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lunedì 19 ottobre 2015

E' finita per l'Ilva (?)

Il colpo finale per l’impresa tarantina sta arrivando dal World Trade Organization (Organizzazione Mondiale del Commercio) che, il prossimo anno, classificherà la Cina come “economia di mercato”. Non solo, alla fine di questa storia, si sarà pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane e patologia ma, grazie ad una classe dirigente autoreferenziale ed egoista, andrà perduta anche la risorsa occupazionale
di Erasmo Venosi
Il disastro ambientale e sanitario di Taranto continua come  scriviamo da due anni,  ma le lobby sindacali e  partitiche abbarbicate agli scranni e affette da vista corta, sostenute da un Governo che crede nei demiurghi, stanno concorrendo alla distruzione di risorse. Il riferimento è, chiaramente, a Ilva. Bondi, Gnudi, il supermanager ex di Luxottica, Guerra, voluto dal  Presidenti  del consiglio e dal filosofo reggente della Commissione  Industria , Commercio e Turismo del Senato. Ora siamo alla resa dei conti ! Ilva chiuderà il corrente anno  con 450 milioni di perdite e una  produzione complessiva ancora in ulteriore contrazione, dai 5.5 mln di tonnellate a 4.8 . Per il pareggio dei costi di produzione ne necessiterebbe invece 7,5 mln di tonnellate. Gli altoforni in esercizio sono tre con capacità di produzione pari a 6 milioni di tonnellate e la produzione di equilibrio dei costi è possibile solo con la ripartenza dell’altoforno n°5: il più grande di Europa. Il problema però è tutto racchiuso nell’assenza di commesse, e il fenomeno non riguarda solo l’Ilva. I dati relativi alla importazione di acciaio in Italia sono emblematici:  dai Paesi extra UE si è importato un 32% in più e dai Paesi UE un 4,2%. Una rilevante quantità di acciaio importata! L’Ilva è stata anche esclusa dalla fornitura  di acciaio per il gasdotto trans adriatico conosciuto come TAP (Trans Adriatic Pipeline) che porta il gas naturale dal Mar Caspio attraversando Grecia, Albania e approdando a Lecce. Voci fondate  parlano di  altri 250 milioni di debiti maturati verso i fornitori. Il Commissario Gnudi sta lavorando per ulteriore credito,  circa 200 milioni di euro, che rappresentano le risorse se concesse per tirare avanti fino all’inizio del 2016. Il colpo finale per l’impresa tarantina sta arrivando dal World Trade Organization (Organizzazione Mondiale del Commercio) che, il prossimo anno, classificherà la Cina come “economia di mercato”. Conseguenza, questa, dell’entrata della Cina l’11 dicembre del 2001 nel WTO. La Cina ritiene che l’ammissione al WTO implichi la classificazione, per il prossimo anno, di “economia di mercato”.
Quali le implicazioni? Rilevantissime per l’economia europea e dell’eurozona, in particolare. La Cina ha una sovraccapacità produttiva, in molti settori industriali, che comporta l’assalto ai mercati mondiali attraverso la pratica dei prezzi bassi. In questo modo saturano la loro capacità produttiva e, considerato i sussidi che lo Stato proprietario eroga, praticano prezzi di vendita inferiori  ai costi di produzione. L’offensiva cinese si sta già realizzando nei confronti dell’industria siderurgica indiana perché sono stati  venduti  laminati a prezzi da saldo. I produttori di acciaio indiani hanno chiesto al Governo l’imposizione di dazi all’acciaio cinese importato per un periodo pari a sette mesi. Quest’azione dell’India, a protezione della produzione siderurgica locale, è denominata “dazio compensativo” ed è resa possibile dall’assenza di classificazione della Cina come “economia di mercato” da parte della WTO. Il Governo italiano sembra che abbuia già agito presso l’Unione Europea affinché alla Cina non sia riconosciuto lo status di “economia di mercato”. Va detto con grande onestà che interi settori industriali europei potrebbero saltare nel prossimo anno, a causa dell’espandersi delle produzioni cinesi che inonderanno il mercato a prezzi inferiori a quelli di produzione. Comunque l’Ilva prima, che grazie alla Cina potrebbe “morire“, a causa dell’impossibilità oggi, tra crisi di liquidità, assenza di commesse, costi delle prescrizioni Aia, esigenza di modificazione del ciclo produttivo di raggiungere il cosiddetto punto di pareggio (break even). 
Alla fine sarebbe davvero incredibile aver pagato un costo altissimo, in vite e patologie, e perdere tutta l’occupazione a causa della vista corta di una classe dirigente autoreferenziale ed egoista, incapace di pensare traiettorie di riconversione verso un modello di specializzazione produttiva coerente con la nuova divisione internazionale del lavoro. Contestualmente, bisognerebbe che a livello centrale si avesse consapevolezza che viviamo in un contesto a forte transizione; e quindi un legislatore attento e lungimirante dovrebbe rafforzare i sistemi di sicurezza nei confronti di chi perde il lavoro.  Si può ignorare il recente studio di due ricercatori della Università di Oxford “”The Future of Employment : How Susceptible Are Jobs to Computerisation” nel quale si legge che circa la metà dei posti di lavoro negli Stati Uniti è a rischio di essere automatizzato nei prossimi dieci o al massimo venti anni?  Stessa percentuale è rilevata dal Centro Studi Bruegel per i paesi europei. La nuova ondata d’innovazione tecnologica nei settori dell’intelligenza artificiale, robotica e genomica potrebbero notevolmente influire anche nel lavoro ad alta qualificazione oltre che in quella a bassa. Tutto questo comporta l’espandersi d’ineguaglianza nella distribuzione del reddito come tra l’altro sufficientemente dimostrato da Thomas Piketty nel suo “Il capitale nel XXI secolo “. Allora perché non ripensare l’uso di risorse pubbliche nella difesa dell’ambiente, nella manutenzione del territorio, nella straordinaria ricchezza di arti e tradizioni, nella conoscenza, nell’istruzione, nei sistemi idrici, nelle reti elettriche e nelle comunicazioni e infine nella ricerca di base? Piantandola, infine, di distruggere le Università del Sud con cervellotiche, quanto illegali, sistemi di ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario! (Cosmopolismedia)

mercoledì 29 luglio 2015

Punti di vista concreti

La farsa dell'80% sulle opere di bonifica realizzati

Alla fine tra sovracapacità, fiscal compact e reiterazione della politica di austerità espansiva Ilva soccomberà. E' strategica soltanto per i giochetti del politicume che considera la vita delle persone una banale esternalità

 Un recente studio dell’Ocse  dal titolo,  “Contano le politiche ambientali per la crescita della Produttività ? “ (Do Enviromental  Policies Matter for Productivity Growth ) mi ha fatto  ricordare le parole dette anni fa   dal segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan. Costui rovesciò il tradizionale motto “ciò che è buono per l’impresa è buono per la società “ invitando a praticare e pensare che “ ciò che è buono per la società è buono per l’impresa “. Il caso, oggi, Ilva di Taranto come ieri dell’Eni, a Marghera, ci  attestano  il rovesciamento  delle  parole di Annan. Una società rispettosa, e responsabile dei propri beni comuni, considera l’ambiente indispensabile  per lo sviluppo dell’impresa, la quale ha tutto l’interesse a contribuire alla realizzazione di queste condizioni. Il problema italiano è quello di una classe dirigente e di un prevalere di una politica economica di tipo conservativo, dove le politiche ambientali sono considerate come costi.  In un articolo dello scorso gennaio sull’Economist dal titolo Green Tape si legge che molte attività di rilevanza ambientale non sono valutate come fattori di aumento della produttività,  ma come costi. La vicenda di Ilva a Taranto è agghiacciante perché nel dibattito e nelle scelte si opera consapevolmente una censura nei confronti degli effetti sanitari prodotti dall’impianto siderurgico. Una fabbrica concepita e realizzata negli anni del miracolo, quando non appariva assurdo produrre acciaio dentro un’area urbana di circa 200 mila abitanti. Ilva è il passato,  appartiene al mondo della produzione di massa e dei mercati di massa. Tutta la vicenda dell’ex siderurgico dei Riva appare contrassegnata da pressappochismo, veduta corta, irresponsabilità, incapacità di scelte che salvaguardino la vita e nel contempo la occupazione. Il primo dato d’incertezza, e al contempo di rilevante importanza, riguarda i costi d’intervento per l’attuazione delle 94  prescrizioni dell’Aia. Le cifre variano dagli 8 mld dei custodi giudiziari ai 3,3 mld degli indiani di Arcelor Mittal,  agli 1,6 mld del Piano Ambientale. Io credo che la stima dei costi sia fortemente aleatoria perché riguarda la copertura dei parchi minerari, dei nastri trasportatori, dall'installazione dei sistemi di controllo automatico delle emissioni, della  bonifica dei terreni e la realizzazione di due nuove discariche. Un esempio di difficoltà di calcolo dei costi  è rappresentato dalla copertura dei parchi,  che preliminarmente prevede interventi di bonifica dell’area sotto il parco stesso. Come? Messa in sicurezza del terreno sul quale si accumulano i minerali ferrosi e, solo successivamente, la copertura.
Incertezza ulteriore esiste sulle disponibilità immediate di risorse ! Allo stato attuale sono disponibili i 156 milioni di Fintecna, il credito fornito dalle banche pari a 250 mln e un prestito di 86 mln con garanzie dello Stato. L’uso dei 1172 milioni sequestrati ai Riva e detenuti nelle casse di UBS  possono essere utilizzati solo a seguito del pronunciamento del Consiglio di Stato sul ricorso dei Riva contro il progetto del Ministero della Economia  che prevede l’emissione di un  prestito  obbligazionario  sottoscritto da Equitalia Giustizia .  Equitalia è stata autorizzata dal gip di Milano a richiedere alla magistratura svizzera i fondi dei Riva. In sintesi si attende il pronunciamento della magistratura di Zurigo sui fondi dei Riva detenuti presso UBS di Lugano e quella del Consiglio di Stato sulla emissione del prestito obbligazionario. Le obbligazioni, che possono essere emesse ora, coprono un valore di 120 milioni di euro che corrispondono ai fondi presenti presso il Fondo Giustizia . A questa serie d’incertezze si aggiunga la resistenza di eventuali gruppi stranieri nell’essere coinvolti  in Ilva a causa dei rischi connessi ai procedimenti giudiziari in atto e alle incertezze finanziarie. Ci sono richieste di risarcimento per 20 mld di euro da parte delle 280 parti lese a cui si aggiungono i 10 mld di euro di danni richiesti dal Ministero dell’Ambiente e dal Comune di Taranto.
Sul versante  delle prescrizioni Aia da attuarsi per l’80% entro il prossimo 31 luglio e la restante parte entro agosto 2016, corre l’obbligo fare chiarezza. Tali interventi sono certamente importanti ma non sono quelli  che determinano un impatto rilevante nell’abbattimento degli inquinanti. Nel mondo il settore siderurgico è affetto da sovracapacità produttiva. L’Ancelor francese è stata assorbita attraverso un’offerta pubblica di acquisto della Mittel. I tedeschi delocalizzano in Cina e i licenziamenti continuano nella Rhur anche negli impianti modello di Kredfeld e Bochum. La siderurgia europea potrà esistere solo utilizzando improbabili strumenti di difesa verso la concorrenza asiatica. Difesa attuata, per esempio,  dagli USA dopo la fusione Nippon Steel e Sumitomo Metal Industries e consistenti in tasse sui tubi di acciaio. Il rilancio dell’azienda comunque richiede oltre al finanziamento delle prescrizioni Aia di almeno un miliardo di euro per il rilancio dell’attività produttiva. Architetture finanziarie veicolate da società di servizi che hanno come azionista anche la Cassa Depositi e Prestiti gestita ora dall’ex uomo di Goldman Sachs. Lo stesso che affitterà gli asset di Ilva scaricati delle passività che andranno nella bad company. Alla fine tra sovracapacità, fiscal compact e reiterazione della politica di austerità espansiva Ilva soccomberà. 
Ilva è strategica per i giochetti del politicume che considera la vita delle persone una banale esternalità. Strategica in un paese che non ha la materia prima, cioè il minerale di ferro, e che l’81% della energia che produce deriva da importazioni ? Il tondino, il laminato che importi non è diverso dal minerale di ferro e dal kwh che produci con fonti importate per quattro quinti!!!  Restano i problemi legati alla occupazione? Bene. Li gestisci con provvedimenti istitutivi di cassa integrazione speciale. Nel frattempo guardi lontano con la valorizzazione delle vocazioni del territorio evitando di vendere le patacche tipo “Contratto di Sviluppo Urbano”, attraverso inesistenti risorse da attingere parzialmente alla programmazione comunitaria 2014/2020. Il mio auspicio è che il popolo italiano non debba mai vedere un indennizzo record ai Riva per la dabbenaggine e la mala fede di una classe dirigente dalla vista corta, e che considera la vita una variabile dipendente dalla economia . (Erasmo Venosi - Cosmopolismedia)

sabato 30 agosto 2014

Proposta d'estate

Salvare Taranto dall'eccidio ambientale si puo'

L’eccidio ambientale,  che si sta consumando a Taranto, deve essere portato a conoscenza di tutta l’Europa. Patologie gravi e aumento dei decessi connessi all’inquinamento ambientale continuano nel capoluogo jonico. Inaccettabile risulta essere lo stallo delle decisioni operative ed efficaci degli organismi comunitari e nazionali; irretiti, i primi, nella comoda scusa degli abnormi tempi procedurali e, i secondi, nella grande illusione del finanziamento privato alla ricapitalizzazione e alle prescrizioni dell’autorizzazione integrata ambientale. Aia che Ilva e gli altri stabilimenti del polo industriale tarantino avrebbero dovuto avere, scontando già il ritardo, al massimo entro il 2004. La direttiva istitutiva ne fissava i limiti di recepimento all’agosto del 1999. Giochetti di Palazzo e pressioni di lobby d’interesse hanno determinato la concessione delle prime Aia nel 2007.  La lettera di messa in mora dello Stato italiano per l’Infrazione alla direttiva sull’Aia ha il numero 2013/2177. Risale a 11 mesi fa,  in una UE che predica semplificazioni e repentinità di azioni! Messa in mora  seguita  all’indagine “EU Pilot 3268/12/ENVI”,  attivata dalla Commissione UE e riguardante l’applicazione della direttiva IPCC a Ilva del 26 marzo 2012. Il ritardo decisionale della Commissione UE sul caso Ilva è di palese evidenza atteso che la stessa è in possesso di tutti gli elementi necessari all’azione per le inadempienze del Governo italiano. Assenza totale di proposte da parte del Parlamento UE, repentino solo nelle decisioni riguardanti parametri di bilancio e vincoli, di spesa pubblica tanto cari ai dogmi del mainstream economico!   
Ilva era uno degli impianti industriali oggetto della procedura d’infrazione 2008/2071 riguardante impianti,  che funzionavano in assenza di Aia, e che ha determinato la condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia UE nel 2011.  Dai controlli svolti dalle autorità (gennaio e maggio 2013) sono inattuate molte prescrizioni previste dall’AIA del 26 ottobre 2012, violando in tal modo la legge 231/2012.  Lo stabilimento siderurgico è gestito in violazione dell'articolo 14, lettera a), della direttiva IPPC, a norma del quale gli Stati membri adottano le misure necessarie affinché il gestore rispetti, nel proprio impianto, le condizioni dell'autorizzazione Questo è tanto più grave in quanto l'Aia, che ai sensi della direttiva IPPC doveva essere emanata entro il 30 ottobre 2007, è stata rilasciata a ILVA nell'agosto 2011, e ciò malgrado la procedura d'infrazione avviata dalla Commissione europea nel 2008 sia  culminata nella di condanna  del marzo 2011 (C-50/10). Inoltre, ai sensi della 426/1998, che ha individuato i Siti di Interesse Nazionale ovvero, le aree che sono considerate altamente inquinate, e che devono essere bonificate con la zona industriale che comprende lo stabilimento siderurgico Ilva è inclusa nel SIN di Taranto.  
Il sito di pertinenza è stato caratterizzato, ed è risultato che il suolo, le acque superficiali e le acque sotterranee del sito sono gravemente inquinati. Dalle informazioni disponibili risulta,  che le acque e il suolo inquinati non sono ancora stati bonificati, che sono stati eseguiti solo alcuni interventi di messa in sicurezza d’emergenza dei suoli, mentre non sono stati eseguiti interventi di messa in sicurezza d’emergenza delle acque. La direttiva 2004/35/CE istituisce un quadro, per la responsabilità ambientale, basato sul principio “chi inquina paga”, per la prevenzione e la riparazione del danno ambientale. Ilva ha causato un inquinamento significativo e, in particolare, ha causato un danno delle acque e del terreno, come definito dall'articolo 2.1. lettera b) e c) della direttiva sulla responsabilità ambientale. Ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 1, della direttiva quando si è verificato un danno ambientale, il responsabile adotta “ a) tutte le iniziative praticabili per controllare, circoscrivere, eliminare o gestire in altro modo, con effetto immediato, gli inquinanti in questione e/o qualsiasi altro fattore di danno, allo scopo di limitare o prevenire ulteriori danni ambientali ed effetti nocivi per la salute umana e b) le necessarie misure di riparazione” . A norma dell'articolo 6, paragrafo 3, l'Autorità competente dello Stato richiede che il responsabile adotti le misure di riparazione e, se l'operatore non adempie, l'Autorità competente ha facoltà di adottare essa stessa tali misure, qualora non le rimangano altri mezzi. 
Non risulta che le Autorità italiane abbiano preso provvedimenti per far si che Ilva adotti le necessarie misure di riparazione o, quantomeno, sopporti i costi di tale misure di riparazione. L’Autorità italiana ha invece velocissimamente riconosciuto un incredibile credito di imposta di mezzo miliardo di euro alla autostrada pedemontana lombarda e si appresta a riconoscerne altrettanti alla Pedemontana Veneta e alla Autostrada BreBeMi ( Brecia/Bergamo/Milano). Incredibile il riconoscimento di un credito imposta di 1,9 mld di euro all’autostrada Orte/Mestre che sconta il parere contrario della Corte dei Conti. I fruitori del credito ? Nella sostanza Banca Intesa, che controlla il 49% di Autostrade Lombarda, che controllano l’89% della BreBeMi  e il 25% della Pedemontana Lombarda mentre sulla Orte /Mestre troviamo la commissariata Banca Carige, la Efibanca Spa e la Gefip Holding del pluricondannato Vito Bonsignore.
Quando è nato il credito d’imposta? Con il Ministro delle Infrastrutture Passera e vice Ministro con delega infrastrutture Ciaccia. Entrambi di Banca Intesa. Ciaccia  ex amministratore delegato di Banca Intesa Infrastrutture e Sviluppo (BIIS) ,  consulente della Bre.Be.Mi (autostrada Bergamo-Brescia-Milano) . Advisor delle 2 autostrade Pedemontane (Lombarda e Veneta). E ancora la BIIS controlla la Cofergemi che sta realizzando la Tav  Ge-Mi (quella che ha avuto un miliardo al primo Cipe del Governo Monti) e che rappresenta l’opera più scandalosa italiana. Infrastrutture che hanno ottenuto copiosi finanziamenti pubblici e determinanti linee di credito dalla Cassa Depositi e Prestiti!  Bonifiche, dissesto idrogeologico e riconversione economica della città di Taranto non sono nell’agenda politica degli ultimi governi etero-diretti da interessi finanziarie e industriali sconfitti nella competizione globale e vincenti nell’assalto alla dissestata  finanza pubblica italiana Nella lettera di messa in mora la Commissione ha invitato il governo ai sensi dell'articolo 258 del trattato sul funzionamento dell'Unione Europea, a trasmetterle osservazioni,  entro due mesi dal ricevimento della  lettera.  
Ammettiamo che la Commissione,  con parere motivato condanni l’Italia. Visto il pregresso legislativo di legge pro Ilva l’Italia potrebbe non conformarsi al parere motivato, e la Commissione  adire alla  Corte di Giustizia. Mediamente, occorrono due anni perché la Corte pronuncia la propria sentenza. Le sentenze della Corte di giustizia non hanno lo stesso effetto di quelle dei tribunali nazionali. Al termine del procedimento, nella sua sentenza la Corte di giustizia costata, infatti, semplicemente l'esistenza (o la non esistenza) di un'infrazione. Lo Stato condannato dalla Corte di giustizia, può decidere di prendere le misure necessarie per conformarsi alla sentenza. Se lo Stato non fa nulla, la Commissione europea può soltanto adire di nuovo la Corte di giustizia e chiederle di infliggere allo Stato membro una penalità da versare fino al momento,  in cui avrà messo fine all'infrazione, e/o una somma forfettaria. Io credo invece che sia anche da valutare l’istituzione di una Commissione temporanea d’inchiesta , che è disciplinata dall’art. 193 Trattato CE attraverso la richiesta fatta dal 25% dei parlamentari europei. La Commissione d’inchiesta temporanea esamina le denunce d’infrazione o di cattiva amministrazione degli Stati o della Commissione UE, nell’applicazione del DIRITTO COMUNITARIO. So che è complesso avere il 25% dei parlamentari UE , ma sarebbe ad altissimo impatto politico e non potrebbe non produrre in tempi rapidi un provvedimento significativo. E’ ora che la vicenda di Taranto fuoriesca dal compromesso ambientale e politico-sindacale italiano e coinvolga associazioni, partiti e testate giornalistiche indipendenti che hanno realmente assunto la questione ambientale come questione di tutela della salute e settore su cui innescare uno sviluppo. Una crescita che generi benessere e ricchezza senza massacrare ambiente e vite umane. E’ una grande sfida. Io, assieme a CosmoPolis e quanto vorranno accompagnarsi in questo lungo percorso, ci sono. (E. Venosi - Cosmopolis)

venerdì 11 luglio 2014

Teoremi banali senza risposta

Problema : Ilva doveva essere dotata di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) , al massimo entro il 2004. Per colpe riconducibili agli Organi dello Stato l'Aia è stata concessa nel 2011 e, rivista e "aggiornata" nel 2012.
Ilva necessita di un nuovo proprietario o di soci disponibili, per la ricapitalizzazione. Ha debiti verso le Banche, per 1,2 mld. e manca di liquidità...che pone problemi anche per pagare gli stipendi (100 mln) di questo mese. Per farla solo "respirare " le banche dovrebbero fare un prestito fino a quando sarà attuata la ricapitalizzazione, che potrà essere fatta o dagli attuali soci (difficile ) o da soci esterni . Marcegaglia , Arvedi, gli indiani di Arcelor Mittal , Duferco Group,i cinesi di Bao Steel o i coreani Posco. Le banche creditrici erano disponibili al finanziamento ponte vincolato però alla approvazione , del piano industriale di Ilva, elaborato da Mc Kinsey e bocciato dalla società di consulenza delle banche creditrici Roland Berger. Prestito fondato inoltre sulla prededuzione . 
Oggi il Governo ha fatto l'ennesimo nuovo decreto. Prededuzione sganciata dal piano industriale (sic!!! Vedremo come sarà valutata una cosa simile dalle Banche !!!). Ha rinviato l'attuazione integrale delle prescrizioni , di Ilva all'agosto 2016 .....e sembra davvero assurdo dopo, che lo studio S.E.N.T.I.E.R.I. (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) del Ministero ha certificato la correlazione aumento dei tumori /ambiente. Domande: a cosa serve una Europa, che ha prodotto direttive sull'Aia ( 96/61/CE)...che ha condannato l'Italia ( Corte di Giustizia marzo 2011) proprio, per mancata attuazione dell'aia a impianti industriali.....che ha aperto una nuova procedura nel settembre attraverso l'invio della lettera di Costituzione di messa in mora – Infrazione n. 2013/2177?
A cosa serve una Europa così lenta nell'azione , che esige celerità unicamente sulle questioni , che attengono alla economia e al welfare....ma che ipocritamente se ne fotte dei morti da mancata attuazione delle norme di tutela...e con la beffa....che le multe della tardiva UE saranno pagate non dai membri del Governo che oggi hanno approvato il decreto, ma dai contribuenti italiani? (E. V.)

martedì 18 marzo 2014

Primavera: fiorisce la città!

Torna la primavera. I cittadini fioriscono nelle piazze e fanno sentire la loro voce. la città riprende a parlare del suo presente per costruire il futuro.Partecipiamo!!!


martedì 8 dicembre 2009

Chi specula sull'ambiente a Roma?

Il mistero della Sogesid
Conflitto di interessi sulla delicata materia dei programmi sulle bonifiche in Sicilia.


Un altro italico caso di potenziale conflitto d’interessi. Che, stavolta, si consuma nelle stanze del ministero dell’Ambiente. Nel silenzio. Per l’ennesima volta, “controllore” e “controllato” vengono a sovrapporsi, se non addirittura a coincidere. Una coincidenza che questa volta riguarda la gestione dei fondi per la tutela dell’ambiente. Il soggetto competente a gestire gli interventi di bonifica e ripristino era, infatti, fino a due anni fa, il ministero. Poi, nell’Accordo di programma (11/2008) per gli interventi sul Sito di interesse nazionale “Priolo” (Siracusa), risulta che a gestire le sostanziose risorse finanziarie sarà la società in house del ministero, la Sogesid (art. 4 sui soggetti attuatori: il ministero si avvarrà della collaborazione della Sogesid, nonché di Ispra, Iss e Arpa Sicilia).
Il presidente della Sogesid è un noto avvocato di Siracusa ( feudo elettorale della Prestigiacomo), e uno dei componenti è il capo della segreteria tecnica del ministro dell’Ambiente. Una materia molto delicata, quella dei programmi sulle bonifiche. Che parte da lontano. L’Unione europea, per almeno 15 anni, ha discusso sul come rendere applicabile un principio centrale del Trattato: “Chi inquina paga” (art.174). Libro Verde e Convenzione di Lugano sulla responsabilità civile nel 1993, libro bianco nel 2000 e direttiva 35 del 2004. In Italia esistono 12mila siti inquinati e l’urgente necessità di intervento su alcuni di essi che costituiscono una minaccia per i cittadini e le risorse ambientali. La normativa italiana ha dunque recepito il principio del “chi inquina paga”, in base al quale il responsabile della contaminazione deve assumere l’onere della bonifica. Il ruolo dello Stato dovrebbe essere di tipo notarile (approvazione del progetto di bonifica).
Quasi sempre però accade che i responsabili degli inquinamenti non siano individuabili a causa di un’insufficiente normativa di applicazione. Lo Stato, allora, si assume il costo degli interventi di messa in sicurezza, disinquinamento e rispristino ambientale. Il risultato è che le aree subiscono interventi prevalentemente di messa in sicurezza, ma spesso vanno incontro solo al degrado. Le 50 aree di interesse nazionale che necessitano di interventi di bonifica urgenti (36 industriali, 8 discariche, 6 con inquinamento da amianto) coinvolgono 316 Comuni e circa 7 milioni di abitanti. Le risorse finanziarie stimate per la bonifica (relative a 41 siti) ammontano a circa 3 miliardi di euro. Spesso in ogni sito conta minato all’inquinamento del terreno e dell’atmosfera è associato quello della falda, dei corpi idrici e delle coste.
Gli interventi di bonifica e ripristino ambientale di Porto Marghera (VE), dei sedimenti lagunari e di aree inquinate ad esse collegate, hanno un costo stimato di oltre 750 milioni e interessano circa 480 ettari di canali. Nel Sulcis Iglesiente sono coinvolti 34 Comuni della provincia di Cagliari; il sito Napoli Orientale interessa 820 ettari di acque costiere. Gli interventi sull’area industriale e sulle discariche annesse di Manfredonia, in Puglia, interessano 8.600 ettari di mare, mentre le aree di Taranto e Statte riguardano 7.310 ettari di mare e 9.800 ettari di saline. La vera, prima opera pubblica di cui l’Italia avrebbe bisogno è quindi proprio questa: bonificare il territorio da decine di anni di sfruttamento e avvelenamenti. Ma sembra davvero una fatica di Sisifo. Innanzitutto, le risorse finora stanziate dallo Stato ammontano a meno di un quinto di quello che serve. Ma non è tutto.
L’ambiente diventa materia di un’ennesima, forse meno macroscopica ma ugualmente dannosa, strategia d’accentramento dei poteri. In due parole: un nuovo conflitto d’interesse. Dalla pluralità di incarichi svolti, infatti, il capo della segreteria tecnica del ministero è persona ubiquitaria e supercapace; è infatti anche avvocato in Roma, commissario all’emergenza idrica alle Eolie, membro del CdA di Sogesid e del CdA dell’Acea di Roma. Ed è verosimilmente prevedibile che anche le risorse per il dissesto idrogeologico saranno gestite da Sogesid. Un’altra dimostrazione della frantumazione delle regole e degli organismi di Garanzia. A perdere saranno solo l’ambiente e i cittadini portatori del diritto naturale alla salute.
Erasmo Venosi (Terranews)

domenica 15 novembre 2009

Inquinamento di Stato a Taranto

La bocciatura del Tar delle nomine delle Commissioni del ministero dell’Ambiente provoca una vacatio legis circa la limitazione delle attività inquinanti della grande industria. A pagare le conseguenze maggiori, ancora la Puglia.


L’ultima sentenza del Tar sulle nomine dei componenti delle Commissioni indicate dal ministero dell’Ambiente rischia di consegnare alla confusione più totale i vincoli normativi predisposti per limitare le attività inquinanti dell’industria. Una vacatio legis che potrà provocare enormi danni all’ambiente e al territorio. Ed è proprio Taranto, una delle città più inquinate d’Italia a causa della presenza dell’impianto siderurgico dell’Ilva, che rischia di pagarne presto le conseguenze. Il pericolo è inequivocabilmente verificabile nella vicenda dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale): introdotta con direttiva 61/96 (direttiva Ippc), è lo strumento cardine della Ue per l’attuazione di politiche ambientali che mirano a realizzare la riduzione complessiva dell’inquinamento prodotto dal settore industriale.
Tecnicamente l’Aia attua un approccio preventivo e integrato che punta a evitare, o se non è possibile a ridurre, le emissioni intervenendo nelle varie fasi del processo, alla sua fonte. L’Aia riguarda anche l’efficienza dell’uso dell’energia e «le misure necessarie per prevenire gli incidenti». La prima “anomalia” del legislatore è il parziale recepimento della direttiva, nel 1999. A seguito di procedura d’infrazione, viene delegato il governo nel 2003 e il recepimento avverrà due anni dopo. Il legislatore comunitario attraverso la direttiva si prefigge di attuare la riduzione integrata dell’inquinamento nell’aria, nell’acqua e nel suolo. La centralità Ippc nelle politiche comunitarie trova piena conferma nel VI Programma comunitario per l’ambiente: “Ambiente 2010 il nostro futuro, la nostra scelta”. Nell’obiettivo generale “ambientesalute” è specificato che occorre «ottenere una qualità dell’ambiente tale che i livelli di contaminanti di origine antropica non diano adito a conseguenze o a rischi per la salute umana».
Tutte le aziende italiane, circa 8.000, dovevano ottenere l’Aia entro l’ottobre 2007. I grandi impianti di competenza statale sono 200: a tutt’oggi le Aia concesse ammontano a circa 30. Emblematico e cinico, si diceva, è il caso della martoriata Taranto. Dichiarata per legge “città a elevato rischio di crisi ambientale”, e con una emissione di diossina pari al 90 per cento del totale prodotto in Italia. In Europa il limite diossine in un metro cubo di aria è di 4 diecimiliardesimi di grammo. In Italia con una furbata “aggregativa” (media tra 200 congeneri diversi di diossine e simili) si è stabilito un limite enormemente superiore. E da nessuno è stato mai modificato. Diciotto mesi fa un accordo tra ministero dell’Ambiente ed enti locali fissava in 300 giorni il tempo massimo per l’ottenimento dell’Aia ai 7 impianti maggiormente inquinanti di Taranto.
Secondo i dati dell’Ines (Inventario nazionale delle emissioni e delle sorgenti), oltre alla diossina, a Taranto l’industria immette in atmosfera il 95 per cento degli Ipa (Idrocarburi policiclici aromatici) prodotti da tutto il settore industriale italiano, oltre al 57 per cento di mercurio e rilevanti quantitativi di cadmio e cromo. L’Aia, congiuntamente ai Piani regionali di risanamento e tutela della qualità dell’aria e dell’acqua, può arginare gli effetti di quel “mattatoio”, silente e cinico. Intanto, i numeri dimostrano quanta indifferenza possa essere mostrata dalla politica e dalle istituzioni: la commissione Aia del ministro Prestigiacomo ha concesso 26 Aia.
Pur nell’evidente emergenza di Taranto, su 157 Aia complessive il maggiore emettitore di inquinanti, l’Ilva, è stato posto come ordine di intervento al 113esimo posto, al 13esimo la raffineria Eni, al 96esimo la centrale Edison, al 118esimo Enipower. Taranto dovrà sorbirsi patologie e inquinamento almeno per un altro lustro, considerando il ritmo di produzione di 26 Aia della Commissione. E ora la confusione normativa non potrà che dilatare i tempi. Eppure i 7 impianti hanno prodotto complessivamente negli ultimi quattro anni utili annui per circa un miliardo di euro. Con grande gioia dei proprietari delle industrie. Tra cui lo Stato con Eni ed Enel.
Erasmo Venosi su Terra

Il Comitato per Taranto aveva paventato questo rischio quando si espresse sul presidente della commissione IPPC, il "giovane siciliano" Dario Ticali. Poco dopo l'intervista di Antonietta Podda per RPS e l'inchiesta di Sandra Amurri sull'Espresso portarono alla "rimozione" di Bonaventura Lamacchia - colui che doveva occuparsi dell'Ilva di Taranto - per problemi giudiziari.