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martedì 9 settembre 2014

Quando mancano la prevenzione e il controllo è colpa di qualcuno!

Ilva Taranto, condanna per l’amianto: “Gli operai morti potevano essere salvati”

Gli operai dell’Ilva morti per mesotelioma pleurico a causa dell’amianto presente nella fabbrica potevano essere salvati se solo l’azienda, a conoscenza della problematica, avesse agito tempestivamente.
È quanto scrive il giudice Simone Orazio nelle motivazioni della sentenza con la quale il 23 maggio scorso ha condannato 27 ex dirigenti della fabbrica – tra i quali Fabio Riva ex vice presidente del gruppo condannato a 6 anni di carcere – accusati di omicidio colposo e disastro ambientale. Nelle 268 pagine, infatti, il magistrato scrive che se i vertici dello stabilimento avessero sottoposto a visite mediche adeguate i lavoratori, queste avrebbero consentito di “diagnosticare una patologia (es. placche pleuriche) che poteva essere un campanello d’allarme per il mesotelioma e che certamente avrebbe obbligato il datore di lavoro a non esporre più il lavoratore, affetto da tale problematica di salute, alle fibre di asbesto” e quindi a “valutare la incompatibilità del lavoratore rispetto alle mansioni sino ad allora espletate e quindi anche rispetto all’esposizione ad amianto, motivo per cui in questi casi l’accertamento sanitario avrebbe permesso di adibire il dipendente ad altre mansioni, sottraendolo al pericolo di morte”.
Ma la politica aziendale è sempre stata impostata al raggiungimento del massimo profitto. Anche a costo della salute degli operai. Lo scrive senza mezzi termini il magistrato spiegando che “gli interventi seri in materia di amianto nello stabilimento di Taranto sono stati sempre volutamente evitati” proprio perché avrebbero determinate un blocco e una ripartenza dell’attività produttiva oltre che “uno stravolgimento degli impianti e l’investimento di notevolissime somme di denaro”. Ma per salvare la salute dei dipendenti, i vertici dello stabilimento – pubblico fino al 1995 e poi venduto ai Riva – avrebbero potuto almeno fornire un’adeguata attrezzatura e invece le testimonianze in aula hanno chiarito che agli operai venivano date in dotazione solo mascherine respiratorie “usa e getta” che gli esperti hanno definito “del tutto inadeguate”.
Insomma, una “situazione di consapevole e lucida omissione” che secondo il tribunale “si è perpetrata per decenni, essendo sotto gli occhi di tutti nel senso che l’inerzia è stata maturata e voluta sia da colore che avevano ruoli operativi e che pertanto erano a conoscenza delle inaccettabili condizioni in cui costringevano a lavorare i dipendenti sia da parte di color che avevano responsabilità manageriali, gestionali e di controllo finanziario data l’assenza dl alcuno stanziamento al riguardo”. Una scelta scellerata che, però, non ha colpito solo i lavoratori della fabbrica, ma si è trasformato nel disastro ambientale che ha colpito “tutta la popolazione di Taranto e dei comuni limitrofi, complessivamente pari a quasi trecentomila abitanti”.
Un disastro che è il frutto di “una logica di organizzazione dei fattori produttivi” e di “una pianificazione delle linee di politica del lavoro e della salute del lavoratori” determinate dalla “scelta compiuta dai vertici con la colpevole complicità del loro collaboratori”, ma certamente avvenuto anche grazie “all’inerzia degli altri pubblici poteri che avrebbero potuto e quindi dovuto far sentire la propria voce”. Eppure anche oggi l’unica voce che continua ad alzarci in difesa della salute è quella dei cittadini. Nelle scorse ore, infatti, i pediatri di Taranto hanno scritto per la seconda volta al presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi chiedendo un incontro. Una prima lettera era stata inviata ad agosto, ma da Palazzo Chigi non era giunta alcuna risposta. Ora i medici ci riprovano: “sapendo della sua venuta in Puglia per l’evento delle Fiera del Levante ci permettiamo di reiterare la richiesta. La situazione ambientale e sanitaria tarantina – scrivono i pediatri – è grave per come da sempre riportano i dati sanitari cui da ultimo si è aggiunto l’aggiornamento dello studio Sentieri con i suoi terribili report sulla mortalità infantile. L’allarme sociale è altissimo. Noi pediatri, da sempre al fianco delle famiglie e dei bambini pensiamo di potere dare un utile contributo ai decisori politici, sempre che lo vogliano”. (FQ)

venerdì 23 maggio 2014

Collezionisti di condanne!

Morti d'amianto all'Ilva, 27 condanne. "Fibre killer ancora nello stabilimento".

Riva: "Lunedì diremo cosa sarà della fabbrica"

Lunedì si conoscerà il futuro dell'Ilva, dopo l'incontro di Milano tra il commissario Bondi e la famiglia Riva. Ma oggi a Taranto il tribunale ha condannato 27 ex dirigenti dell'Ilva (una assoluzione) per le morti causate dall'amianto e dalle altre sostanze canCcerogene provenienti dallo stabilimento siderurgico. Le pene più alte sono state inflitte agli ex manager della vecchia Italsider pubblica alla quale subentrò il gruppo Riva. Tra questi, Giovanbattista Spallanzani, condannato a 9 anni.
Il giudice della II sezione penale del tribunale di Taranto Simone Orazio ha condannato in primo grado a complessivi 189 anni di carcere gli  imputati per disastro ambientale ed omicidio colposo. Le condanne vanno dai 4 ai 9 anni e mezzo, e hanno colpito gli ex manager e i direttori generali dello stabilimento siderurgico sia dell'era di gestione pubblica sia di quella privata (il gruppo riva acquistò l'acciaieria dallo Stato nel 1995). La pena più alta, 9 anni e mezzo, è andata al manager dell'era pubblica Sergio Noce, 9 anni al suo collega Spallanzani e 9 anni e 2 mesi ad Attilio Angelini, accusati di disastro ambientale e ventuno omicidi colposi, per la morte per mesiotelioma di operai venuti in contatto con fibre di amianto. Ad otto anni e mezzo sono stati condannati Pietro Nardi e Giorgio Zappa, ex dg di Finmeccanica. Fra gli imputati c'era anche il patron Emilio, morto il 30 aprile scorso, suo figlio Fabio Riva e l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, entrambi condannati a sei anni di reclusione (e indagati nel procedimento per disastro ambientale in corso).
Secondo l'accusa l'amianto fu usato in maniera massiccia nello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande d'Europa, ed è ancora oggi la sostanza killer presente in alcuni impianti Ilva. Nel corso degli anni gli operai non furono formati ed informati sui rischi dell'amianto, non ricevettero sufficienti visite mediche e tutele per la loro salute entrando in contatto con la pericolosa sostanza che in molti caso ha causato malattie e morte. Il giudice ha stabilito una provvisionale nei confronti dell'Inail di circa 3,5 milioni di euro. "Un atto d'accusa durissimo anche per la politica - è il commento del leader dei Verdi, Angelo Bonelli - per una classe politica omissiva e silente".
 

La notizia arriva poco dopo il termine dell'incontro milanese nella sede del siderurgico. "Senza un futuro per l'Ilva penso ci sia poco futuro per l'Italia nella siderurgia". Lo dice Claudio Riva, uno dei figli di Emilio Riva il 're dell'acciaio' scomparso di recente. Sul tavolo, il piano industriale e ambientale dello stabilimento. "Lunedì prossimo faremo avere al commissario la nostra posizione - ha detto - sicuramente è molto complicato". Riva ha definito la riunione, "interessante e civile". Ma non nasconde le difficoltà. Con il commissario "ci siamo scambiati le reciproche informazioni" ha aggiunto Riva lasciando la sede milanese dell'azienda insieme al cugino Cesare e a una delegazione di legali e consulenti (poco dopo è stato visto uscire anche l'avvocato Giuseppe Lombardi, che nella vicenda segue il commissario Bondi). "La famiglia è molto unita, ci vogliamo molto bene - ha aggiunto - ma il gruppo Riva è un gruppo industriale e di questa vicenda se ne occupa il gruppo e non la famiglia".
La situazione non è facile. E' "drammatica" e "il tempo è scaduto". Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, chiede al governo "di discutere nei prossimi giorni cosa succede nello stabilimento" e di prendere in considerazione l'ipotesi di "forme di esproprio". "Non è una posizione ideologica a favore di un ritorno alla proprietà pubblica - ha precisato Landini, aprendo i lavori dell'assemblea nazionale Rsu Fim, Fiom, Uilm sulla siderurgia - ma possiamo pensare ad un intervento diretto, anche transitorio, dello Stato".
Dopo quelle dei giorni scorsi sollevate dal governatore Nichi Vendola che ha scritto al premier Matteo Renzi, inoltre, una nuova polemica oggi investe il commissario Bondi. Duro il direttore dell'agenzia regionale per l'Ambiente della Regione: "Il commissario mente sui dati dell'Arpa, non abbiamo mai sostenuto che non ci sia un legame tra inquinamento e morti come invece sostiene in una sua relazione". Sotto accusa le parole del commissario che nei giorni scorsi, all'interno di un suo documento aveva negato sia la presenza di veleni a Taranto sia l'esistenza di un nesso causale fra l'inquinamento e l'incidenza dei tumori nello stabilimento.
Assennato in una nota definisce "destituita di fondamento l'affermazione contenuta nel rapporto del dottor Bondi secondo cui Arpa avrebbe escluso ogni nesso causale tra esposizione lavorativa e incidenza di tumori nei lavoratori del reparto officina/carpeteria dell'Ilva. Ciò sia perché Arpa non ha alcuna competenza in merito e non ha avuto comunque richieste specifiche di supporto sul problema, sia perché comunque il monitoraggio ambientale effettuato non può considerarsi adeguato ed esaustivo rispetto al problema". Secondo Assennato, in effetti, rispetto all'incidenza dei tumori sarebbe necessario uno studio epidemiologico rigoroso della durata di almeno un anno e, pertanto, si spinge a ribadire che "le conclusioni del commissario Bondi che escludono  il nesso causale tra esposizione dei lavoratori e incidenza di tumori, essendo basate su evidenze non documentate, devono essere considerate  puramente autoreferenziali". 
(Rep)


Nella fabbrica in cui lavoravano a contatto con l'amianto hanno trovato la morte. Per 28 operai dell'Ilva (31 i casi esaminati) il giudice monocratico di Taranto, Simone Orazio, ha riconosciuto il nesso di causalità tra il decesso e l'esposizione al pericoloso cancerogeno. In un arco temporale che abbraccia quasi quarant'anni, i lavoratori hanno dunque inalato le micidiali fibre dell'asbesto, contraendo il mesotelioma pleurico.
    Sono 27, invece, gli ex dirigenti dell'Italsider pubblica e dell'Ilva privata condannati per disastro ambientale e omicidio colposo plurimo a pene comprese tra i 9 anni e mezzo e i 4 anni di carcere. Nel corso del dibattimento, durato due anni, sono state ascoltate decine di testimoni che hanno descritto le condizioni in cui si svolgevano le attività industriali nel siderurgico tarantino. Sono stati interrogati lavoratori, medici e tecnici, acquisiti fascicoli e atti per decine di migliaia di pagine. La pena più alta, 9 anni e mezzo di reclusione, è stata inflitta a all'ex direttore dell'Italsider Sergio Noce, di San Michele di Pagana (Genova). A seguire 9 anni e due mesi ad Attilio Angelini, 9 anni a Giambattista Spallanzani e Girolamo Morsillo, 8 anni e sei mesi a Giovanni Gambardella, Giovanni Gillerio, Massimo Consolini, Aldo Bolognini e Piero Nardi.
    Quest'ultimo, commissario straordinario di Lucchini Piombino, è indicato tra i manager in lizza per sostituire Enrico Bondi al timone dell'Ilva. Ha avuto 8 anni di reclusione Giorgio Zappa, ex direttore generale di Finmeccanica, mentre è stato dichiarato il non doversi procedere per l'ex patron dell'Ilva Emilio Riva, morto il 30 aprile scorso. Suo figlio Fabio Riva e l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso sono stati condannati a 6 anni. La sentenza è arrivata mentre a Milano Claudio Riva incontrava il commissario straordinario dell'Ilva, Enrico Bondi sul piano industriale e ambientale dello stabilimento tarantino.
    ''Lunedì prossimo faremo avere al commissario la nostra posizione'', ha detto Claudio Riva che ha aggiunto: ''senza un futuro per l'Ilva penso ci sia poco futuro per l'Italia nella siderurgia''. E intanto il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti ha assicurato che il governo "ha le idee chiare e abbiamo già approvato il piano ambientale: faremo di tutto per portarlo a termine". ''Questa - ha intanto commentato il procuratore di Taranto Franco Sebastio - non è una sentenza storica: io non uso slogan giornalistici. Pur ribadendo che è solo una sentenza di primo grado e che in Italia vige la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, dobbiamo riconoscere che questa sentenza stabilisce quantomeno che la procura non ha commesso errori nella costruzione delle indagini''. ''La magistratura - secondo il presidente di Peacelink Taranto Alessandro Marescotti - ha affermato il principio di legalità in fabbrica. Vincono le ragioni delle tante vittime.
    Perdono gli inquinatori e i loro complici''. I lavoratori, secondo l'accusa, non sarebbero stati adeguatamente informati sui rischi della sostanza cancerogena e non avrebbero ricevuto le necessarie tutele. Ora a Taranto (l'udienza preliminare inizia il 19 giugno) si sta per aprire un altro maxiprocesso per disastro ambientale, omicidi colposi, omissione di cautele contro gli infortuni, concussione e corruzione, che vede coinvolti, oltre ai Riva e ad altri dirigenti, anche rappresentanti politici come il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, assessori e funzionari regionali. Per definire il sistema di potere dell'Ilva, gli inquirenti hanno chiamato l'inchiesta 'Environment Sold Out' (Ambiente svenduto). (ANSA)

venerdì 28 febbraio 2014

Padroni inesemplari

Amianto killer all’Ilva, chiesti 4 anni per Emilio Riva, il figlio ed ex direttore

Quattro anni e sei mesi di reclusione. È la nuova richiesta di condanna formulata dal pubblico ministero Raffaele Graziano nei confronti di Emilio Riva, 87enne ex patron dell’Ilva di Taranto, del figlio Fabio e dell’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso. Disastro e omicidio colposo sono i reati contestati dalla procura di Taranto ai tre soggetti già travolti dall’inchiesta “ambiente svenduto” e ad altri 26 imputati (per i quali sono state chieste condanne tra i 2 e i 9 anni di reclusione), tutti ai vertici dello stabilimento siderurgico di Taranto dal 1975 al 1995, cioè dalla gestione statale come Italsider fino a quella privata in mano alla famiglia lombarda. La richiesta più alta è a nove anni di reclusione e riguarda i dirigenti dell'Italsider di Stato Sergio Noce, Giambattista Spallanzani e Attilio Angelini. A rischiare la condanna anche Giorgio Zappa, direttore generale dell’ex Italsider poi passato a Finmeccanica, Francesco Chindemi attuale amministratore delegato della Lucchini.
La sentenza del processo, prevista per il 23 maggio prossimo, dovrà fare luce sulla morte di 21 operai deceduti tra il 2004 e il 2010 per mesotelioma pleurico dovuto, secondo l’accusa, all’ingente presenza di  fibre d’amianto presenti all’interno della fabbrica. Per la procura di Taranto, gli imputati omettevano “di adottare cautele che secondo l’esperienza e la tecnica sarebbero state necessarie a tutelare l’integrità fisica” dei dipendenti oltre “ad altre adeguate misure di prevenzione ambientali e personali” per ridurre la diffusione di polveri dannose. Gli operai, quindi, sarebbero stati “ripetutamente esposti ad amianto durante lo svolgimento di attività lavorative” tanto, secondo l’accusa, da ammalarsi mortalmente.
“Questo lungo dibattimento – ha spiegato il pm Graziano durante la sua requiesitoria – rappresenta uno spaccato della vita della comunità tarantina. È una vicenda che mostra le gravi violazioni avvenute in fabbrica in materia di  sicurezza in fabbrica”. Il magistrato ha ricordato gli esiti delle maxi perizie dell’inchiesta “ambiente svenduto” che hanno certificato la situazione “allarmante” vissuta da operai e cittadini. Le indagini dell’Arpa secondo il pubblico ministero hanno dimostrato la “sostanziale compromissione della salute operai” ed evidenziato come tra nei primi anni ’90 nel capoluogo ionico vi fosse già un tasso di mortalità per mesotelioma pleurico nettamente maggiore rispetto al resto della Puglia. “È possibile pertanto ritenere – si legge nelle conclusioni di un documento a firma di Lucia Bisceglia, dirigente dell’Arpa Puglia – che i soggetti che hanno prestato servizio presso lo stabilimento siderurgico di Taranto e che risultano registrati nell’archivio Inps nel periodo 1974-1997 mostrano un rischio di morire per mesotelioma pleurico pari a più del doppio rispetto a soggetti confrontabili per sesso, classe quinquennali di calendario e di età della regione Puglia”.
In aula anche il procuratore capo Franco Sebastio che nella sua breve discussione ha mostrato la prima sentenza di condanna dell’Italsider datata 1982. “È un ciclo che si ripete – ha spiegato Sebastio –, ma a differenza di allora, oggi sento parlare di ‘tenere insieme salute e lavoro’, ma ancora no ho trovato nessuno in grado di spiegare come si fa. La speranza – ha concluso il capo della procura – è che questa sentenza possa rappresentare una risposta a questo interrogativo”. (FQ)

mercoledì 4 dicembre 2013

Il vizio del Monopoli

Ilva:monopolio porto,'condannare i Riva'

Il pm di Taranto Giovanna Cannarile ha chiesto la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione ciascuno per Emilio, Fabio e Claudio Riva, nelle rispettive qualità di ex presidente, ex vicepresidente ed ex consigliere delegato del cda dell'Ilva, accusati di aver creato un monopolio di carico e scarico delle merci nel porto di Taranto. Il processo è in corso in Tribunale; 14 gli imputati, accusati di concorrenza illecita, e per tre è stata chiesta l'assoluzione. Sentenza l'11 dicembre. (ANSA)

lunedì 13 maggio 2013

Il buon esempio

Eternit: Guariniello, condanna a 20 anni

Magistrato Torino cita caso Ilva, 'imputati spregiudicati'

(ANSA) - TORINO, 13 MAG - Tracciando un parallelo con il caso Ilva di Taranto, il pg Raffaele Guariniello ha ribadito la richiesta di condannare a vent'anni di carcere i vertici della Eternit, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Louis De Cartier, per gli oltre duemila fra morti e malati provocati secondo l'accusa dall'amianto lavorato in quattro stabilimenti italiani della multinazionale. Guariniello ha sottolineato che la Suprema corte parla di ''pervicacia e spregiudicatezza'' degli imputati.

venerdì 14 dicembre 2012

A freddo

Ilva, dirigenti condannati

di Tiziana Migliati
E' stato il mancato rispetto delle norme di sicurezza che ha ucciso Antonino Mingolla, operaio di una ditta che lavorava per conto dell'Ilva. Questa la motivazione della condanna per omicidio colposo da parte del tribunale di Taranto per sei imputati, responsabili del siderurgico e di un'azienda appaltatrice. Un episodio che l'avvocato di parte civile definisce "di una frequenza ormai seriale"
(14 dicembre 2012)

 Fuori dall'aula del Tribunale di Taranto Francesca Caliolo finalmente si siede, stringe la borsa, spalanca gli occhi in un viso che diventa trasparente quando parla del marito, operaio all'Ilva, che le diceva 'va tutto bene' e poi la notte non dormiva, 'non ti devi preoccupare' e lei provava ad ascoltare anche i silenzi, 'meglio che non lo sai cosa accade lì dentro'. Poi un giorno non è tornato a casa: il 18 aprile 2006 Antonino Mingolla ha perso la vita a 46 anni per un incidente sul lavoro.
La sentenza del processo che ha coinvolto l'Ilva di Taranto e la ditta Cmt che eseguiva, in appalto, la manutenzione degli impianti spiega cosa è accaduto in quello stabilimento. Dal dibattimento emerge che gli imputati non hanno adempiuto agli obblighi informativi, addestrativi, di segnalazione del pericolo e di controllo degli ambienti a rischio. Si tratta di una mancata predisposizione di adeguati mezzi di produzione, e di omissione di controllo che fossero correttamente utilizzati. Le condanne, al di là di ogni ragionevole dubbio, per omicidio colposo inflitte dal giudice Massimo De Michele sono state superiori a quanto richiesto dal pm.
Continua...

giovedì 13 dicembre 2012

Giustizia dopo sei anni

Morì per il gas all’Ilva condannati sei dirigenti

Si è chiuso con la condanna di tutti gli imputati, il processo di primo grado per la morte di Antonino Mingolla, 47enne operaio di Mesagne, dipendente della ditta Costruzioni metalliche tubolari (Cmt) deceduto sul lavoro il 18 aprile 2006 all’interno dello stabilimento Ilva. Il giudice del tribunale di Taranto, Massimo De Michele ha condannato i sei dirigenti finiti alla sbarra a pene comprese tra i due anni e due anni e sei mesi di reclusione. La pena maggiore è stata inflitta a Pietro Mantovani: per il titolare della ditta Smi sas, subappaltatrice della Cmt, il tribunale in composizione monocratica avrebbe riconosciuto una maggiore responsabilità condannandolo alla pena di due anni e sei mesi. Due anni di carcere, invece, sono stati inflitti ad Alfredo De Lucreziis, tecnico d’area energia manutenzione meccanica dell’Ilva, Antonio Assentato, capo cantiere della ditta Cmt, Angelo Lalinga, responsabile di produzione, distribuzione e trattamento acque, soffiaggio vapore, aria e gas dell’Ilva, Mario Abbattista, capo reparto energia, aria e gas dell’Ilva e Francesco Ventruto, responsabile del servizio di prevenzione e protezione rischi per la sicurezza e salute durante il lavoro.

Le condanne decise dal magistrato, infine, sono state superiori anche alle richieste formulate dal pubblico ministero. Durante la sua requisitoria, infatti, il sostituto procuratore della Repubblica Enrico Bruschi, aveva chiesto al tribunale la condanna di tutti gli imputati a una pena di un anno e otto mesi di carcere. Per tutti l’ipotesi di reato contestata dalla procura ionica era di cooperazione in omicidio colposo.

Quel 18 aprile 2006, Antonino Mingolla fu investito da una nube tossica mentre era impegnato assieme ad altri suoi tre colleghi nella sostituzione di una valvola alla rete gas «Afo» in prossimità della centrale elettrica Cet1, all'interno dello stabilimento siderurgico. Il tribunale, quindi, ha accolto la tesi accusatoria della procura della Repubblica secondo la quale la ditta Cmt avrebbe predisposto un generico piano per la sicurezza «senza che a monte ci fosse una valutazione dei rischi effettivamente connessi all'attività lavorativa e alla specifica definizione delle modalità operative più idonee». Inoltre, nel piano in questione «non vi è traccia dello stretto coinvolgimento dei lavoratori in un efficace processo conoscitivo dei rischi ai quali andavano esposti».

Mingolla e gli altri operai furono investiti da sostanze tossiche probabilmente sprigionate dalla tubazione a cui stavano lavorando: una vera e propria nube tossica inodore, insapore e incolore contenente una cospicua quantità di ossido di carbonio. I soccorsi furono immediati, ma l’operaio mesagnese morì poco dopo l’arrivo al pronto soccorso dell’ospedale «Santissima Annunziata». Nel procedimento erano costituite parti civili la Fiom Cgil, organizzazione sindacale alla quale l’operaio era iscritto e l’Associazione nazionale mutilati e invalidi su lavoro, per le quali il giudice ha stabilito il pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva di 2500 euro. Il giudice De Michele, inoltre, ha subordinato la sospensione della pena al pagamento della provvisionale in favore della sigla sindacale Cgil rappresentata dall’avvocato Massimiliano Del Vecchio e dell’Anmil, assistita dall’avvocato Maria Luigia Tritto, entro novanta giorni dal passaggio in giudicato della decisione.

Con la sentenza emessa nel tardo pomeriggio di ieri nell’aula G del palazzo di giustizia, si è conclusa una vicenda giudiziaria durata oltre sei anni. Un dispositivo letto in un’aula semideserta: accanto a Franca Caliolo, moglie dell’operaio non c’erano i compagni di lavoro del marito, ma i rappresentanti delle associazioni «Libera», «12 giugno» e «Donne per Taranto». FRANCESCO CASULA (GdM)

mercoledì 11 luglio 2012

I cento passi di Taranto

Si avvicina la sentenza: gli alleati di sempre iniziano a organizzarsi.
Industriali, sindacalisti, politici fanno fronte unico per terrorizzare l'opinione pubblica e collaborare tra loro per pressare la magistratura a chiudere un occhio.
Anzi due occhi, no, tre, dieci e pure cento occhi! Come nei decenni passati, come i cento passi di Peppino Impastato che separavano la gente "per bene" dai mafiosi, e che qui separano il veleno dagli avvelenati.
Nel silenzio soffocato dal terrore.

Ilva di Taranto, si dimette Riva. E' indagato per inquinamento
Arrivano le dimissioni per il presidente Nicola Riva, proseguono i guai giudiziari per il gruppo siderurgico

Si è dimesso poche ore fa Nicola Riva, presidente del Consiglio di amministrazione dell'Ilva oltre che componente dello stesso Cda. A comunicarlo ufficialmete è la stessa azienda siderurgica: ''Le dimissioni sono state accettate dal Consiglio che ha ringraziato il ragionier Nicola Riva per l'attività svolta e ha cooptato il dott. Bruno Ferrante, il quale ha contestualmente assunto la carica di presidente con i relativi poteri''. Nicola Riva e' tra i cinque indagati nell'inchiesta sull'inquinamento ambientale condotta dalla procura jonica. Il 9 maggio 2012 lo stesso Nicola Riva, sicuro del rispetto delle leggi in vigore dell'impianto siderurgico, dichiarava: "L’ultima perizia dei giudici dice che l’Ilva rispetta tutte le leggi in vigore per arrivare a questo risultato abbiamo investito un miliardo di euro e abbiamo impegnato il personale in lunghi corsi di formazione. Il Tar di Lecce ha emesso una sentenza che dice che non c’è alcuna emergenza sanitaria all’Ilva di Taranto. Ora il ministero dell’Ambiente vuole rivedere l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale, ndr) che e’ stata rilasciata di recente e, se non sbaglio dovrebbe durare cinque-sei anni. Noi non ci siamo mai sottratti, anche se tutto cio’ ci sembra ridicolo. Vogliamo rimanere nel rispetto di tutte le leggi esistenti"
Sempre per quanto riguarda l'impianto di Taranto, ricordiamo che nel 2001 il tribunale di Taranto ha dichiarato Emilio Riva, il figlio Claudio (rispettivamente padre e fratello di Nicola Riva) ed altri dirigenti Ilva colpevoli di tentata violenza privata, per avere demansionato un gruppo di impiegati dell'Ilva nel 1998. Questa sentenza fu poi confermata nel 2006 in Cassazione. Emilio Riva è stato condannato nel febbraio del 2007 a tre anni di reclusione e Claudio Riva a 18 mesi per omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro e violazione di norme antinquinamento, con riferimento alla gestione della cokeria dell'impianto tarantino. Il 10 ottobre 2008 la condanna è stata confermata in appello: la Corte d'Appello di Lecce ha condannato alla pena di due anni di reclusione il presidente dell’Ilva, Emilio Riva e ad un anno e otto mesi il direttore dello stabilimento tarantino, Luigi Capogrosso, entrambi accusati di getto pericoloso di cose, danneggiamento aggravato, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro nel reparto cokerie.
L'Ilva, sulla base dei dati INES (Inventario Nazionale Emissioni e loro Sorgenti) del 2006, emette il 92% dell'ammontare annuo delle emissioni industriali di diossina (91,5 grammi di PCDD/PCDF su un totale nazionale di 99,5 grammi/anno. (Net1) 
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Taranto, Riva lascia l’Ilva al suo posto il superprefetto 

Due indagati su cinque lasciano gli incarichi dirigenziali nel giro di una settimana ma, al momento, stabilire collegamenti tra le dimissioni di Nicola Riva, fino a venerdì scorso presidente dell’Ilva, e Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico sino al 4 luglio, e l’inchiesta sulle emissioni inquinanti dello stabilimento siderurgico - avviata da tempo dalla Procura e giunta a quanto pare allo snodo decisivo - potrebbe essere arbitrario.
Anche se (maliziosamente) si potrebbe pensare a gesti dettati dalla volontà di far cessare eventuali esigenze cautelari. Di fatto la poltrona di Riva sarà occupata da Bruno Ferrante, già prefetto di Milano.
Disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico sono i reati per i quali sono indagati da due anni e mezzo Emilio Riva, 86 anni, presidente dell’Ilva spa sino al 19 maggio 2010, Nicola Riva, 54 anni, presidente dell’Ilva dal 20 maggio del 2010, Luigi Capogrosso, 57 anni, direttore fino a pochi giorni fa dello stabilimento Ilva, Ivan Di Maggio, 43 anni, dirigente capo area del reparto cokerie, Angelo Cavallo, 44 anni, capo area del reparto Agglomerato.
In città si è creato un clima di attesa riguardo le mosse della Procura, chiamata a rassegnare le proprie conclusioni sia in ordine a possibili provvedimenti cautelari - stante i reati di pericolo ipotizzati e la permanenza degli stessi autorevolmente certificata dalle oltre 800 pagine delle due perizie depositate nella cancelleria del gip Patrizia Todisco tra febbraio e marzo scorsi - che alla chiusura delle indagini preliminari. La scelta di chiedere l’incidente probatorio fu fatta da un lato per garantire a tutte le parti - iniziando dall’Ilva stessa - di partecipare alle perizia sulle emissioni del siderurgico, e dall’altro con la consapevolezza che sarebbe stato messo definitivamente un punto fermo sull’inquinamento a Taranto. Inquinamento non più perseguito con il getto pericoloso di cose che ha permesso sinora ai responsabili del siderurgico - passati e presenti - di cavarsela senza conseguenze penali apprezzabili, ma con la rubricazione di reati ben più pesanti.
L’ultimo confronto tra le parti c’è stato lo scorso 31 marzo, quando in camera di consiglio, dinanzi al gip Todisco, è stata discussa la perizia redatta dai periti medici. Secondo gli esperti, nei 7 anni presi in considerazione, sarebbero 174 i decessi avvenuti a Taranto e in particolare nei quartieri Tamburi e Borgo, nei quali è stato registrato il quadruplo di mortalità e il triplo di ricoveri per malattie cardiache rispetto all’intera città. I periti hanno poi studiato le condizioni di salute dei lavoratori del centro siderurgico che hanno prestato servizio negli anni 70-90 con la qualifica di operaio. «È emerso - si legge nella perizia - un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%), in particolare per tumore dello stomaco (+107), della pleura (+71%), della prostata (+50) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e le malattie cardiache (+14%). I lavoratori con la qualifica di impiegato hanno presentato eccessi di mortalità per tumore della pleura (+135%) e dell'encefalo (+111%).
Il quadro di compromissione dello stato di salute degli operai della industria siderurgica è confermato dall'analisi dei ricoveri ospedalieri con eccessi di ricoveri per cause tumorali, cardiovascolari e respiratorie» . Chiuso l’incidente probatorio, gli atti sono tornati al procuratore capo Franco Sebastio, all’aggiunto Pietro Argentino, ai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Lafranco Marazia, chiamati a valutare come procedere, se con la richiesta di provvedimenti al gip titolare del fascicolo - e nel novero delle possibilità c’è anche il sequestro dell’area a caldo, stante l’acccertata emissione di sostanze cancerogene - oppure con la chiusura delle indagini preliminari, anche se una cosa non esclude l'altra. (MIMMO MAZZA - CdM)
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Taranto, si dimettono i vertici dell’Ilva. Attesa a breve la chiusura delle indagini

L'azienda non ha spiegato i motivi del passo indietro del direttore Luigi Capogrosso e del presidente del cda Nicola Riva, entrambi indagati per disastro ambientale nell'ambito di un'inchiesta che nei prossimi giorni arriverà a conclusione. E gli operai temono il sequestro dell'impianto

Che cosa succede al vertice dell’Ilva di Taranto? Dopo le recenti dimissioni del direttore dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, l’ingegner Luigi Capogrosso, l’azienda ha comunicato che Nicola Riva, nipote del patron Emilio, ha lasciato l’incarico di presidente del consiglio di amministrazione della società. “Le dimissioni – si legge nel comunicato inviato alla stampa – sono state accettate dal Consiglio che ha ringraziato il Rag. Nicola Riva per l’attività svolta e ha cooptato il Dott. Bruno Ferrante (originario di Lecce, ex prefetto e già candidato sindaco di centrosinistra a Milano, ndr), il quale ha contestualmente assunto la carica di Presidente con i relativi poteri”. Questa la nota stampa.

Ma perché Nicola Riva ha lasciato la guida dell’azienda di famiglia? Questo l’azienda non l’ha spiegato. Riva e Capogrosso sono entrambi indagati dalla procura di Taranto per disastro ambientale nel procedimento che pende dinanzi al gip Patrizia Todisco. Un’inchiesta che dopo la perizia ambientale e quella sanitaria che hanno messo per la prima volta nero su bianco l’allarmante situazione nel capoluogo e nella provincia ionica, sembra oramai a un passo dalla chiusura. Alla luce di quanto emerso dalle relazioni dei tecnici, il pool di magistrati, formato dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero e Giovanna Cannarile, potrebbe chiedere al giudice l’applicazione di una serie di misure che potrebbero arrivare fino al sequestro degli impianti. Nelle perizie infatti è scritto che dallo stabilimento si diffondono gas, vapori, polveri, contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori e per la popolazione della provincia ionica. Dal solo parco minerali – l’area di stoccaggio delle montagne di polvere di ferro e di carbone a pochi metri dal quartiere Tamburi – si diffondono senza controllo ogni anno 668 tonnellate di polveri nocive. Dall’intero stabilimento le emissioni non controllate sarebbero pari a 2mila tonnellate all’anno.

Le voci di un sequestro stanno creando non poca tensione tra i quindicimila lavoratori della fabbrica e dell’indotto. Nelle scorse ore, infatti, gli operai hanno chiesto un incontro al prefetto Claudio Sammartino e al sindaco Ippazio Stefano spiegando che è “sempre più forte la preoccupazione” dei dipendenti per un “probabile e paventato provvedimento della magistratura ionica finalizzato alla chiusura parziale dell’area a caldo dello stabilimento e/o riduzione della marcia degli impianti, con drammatiche conseguenze per il personale addetto”. Per i lavoratori, insomma, la paura maggiore è quella di perdere “immediatamente e irrimediabilmente il posto di lavoro”. Un fatto che secondo gli operai dovrebbe essere considerato “inaccettabile” anche “da qualsiasi persona di buon senso e dalle istituzioni”. ”E’ presto per commentare – ha affermato sulle dimissioni di queste ore il portavoce del cartello ambientalista Altamarea, Alessandro Marescotti – Sappiamo che i periti nominati dalla procura hanno documentato che l’inquinamento a Taranto causa ogni mese la morte di due persone. La magistratura non potrà rimanere inerte. A Taranto – ha aggiunto Marescotti – deve cominciare la messa in sicurezza di emergenza della falda acquifera sotto l’area industriale. Mare e pascoli sono contaminati dalla diossina. Occorre bonificare. Questa sarà la salvezza della città e della sua classe operaia”. (Francesco Casula- ilfattoquotidiano) 

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Ilva Taranto, i sindacati chiedono riconvocazione Tavolo istituzionale a Roma

“Le scriventi Segreterie Confederali CGIL, CISL, UIL di Taranto unitamente alle Federazioni dei metalmeccanici FIM, FIOM, UILM, di concerto con le rispettive RSU, si sono riunite per fare il punto sul percorso attivato sin dai mesi scorsi relativo alle problematiche del rapporto Lavoro, Ambiente e Salute che interessano lo stabilimento Ilva di Taranto’’: è quanto si legge in una nota di CGIL, CISL, UI L, FIOM, FIM, UILM. ilva_taranto_sindacati_chiedono_tavolo “Questo, in considerazione anche delle ripetute manifestazioni di preoccupazione da parte dei lavoratori all’interno dello stesso stabilimento, per effetto di eventuali provvedimenti che la Magistratura starebbe per assumere. Le Segreterie, precisano, come più volte fatto in passato, quanto sia importante proseguire il processo di ambientalizzazione già avviato e valutano positivamente il recente avvio delle opere di barrieramento finalizzato al contenimento delle polveri, come previsto dall’AIA. Le Segreterie, inoltre, ribadiscono la convinzione che, per avanzare nel processo di ambientalizzazione, sia possibile procedere in continuità della marcia operativa degli impianti come già avvenuto in occasione dell’adeguamento alle prescrizioni impartite dalla legge regionale sulla diossina. Per le ragioni suesposte, ritengono urgente risollecitare la riconvocazione del Tavolo Istituzionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri fortemente voluto dalle organizzazioni sindacali e dalle Istituzioni locali. Ricordano come al suddetto Tavolo, insediatosi il 17 aprile scorso, il Presidente del Consiglio Monti dichiarò la strategicità dello stabilimento Ilva di Taranto per l’economia dell’intero Paese. Le Segreterie, infine, considerano necessario il coinvolgimento delle Istituzioni (Regione, Provincia, Comune) ai massimi livelli, nonché della Proprietà dell’Ilva – alla quale hanno già chiesto un incontro urgente – al fine di gestire al meglio questa fase delicata salvaguardando le migliaia di posti di lavoro dell’Ilva e del suo indotto, fondamentali per l’economia del territorio e per la sua coesione sociale”. (ilfattoquotidiano)

mercoledì 18 aprile 2012

La morte si colora di acciaio

Morte bianca in Ilva, tre condanne
Pollice verso per un dirigente e due capi reparto. Assolto il direttore dello stabilimento

Sono tre i responsabili di una morte bianca avvenuta all’Ilva circa sei anni fa. E’ quanto si evince dalla sentenza emessa ieri dal giudice monocratico del Tribunale di Taranto Fulvia Misseri a conclusione del processo sull’infortunio in cui perse la vita un operaio, Vito Antonio Rafanelli, 33 anni, di Molfetta.
Il giudice, accogliendo la richiesta del pm Remo Epifani, ha condannato a un anno e quattro mesi di reclusione (pena sospesa) per omicidio colposo tre imputati, il dirigente responsabile dell’area tubifici Ilva, Antonio Mignogna e i capi reparto del Tubificio 2, Angelo Raffaele Solito e Siro Cantiani.
Assolto “per non aver commesso il fatto”, invece, il direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso (gli imputati erano difesi, fra gli altri, dall’avvocato Egidio Albanese). Anche per lui il pm aveva chiesto la condanna.
Inoltre, il giudice ha disposto il pagamento di una provvisionale di oltre 10.000 euro e la trasmissione degli atti alla Procura per le valutazioni relative alla posizione di due persone.
La sentenza ha scritto la parola fine sulla triste vicenda dell’operaio Rafanelli, morto il 22 agosto 2006 nel reparto di rianimazione dell’ospedale Santissima Annunziata. Era stato ricoverato cinque giorni prima in seguito all’infortunio verificatosi nel Tubificio 2.
Da quanto emerso dalle indagini, il giovane aveva subito lo schiacciamento del torace mentre lavorava nei pressi della cianfrinatrice (una macchina che avvolge in cilindri le lamine di acciaio). Era impegnato nella smussatura dei bordi dei tubi mossi da appositi rulli sino all’imbocco della macchina. Da quanto si legge nel capo d’imputazione, “un truciolo, di scarto della lavorazione, posizionatosi dinanzi ad un sensore aveva determinato il rallentamento o l’arresto della fase di avanzamento dei tubi ed indotto il Rafanelli, rimasto solo nella posizione di comando ad intervenire personalmente e a frapporsi sulla traiettoria d’ingresso del tubo che, rimosso l’impedimento, veniva sospinto dai rulli della macchina smussatrice investendo l’operaio”.
Le condizioni dello sfortunato lavoratore furono giudicate subito gravissime e ogni tentativo di salvargli la vita si rivelò inutile. Anche il gesto generoso dei colleghi di lavoro della donazione del sangue non servì ad evitare il tragico epilogo.
L’infortunio costato la vita all’operaio fu uno di una lunga serie che in quel periodo inasprì i rapporti fra Ilva e sindacati.

mercoledì 30 novembre 2011

Ilva condannata: truffa all'Inps ed estorsione agli operai!

E questa storiella non la mettiamo nel "nuovo rapporto ambiente e sicurezza", mister Riva?
Vergogna!!!
http://www.blogger.com/img/blank.gif

Ilva Taranto, risarcimento a operai

(ANSA) - La Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di assoluzione per gli imprenditori dell'acciaio Emilio e Claudio Riva. Rispondevano di truffa all'Inps, estorsione e tentata estorsione ai danni di 300 dipendenti trasferiti nel 1999 dalla Nuova Siet all'Ilva di Taranto. I giudici hanno decretato la prescrizione e riqualificato l'accusa in truffa aggravata riconoscendo il diritto degli operai al risarcimento per le proposte di riassunzione al ribasso dopo la mobilita'.

Cassazione: su vicenda Ilva apre ai risarcimenti per 300 lavoratori

(Adnkronos) - La Cassazione apre la possibilita' a circa 300 lavoratori di potere essere risarciti in relazione alla vicenda dell'Ilva. In particolare, la II sezione penale della Cassazione ha aperto questa possibilita' annullando senza rinvio la sentenza di assoluzione della Corte d'Appello di Taranto (dicembre 2009) nei confronti di Emilio e Claudio Riva che erano accusati di truffa ai danni dell'Inps, di estorsione e tentata estorsione nei confronti dei dipendenti della ex azienda Nova Siet.
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La vicenda giudiziaria ha una storia articolata. In primo grado il gup del Tribunale di Taranto, Annamaria La Stella, aveva condannato con rito abbreviato a quhttp://www.blogger.com/img/blank.gifattro anni di reclusione il presidente del gruppo Riva, Emilio Riva, e suo figlio Claudio, a tre anni il dirigente Italo Biagiotti e a un anno e due mesi il rappresentante della Nuova Siet, Giovanni Perona (solo per truffa). La sentenza riguardava il trasferimento di circa 300 lavoratori, nel 1999, dalla Nuova Siet all’Ilva di Taranto, che acquisì anche tutti i beni aziendali. Il gruppo Riva assorbì le attività svolte dalla consociata e mise in mobilità tutto il personale. Secondo l’accusa, ai lavoratori fu poi proposto di rientrare in azienda sulla base di nuovi contratti al ribasso rispetto a quelli precedenti. (Il Fatto quotidiano)

E cosa dice l'Ilva? eeeeeeeh è un complotto, no?
L'azienda: "L'Ilva prende atto"

TARANTO - «L'Ilva prende atto dell'esito di una storia controversa». È detto in una nota dell'azienda siderurgica in cui si commenta la decisione della Cassazione di annullare la sentenza di assoluzione nei confronti di quattro imputati, tra cui Emilio e Claudio Riva. «In primo grado - osserva l'avvocato Egidio Albanese, uno dei legali dell'Ilva - vi era stato un giudizio di condanna mentre in Corte d'appello i giudici avevano assolto nel merito tutti gli imputati. Oggi la sentenza della Cassazione rimette tutto in discussione».
«C'è rammarico - aggiunge - su come un'azione di salvataggio dei dipendenti della Nuova Siet, che erano disoccupati e in mobilit…, sia diventata causa di lunghi contenziosi e azioni giudiziarie. Obiettivo dell'Ilva di Taranto - conclude il legale - E' sempre stato quello di salvaguardare il lavoro e creare, dove economicamente possibile, nuova occupazione». (GdM)

giovedì 17 giugno 2010

Riva colpevole!

Comunicato stampa di Legambiente

Ilva: prescrizione reati a carico dell’ex presidente Emilio Riva. Legambiente: “ Il reato c’è, decade solo per i tempi.”

“Il reato c’è e nonostante l’annullamento della condanna per prescrizione, rimane confermato l’accertamento dei fatti dichiarato con la sentenza del Tribunale di Taranto poi confermata dalla Corte di Appello”.
E’ questo il commento di Legambiente alla sentenza pronunciata ieri dalla Suprema Corte di Cassazione nel processo a carico dell’Ilva di Taranto nella persona del patron Emilio Riva e di altri imputati in merito all’inquinamento derivante dai forni delle cokerie e dei parchi minerali.
“La Corte”, afferma Eligio Curci, avvocato di Legambiente, “nel dichiarare tutti i reati ormai prescritti, ha però respinto i ricorsi degli imputati tendenti ad ottenere una sentenza di assoluzione.
Pertanto, solo il tempo necessario per il completamento dei tre gradi di giudizio ha permesso a Riva di evitare la conferma anche della condanna inflitta dai giudici.
Certamente, rimane intangibile l’affermazione del diritto di Legambiente di costituirsi parte civile in processi che, come questo, riguardino pesanti danni all’ambiente e rimane confermato il diritto dell’associazione ad agire nei confronti di Emilio Riva per chiedere il risarcimento dei danni da lui causati con i comportamenti accertati nel giudizio”.
“E’ altrettanto incontestabile”, dichiara Lunetta Franco, presidente del Circolo Legambiente di Taranto, “che nell’assenza assordante di tutti gli enti territoriali che istituzionalmente avrebbero il compito di tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini del territorio, Legambiente continua nella sua assidua presenza, anche giudiziaria, per combattere ogni forma di inquinamento”.
La sentenza sulle cokerie ILVA giunge in un momento in cui questo reparto del siderurgico è al centro delle polemiche in relazione all’emergenza benzo(a)pirene. Secondo la relazione presentata dall’ARPA il il 92% di questo pericolosissimo inquinante, infatti, proviene proprio dalle cokerie.
“Non pensiamo che le questioni ambientali possano essere risolte per via giudiziaria”, conclude Stefano Ciafani, responsabile scientifico nazionale di Legambiente, “ma l’accertamento incontrovertibile, come in questo caso, delle responsabilità, è un’ulteriore conferma dell’urgenza di prescrizioni severe nell’Autorizzazione Integrata Ambientale che dovrà essere rilasciata all’LVA e di controlli che, oltre a verificarne l’efficacia, impediscano in futuro il compiersi di reati a danno dell’ambiente e della salute dei cittadini di Taranto”.

lunedì 16 novembre 2009

vasche dei veleni

Taranto, prime condanne per le "vasche dei veleni" della M.M.

Il gup del tribunale di Taranto Pompeo Carriere ha condannato con il rito abbreviato due imprenditori campani per una serie di irregolarità compiute nelle operazioni di smaltimento dei residui di un deposito della Marina Militare a Taranto. Gli imprenditori sono Pasquale e Carmine Reale, di Monteforte Irpino (Avellino), rappresentanti dell’Associazione temporanea d’imprese che il 9 dicembre del 2002 si aggiudicò l’appalto per lo svuotamento e lo smaltimento dei residui.
I due sono stati condannati a un anno di carcere (pena condonata) e al pagamento 2,6 milioni di euro ciascuno per violazioni amministrative in relazione all’annotazione nei registri doganali di entrata e uscita del quantitativo di idrocarburi detenuto, per la sottrazione al pagamento dei diritti di confine di oltre 82mila metri cubi di indrocarburi e per il mancato pagamento dell’accisa sugli olii minerali.
Il deposito, situato nei pressi della base di Chiapparo, fu sequestrato dalla Guardia di Finanza nel giugno del 2004. Nelle vasche erano stati depositati liquidi considerati pericolosi, per i quali non sarebbe stata pagata l’accisa, ovvero il dazio doganale. Il gup ha rinviato a giudizio per gli stessi reati quattro ufficiali della Marina Militare e un altro imprenditore. La prima udienza è fissata per il 5 marzo prossimo. (Gazzetta Mezzogiorno)

sabato 25 aprile 2009

Per non dimenticare cosa fu il FASCISMO!

Carissima Anna, eccomi a te con questo mio ultimo scritto prima di partire per la mia condanna. Io muoio contento d'aver fatto il mio dovere di Vero Patriota. Mia cara sii forte che dal cielo pregherò per tè, che tu per me sei sempre stata l'unica consolazione in questi momenti di grande dolore mi confortavo solo con tè. Quando tu venivi mi sembrava che la mia vita veniva più bella, mi sentivo più sollevato. Ti ricordi Anna che da quel giorno che mi hai visto piangere anche tu ti sono scesi le grosse lacrime dagli occhi mia piccola e cara Anna i tuoi capelli hanno asciugato quelle lacrime dei miei occhi. Cara ora ti racconto un po' della mia vita e incomincio subito «il giorno 27 fui preso portato a Vercelli in prigione dove passai senza interrogazione. Il mattino del 29 fui chiamato davanti a tutti i fascisti di Vercelli. Io non ho risposto mai alle loro domande le sole parole erano queste " che non so niente e che non sono partigiano". Ma loro mi hanno messo davanti mille cose per farmi dire di si ma non usciva parola dalla mia bocca e pensando che dovevo morire. Il giorno 31 mi fu fatto la prima tortura ed è questo mi hanno strappato le ciglia e le sopraciglia. Il giorno i la seconda tortura "mi hanno strappato le unghie, le unghie delle mani e dei piedi e mi hanno messo al sole che non puoi immaginare, ma portavo pazienza e dalla mia bocca non usciva parola di lamento". Il giorno 2 la terza tortura "mi hanno messi ai piedi delle candele accese ed io mi trovai legato su una sedia mi son venuti tutti i capelli grigi ma non ho parlato ed è passato". Il giorno 4 fui portato in una sala dove c'era un tavolo sul quale mi hanno teso in un laccio al collo per dieci minuti la corrente e fui portato per tré giorni fino al giorno 6 alla sera alle ore 5 mi dissero se avevo finito di scrivere tutto ciò che mi sentivo ma non ho ancora risposto e voglio sapere la mia fine che devo fare, per dirlo alla mia cara Anna e mi dissero quella tremenda condanna e mi feci vedere molto orgoglioso ma quando fui portato in quella tremenda cella di nuovo mi inginocchiai mi misi a piangere avevo nelle mie mani la tua foto ma non si conosceva più la tua faccia per le lacrime e i baci che ti ho fatto, questo cara Anna devi perdonarmi sii forte a sopportare questo orrendo delitto e fatti coraggio avrai il tuo amore fucilato alla schiena. Ma Dio paga non soltanto il sabato ma tutti i giorni, fai bene Anna, che il tempo passa e non tornerà più e la morte si avvicina».
Cara Anna mi devi promettere una cosa sola che saprai vendicare il sangue di un innocente che grida vendetta contro i fascisti. Nel tuo cuore non ci deve essere dolore ma l'orgoglio di un Patriota e anche ti prego di tenere per ricordo il mio nastrino tricolore che lo portai sempre sul cuore per dimostrarmi un vero Patriota. Anna non piangere per me che hai avuto il tuo caro papà morto. Io dal cielo ti guarderò ove tu andrai e ti seguirò ovunque. Mi trovo nelle mani dei Carnefici se mi vedessi Anna non mi riconosceresti più per lo stato che son ridotto molto magro grigio sembro tuo nonno tutto ciò non basta il peggio sarà domani sera senza un soccorso da tè e dai miei genitori senza veder più nessuno quale dolore sarà per la mia mamma.
Ti prego Anna a guerra finita va a Torino da mia sorella e racconta ciò che è avvenuto nei giorni della mia prigione e che per lei ho fatto questa morte le auguro che non le facciano del male come a suo fratello ma anche per lei verrà il giorno della riscossa; ella dirà che è colpa mia. Anna sii forte sopporta questa croce pesante che dovrai portare fino al disopra del cielo. Ora veramente devo terminare perché mi fanno molto male le mani e mi fanno sangue. Saluti e baci prega per me che io dal cielo pregherò per tè.

Antonio Fossati (condannato a morte)

Lettere della Resistenza

lunedì 9 marzo 2009

Un convegno storico!


Il Convegno “Emissione Colposa – Salute Pubblica: Nessi di causa ed effetto tra agenti inquinanti e danni alla salute ed ambientali” si terrà sabato 14 marzo 2009 ore 16.00, presso la Corte D'Appello di Taranto nel quartiere Paolo VI, è stato organizzato e promosso dal Comitato per Taranto, insieme all'Ail Taranto, Medicina Democratica Brindisi, Imid Association, Associazione 12 giugno, Cittadinanza Attiva, Associazione Libera


La conferenza stampa di presentazione è fissata per mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 11.00, presso la sede dell’AIL (Associazione Italiana Leucemie) sezione di Taranto, in via De Cesare 3, verrà presentato il Convegno .

PROGRAMMA DEL CONVEGNO:
Moderatore: dott Ermanno Iacobellis Presidente sezione Corte d'Assise di Appello di Taranto

Saluto dei Magistrati dott. Giuseppe Lanzo - Presidente preposto della sede distaccata della Corte d'Appello
Istanze e proposte delle associazioni sanitarie e ambientaliste della Puglia Michele Carone, Paola D'Andria, Mariangela Stasi, Cosimo Semeraro, Giancarlo Girardi, Saverio De Florio
La tutela del cittadino - la risarcibilità del danno avv. Marina Venezia - dirigente nazionale Cittadinanzattiva
Il ruolo della collettività nella difesa della salute pubblica dott.sa Anna Maria Quaranta - dirigente Corte d'Appello di Taranto
Lo sviluppo economico avverso la salute pubblica dott. Antonio Fernando D'Angelo, medico igienista Presidente Medicina Democratica ing. Riccardo Rossi - ricercatore ENEA - Medicina Democratica sezione di Brindisi
Criticità nell'accertamento delle responsabilità penali e civili da emissioni inquinanti avv. Angelo Esposito - Presidente Ordine degli Avvocati della Provincia di Taranto
Danni alla salute tipici e riferibili agli agenti inquinanti dott. Patrizio Mazza - Direttore Servizio di Ematologia Ospedale Moscati Taranto
Metodo scientifico per risalire alle fonti inquinanti causa di malattia ambientale dott. Mauro Minelli, Direttore Centro IMID di Immunologia Clinica - Ospedale Campi Salentina Lecce
Impatto e conseguenze sulla salute delle polveri sottili nel breve e lungo periodo dott. Maurizio Portaluri - Direttore Servizio di Radioterapia Oncologica Ospedale Perrino Brindisi
Tipologia delle emissioni industriali pugliesi e ricadute epidemiologiche Conclusioni del Direttore Generale ARPA Puglia prof. Giorgio Assennato


Nota stampa: OGGETTO: Convegno “Emissione colposa Salute pubblica” - sab. 14 marzo 09, ore 16.00
Tornano in campo le associazioni pugliesi per la tutela della salute pubblica e dell’ambiente. Sull’onda della grande indignazione suscitata dalla possibilità che i danni inflitti alla collettività ed al territorio dai grandi gruppi industriali e nell’ipotesi paventata che i costi, malgrado i favolosi utili realizzati negli ultimi anni dagli stessi gruppi, ricadano come sempre unicamente sulle spalle dei cittadini, le associazioni iniziano a svelare i primi particolari del lavoro compiuto negli ultimi mesi volto ad inaugurare una giusta ed inderogabile campagna di risarcimenti.
Allo scopo, le associazioni sono riuscite a chiamare a raccolta una task-force costituita da decine di avvocati, magistrati, ingegneri, biologi, tecnici del territorio, esperti ambientali e soprattutto dei più noti nomi della medicina pugliese impegnati nella denuncia degli attentati alla salute pubblica e tra i pochi in grado di dimostrare il collegamento diretto tra la dispersione degli agenti inquinanti e l’incremento delle malattie sul territorio. Una task-force costituita in vista di un obiettivo storico e affidata a noti professionisti qualificati provenienti dalle provincie di Taranto, Brindisi, Lecce e Bari tutti presenti al convegno che si terrà il giorno 14 marzo p.v. alle ore 16.00 presso l’Aula Bunker della Corte di Appello di Taranto (Paolo VI).
Dopo il primo storico risultato ottenuto imponendo alla classe politica l’impianto della legge regionale per l’abbattimento delle emissioni di diossine, la città prepara ora una nuova e determinante campagna di lotta per l’accertamento delle effettive responsabilità dei vari inquinanti nella determinazione dei danni alle persone ed all’ambiente.

Il comitato civico ha inoltre individuato ed illustrerà le criticità dell’attuale sistema legislativo che fino ad ora non ha consentito di determinare appieno le responsabilità e gli indennizzi. Inoltre si vuole indicare, in tal senso, il proficuo ricorso alle attuali normative di tutela. Nel corso del convegno saranno svelati i meccanismi secondo cui più emissioni “a norma” di inquinanti possano ugualmente produrre danni consistenti alla popolazione sfruttando un effetto cumulativo e sinergico non previsto dall’attuale sistema normativo. Saranno inoltre evidenziate le gravi inadempienze di alcuni enti pubblici che in passato non hanno consentito di produrre quegli atti indispensabili per l’accertamento delle responsabilità a cui i cittadini avrebbero potuto fare riferimento per salvaguardare i propri diritti, la propria salute e ottenere i giusti risarcimenti.
Questo convegno rappresenta un primo appuntamento di carattere tecnico che prelude ad un successivo dibattito pubblico che metterà la cittadinanza nelle condizioni di sfruttare appieno le prove e le perizie già prodotte, al fine di conseguire gli indennizzi semplificando e rimuovendo ogni ostacolo dell’iter giudiziario.

Alla conferenza stampa prenderanno parte i rappresentanti di
Comitato Per Taranto –Michele Carone, Alessandro Marescotti

Ail Taranto - Paola D'Andria
IMID Malati Infiammatori Cronici – Esther Paola Tattoli, Saverio De Florio
Cittadinanzattiva – Marina Venezia
Associazione 12 Giugno – Cosimo Semeraro, Mariangela Stasi
Associazione Libera – Anna Maria Bonifazi, Giancarlo Girardi

mercoledì 4 marzo 2009

Altr'Italia... (purtroppo!)

Tav, AD Impregilo condannato per smaltimento rifiuti
FIRENZE (Reuters) - Il giudice del tribunale di Firenze, Alessandro Nencini, ha condannato 27 persone, tra cui l'amministratore delegato di Impregilo, per lo smaltimento illecito di rifiuti durante i lavori di costruzione della tratta ferroviaria ad alta velocità Firenze-Bologna.
Alberto Rubegni, presidente di Cavet (Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana) e amministratore delegato di Impregilo -- la società che detiene circa il 75% del consorzio che ha avuto in appalto i lavori Tav -- è stato condannato a cinque anni di reclusione per smaltimento illecito di rifiuti insieme al consigliere delegato di Cavet Carlo Silva e al direttore generale Giovanni Guagnozzi.
Il consorzio è stato anche condannato a un risarcimento complessivo di 150.160.000 euro, dei quali 50 milioni ciascuno a favore di ministero dell'Ambiente, Regione Toscana e provincia di Firenze, e la somma restante ad altri piccoli comuni.
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mercoledì 5 novembre 2008

Un po' di "saga" familiare: i Riva a Genova


Emilio Riva e i suoi figli Claudio e Fabio Arturo, ai vertici delle Acciaierie di Cornigliano, sono stati condannati alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione, senza i benefici della condizionale, oltre al pagamento delle spese processuali e al «risarcimento del danno causato all’Associazione Per Cornigliano, a Legambiente e alla Federazione dei Verdi» che si erano costituiti parte civile. Una sentenza, quella pronunciata ieri dal giudice Luisa Carta del tribunale di Genova, per certi versi clamorosa che arriva al termine di un complesso procedimento penale avviato nel 2001, quando «Per Cornigliano», guidata da Cristina Pozzi, aveva citato in giudizio l’imprenditore per inquinamento.
All’epoca, l’avvocato Roberto Damonte, che patrocinava i cittadini riuniti nell’associazione, aveva presentato un esposto alla magistratura corredato dalle firme di oltre mille residenti nella delegazione, esasperati per il progressivo deterioramento della qualità dell’aria e le pesanti conseguenze sulla salute attribuite alle emissioni degli impianti dell’Ilva. Da lì, l’avvio del procedimento penale che sarebbe culminato, tre anni dopo, nella testimonianza di un gruppo degli stessi componenti dell’Associazione Per Cornigliano.
E proprio in seguito a queste testimonianze - ricorda adesso Cristina Pozzi - il giudice «ha esteso il reato di inquinamento ambientale oltre la chiusura della cokeria, comprendendo anche l’attività dell’altoforno. Nel marzo dello scorso anno, infine, lo stesso magistrato ha ammesso la costituzione di parte civile della nostra associazione, che intanto aveva corredato l’esposto con una ventina di cartelle cliniche a ulteriore chiarimento della insostenibilità della situazione ambientale». (Il Giornale)

6 ottobre 2006
Condanna senza condizionale a un anno e quattro mesi di carcere nei confronti di Emilio, Claudio e Arturo Fabio Riva. Il Tribunale di Genova ha accolto l'esposto di Legambiente, Verdi e associazione "Per Cornigliano" sulle emissioni nocive rilasciate nell'aria dalle acciaierie Ilva, nel ponente Genovese. I vertici dell'azienda siderurgica dovranno ora vedersela con una ventina di persone colpite da malattie croniche alle vie respiratorie (asma nella maggior parte dei casi, ma anche cancro ai polmoni), che intendono procedere con la causa civile.
"La sentenza e' utile per il futuro - ha commentato Cristina Pozzi, presidente dell'associazione di quartiere - anche se l'Ilva continuera' a funzionare con la lavorazione a freddo". Emilio Riva fu condannato in Cassazione, il 29 settembre 2005, per emissioni fuori legge di polveri e gas riversati su alcuni quartieri di Taranto. L'8 marzo 2006, sempre in Cassazione, ancora una condanna, per frode processuale e tentata violenza privata nei confronti di alcuni dipendenti dell'Ilva di Taranto. (Agr)

La condanna è stata inflitta «senza condizionale», in considerazione del fatto che - sottolinea una nota di Legambiente - «si tratta di soggetti recidivi con recenti condanne pregresse già passate in giudicato. Emilio Riva - aggiunge sempre Legambiente - il 29 settembre dello scorso anno è stato definitivamente condannato in Cassazione a sette mesi di reclusione,
poi convertiti in pena pecuniaria di 8mila euro, per emissioni fuori legge di polveri e gas riversati su alcuni quartieri a Taranto, e successivamente, l'8 marzo di quest'anno, sempre in Cassazione, è stato condannato definitivamente a un anno e sei mesi per frode processuale e tentata violenza privata nei confronti di numerosi dipendenti dello stabilimento di Taranto». Per effetto, comunque, della legge recente sull'indulto, le pene sono interamente condonate.
Sul piano legale, resta il fatto che la sentenza di ieri è molto pesante,anche perché - sottolinea ancora Legambiente - se la terza condanna di Riva venisse venisse confermata e l'imprenditore dovesse incorrere in un altro, anche minimo, «infortunio» giudiziario, si potrebbe configurare la possibilità del ritiro immediato delle licenze d'esercizio dei suoi impianti in Italia. «D'ora in poi, quindi - insiste Cristina Pozzi - sarà più difficile per Riva fare liberamente ciò che vuole sulla nostra pelle come in passato. l'Associazione Per Cornigliano, dopo questa sentenza, è ancora più forte. Ma noi, come sempre, vigileremo e lotteremo per tutelare il nostro diritto alla salute» (Adunanze).

A pagina 33 de "Il secolo XIX" del 12 ottobre 2007
C'è un articolo sulla riconversione: il Comitato per Cornigliano denuncia in un esposto ai carabinieri "Il crollo diffonde nell'aria sostanze inquinanti". Per demolire le strutture sono state usate cariche esplosive.

Grazie Peppe