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venerdì 16 ottobre 2015

E' durato poco


Pecore avvelenate dalla diossina, revocato il sequestro ai 15 ex dirigenti

Il tribunale del Riesame di Taranto (presidente Morelli, relatore Ruberto, a latere De Cristofaro) ha disposto la revoca del sequestro conservativo di beni (87 proprietà) disposto il 22 settembre scorso nei confronti di 15 ex dirigenti dell’Ilva, imputati nel processo per il presunto disastro ambientale provocato dal Siderurgico, la cui prima udienza è fissata per il 20 ottobre prossimo, ma che dovrebbe slittare per un difetto di notifica.
L’ordinanza riguardava beni nella disponibilità di Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti. A rivalersi nei confronti degli ex dirigenti Ilva sono Angelo, Vincenzo e Vittorio Fornaro, titolari della masseria Carmine, che ha subito l’abbattimento dei capi di bestiame a causa dei veleni prodotti dall’Acciaieria. Per il momento il tribunale ha depositato solo il dispositivo del provvedimento di dissequestro, in accoglimento del ricorso presentato dagli imputati. Il collegio difensivo è composto, tra gli altri, dagli avvocati Vincenzo Vozza, Leonardo Lanucara, Gaetano Melucci, Ottavio Martucci e Gianluca Pierotti. Le motivazioni si conosceranno nei prossimi giorni.(CdM)

mercoledì 23 settembre 2015

Quando la Giustizia fa battere il cuore

Non siamo abituati alla Giustizia.
Come Italiani, come meridionali, come tarantini.
Abbiamo sempre vissuto con la parzialità, le beffe dei potenti verso i deboli, i soprusi delle oligarchie e dei corruttori fino a portare anche nel piccolo delle scaramucce di strada la sbruffoneria del più forte che se ne frega: "cce me ne futt a me!"
Talmente radicata è questa abitudine ai "due pesi e due misure" che, da qualche tempo a questa parte, leggere che un pool di magistrati, fedeli alla Legge e alla Costituzione, stia letteralmente frantumando la tradizione millenaria del più forte e degli interessi dei ricchi, ci suscita un immediato, primo sentimento di ... paura!
Forse è la stessa paura che ebbero gli abitanti delle città attraversate dalle rivoluzioni o dai cambi di regime che avvenivano facendo piazza pulita dei potenti dei vecchi sistemi.
Fa innata paura pensare che i Don Rodrigo di tutte le estrazioni possano anche loro sudare freddo davanti alla lettura di una condanna, sentirsi minare sotto le loro certezze storiche e i loro possedimenti, e con loro anche il nostro mondo.
Forse perché fa paura perdere la consuetudine dell'ignavia, la legge delle ostriche verghiane per cui ogni opposizione alla legge della giungla è un sacrilegio e tutti bisogna accettare tutto. Lamentarsi si, anche tanto, ma in fondo stare zitti e sotto, accettare perché così è sempre stato.
Qualcosa è cambiato. La Legge è arrivata anche in riva allo Jonio?
E con lei i diritti universali degli uomini a chiedere Giustizia, a sentirsi parte di uno Stato civile, a credere nei valori di tutti.
L'ignavia e l'interesse sono duri da spezzare.
Anche per tante persone stimabili e convintamente oneste è difficile, soprattutto in età più avanzata e disillusa, immaginare un mondo in cui due cittadini siano pari di fronte alla Legge: una libertà faticosa, che richiede impegno, responsabilità, partecipazione.
Per questo immaginiamo che, così come noi all'inizio abbiamo letto con un pizzico di paura il terremoto della notizia che segue, la schiera dei conservatori benpensanti griderà allo scandalo e additerà ancora una volta i magistrati giusti come biechi persecutori, come sovvertitori del sistema, come estremisti alleati con sfaccendati idealisti anacronistici, relegati ai margini della società!
Le ragioni del GIP sono corrette al limite della banalità: in attesa di giudizio, è necessario sequestrare i beni privati dei presunti responsabili perché sono venute meno le garanzie patrimoniali societarie, quindi la parte civile «non può che trovare soddisfazione del proprio credito nei patrimoni personali degli imputati, in caso di condanna».
Ma potete immaginare che per far valere il diritto all'esistenza dignitosa di un "miserabile" allevatore si metta mano ad una delle famiglie più potenti d'Italia e ai suoi prossimi?
La storia si può scrivere anche così. Ed oggi è più bella che mai,perché anche quando tutto sembra già scritto, lei non finisce mai di stupirci!
E la paura diventa presto emozione e speranza.
Auguri Vincenzo Fornaro, non volevi essere un martire e sei diventato un cittadino di questo Stato!

 
Ilva, per gli ex dirigenti sequestro degli immobili. Sigilli per gli ovini abbattuti: 87 le proprietà



Negli anni scorsi, migliaia di capi di bestiame destinati all’alimentazione furono abbattuti per la contaminazione da diossina e pcb, in seguito all’attività di pascolo in zone aggredite dall’inquinamento prodotto dall’Ilva. Per numerose aziende che si occupavano dell’allevamnento ovino-caprino fu il tracollo.

Ora, nelle more del processo “Ambiente svenduto”, i titolari dell’azienda Fornaro, fra i più colpiti dall’ordine di abbattimento, si rivalgono sull’Ilva. Ma non più sulla società per azioni, quanto sugli allora dirigenti che, nei loro rispettivi ruoli, avrebbero concorso al disastro. I sequestri, per alcuni milioni di euro, sono stati disposti dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto dottoressa Vilma Gilli, gup del procedimento sull’Ilva sfociato a processo.
In funzione di gip, la dottoressa Gilli ha emesso un ordinanza di sequestro conservativo sui beni, di varia natura: in tutto ben ottantasette proprietà.
Si tratta di beni che sarebbero nella disponibilità di Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti.

Quelli appena riportati sono, in pratica, i nomi di dieci degli imputati coinvolti nel processo che sarà celebrato dalla Corte d’assise di Taranto a partire dal 20 ottobre prossimo, nei confronti dei quali è stata avanzata istanza da parte degli imprenditori Angelo, Vincenzo e Vittorio Fornaro, titolari dell’azienda “Masseria Carmine”, situata in agro di Taranto.

Oltre a quelle dei fratelli Riva, nella procedura sono coinvolte le proprietà dell’ex presidente di Ilva Spa Ferrante, dell’ex legale della famiglia Riva, avvocato Perli, di alcuni degli ex fiduciari della famiglia di industriali lombardi. Ma anche quelle dell’ex responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva, dei dirigenti di impianti siderurgici e dell’ex consulente della procura della Repubblica.

A quest’ultimo, cioè al professor Liberti, è contestato nel processo proprio di aver falsificato una consulenza tecnica disposta dalla magistratura, asserendo «falsamente che la diossina rinvenuta nelle matrici alimentari analizzate (che portarono all’azzeramento del bestiame dell’azienda Fornaro) non era compatibile con l’attività dello stabilimento siderurgico Ilva».

Nell’evidenziare la sussistenza delle condizioni di legge per l’emissione del sequestro conservativo, la dottoressa Gilli ha ricordato come a propria firma, a suo tempo, sia intervenuta una ordinanza di esclusione dal processo dei responsabili civili Ilva Spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici.

Il riferimento, sic et simpliciter, è del tutto pertinente per spiegare come alla luce di questa circostanza siano venute meno le garanzie patrimoniali societarie. Per questo motivo, secondo quanto evidenziato dalla dottoressa Gilli, la parte civile «non può che trovare soddisfazione del proprio credito nei patrimoni personali degli imputati, in caso di condanna». (Quot)



“Ambiente Svenduto” – I Fornaro chiedono sequestro immobili per i dirigenti e spronano: “Fatelo con i politici”


E’ risaputo oramai, come  la Masseria “Carmine” sia il simbolo di questa Taranto che lotta contro l’inquinamento. Una Taranto martoriata, abbandonata, alla quale si promette il mondo, e puntualmente tutto finisce in fumo. Si in fumo, lo stesso maledetto fumo che ha inquinato il nostro mare, che ha visto morire padri, madri, figli. Lo stesso fumo che fuoriesce dai quei camini, lì al bivio, il maledetto bivio tra salute e lavoro. E il danno peggiore per il cittadino di Taranto è stato costringerlo a scegliere, e non per vivere, ma per sopravvivere in entrambi i casi. Questa è la triste storia di una delle città più belle. Questa è la triste storia dei tarantini, e la Masseria “Carmine” è il simbolo del cambiamento, l’apice, il punto di inizio, di quello che oggi è il più grande processo nella storia per disastro ambientale. I titolari della Masseria, Vincenzo, Vittorio e Angelo Fornaro, allevavano capi di bestiame. Gli stessi qualche anno fa, sono stati abbattuti in quanto contaminati da diossina e pcb. La causa? Il pascolo in zone contaminate dall’attività dello stabilimento Ilva. Dunque, capi di bestiame abbattuti, un’azienda al collasso, e un mondo crollato addosso. Ma i Fornaro non si sono dati per vinti, e i primi risultati sono stati i 47 rinvii a giudizio e le prime condanne. Taranto si è improvvisamente mobilitata, e fioccano le prime costituzioni di parte civile nei confronti degli ex dirigenti. Il 20 ottobre prossimo, il processo presso la Corte di Assise di Taranto, per gli imputati Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti, avverso i quali i Fornaro hanno presentato una istanza di sequestro conservativo dei beni immobili. Le proprietà sarebbero in tutto 87.
“Bisogna insistere, bisogna essere più incisivi e non bisogna demordere” ci spiega – raggiunto dal PugliaPress – in un’intervista Vincenzo Fornaro.
Fornaro commenta i primi rinvii a giudizio, riferendosi anche  alla classe politica, quella “del bello e cattivo tempo”, affinché la responsabilità del disastro ricada anche  su di loro, che questa città avrebbero dovuto proteggerla. “La nostra istanza sia anche da monito – spiega Fornaro – verso tutti coloro che si sono costituiti parte civile nei confronti della classe politica. Io dico loro di fare la stessa cosa, di chiedere il sequestro degli immobili – e continua – sequestrate i beni di queste persone”.
“Tutti i decreti del mondo, ma non ci piegheranno” dice Fornaro.
La Masseria “Carmine” ha segnato l’inizio di questo lungo percorso, spronando anche altri allevatori del territorio a ribellarsi, senza temere poteri forti. Un segnale di forza e coraggio all’intera città, e un segnale di presenza e determinazione anche  al Governo, che per quanto cerchi disperatamente di salvare con vari decreti questa fabbrica di morte, non risolve la situazione di una  città messa in ginocchio, da quella che chiamavano la sua vocazione. (Pugliapress)

giovedì 6 marzo 2014

Tutti i livelli dello Stato: Vendola, Stefano, Florido, Conserva, Nicastro, Fratoianni, Pelaggi, Assennato... E pure il prete!

Per avere un quadro più ricco, pubblichiamo alcuni articoli che riferiscono del rinvio a giudizio di 53 persone nell'inchiesta Ambiente Svenduto: il grande affaire Ilva!

“Ambiente svenduto”: cinquantatré rinvii a giudizio per l’ILVA di Taranto
 
La procura della Repubblica di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio di cinquantatré indagati, cinquanta persone e tre società, nell’ambito dell’inchiesta “Ambiente svenduto”. Tra gli altri, il presidente della Regione Puglia  e per Emilio, Nicola e , proprietari dell’ di Taranto.
I governatore Vendola è imputato di accusato di concussione aggravata in concorso con Girolamo Archinà, ex dirigente dei rapporti istituzionali del siderurgico, Fabio Arturo Riva, ex vicepresidente del gruppo, Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento tarantino e Francesco Perli, legale dell’azienda.
Per i Riva, inoltre, (Fabio rifugiato in Inghilterra è in attesa di essere estradato) insieme con Capogrosso,  per le morti per amianto di operai dello stabilimento è stata chiesta una pena di quattro anni e sei mesi a testa. Tra le accuse contestate in un altro processo, l’omicidio colposo e l’omessa cautela di precauzioni necessarie per tutelare l’integrità fisica dei lavoratori.
Secondo gli inquirenti, nel 2010 il presidente Vendola avrebbe fatto pressioni sul direttore generale dell’ARPA Puglia, l’Agenzia Regionale per la Protezione e Prevenzione dell’Ambiente per “ammorbidire” la posizione dell’agenzia sulle emissioni nocive dell’ILVA; rinviati a giudizio, quindi, per favoreggiamento personale Giorgio Assennato e, fra gli altri, il suo direttore scientifico Massimo Blonda, Donato Pentassuglia, presidente della commissione Ambiente alla Regione e l’assessore regionale all’Ambiente .
La richiesta di rinvio a giudizio è stata formalizzata per concussione anche per l’ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido del Pd, arrestato a maggio 2013 insieme con l’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva per aver fatto pressioni insieme ad Archinà su due suoi dirigenti per facilitare il rilascio dell’autorizzazione di una discarica per rifiuti speciali all’interno dell’ILVA; e per il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, accusato di abuso d’ufficio per non aver tutelato la salute dei suoi concittadini. A processo anche un ispettore di polizia, un sottufficiale dei carabinieri, un avvocato e un parroco, coinvolti a vario titolo nelle indagini sui rapporti fra ILVA e società civile. (Ambienteambienti)

GLI ALTRI NOMI DELL'INCHIESTA - Nell'inchiesta risultano coinvolti anche il sindaco Ippazio Stefàno, il parlamentare di Sel, Nicola Fratoianni (all'epoca assessore regionale), l'attuale assessore regionale all'Ambiente Lorenzo Nicastro, il consigliere regionale del Pd Donato Pontassuglia. Gli altri avvisi di garanzia sono in corso di notifica al patron Emilio Riva e ai suoi figli Nicola e Fabio. Sono ancora coinvolti il consigliere regionale Donato Pentassuglia i dirigenti della Regione Antonicelli, Manna, Pellegrino ed anche il direttore dell'Arpa Giorgio Assennato, il direttore scientifico dell'Arpa Massimo Blonda. Ecco la lista di tutti gli indagati: Emilio Riva (1926), Nicola Riva (1958), Fabio Arturo Riva (1954); Luigi Capogrosso (1955), Marco Andelmi (1971), Angelo Cavallo (1968), Ivan Dimaggio (1969), Salvatore De Felice (1964), Salvatore D'Alò (1959), Girolamo Archinà (1946), Francesco Pervi (1954), Bruno Ferrante (1947), Adolfo Buffo (1956), Antonio Colucci (1959), Cosimo Giovinazzi (1974), Giuseppe Dinoi (1984), Giovanni Raffaelli (1963), Sergio Palmisano (1973), Vincenzo Dimastromatteo (1970), Lanfranco Legnani (1939), Alfredo Cerinani (1944), Giovanni Rebaioli (1948), Agostino Pastorino (1953), Enrico Bessone (1968), Giuseppe Casartelli (1943), Cesare Cotti (1953), Giovanni Florido (1952), Michele Conserva (1960), Vincenzo Specchia (1953), Lorenzo Liberti (1942), Roberto Primerano (1974), Marco Gerardo (1975), Angelo Veste (1938), Giovanni Bardaro (1962), Donato Perrini (1958), Cataldo De Michele (1959), Nicola Vendola (1958), Ippazio Stefàno (1945), Donato Pentassuglia (1967), Antonello Antonicelli (1974), Francesco Manna (1974), Nicola Fratoianni (1972), davide filippo Pellegrino (1961), Massimo Blonda (1957), Giorgio Assennato (1948), Lorenzo Nicastro (1955), Luigi Pelaggi (1954), Dario Ticali (1975), caterina Vittoria Romeo (1951), Pierfrancesco Palmisano (1953), Ilva spa (in persona del commissario straordinario Enrico Bondi), Riva Fire spa (in persona del consigliere delegato e legale rappresentante Angelo Massimo Riva ), Riva Forni Elettrici spa (in persona del presidente legale e rappresentante Cesare Federico Riva). (CdM)

Ilva, un sistema infetto: concussione, corruzione e disastro ambientale. 50 richieste di rinvio a giudizio

Ci sono impresentabili di serie A e impresentabili di serie Z. Campagne mediatiche per chiedere la testa di Tizio, mentre i Caio e i Sempronio rimangono al loro posto, nascondendosi dietro il dito della "presunzione d'innocenza", in Italia valida solo per i politici. 
Ieri il ministro Boschi (Riforme) ha spiegato ai pochi deputati presenti in Aula che il governo, proprio per la presunzione d'innocenza, non ha alcuna intenzione di chiedere le dimissioni dei sottosegretari indagati o imputati (Barraciu, De Caro, De Filippo, Bubbico) figuriamoci del ministro Lupi (concorso in abuso d'ufficio). Resta da capire perchè Renzi abbia sostenuto che la Baracciu non andava bene come indagata candidata governatrice della Sardegna, ma è perfetta come sottosegretario alla Cultura.  Dopo pressioni di stampa e opinione pubblica, il sottosegretario Gentile (NCD) si è dimesso. Nessuno ha fiatato (e la notizia è rapidamente scomparsa dai principali quotidiani) per il rinvio a giudizio del compagno di partito Roberto Formigoni, ex governatore della Lombardia, presidente della Commissione Agricoltura. Sul suo capo accuse di corruzione e associazione a delinquere nell'inchiesta Maugeri sulla Sanità. Bazzeccole.  
Oggi giunge notizia della richiesta di rinvio a giudizio per Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata nell'ambito dell'inchiesta sull'Ilva di Taranto, altra indagine che rischia di venire archiviata dai media con troppa fretta. Secondo gli inquirenti il governatore della Puglia avrebbe abusato del suo ruolo e, assieme al patron Fabio Riva e all'ex responsabile delle comunicazioni dell'azienda Girolamo Archinà (quello della famigerata intercettazione pubblicata dal Fatto alcuni mesi fa), avrebbe "implicitamente minacciato" con la "mancata riconferma nell'incarico"  Giorgio Assennato, direttore dell'ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale), allo scopo di renderlo più 'morbido' nei confronti dell'azienda, in particolare sulle "emissioni nocive prodotte dall'impianto siderurgico dell'Ilva s.p.a. ed a dare quindi utilità a quest'ultima, consistente nella possibilità di proseguire l'attività produttiva ai massimi livelli, come sino ad allora avvenuto, senza perciò dover subire le auspicate riduzioni o rimodulazioni".  E' un'accusa gravissima di un'inchiesta che, non a caso, si chiama "ambiente svenduto". 
Oltre a quella di Vendola, ci sono altre 50 richieste di rinvio a giudizio: per i Riva (Fabio, Emilio, Nicola), Archinà, il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso l'accusa è di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari e all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Fabio Riva assieme ad Archinà deve rispondere anche del reato di corruzione in atti giudiziari: avrebbero versato una tangente di 10mila euro ad un professore universitario (Lorenzo Liberti) che collaborava con la Procura proprio sulle emissioni dell'Ilva. Tra i neo imputati anche Luigi Pelaggi, che nel 2011, quando venne rilasciata l'autorizzazione ambientale all'Ilva, faceva parte della commissione incaricata a decidere. Pelaggi era anche alla guida della segreteria tecnica dell'allora ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. 
Imputati anche il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno (omissioni in atti d'ufficio, non avrebbe adottato provvedimenti per "prevenire ed eliminare i pericoli" causati dall'Ilva di cui era a conoscenza) e l'ex presidente della Provincia, Gianni Florido (tentata concussione, pressioni per far ottenere l'autorizzazione alla discarica ILVA).  
L'inchiesta è partita nel 2009, ma il caso è deflagrato negli ultimi due anni, con il lungo braccio di ferro relativo alla chiusura degli impianti, fino al "sequestro per equivalente di beni, quote societarie e denaro fino alla concorrenza di 8.1 miliardi di euro nei confronti di Riva Fire e Ilva". Decisione poi annullata senza rinvio dalla Cassazione. Ma la questione Ilva si trascina da oltre un decennio. Il patriarca Emilio Riva ha già collezionato due condanne (nel 2002 e nel 2007) per l'inquinamento prodotto dall'azienda, senza che i vertici avessero messo in atto delle contromisure a tutela dell'ambiente. 
Un caso anche politico, che ha visto i governi e i vari ministri dell'Ambiente che si sono succeduti (Monti-Clini, Letta-Orlando) incapaci di fornire risposte convincenti. E con un evidente conflitto d'interessi: Enrico Bondi è stato nominato dal governo Letta commissario governativo del gruppo Ilva, un mese dopo aver lasciato il precedente incarico: amministratore delegato della stessa azienda. (IBT)


Per la  Procura di Taranto Emilio Riva e i suoi figli Nicola e Fabio (rifugiato in Inghilterra in attesa di giudizio di appello sull’estradizione), proprietari dell’Ilva,  insieme all’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, devono essere processati.  I Pm hanno infatti oggi richiesto il rinvio a giudizio per 50 persone e tre società.

L’inchiesta era stata già avviata nel 2009, ma di fatto la svolta era avvenuta nel 2012, grazie a due perizie che evidenziavano il pesante impatto dell’Ilva sull’ambiente e soprattutto sulla salute dei cittadini di Taranto. Da li partì il sequestro degli impianti e successivamente i  primi arresti. 
Le accuse  depositate oggi dalla Procura sono decisamente gravissime e riguardano non solo i proprietari dell’Ilva, ma anche i loro ‘fiduciari’ (il cosiddetto governo ombra della fabbrica). Vanno dall’associazione a delinquere, disastro ambientale, inquinamento, avvelenamento di sostanze alimentari, fino all’omissione dolosa di cautele contro gli infortuni, corruzione, concussione, falso e infine abuso d`ufficio. Fra le accuse c’è anche quella di aver fatto pressioni su politici e amministratori, mass media, organizzazioni sindacali, forze dell’ordine e clero, per ridimensionare i problemi ambientali e consentire allo stabilimento di proseguire l’attività produttiva “senza il minimo rispetto anzi in totale violazione e spregio della normativa vigente”.  Ma non solo. Rinviato a giudizio per concussione aggravata  anche  il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, leader di Sel. Vendola è imputato dalla Procura per le pressioni sui vertici dell’Arpa Puglia, affinché ‘ammorbidisse’ l’azione di controllo sull’Ilva, in particolare in relazione alle emissioni nocive prodotte dall'impianto siderurgico, dando così la possibilità a quest’ultimo di proseguire indisturbato l’attività produttiva, senza dover subire riduzioni o rimodulazioni.
Riguardo al presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, ecco quanto dichiara la Procura nel fascicolo: “In concorso tra loro nella gestione dell'Ilva di Taranto operavano e non impedivano con continuità e piena consapevolezza una massiva attività di sversamento nell'aria-ambiente di sostanze nocive per la salute umana, animale e vegetale, diffondendo tali sostanze nelle
aree interne allo stabilimento, nonché rurali ed urbane circostanti lo stesso, in particolare Ipa, benzoapirene, diossine, metalli ed altre polveri nocive, determinando gravissimo pericolo per la salute pubblica e cagionando eventi di malattia e morte nella popolazione residente nei quartieri vicino al siderurgico e ciò anche in epoca successiva al provvedimento di sequestro preventivo di tutta l'area a caldo”, avvenuta il 26 luglio del 2012. 
L’ex direttore Adolfo Buffo è invece accusato di aver omesso le misure di sicurezza necessarie alla protezione dei lavoratori, e di aver quindi causato la morte di due operai a ottobre e novembre del 2012, Claudio Marsella e Francesco Zaccaria.   
Diverse, infine, le accuse,  che vanno dall'associazione a delinquere alla concussione, che coinvolgono Girolamo Archinà, l'ex consulente dell'Ilva,  licenziato ad agosto 2012 e poi arrestato a novembre 2012. Archinà è stato uno dei personaggi chiave dell'indagine, colui che manteneva infatti i rapporti con i personaggi delle istituzioni, della politica e del sindacato. Era lui quindi il cosidetto ‘maestro degli insabbiamenti’. 
La Procura ha chiesto il processo anche per il sindaco di Taranto, per omissione di atti d’ufficio e per Gianni Florido, l’ex presidente della Provincia di Taranto (Pd), dimessosi a maggio in seguito all’arresto. Florido in particolare è accusato  per le pressioni esercitate nei confronti dell’assessorato all’Ambiente affinché assumesse un atteggiamento di favore nei confronti dell’Ilva e facilitasse le autorizzazioni in materia ambientale. Oggetto di indagine anche la discarica Mater Gratiae, nell'area di Statte (Taranto) e di proprietà Ilva, che ad ottobre scorso il Parlamento ha poi definitivamente autorizzato con una legge.
A questo punto sarà compito del  Gup fissare la data dell’udienza per il rinvio o meno a giudizio delle persone per le quali la Procura ha chiesto il processo. (Dazebao)


Vendola, chiesto il rinvio a giudizio sul caso Ilva: “Concussione aggravata”

Non sono bastate oltre sette ore di interrogatorio per convincere la Procura di Taranto dell’innocenza del governatore di Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione al termine dell’inchiesta “ambiente svenduto” sull’Ilva di Taranto. Un interrogatorio caratterizzato da “troppi non ricordo”, che secondo fonti investigative oggi si sono tradotti per il leader di Sinistra ecologia e libertà nella richiesta di rinvio a giudizio che gli inquirenti hanno depositato poche ore fa. Per il pool di magistrati guidati dal procuratore Franco Sebastio, infatti, Vendola in accordo con Fabio Riva, proprietario della fabbrica, e l’ex potente responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà ha abusato “della sua qualita di Presidente della Regione Puglia” e “mediante minaccia implicita della mancata riconferma nell’incarico” di direttore dell’Arpa Puglia, ha costretto Giorgio Assennato ad “ammorbidire” la posizione della’agenzia regionale di protezione ambientale “nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall’impianto siderurgico dell’Ilva s.p.a. ed a dare quindi utilità a quest’ultima, consistente nella possibilità di proseguire l’attività produttiva ai massimi livelli, come sino ad allora avvenuto, senza perciò dover subire le auspicate riduzioni o rimodulazioni”.
Proprio Assennato, infatti, con una nota del 21 giugno 2010 aveva suggerito “sulla scorta dei risultati dei campionamenti della qualità dell’aria eseguiti dall’Arpa nell’anno 2009 che avevano evidenziato valori estremamente elevati di benzo(a)pirene, l’esigenza di procedere ad una riduzione e rimodulazione del ciclo produttivo dello stabilimento siderurgico di Taranto”. Un’ipotesi che aveva mandato su tutte le furie i Riva e lo stesso Vendola che il giorno dopo, il 22 giugno 2010, in un incontro con gli assessori Nicola Fratoianni e Michele Losappio, aveva “fortemente criticato” l’operato dell’Arpa e sostenuto che ‘cosi com’è Arpa Puglia può andare a casa perché hanno rotto…’” ribadendo che “in nessun caso l’attività produttiva dell’Ilva avrebbe dovuto subire ripercussioni”. Non solo. I pm scrivono che dopo sole 24 ore Vendola ha convocato il direttore scientifico dell’agenzia, Massimo Blonda, “per ribadirgli i concetti espressi nell’incontro” del giorno precedente. Infine, il 15 luglio successivo, aveva indetto una riunione informale alla quale hanno partecipato anche i Riva, Archinà e l’allora direttore dell’Ilva Luigi Capogrosso, mentre Giorgio Assennato, “che pure era stato convocato” era stato lasciato fuori dalla stanza e “ammonito dal dirigente Antonicelli, su incarico del Vendola, a non utilizzare i dati tecnici sul benzo(a)pirene come ‘bombe carta che poi si trasformano in bombe a mano’”. Accuse gravi, insomma, per le quali Nichi Vendola rischia di finire sotto processo.
La stessa richiesta è stata formulata per gli altri 49 indagati e per le tre società (Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici) finite nell’inchiesta all’atto di chiusura delle indagini. La Procura di Taranto, infatti, ha chiesto il rinvio a giudizio anche per Emilio, Nicola e Fabio Riva accusati di associazione a delinquere insieme ad Archinà, al direttore Capogrosso, al consulente legale dell’azienda Francesco Perli e a cinque fiduciari, finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari e all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Non solo. Fabio Riva e Archinà dovranno rispondere anche di corruzione in atti giudiziari per aver versato secondo i pm una tangente da 10mila euro a Lorenzo Liberti, docente universitario e all’epoca dei fatti consulente della procura che indagava sulle emissioni della fabbrica.
Rischiano il processo anche il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno e l’ex presidente della Provincia, Gianni Florido. Stefàno è accusato di omissioni in atti d’ufficio, perché in qualità di primo cittadino e quindi di autorità locale avrebbe omesso di adottare provvedimenti per “prevenire e di eliminare i gravi pericoli” derivanti dall’allarmante situazione di emergenza dovuta ai veleni dell’Ilva di cui era a conoscenza. Un atteggiamento omissivo, che secondo i magistrati, avrebbe procurato alla famiglia riva e all’Ilva un vantaggio economico visto che non sono stati abbassati i livelli produttivi. Florido, finito in carcere il 15 maggio 2013 è accusato insieme all’ex assessore all’Ambiente, Michele Conserva, e ad Archinà, di tentata concussione: secondo le dichiarazioni del dirigente Luigi Romandini, Florido a Conserva avrebbero fatto pressioni perché il dirigente rilasciasse l’autorizzazione alla discarica Ilva per permettere all’azienda di smaltire i rifuti all’interno risparmiando così milioni di euro.
Richiesta di rinvio a giudizio anche per Luigi Pelaggi, ex capo della segreteria tecnica del ministro Stefania Prestigiacomo e membro della commissione che nel 2011 rilasciò l’autorizzazione a produrre all’Ilva. (FQ)




Bel team!

Ambiente Svenduto, Ilva: “Tutti a processo”

Ricalcando l’emissione degli avvisi di conclusione delle indagini, sono 53 le richieste di rinvio a giudizio nell’indagine sul disastro ambientale causato dall’Ilva: si tratta delle persone indagate e delle tre società coinvolte.
Concussione ai danni del direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, è l’accusa per il presidente della Regione, Nichi Vendola.
Nell’elenco ci sono, con contestazioni a vario titolo, politici, funzionari ministeriali e regionali, oltre alla famiglia Riva ed ai vertici del Siderurgico. Chiesto il processo per l’assessore regionale all’Ambiente, l’ex magistrato Lorenzo Nicastro, l’ex assessore alle politiche giovanili ed oggi parlamentare di Sel Nicola Fratoianni, accusati di favoreggiamento nei confronti di Vendola, come il direttore generale dell’Arpa, Giorgio Assennato. Nella lista c’è Donato Pentassuglia, consigliere regionale Pd accusato di favoreggiamento nei confronti dell’ex pierre Ilva Girolamo Archinà. Favoreggiamento nei confronti di Archinà è la contestazione per don Marco Gerardo, segretario dell’ex arcivescovo monsignor Papa (l’ex vescovo non risulta indagato).
Sul fronte aziendale, spiccano i nomi degli arrestati del 26 luglio 2012, il patron Emilio Riva, di suo figlio Nicola Riva, oltre che di Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento, Marco Andelmi, capoarea parchi, Angelo Cavallo, capo area agglomerato, Ivan Dimaggio, capo area cockerie, Salvatore De Felice, capo area altoforno e Salvatore D’Alò, capo area acciaieria 1 e 2 e capo area Crf, che rispondono del disastro ambientale, oltre a Fabio Riva, Luigi Capogrosso e il già citato Archinà; il presidente dell’azienda, Bruno Ferrante, e il direttore Adolfo Buffo, vennero denunciati nell’ambito dell’operazione che porta al sequestro dell’acciaio prodotto quando la fabbrica era sotto sequestro senza facoltà d’uso. Altro uomo Ilva di cui emerge il nome è quello dell’avvocato Francesco Perli, che avrebbe avuto i contatti con Luigi Pelaggi, membro della commissione ministeriale guidata da Dario Ticali, che stilò l’Aia del 2011.
Non manca l’ex presidente della provincia di Taranto, Gianni Florido, insieme all’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva, con l’accusa di aver fatto pressione su alcuni dirigenti perché concedessero all’Ilva l’autorizzazione all’utilizzo delle discariche interne - cosa fatta poi, per decreto, dal Governo. Per omissione in atti d’ufficio è indagato il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno. Per Cataldo De Michele, ispettore in servizio alla Digos, l’ipotesi di reato sarebbe rivelazione di segreti d’ufficio. Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino ed Enrico Bessone, gli uomini di fiducia dei Riva in fabbrica, rispondono del cosiddetto ‘governo ombra’. Indagato per la presunta mazzetta consegnatagli da Archinà è l’ex rettore del Politecnico di Taranto, e consulente della Procura, Lorenzo Liberti.
Ora parola passa al Gup. (TarantoBuonasera)

 

sabato 2 novembre 2013

A proposito delle barriere di Arrigoni

Ricordate la brutta pubblicità che la ditta Arrigoni si voleva fare a danno dei tarantini, vantandosi di aver risolto i problemi delle polveri minerali con le sue "zanzariere"?
Cliccate qui per leggere il post.

Ecco cosa ne pensano anche i giudici in merito all'"utilità" di barriere e zanzariere:

Bocciata dai Pm la barriera Ilva contro la polvere

Era il 5 luglio del 2012, mancavano venti giorni agli arresti e al sequestro dello stabilimento Ilva, eppure tutto sembrava andare come sempre. C’erano tra gli altri il sindaco di Taranto Ezio Stefàno, monsignor Marco Gerardo, il direttore dello stabilimento Adolfo Buffo e il potente responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva Girolamo Archinà. Inauguravano, con tanto di benedizione, l’avvio dei lavori di montaggio della barriera di contenimento delle polveri, secondo gli accordi sottoscritti con la giunta regionale.
Stefàno, don Marco, Buffo e Archinà sono, a vario titolo, 4 dei 53 destinatari dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari dell’inchiesta sul disastro ambientale e quella barriera, che fa bella mostra di sè tra i parchi minerali e il rione Tamburi, vale ora una contestazione specifica di reato a carico del patron dell’Ilva Emilio Riva, ai figli Fabio e Nicola, all’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso, ai fiduciari Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti; ai capi reparto e capi area Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Dimaggio, Salvatore De Felice, Salvatore D’Alò, al presidente Bruno Ferrante e a Girolamo Archinà e Adolfo Buffo, presenti quel giorno. Secondo la Procura, gli indagati hanno effettuato i lavori di scavo per la realizzazione della fondazione della barriera frangivento in zona parchi in un’area ricompresa nei limiti di perimetrazione del sito d’interesse nazionale di Taranto in assenza del certificato di avvenuta bonifica e in un sito peraltro sottoposto a sequestro da parte dell’autorità giudiziaria. I rifiuti derivanti dai lavori di scavo delle fondazioni, poi, sarebbero stati depositati in maniera incontrollata su un suolo non pavimentato nell’area parchi, favorendo così la diffusione degli inquinanti e delle polveri in atmosfera.
Quegli stessi rifiuti sarebbero stati gestiti come rifiuti non pericolosi sebbene il loro livello di contaminazione era stato già accertato nell’ambito della procedura di caratterizzazione e bonifica del sito d’interesse nazionale di Taranto. Un disastro su tutta la linea, insomma, anche se proprio i lavori di realizzazione di quella barriera frangivento sono stati al centro di una vera e propria polemica tra l’azienda, che la riteneva quasi risolutiva per evitare che la polvere dei parchi minerali finisse nelle vicine case del rione Tamburi e il pool di custodi giudiziari nominati dal gip Patrizia Todisco.
«Considerata - scrissero i tecnici guidati dall’ing. Barbara Valenzano - la realizzazione prevista di una barriera frangivento, lunga circa 1.600 metri e alta 21 metri, sul tratto interno allo stabilimento confinante con la provinciale per Statte e la statale per Grottaglie ed i risultati dello “Studio di impatto atmosferico dei parchi materie prime dello stabilimento Ilva di Taranto”, redatto dal Cnr-Iia di Roma, nonché i pareri già espressi dagli esperti nominati dal Comune di Taranto e dalla Provincia di Taranto nell’ambito della “Consulenza tecnica relativa alle problematiche ambientali dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto”, si ritiene che la riduzione ed il contenimento della diffusione di polveri materiali polverulenti disposti in cumuli all’aperto, che trova la sua genesi nell’azione di erosione e trascinamento del vento sulle frazioni dimensionali sensibili, ma anche in tutte le fasi in cui i materiali vengono disturbati da azioni meccaniche, si persegua unicamente con l’adozione delle migliori tecnologie disponibili e pratiche di lavoro, impedendo che le correnti d’aria possano esercitare la loro azione sulle sorgenti di rischio. Si ritiene, nello specifico, che la “barriera frangivento” (così detto “barrieramento”) assolva alla analoga funzione dell’attuale recinzione e non all’intercettazione e contenimento».
Per i custodi, insomma, era evidente, già allora, malgrado atti di intesa, cerimonie e benedizioni, che l’unico intervento plausibile che «possa limitare i fattori condizionanti le emissioni e gli impatti del parco minerali e fossili dell’Ilva, nonché a migliorare gli impianti a partire dai limiti dell’area» era, e sia tutt’ora, «la copertura dei parchi minerari e di tutte le aree che potenzialmente determinano emissioni polverulente».(GdM)

giovedì 31 ottobre 2013

Ecco i nomi!

Sono questi i 53 indagati nell’ambito dell’inchiesta “Ambiente Svenduto”.

ILVA
Emilio Riva, Nicola Riva, Fabio ArtuRo Riva, Girolamo Archinà, Luigi Capogrosso – ex direttore stabilimento Marco Adelmi – capo reparto Angelo Cavallo – capo reparto Ivan Di Maggio – capo reparto Salvatore De Felice – capo reparto Salvatore D’Alò – capo reparto Bruno Ferrante – pres. cda ILVA SPA, Adolfo Buffo – Ex dir. stabilimento Francesco Perli – legale ILVA Sergio Palmisano – capo reparto Vincenzo Dimastromatteo – capo reparto Caterina Vittorio Romeo – dipendente Ilva Antonio Colucci – dipendente ilva Cosimo Giovinazzi – dipendente Ilva Giuseppe Dinoi – dipendente ilva Donato Perrini – dipendente ilva

COMUNE E PROVINCIA DI TARANTO
Ippazio Stefàno – Sindaco di Taranto, Giovanni Florido – già pres. prov. di Taranto, Michele Conserva – già ass - già ass prov Ambiente Provincia di Taranto, Vincenzo Specchia – già segr. Gen. Provincia di Taranto – attuale segretario generale Angelo Veste – già capo di Gabinetto Pres Prov di taranto

REGIONE PUGLIA
Nicola Vendola – Pres Regione Puglia Nicola Fratoianni – già cons. regionale – Deputato della repubblica, Lorenzo Nicastro – Ass reg Ecologia ed Ambiente, Donato Pentassuglia – Cons regionale – Pres Comm Ambiente ed assetto del territorio Antonello Antonicelli – Dirigente settore Ecologia ed Ambiente Davide Filippo Pellegrino – Capo di Gabinetto pres Regione Puglia Francesco Manna - già capo di Gabinetto Pres Regione Puglia Pierfrancesco Palmisano – Funzionario assessorato qualità Ambiente Regione Puglia – già rappr c/o Comm Aia

ARPA PUGLIA
Giorgio Assennato – Direttore Generale Arpa Puglia Massimo Blonda – Dir scientifico Arpa Puglia Roberto Primerano – Funzionario Arpa Puglia – già consulente Procura

COMMISSIONE AIA
Dario Ticali - Presidente Luigi Pelaggi – Segretario Commissione

FIDUCIARI
Lanfranco Legnani Alfredo Ceriani Giovanni Rebaioli Agostino Pastorino Enrico Bessone Giuseppe Casartelli Cesare Corti Giovanni Raffaelli

ALTRI
Lorenzo Liberti - ex Preside Politecnico di Taranto – già cons Procura Aldo De Michele Giovanni Bardari don Marco Gerardo – già segretario Vescovo Taranto

SOCIETA’:
ILVA SPA RIVE FIRE SPA RIVA FORNI ELETTRICI SPA

venerdì 2 agosto 2013

Sull'Ilva o sui tarantini?

Tre spade di Damocle sull’Ilva

Richard Westall
Secondo una leggenda, sopra la testa di Damocle pendeva una spada affilata sostenuta da un esile crine di cavallo. L’Ilva ha sopra il capo ben tre di queste spade. La legge appena approvata vorrebbe salvarla dall’incubo di queste tre spade. Vi vorrei spiegare come e perché.
Partiamo con il dire che la conversione in legge del Decreto n.61 disciplina il commissariamento straordinario di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale la cui attività produttiva comporti pericoli gravi e rilevanti all’ambiente e alla salute, a causa dell’inottemperanza alle disposizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).
In teoria quindi appare come il temporaneo trasferimento in mani “affidabili” (quelle dello Stato) di un’azienda privata “inaffidabile”. Ma è proprio così? No, assolutamente no. In realtà questa legge – va ricordato – nasce per scongelare i beni sequestrati alla famiglia Riva dalla magistratura di Taranto. Il GIP Patrizia Todisco aveva infatti firmato il 22 maggio 2013 un decreto di sequestro per equivalente di beni per 8,1 miliardi di euro, cifra che corrisponderebbe, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, al notevole vantaggio economico corrispondente alla mancata attuazione degli interventi per la protezione e salvaguardia dell’incolumità dell’ambiente, degli operai e dei cittadini di Taranto. Fu un atto che i politici filogovernativi non digerirono.
Il Procuratore capo di Taranto, Franco Sebastio, dichiarò: ”Se volete fermarci fate un’altra legge“.
E così è stato. Questa è quindi una ciambella di salvataggio statale per mettere nuovamente fuori gioco la magistratura. C’era già stata la legge 231/2012 per mettere fuori gioco la magistratura: fu la prima legge che venne definita “Salva Ilva“. Vi ricordate cosa prometteva quella legge? Quella legge doveva “garantire” la realizzazione dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) e, per darne la “certezza assoluta”, incorporava nella legge le prescrizioni dell’AIA stessa. Si disse che quella legge “cristallizzava” l’AIA e la imponeva con la forza della legge: dura lex sed lex. Dietro questa burbera facciata - che serviva a incassare il parere positivo della Corte Costituzionale – si nascondevano la propaganda e l’ipocrisia.
Oggi infatti – con la solerte benedizione di Napolitano – quell’AIA potrà essere modificata. Quell’AIA rigida come l’acciaio nella cosiddetta “Salva Ilva 1″ oggi diventa morbida come il burro alla luce della attuale legge, rinominata “Salva Ilva 2″.
Ma perché era così urgente fare proprio questa nuova legge? Ed ecco che torniamo alle tre spade di Damocle di cui parlavamo prima. Sulla testa dell’Ilva pende infatti la prima spada di Damocle: il decreto di sequestro “per equivalente” finalizzato alla confisca, disposto dalla magistratura.
Inoltre pende – strano a dirsi! – la seconda spada di Damocle delle sanzioni conseguenti alla mancata attuazione della “Salva Ilva 1″. Stanno infatti scattando le sanzioni di legge per inadempienza alle prescrizioni dell’AIA.(cfr. http://www.isprambiente.gov.it/it/garante_aia_ilva/aia-e-controlli/diffida-ministeriale-per-inosservanza-delle-prescrizioni-autorizzative-e-comunicazioni-conseguenziali);
L’obbligatorietà delle sanzioni contro l’Ilva era stata ricordata dal Garante dell’AIA il 18 luglio. Risultato? Il Garante nella presente legge viene rimosso perché scomodo ostacolo.
Quella che si preannuncia è la predisposizione di un Piano Industriale che non potrà rispettare la tempistica dell’AIA, come ha dichiarato più volte il commissario straordinario dell’Ilva Enrico Bondi. Questa legge annullerà a breve l’AIA “rigida come  l’acciaio” e la sostituirà con un più malleabile piano industriale che viola lo stesso “principio di equilibrio” fra diritti che era stato dichiarato inderogabile dalla Corte Costituzionale, invaghitasi delle certezze dell’AIA “rigida come l’acciaio”.
Dall’equilibrio garantito (per la Corte Costituzionale) da quell’AIA si passa in tal modo allo “squilibrio” fra diritti, a danno del diritto alla salute.
E stiamo per arrivare – tenetevi forte – alla terza spada di Damocle. A rendere infatti difficile la vita all’azienda c’è un’ordinanza di otto pagine, datata 1 giugno 2013, con cui il GIP di Taranto Patrizia Todisco aveva annunciato all’allora legale rappresentante dell’Ilva Bruno Ferrante l’esecuzione di ispezioni anche notturne da parte dei carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) e dei custodi giudiziari nelle aree degli impianti posti sotto sequestro al fine di verificare l’attuazione dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) e per controllare che non permanessero situazioni di pericolo per la salute e l’ambiente.
Questo provvedimento del Gip – la terza spada di Damocle – contiene delle importanti considerazioni in merito all’interpretazione che la magistratura di Taranto intende dare della sentenza della Corte Costituzionale che il 9 aprile 2013 ha sostanzialmente dichiarato che la legge 231/2012 (definita da più parti “Salva Ilva”) non violerebbe la Costituzione.> In questo atto il GIP Patrizia Todisco sottolinea come tale legge (pur dichiarata costituzionale dalla Consulta) non consente tuttavia una mera prosecuzione incondizionata della produzione ma una facoltà d’uso condizionata alla puntuale osservanza dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). Conferma quindi il sequestro degli impianti inquinanti e delle aree del parco minerali, delle cokerie, dell’agglomerato, degli altoforni, delle acciaierie e del GRF (reparto di taglio e recupero materiali ferrosi). Pertanto la legge 231/2012 – secondo l’interpretazione del GIP che cita vari passaggi della sentenza – subordina la facoltà d’uso alla “puntuale, scrupolosa e costante osservanza dell’AIA”.
In pratica alla non osservanza dell’AIA poteva seguire non solo la sanzione economica (che potrebbe arrivare fino ad un decimo del fatturato dell’Ilva) ma un nuovo sequestro degli impianti senza facoltà d’uso per violazione dell’AIA. La legge appena approvata permetterà di modificare in peggio l’AIA, con deroghe e proroghe, in modo che formalmente l’llva risulti in regola, una volta manomesse le prescrizioni.
Ossia la si mette in regola non imponendole l’obbedienza alle prescrizioni ma modificando le prescrizioni stesse.
Ci sembra assolutamente grottesco che la nuova legge, approvata perché l’AIA era stata ripetutamente violata per sei mesi, serva proprio a modificare l’AIA e non a garantire l’osservanza della legge. La nuova legge può rendere legale ciò che prima era “fuori norma”. La nuova legge ha pertanto il fine di avviare una sanatoria per mettere al riparo l’azienda da sanzioni che erano già pronte. Si veda la Diffida Ministeriale per inosservanza delle prescrizioni autorizzative.
E’ una vicenda complessa. Ma chi la sa seguire fino in fondo comprende che in questo caso la legge viene continuamente rimodellata per uno scopo primario che purtroppo non è quello di tutelare la salute e la vita ma è al contrario quello di tutelare un’azienda e i suoi lucrosi profitti messi sotto sequestro.
Nel Manifesto del Partito Comunista (1848), Marx ed Engels affermarono che ”il potere esecutivo dello stato moderno non è altro che un comitato per gestire gli affari comuni della borghesia nel suo complesso”. Giorgio Napolitano, che da giovane ha studiato con passione Marx ed Engels, oggi sembra quasi voler verificare la fondatezza di quelle analisi. Analisi che, attualmente, sarebbero considerate rozze, vecchie e ormai superate. (A. Marescotti - FQ)

giovedì 30 maggio 2013

Il gioco dei ruoli...

Prima hanno provato a mettere lo stesso presidente Ferrante come custode giudiziaro degli impianti sequestrati. Ora ci riprovano con l'Amministratore Delegato Enrico Bondi come Commissario Statale ad acta.
Difficile la vita dei dirigenti Ilva, controllori di se' stessi!
 
Emergenza Ilva, verso il commissario
 
Che la vicenda Ilva abbia assunto toni drammatici per il governo, lo dimostrano le due sospensioni del vertice di ieri a Palazzo Chigi. In un primo momento la riunione ha visto protagonisti il premier Enrico Letta, i ministri Zanonato e Orlando, e i vertici dell'Ilva, l'ad Bondi e il presidente Ferrante. Dopo la pausa pomeridiana il vertice è ripreso in serata, per poi essere nuovamente sospeso poco prima delle nove. A quanto si apprende al momento di andare in stampa, il governo avrebbe deciso di nominare un commissario ad acta per l'Ilva, figura che potrebbe essere ricoperta dallo stesso Enrico Bondi. Prende dunque corpo l'idea del commissariamento anticipato, eventualità prevista nella legge «salva-Ilva»: ora la priorità del governo sarà quella di trovare le risorse per portare avanti i lavori previsti dall'Aia (l'autorizzazione integrata ambientale).
Quasi certamente sarà utilizzata la legge Marzano, che riguarda le aziende insolventi: al momento si ragiona sulla possibilità di reperire i fondi attraverso il coinvolgimento delle banche (Intesa San Paolo, Ubi e Leonardo su tutte) e della Cassa Depositi e Prestiti. Aiuti arriveranno dall'Ue, che entro l'11 giugno varerà il piano sulla siderurgia. Bisogna «fare tutto il possibile per scongiurarne la chiusura»: questo quanto dichiarato dal vicepresidente della Commissione Ue responsabile per l'industria, Antonio Tajani. Il piano prevede che sarà più facile utilizzare fondi europei regionali, così come ricevere prestiti della Bei per finanziarie interventi destinati alla salvaguardia dell'ambiente. Inoltre, eventuali aiuti pubblici destinati all'innovazione degli impianti e alla riqualificazione della produzione non saranno soggetti alle norme che vietano aiuti di Stato e potranno quindi essere erogati senza particolari difficoltà.
Come detto più volte, il nodo centrale della vicenda Ilva è l'attuazione dell'Aia e il rispetto delle prescrizioni in essa indicate. L'Ilva Spa, scorporata a gennaio dal ramo principale del gruppo Riva, non possiede le risorse finanziarie per attuare gli impegni economici previsti: per questo l'azienda non ha mai presentato il piano finanziario a copertura degli investimenti promessi all'ex ministro dell'Ambiente Corrado Clini, all'indomani del rilascio dell'autorizzazione lo scorso 26 ottobre. Inoltre l'Ilva, attraverso due relazione trimestrali inviate al ministero dell'Ambiente a gennaio e a fine aprile, ha ammesso l'impossibilità di rispettare i tempi del crono programma. Stessa cosa aveva evidenziato l'Arpa Puglia in una nota del 13 febbraio. E non furono da meno i tecnici Ispra che dopo la prima ispezione effettuata a marzo, nella loro relazione evidenziarono il mancato rispetto di dieci prescrizioni. Non è un caso se il ministero dell'Ambiente ieri ha chiesto ai tecnici Ispra, presenti dalla mattina nell'Ilva per la seconda ispezione, di anticipare dal 7 giugno alla fine di questa settimana la relazione con i risultati, «in modo da poter acquisire tutti gli elementi necessari alla stesura del resoconto, naturalmente nel rispetto della corretta e precisione delle procedure e di tutti gli aspetti tecnici». Inoltre il ministero ha smentito la notizia in merito ad «una presunta proroga concessa all'Ilva» sul rispetto dell'Aia. Nel testo varato nell'ottobre scorso, è infatti già previsto che l'impresa possa richiedere «modifiche non sostanziali alla tempistica degli interventi prescritti sulla base di motivazioni tecniche ed economiche». Dilazione che prevede comunque il termine dei lavori entro e non oltre il 31 dicembre 2015.
E con un ritardo clamoroso rispetto all'inizio della vicenda giudiziaria, che entro metà giugno potrebbe vedere la chiusura delle indagini preliminari dell'inchiesta penale con i vari rinvii a giudizio, la commissione Industria del Senato si è finalmente decisa a promuovere un'indagine conoscitiva sulla vicenda dell'Ilva e sull'industria siderurgica nazionale da svolgere dai prossimi giorni. Obiettivo dell'indagine «verificare lo stato di attuazione dei contenuti previsti dai decreti legge approvati nei mesi scorsi». Evidentemente, dopo aver concesso un'Aia e una legge ad aziendam in tutta fretta, i conti non tornano nemmeno al Parlamento.
Intanto, Emilio Riva ha presentato ricorso al Tribunale del Riesame di Milano contro il sequestro di 1,2 miliardi di euro che, secondo l'accusa, sarebbero stati sottratti dalle casse dell'azienda, portati all'estero e fatti rientrare in Italia con lo scudo fiscale del 2009. Sempre ieri si è sciolto il consiglio provinciale di Taranto, dopo la bufera giudiziaria che il 15 maggio ha colpito l'ente con l'arresto, per concussione per una vicenda legata all'autorizzazione di una discarica di rifiuti speciali all'interno dell'Ilva, del presidente Gianni Florido e dell'ex assessore provinciale all'Ambiente, Michele Conserva. Dopo due tentativi andati a vuoto, sono state depositate le 16 firme necessarie per lo scioglimento anticipato dell'assemblea eletta nel 2009. Intanto, in fabbrica prosegue il clima di calma apparente in attesa che Roma decida il futuro dell'Ilva. Con i soldi dei cittadini. (G. Leone - Manifesto)

martedì 28 maggio 2013

Al lupo?

Il gruppo Riva in attesa dei finanziamenti economici Ue cerca l'aiuto dello Stato. A Roma l'ad Enrico Bondi incontrerà il ministro dell'Economia Zanonato e il governatore Vendola. Ipotesi nazionalizzazione
 
Quando si conclude il Cda straordinario dell'Ilva Spa convocato ieri mattina a Milano dopo l'ultima iniziativa della magistratura, Taranto è semi deserta. Ma l'ultimo ricatto del gruppo Riva alla città e l'ennesimo atto di sfida nei confronti della procura, in un attimo fa il giro della città. L'intero Cda ha rassegnato le dimissioni: l'amministratore delegato Enrico Bondi, insediatosi ad aprile, il presidente Ilva Bruno Ferrante, tra gli indagati dell'ultimo provvedimento della procura ed il consigliere Giuseppe De Iure (tutti uomini fidati della famiglia Riva). I tre resteranno ai loro posti sino al prossimo Cda convocato il 5 giugno: in quell'occasione l'assemblea dei soci deciderà se accettare le dimissioni in toto o in parte, oppure, eventualità da non escludersi, rimettere tutto nelle mani dell'amministratore del sequestro preventivo dei beni della Riva Fire nominato venerdì dal gip di Taranto, Mario Tagarelli. Inoltre, il Cda ha annunciato di aver dato mandato ai legali dell'Ilva, di ricorrere nelle sedi competenti contro l'ultimo provvedimento della procura ionica. Come si può facilmente evincere, dunque, siamo nel campo delle ipotesi. Ma l'obiettivo, ancora una volta, è stato centrato in pieno. Perché immediatamente dopo l'annuncio delle dimissioni del Cda, sindacati, istituzioni locali e nazionali hanno iniziato il solito teatrino di dichiarazioni allarmistiche sul futuro sempre più incerto che attende il più grande siderurgico d'Europa, da cui dipende gran parte dell'industria meccanica del paese. Del resto, il Cda dell'Ilva ha scientificamente affondato il dito nella piaga: se chiude Taranto, sono a rischio 24mila posti di lavoro diretti che insieme a quelli dell'indotto raggiungerebbero le 40mila unità. Nessuno, però, si è soffermato sulle motivazioni che hanno portato il Cda alle dimissioni. Nella nota diffusa dall'ufficio stampa dell'Ilva, si legge infatti che «l'ordinanza dell'Autorità giudiziaria colpisce i beni di pertinenza di Riva Fire e in via residuale gli immobili di Ilva che non siano strettamente indispensabili all'esercizio dell'attività produttiva nello stabilimento di Taranto. Per tali motivi il provvedimento ha effetti oggettivamente negativi per Ilva, i cui beni sono tutti strettamente indispensabili all'attività industriale e per questo tutelati dalla legge 231/2012, dichiarata legittima dalla Corte Costituzionale». In pratica, pur riguardando il sequestro soltanto la Riva Fire Spa, il gruppo Riva ritiene «oggettivamente» danneggiato nelle sue funzioni l'attività del siderurgico che risponde all'Ilva Spa, separata lo scorso gennaio dal ramo principale del gruppo (la Riva Forni Elettrici, ndr ), garantita e protetta dalla legge 231/2012 entrata in vigore a dicembre e giudicata costituzionale dalla Consulta lo scorso 9 aprile. Perché allora se l'Ilva può continuare a produrre, commercializzare il materiale, incassare la liquidità necessaria per acquistare le materie prime dall'estero e pagare regolarmente gli stipendi degli operai così come avvenuto sino ad oggi, si decide di tornare a mettere in discussione tutta la filiera dell'acciaio? Il problema, ancora una volta, risiede nell'applicazione dell'Aia e della reale situazione economica dell'Ilva Spa, la cui gestione non a caso era stata affidata al liquidatore per eccellenza Enrico Bondi. La «nuova» Ilva Spa, nata appena lo scorso gennaio, non ha le risorse economiche per affrontare i lavori di risanamento imposti all'azienda e da effettuare entro il 2015. Non a caso non è stato ancora presentato il piano finanziario a garanzia della copertura economica dei lavori previsti, così come non è stato redatto il piano industriale. Né è praticabile alcun aumento di capitale, visto che non si sa chi dovrebbe immettere liquidi immediatamente esigibili per garantire un futuro all'azienda. Ed ecco che, stante così le cose, il vero piano dei Riva inizia a palesarsi per ciò che in realtà è sempre stato. Ovvero da un lato attendere gli aiuti economici previsti dal piano Ue per il settore siderurgico che sarà presentato ai primi di giugno dal vice commissario Antonio Tajani, dall'altro obbligare lo Stato a farsi carico della gestione di uno stabilimento abbandonato al suo destino dal gruppo Riva da diversi mesi. Ed in serata arriva guarda caso la notizia che in molti attendevano: domani a Roma il ministro dello Sviluppo economico Zanonato, incontrerà Enrico Bondi ed il governatore pugliese Vendola, e forse i sindacati. Il tempo stringe: ma sarà vero? (Manifesto)

Ilva ormai allo sbando “Impossibile la produzione”

NSA
Bloccati tutti i conti: si dimettono anche i capireparto

Siamo ormai al conto alla rovescia. Riva Fire, la capogruppo della famiglia Riva, annuncia che «sono a rischio 20.000 posti di lavoro» dei dipendenti diretti e altrettanti di indiretti, «ed è fortemente compromesso l’iter per l’approvazione del piano industriale 2013-2018». Il presidente dell’Ilva spa, Bruno Ferrante, e l’ad Enrico Bondi, dimissionari, incontrano al ministero per lo Sviluppo economico ministri e sottosegretari e denunciano che il sequestro degli 8,1 miliardi equivalenti rende impossibile la produzione e il risanamento degli impianti.

In fabbrica a Taranto, siamo alla vigilia di forti tensioni provocate dalla protesta del quadro dirigente intermedio che non si sente più garantito economicamente - essendo dipendenti della Riva Fire - e con le spalle coperte, temendo di finire sotto inchiesta della procura di Taranto. Carte di credito bloccate, impossibilità di pagare trasferte, pranzi. E si dimettono pure una trentina tra capi reparto e capi squadra. Insomma, siamo allo sbando. La riunione di ieri convocata dal ministro allo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, doveva servire per istruire la «pratica» Ilva che si discuterà oggi a Palazzo Chigi. Il premier Enrico Letta e il governo incontreranno le parti sociali. A un certo punto l’incontro è proseguito senza la delegazione dell’Ilva. Mentre Zanonato, il ministro per l’Ambiente, Andrea Orlando, il governatore Nichi Vendola, il sindaco di Taranto Ippazio Stefano, viceministri e sottosegretari continuavano la discussione, da Taranto, dal Garante per l’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), Vitaliano Esposito (ex procuratore generale della Cassazione), è arrivato un segnale di cambiamento di rotta. «Sono molto preoccupato per la tensione che si respira - dice il Garante - Invito tutti alla calma. Ai sindacati ho detto che siamo di fronte a gravi inadempienze da parte dell’azienda nell’attuazione dell’Aia».

Le prescrizioni non attuate sono una decina, la più grave è la mancata copertura del treno nastri; e adesso, annuncia Esposito, «si passerà alla fase sanzionatoria di competenza del prefetto». E’ nei fatti l’anticamera del commissariamento. Esposito mette in risalto «la convergenza del provvedimento giudiziario con la filosofia della legge che stabilisce che l’Ilva deve applicare gli adempimenti dell’Aia».

Il garante, l’ex procuratore generale della Cassazione Esposito invita ad aspettare la nuova relazione trimestrale dell’Ispra, che dovrebbe essere consegnata il 7 giugno, sullo stato dell’arte della messa in sicurezza degli impianti. Una relazione che si annuncia fortemente negativa per l’Ilva. Già un dossier del ministero dell’Ambiente, ieri sul tavolo del ministro Andrea Orlando, evidenzia «le inadempienze dell’Ilva e le sue criticità molto forti». Esplicito ieri il governatore della Puglia, Nichi Vendola: «Di fronte alle inadempienze dell’Ilva si deve procedere alla sua messa in amministrazione straordinaria».

E dire che la legge 231 del 24 dicembre del 2012 andava incontro alle esigenze della grande fabbrica, stabilendo una moratoria di 36 mesi entro i quali continuare a produrre e vendere acciaio, mentre procedevano i lavori per mettere a norma gli impianti. Uno schema per nulla apprezzato dalla magistratura tarantina che ha sollevato prima il conflitto di attribuzione e poi l’incostituzionalità della legge davanti alla Consulta che, invece, ha legittimato la legge.

La situazione sta precipitando. Sul tavolo del governo ci sono due opzioni: contestare le inadempienze nella applicazione dell’Aia, e quindi arrivare al commissariamento dell’Ilva spa, o sfruttare la legge sullo stato di crisi delle aziende in fase di pre fallimento e nominare il commissario. Sarà decisiva la scadenza del 12 giugno quando la Commissione Europea varerà il Piano dell’acciaio, che dovrebbe prevedere un prestito di 3 miliardi di euro: risorse decisive per l’attuazione dell’Aia.

sabato 25 maggio 2013

Dimissioni CDA Ilva: come sollevare un polverone per confondere le idee...

Perchè è ciò che le riesce meglio: alzare polveroni!


"Vista la gravità della situazione e incidendo il provvedimento di sequestro anche sulla partecipazione di controllo di ILVA detenuta da RIVA FIRE, i Consiglieri, Bruno Ferrante, Enrico Bondi e Giuseppe De Iure hanno presentato le dimissioni dalle rispettive cariche": queste le parole della nota stampa dell'Ilva con cui si comunicano le dimissioni dell'intero cda.
  "Il sequestro di 8 miliardi di euro" disposto dal gip di Taranto  sui beni della Riva Fire Spa è dunque questa la causa scatenante che ha portato alla drastica decisione.
Decisione che ha messo da subito i politici (non solo i sindacalisti) sull'attenti....
i senatori del PD in primis, gli  eletti in Puglia, Anna Finocchiaro, Nicola Latorre e Salvatore Tomaselli chiedono al governo un incontro urgente, per un'industria come l'Ilva, e "ancora di piu' oggi dopo le dimissioni del Cda conseguenti alla pesante sentenza della magistratura"... e dei pesanti effetti di una criminale e consapevole e continuata emissione di inquinanti da parte dell'Ilva sull'ambiente e sulla salute degli abitanti di Taranto, di questo non parlano i senatori del Pd: questa per loro non è una priorità?
ed ancora il governatore pugliese...anche  Vendola chiede un incontro già lunedì a Palazzo Chigi,  per mettere in sicurezza " la vita della fabbrica e migliaia di posti di lavoro" . E così in un comunicato su press puglia  fa il melodrammatico: "Le notizie di queste ore creano un clima di paura e di tensione sociale."
Come pure melodrammatici sono tanti giornalisti  che striscianti e supini, senza fare un minimo di analisi di ciò che realmente sta accadendo in città e soprattutto in fabbrica scrivono sulla base di "fonti dell'Ilva"...."Con i sequestri disposti dal gip di Taranto «sono a rischio 24 mila posti di lavoro diretti, 40 mila con l'indotto» Sono ben capaci di far parlare ancora e sempre i vertici dell'Azienda senza ascoltare e poi scrivere della voce della città.

Ed è questa la notizia "a rischio i posti di lavoro" che sta girando su tweet, sul web e sulle home dei principali giornali nazionali on line.
Ma pochi sono a chiedersi ad esempio:
 Col persistere di inquinanti nell'ambiente, quante sono le vite a rischio?
A tutti, sembra capire, interessi il destino di tanti operai, ma a chi interessa veramente il destino di tante persone, tra cui tantissimi bambini costretti a convivere con una fabbrica che non rispetta la vita umana.
Bruno Tinti sul Fatto quotidiano è uno dei pochi che scrive la verità, ciò che è veramente successo e del danno che si sta ancora perpetrando su un'intera comunità: "La politica, preoccupata per la perdita di posti di lavoro che ne deriva, inizia una brutta guerra contro la magistratura".
E' questa la grande preoccupazione della politica: la perdita dei posti di lavoro. Come se la "vita" quella reale e non quella potenziale, invece non fosse importante.

 L'Ilva ha avuto fin d'ora la licenza di inquinare. La parola BASTA oltre ai movimenti - comitati - associazioni ambientaliste l'ha messa anche la magistratura, quell'ostile ed antipatica al mondo della politica che la sta facendo pagare a  politici ed amministratori aziendali ....Archinà, Florido e Conserva (chi sarà il prossimo) ... e attraverso il sequestro a Riva Fire di 8 miliardi : "il profitto del reato di inquinamento" come scrive Tinti.
E' ora che quei soldi ritornino ai reali proprietari: i tarantini, quelli che sono stati danneggiati, che sono stati sfruttati in fabbrica, quelli che si sono ammalati.
 


mercoledì 17 aprile 2013

Nove mesi di scartoffie per accettare una banalità

La Cassazione. «Ferrante non è più custode giudiziario Ilva»

Bruno Ferrante non sarà più tra i custodi giudiziari dell’Ilva di Taranto. Lo ha stabilito la Cassazione che accogliendo il ricorso della procura ha annullato senza rinvio l’ordinanza del tribunale di Taranto che in funzione di giudice dell’esecuzione aveva reintegrato il 28 agosto scorso l’attuale presidente dell’Ilva nella funzione di custode. Ferrante, in ogni caso, spiega il suo legale Marco De Luca, aveva intenzione di rinunciare a questo ruolo.
La nomina di Bruno Ferrante non era esecutiva. La sua esecutività era sospesa dal 25 ottobre 2012 per decisione del Tribunale di Taranto. La questione della nomina di Ferrante a custode giudiziario è stato un pezzo importante nella complessa 'partita a scacchi' giocata tra magistratura tarantina e azienda, sin dal primo sequestro fatto all’Ilva, quello degli impianti dell’area a caldo, del 26 luglio 2012. Col decreto di sequestro preventivo, senza facoltà d’uso, degli impianti, il gip del tribunale di Taranto Patrizia Todisco, aveva nominato infatti quattro custodi giudiziari.
Il 7 agosto, il Tribunale del Riesame, investito della questione dall’azienda, confermò i provvedimenti del gip, modificandoli in parte e revocando la nomina del custode per la parte amministrativa, sostituito dal presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante. Dopo soli quattro giorni, però, l’11 agosto, il gip revocò la nomina di Ferrante, ritenendolo “incompatibile” con la funzione di custode, e rinominando Tagarelli.
Il 28 agosto, il Tribunale, in fase di incidente di esecuzione chiesto dall’Ilva, annullò l’efficacia dei provvedimenti del gip dell’11 agosto, ripristinando la 'sovranita” delle decisioni del Riesame. Di conseguenza, Ferrante tornò custode giudiziario al posto di Tagarelli.
Il 17 settembre, la Procura ricorse per Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale in incidente di esecuzione, sostenendo tra l’altro che non poteva decidere in composizione feriale. Contemporaneamente la Procura ricorse al Tribunale per far sospendere l’immediata esecutività dell’ordinanza del 28 agosto. Fu così che il 25 ottobre il Tribunale sospese l'esecutività dell’ordinanza del 28 agosto “sino all’intervento della decisione della Corte di Cassazione con conseguente ripristino dell’efficacia dei decreti adottati dal gip di Taranto il 10 e l’11 agosto”. La corte di Cassazione ha deciso oggi, accogliendo a sua volta il ricorso della Procura contro la nomina.(GdM)

mercoledì 10 aprile 2013

Il criminale con la voce grossa

Ilva non vuol perdere tempo. «E adesso ridateci l’acciaio»

L’Ilva corre subito all’incasso, presentando una istanza per riavere il milione e mezzo di tonnellate d’acciaio (valore 700 milioni di euro) sequestrato dalla Guardia di Finanza il 26 novembre in esecuzione di un decreto firmato dal gip Patrizia Todisco. Il sequestro fu disposto in quanto quella montagna di coils e tubi era stata prodotta quando non si poteva (era in vigore il sequestro degli impianti a caldo senza facoltà d’uso perché l’acciaieria era ritenuta fonte di malattie e morte per operai e cittadini) e dunque frutto del reato. Il decreto salva-Ilva approvato dal Governo Monti su proposta del ministro Clini dispose la commercializzazione dei prodotti ma la Procura prima e il gip dopo si rifiutarono di restituire quell’acciaio, ritenendo che il decreto non poteva essere retroattivo. Clini, allora, pose rimedio, proponendo al Parlamento, in sede di conversione del decreto, un emendamento che consentiva la vendita di quei coils, vendita ritenuta indispensabile dall’azienda per far fronte alle esigenze economiche (fu paventato anche il blocco degli stiopendi).
A legge approvata, dunque, i legali dell’Ilva tornarono alla carica, trovandosi al cospetto di un doppio no: quello del gip, che sollevò questione di costituzionalità della legge, su richiesta della Procura; e quello del tribunale dell’appello al quale nel frattempo si erano rivolti impugnano il primo diniego del giudice Todisco. Sia il gip che il tribunale dell’appello sollevarono questioni di legittimità costituzionalità che, però, la Consulta ha dichiarato in parte infondato e in parte inammissibile. Occorrerà leggere l’ordinanza della Corte Costituzionale per capire il percorso logico-giuridico seguito dai giudici sui singoli aspetti della legge salva-Ilva finiti alla sua attenzione ma, basandosi sul solo comunicato stampa della Consulta, il presidente Bruno Ferrante ieri mattina si è rivolto alla Procura per riavere indietro l’acciaio. Ferrante chiede, in particolare, che «si proceda senza indugio a dare esecuzione al disposto di cui all’articolo 3 della legge 231/2012, anche disponendo la rimozione dei sigilli dei beni oggetto del provvedimento di sequestro preventivo del gip di Taranto e comunque ogni altra attività necessaria a tal fine». La richiesta dell’Ilva sarà valutata nelle prossime ore dalla Procura, anche alla luce di alcune singolarità contenute dalla stessa.(GdM)


Taranto, Ilva non esclude di chiedere i danni. Ma sull’Aia viene bocciata dall’Ispra

I legali dell’Ilva valuteranno se richiedere un risarcimento per i danni conseguenti al sequestro dei beni. E’ quanto ha annunciato il presidente del siderurgico tarantino Bruno Ferrante, in un incontro con la stampa a Milano. Ferrante, all’indomani della decisione della Consulta che ha dichiarato costituzionale la legge ‘salva Ilva‘, ha illustrato la prima mossa dell’Ilva: il deposito di una istanza nella quale si chiede “senza indugio” alla procura il dissequestro dell’acciaio (sbagliando perché il giudizio è sospeso dinanzi al Riesame). Inoltre Ferrante ha spiegato che ”una stima esatta dei danni non l’abbiamo fatta, però è evidente che la società nel suo complesso ha avuto ingenti danni”. Danni, quindi, che ora l’Ilva potrebbe decidere di chiedere alla magistratura tarantina, che dopo aver posto sotto sequestro l’acciaio il 26 novembre scorso, ha negato il dissequestro qualche mese fa sollevando la questione di legittimità costituzionale della legge.
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sabato 30 marzo 2013

Garantismo all'italiana...


L'Ilva e il suo cane mastino salentino Ferrante insistono addirittura a querelare i magistrati e i custodi di Taranto!!! Altrimenti 'sti avvocati che li pagano affà? Visto che non hanno ancora ottenuto nulla sul piano legale.
E per fortuna che c'è Clini!
Ah quanto gli rode quel sequestro del Tesssoro ai Riva: lesa maestà!


E l’azienda sollecita la revoca dell’incarico ai custodi giudiziari

L’Ilva passa al contrattacco e dopo aver presentato, tramite l’avvocato Donato Pace, una querela alla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri in servizio alla Procura di Potenza (competente per fatti riguardanti magistrati in servizio a Taranto), si rivolge al procuratore capo Franco Sebastio per segnalare il comportamento dei custodi giudiziari (gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento; il commercialista Mario Tagarelli), sollecitando provvedimenti nei loro confronti, compresa la revoca dell’incarico.
A unire la querela finita lo scorso 4 marzo alla Procura di Potenza (nella quali si ipotizzerebbero una serie di abusi) a quella firmata dal presidente del siderurgico Bruno Ferrante tre giorni dopo e depositata dall’avvocato Egidio Albanese, c’è il sequestro dell’acciaio prodotto quando agli impianti dell’area a caldo erano stati posti i sigilli senza facoltà d’uso. Un milione e cinquecentomila tonnellate d’acciaio sequestrate il 26 novembre scorso dai finanzieri del Gruppo di Taranto per un valore oscillante tra gli 800 milioni e il miliardo di euro. Il gip Patrizia Todisco considera quell’acciaio frutto del reato, i legali del gruppo Riva hanno più volte impugnato quel provvedimento, non riuscendo però a tornare in possesso della merce nemmeno in forza dell’emendamento ad hoc preparato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini e inserito nella legge salva-Ilva. Sul punto, il prossimo 9 aprile si esprimerà la Corte Costituzionale, su richiesta dei magistrati tarantini ma nel frattempo, lo scorso 15 febbraio il gip Patrizia Todisco ha ordinato la vendita di quell’acciaio, destinando il ricavato ad un conto bloccato. Per ordinare la vendita, il gip ha agito sulla scorta di un parere stilato dai custodi giudiziari secondo i quali coils e lamiere correvano il rischio di deteriorarsi. L’Ilva, che martedì scorso ha discusso dinanzi al tribunale dell’appello un ricorso per ottenere l’annullamento del provvedimento firmato dal giudice Todisco, ora contesta anche il concetto di deteriorabilità dell’acciaio sequestrato posto a fondamento della vendita, sostenendo che se l’acciaio si trova in non ottimali condizioni di stoccaggio e immagazzinamento è proprio per colpa dei custodi che, pur avendone la titolarità, dal giorno del sequestro non hanno fatto nulla per salvaguardarlo, non compiendo, addirittura, nemmeno un sopralluogo. (GdM - Mazza)

mercoledì 27 marzo 2013

Riva Fire vuole liberarsi di Ilva!

Atto primo della dismissione: Separare le attività buone da quelle cattive, in modo da impedire che le attività lucrose e a lungo termine possano essere danneggiate dalla ristagnazione in cui quelle inutili saranno progressivamente lasciate marcire e fallire!






Ilva, Ferrante: “Enrico Bondi sarà il prossimo amministratore delegato”

Enrico Bondi prossimo amministratore delegato dell’Ilva. Il presidente Bruno Ferrante, durante l’incontro di Pasqua con i lavoratori dell’azienda, ha sottolineato l’intenzione di “dare a questa società una struttura nuova: il consiglio di amministrazione sarà rinnovato e aperto anche a professionalità esterne”. Ferrante ha precisato che “ci sarò io come presidente, ma mi affiancherà un professionista esterno di larga fama come il dott. Enrico Bondi che si è occupato di ristrutturazioni di tantissime aziende importanti”. In effetti Bondi non è nuovo a “imprese” di questo tipo: in passato si è occupato del recupero della Montedison e del risanamento della Parmalat. Nel 2002 è stato amministratore delegato di Premafin (holding della famiglia Ligresti), ma il suo incarico è durato poco per via di alcuni dissapori con Salvatore Ligresti. Il suo ultimo incarico, infine, da cui si è dimesso il 7 gennaio 2013, è stato quello di commissario alla Revisione della spesa dello Stato italiano durante il governo Monti con l’obiettivo di razionalizzare gli acquisti di beni e servizi e definire il livello di spesa per voci di costo.
Il presidente ha poi spiegato che Bondi ha già un contratto di consulenza che gli sta consentendo “di entrare nei meccanismi aziendali e di entrare come amministratore dopo l’approvazione del bilancio, che avverrà nella metà del mese di aprile”. “Abbiamo pensato – ha proseguito – a nuovi assetti organizzativi della società. Riva Fire possiede l’87 per cento delle azioni di Ilva e questo processo organizzativo ha l’obiettivo di renderla assolutamente indipendente e autonoma rispetto a Riva Fire”. “Dovrà restare Ilva – ha aggiunto Ferrante – con la sua capacità rappresentata da voi, capacità di fare impresa e lavoro, capacità di sostenere gli investimenti”. (IlFattoQuot)

lunedì 18 marzo 2013

Ma stanno ambientalizzando o revampando?

Ferrante manovra i burattini sindacali con la solita tranquillità dei padroni di sempre. Loro parlano di lavoratori in esubero, lui legge profitti per i Riva.
E così l'AIA diventa il giochino di parole che trasforma l'imposizione della fine delle attività inquinanti in un'ordinaria attività di rinnovamento degli impianti per continuare a produrre indisturbati.



Ilva Taranto: altiforni 1-5 non piu' stop in contemporanea

All'Ilva gli altiforni 1 e 5 potrebbero non rimanere piu' fermi insieme. Azienda e sindacati stanno infatti verificando la possibilita' di far ripartire prima l'altoforno 1 e solo successivamente bloccare l'altoforno 5. Stando alla tabella di marcia dell'Autorizzazione integrata ambientale, infatti, l'altoforno 1, che e' stato fermato ai primi di dicembre scorso, ripartira' nell'arco di 18-24 mesi, mentre l'altoforno 5, che sara' fermato a giugno del 2014, ripartira' alla fine dello stesso anno. Per i sindacati metalmeccanici, se si riuscisse ad evitare lo stop contemporaneo dei due altiforni, nel prossimo anno gli esuberi potrebbero essere contenuti in 4000-4500. (Repubblica)

giovedì 14 marzo 2013

Ora è colpa dei custodi...

Gli avvocati dell'ilva sembrano non sapere più su chi sparare
Ora hanno puntato i custodi, colpevoli di aver custodito male l'acciaio PRODOTTO MENTRE GLI IMPIANTI ERANO SOTTO SEQUESTRO!
E poi?
Perchè non querelare i giudici per aver impedito a Nicola Riva di andare a farsi la settimana bianca perchè costretto agli arresti domiciliari?
E perchè non fare un esposto ai vicini di casa dei Riva che guardano la tv fino a tardi?
Ieri un cane randagio che scorazzava tra i rotoli d'acciaio è stato denunciato per danneggiamento: ha pisciato sul corpo del reato!!!

E l’azienda sollecita la revoca dell’incarico ai custodi giudiziari

L’Ilva passa al contrattacco e dopo aver presentato, tramite l’avvocato Donato Pace, una querela alla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri in servizio alla Procura di Potenza (competente per fatti riguardanti magistrati in servizio a Taranto), si rivolge al procuratore capo Franco Sebastio per segnalare il comportamento dei custodi giudiziari (gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento; il commercialista Mario Tagarelli), sollecitando provvedimenti nei loro confronti, compresa la revoca dell’incarico.
A unire la querela finita lo scorso 4 marzo alla Procura di Potenza (nella quali si ipotizzerebbero una serie di abusi) a quella firmata dal presidente del siderurgico Bruno Ferrante tre giorni dopo e depositata dall’avvocato Egidio Albanese, c’è il sequestro dell’acciaio prodotto quando agli impianti dell’area a caldo erano stati posti i sigilli senza facoltà d’uso. Un milione e cinquecentomila tonnellate d’acciaio sequestrate il 26 novembre scorso dai finanzieri del Gruppo di Taranto per un valore oscillante tra gli 800 milioni e il miliardo di euro. Il gip Patrizia Todisco considera quell’acciaio frutto del reato, i legali del gruppo Riva hanno più volte impugnato quel provvedimento, non riuscendo però a tornare in possesso della merce nemmeno in forza dell’emendamento ad hoc preparato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini e inserito nella legge salva-Ilva. Sul punto, il prossimo 9 aprile si esprimerà la Corte Costituzionale, su richiesta dei magistrati tarantini ma nel frattempo, lo scorso 15 febbraio il gip Patrizia Todisco ha ordinato la vendita di quell’acciaio, destinando il ricavato ad un conto bloccato. Per ordinare la vendita, il gip ha agito sulla scorta di un parere stilato dai custodi giudiziari secondo i quali coils e lamiere correvano il rischio di deteriorarsi. L’Ilva, che martedì scorso ha discusso dinanzi al tribunale dell’appello un ricorso per ottenere l’annullamento del provvedimento firmato dal giudice Todisco, ora contesta anche il concetto di deteriorabilità dell’acciaio sequestrato posto a fondamento della vendita, sostenendo che se l’acciaio si trova in non ottimali condizioni di stoccaggio e immagazzinamento è proprio per colpa dei custodi che, pur avendone la titolarità, dal giorno del sequestro non hanno fatto nulla per salvaguardarlo, non compiendo, addirittura, nemmeno un sopralluogo. (Mazza - GdM)