"Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e risoluti non possa cambiare il mondo. In fondo è cosi che è sempre andata ». (Margaret Mead)
Ilva, Riva in cella da 5 mesi. Il legale: sta male, liberatelo
Fabio Riva si affida all’avvocato Franco Coppi e ricorre in Cassazione
contro il provvedimento con il quale il tribunale dell’appello l’11
agosto scorso ha confermo il «no» espresso il 13 luglio scorso dal
giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli alla revoca della custodia
in carcere o quanto meno alla sostituzione con gli arresti domiciliari.
Il figlio del defunto patron Emilio si trova rinchiuso nel carcere di
Taranto dal 5 giugno scorso, quando dopo 31 mesi di latitanza si
consegnò alla giustizia italiana.Il 60enne, numero due dell’omonimo
gruppo proprietario dell’Ilva di Taranto, fu scovato il 22 gennaio del
2013 dagli agenti dell’Interpol a Londra. Fabio Riva tornò subito in
libertà, ma senza passaporto, dopo aver pagato sull’unghia 100mila
sterline (circa 120mila euro) di cauzione. La Guardia di Finanza era da
giorni sulle sue tracce. Latitante dal 26 novembre del 2012, giorno nel
quale i militari bussarono inutilmente alla porta della sua abitazione
di Milano per arrestarlo e condurlo nel carcere di Taranto, in
esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Patrizia
Todisco, Fabio Riva si è sempre opposto alla procedura di estradizione
avviata prima dalla Procura di Taranto e, successivamente, da quella di
Milano (che procede nei suoi confronti per truffa aggravata ai danni
dello Stato). A tradirlo furono le visite, costanti nel tempo, ricevute
dai suoi familiari. Proprio seguendo i suoi parenti sulla tratta
Milano-Londra, i militari delle Fiamme Gialle, agendo in stretto
contatto con l’Interpol a seguito del mandato di arresto europeo firmato
dal gip Patrizia Todisco il 10 dicembre del 2012, riuscirono a
individuare il luogo in cui Fabio Riva si nascondeva. Il lungo lavoro,
fatto di pedinamenti, appostamenti e rilievi fotografici, è passato
anche attraverso la Francia, con una perquisizione eseguita subito dopo
Capodanno, assieme alla gendarmeria, a Beaulieu sur mer, vicino Nizza,
dove era ormeggiato lo yacht di Fabio Riva. Perquisizione che diede però
esito negativo. Le attenzione si concentrarono così su Londra, sino al
blitz del gennaio 2013. Era stato lo stesso Fabio Riva, agli inizi di
dicembre del 2012, a far sapere di trovarsi a Londra, con una lettera
che i suoi avvocati Nerio Diodà e Stefano Goldstein avevano consegnato
sia alla Procura sia al gip.
Pesantissime le accuse formulate nei suoi confronti. Fabio Riva è
imputato, assieme, tra gli altri, al fratello Nicola (sottoposto ai
domiciliari il 26 luglio 2012 con il padre Emilio, morto il 30 aprile
del 2014) per associazione a delinquere finalizzata al disastro
ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione
dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso
d’ufficio, accuse che gli sono valse una richiesta di rinvio a giudizio
sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli a luglio.
Sono decine di migliaia le telefonate di Fabio Riva intercettate dai
finanzieri e finite agli atti dell’inchiesta, colloqui dai quali sono
emersi i rapporti che l’Ilva, tramite proprio Fabio Riva, aveva
intessuto con il potere politico tarantino, pugliese e nazionale allo
scopo di ricevere autorizzazioni per i propri impianti e ottenere un
trattamento di favore da parte degli organi di controllo. Notissima è la
telefonata di Fabio Riva ad un consulente del gruppo nella quale,
commentando i dati sull’emergenza sanitaria a Taranto, il vicepresidente
di Riva Group si lascia andare ad un poco edificante: «Due casi di
tumore in più all’anno… una minchiata».
Ora Fabio Riva, unico detenuto tra i 47 imputati del processo «Ambiente
svenduto», confida nella Corte di Cassazione, che discuterà il ricorso
presentato dagli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia il prossimo 11
dicembre, per riacquistare la libertà o almeno lasciare il carcere,
anche alla luce di condizioni di salute non proprio eccellenti, e per
questo costantemente monitorate dai responsabili della casa
circondariale, anche con consulti eseguiti negli ospedali cittadini. (GdM)
Pecore avvelenate dalla diossina, revocato il sequestro ai 15 ex dirigenti
Il
tribunale del Riesame di Taranto (presidente Morelli, relatore Ruberto, a
latere De Cristofaro) ha disposto la revoca del sequestro conservativo
di beni (87 proprietà) disposto il 22 settembre scorso nei confronti di
15 ex dirigenti dell’Ilva, imputati nel processo per il presunto
disastro ambientale provocato dal Siderurgico, la cui prima udienza è
fissata per il 20 ottobre prossimo, ma che dovrebbe slittare per un
difetto di notifica.
L’ordinanza riguardava beni nella
disponibilità di Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli,
Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò,
Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo,
Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti. A
rivalersi nei confronti degli ex dirigenti Ilva sono Angelo, Vincenzo e
Vittorio Fornaro, titolari della masseria Carmine, che ha subito
l’abbattimento dei capi di bestiame a causa dei veleni prodotti
dall’Acciaieria. Per il momento il tribunale ha depositato solo il
dispositivo del provvedimento di dissequestro, in accoglimento del
ricorso presentato dagli imputati. Il collegio difensivo è composto, tra
gli altri, dagli avvocati Vincenzo Vozza, Leonardo Lanucara, Gaetano
Melucci, Ottavio Martucci e Gianluca Pierotti. Le motivazioni si
conosceranno nei prossimi giorni.(CdM)
Non siamo abituati alla Giustizia. Come Italiani, come meridionali, come tarantini. Abbiamo sempre vissuto con la parzialità, le beffe dei potenti verso i deboli, i soprusi delle oligarchie e dei corruttori fino a portare anche nel piccolo delle scaramucce di strada la sbruffoneria del più forte che se ne frega: "cce me ne futt a me!" Talmente radicata è questa abitudine ai "due pesi e due misure" che, da qualche tempo a questa parte, leggere che un pool di magistrati, fedeli alla Legge e alla Costituzione, stia letteralmente frantumando la tradizione millenaria del più forte e degli interessi dei ricchi, ci suscita un immediato, primo sentimento di ... paura! Forse è la stessa paura che ebbero gli abitanti delle città attraversate dalle rivoluzioni o dai cambi di regime che avvenivano facendo piazza pulita dei potenti dei vecchi sistemi. Fa innata paura pensare che i Don Rodrigo di tutte le estrazioni possano anche loro sudare freddo davanti alla lettura di una condanna, sentirsi minare sotto le loro certezze storiche e i loro possedimenti, e con loro anche il nostro mondo. Forse perché fa paura perdere la consuetudine dell'ignavia, la legge delle ostriche verghiane per cui ogni opposizione alla legge della giungla è un sacrilegio e tutti bisogna accettare tutto. Lamentarsi si, anche tanto, ma in fondo stare zitti e sotto, accettare perché così è sempre stato. Qualcosa è cambiato. La Legge è arrivata anche in riva allo Jonio? E con lei i diritti universali degli uomini a chiedere Giustizia, a sentirsi parte di uno Stato civile, a credere nei valori di tutti. L'ignavia e l'interesse sono duri da spezzare. Anche per tante persone stimabili e convintamente oneste è difficile, soprattutto in età più avanzata e disillusa, immaginare un mondo in cui due cittadini siano pari di fronte alla Legge: una libertà faticosa, che richiede impegno, responsabilità, partecipazione. Per questo immaginiamo che, così come noi all'inizio abbiamo letto con un pizzico di paura il terremoto della notizia che segue, la schiera dei conservatori benpensanti griderà allo scandalo e additerà ancora una volta i magistrati giusti come biechi persecutori, come sovvertitori del sistema, come estremisti alleati con sfaccendati idealisti anacronistici, relegati ai margini della società! Le ragioni del GIP sono corrette al limite della banalità: in attesa di giudizio, è necessario sequestrare i beni privati dei presunti responsabili perché sono venute meno le garanzie patrimoniali societarie, quindi la parte civile «non può che trovare soddisfazione del proprio credito nei patrimoni personali degli imputati, in caso di condanna». Ma potete immaginare che per far valere il diritto all'esistenza dignitosa di un "miserabile" allevatore si metta mano ad una delle famiglie più potenti d'Italia e ai suoi prossimi? La storia si può scrivere anche così. Ed oggi è più bella che mai,perché anche quando tutto sembra già scritto, lei non finisce mai di stupirci! E la paura diventa presto emozione e speranza. Auguri Vincenzo Fornaro, non volevi essere un martire e sei diventato un cittadino di questo Stato!
Ilva, per gli ex dirigenti sequestro degli immobili. Sigilli per gli ovini abbattuti: 87 le proprietà
Negli anni scorsi, migliaia di capi di bestiame destinati
all’alimentazione furono abbattuti per la contaminazione da diossina e
pcb, in seguito all’attività di pascolo in zone aggredite
dall’inquinamento prodotto dall’Ilva. Per numerose aziende che si
occupavano dell’allevamnento ovino-caprino fu il tracollo.
Ora, nelle more del processo “Ambiente svenduto”, i titolari
dell’azienda Fornaro, fra i più colpiti dall’ordine di abbattimento, si
rivalgono sull’Ilva. Ma non più sulla società per azioni, quanto sugli
allora dirigenti che, nei loro rispettivi ruoli, avrebbero concorso al
disastro. I sequestri, per alcuni milioni di euro, sono stati
disposti dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di
Taranto dottoressa Vilma Gilli, gup del procedimento sull’Ilva sfociato a
processo.
In funzione di gip, la dottoressa Gilli ha emesso un ordinanza di
sequestro conservativo sui beni, di varia natura: in tutto ben
ottantasette proprietà.
Si tratta di beni che sarebbero nella disponibilità di Nicola Riva,
Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà,
Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio,
Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni
Rebaioli e Lorenzo Liberti.
Quelli appena riportati sono, in pratica, i nomi di dieci degli imputati
coinvolti nel processo che sarà celebrato dalla Corte d’assise di
Taranto a partire dal 20 ottobre prossimo, nei confronti dei quali è
stata avanzata istanza da parte degli imprenditori Angelo, Vincenzo e
Vittorio Fornaro, titolari dell’azienda “Masseria Carmine”, situata in
agro di Taranto.
Oltre a quelle dei fratelli Riva, nella procedura sono coinvolte le
proprietà dell’ex presidente di Ilva Spa Ferrante, dell’ex legale della
famiglia Riva, avvocato Perli, di alcuni degli ex fiduciari della
famiglia di industriali lombardi. Ma anche quelle dell’ex responsabile
delle relazioni esterne dell’Ilva, dei dirigenti di impianti siderurgici
e dell’ex consulente della procura della Repubblica.
A quest’ultimo, cioè al professor Liberti, è contestato nel processo
proprio di aver falsificato una consulenza tecnica disposta dalla
magistratura, asserendo «falsamente che la diossina rinvenuta nelle
matrici alimentari analizzate (che portarono all’azzeramento del
bestiame dell’azienda Fornaro) non era compatibile con l’attività dello
stabilimento siderurgico Ilva».
Nell’evidenziare la sussistenza delle condizioni di legge per
l’emissione del sequestro conservativo, la dottoressa Gilli ha ricordato
come a propria firma, a suo tempo, sia intervenuta una ordinanza di
esclusione dal processo dei responsabili civili Ilva Spa, Riva Fire e
Riva Forni Elettrici.
Il riferimento, sic et simpliciter, è del tutto pertinente per spiegare
come alla luce di questa circostanza siano venute meno le garanzie
patrimoniali societarie. Per questo motivo, secondo quanto evidenziato
dalla dottoressa Gilli, la parte civile «non può che trovare
soddisfazione del proprio credito nei patrimoni personali degli
imputati, in caso di condanna». (Quot)
“Ambiente Svenduto” – I Fornaro chiedono sequestro immobili per i dirigenti e spronano: “Fatelo con i politici”
E’ risaputo oramai, come la Masseria
“Carmine” sia il simbolo di questa Taranto che lotta contro
l’inquinamento. Una Taranto martoriata, abbandonata, alla quale si
promette il mondo, e puntualmente tutto finisce in fumo. Si in fumo, lo
stesso maledetto fumo che ha inquinato il nostro mare, che ha visto
morire padri, madri, figli. Lo stesso fumo che fuoriesce dai quei
camini, lì al bivio, il maledetto bivio tra salute e lavoro. E il danno
peggiore per il cittadino di Taranto è stato costringerlo a scegliere, e
non per vivere, ma per sopravvivere in entrambi i casi. Questa è la
triste storia di una delle città più belle. Questa è la triste storia
dei tarantini, e la Masseria “Carmine” è il simbolo del cambiamento,
l’apice, il punto di inizio, di quello che oggi è il più grande processo
nella storia per disastro ambientale. I titolari della Masseria,
Vincenzo, Vittorio e Angelo Fornaro, allevavano capi di bestiame. Gli
stessi qualche anno fa, sono stati abbattuti in quanto contaminati da
diossina e pcb. La causa? Il pascolo in zone contaminate dall’attività
dello stabilimento Ilva. Dunque, capi di bestiame abbattuti, un’azienda
al collasso, e un mondo crollato addosso. Ma i Fornaro non si sono dati
per vinti, e i primi risultati sono stati i 47 rinvii a giudizio e le
prime condanne. Taranto si è improvvisamente mobilitata, e fioccano le
prime costituzioni di parte civile nei confronti degli ex dirigenti. Il
20 ottobre prossimo, il processo presso la Corte di Assise di Taranto,
per gli imputati Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli,
Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò,
Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo,
Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti,
avverso i quali i Fornaro hanno presentato una istanza di sequestro
conservativo dei beni immobili. Le proprietà sarebbero in tutto 87. “Bisogna insistere, bisogna essere più incisivi e non bisogna demordere” ci spiega – raggiunto dal PugliaPress – in un’intervista Vincenzo Fornaro.
Fornaro commenta i primi rinvii a giudizio, riferendosi anche alla
classe politica, quella “del bello e cattivo tempo”, affinché la
responsabilità del disastro ricada anche su di loro, che questa città
avrebbero dovuto proteggerla. “La nostra istanza sia anche da monito – spiega Fornaro – verso
tutti coloro che si sono costituiti parte civile nei confronti della
classe politica. Io dico loro di fare la stessa cosa, di chiedere il
sequestro degli immobili – e continua – sequestrate i beni di queste persone”.
“Tutti i decreti del mondo, ma non ci piegheranno” dice Fornaro.
La Masseria “Carmine” ha segnato l’inizio di questo lungo percorso,
spronando anche altri allevatori del territorio a ribellarsi, senza
temere poteri forti. Un segnale di forza e coraggio all’intera città, e
un segnale di presenza e determinazione anche al Governo, che per
quanto cerchi disperatamente di salvare con vari decreti questa fabbrica
di morte, non risolve la situazione di una città messa in ginocchio,
da quella che chiamavano la sua vocazione. (Pugliapress)
Fabio Riva deve restare in carcere. Lo hanno deciso i giudici del
Tribunale che hanno respinto l’appello proposto dal difensore
dell’industriale lombardo finito in cella a Taranto ai primi di giugno,
non appena rientrato in Italia. I magistrati hanno depositato il solo
dispositivo e si sono riservati di motivare il loro verdetto nei
prossimi giorni. Di certo ha retto la linea della procura che aveva
insistito sul mantenimento del provvedimento restrittivo, sulla base
della sussistenza delle esigenze di natura cautelare.
Una posizione che aveva già convinto il giudice delle indagini
preliminari che aveva respinto, nelle scorse settimane, l’istanza di
revoca o attenuazione della misura avanzata dall’avvocato Nicola
Marseglia, difensore di Riva. Contro quella decisione, il legale aveva
proposto appello in Tribunale. Ma la sua richiesta si è fermata dinanzi
al semaforo rosso acceso dal collegio giudicante. In camera di consiglio
accusa e difesa si erano date un’aspra battaglia sul destino dell’ex
vicepresidente della Riva Fire, travolto insieme a tutto il gruppo
industriale del patron Emilio Riva dal turbine giudiziario battezzato
“Ambiente Svenduto”.
Era il 26 novembre del 2012, quando per il figlio del patron scattò una
ordinanza di custodia cautelare in carcere. Quel giorno in cella finì
Girolamo Archinà, l’ex potentissimo responsabile delle pubbliche
relazioni dell’acciaieria. Alla retata, sfuggì, invece, proprio Fabio
Riva. L’industriale si trovava a Londra nel momento in cui la Guardia di
Finanza eseguì gli arresti. Per Riva il provvedimento restrittivo venne
trasformato ben presto in mandato di cattura europeo, con richiesta di
estradizione recapitata in Inghilterra dalla procura jonica alla luce
del ruolo contestato a Riva nel procedimento che ha inquadrato il
disastro ambientale attribuito alla grande fabbrica. Dopo due anni e
mezzo di permanenza a Londra, il nodo diplomatico è stato sciolto a
giugno. Con Fabio Riva che è rientrato in patria ed è stato accolto
dalle Fiamme Gialle non appena sbarcato all’aeroporto di Fiumicino. Da
quel giorno, l’industriale è rinchiuso nel carcere di Largo Magli.
In camera di consiglio, nel corso della discussione tenuta la scorsa
settimana, la procura ha ribadito che a carico di Riva continua a
sussistere sia il pericolo di inquinamento probatorio sia quello di
fuga. Valutazioni alle quali si è opposto il difensore dell’imputato.
L’avvocato Nicola Marseglia ha sostenuto la totale assenza di esigenze
cautelari, anche alla luce dell’evoluzione del processone che è già
sbarcato a giudizio. Mentre in aula lo stesso Riva aveva preso la
parola, per fornire la sua versione su una delle intercettazioni simbolo
dell’inchiesta. Ovvero quella in cui proprio lui sembrava sminuire la
crescita di tumori in città. Una interpretazione delle sue parole che
Riva ha seccamente smentito. Il round in camera di consiglio, però, se
lo è aggiudicato nuovamente la procura. Con il dispositivo che tiene in
cella l’ex uomo forte del gruppo Ilva.
Intanto prenderà il via il prossimo 20 ottobre il processo in cui è
sfociata la clamorosa inchiesta battezzata “Ambiente svenduto”. Alla
sbarra 44 imputati e tre società. Tutti rimasti invischiati nelle
indagini sul disastro ambientale e sanitario di Taranto. Il rinvio a
giudizio è stato decretato lo scorso 23 luglio dal gup Vilma Gilli, al
termine di una lunghissima udienza preliminare. Il magistrato ha accolto
la richiesta avanzata dal pool di inquirenti guidato dal procuratore
Franco Sebastio. (Quot)
Ilva, Fabio Riva resta in cella. Il giudice respinge l'istanza di scarcerazione
Fabio Arturo Riva resta in carcere. Il gup Vilma Gilli ha infatti
respinto l’istanza di revoca della misura cautelare presentata
dall’avvocato Nicola Marseglia per conto dell’industriale lombardo.
«Sussistono esigenze cautelari connesse» con il pericolo di reiterazione
dei reati e dell’inquinamento probatorio, ha spiegato il giudice
dell’udienza preliminare che nella prossima settimana dovrà definire il
destino del procedimento «Ambiente svenduto» in cui l’industriale è
imputato a pieno titolo, insieme con altri 48 soggetti e tre società,
per le produzioni inquinanti dell’Ilva e per gli intrecci illeciti che
sarebbero stati stretti dalla famiglia Riva.
Nel respingere l’istanza di revoca della misura cautelare, la dottoressa
Gilli ha fatto riferimento ad un presunto «patto familiare» con cui i
Riva, a suo tempo, avrebbero concordato di utilizzare gli utili della
gestione societaria nel settore siderurgico.
Di questo «patto familiare» sarebbe stato fatto riferimento in un
rapporto che la guardia di finanza di Milano aveva prodotto nell’ambito
dell’inchiesta diretta dal procuratore aggiunto lombardo Francesco Greco
sulla pluralità delle attività della famiglia degli industriali.
Il rapporto, secondo quanto è stato possibile sapere, era stato
trasmesso alla magistratura di Taranto e da questa trasfusa negli atti
con cui la procura tarantina aveva dato parere negativo alla revoca
della misura restrittiva a carico di Riva.
Dal presunto patto che sarebbe stato stretto dai componenti della
famiglia Riva si desumerebbe l’interesse sempre vivo nutrito dal nucleo
familiare - da tempo orfano del patron Emilio - nelle vicende dell’Ilva,
capaci di produrre utili milionari che sarebbero poi stati trasferiti
all’estero, come scaturtito da una indagine della magistratura lombarda.
Alla luce di questa decisione adottata dal giudice dell’udienza
preliminare, non è improbabile che la difesa di Fabio Arturo Riva
ricorra in tempi brevi in Tribunale, contestando proprio la sussistenza
delle esigenze cautelari alla base del mantenimento della misura. Come è
noto, Fabio Arturo Riva è accusato, in concorso con altri, di
associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale,
all'avvelenamento delle sostanze alimentari, all'omissione dolosa di
cautele sui luoghi di lavoro, in aggiunta ad altre contestazioni
formulate dalla procura della Repubblica: corruzione, falso e abuso
d'ufficio.
L’industriale figura fra gli imputati dei quali la procura di Taranto ha
già richiesto il rinvio a giudizio o la condanna (nei casi in cui gli
imputati hanno optato per il giudizio abbreviato). Fabio Riva si trovava
a Londra ed aveva ingaggiato una battaglia legale per evitare
l'estradizione, tuttavia la Corte di Londra aveva dato il suo assenso.
Un'altra ordinanza di custodia cautelare era stata emessa dal gip di
Milano Fabrizio D'Arcangelo per una presunta truffa ai danni dello Stato
da circa cento milioni di euro, per cui l’industriale è stato già
condannato in primo e secondo grado a 6 anni e mezzo di reclusione.
Nel maggio scorso, Fabio Riva aveva “incassato” una cocente delusione:
per la seconda volta c’era infatti stato l’ok alla sua estradizione da
Londra. Era stato il giudice della «City of Westminster Magistrates
Court» John Zani ad esprimersi favorevolmente al trasferimento
dell’industriale in Italia anche per la richiesta avanzata da Milano.
Lo snodo che aveva portato all’ordinanza si collega con le indagini
legate all’inchiesta aperta dalla procura di Milano (pm Stefano Civardi e
procuratore Francesco Greco) su vicende finanziarie, societarie e
fiscali del gruppo Riva. Agli inizi di giugno, d’accordo con i suoi
legali, Riva aveva deciso di chiudere i conti con la giustizia italiana,
senza attendere gli appelli alle due estradizioni e si era costituito
in Italia.(Quot)
Disastro ambientale l'Ilva chiede di patteggiare la Procura dice «no»
L'Ilva, attraverso i tre commissari straordinari, avrebbe voluto
patteggiare la pena e uscire anzitempo dal processo 'Ambiente svendutò,
ma la procura di Taranto ha giudicato 'non congrua' la richiesta. Troppo
pochi insomma i dieci milioni di euro indicati dall’Ilva in
amministrazione straordinaria a titolo di risarcimento, a fronte di un
piano ambientale che richiede risorse stimabili in circa due miliardi di
euro. L’azienda aveva proposto anche una sanzione pecuniaria di quasi 3
milioni e 100mila euro e la non applicazione dell’interdizione
dell’attività con la nomina di un custode giudiziale. Tutto inutile. Per
il pool di pubblici ministeri "non è indicato il profitto del reato
dell’ associazione a delinquere" e "non è possibile la parcellizzazione
dei costi».
L'Ilva, è stato spiegato, ha tratto profitto dall’attività siderurgica
proprio mentre le emissioni, secondo i periti, determinavano il disastro
ambientale e provocavano malattie e morti. I commissari potrebbero
anche decidere di riproporre la richiesta nel processo in Corte
d’Assise, ma per il momento le posizioni restano distanti. Il gup non ha
potuto entrare nel merito in quanto il patteggiamento sarebbe stato
possibile solo in caso di accordo tra procura e azienda.
L’udienza è così proseguita con le arringhe dei legali di Ilva spa, Riva
Fire e Riva Forni Elettrici (che rispondono in base alla legge 231
sulla responsabilità giuridica delle imprese). Oltre alle tre società
sono imputate 49 persone fisiche tra vertici dell’Ilva, politici,
amministratori e funzionari di enti e ministeri. L'udienza conclusiva è
stata fissata per il 20 luglio, quando il giudice Vilma Gilli si
esprimerà sulle richieste di rinvio a giudizio ed emetterà il
provvedimento per gli imputati che hanno chiesto il rito abbreviato.
Stamani era attesa anche la presenza in aula di Fabio Riva, ex
vicepresidente di Riva Fire, la holding che controllava il gruppo
dell’Ilva di Taranto, arrestato il 5 giugno scorso dopo oltre due anni e
mezzo trascorsi a Londra. L’industriale, che ha ottenuto la revoca
della misura cautelare dalla Corte d’Appello di Milano dopo essere stato
condannato a 6 anni e mezzo di carcere per una presunta truffa da 100
milioni di euro, ha rinunciato a comparire.
Il suo difensore, l’avv. Nicola Marseglia, ai giornalisti ha detto che
Fabio Riva, ristretto nel carcere a Taranto per l'inchiesta Ambiente
svenduto, «non è mai stato latitante, si tratta di una cattiva
informazione sia dal punto di vista formale sia dal punto di vista
sostanziale. A Londra, dal primo giorno, subito dopo essere stato
liberato su cauzione, è sempre stato sottoposto a misura coercitiva. Non
escludiamo, nell’ambito di questo procedimento, di far pervenire una
sorta di dichiarazione spontanea scritta".
Oggi è stata data la parola ai pubblici ministeri per le repliche e il
procuratore Franco Sebastio si è soffermato sulle pressioni che
sarebbero state esercitate nei confronti del direttore regionale di Arpa
Puglia Giorgio Assennato in relazione al monitoraggio ambientale,
definendo "ineluttabile" il rinvio a giudizio dell’ex presidente della
Regione Puglia Nichi Vendola (accusato di concussione) e del sindaco di
Taranto Ippazio Stefano (che risponde di abuso d’ufficio). Sebastio ha
definito «confidenziale, quasi di soggezione» il tono delle
intercettazioni telefoniche tra i politici e l’ex responsabile delle
relazioni industriali dell’Ilva Girolamo Archinà. Lo stesso primo
cittadino, in un esposto presentato in procura, definiva i fatti legati
all’inquinamento «di eccezionale gravità» e per questo «avrebbe dovuto
intervenire». «Quando leggemmo l’ordinanza sindacale – ha osservato
Sebastio – capimmo immediatamente che quel documento non avrebbe retto
più di 30 secondi alle eccezioni del Tar». (GdM)
Ilva, confermata la condanna per truffa a Fabio Riva
La Corte d'Appello conferma la condanna per truffa a carico di Fabio Riva.
La quarta Corte d'Appello penale di Milano ha confermato la condanna a
sei anni e sei mesi per Riva, accusato di associazione per delinquere e
truffa. I giudici hanno confermato anche le condanne per gli altri
imputati: cinque anni per Alfredo lo Monaco, amministratore della
società svizzera Eufintrade sa, e tre anni per Agostino Alberti, ex
dirigente del gruppo Ilva. Confermata la multa da 1,5 milioni di euro
per la riva fire e la confisca complessiva di 90,8 milioni di euro e una
provvisionale da 15 milioni di euro da versare al ministero dello
sviluppo economico, parte civile nel procedimento. Le motivazioni
saranno rese note entro 90 giorni.
Riva, rientrato in Italia il 5 giugno scorso dalla latitanza a Londra
e da allora in carcere, era presente in aula. In primo grado, nel
luglio scorso, Riva era stato condannato a sei anni e mezzo di
reclusione. "Faremo ricorso in Cassazione, la società Riva Fire non
doveva essere coinvolta" nel processo per associazione per delinquere e
truffa arrivato oggi alla sentenza di appello, ha detto l'avvocato Carlo
Paliero, difensore della società imputata per la legge 231/2001 sulla
responsabilità amministriva degli enti.
Il processo riguarda una presunta truffa ai danni dello stato
dell'ammontare di circa 100 milioni di euro, che sarebbe stata
realizzata attraverso l'ottenimento di contributi pubblici, erogati da
Simest (controllata da Cassa depositi e prestiti), per il sostegno alle
imprese italiane che esportano. Secondo l'ipotesi accusatoria, il gruppo
della famiglia Riva avrebbe ottenuto indebitamente contributi pubblici,
interponendo in una serie di operazioni a Ilva spa la società svizzera
del gruppo, Ilva sa. La legge Ossola, che sarebbe stata raggirata,
prevede che a fronte di dilazioni di pagamento tra i 2 e i 5 anni da
parte di acquirenti esteri, le imprese italiane possano accedere a
contributi erogati da Simest.
Per l'accusa, l'Ilva spa non avrebbe avuto diritto a questo tipo di
sostegno, data la natura dei pagamenti ricevuti, e quindi è stata
interposta in molte operazioni l'Ilva sa, la quale, nonostante non
avesse alcun ruolo operativo o produttivo, risultava l'acquirente dei
prodotti dell'Ilva e la società che aveva effettuato i contratti con gli
acquirenti esteri. Ilva sa emetteva nei confronti di Ilva spa delle
cambiali internazionali (promissory notes), che con l'interposizione
della società svizzera Eufintrade, permettevano a Ilva spa di avere i
requisiti per ottenere i contributi pubblici, quando la società Ilva sa,
che faceva parte dello stesso gruppo, incassava i pagamenti dall'estero
senza ritardi o dilazioni. (Rep)
Ilva: per Fabio Riva chiesta la conferma della condanna
Il sostituto Pg Pietro De Petris ha chiesto ai giudici della Quarta
Corte d'Appello di Milano di confermare la sentenza di primo grado a
carico di Fabio Riva, figlio dell'ex patron dell'Ilva Emilio Riva,
deceduto il 30 aprile 2014. In primo grado Fabio Riva -
rientrato l'8 giugno in Italia dopo 2 anni e mezzo di latitanza a
Londra e adesso in carcere a Taranto - è stato condannato a sei anni e
sette mesi per le accuse di associazione per delinquere e truffa ai danni dello Stato perpetrata dal gruppo Riva, attraverso l'Ilva di Taranto, che avrebbe ricevuto contributi pubblici senza averne diritto.
In primo grado erano stati condannati anche Alfredo Lo Monaco,
titolare della società svizzera Eufintrade Sa, e Agostino Alberti, ex
dirigente di Ilva Sa (società svizzera del gruppo Riva), rispettivamente
a 5 e a 3 anni. Anche la società Riva Fire, di cui Fabio Riva era alla
guida, imputata per la legge 231/2001 sulla responsabilità
amministrativa degli enti, era stata condannata a una multa di 1,5
milioni di euro. Il sostituto Pg ha chiesto alla Corte d'Appello una
conferma anche per le loro condanne. Richiesta a cui si è associata
l'avvocato dello Stato Gabriella Vanadia, che rappresenta il ministero
dello Sviluppo Economico, parte civile.
Al centro della
vicenda giudiziaria che ha investito Fabio Riva c'è una presunta truffa
ai danni dello Stato dell'ammontare di circa 100 milioni di euro,
che sarebbe stata realizzata ottenendo contributi pubblici erogati da
Simest (controllata da Cassa depositi e prestiti), per il sostegno alle
imprese italiane che esportano, come previsto dalla legge Ossola. Il
gruppo della famiglia Riva avrebbe ottenuto indebitamente quei fondi,
interponendo in una serie di operazioni Ilva Sa, società svizzera che
non aveva alcun ruolo operativo o produttivo, ma risultava l'acquirente
dei prodotti dell'Ilva, che poi rivendeva alle società estere che
avevano siglato contratti con il gruppo. La legge prevede che a fronte
di dilazioni di pagamento tra i 2 e i 5 anni da parte di acquirenti
esteri, le imprese italiane possano accedere a dei contributi erogati da
Simest.
Per l'accusa, però, l'Ilva non avrebbe avuto diritto
a questo tipo di sostegno, data la natura dei pagamenti ricevuti. Ilva
Sa, infatti, emetteva nei confronti di Ilva spa delle cambiali
internazionali (promissory notes), che con l'interposizione della
società svizzera Eufintrade, permettevano a Ilva spa di avere i
requisiti per ottenere i contributi pubblici, quando la società Ilva Sa,
che faceva parte dello stesso gruppo, incassava i pagamenti dall'estero
senza ritardi o dilazioni. Il danno per lo Stato sarebbe stato doppio:
da una parte l'Ilva di Taranto ha ottenuto contributi ai quali non
avrebbe avuto diritto, dall'altra i soldi ricevuti dallo Stato italiano
venivano alla fine girati alla Ilva Sa in Svizzera, quando uno degli
obiettivi della legge che sarebbe stata raggirata è quella di dare soldi
al sistema imprenditoriale italiano perché contribuiscano alla sua
crescita e non per finire Oltreconfine. (Panorama)
Ilva, Fabio Riva non risponde alle domande del gip e prepara un memoriale
Fabio Arturo Riva, come prevedibile, si è avvalso della facoltà di non
rispondere. In questo momento ritiene inutile, se non controproducente,
rendere dichiarazioni, perché "gli eventi - ha precisato il suo legale,
l'avvocato Nicola Marseglia - sono ormai superati". Riva, diventato
numero uno del gruppo dopo la morte del padre Emilio, il patriarca
dell'acciaio, avrebbe deciso quanto meno di spiegare in uno scritto
difensivo il contenuto della intercettazione telefonica che lo ha reso
celebre, quando, parlando al telefono con l'avvocato Francesco Perli, di
una relazione tecnica di Arpa Puglia sull'emergenza benzo(a)pirene,
disse: "due casi di tumori in più all'anno? Una minchiata". L'obiettivo è
quello di dare una interpretazione alternativa al significato di quella
conversazione che ha indignato i tarantini.
Riva è accusato, in concorso con altri, di associazione a delinquere
finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento delle sostanze
alimentari, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro,
corruzione, falso e abuso d'ufficio, ed è tra i 52 imputati per i quali
la procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio. L'imprenditore
risultava latitante dal novembre di tre anni fa: era stato arrestato a
Londra il 21 gennaio 2013 (tornò libero su cauzione) ed aveva ingaggiato
una battaglia legale per evitare il rientro in Italia.
Dopo che la Corte inglese ha dato il suo assenso all'estradizione, Riva
ha deciso di non presentare appello e l'altra sera si è consegnato ai
finanzieri. Appare scontato che la difesa presenti una istanza di revoca
o sostituzione della misura cautelare e, in subordine, di trasferimento
al carcere di Milano. Un modo per consentire all'indagato - che era
destinatario di una seconda misura restrittiva emessa dal gip del
tribunale lombardo Fabrizio D'Arcangelo - di avvicinarsi alla famiglia e
di partecipare alle udienze del processo d'appello per una presunta
truffa ai danni dello Stato da circa cento milioni di euro, per cui
Fabio Riva è stato già condannato in primo grado a 6 anni e mezzo di
carcere.
La difesa dell'imprenditore, davanti ai giudici della Westminster
Magistrates Court di Londra, aveva anche lamentato una persecuzione
politico-giudiziaria e parlato di "condizioni disumane" delle carceri
italiane, dalle quali ora l'ex amministratore dell'Ilva prova ad uscire
in fretta. (Giacomo Rizzo - Ansa).
Fabio Riva si «consegna» a Roma In cella a Taranto: lunedì interrogatorio
Il volo da Londra è arrivato con un’ora di ritardo rispetto al previsto, ma Fabio Riva ha mantenuto la promessa, formalizzata dal suo avvocato Nicola Marseglia, consegnandosi ieri sera, qualche minuto dopo le 21, ai finanzieri del Gruppo di Taranto che lo hanno atteso a Fiumicino, notificandogli il mandato di arresto europeo firmato dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco dopo che il 26 novembre del 2012 l’allora vicepresidente di Riva Fire, proprietaria dell’Ilva di Taranto, era sfuggito alla cattura, rifugiandosi in Inghilterra. Fabio Riva è salito sulle auto delle Fiamme Gialle ed è stato condotto nel capoluogo jonico, prima nella sede del comando provinciale e poi nella casa circondariale di via Magli. Riva sarà interrogato lunedì dal gip di Taranto.
Riva è accusato di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d’ufficio, accuse che gli sono valse prima l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice Todisco e poi la richiesta di rinvio a giudizio sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli tra qualche settimana. Fabio Riva si è sempre opposto alla procedura di estradizione ma dopo il via libera dato dalla magistratura inglese lo scorso 8 maggio, aveva ben chiaro che il possibile ricorso lo avrebbe tenuto lontano dall’Italia solo per altri 4-5 mesi al massimo. Da questa considerazione, la scelta, concordata con il suo legale, di consegnarsi nella speranza di ottenere in tempi brevi i domiciliari. In realtà, il piano, da quella che apprende la Gazzetta, prevedeva di evitare la custodia in carcere a Taranto, passando qualche notte a Rebibbia per poi chiedere di essere trasferito a Milano dove il 9 giugno inizierà (per concludersi, come da calendario, il successivo 19 giugno) il processo d’appello per la presunta truffa ai danni dello Stato commessa per conto dell’Ilva, ipotesi di reato che è valsa a Fabio Riva la condanna in primo grado a 6 anni e mezzo di reclusione.
Procedimento per il quale, peraltro, pende sullo stesso Riva un ulteriore mandato di arresto europeo (ma ai domiciliari). Il piano sarebbe saltato, però, perché l’autorità giudiziaria tarantina ha imposto il suo trasferimento nel carcere del capoluogo jonico, a prescindere dall’impegno milanese di martedì prossimo e dunque Fabio Riva comparirà già nelle prossime ore dinanzi al gip Patrizia Todisco mentre sarà il gup Vilma Gilli a decidere sulla scontata istanza di scarcerazione. A Taranto, invece, Riva oltre ad essere imputato, e ora anche detenuto, in «Ambiente svenduto», è stato già condannato dal tribunale a 6 anni di reclusione nel processo sugli operai del siderurgico morti per l’esposizione all’amianto. GdM
Riva si arrende alla Magistratura. Oggi si consegna alla GdF di Taranto
Fabio Riva oggi si consegnerà alla magistratura
italiana che con le Procure di Taranto e Milano ha per due anni e mezzo
inutilmente tentato di ottenerne la cattura dai colleghi di Londra. Il
60enne numero due dell’omonimo gruppo proprietario dell’Ilva di Taranto,
fu scovato il 22 gennaio del 2013 dagli agenti dell’Interpol vicino
all'aeroporto intercontinentale di Heatrow, ad una decina di chilometri
da Londra. Fabio Riva tornò subito in libertà, ma senza passaporto, dopo
aver pagato sull'unghia 100mila sterline (circa 120mila euro) di
cauzione.
I militari del Gruppo di Taranto della Guardia di
Finanza, erano da giorni sulle sue tracce. Latitante dal 26 novembre del
2012, giorno nel quale i militari delle Fiamme Gialle bussarono
inutilmente alla porta della sua abitazione di Milano per arrestarlo e
condurlo nel carcere di Taranto, in esecuzione dell’ordinanza di
custodia cautelare firmata dal gip Patrizia Todisco, Fabio Riva si è
sempre opposto alla procedura di estradizione avviata prima dalla
Procura di Taranto e successivamente da quella di Milano (che procede
nei suoi confronti per truffa aggravata ai danni dello Stato).
A tradirlo furono le visite, costanti nel tempo,
ricevute dai suoi familiari. Proprio seguendo i suoi parenti sulla
tratta Milano-Londra, i militari delle Fiamme Gialle, agendo in stretto
contatto con l'Interpol a seguito del mandato di arresto europeo firmato
dal gip Patrizia Todisco il 10 dicembre del 2012, riuscirono a
individuare il luogo in cui Fabio Riva si nascondeva. Il lungo lavoro,
fatto di pedinamenti, appostamenti e rilievi fotografici, è passato
anche attraverso la Francia, con una perquisizione eseguita subito dopo
Capodanno, assieme alla gendarmeria, a Beaulieu sur mer, vicino Nizza,
dove era ormeggiato lo yacht di Fabio Riva. Perquisizione che diede però
esito negativo. Le attenzione si concentrarono così su Londra, sino al
blitz del gennaio 2013. Era stato lo stesso Fabio Riva, agli inizi di
dicembre del 2012, a far sapere di trovarsi a Londra, con una lettera
che i suoi avvocati Nerio Diodà e Stefano Goldstein avevano consegnato
sia alla Procura che al gip.
Pesantissime le accuse formulate nei suoi confronti.
Fabio Riva è imputato, assieme tra gli altri al fratello Nicola
(sottoposto ai domiciliari il 26 luglio 2012 con il padre Emilio, morto
il 30 aprile del 2014) per associazione a delinquere finalizzata al
disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari,
all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e
abuso d’ufficio, accuse che gli sono valse una richiesta di rinvio a
giudizio sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli a luglio.
Sono decine di migliaia le telefonate di Fabio Riva
intercettate dai finanzieri e finite agli atti dell’inchiesta, colloqui
dai quali sono emersi i rapporti che l’Ilva, tramite proprio Fabio Riva,
aveva intessuto con il potere politico tarantino, pugliese e nazionale
allo scopo di ricevere autorizzazioni per i propri impianti e ottenere
un trattamento di favore da parte degli organi di controllo. Notissima è
la telefonata di Fabio Riva ad un consulente del gruppo nella quale,
commentando i dati sull’emergenza sanitaria a Taranto, il vicepresidente
di Riva Group si lascia andare ad un poco edificante: «Due casi di
tumore in più all'anno… una minchiata».
Fabio Riva, stando a quanto si è appreso, arriverà alle
20 all’aeroporto di Fiumicino con un volo Alitalia. Sarà preso in
consegna dai finanzieri di Taranto che gli notificheranno i mandati di
arresto internazionali firmati dai giudici di Taranto e Milano e poi lo
trasferiranno nella casa circondariale di Taranto dove entro 5 giorni
comparirà dinanzi al giudice per le indagini preliminari Patrizia
Todisco per l’interrogatorio di garanzia. Successivamente la sua
posizione, e dunque le scontate richieste di attenuazione o revoca della
misura cautelare, saranno di competenza del giudice per l’udienza
preliminare Vilma Gilli, titolare del fascicolo, almeno sino alle
decisioni riguardanti i rinvii a giudizio dei 52 imputati nel
procedimento «Ambiente svenduto».
Proprio i rapporti col mondo politico pugliese e romano
saranno al centro delle domande che saranno prevedibilmente poste a
Fabio Riva, con due anni e mezzo di ritardo, dai magistrati tarantini:
ma il figlio del patron Emilio risponderà? La decisione di consegnarsi
alle autorità italiane in anticipo rispetto alla decisione finale
sull’estradizione della magistratura inglese, attesa per l’autunno
prossimo, può essere letta come un segnale di collaborazione. Un segnale
da verificare quanto ad ampiezza. (GdM)
Ilva: estradizione Fabio Riva, ok dai giudici inglesi
Fabrio Riva estradato dall’Inghilterra, via libera dai giudici
britannici. Il 60enne figlio del patron (deceduto) dell’Ilva, Emilio
Riva, il manager è fra i coinvolti nel procedimento “Ambiente svenduto”
con ordine di arresto da parte della procura di Taranto e in altre
vicende riguardanti l’Ilva.
La magistratura di Londra: «Domiciliari a Fabio Riva ed estradizione più sicura»
Clamoroso dal Regno Unito: i giudici londinesi chiedono rassicurazioni sulla concessione degli arresti domiciliari a Fabio Arturo Riva, sottoposto a due procedure di estradizione (una già in fase d’appello) e coinvolto nel procedimento tarantino «Ambiente svenduto». La condizione dei detenuti nelle carceri italiane, che hanno fatto «guadagnare» all’Italia ben due condanne da parte della Corte Edu (Europea per i diritti dell’uomo), le obiezioni sollevate dal pool di legali che assiste l’industriale in terra londinese sulle condizioni in cui lo stesso Riva si ritroverebbe con l’estradizione in Italia, hanno avuto un peso fondamentale. Ed un peso importante, che i legali di Riva puntano a far valere nel ricorso davanti all’Alta Corte del Regno Unito, l’ha avuta la decisione adottata dalla «Westminster Magistrates Court» di Londra che nel marzo scorso ha respinto la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia per Domenico Rancadore, accusato di mafia e arrestato nell’estate 2013 nella capitale britannica dalla polizia inglese. L’uomo era inseguito da un mandato di arresto europeo ed era sfuggito a qualsiasi provvedimento italiano, in virtù di una latitanza durata diciannove anni. Da quel che appare palese, in sostanza, gli avvocati londinesi e milanesi di Fabio Arturo Riva starebbero inducendo i giudici di Londra a considerare la questione della «dignità umana» del loro assistito in termini preminenti rispetto al merito delle contestazioni che chiamano in causa Riva, destinatario del mandato di arresto europeo spiccato, relativamente all’inchiesta tarantina, dal gip Patrizia Todisco. Non è un caso, peraltro, che i legali londinesi e milanesi di Riva abbiano chiesto alla Corte d’appello di sdoppiare i temi su cui sarà incentrato il ricorso per «bloccare l’estradizione» concessa del giudice John Zani. In via preliminare, infatti, i legali dell’industriale dell’acciaio avrebbero chiesto ai giudici di esaminare la posizione personale dell’industriale alla luce del mandato di arresto europeo. Con l’estradizione - avrebbero scritto i legali - Riva andrebbe incontro alla detenzione in una delle carceri italiane che sono oggetto di pesanti valutazioni da parte dello stesso governo italiano. Lo stesso che nel 2010 dichiarò «lo stato di emergenza» nelle carceri per problemi di sovraffollamento. Tuttavia, questo è il meno. I difensori dell’industriale hanno in ogni caso citato la sentenza-pilota della Corte Edu che l’8 gennaio 2013 (se ne parla a parte, ndr) ha condannato lo Stato italiano per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. La sentenza chiamata «Torreggiani contro l’Italia» è stata definita dalla stessa Corte europea «pilota in materia di sanzioni per le violazione dei diritti dell’uomo». Pigiando l’acceleratore su questo punto, i legali di Fabio Arturo Riva avrebbero preso spunto anche da quanto accaduto in ordine alla posizione di Domenico Rancadore, contro la cui estradizione si era pronunciato in marzo il giudice Howard Riddle. Nel caso specifico, lo stesso Riddle aveva dato un’altra stoccata all’Italia. Aveva spiegato che stava per dare l’ok all'estradizione del siciliano ma che aveva cambiato idea. E aveva spiegato il perchè: si era basato su un caso che riguardava il tribunale di Firenze e un cittadino somalo a cui non era stata concessa l'estradizione in Italia «col rischio di subire trattamenti inumani e degradanti nel sistema carcerario nazionale». Ed è sulla base di questi presupposti, che i difensori di Riva hanno ovviamente amplificato, che dal palazzo di giustizia londinese è partita verso l’Italia, e verso Taranto, la richiesta di assicurazioni sul trattamento da riservare a Riva. Evidentemente, però, si tratta di una intromissione nell’autonomia giurisdizionale di altro Paese che potrebbe avere anche conseguenze diplomatiche. Fabio Arturo Riva, come è noto, nel procedimento tarantino risponde di associazione per delinquere, disastro ambientale, avvelenamento di alimenti, e corruzione in atti giudiziari in concorso. Nella causa davanti al giudice distrettuale Zani, era difeso dai legali dello studio londinese «Blc Burton Copeland» e dai legali dello studio Diodà di Milano. Tuttavia, c’era anche un pool di esperti che si occupava della posizione dell’ex vice presidente dei CdA di Ilva Spa e Riva Fire. Nell’aula del Westminster Magistrates Court avevano fra gli altri argomentato Stefano Maffei e Annamaria Alborghetti. Il primo è il direttore dell’Eflit (English for Law & International Transactions, corso postlaurea di inglese giuridico, ndr), ed è un esperto in protezione internazionale dei diritti umani. Tema, quest’ultimo, che costituisce l’appiglio a cui Riva si aggrappa per evitare di essere estradato. (Quotidiano)
Ilva Taranto, condanna per l’amianto: “Gli operai morti potevano essere salvati”
Gli operai dell’Ilva morti per mesotelioma pleurico a causa dell’amianto
presente nella fabbrica potevano essere salvati se solo l’azienda, a
conoscenza della problematica, avesse agito tempestivamente.
È quanto
scrive il giudice Simone Orazio nelle motivazioni della sentenza con la quale il 23 maggio scorso ha condannato 27 ex dirigenti della fabbrica – tra i quali Fabio Riva ex vice presidente del gruppo condannato a 6 anni di carcere – accusati di omicidio colposo e disastro ambientale.
Nelle 268 pagine, infatti, il magistrato scrive che se i vertici dello
stabilimento avessero sottoposto a visite mediche adeguate i lavoratori,
queste avrebbero consentito di “diagnosticare una patologia
(es. placche pleuriche) che poteva essere un campanello d’allarme per
il mesotelioma e che certamente avrebbe obbligato il datore di lavoro a
non esporre più il lavoratore, affetto da tale problematica di salute,
alle fibre di asbesto” e quindi a “valutare la incompatibilità del
lavoratore rispetto alle mansioni sino ad allora espletate e quindi
anche rispetto all’esposizione ad amianto, motivo per cui in questi casi
l’accertamento sanitario avrebbe permesso di adibire il dipendente ad
altre mansioni, sottraendolo al pericolo di morte”.
Ma la politica aziendale è sempre stata impostata al
raggiungimento del massimo profitto. Anche a costo della salute degli
operai. Lo scrive senza mezzi termini il magistrato spiegando che “gli interventi seri in materia di amianto nello stabilimento di Taranto sono stati sempre volutamente evitati” proprio perché avrebbero determinate un blocco e una ripartenza dell’attività produttiva oltre che “uno stravolgimento degli impianti
e l’investimento di notevolissime somme di denaro”. Ma per salvare la
salute dei dipendenti, i vertici dello stabilimento – pubblico fino al
1995 e poi venduto ai Riva – avrebbero potuto almeno fornire un’adeguata
attrezzatura e invece le testimonianze in aula hanno chiarito che agli
operai venivano date in dotazione solo mascherine respiratorie “usa e
getta” che gli esperti hanno definito “del tutto inadeguate”.
Insomma,
una “situazione di consapevole e lucida omissione” che secondo il
tribunale “si è perpetrata per decenni, essendo sotto gli occhi di tutti
nel senso che l’inerzia è stata maturata e voluta sia da colore che
avevano ruoli operativi e che pertanto erano a conoscenza delle inaccettabili condizioni
in cui costringevano a lavorare i dipendenti sia da parte di color che
avevano responsabilità manageriali, gestionali e di controllo
finanziario data l’assenza dl alcuno stanziamento al riguardo”. Una
scelta scellerata che, però, non ha colpito solo i lavoratori della
fabbrica, ma si è trasformato nel disastro ambientale che ha colpito “tutta la popolazione di Taranto e dei comuni limitrofi, complessivamente pari a quasi trecentomila abitanti”.
Un
disastro che è il frutto di “una logica di organizzazione dei fattori
produttivi” e di “una pianificazione delle linee di politica del lavoro e
della salute del lavoratori” determinate dalla “scelta compiuta dai
vertici con la colpevole complicità del loro collaboratori”, ma
certamente avvenuto anche grazie “all’inerzia degli altri pubblici
poteri che avrebbero potuto e quindi dovuto far sentire la propria
voce”. Eppure anche oggi l’unica voce che continua ad alzarci in difesa
della salute è quella dei cittadini. Nelle scorse ore, infatti, i
pediatri di Taranto hanno scritto per la seconda volta al presidente del
Consiglio dei ministri, Matteo Renzi chiedendo un
incontro. Una prima lettera era stata inviata ad agosto, ma da Palazzo
Chigi non era giunta alcuna risposta. Ora i medici ci riprovano:
“sapendo della sua venuta in Puglia per l’evento delle Fiera del Levante
ci permettiamo di reiterare la richiesta. La situazione ambientale e
sanitaria tarantina – scrivono i pediatri – è grave per come da sempre
riportano i dati sanitari cui da ultimo si è aggiunto l’aggiornamento
dello studio Sentieri con i suoi terribili report sulla
mortalità infantile. L’allarme sociale è altissimo. Noi pediatri, da
sempre al fianco delle famiglie e dei bambini pensiamo di potere dare un
utile contributo ai decisori politici, sempre che lo vogliano”. (FQ)
Tutti colpevoli di truffa ai
danni dello stato. Nel processo che apre la stagione giudiziaria
milanese a carico della famiglia Riva, proprietaria del gruppo
siderurgico Ilva, è la procura a segnare il primo punto a favore. Il
dispositivo, letto dal presidente Giulia Flores Tanga della terza
sezione penale del Tribunale, è arrivato dopo dodici udienze condotte a
ritmo serrato per i tempi usuali della giustizia italiana. Sono bastati,
infatti, poco più di due mesi e mezzo per giungere a questa decisione,
che prevede una condanna a 6 anni e 6 mesi di carcere per Fabio Riva, che si trova ancora a Londra e sui cui pende un mandato di estradizione, cinque anni per Alfredo Lo Monaco, cittadino italo-svizzero proprietario della finanziaria Eufin Trade e tre anni per Agostino Alberti,
che al momento dei fatti contestati rivestiva il ruolo di direttore
amministrativo della società Riva Fire, la holding del gruppo di
proprietà della famiglia di industriali siderurgici. La condanna nei
confronti di Fabio Riva è più pesante della richiesta dei pm Mauro
Clerici e Stefano Civardi, che avevano proposto una pena di
5 anni e 4 mesi.
Agostino Alberti è l'unico degli imputati a cui sono state concesse le
attenuanti generiche.
Una penale anche per Riva Fire, ritenuta responsabile
ex legge 231 del 2001 e condannata a pagare 1,5 milioni di euro, oltre
al divieto di accedere a finanziamenti statali per 12 mesi e alla revoca
di tutti quelli già concessi. L’elenco delle decisioni non finisce qui:
il tribunale ha rinviato a un ulteriore giudizio – in sede civile - la
richiesta del ministero dello Sviluppo economico di condannare la Riva
Fire al pagamento di 120 milioni di danni. È stata però stabilita una
cosiddetta provvisionale di 15 milioni, che Riva Fire dovrà pagare
subito.
COME FUNZIONAVA LA TRUFFA
Che cosa hanno esattamente contestato i giudici agli imputati? Spiegare
questa truffa non è semplice. In sostanza è stata loro addebitata la
creazione di un meccanismo grazie al quale riuscivano ad ottenere fondi
statali senza averne diritto, attraverso l’esportazione di tubi per
svariati usi. I soggetti di questo meccanismo sono la capogruppo Ilva
spa; la consociata svizzera Ilva Sa, con sede a Manno nel Canton Ticino,
che acquistava le merci dalla ditta italiana per poi rivenderle ai
clienti finali internazionali (una classica “trading company”); la Eufin
Trade, una finanziaria anch’essa elvetica che di mestiere faceva il
“forfaiting”, ovvero lo sconto pro soluto di cambiali e infine la
Simest, la società pubblica che erogava il contributo in base alla
cosiddetta legge Ossola. Ovvero una normativa nata per finanzia parte
degli interessi passivi bancari sostenuti dalla imprese esportatrici in
determinati settori (macchinari, impianti), quando concedono importanti
dilazioni di pagamento ai loro compratori, concretamente fino a cinque
anni. Esiste in tutti gli stati Ocse e si può dire che sia l’unica forma
di “aiuto di stato” regolare. Ma i Riva creavano fittiziamente queste
dilazioni grazie alla svizzera Ilva Sa, che acquistava la merce
dall’Italia per poi rivenderla a clienti finali, i quali in realtà
pagavano sempre in contanti.
La società elvetica emetteva dunque delle cambiali internazionali
(chiamate “promissory note”) della durata di cinque anni sull’85 per
cento del debito verso la Spa italiana (il restante 15 per cento doveva
essere saldato subito per legge) e le portava subito allo sconto presso
Eufin Trade, la quale si era già accordata con la stessa Ilva Sa per il
suo riacquisto, in modo da chiudere l’operazione senza che realmente i
soldi si muovessero. Ma attivando il contributo Simest per coprire gli
interessi passivi nati da questo sconto di cambiale, che venivano
veicolati in Svizzera da dove non rientravano più, uscendo dal faro del
Fisco italiano. I contributi in realtà non erano dovuti perché con il
riacquisto delle cambiali nessun credito era più attivo, ma questo a
Simest non veniva comunicato e l’ente erogatore saldava invece il dovuto
per i cinque anni. La stessa Eufin Trade, che in teoria avrebbe dovuto
svolgere un compito molto rischioso e fino a non molto tempo fa vietato
in Italia dalla Banca d'Italia, in realtà come si è visto non aveva di
fatto nessun rischio perché rivendeva subito all’emittente le cambiali,
finendo per essere solo un ingranaggio di questo disegno truffaldino.
LE INTERCETTAZIONI: “A BONDI I SOLDI PUZZANO?”
L’importanza di questo procedimento non si ferma, però, alla semplice
scoperta della truffa, che tra il 2008 e il 2013 aveva permesso di
incamerare fondi per circa 100 milioni di euro, l’85 per cento veicolati
in Svizzera e divisi tra Ilva sa ed Eufin Trade. È stato utile per
cercare fare luce sul complicato rapporto di forze che si è creato tra
le procure che indagano sui reati dell’Ilva, la famiglia Riva, i
commissari straordinari e il governo, che ha effetti paradossali, come
si vedrà.
Il ruolo del commissario Enrico Bondi, ad esempio.
Rimosso nel giugno scorso dopo una lunga pressione di Federacciai,
guidata dall’industriale Antonio Gozzi (gruppo Duferco), cui il ministro
dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha alla fine ceduto, nominando
al suo posto Piero Gnudi, ex presidente dell'Enel e consigliere “a
titolo gratuito” del ministro Guidi. Una scelta che, almeno in un primo
momento, non dev'essere per nulla dispiaciuta ai Riva, che nei confronti
di Bondi avevano aperto un fuoco di sbarramento che sul governo qualche
effetto sembra averlo avuto. Perché tanta ostilità nei confronti di
Bondi che, in fondo, era stato lo stesso Emilio Riva a chiamare al
capezzale del gruppo Ilva poco prima del commissariamento, con lo scopo
di tentare un salvataggio in extremis?
Forse c'entra proprio l'indagine giudiziaria milanese. Una volta
insediatosi, infatti, era stato proprio il manager aretino a bloccare
l’operatività della società svizzera Ilva Sa, nella convinzione che
quello schema operativo fosse truffaldino. Una scelta che aveva
consentito proprio al ministero dello Sviluppo Economico – parte civile
in questo procedimento – di arrestare la truffa che lo vedeva come parte
lesa. La mossa di Bondi, però, era stata accolta con qualche sconcerto
fra i manager dell'Ilva più vicini ai Riva: A tal proposito i pm hanno
evidenziato una gustosa intercettazione di uno di loro che, parlando con
la Eufin Trade, diceva: «Sì, la nuova direzione, qui, gli puzzano i
soldi. Facevamo i business finanziari, no, non va bene, non gli
piacciono, qui al commissario e a tutta la sua banda... e allora non
scontiamo più (le promissory note, ndr), basta». Continuava il manager:
«È un business della miseria, gli puzzano i soldi al nuovo commissario?
Stanno rivoluzionando più Milano che non Taranto. Era da sanare Taranto,
sembra che devono sanare gli uffici di Milano, cacchio, che casino».
Per poi concludere con una dichiarazione plateale: «Che strana banda è
la banda del Commissario, non ha imparato l’Abc, pecunia non olet».
MA RENZI SALVA IL TESORO DEI RIVA
Già, pecunia che non olet. lo sanno bene i Riva che rivendicano per Ilva
ancora un ruolo nonostante i guasti della loro gestione. Lo ha ben
evidenziato Claudio Riva in una lunga intervista a “Il Sole 24 Ore”,
dove diceva che la famiglia era pronta a investire ancora sulla società,
anche se non da sola. Ma sono gli stessi Riva cui la procura di Milano
contesta di aver succhiato indebitamente almeno 1,7 miliardi di euro,
finiti in trust di Jersey e parzialmente sequestrati in Svizzera? Ecco
che tornano le grandi contraddizioni di questa complicata vicenda, sulla
quale giovedì 10 luglio è intervenuto il governo di Matteo Renzi, con
un decreto che permetterà alle banche di continuare a finanziare la
società, ora virtualmente al dissesto. E qui c'è un ulteriore giallo:
nelle bozze preliminari del decreto compariva un passaggio che bloccava
la possibilità del commissario di utilizzare per il risanamento
ambientale i fondi sequestrati ai Riva, uno stop salutato con grande
apprezzamento dal fronte degli industriali e della famiglia Riva. Nel
testo finale quel passaggio è però sparito. Il governo Renzi ha infatti
dato ai legali l'incarico di studiare se questa mossa, che Bondi non ha
mai fatto mistero di voler mettere in pratica, è legittima oppure no.
Nel frattempo, però, il governo sembra voler andare oltre. Renzi e il
ministro Guidi sembrano preferire un'altra ipotesi: vorrebbero che il
piano industriale per il salvataggio dell'Ilva venisse predisposto dai
nuovi azionisti, e il neo commissario Gnudi sta tentando di mettere
insieme una cordata che comprenda il gruppo anglo-indiano Arcelor-Mittal
e alcuni industriali italiani. Stando alle indiscrezioni di stampa,
però, la possibile cordata avrebbe fatto sapere di ritenere esagerati i
costi stimati per il risanamento ambientale, e di non aver intenzione di
farsene carico in toto. Di qui il problema, anche politico, perché
annunciare adesso che il risanamento si farà solo in parte è una mossa
che può far esplodere le tensioni in città. E bloccare l'utilizzo dei
fondi sequestrati ai Riva – previsto esplicitamente dal governo di
Enrico Letta – sarebbe un'ulteriore decisione difficile da digerire.
Eppure, e la procura di Milano è stata molto chiara su questo punto, il
procedimento giunto oggi a sentenza con la condanna di Fabio Riva nasce
proprio dalle inchieste tarantine, di cui costituisce una sorta di
completamento logico, con la ricostruzione dei passaggi salienti tra
l’impoverimento dell’Ilva, anche ai danni di ambiente e salute pubblica,
e l’arricchimento della famiglia.
Per il governo, i fronti caldi non finiscono qui. Una prima questione da
risolvere riguarda il futuro ruolo dei Riva, che in teoria hanno la
possibilità di sottoscrivere l'aumento di capitale dell'Ilva (se mai si
farà) e restare azionisti. La seconda è quella dei rapporti con le
banche, che hanno messo i bastone fra le ruote a Bondi e che ora, con il
decreto del governo Renzi, sono chiamate a anticipare nuova finanza.
Nella propria relazione di fine mandato, l'ex commissario Bondi aveva
ricostruito con precisione le responsabilità delle banche, spiegando
come gli istituti non avessero voluto far fronte alle necessità
dell'Ilva «prima di conoscere la consistenza di eventuali apporti a
titolo di capitale»: ovvero prima conoscere chi sarebbero stati i nuovi
azionisti. Come dire: i soldi dei Riva non si toccano. Era stato un
debito molto marginale nei confronti del Banco Popolare guidato da Pier
Francesco Saviotti a far finire fuori strada il tentativo di Bondi: «Da
ultimo il gruppo Banco Popolare ha sospeso gli affidamenti concessi al
gruppo Ilva e, con lettera in data 23 maggio 2014, ha chiesto il rientro
dell'esposizione per circa 25 milioni di euro», continua la relazione
dell'ex commissario.
Anche qui, però, le evidenze ricostruite dai pm di Milano rivelano come
l'esposizione delle banche nei confronti dei Riva fosse enorme. Fra
tutti spicca il ruolo di Intesa SanPaolo, che vanta crediti per un
miliardo di euro su Ilva e di 300 milioni su Riva Fire, l'azienda di
famiglia. Attraverso la partecipata Soditic era Intesa a svolgere il
ruolo di “forfaiter” per Ilva. Ed era stata la stessa banca,
incredibilmente verrebbe da dire per com’è andato questo processo, a
presentare ai Riva il già citato Alfredo Lo Monaco e la sua Eufin Trade,
risultati poi parti fondamentali della truffa. Intesa quel lavoro non
lo vuol più fare: troppo rischioso dicono i suoi funzionari, ma si
riserva per se
il ruolo di banca agente dove Simest deposita i soldi che poi prendono
la via della Svizzera. Quanto era conscia la banca di questo meccanismo?
La domanda resta sospesa. Lo stesso avvocato Nerio Diodà ,che difende
Fabio Riva, si sbilancia sulla banca guidata oggi da Carlo Messina: «Va
detto con serenità che Intesa aveva un ruolo assolutamente essenziale,
prima con Soditic, che poi si scopre che costa troppo il loro sconto, e
quindi è la stessa banca che indica Eufin Trade al gruppo Riva. E
abbiamo le prove testimoniali che prima di questo momento non vi erano
rapporti o relazioni con Eufin Trade da parte del gruppo Riva».
SI FA AVANTI ANCHE IL FISCO SVIZZERO
Se non bastasse tutto ciò per qualificare questo processo come un
caotico e ancora incompleto puzzle di personaggi e situazioni, arriva
anche la richiesta del Fisco elvetico di sbloccare parte delle somme
sequestrate dai pm alla svizzera Ilva Sa per pagare le imposte, pari a
870 mila franchi su una società che i pm considerano fittizia ed
esterovestita, quindi inesistente, tanto che c’è un’indagine in corso.
In procura, dicono alcune indiscrezioni, c'è chi ritiene che il modo
migliore per fronteggiare una situazione così complessa sia far ricorso
alla legge Marzano, come si chiama il dispositivo che permette di dar
corso alla riorganizzazione di un'azienda in stato d'insolvenza,
utilizzato in passato per Parmalat, ad esempio. Ma fra coloro che hanno
voluto silurare Bondi quest'ipotesi è vista come fumo negli occhi.
Perché la famiglia Riva e le banche, a quel punto, resterebbero a bocca
asciutta. (L'Espresso)
A volte ritornano. In pochi forse si ricorderanno
della Stahlbeteiligungen, la storica cassaforte lussemburghese della
famiglia Riva di cui ci siamo occupati negli ultimi due anni. E il cui
Cda il 13 dicembre 2012 accettò le dimissioni di Fabio Riva (entro
questo mese si dovrebbe conoscere il responso sul ricorso presentato dai
legali di quest’ultimo sull’estradizione richiesta dalla Procura di
Taranto ed accettata dalla Corte inglese lo scorso febbraio), nominando
in sua sostituzione tal Mauro Pozzi, domiciliato in Spagna a Siviglia.
Al vice presidente della Riva FIRE, l’incarico era stato
rinnovato proprio nel giugno del 2012 (poco prima della bufera del 26
luglio) ed esteso sino al 2018.
In questi giorni ‘Radiocor’, agenzia di stampa de “IlSole24Ore”, ha
consultato il bilancio 2013 della holding Stahlbeteiligungen, i cui
conti sono ancora in rosso: in base a quanto certificato nel bilancio
2011, alla Stahl, oltre alla quota Ilva, facevano capo diversi asset in
Germania, Belgio, Canada, Spagna, Francia, per un totale di 4,8 miliardi
di euro (asset che controlla ancora oggi: la canadese Les Industries
Associees de l’Acier, la belga Thy Marcinelle, la spagnola Siderurgica
Sevillana, la tedesca Riva Sthal, la francese Parsider, oltre al 25%
dell’italiana Riva Energia).
Nell’agosto 2012 invece, il gruppo Riva aveva proceduto ad una serie
di fusioni, con l’assorbimento di “Ilva International Sa” da parte di
“Italia Ilva Commerciale”, mentre Stahlbeteiligungen aveva assorbito
l’altra lussemburghese Parfinex. Poi a fine novembre 2012, nacque
la Siderlux scindendo dalla Stahlbeteiligungen la quota di Ilva Spa.
L’operazione comportò una riduzione di capitale della Stahl da 140
milioni a 59,6 milioni di euro. I restanti 81,3 milioni andarono a
costituire il capitale sociale di Siderlux, interamente sottoscritto e
controllato dalla Riva FIRE. In pratica la Stahl conservò tutte le
partecipazioni tranne la quota del 25,38% dell’Ilva, che confluì nella
Siderlux.
Ricapitolando il gioco delle scatole cinesi imbastito dalla famiglia
Riva nel corso degli anni, non bisogna dimenticare che il gruppo
possiede anche la società lussemburghese “Utia”, che partecipa del 39%
nella cassaforte italiana (la FIRE) e che è a sua volta controllata
dalla “Monomarch holding”, società di diritto olandese che fa capo ad
una delle casseforti di famiglia, la Luxpack di Curacao.
Ecco perché ancora oggi non è affatto semplice acquisire le quote
dell’Ilva Spa, controllata per il 61,62% dalla Riva FIRE, per il 25,38%
dalla Siderlux (posseduta a sua volta dalla stessa Riva FIRE), per il
10,05% dalla Valbruna Nederland, società olandese della famiglia
Amenduni, e per il 2,95% dalla Allbest, un’altra società lussemburghese.
Inoltre, non bisogna dimenticare come nell’importante assemblea della
holding capogruppo Riva FIRE, riunitasi il 17 ottobre del 2012, venne
deliberata la scissione parziale e proporzionale della società a favore
della controllata Riva Forni Elettrici. In particolare, fu conferito il
ramo di azienda relativo alla produzione e commercializzazione di
prodotti lunghi, cioè le partecipazioni di Riva Acciaio,
Stahlbeteiligungen Holding, Riva Energia, Muzzana Trasporti e Parsider.
Operazione non da poco, visto che sotto la Riva Forni
Elettrici passarono riserve per 310,6 milioni, di cui 210,6 milioni
serviranno come dotazione patrimoniale della controllata. Con la
separazione dei prodotti piani da quelli lunghi, si volle completare la
riorganizzazione societaria del gruppo Riva FIRE che nel corso del 2012,
con diverse operazioni straordinarie, consentì l’accorciamento della
catena di controllo e l’eliminazione degli intrecci partecipativi tra le
controllate attive nel settore dei prodotti lunghi e quelle operanti
nel settore piani.
Tornando alle carte consultate da ‘Radiocor’, la
finanziaria Stahlbeteiligungen nei primi mesi del 2014 è
stata nuovamente al centro “di una girandola di operazioni infra-gruppo
di compensazione di debiti e crediti”. Che ha comportato la riduzione
del capitale di 925 milioni della filiale belga (e creditrice) Ccs e il
pagamento di un dividendo di 97 milioni alla controllante Riva Forni
Elettrici. Come emerge dai documenti consultati da ‘Radiocor’, Stahl ha
chiuso il 2013 con una perdita di 18,6 milioni di euro dopo avere perso
45 milioni nel 2012. Nell’esercizio la holding ha proceduto a 46 milioni
di svalutazioni e gli asset a fine 2013 totalizzavano 1,79 miliardi,
per 1,44 miliardi relativi a partecipazioni.
Come ricorda ‘Radiocor’, l’asset più importante resta il controllo
del 99% del belga Centre de Coordination Siderurgique che si occupa del
cash pooling (cioè dei flussi in entrata e in uscita) delle filiali
estere e del finanziamento a breve, con 1,27 miliardi di mezzi propri a
fine 2013 e un utile di esercizio di 36,4 milioni. La Stahl risulta
però anche debitrice a fine 2013 del Ccs per ben 1,1 miliardi.
Come riporta il bilancio della società belga, “il 28 febbraio 2014 Ccs
ha ridotto il capitale portandolo da 1 miliardo a 75 milioni e
il rimborso è stato effettuato per compensazione del credito detenuto
verso gli azionisti”, cioè la Stahl e Riva Acciaio. Il 26 marzo la Stahl
ha “poi deciso di pagare un dividendo di 97 milioni al suo azionista
unico la Riva Forni Elettrici prelevandolo dall’utile riportato a
nuovo”, che ammontava a 543 milioni di euro a fine 2013. Poi, lo
scorso 31 marzo la Riva Forni Elettrici ha saldato “parte del suo debito
verso la Stahl, ovvero 87 milioni (su un totale di 354 milioni) che
rappresentavano le scadenze a quella data”.
Ma la stessa Riva Forni Elettrici non se la passa meglio. Proprio
ieri infatti, “IlSole24Ore” ha pubblicato i dati del bilancio 2013. Che
ha riportato un fatturato di 3,7 miliardi di euro a fronte di una
produzione di 7,6 milioni di tonnellate (trasformate in 4 di vergella, 2
di tondo e una di barre e billette laminate), per una
perdita complessiva di 60 milioni (che il gruppo addebita sia alla crisi
economica, che alle vicende che colpirono gli stabilimenti del Nord
Italia con il sequestro della Procura di Taranto del settembre scorso ed
agli investimenti operati dal gruppo su impianti e macchinari
ammontanti ad 84 milioni di euro).
Anche se i dati del primo trimestre del 2014 segnalano un’inversione
di tendenza: fatturato in aumento a 976 milioni, a fronte di una
produzione di 2,162 milioni di tonnellate. Ennesima dimostrazione di
come il ferro vecchio da rottamare sia proprio l’Ilva di Taranto. E di
come mentre in riva alla città dei Due Mari si continua a perdere tempo
con chiacchiere da bar e beghe da quattro soldi, altrove quest’ultimi
continuano a girare in un labirinto senza fine. Gianmario Leone (TarantoOggi, 28.06.2014)
Morti d'amianto all'Ilva, 27 condanne. "Fibre killer ancora nello stabilimento".
Riva: "Lunedì diremo cosa sarà della fabbrica"
Lunedì si conoscerà il futuro dell'Ilva,
dopo l'incontro di Milano tra il commissario Bondi e la famiglia Riva.
Ma oggi a Taranto il tribunale ha condannato 27 ex dirigenti dell'Ilva
(una assoluzione) per le morti causate dall'amianto e dalle altre
sostanze canCcerogene provenienti dallo stabilimento siderurgico. Le pene
più alte sono state inflitte agli ex manager della vecchia Italsider
pubblica alla quale subentrò il gruppo Riva. Tra questi, Giovanbattista
Spallanzani, condannato a 9 anni. Il giudice della II sezione
penale del tribunale di Taranto Simone Orazio ha condannato in primo
grado a complessivi 189 anni di carcere gli imputati per disastro
ambientale ed omicidio colposo. Le condanne vanno dai 4 ai 9 anni e
mezzo, e hanno colpito gli ex manager e i direttori generali dello
stabilimento siderurgico sia dell'era di gestione pubblica sia di
quella privata (il gruppo riva acquistò l'acciaieria dallo Stato nel
1995). La pena più alta, 9 anni e mezzo, è andata al manager dell'era
pubblica Sergio Noce, 9 anni al suo collega Spallanzani e 9 anni e 2
mesi ad Attilio Angelini, accusati di disastro ambientale e ventuno
omicidi colposi, per la morte per mesiotelioma di operai venuti in
contatto con fibre di amianto. Ad otto anni e mezzo sono stati
condannati Pietro Nardi e Giorgio Zappa, ex dg di Finmeccanica. Fra gli
imputati c'era anche il patron Emilio, morto il 30 aprile scorso, suo
figlio Fabio Riva e l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi
Capogrosso, entrambi condannati a sei anni di reclusione (e indagati
nel procedimento per disastro ambientale in corso). Secondo
l'accusa l'amianto fu usato in maniera massiccia nello stabilimento
siderurgico di Taranto, il più grande d'Europa, ed è ancora oggi la
sostanza killer presente in alcuni impianti Ilva. Nel corso degli anni
gli operai non furono formati ed informati sui rischi dell'amianto, non
ricevettero sufficienti visite mediche e tutele per la loro salute
entrando in contatto con la pericolosa sostanza che in molti caso ha
causato malattie e morte. Il giudice ha stabilito una provvisionale nei
confronti dell'Inail di circa 3,5 milioni di euro. "Un atto d'accusa
durissimo anche per la politica - è il commento del leader dei Verdi,
Angelo Bonelli - per una classe politica omissiva e silente".
La
notizia arriva poco dopo il termine dell'incontro milanese nella sede
del siderurgico. "Senza un futuro per l'Ilva penso ci sia poco futuro
per l'Italia nella siderurgia". Lo dice Claudio Riva, uno dei figli di
Emilio Riva il 're dell'acciaio' scomparso di recente. Sul tavolo, il
piano industriale e ambientale dello stabilimento. "Lunedì prossimo
faremo avere al commissario la nostra posizione - ha detto - sicuramente
è molto complicato". Riva ha definito la riunione, "interessante e
civile". Ma non nasconde le difficoltà. Con il commissario "ci siamo
scambiati le reciproche informazioni" ha aggiunto Riva lasciando la
sede milanese dell'azienda insieme al cugino Cesare e a una delegazione
di legali e consulenti (poco dopo è stato visto uscire anche
l'avvocato Giuseppe Lombardi, che nella vicenda segue il commissario
Bondi). "La famiglia è molto unita, ci vogliamo molto bene - ha aggiunto
- ma il gruppo Riva è un gruppo industriale e di questa vicenda se ne
occupa il gruppo e non la famiglia". La situazione non è
facile. E' "drammatica" e "il tempo è scaduto". Il segretario generale
della Fiom, Maurizio Landini, chiede al governo "di discutere nei
prossimi giorni cosa succede nello stabilimento" e di prendere in
considerazione l'ipotesi di "forme di esproprio". "Non è una posizione
ideologica a favore di un ritorno alla proprietà pubblica - ha precisato
Landini, aprendo i lavori dell'assemblea nazionale Rsu Fim, Fiom, Uilm
sulla siderurgia - ma possiamo pensare ad un intervento diretto, anche
transitorio, dello Stato". Dopo quelle dei giorni scorsi
sollevate dal governatore Nichi Vendola che ha scritto al premier Matteo
Renzi, inoltre, una nuova polemica oggi investe il commissario Bondi.
Duro il direttore dell'agenzia regionale per l'Ambiente della Regione:
"Il commissario mente sui dati dell'Arpa, non abbiamo mai sostenuto che
non ci sia un legame tra inquinamento e morti come invece sostiene in
una sua relazione". Sotto accusa le parole del commissario che nei
giorni scorsi, all'interno di un suo documento aveva negato sia la
presenza di veleni a Taranto sia l'esistenza di un nesso causale fra
l'inquinamento e l'incidenza dei tumori nello stabilimento.
Assennato in una nota definisce "destituita di fondamento l'affermazione
contenuta nel rapporto del dottor Bondi secondo cui Arpa avrebbe
escluso ogni nesso causale tra esposizione lavorativa e incidenza di
tumori nei lavoratori del reparto officina/carpeteria dell'Ilva. Ciò
sia perché Arpa non ha alcuna competenza in merito e non ha avuto
comunque richieste specifiche di supporto sul problema, sia perché
comunque il monitoraggio ambientale effettuato non può considerarsi
adeguato ed esaustivo rispetto al problema". Secondo Assennato, in
effetti, rispetto all'incidenza dei tumori sarebbe necessario uno
studio epidemiologico rigoroso della durata di almeno un anno e, pertanto, si spinge a ribadire che "le conclusioni del
commissario Bondi che escludono il nesso causale tra esposizione dei
lavoratori e incidenza di tumori, essendo basate su evidenze non
documentate, devono essere considerate puramente autoreferenziali". (Rep)
Nella fabbrica in cui lavoravano a contatto con l'amianto
hanno trovato la morte. Per 28 operai dell'Ilva (31 i casi esaminati) il
giudice monocratico di Taranto, Simone Orazio, ha riconosciuto il nesso
di causalità tra il decesso e l'esposizione al pericoloso cancerogeno.
In un arco temporale che abbraccia quasi quarant'anni, i lavoratori
hanno dunque inalato le micidiali fibre dell'asbesto, contraendo il
mesotelioma pleurico. Sono 27, invece, gli ex dirigenti
dell'Italsider pubblica e dell'Ilva privata condannati per disastro
ambientale e omicidio colposo plurimo a pene comprese tra i 9 anni e
mezzo e i 4 anni di carcere. Nel corso del dibattimento, durato due
anni, sono state ascoltate decine di testimoni che hanno descritto le
condizioni in cui si svolgevano le attività industriali nel siderurgico
tarantino. Sono stati interrogati lavoratori, medici e tecnici,
acquisiti fascicoli e atti per decine di migliaia di pagine. La pena più
alta, 9 anni e mezzo di reclusione, è stata inflitta a all'ex direttore
dell'Italsider Sergio Noce, di San Michele di Pagana (Genova). A
seguire 9 anni e due mesi ad Attilio Angelini, 9 anni a Giambattista
Spallanzani e Girolamo Morsillo, 8 anni e sei mesi a Giovanni
Gambardella, Giovanni Gillerio, Massimo Consolini, Aldo Bolognini e
Piero Nardi.
Quest'ultimo, commissario straordinario di Lucchini Piombino, è
indicato tra i manager in lizza per sostituire Enrico Bondi al timone
dell'Ilva. Ha avuto 8 anni di reclusione Giorgio Zappa, ex direttore
generale di Finmeccanica, mentre è stato dichiarato il non doversi
procedere per l'ex patron dell'Ilva Emilio Riva, morto il 30 aprile
scorso. Suo figlio Fabio Riva e l'ex direttore dello stabilimento di
Taranto Luigi Capogrosso sono stati condannati a 6 anni. La sentenza è
arrivata mentre a Milano Claudio Riva incontrava il commissario
straordinario dell'Ilva, Enrico Bondi sul piano industriale e ambientale
dello stabilimento tarantino.
''Lunedì prossimo faremo avere al commissario la nostra
posizione'', ha detto Claudio Riva che ha aggiunto: ''senza un futuro
per l'Ilva penso ci sia poco futuro per l'Italia nella siderurgia''. E
intanto il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti ha assicurato che
il governo "ha le idee chiare e abbiamo già approvato il piano
ambientale: faremo di tutto per portarlo a termine". ''Questa - ha
intanto commentato il procuratore di Taranto Franco Sebastio - non è una
sentenza storica: io non uso slogan giornalistici. Pur ribadendo che è
solo una sentenza di primo grado e che in Italia vige la presunzione di
non colpevolezza fino a sentenza definitiva, dobbiamo riconoscere che
questa sentenza stabilisce quantomeno che la procura non ha commesso
errori nella costruzione delle indagini''. ''La magistratura - secondo
il presidente di Peacelink Taranto Alessandro Marescotti - ha affermato
il principio di legalità in fabbrica. Vincono le ragioni delle tante
vittime.
Perdono gli inquinatori e i loro complici''. I lavoratori,
secondo l'accusa, non sarebbero stati adeguatamente informati sui rischi
della sostanza cancerogena e non avrebbero ricevuto le necessarie
tutele. Ora a Taranto (l'udienza preliminare inizia il 19 giugno) si sta
per aprire un altro maxiprocesso per disastro ambientale, omicidi
colposi, omissione di cautele contro gli infortuni, concussione e
corruzione, che vede coinvolti, oltre ai Riva e ad altri dirigenti,
anche rappresentanti politici come il presidente della Regione Puglia
Nichi Vendola e il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, assessori e
funzionari regionali. Per definire il sistema di potere dell'Ilva, gli
inquirenti hanno chiamato l'inchiesta 'Environment Sold Out' (Ambiente
svenduto). (ANSA)
Riva: rinvio al 7 luglio inizio processo su frode fiscale 52 mln
L'accusa nei
confronti degli imputati e' di aver violato l'articolo 3
della legge 74/2000, che punisce (da 18 mesi a 6 anni) chi,
al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una
falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie
e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne
l'accertamento, indica elementi attivi per un ammontare
inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi. In
questo caso, l'accusa e' di aver "creato" elementi passivi
fittizi per poter poi pagare meno tasse. Nel dettaglio, per
l'accusa, "al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla
base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili
obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a
ostacolarne l'accertamento (consistenti nella
contabilizzazione di un'operazione apparentemente aleatoria
ma in realta' artatamente programmata per realizzare 'sicure'
perdite 'fittizie' in Italia)", gli imputati "ponevano in
essere una complessa operazione di finanza strutturata,
all'unico scopo di consentire alla consolidata Ilva spa
l'abbattimento del reddito (modello UNICO 2008), mediante
l'utilizzazione di elementi passivi fittizi per 158.979.433
euro e conseguentemente per la consolidante Riva Fire spa
(modello CNM 2008), una pari riduzione della base imponibile
e un'evasione di imposta Ires pari a 52.463.213 euro", come
riportato nel capo di imputazione. Per la procura di Milano,
sarebbe quindi stata "organizzata e pianificata un'articolata
serie di contratti, tutti economicamente collegati tra loro,
cui partecipavano i seguenti soggetti economici: la societa'
consolidata Ilva spa di Milano, la tedesca Ilva
FinanzBeteiligungen Gmbh (acquistata solo l'8 maggio 2007,
pochi giorni prima del closing dell'operazione) e la
portoghese Taggia X Consultadoria economica e partecipacoes,
Unipessoal Lda di Madeira (partecipata dal gruppo Deutsche,
ma di fatto sottoposta all'influenza dominante della Ilva),
che prevedeva nel contempo sia la strutturazione di derivati,
sia l'esistenza di investimenti finanziari, all'esito dei
quali (i contratti prevedevano una scadenza contestuale a
fine esercizio), si realizzata l'effetto di dislocare utili
del gruppo Riva sulla societa' portoghese e contabilizzare
altrettante perdite nei bilanci della italiana Ilva di
Milano". In pratica, secondo la procura di Milano, non si
intaccavano gli utili del gruppo, ma utili fatti in Italia
venivano spostati all'estero, per sfruttare un regime fiscale
piu' favorevole, si creavano cosi' perdite in Italia per
pagare meno tasse nel nostro Paese. Il risparmio fiscale per
il gruppo, grazie a queste operazioni datate 2007 per essere
dichiarate nel 2008, sarebbe stato appunto di poco piu' di 52
milioni di euro. (Borsaitaliana)
Ilva, frode da 100 milioni il Ministero arriva tardi. Il giudice: no parte civile
Il ministero dello Sviluppo economico è parte civile, solo per quanto
riguarda le persone fisiche, nel processo milanese a carico di Fabio
Riva, di altre due persone e della società Riva Fire, la holding che
controlla l'Ilva di Taranto, con al centro una presunta truffa allo
Stato da cento milioni di euro.
Lo ha stabilito il giudice della terza sezione penale del Tribunale di
Milano, che ha accolto la richiesta dei legali del ministero. Respinta,
invece, l’istanza di costituzione come parte civile di Simest, società
controllata dalla Cassa depositi e prestiti, e del ministero dello
Sviluppo economico per quanto riguarda le società in quanto “le domande
sono state presentate in maniera tardiva”. No anche alla citazione della
società Riva Fire come responsabile civile.
Secondo l’accusa, sarebbe stata creata una società ad hoc, l’Ilva Sa,
per aggirare la normativa sull'erogazione di contributi pubblici per le
aziende che esportano all’estero. (GdM)
Revocata la misura dell’obbligo di dimora e divieto di espatrio nei
confronti di Emilio Riva, del figlio Nicola e dell’ex direttore generale
dello stabilimento siderurgico Luigi Capogrosso. La Cassazione ha
accolto la richiesta dei difensori degli indagati annullando il
provvedimento con rinvio al tribunale di Taranto per un nuovo riesame.
I Riva, Emilio di 86 anni, il figlio di 56 e Capogrosso, di 57, sono
stati arrestati a luglio 2012 perché coinvolti nell’inchiesta sul
disastro ambientale contestato dalla procura all’Ilva. Scaduta la misura
cautelare dei domiciliari, i tre indagati erano stati sottoposti dal
luglio 2013 ad obbligo di dimora nel comune di residenza con divieto di
espatrio per il più anziano dei Riva e Capogrosso. Il provvedimento del
gip Patrizia Todisco, confermato dal tribunale dell’appello cautelare, è
stato impugnato dagli avvocati Egidio Albanese, Marco De Luca e Adriano
Raffaelli. Secondo la tesi sostenuta dai legali, la misura cautelare
durata un anno era fondata sul rischio di inquinamento probatorio e di
reiterazione dei reati, non sul pericolo di fuga.
Il pg aveva chiesto la conferma della misura e il rigetto dell’istanza
dei difensori. Ma i giudici della Sesta sezione della Suprema Corte
hanno accolto la richiesta dei difensori.
Non si conoscono i motivi della decisione, in quanto ieri sera gli
Ermellini hanno depositato soltanto il dispositivo ma non le motivazioni
alla luce delle quali la magistratura tarantina dovrà riesaminare il
provvedimento.
Un altro figlio di Riva, Fabio, è destinatario di un mandato di arresto
internazionale emesso dalla magistratura di Milano. Si trova a Londra ed
è libero su cauzione in attesa di estradizione. (CdG)
Amianto killer all’Ilva, chiesti 4 anni per Emilio Riva, il figlio ed ex direttore
Quattro anni e sei mesi di reclusione. È la nuova richiesta di condanna formulata dal pubblico ministero Raffaele Graziano nei confronti di Emilio Riva, 87enne ex patron dell’Ilva di Taranto, del figlio Fabio e dell’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso.
Disastro e omicidio colposo sono i reati contestati dalla procura di
Taranto ai tre soggetti già travolti dall’inchiesta “ambiente svenduto” e
ad altri 26 imputati (per i quali sono state chieste condanne tra i 2 e
i 9 anni di reclusione), tutti ai vertici dello stabilimento
siderurgico di Taranto dal 1975 al 1995, cioè dalla gestione statale come Italsider
fino a quella privata in mano alla famiglia lombarda. La richiesta più alta è a nove anni di
reclusione e riguarda i dirigenti dell'Italsider di Stato Sergio Noce,
Giambattista Spallanzani e Attilio Angelini. A rischiare la
condanna anche Giorgio Zappa, direttore generale dell’ex Italsider poi
passato a Finmeccanica, Francesco Chindemi attuale amministratore
delegato della Lucchini.
La sentenza del processo, prevista per il 23 maggio prossimo, dovrà fare luce sulla morte di 21 operai deceduti tra il 2004 e il 2010
per mesotelioma pleurico dovuto, secondo l’accusa, all’ingente presenza
di fibre d’amianto presenti all’interno della fabbrica. Per la procura
di Taranto, gli imputati omettevano “di adottare
cautele che secondo l’esperienza e la tecnica sarebbero state necessarie
a tutelare l’integrità fisica” dei dipendenti oltre “ad altre adeguate
misure di prevenzione ambientali e personali” per ridurre la diffusione
di polveri dannose. Gli operai, quindi, sarebbero stati “ripetutamente
esposti ad amianto durante lo svolgimento di attività lavorative” tanto,
secondo l’accusa, da ammalarsi mortalmente.
“Questo lungo
dibattimento – ha spiegato il pm Graziano durante la sua requiesitoria –
rappresenta uno spaccato della vita della comunità tarantina. È una
vicenda che mostra le gravi violazioni avvenute in fabbrica in materia
di sicurezza in fabbrica”. Il magistrato ha ricordato gli esiti delle
maxi perizie dell’inchiesta “ambiente svenduto” che hanno certificato la
situazione “allarmante” vissuta da operai e cittadini. Le indagini
dell’Arpa secondo il pubblico ministero hanno dimostrato la “sostanziale
compromissione della salute operai” ed evidenziato come tra nei primi
anni ’90 nel capoluogo ionico vi fosse già un tasso di mortalità per
mesotelioma pleurico nettamente maggiore rispetto al resto della Puglia.
“È possibile pertanto ritenere – si legge nelle conclusioni di un
documento a firma di Lucia Bisceglia, dirigente dell’Arpa Puglia
– che i soggetti che hanno prestato servizio presso lo stabilimento
siderurgico di Taranto e che risultano registrati nell’archivio Inps nel
periodo 1974-1997 mostrano un rischio di morire per mesotelioma
pleurico pari a più del doppio rispetto a soggetti confrontabili per
sesso, classe quinquennali di calendario e di età della regione Puglia”.
In aula anche il procuratore capo Franco Sebastio
che nella sua breve discussione ha mostrato la prima sentenza di
condanna dell’Italsider datata 1982. “È un ciclo che si ripete – ha
spiegato Sebastio –, ma a differenza di allora, oggi sento parlare di
‘tenere insieme salute e lavoro’, ma ancora no ho trovato nessuno in
grado di spiegare come si fa. La speranza – ha concluso il capo della
procura – è che questa sentenza possa rappresentare una risposta a
questo interrogativo”. (FQ)