondaggio: “Scegli il futuro di Taranto”, lei come immagina il nostro territorio nei prossimi anni?
«Le direttrici di sviluppo sono la riduzione dell’impatto ambientale della grande industria della quale, per ora, non possiamo fare a meno. L’attivazione degli investimenti per le bonifiche, l’avvio del polo tecnologico per mitigare l’impatto ambientale e trasformare le criticità in opportunità. Penso anche che un’altra grave carenza della nostra area, come quella legata alle strutture sanitarie, possa trasformarsi in grande opportunità di cura, di ricerca e di didattica. Qualcosa che questo territorio non ha mai visto e forse neanche sognathttp://www.blogger.com/img/blank.gifo di avere. La terza opzione è quella di accelerare su porto, retroporto e aeroporto. Ci sono i soldi per gli investimenti, anche per il distripark ma mancano i progetti».
La sua dichiarazione di voto per il nostro sondaggio?
«No alla nuova centrale Enipower; ecocompatibilità per l’Ilva; Sì al raddoppio Cementir anche se con qualche riserva perchè il progetto prevede un finanziamento della Regione e deve passare all’esame della giunta per l’approvazione definitiva». (Corgiorno)

Buon (cor)giorno!

“Scegli il futuro di Taranto”, valanga di NO per Enipower e Cementir

Primi risultati e prime, clamorose, sorprese nel nostro nuovo sondaggio. “Scegli il futuro di Taranto” sta incontrando il gradimento e l’interesse dei lettori. Ma non solo. Nell’edizione di ieri abbiamo ospitato le autorevoli opinioni del presidente della Provincia Gianni Florido e di Alessandro Marescotti, storico rappresentante dell’ecopacifismo locale. Oggi anche l’assessore regionale al Bilancio Michele Pelillo, in chiusura della lunga intervista pubblicata a pagina 12, non si è sottratto a rilasciare la sua “dichiarazione di voto”.
D’altronde i tre temi posti al centro del sondaggio (nuova centrale Enipower, Ilva e raddoppio Cementir), sono al centro del dibattito cittadino e il “Corriere” oltre ad informare i suoi lettori, li coinvolge chiamandoli ad esprimere un’opinione. In parallelo, il sondaggio offre la possibilità di sviluppare il confronto senza preclusioni, nè pregiudizi, attraverso le opinioni di amministratori locali, sindacalisti, imprenditori, ambientalisti che saranno coinvolti nelle prossime settimane.
Ma torniamo ai risultati. I tagliandi giunti nella nostra redazione o nelle urne delle edicole nella prima settimana di “Scegli il futuro di Taranto”, consentono di tracciare un primo ma, ovviamente, parziale bilancio.
I lettori sembrano avere le idee molto chiare sulla costruzione della nuova centrale Enipower e sul raddoppio della Cementir. Entrambi i progetti vengono bocciati: 81% di “no” per la centrale Enipower; 93% per lo stabilimento Cementir. Più diversificato il voto sull’Ilva. Tre le possibilità dispohttp://www.blogger.com/img/blank.gifnibili. La più suffragata è “Chiusura parziale (area a caldo)” con il 42%. Distanziata di poco l’opzione “Ecocompatibilità” con il 38%. Decisamente distaccata, invece, l’ipotesi più radicale “Chiusura totale” con il 20%.
Questo il responso scaturito dopo la prima settimana di sondaggio. Ma siamo ancora all’inizio. Le “urne” del Corriere resteranno aperte fino al prossimo 20 novembre. Si può votare nella nostra sede di Piazza Maria Immacolata 30, nelle urne delle edicole (vedi elenco a pagina 16), oppure spedendo i tagliandi alla nostra redazione. (Corgiorno)

martedì 11 ottobre 2011

Sindacati, Vico & co: svendiamo Taranto all'Enipower!

Ecco l'ennesima occasione di sviluppo!
ah, per fortuna che ci sono loro, i politici ed i sindacalisti a preoccuparsi da decenni del nostro futuro.
Ed infatti si vede come stiamo bene...
VERGOGNATEVI!!!



lunedì 10 ottobre 2011

Quando c'è da guadagnare Riva ha sempre il portafogli pieno!

Edison cede a Ilva centrali Taranto. Venduto intero capitale sociale

Edison cede a Ilva centrali Taranto (ANSA) - MILANO, 10 OTT - Edison ha ceduto all'Ilva del Gruppo Riva le centrali termoelettriche di Taranto Energia per 164,4 milioni di euro. Lo comunica il gruppo di Foro Buonaparte in una nota.
Alla Ilva e' stato ceduto l'intero capitale sociale di Taranto Energia, societa' nella quale Edison ha conferito il ramo d'azienda costituito dalle centrali termoelettriche CET 2 e CET 3, situate all'interno del sito industriale dell'Ilva nella citta' pugliese. (Ansa)

giovedì 1 settembre 2011

Guardiamoci intorno: la centrale Tirreno Power sotto analisi

Ci viene da applaudire la nostra Arpa Puglia per comunicazione e trasparenza! Al contrario, il sito Arpal Liguria è praticamente vuoto, non viene pubblicato nulla di tutta l'attività di indagine e soprattutto non c'è una virgola di questo fantomatico rapporto su Tirreno Power di cui è apparso solo questo articolo online!

Sarà presentato oggi lo studio sugli effetti delle emissioni causate da Tirreno Power

Secondo la relazione dell´Arpal non ci sarebbero ricadute significative di polveri e di radionuclidi sulle aree contigue alla centrale. Domani la consegna al pool che cerca di capire se i tassi di mortalità e di malattia della popolazione residente in alcuni comuni sia influenzata dalle emissioni della centrale a carbone
Dal punto di vista sanitario non ci sarebbero ricadute significative di polveri e di radionuclidi sulle aree contigue alla centrale elettrica di Vado Ligure. È quanto emerge dallo studio compiuto dall´Arpal e che domani sarà presentato alla procura della Repubblica di Savona. O meglio, ai tre periti incaricati, al pool che cerca di capire se i tassi di mortalità e di malattia della popolazione residente in alcuni comuni sia influenzata dalle emissioni della centrale a carbone Tirreno Power.
L´indagine aperta lo scorso maggio dal procuratore capo, Francantonio Granero, e dal pm Danilo Ceccarelli, è stata affidata a Paolo Crosignani, primario dell´istituto Tumori di Milano (direttore del Registro Tumori e di Epidemiologia Ambientale), già perito di parte per la popolazione di Casale Monferrato nel processo per le morti d´amianto; Valerio Gennaro, responsabile del dipartimento di Epidemiologia dell´Ist di Genova e membro dei Medici per l´Ambiente, è stato consulente della procura per l´Enichem di Porto Marghera e poi per il maxi processo contro l´Ilva di Genova; Paolo Franceschi, pneumologo di Vado Ligure, responsabile per l´ambiente dell´Ordine dei Medici di Savona.
Il vertice di domani, con un sopralluogo nelle aree industriali della centrale e in quelle contigue, servirà a confrontare i dati epidemiologici (eventuali aumenti di patologie) con quelli analizzati dagli esperti dell´Arpal. Questi hanno lavorato sui modelli matematici, tarati su un aumento di potenzialità della centrale (previsto il raddoppio) e secondo quanto assicura Tirreno Power sull´utilizzo di combustibili meno inquinanti.
I comitati e gli amministratori locali da parte loro non si fidano ed hanno chiesto un forte ridimensionamento del progetto.(savonanews)

sabato 30 luglio 2011

Ancora fumo, ancora indifferenza! Grazie ENI!

I testimoni parlano del fumo sprigionato dalla raffineria dell'Eni a Taranto che per un'ora ha annerito il cielo pomeridiano. Un guasto a un impianto ha causato il temporaneo blocco della raffineria e la conseguente emissione di fiamme e denso fumo nero da tre torce. Il cielo dei quartieri a ridosso della zona industriahttp://www.blogger.com/img/blank.gifle è stato invaso dal fumo generando allarme tra la popolazione. Diverse telefonate sono giunte al centralino dei vigili del fuoco. Il personale dello stabilimento ha allertato l'Arpa e i Vigili del fuoco. In seguito al blocco della centrale è scattato il sistema di 'ecosentinelle' che prevede proprio la fuoriuscita di fumo dalle torce: la carenza energia ha provocato un'interruzione del ciclo pruoduttivo e una ripartenza degli impianti. Il processo ha innescato la messa in sicurezza del sistema, che ha bruciato l'eccesso di produzione. La nube non è passata inosservata alla popolazione che a pochi minuti dall'evento già ha pubblicato le immagini sui profili di Facebook. Nella galleria, le immagini postate da Ilaria Longo (La Repubblica)



mercoledì 15 giugno 2011

L'ilva si allarga!

Ieri vertice in Foro Buonaparte per la cessione della centrale Edison di Taranto all'Ilva della famiglia Riva, l'operazione potrebbe concludersi nelle prossime settimane. Oggi a Brescia l'assemblea degli azionisti (Milanofinanza)

martedì 15 marzo 2011

Vota Sì per fermare il nucleare

Anche a Taranto nasce il Comitato “Vota Sì per fermare il nucleare” aperto a tutte le organizzazioni e ai cittadini che intendono opporsi al ritorno all’energia dell’atomo. ARCI, Auser, Fiom, Legambiente, Libera, Link, Lipu, WWF i promotori nel capoluogo jonico

Anche a Taranto si è costituito il Comitato referendario “Vota Sì per fermare il nucleare” aperto a tutte le organizzazioni e ai cittadini che intendono opporsi al ritorno all’energia dell’atomo. Lo schieramento unitario e trasversale intende coinvolgere i cittadini nel respingere per la seconda volta nella storia del Paese la scelta nucleare e per incentivare, invece, lo sviluppo delle fonti rinnovabili e il risparmio energetico.
Inutile, rischioso e controproducente: sono questi i principi alla base del Comitato “Vota sì per fermare il nucleare” che opererà per promuovere capillarmente sul territorio il diritto di partecipazione democratica a questa scelta del Paese.
Secondo il comitato, il nucleare non serve all’Italia, dal momento che il Paese ha una potenza elettrica installata di circa 100.000 megawatt (di cui 76.000 effettivamente fruibili), mentre il picco di consumi, che si manifesta in estate a causa dei condizionatori accesi, oggi non supera i 57.000 megawat. Inoltre abbiamo già fin troppe centrali elettriche che devono essere gradualmente sostituite solo dagli impianti a fonti rinnovabili e sarebbe invece necessario investire per ridurre gli sprechi che tutte
le centrali portano con sé attraverso i loro consumi specifici (rendimento
delle produzioni), nonché per contenere. le grandi perdite derivate dalle ingenti quantità di energia elettrica costrette a transitare tra diverse regioni.
Ma il nucleare non ridurrebbe neanche la dipendenza energetica dall’estero, perché l’Italia sarebbe costretta ad importare l’uranio - le cui scorte, peraltro, si calcola possano esaurirsi intorno alla metà del secolo - oltre che tecnologia e brevetti. Secondo uno studio di Ecofys e WWF Internazionale si può raggiungere il 100% di energie rinnovabili fino alla metà del secolo usando le tecnologie attualmente disponibili
La scelta dell’atomo continua, poi, ad essere rischiosa: anche per i reattori di terza generazione EPR in costruzione sono emersi, infatti, gravi problemi di sicurezza, come hanno denunciato, a novembre 2009, le Agenzie di Sicurezza di Francia, Regno Unito e Finlandia. Senza considerare che ancora non è stato risolto il problema di dove depositare in modo sicuro e definitivo le scorie. Inutile dire che gli eventi nelle centrali giapponesi non fanno che confermare i rischi intrinseci in questo tipo di impianti.
L’energia nucleare è infine costosa e controproducente per le tasche dei cittadini e per l’economia del Paese. Per tornare all’atomo, infatti, bisognerebbe ricorrere a fondi pubblici e garanzie statali, quindi alle tasse e alle bollette pagate dai cittadini. Tutte risorse importanti, sottratte ai finanziamenti per la ricerca, per l’innovazione tecnologica, alla diffusione dell’efficienza energetica e le energie rinnovabili, quindi ad investimenti più moderni e incisivi da un punto di vista ambientale e occupazionale. Secondo uno studio di Ecofys e WWF Internazionale si può raggiungere il 100% di energie rinnovabili fino alla metà del secolo usando le tecnologie attualmente disponibili
Non c’è dunque bisogno di nuova energia nucleare, ma semplicemente di investire nel risparmio e nell’efficienza energetica e di incentivare la crescita delle fonti rinnovabili in sostituzione di quelle fossili: solo con la nascita di una vera e propria rivoluzione energetica, capace di contrastare i cambiamenti climatici, di innovare processi e prodotti sarà infatti possibile dare risposte concrete alla crisi economica.
Fare informazione sarà il primo obiettivo del Comitato perché la diffidenza nei confronti del nucleare è sfumata negli anni. Dobbiamo far capire che, rispetto al 1987, le alternative nello sviluppo energetico ci sono e sono rappresentate dalle fonti rinnovabili.
Siamo certi che i cittadini di Taranto non si faranno influenzare dal fronte pro nucleare e andranno a votare sì al referendum abrogativo che fermerà il salto all’indietro che il Governo vorrebbe far compiere al Paese.


Le adesioni al Comitato “Vota Sì per fermare il nucleare” sono aperte a cittadini, associazioni e organizzazioni che possono inviarle all’indirizzo stopnuclearetaranto@gmail.com.
Per informazioni si può inoltre utilizzare il sito www.fermiamoilnucleare.it del Comitato nazionale.
Per contatti 339 1903406 349 5016814

sabato 26 febbraio 2011

Questo è il nostro vergognoso Consiglio Comunale



Da TarantOggi del 25 febbraio 2011
ADESSO NE BASTANO 13: metanodotto, oggi si torni in aula

Se non si trattasse di qualcosa che tocca da vicino ogni singolo cittadino di Taranto, ci sarebbe davvero da ridere di fronte alla sufficienza con la quale il Consiglio Comunale sta affrontando la questione metanodotto. Mentre l’Eni tace sul proprio disegno industriale, nascondendolo di fatto alla città, in aula viene meno il numero legale proprio in coincidenza con la trattazione dell’odg n. 16.
Quest’ultimo, presentato dalla consigliera Filomena Vitale, proponeva al Consiglio la revoca, in autotutela, della delibera 18 dell’ uno marzo 2010, qualora la realizzazione del metanodotto dovesse servire al trasporto di gas metano per l’alimentazione di una centrale a ciclo combinato da 240 MW all’interno della raffineria Eni. L’iniziativa del consigliere era mirata a far prendere una posizione chiara al Consiglio sulla volontà della società quasi di triplicare l’attuale produzione energetica. L’ambiente pagherebbe, ancora una volta, il conto finale.
Sarebbe inevitabile, infatti, un aumento proporzionale delle emissioni di Co2 e di
ossido di carbonio. E’ soprattutto quest’ultimo inquinante a destare preoccupazione in quanto inciderebbe negativamente sulla già precaria salubrità dell’aria ionica. Ebbene, dopo aver discusso del piano Pirp (approvato nell’ultima occasione disponibile per non perdere i finanziamenti) e di altri argomenti poco utili alla soluzione dei gravi problemi ionici (dal riconoscimento delle bande tarantine nell’ambito dei festeggiamenti per l’unità d’Italia al conferimento della cittadinanza onoraria a Mons. Benigno Luigi Papa), è venuto meno il numero legale.
L’assenza della maggioranza dei consiglieri ha costretto il presidente Gina Lupo a sciogliere l’assise. Questa volta, però, rispetto alle altre riunioni del Consiglio Comunale, lo stesso presidente ha predisposto la convocazione immediata per il giorno seguente qualora tutti gli odg non fossero stati affrontanti. E’ per questo che, dunque, nel testo di convocazione dell’appuntamento di ieri, si legge quanto segue: “Ove nel giorno stabilito per la prima convocazione non si raggiunga o venga a mancare in corso di seduta il numero legale, il Consiglio Comunale tornerà a riunirsi in seduta di seconda convocazione il giorno 25/02/2011 con inizio alle 12,30”.
Nessun dubbio quindi: i consiglieri hanno subito la possibilità di rimediare. C’è però un’altra novità: trattandosi di una seconda convocazione, ai sensi del Testo Unico degli enti locali, basterà la presenza di un terzo dei consiglieri per dichiarare valida la seduta ed avviare i lavori. Nel caso del Consiglio Comunale di Taranto, dunque, possono essere anche in tredici a presentarsi in aula oggi e discutere la proposta di Filomena Vitale. Basterebbe il voto di sette consiglieri per dire no ad un progetto che non avrebbe alcuna ricaduta positiva per la città.

venerdì 8 ottobre 2010

E ora tenetevi il vostro uranio!!!

L'energia rinnovabile non è economica. Questa la maggiore critica rivolta alle fonti verdi, esasperata dai mass media e spalmata nella mente dei cittadini. Ecco l'ultimo studio condotto da John Blackburn, docente di economia alla Duke University (Usa) che evidenzia come la netta evoluzione dell'energia fotovoltaica e le crescenti spese legate al nucleare hanno ribaltato la forbice dei costi, facendo del solare la fonte di energia non solo più ecologica, ma anche meno dispendiosa.
Allora perché in Italia si continua a parlare di investimenti al nucleare?
Rapporto economico tra solare e nucleare. Il sorpasso