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lunedì 9 novembre 2015

Porello!!

Ilva, Riva in cella da 5 mesi. Il legale: sta male, liberatelo

Fabio Riva si affida all’avvocato Franco Coppi e ricorre in Cassazione contro il provvedimento con il quale il tribunale dell’appello l’11 agosto scorso ha confermo il «no» espresso il 13 luglio scorso dal giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli alla revoca della custodia in carcere o quanto meno alla sostituzione con gli arresti domiciliari. Il figlio del defunto patron Emilio si trova rinchiuso nel carcere di Taranto dal 5 giugno scorso, quando dopo 31 mesi di latitanza si consegnò alla giustizia italiana.Il 60enne, numero due dell’omonimo gruppo proprietario dell’Ilva di Taranto, fu scovato il 22 gennaio del 2013 dagli agenti dell’Interpol a Londra. Fabio Riva tornò subito in libertà, ma senza passaporto, dopo aver pagato sull’unghia 100mila sterline (circa 120mila euro) di cauzione. La Guardia di Finanza era da giorni sulle sue tracce. Latitante dal 26 novembre del 2012, giorno nel quale i militari bussarono inutilmente alla porta della sua abitazione di Milano per arrestarlo e condurlo nel carcere di Taranto, in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Patrizia Todisco, Fabio Riva si è sempre opposto alla procedura di estradizione avviata prima dalla Procura di Taranto e, successivamente, da quella di Milano (che procede nei suoi confronti per truffa aggravata ai danni dello Stato). A tradirlo furono le visite, costanti nel tempo, ricevute dai suoi familiari. Proprio seguendo i suoi parenti sulla tratta Milano-Londra, i militari delle Fiamme Gialle, agendo in stretto contatto con l’Interpol a seguito del mandato di arresto europeo firmato dal gip Patrizia Todisco il 10 dicembre del 2012, riuscirono a individuare il luogo in cui Fabio Riva si nascondeva. Il lungo lavoro, fatto di pedinamenti, appostamenti e rilievi fotografici, è passato anche attraverso la Francia, con una perquisizione eseguita subito dopo Capodanno, assieme alla gendarmeria, a Beaulieu sur mer, vicino Nizza, dove era ormeggiato lo yacht di Fabio Riva. Perquisizione che diede però esito negativo. Le attenzione si concentrarono così su Londra, sino al blitz del gennaio 2013. Era stato lo stesso Fabio Riva, agli inizi di dicembre del 2012, a far sapere di trovarsi a Londra, con una lettera che i suoi avvocati Nerio Diodà e Stefano Goldstein avevano consegnato sia alla Procura sia al gip.
Pesantissime le accuse formulate nei suoi confronti. Fabio Riva è imputato, assieme, tra gli altri, al fratello Nicola (sottoposto ai domiciliari il 26 luglio 2012 con il padre Emilio, morto il 30 aprile del 2014) per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d’ufficio, accuse che gli sono valse una richiesta di rinvio a giudizio sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli a luglio.
Sono decine di migliaia le telefonate di Fabio Riva intercettate dai finanzieri e finite agli atti dell’inchiesta, colloqui dai quali sono emersi i rapporti che l’Ilva, tramite proprio Fabio Riva, aveva intessuto con il potere politico tarantino, pugliese e nazionale allo scopo di ricevere autorizzazioni per i propri impianti e ottenere un trattamento di favore da parte degli organi di controllo. Notissima è la telefonata di Fabio Riva ad un consulente del gruppo nella quale, commentando i dati sull’emergenza sanitaria a Taranto, il vicepresidente di Riva Group si lascia andare ad un poco edificante: «Due casi di tumore in più all’anno… una minchiata».
Ora Fabio Riva, unico detenuto tra i 47 imputati del processo «Ambiente svenduto», confida nella Corte di Cassazione, che discuterà il ricorso presentato dagli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia il prossimo 11 dicembre, per riacquistare la libertà o almeno lasciare il carcere, anche alla luce di condizioni di salute non proprio eccellenti, e per questo costantemente monitorate dai responsabili della casa circondariale, anche con consulti eseguiti negli ospedali cittadini. (GdM)

venerdì 16 ottobre 2015

E' durato poco


Pecore avvelenate dalla diossina, revocato il sequestro ai 15 ex dirigenti

Il tribunale del Riesame di Taranto (presidente Morelli, relatore Ruberto, a latere De Cristofaro) ha disposto la revoca del sequestro conservativo di beni (87 proprietà) disposto il 22 settembre scorso nei confronti di 15 ex dirigenti dell’Ilva, imputati nel processo per il presunto disastro ambientale provocato dal Siderurgico, la cui prima udienza è fissata per il 20 ottobre prossimo, ma che dovrebbe slittare per un difetto di notifica.
L’ordinanza riguardava beni nella disponibilità di Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti. A rivalersi nei confronti degli ex dirigenti Ilva sono Angelo, Vincenzo e Vittorio Fornaro, titolari della masseria Carmine, che ha subito l’abbattimento dei capi di bestiame a causa dei veleni prodotti dall’Acciaieria. Per il momento il tribunale ha depositato solo il dispositivo del provvedimento di dissequestro, in accoglimento del ricorso presentato dagli imputati. Il collegio difensivo è composto, tra gli altri, dagli avvocati Vincenzo Vozza, Leonardo Lanucara, Gaetano Melucci, Ottavio Martucci e Gianluca Pierotti. Le motivazioni si conosceranno nei prossimi giorni.(CdM)

mercoledì 23 settembre 2015

Quando la Giustizia fa battere il cuore

Non siamo abituati alla Giustizia.
Come Italiani, come meridionali, come tarantini.
Abbiamo sempre vissuto con la parzialità, le beffe dei potenti verso i deboli, i soprusi delle oligarchie e dei corruttori fino a portare anche nel piccolo delle scaramucce di strada la sbruffoneria del più forte che se ne frega: "cce me ne futt a me!"
Talmente radicata è questa abitudine ai "due pesi e due misure" che, da qualche tempo a questa parte, leggere che un pool di magistrati, fedeli alla Legge e alla Costituzione, stia letteralmente frantumando la tradizione millenaria del più forte e degli interessi dei ricchi, ci suscita un immediato, primo sentimento di ... paura!
Forse è la stessa paura che ebbero gli abitanti delle città attraversate dalle rivoluzioni o dai cambi di regime che avvenivano facendo piazza pulita dei potenti dei vecchi sistemi.
Fa innata paura pensare che i Don Rodrigo di tutte le estrazioni possano anche loro sudare freddo davanti alla lettura di una condanna, sentirsi minare sotto le loro certezze storiche e i loro possedimenti, e con loro anche il nostro mondo.
Forse perché fa paura perdere la consuetudine dell'ignavia, la legge delle ostriche verghiane per cui ogni opposizione alla legge della giungla è un sacrilegio e tutti bisogna accettare tutto. Lamentarsi si, anche tanto, ma in fondo stare zitti e sotto, accettare perché così è sempre stato.
Qualcosa è cambiato. La Legge è arrivata anche in riva allo Jonio?
E con lei i diritti universali degli uomini a chiedere Giustizia, a sentirsi parte di uno Stato civile, a credere nei valori di tutti.
L'ignavia e l'interesse sono duri da spezzare.
Anche per tante persone stimabili e convintamente oneste è difficile, soprattutto in età più avanzata e disillusa, immaginare un mondo in cui due cittadini siano pari di fronte alla Legge: una libertà faticosa, che richiede impegno, responsabilità, partecipazione.
Per questo immaginiamo che, così come noi all'inizio abbiamo letto con un pizzico di paura il terremoto della notizia che segue, la schiera dei conservatori benpensanti griderà allo scandalo e additerà ancora una volta i magistrati giusti come biechi persecutori, come sovvertitori del sistema, come estremisti alleati con sfaccendati idealisti anacronistici, relegati ai margini della società!
Le ragioni del GIP sono corrette al limite della banalità: in attesa di giudizio, è necessario sequestrare i beni privati dei presunti responsabili perché sono venute meno le garanzie patrimoniali societarie, quindi la parte civile «non può che trovare soddisfazione del proprio credito nei patrimoni personali degli imputati, in caso di condanna».
Ma potete immaginare che per far valere il diritto all'esistenza dignitosa di un "miserabile" allevatore si metta mano ad una delle famiglie più potenti d'Italia e ai suoi prossimi?
La storia si può scrivere anche così. Ed oggi è più bella che mai,perché anche quando tutto sembra già scritto, lei non finisce mai di stupirci!
E la paura diventa presto emozione e speranza.
Auguri Vincenzo Fornaro, non volevi essere un martire e sei diventato un cittadino di questo Stato!

 
Ilva, per gli ex dirigenti sequestro degli immobili. Sigilli per gli ovini abbattuti: 87 le proprietà



Negli anni scorsi, migliaia di capi di bestiame destinati all’alimentazione furono abbattuti per la contaminazione da diossina e pcb, in seguito all’attività di pascolo in zone aggredite dall’inquinamento prodotto dall’Ilva. Per numerose aziende che si occupavano dell’allevamnento ovino-caprino fu il tracollo.

Ora, nelle more del processo “Ambiente svenduto”, i titolari dell’azienda Fornaro, fra i più colpiti dall’ordine di abbattimento, si rivalgono sull’Ilva. Ma non più sulla società per azioni, quanto sugli allora dirigenti che, nei loro rispettivi ruoli, avrebbero concorso al disastro. I sequestri, per alcuni milioni di euro, sono stati disposti dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto dottoressa Vilma Gilli, gup del procedimento sull’Ilva sfociato a processo.
In funzione di gip, la dottoressa Gilli ha emesso un ordinanza di sequestro conservativo sui beni, di varia natura: in tutto ben ottantasette proprietà.
Si tratta di beni che sarebbero nella disponibilità di Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti.

Quelli appena riportati sono, in pratica, i nomi di dieci degli imputati coinvolti nel processo che sarà celebrato dalla Corte d’assise di Taranto a partire dal 20 ottobre prossimo, nei confronti dei quali è stata avanzata istanza da parte degli imprenditori Angelo, Vincenzo e Vittorio Fornaro, titolari dell’azienda “Masseria Carmine”, situata in agro di Taranto.

Oltre a quelle dei fratelli Riva, nella procedura sono coinvolte le proprietà dell’ex presidente di Ilva Spa Ferrante, dell’ex legale della famiglia Riva, avvocato Perli, di alcuni degli ex fiduciari della famiglia di industriali lombardi. Ma anche quelle dell’ex responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva, dei dirigenti di impianti siderurgici e dell’ex consulente della procura della Repubblica.

A quest’ultimo, cioè al professor Liberti, è contestato nel processo proprio di aver falsificato una consulenza tecnica disposta dalla magistratura, asserendo «falsamente che la diossina rinvenuta nelle matrici alimentari analizzate (che portarono all’azzeramento del bestiame dell’azienda Fornaro) non era compatibile con l’attività dello stabilimento siderurgico Ilva».

Nell’evidenziare la sussistenza delle condizioni di legge per l’emissione del sequestro conservativo, la dottoressa Gilli ha ricordato come a propria firma, a suo tempo, sia intervenuta una ordinanza di esclusione dal processo dei responsabili civili Ilva Spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici.

Il riferimento, sic et simpliciter, è del tutto pertinente per spiegare come alla luce di questa circostanza siano venute meno le garanzie patrimoniali societarie. Per questo motivo, secondo quanto evidenziato dalla dottoressa Gilli, la parte civile «non può che trovare soddisfazione del proprio credito nei patrimoni personali degli imputati, in caso di condanna». (Quot)



“Ambiente Svenduto” – I Fornaro chiedono sequestro immobili per i dirigenti e spronano: “Fatelo con i politici”


E’ risaputo oramai, come  la Masseria “Carmine” sia il simbolo di questa Taranto che lotta contro l’inquinamento. Una Taranto martoriata, abbandonata, alla quale si promette il mondo, e puntualmente tutto finisce in fumo. Si in fumo, lo stesso maledetto fumo che ha inquinato il nostro mare, che ha visto morire padri, madri, figli. Lo stesso fumo che fuoriesce dai quei camini, lì al bivio, il maledetto bivio tra salute e lavoro. E il danno peggiore per il cittadino di Taranto è stato costringerlo a scegliere, e non per vivere, ma per sopravvivere in entrambi i casi. Questa è la triste storia di una delle città più belle. Questa è la triste storia dei tarantini, e la Masseria “Carmine” è il simbolo del cambiamento, l’apice, il punto di inizio, di quello che oggi è il più grande processo nella storia per disastro ambientale. I titolari della Masseria, Vincenzo, Vittorio e Angelo Fornaro, allevavano capi di bestiame. Gli stessi qualche anno fa, sono stati abbattuti in quanto contaminati da diossina e pcb. La causa? Il pascolo in zone contaminate dall’attività dello stabilimento Ilva. Dunque, capi di bestiame abbattuti, un’azienda al collasso, e un mondo crollato addosso. Ma i Fornaro non si sono dati per vinti, e i primi risultati sono stati i 47 rinvii a giudizio e le prime condanne. Taranto si è improvvisamente mobilitata, e fioccano le prime costituzioni di parte civile nei confronti degli ex dirigenti. Il 20 ottobre prossimo, il processo presso la Corte di Assise di Taranto, per gli imputati Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti, avverso i quali i Fornaro hanno presentato una istanza di sequestro conservativo dei beni immobili. Le proprietà sarebbero in tutto 87.
“Bisogna insistere, bisogna essere più incisivi e non bisogna demordere” ci spiega – raggiunto dal PugliaPress – in un’intervista Vincenzo Fornaro.
Fornaro commenta i primi rinvii a giudizio, riferendosi anche  alla classe politica, quella “del bello e cattivo tempo”, affinché la responsabilità del disastro ricada anche  su di loro, che questa città avrebbero dovuto proteggerla. “La nostra istanza sia anche da monito – spiega Fornaro – verso tutti coloro che si sono costituiti parte civile nei confronti della classe politica. Io dico loro di fare la stessa cosa, di chiedere il sequestro degli immobili – e continua – sequestrate i beni di queste persone”.
“Tutti i decreti del mondo, ma non ci piegheranno” dice Fornaro.
La Masseria “Carmine” ha segnato l’inizio di questo lungo percorso, spronando anche altri allevatori del territorio a ribellarsi, senza temere poteri forti. Un segnale di forza e coraggio all’intera città, e un segnale di presenza e determinazione anche  al Governo, che per quanto cerchi disperatamente di salvare con vari decreti questa fabbrica di morte, non risolve la situazione di una  città messa in ginocchio, da quella che chiamavano la sua vocazione. (Pugliapress)

martedì 11 agosto 2015

Con questo caldo, un altro po' di fresco non fa male!

Respinto l’appello, Fabio Riva resta in carcere 


Fabio Riva deve restare in carcere. Lo hanno deciso i giudici del Tribunale che hanno respinto l’appello proposto dal difensore dell’industriale lombardo finito in cella a Taranto ai primi di giugno, non appena rientrato in Italia. I magistrati hanno depositato il solo dispositivo e si sono riservati di motivare il loro verdetto nei prossimi giorni. Di certo ha retto la linea della procura che aveva insistito sul mantenimento del provvedimento restrittivo, sulla base della sussistenza delle esigenze di natura cautelare.
Una posizione che aveva già convinto il giudice delle indagini preliminari che aveva respinto, nelle scorse settimane, l’istanza di revoca o attenuazione della misura avanzata dall’avvocato Nicola Marseglia, difensore di Riva. Contro quella decisione, il legale aveva proposto appello in Tribunale. Ma la sua richiesta si è fermata dinanzi al semaforo rosso acceso dal collegio giudicante. In camera di consiglio accusa e difesa si erano date un’aspra battaglia sul destino dell’ex vicepresidente della Riva Fire, travolto insieme a tutto il gruppo industriale del patron Emilio Riva dal turbine giudiziario battezzato “Ambiente Svenduto”.
Era il 26 novembre del 2012, quando per il figlio del patron scattò una ordinanza di custodia cautelare in carcere. Quel giorno in cella finì Girolamo Archinà, l’ex potentissimo responsabile delle pubbliche relazioni dell’acciaieria. Alla retata, sfuggì, invece, proprio Fabio Riva. L’industriale si trovava a Londra nel momento in cui la Guardia di Finanza eseguì gli arresti. Per Riva il provvedimento restrittivo venne trasformato ben presto in mandato di cattura europeo, con richiesta di estradizione recapitata in Inghilterra dalla procura jonica alla luce del ruolo contestato a Riva nel procedimento che ha inquadrato il disastro ambientale attribuito alla grande fabbrica. Dopo due anni e mezzo di permanenza a Londra, il nodo diplomatico è stato sciolto a giugno. Con Fabio Riva che è rientrato in patria ed è stato accolto dalle Fiamme Gialle non appena sbarcato all’aeroporto di Fiumicino. Da quel giorno, l’industriale è rinchiuso nel carcere di Largo Magli.
In camera di consiglio, nel corso della discussione tenuta la scorsa settimana, la procura ha ribadito che a carico di Riva continua a sussistere sia il pericolo di inquinamento probatorio sia quello di fuga. Valutazioni alle quali si è opposto il difensore dell’imputato. L’avvocato Nicola Marseglia ha sostenuto la totale assenza di esigenze cautelari, anche alla luce dell’evoluzione del processone che è già sbarcato a giudizio. Mentre in aula lo stesso Riva aveva preso la parola, per fornire la sua versione su una delle intercettazioni simbolo dell’inchiesta. Ovvero quella in cui proprio lui sembrava sminuire la crescita di tumori in città. Una interpretazione delle sue parole che Riva ha seccamente smentito. Il round in camera di consiglio, però, se lo è aggiudicato nuovamente la procura. Con il dispositivo che tiene in cella l’ex uomo forte del gruppo Ilva.
Intanto prenderà il via il prossimo 20 ottobre il processo in cui è sfociata la clamorosa inchiesta battezzata “Ambiente svenduto”. Alla sbarra 44 imputati e tre società. Tutti rimasti invischiati nelle indagini sul disastro ambientale e sanitario di Taranto. Il rinvio a giudizio è stato decretato lo scorso 23 luglio dal gup Vilma Gilli, al termine di una lunghissima udienza preliminare. Il magistrato ha accolto la richiesta avanzata dal pool di inquirenti guidato dal procuratore Franco Sebastio. (Quot)

martedì 14 luglio 2015

Re Arturo resta al fresco


Ilva, Fabio Riva resta in cella. Il giudice respinge l'istanza di scarcerazione

Fabio Arturo Riva resta in carcere. Il gup Vilma Gilli ha infatti respinto l’istanza di revoca della misura cautelare presentata dall’avvocato Nicola Marseglia per conto dell’industriale lombardo.
«Sussistono esigenze cautelari connesse» con il pericolo di reiterazione dei reati e dell’inquinamento probatorio, ha spiegato il giudice dell’udienza preliminare che nella prossima settimana dovrà definire il destino del procedimento «Ambiente svenduto» in cui l’industriale è imputato a pieno titolo, insieme con altri 48 soggetti e tre società, per le produzioni inquinanti dell’Ilva e per gli intrecci illeciti che sarebbero stati stretti dalla famiglia Riva.
Nel respingere l’istanza di revoca della misura cautelare, la dottoressa Gilli ha fatto riferimento ad un presunto «patto familiare» con cui i Riva, a suo tempo, avrebbero concordato di utilizzare gli utili della gestione societaria nel settore siderurgico.
Di questo «patto familiare» sarebbe stato fatto riferimento in un rapporto che la guardia di finanza di Milano aveva prodotto nell’ambito dell’inchiesta diretta dal procuratore aggiunto lombardo Francesco Greco sulla pluralità delle attività della famiglia degli industriali.
Il rapporto, secondo quanto è stato possibile sapere, era stato trasmesso alla magistratura di Taranto e da questa trasfusa negli atti con cui la procura tarantina aveva dato parere negativo alla revoca della misura restrittiva a carico di Riva.
Dal presunto patto che sarebbe stato stretto dai componenti della famiglia Riva si desumerebbe l’interesse sempre vivo nutrito dal nucleo familiare - da tempo orfano del patron Emilio - nelle vicende dell’Ilva, capaci di produrre utili milionari che sarebbero poi stati trasferiti all’estero, come scaturtito da una indagine della magistratura lombarda.
Alla luce di questa decisione adottata dal giudice dell’udienza preliminare, non è improbabile che la difesa di Fabio Arturo Riva ricorra in tempi brevi in Tribunale, contestando proprio la sussistenza delle esigenze cautelari alla base del mantenimento della misura. Come è noto, Fabio Arturo Riva è accusato, in concorso con altri, di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento delle sostanze alimentari, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, in aggiunta ad altre contestazioni formulate dalla procura della Repubblica: corruzione, falso e abuso d'ufficio.
L’industriale figura fra gli imputati dei quali la procura di Taranto ha già richiesto il rinvio a giudizio o la condanna (nei casi in cui gli imputati hanno optato per il giudizio abbreviato). Fabio Riva si trovava a Londra ed aveva ingaggiato una battaglia legale per evitare l'estradizione, tuttavia la Corte di Londra aveva dato il suo assenso. Un'altra ordinanza di custodia cautelare era stata emessa dal gip di Milano Fabrizio D'Arcangelo per una presunta truffa ai danni dello Stato da circa cento milioni di euro, per cui l’industriale è stato già condannato in primo e secondo grado a 6 anni e mezzo di reclusione.
Nel maggio scorso, Fabio Riva aveva “incassato” una cocente delusione: per la seconda volta c’era infatti stato l’ok alla sua estradizione da Londra. Era stato il giudice della «City of Westminster Magistrates Court» John Zani ad esprimersi favorevolmente al trasferimento dell’industriale in Italia anche per la richiesta avanzata da Milano.
Lo snodo che aveva portato all’ordinanza si collega con le indagini legate all’inchiesta aperta dalla procura di Milano (pm Stefano Civardi e procuratore Francesco Greco) su vicende finanziarie, societarie e fiscali del gruppo Riva. Agli inizi di giugno, d’accordo con i suoi legali, Riva aveva deciso di chiudere i conti con la giustizia italiana, senza attendere gli appelli alle due estradizioni e si era costituito in Italia.(Quot)

mercoledì 1 luglio 2015

Non si svende a patti con chi uccide

Disastro ambientale l'Ilva chiede di patteggiare la Procura dice «no»

L'Ilva, attraverso i tre commissari straordinari, avrebbe voluto patteggiare la pena e uscire anzitempo dal processo 'Ambiente svendutò, ma la procura di Taranto ha giudicato 'non congrua' la richiesta. Troppo pochi insomma i dieci milioni di euro indicati dall’Ilva in amministrazione straordinaria a titolo di risarcimento, a fronte di un piano ambientale che richiede risorse stimabili in circa due miliardi di euro. L’azienda aveva proposto anche una sanzione pecuniaria di quasi 3 milioni e 100mila euro e la non applicazione dell’interdizione dell’attività con la nomina di un custode giudiziale. Tutto inutile. Per il pool di pubblici ministeri "non è indicato il profitto del reato dell’ associazione a delinquere" e "non è possibile la parcellizzazione dei costi».
L'Ilva, è stato spiegato, ha tratto profitto dall’attività siderurgica proprio mentre le emissioni, secondo i periti, determinavano il disastro ambientale e provocavano malattie e morti. I commissari potrebbero anche decidere di riproporre la richiesta nel processo in Corte d’Assise, ma per il momento le posizioni restano distanti. Il gup non ha potuto entrare nel merito in quanto il patteggiamento sarebbe stato possibile solo in caso di accordo tra procura e azienda.
L’udienza è così proseguita con le arringhe dei legali di Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici (che rispondono in base alla legge 231 sulla responsabilità giuridica delle imprese). Oltre alle tre società sono imputate 49 persone fisiche tra vertici dell’Ilva, politici, amministratori e funzionari di enti e ministeri. L'udienza conclusiva è stata fissata per il 20 luglio, quando il giudice Vilma Gilli si esprimerà sulle richieste di rinvio a giudizio ed emetterà il provvedimento per gli imputati che hanno chiesto il rito abbreviato.
Stamani era attesa anche la presenza in aula di Fabio Riva, ex vicepresidente di Riva Fire, la holding che controllava il gruppo dell’Ilva di Taranto, arrestato il 5 giugno scorso dopo oltre due anni e mezzo trascorsi a Londra. L’industriale, che ha ottenuto la revoca della misura cautelare dalla Corte d’Appello di Milano dopo essere stato condannato a 6 anni e mezzo di carcere per una presunta truffa da 100 milioni di euro, ha rinunciato a comparire.
Il suo difensore, l’avv. Nicola Marseglia, ai giornalisti ha detto che Fabio Riva, ristretto nel carcere a Taranto per l'inchiesta Ambiente svenduto, «non è mai stato latitante, si tratta di una cattiva informazione sia dal punto di vista formale sia dal punto di vista sostanziale. A Londra, dal primo giorno, subito dopo essere stato liberato su cauzione, è sempre stato sottoposto a misura coercitiva. Non escludiamo, nell’ambito di questo procedimento, di far pervenire una sorta di dichiarazione spontanea scritta".
Oggi è stata data la parola ai pubblici ministeri per le repliche e il procuratore Franco Sebastio si è soffermato sulle pressioni che sarebbero state esercitate nei confronti del direttore regionale di Arpa Puglia Giorgio Assennato in relazione al monitoraggio ambientale, definendo "ineluttabile" il rinvio a giudizio dell’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola (accusato di concussione) e del sindaco di Taranto Ippazio Stefano (che risponde di abuso d’ufficio). Sebastio ha definito «confidenziale, quasi di soggezione» il tono delle intercettazioni telefoniche tra i politici e l’ex responsabile delle relazioni industriali dell’Ilva Girolamo Archinà. Lo stesso primo cittadino, in un esposto presentato in procura, definiva i fatti legati all’inquinamento «di eccezionale gravità» e per questo «avrebbe dovuto intervenire». «Quando leggemmo l’ordinanza sindacale – ha osservato Sebastio – capimmo immediatamente che quel documento non avrebbe retto più di 30 secondi alle eccezioni del Tar». (GdM)

giovedì 18 giugno 2015

Gli conveniva continuare a latitare...

Ilva, confermata la condanna per truffa a Fabio Riva

La Corte d'Appello conferma la condanna per truffa a carico di Fabio Riva. La quarta Corte d'Appello penale di Milano ha confermato la condanna a sei anni e sei mesi per Riva, accusato di associazione per delinquere e truffa. I giudici hanno confermato anche le condanne per gli altri imputati: cinque anni per Alfredo lo Monaco, amministratore della società svizzera Eufintrade sa, e tre anni per Agostino Alberti, ex dirigente del gruppo Ilva. Confermata la multa da 1,5 milioni di euro per la riva fire e la confisca complessiva di 90,8 milioni di euro e una provvisionale da 15 milioni di euro da versare al ministero dello sviluppo economico, parte civile nel procedimento. Le motivazioni saranno rese note entro 90 giorni.
Riva, rientrato in Italia il 5 giugno scorso dalla latitanza a Londra e da allora in carcere, era presente in aula. In primo grado, nel luglio scorso, Riva era stato condannato a sei anni e mezzo di reclusione. "Faremo ricorso in Cassazione, la società Riva Fire non doveva essere coinvolta" nel processo per associazione per delinquere e truffa arrivato oggi alla sentenza di appello, ha detto l'avvocato Carlo Paliero, difensore della società imputata per la legge 231/2001 sulla responsabilità amministriva degli enti.
Il processo riguarda una presunta truffa ai danni dello stato dell'ammontare di circa 100 milioni di euro, che sarebbe stata realizzata attraverso l'ottenimento di contributi pubblici, erogati da Simest (controllata da Cassa depositi e prestiti), per il sostegno alle imprese italiane che esportano. Secondo l'ipotesi accusatoria, il gruppo della famiglia Riva avrebbe ottenuto indebitamente contributi pubblici, interponendo in una serie di operazioni a Ilva spa la società svizzera del gruppo, Ilva sa. La legge Ossola, che sarebbe stata raggirata, prevede che a fronte di dilazioni di pagamento tra i 2 e i 5 anni da parte di acquirenti esteri, le imprese italiane possano accedere a contributi erogati da Simest.
Per l'accusa, l'Ilva spa non avrebbe avuto diritto a questo tipo di sostegno, data la natura dei pagamenti ricevuti, e quindi è stata interposta in molte operazioni l'Ilva sa, la quale, nonostante non avesse alcun ruolo operativo o produttivo, risultava l'acquirente dei prodotti dell'Ilva e la società che aveva effettuato i contratti con gli acquirenti esteri. Ilva sa emetteva nei confronti di Ilva spa delle cambiali internazionali (promissory notes), che con l'interposizione della società svizzera Eufintrade, permettevano a Ilva spa di avere i requisiti per ottenere i contributi pubblici, quando la società Ilva sa, che faceva parte dello stesso gruppo, incassava i pagamenti dall'estero senza ritardi o dilazioni. (Rep)

mercoledì 10 giugno 2015

Tutti lo vogliono...

Ilva: per Fabio Riva chiesta la conferma della condanna

Il sostituto Pg Pietro De Petris ha chiesto ai giudici della Quarta Corte d'Appello di Milano di confermare la sentenza di primo grado a carico di Fabio Riva, figlio dell'ex patron dell'Ilva Emilio Riva, deceduto il 30 aprile 2014. In primo grado Fabio Riva - rientrato l'8 giugno in Italia dopo 2 anni e mezzo di latitanza a Londra e adesso in carcere a Taranto - è stato condannato a sei anni e sette mesi per le accuse di associazione per delinquere e truffa ai danni dello Stato perpetrata dal gruppo Riva, attraverso l'Ilva di Taranto, che avrebbe ricevuto contributi pubblici senza averne diritto.
In primo grado erano stati condannati anche Alfredo Lo Monaco, titolare della società svizzera Eufintrade Sa, e Agostino Alberti, ex dirigente di Ilva Sa (società svizzera del gruppo Riva), rispettivamente a 5 e a 3 anni. Anche la società Riva Fire, di cui Fabio Riva era alla guida, imputata per la legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti, era stata condannata a una multa di 1,5 milioni di euro. Il sostituto Pg ha chiesto alla Corte d'Appello una conferma anche per le loro condanne. Richiesta a cui si è associata l'avvocato dello Stato Gabriella Vanadia, che rappresenta il ministero dello Sviluppo Economico, parte civile.
Al centro della vicenda giudiziaria che ha investito Fabio Riva c'è una presunta truffa ai danni dello Stato dell'ammontare di circa 100 milioni di euro, che sarebbe stata realizzata ottenendo contributi pubblici erogati da Simest (controllata da Cassa depositi e prestiti), per il sostegno alle imprese italiane che esportano, come previsto dalla legge Ossola. Il gruppo della famiglia Riva avrebbe ottenuto indebitamente quei fondi, interponendo in una serie di operazioni Ilva Sa, società svizzera che non aveva alcun ruolo operativo o produttivo, ma risultava l'acquirente dei prodotti dell'Ilva, che poi rivendeva alle società estere che avevano siglato contratti con il gruppo. La legge prevede che a fronte di dilazioni di pagamento tra i 2 e i 5 anni da parte di acquirenti esteri, le imprese italiane possano accedere a dei contributi erogati da Simest.
Per l'accusa, però, l'Ilva non avrebbe avuto diritto a questo tipo di sostegno, data la natura dei pagamenti ricevuti. Ilva Sa, infatti, emetteva nei confronti di Ilva spa delle cambiali internazionali (promissory notes), che con l'interposizione  della società svizzera Eufintrade, permettevano a Ilva spa di avere i requisiti per ottenere i contributi pubblici, quando la società Ilva Sa, che faceva parte dello stesso gruppo, incassava i pagamenti dall'estero senza ritardi o dilazioni. Il danno per lo Stato sarebbe stato doppio: da una parte l'Ilva di Taranto ha ottenuto contributi ai quali non  avrebbe avuto diritto, dall'altra i soldi ricevuti dallo Stato italiano venivano alla fine girati alla Ilva Sa in Svizzera, quando uno degli obiettivi della legge che sarebbe stata raggirata è quella di dare soldi al sistema imprenditoriale italiano perché contribuiscano alla sua crescita e non per finire Oltreconfine. (Panorama)

martedì 9 giugno 2015

Senza parole


Ilva, Fabio Riva non risponde alle domande del gip e prepara un memoriale 

 
Fabio Arturo Riva, come prevedibile, si è avvalso della facoltà di non rispondere. In questo momento ritiene inutile, se non controproducente, rendere dichiarazioni, perché "gli eventi - ha precisato il suo legale, l'avvocato Nicola Marseglia - sono ormai superati". Riva, diventato numero uno del gruppo dopo la morte del padre Emilio, il patriarca dell'acciaio, avrebbe deciso quanto meno di spiegare in uno scritto difensivo il contenuto della intercettazione telefonica che lo ha reso celebre, quando, parlando al telefono con l'avvocato Francesco Perli, di una relazione tecnica di Arpa Puglia sull'emergenza benzo(a)pirene, disse: "due casi di tumori in più all'anno? Una minchiata". L'obiettivo è quello di dare una interpretazione alternativa al significato di quella conversazione che ha indignato i tarantini.
Riva è accusato, in concorso con altri, di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento delle sostanze alimentari, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d'ufficio, ed è tra i 52 imputati per i quali la procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio. L'imprenditore risultava latitante dal novembre di tre anni fa: era stato arrestato a Londra il 21 gennaio 2013 (tornò libero su cauzione) ed aveva ingaggiato una battaglia legale per evitare il rientro in Italia.
Dopo che la Corte inglese ha dato il suo assenso all'estradizione, Riva ha deciso di non presentare appello e l'altra sera si è consegnato ai finanzieri. Appare scontato che la difesa presenti una istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare e, in subordine, di trasferimento al carcere di Milano. Un modo per consentire all'indagato - che era destinatario di una seconda misura restrittiva emessa dal gip del tribunale lombardo Fabrizio D'Arcangelo - di avvicinarsi alla famiglia e di partecipare alle udienze del processo d'appello per una presunta truffa ai danni dello Stato da circa cento milioni di euro, per cui Fabio Riva è stato già condannato in primo grado a 6 anni e mezzo di carcere.
La difesa dell'imprenditore, davanti ai giudici della Westminster Magistrates Court di Londra, aveva anche lamentato una persecuzione politico-giudiziaria e parlato di "condizioni disumane" delle carceri italiane, dalle quali ora l'ex amministratore dell'Ilva prova ad uscire in fretta. (Giacomo Rizzo - Ansa).

domenica 7 giugno 2015

Il principe è tornato

Fabio Riva si «consegna» a Roma
In cella a Taranto: lunedì interrogatorio

Il volo da Londra è arrivato con un’ora di ritardo rispetto al previsto, ma Fabio Riva ha mantenuto la promessa, formalizzata dal suo avvocato Nicola Marseglia, consegnandosi ieri sera, qualche minuto dopo le 21, ai finanzieri del Gruppo di Taranto che lo hanno atteso a Fiumicino, notificandogli il mandato di arresto europeo firmato dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco dopo che il 26 novembre del 2012 l’allora vicepresidente di Riva Fire, proprietaria dell’Ilva di Taranto, era sfuggito alla cattura, rifugiandosi in Inghilterra. Fabio Riva è salito sulle auto delle Fiamme Gialle ed è stato condotto nel capoluogo jonico, prima nella sede del comando provinciale e poi nella casa circondariale di via Magli. Riva sarà interrogato lunedì dal gip di Taranto.

Riva è accusato di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d’ufficio, accuse che gli sono valse prima l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice Todisco e poi la richiesta di rinvio a giudizio sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli tra qualche settimana. Fabio Riva si è sempre opposto alla procedura di estradizione ma dopo il via libera dato dalla magistratura inglese lo scorso 8 maggio, aveva ben chiaro che il possibile ricorso lo avrebbe tenuto lontano dall’Italia solo per altri 4-5 mesi al massimo. Da questa considerazione, la scelta, concordata con il suo legale, di consegnarsi nella speranza di ottenere in tempi brevi i domiciliari. In realtà, il piano, da quella che apprende la Gazzetta, prevedeva di evitare la custodia in carcere a Taranto, passando qualche notte a Rebibbia per poi chiedere di essere trasferito a Milano dove il 9 giugno inizierà (per concludersi, come da calendario, il successivo 19 giugno) il processo d’appello per la presunta truffa ai danni dello Stato commessa per conto dell’Ilva, ipotesi di reato che è valsa a Fabio Riva la condanna in primo grado a 6 anni e mezzo di reclusione.

Procedimento per il quale, peraltro, pende sullo stesso Riva un ulteriore mandato di arresto europeo (ma ai domiciliari). Il piano sarebbe saltato, però, perché l’autorità giudiziaria tarantina ha imposto il suo trasferimento nel carcere del capoluogo jonico, a prescindere dall’impegno milanese di martedì prossimo e dunque Fabio Riva comparirà già nelle prossime ore dinanzi al gip Patrizia Todisco mentre sarà il gup Vilma Gilli a decidere sulla scontata istanza di scarcerazione. A Taranto, invece, Riva oltre ad essere imputato, e ora anche detenuto, in «Ambiente svenduto», è stato già condannato dal tribunale a 6 anni di reclusione nel processo sugli operai del siderurgico morti per l’esposizione all’amianto. GdM

venerdì 5 giugno 2015

ArRiva 'o fenomeno!

Riva si arrende alla Magistratura. Oggi si consegna alla GdF di Taranto

Fabio Riva oggi si consegnerà alla magistratura italiana che con le Procure di Taranto e Milano ha per due anni e mezzo inutilmente tentato di ottenerne la cattura dai colleghi di Londra. Il 60enne numero due dell’omonimo gruppo proprietario dell’Ilva di Taranto, fu scovato il 22 gennaio del 2013 dagli agenti dell’Interpol vicino all'aeroporto intercontinentale di Heatrow, ad una decina di chilometri da Londra. Fabio Riva tornò subito in libertà, ma senza passaporto, dopo aver pagato sull'unghia 100mila sterline (circa 120mila euro) di cauzione.
I militari del Gruppo di Taranto della Guardia di Finanza, erano da giorni sulle sue tracce. Latitante dal 26 novembre del 2012, giorno nel quale i militari delle Fiamme Gialle bussarono inutilmente alla porta della sua abitazione di Milano per arrestarlo e condurlo nel carcere di Taranto, in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Patrizia Todisco, Fabio Riva si è sempre opposto alla procedura di estradizione avviata prima dalla Procura di Taranto e successivamente da quella di Milano (che procede nei suoi confronti per truffa aggravata ai danni dello Stato).
A tradirlo furono le visite, costanti nel tempo, ricevute dai suoi familiari. Proprio seguendo i suoi parenti sulla tratta Milano-Londra, i militari delle Fiamme Gialle, agendo in stretto contatto con l'Interpol a seguito del mandato di arresto europeo firmato dal gip Patrizia Todisco il 10 dicembre del 2012, riuscirono a individuare il luogo in cui Fabio Riva si nascondeva. Il lungo lavoro, fatto di pedinamenti, appostamenti e rilievi fotografici, è passato anche attraverso la Francia, con una perquisizione eseguita subito dopo Capodanno, assieme alla gendarmeria, a Beaulieu sur mer, vicino Nizza, dove era ormeggiato lo yacht di Fabio Riva. Perquisizione che diede però esito negativo. Le attenzione si concentrarono così su Londra, sino al blitz del gennaio 2013. Era stato lo stesso Fabio Riva, agli inizi di dicembre del 2012, a far sapere di trovarsi a Londra, con una lettera che i suoi avvocati Nerio Diodà e Stefano Goldstein avevano consegnato sia alla Procura che al gip.
Pesantissime le accuse formulate nei suoi confronti. Fabio Riva è imputato, assieme tra gli altri al fratello Nicola (sottoposto ai domiciliari il 26 luglio 2012 con il padre Emilio, morto il 30 aprile del 2014) per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d’ufficio, accuse che gli sono valse una richiesta di rinvio a giudizio sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli a luglio.
Sono decine di migliaia le telefonate di Fabio Riva intercettate dai finanzieri e finite agli atti dell’inchiesta, colloqui dai quali sono emersi i rapporti che l’Ilva, tramite proprio Fabio Riva, aveva intessuto con il potere politico tarantino, pugliese e nazionale allo scopo di ricevere autorizzazioni per i propri impianti e ottenere un trattamento di favore da parte degli organi di controllo. Notissima è la telefonata di Fabio Riva ad un consulente del gruppo nella quale, commentando i dati sull’emergenza sanitaria a Taranto, il vicepresidente di Riva Group si lascia andare ad un poco edificante: «Due casi di tumore in più all'anno… una minchiata».
Fabio Riva, stando a quanto si è appreso, arriverà alle 20 all’aeroporto di Fiumicino con un volo Alitalia. Sarà preso in consegna dai finanzieri di Taranto che gli notificheranno i mandati di arresto internazionali firmati dai giudici di Taranto e Milano e poi lo trasferiranno nella casa circondariale di Taranto dove entro 5 giorni comparirà dinanzi al giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco per l’interrogatorio di garanzia. Successivamente la sua posizione, e dunque le scontate richieste di attenuazione o revoca della misura cautelare, saranno di competenza del giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli, titolare del fascicolo, almeno sino alle decisioni riguardanti i rinvii a giudizio dei 52 imputati nel procedimento «Ambiente svenduto».
Proprio i rapporti col mondo politico pugliese e romano saranno al centro delle domande che saranno prevedibilmente poste a Fabio Riva, con due anni e mezzo di ritardo, dai magistrati tarantini: ma il figlio del patron Emilio risponderà? La decisione di consegnarsi alle autorità italiane in anticipo rispetto alla decisione finale sull’estradizione della magistratura inglese, attesa per l’autunno prossimo, può essere letta come un segnale di collaborazione. Un segnale da verificare quanto ad ampiezza. (GdM)

venerdì 8 maggio 2015

Torna un imprenditore "esemplare"

Ilva: estradizione Fabio Riva, ok dai giudici inglesi

Fabrio Riva estradato dall’Inghilterra, via libera dai giudici britannici. Il 60enne figlio del patron (deceduto) dell’Ilva, Emilio Riva, il manager è fra i coinvolti nel procedimento “Ambiente svenduto” con ordine di arresto da parte della procura di Taranto e in altre vicende riguardanti l’Ilva.

mercoledì 1 ottobre 2014

Povero brav'uomo

La magistratura di Londra: «Domiciliari a Fabio Riva ed estradizione più sicura»

Clamoroso dal Regno Unito: i giudici londinesi chiedono rassicurazioni sulla concessione degli arresti domiciliari a Fabio Arturo Riva, sottoposto a due procedure di estradizione (una già in fase d’appello) e coinvolto nel procedimento tarantino «Ambiente svenduto».
La condizione dei detenuti nelle carceri italiane, che hanno fatto «guadagnare» all’Italia ben due condanne da parte della Corte Edu (Europea per i diritti dell’uomo), le obiezioni sollevate dal pool di legali che assiste l’industriale in terra londinese sulle condizioni in cui lo stesso Riva si ritroverebbe con l’estradizione in Italia, hanno avuto un peso fondamentale.
Ed un peso importante, che i legali di Riva puntano a far valere nel ricorso davanti all’Alta Corte del Regno Unito, l’ha avuta la decisione adottata dalla «Westminster Magistrates Court» di Londra che nel marzo scorso ha respinto la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia per Domenico Rancadore, accusato di mafia e arrestato nell’estate 2013 nella capitale britannica dalla polizia inglese.
L’uomo era inseguito da un mandato di arresto europeo ed era sfuggito a qualsiasi provvedimento italiano, in virtù di una latitanza durata diciannove anni.
Da quel che appare palese, in sostanza, gli avvocati londinesi e milanesi di Fabio Arturo Riva starebbero inducendo i giudici di Londra a considerare la questione della «dignità umana» del loro assistito in termini preminenti rispetto al merito delle contestazioni che chiamano in causa Riva, destinatario del mandato di arresto europeo spiccato, relativamente all’inchiesta tarantina, dal gip Patrizia Todisco.
Non è un caso, peraltro, che i legali londinesi e milanesi di Riva abbiano chiesto alla Corte d’appello di sdoppiare i temi su cui sarà incentrato il ricorso per «bloccare l’estradizione» concessa del giudice John Zani. In via preliminare, infatti, i legali dell’industriale dell’acciaio avrebbero chiesto ai giudici di esaminare la posizione personale dell’industriale alla luce del mandato di arresto europeo. Con l’estradizione - avrebbero scritto i legali - Riva andrebbe incontro alla detenzione in una delle carceri italiane che sono oggetto di pesanti valutazioni da parte dello stesso governo italiano. Lo stesso che nel 2010 dichiarò «lo stato di emergenza» nelle carceri per problemi di sovraffollamento.
Tuttavia, questo è il meno. I difensori dell’industriale hanno in ogni caso citato la sentenza-pilota della Corte Edu che l’8 gennaio 2013 (se ne parla a parte, ndr) ha condannato lo Stato italiano per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. La sentenza chiamata «Torreggiani contro l’Italia» è stata definita dalla stessa Corte europea «pilota in materia di sanzioni per le violazione dei diritti dell’uomo».
Pigiando l’acceleratore su questo punto, i legali di Fabio Arturo Riva avrebbero preso spunto anche da quanto accaduto in ordine alla posizione di Domenico Rancadore, contro la cui estradizione si era pronunciato in marzo il giudice Howard Riddle. Nel caso specifico, lo stesso Riddle aveva dato un’altra stoccata all’Italia. Aveva spiegato che stava per dare l’ok all'estradizione del siciliano ma che aveva cambiato idea. E aveva spiegato il perchè: si era basato su un caso che riguardava il tribunale di Firenze e un cittadino somalo a cui non era stata concessa l'estradizione in Italia «col rischio di subire trattamenti inumani e degradanti nel sistema carcerario nazionale».
Ed è sulla base di questi presupposti, che i difensori di Riva hanno ovviamente amplificato, che dal palazzo di giustizia londinese è partita verso l’Italia, e verso Taranto, la richiesta di assicurazioni sul trattamento da riservare a Riva. Evidentemente, però, si tratta di una intromissione nell’autonomia giurisdizionale di altro Paese che potrebbe avere anche conseguenze diplomatiche.
Fabio Arturo Riva, come è noto, nel procedimento tarantino risponde di associazione per delinquere, disastro ambientale, avvelenamento di alimenti, e corruzione in atti giudiziari in concorso. Nella causa davanti al giudice distrettuale Zani, era difeso dai legali dello studio londinese «Blc Burton Copeland» e dai legali dello studio Diodà di Milano. Tuttavia, c’era anche un pool di esperti che si occupava della posizione dell’ex vice presidente dei CdA di Ilva Spa e Riva Fire.
Nell’aula del Westminster Magistrates Court avevano fra gli altri argomentato Stefano Maffei e Annamaria Alborghetti. Il primo è il direttore dell’Eflit (English for Law & International Transactions, corso postlaurea di inglese giuridico, ndr), ed è un esperto in protezione internazionale dei diritti umani.
Tema, quest’ultimo, che costituisce l’appiglio a cui Riva si aggrappa per evitare di essere estradato. (Quotidiano)

martedì 9 settembre 2014

Quando mancano la prevenzione e il controllo è colpa di qualcuno!

Ilva Taranto, condanna per l’amianto: “Gli operai morti potevano essere salvati”

Gli operai dell’Ilva morti per mesotelioma pleurico a causa dell’amianto presente nella fabbrica potevano essere salvati se solo l’azienda, a conoscenza della problematica, avesse agito tempestivamente.
È quanto scrive il giudice Simone Orazio nelle motivazioni della sentenza con la quale il 23 maggio scorso ha condannato 27 ex dirigenti della fabbrica – tra i quali Fabio Riva ex vice presidente del gruppo condannato a 6 anni di carcere – accusati di omicidio colposo e disastro ambientale. Nelle 268 pagine, infatti, il magistrato scrive che se i vertici dello stabilimento avessero sottoposto a visite mediche adeguate i lavoratori, queste avrebbero consentito di “diagnosticare una patologia (es. placche pleuriche) che poteva essere un campanello d’allarme per il mesotelioma e che certamente avrebbe obbligato il datore di lavoro a non esporre più il lavoratore, affetto da tale problematica di salute, alle fibre di asbesto” e quindi a “valutare la incompatibilità del lavoratore rispetto alle mansioni sino ad allora espletate e quindi anche rispetto all’esposizione ad amianto, motivo per cui in questi casi l’accertamento sanitario avrebbe permesso di adibire il dipendente ad altre mansioni, sottraendolo al pericolo di morte”.
Ma la politica aziendale è sempre stata impostata al raggiungimento del massimo profitto. Anche a costo della salute degli operai. Lo scrive senza mezzi termini il magistrato spiegando che “gli interventi seri in materia di amianto nello stabilimento di Taranto sono stati sempre volutamente evitati” proprio perché avrebbero determinate un blocco e una ripartenza dell’attività produttiva oltre che “uno stravolgimento degli impianti e l’investimento di notevolissime somme di denaro”. Ma per salvare la salute dei dipendenti, i vertici dello stabilimento – pubblico fino al 1995 e poi venduto ai Riva – avrebbero potuto almeno fornire un’adeguata attrezzatura e invece le testimonianze in aula hanno chiarito che agli operai venivano date in dotazione solo mascherine respiratorie “usa e getta” che gli esperti hanno definito “del tutto inadeguate”.
Insomma, una “situazione di consapevole e lucida omissione” che secondo il tribunale “si è perpetrata per decenni, essendo sotto gli occhi di tutti nel senso che l’inerzia è stata maturata e voluta sia da colore che avevano ruoli operativi e che pertanto erano a conoscenza delle inaccettabili condizioni in cui costringevano a lavorare i dipendenti sia da parte di color che avevano responsabilità manageriali, gestionali e di controllo finanziario data l’assenza dl alcuno stanziamento al riguardo”. Una scelta scellerata che, però, non ha colpito solo i lavoratori della fabbrica, ma si è trasformato nel disastro ambientale che ha colpito “tutta la popolazione di Taranto e dei comuni limitrofi, complessivamente pari a quasi trecentomila abitanti”.
Un disastro che è il frutto di “una logica di organizzazione dei fattori produttivi” e di “una pianificazione delle linee di politica del lavoro e della salute del lavoratori” determinate dalla “scelta compiuta dai vertici con la colpevole complicità del loro collaboratori”, ma certamente avvenuto anche grazie “all’inerzia degli altri pubblici poteri che avrebbero potuto e quindi dovuto far sentire la propria voce”. Eppure anche oggi l’unica voce che continua ad alzarci in difesa della salute è quella dei cittadini. Nelle scorse ore, infatti, i pediatri di Taranto hanno scritto per la seconda volta al presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi chiedendo un incontro. Una prima lettera era stata inviata ad agosto, ma da Palazzo Chigi non era giunta alcuna risposta. Ora i medici ci riprovano: “sapendo della sua venuta in Puglia per l’evento delle Fiera del Levante ci permettiamo di reiterare la richiesta. La situazione ambientale e sanitaria tarantina – scrivono i pediatri – è grave per come da sempre riportano i dati sanitari cui da ultimo si è aggiunto l’aggiornamento dello studio Sentieri con i suoi terribili report sulla mortalità infantile. L’allarme sociale è altissimo. Noi pediatri, da sempre al fianco delle famiglie e dei bambini pensiamo di potere dare un utile contributo ai decisori politici, sempre che lo vogliano”. (FQ)

martedì 22 luglio 2014

Un'altra medaglia al valore di famiglia: di padre in figlio!

Ilva: Fabio Riva condannato a 6 anni e 6 mesi


Tutti colpevoli di truffa ai danni dello stato. Nel processo che apre la stagione giudiziaria milanese a carico della famiglia Riva, proprietaria del gruppo siderurgico Ilva, è la procura a segnare il primo punto a favore. Il dispositivo, letto dal presidente Giulia Flores Tanga della terza sezione penale del Tribunale, è arrivato dopo dodici udienze condotte a ritmo serrato per i tempi usuali della giustizia italiana. Sono bastati, infatti, poco più di due mesi e mezzo per giungere a questa decisione, che prevede una condanna a 6 anni e 6 mesi di carcere per Fabio Riva, che si trova ancora a Londra e sui cui pende un mandato di estradizione, cinque anni per Alfredo Lo Monaco, cittadino italo-svizzero proprietario della finanziaria Eufin Trade e tre anni per Agostino Alberti, che al momento dei fatti contestati rivestiva il ruolo di direttore amministrativo della società Riva Fire, la holding del gruppo di proprietà della famiglia di industriali siderurgici. La condanna nei confronti di Fabio Riva è più pesante della richiesta dei pm Mauro Clerici e Stefano Civardi, che avevano proposto una pena di 5 anni e 4 mesi. Agostino Alberti è l'unico degli imputati a cui sono state concesse le attenuanti generiche.

Una penale anche per Riva Fire, ritenuta responsabile ex legge 231 del 2001 e condannata a pagare 1,5 milioni di euro, oltre al divieto di accedere a finanziamenti statali per 12 mesi e alla revoca di tutti quelli già concessi. L’elenco delle decisioni non finisce qui: il tribunale ha rinviato a un ulteriore giudizio – in sede civile - la richiesta del ministero dello Sviluppo economico di condannare la Riva Fire al pagamento di 120 milioni di danni. È stata però stabilita una cosiddetta provvisionale di 15 milioni, che Riva Fire dovrà pagare subito.

COME FUNZIONAVA LA TRUFFA
Che cosa hanno esattamente contestato i giudici agli imputati? Spiegare questa truffa non è semplice. In sostanza è stata loro addebitata la creazione di un meccanismo grazie al quale riuscivano ad ottenere fondi statali senza averne diritto, attraverso l’esportazione di tubi per svariati usi. I soggetti di questo meccanismo sono la capogruppo Ilva spa; la consociata svizzera Ilva Sa, con sede a Manno nel Canton Ticino, che acquistava le merci dalla ditta italiana per poi rivenderle ai clienti finali internazionali (una classica “trading company”); la Eufin Trade, una finanziaria anch’essa elvetica che di mestiere faceva il “forfaiting”, ovvero lo sconto pro soluto di cambiali e infine la Simest, la società pubblica che erogava il contributo in base alla cosiddetta legge Ossola. Ovvero una normativa nata per finanzia parte degli interessi passivi bancari sostenuti dalla imprese esportatrici in determinati settori (macchinari, impianti), quando concedono importanti dilazioni di pagamento ai loro compratori, concretamente fino a cinque anni. Esiste in tutti gli stati Ocse e si può dire che sia l’unica forma di “aiuto di stato” regolare. Ma i Riva creavano fittiziamente queste dilazioni grazie alla svizzera Ilva Sa, che acquistava la merce dall’Italia per poi rivenderla a clienti finali, i quali in realtà pagavano sempre in contanti.

La società elvetica emetteva dunque delle cambiali internazionali (chiamate “promissory note”) della durata di cinque anni sull’85 per cento del debito verso la Spa italiana (il restante 15 per cento doveva essere saldato subito per legge) e le portava subito allo sconto presso Eufin Trade, la quale si era già accordata con la stessa Ilva Sa per il suo riacquisto, in modo da chiudere l’operazione senza che realmente i soldi si muovessero. Ma attivando il contributo Simest per coprire gli interessi passivi nati da questo sconto di cambiale, che venivano veicolati in Svizzera da dove non rientravano più, uscendo dal faro del Fisco italiano. I contributi in realtà non erano dovuti perché con il riacquisto delle cambiali nessun credito era più attivo, ma questo a Simest non veniva comunicato e l’ente erogatore saldava invece il dovuto per i cinque anni. La stessa Eufin Trade, che in teoria avrebbe dovuto svolgere un compito molto rischioso e fino a non molto tempo fa vietato in Italia dalla Banca d'Italia, in realtà come si è visto non aveva di fatto nessun rischio perché rivendeva subito all’emittente le cambiali, finendo per essere solo un ingranaggio di questo disegno truffaldino.


LE INTERCETTAZIONI: “A BONDI I SOLDI PUZZANO?”
L’importanza di questo procedimento non si ferma, però, alla semplice scoperta della truffa, che tra il 2008 e il 2013 aveva permesso di incamerare fondi per circa 100 milioni di euro, l’85 per cento veicolati in Svizzera e divisi tra Ilva sa ed Eufin Trade. È stato utile per cercare fare luce sul complicato rapporto di forze che si è creato tra le procure che indagano sui reati dell’Ilva, la famiglia Riva, i commissari straordinari e il governo, che ha effetti paradossali, come si vedrà.

Il ruolo del commissario Enrico Bondi, ad esempio. Rimosso nel giugno scorso dopo una lunga pressione di Federacciai, guidata dall’industriale Antonio Gozzi (gruppo Duferco), cui il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha alla fine ceduto, nominando al suo posto Piero Gnudi, ex presidente dell'Enel e consigliere “a titolo gratuito” del ministro Guidi. Una scelta che, almeno in un primo momento, non dev'essere per nulla dispiaciuta ai Riva, che nei confronti di Bondi avevano aperto un fuoco di sbarramento che sul governo qualche effetto sembra averlo avuto. Perché tanta ostilità nei confronti di Bondi che, in fondo, era stato lo stesso Emilio Riva a chiamare al capezzale del gruppo Ilva poco prima del commissariamento, con lo scopo di tentare un salvataggio in extremis?
Forse c'entra proprio l'indagine giudiziaria milanese. Una volta insediatosi, infatti, era stato proprio il manager aretino a bloccare l’operatività della società svizzera Ilva Sa, nella convinzione che quello schema operativo fosse truffaldino. Una scelta che aveva consentito proprio al ministero dello Sviluppo Economico – parte civile in questo procedimento – di arrestare la truffa che lo vedeva come parte lesa. La mossa di Bondi, però, era stata accolta con qualche sconcerto fra i manager dell'Ilva più vicini ai Riva: A tal proposito i pm hanno evidenziato una gustosa intercettazione di uno di loro che, parlando con la Eufin Trade, diceva: «Sì, la nuova direzione, qui, gli puzzano i soldi. Facevamo i business finanziari, no, non va bene, non gli piacciono, qui al commissario e a tutta la sua banda... e allora non scontiamo più (le promissory note, ndr), basta». Continuava il manager: «È un business della miseria, gli puzzano i soldi al nuovo commissario? Stanno rivoluzionando più Milano che non Taranto. Era da sanare Taranto, sembra che devono sanare gli uffici di Milano, cacchio, che casino». Per poi concludere con una dichiarazione plateale: «Che strana banda è la banda del Commissario, non ha imparato l’Abc, pecunia non olet».


MA RENZI SALVA IL TESORO DEI RIVA
Già, pecunia che non olet. lo sanno bene i Riva che rivendicano per Ilva ancora un ruolo nonostante i guasti della loro gestione. Lo ha ben evidenziato Claudio Riva in una lunga intervista a “Il Sole 24 Ore”, dove diceva che la famiglia era pronta a investire ancora sulla società, anche se non da sola. Ma sono gli stessi Riva cui la procura di Milano contesta di aver succhiato indebitamente almeno 1,7 miliardi di euro, finiti in trust di Jersey e parzialmente sequestrati in Svizzera? Ecco che tornano le grandi contraddizioni di questa complicata vicenda, sulla quale giovedì 10 luglio è intervenuto il governo di Matteo Renzi, con un decreto che permetterà alle banche di continuare a finanziare la società, ora virtualmente al dissesto. E qui c'è un ulteriore giallo: nelle bozze preliminari del decreto compariva un passaggio che bloccava la possibilità del commissario di utilizzare per il risanamento ambientale i fondi sequestrati ai Riva, uno stop salutato con grande apprezzamento dal fronte degli industriali e della famiglia Riva. Nel testo finale quel passaggio è però sparito. Il governo Renzi ha infatti dato ai legali l'incarico di studiare se questa mossa, che Bondi non ha mai fatto mistero di voler mettere in pratica, è legittima oppure no.

Nel frattempo, però, il governo sembra voler andare oltre. Renzi e il ministro Guidi sembrano preferire un'altra ipotesi: vorrebbero che il piano industriale per il salvataggio dell'Ilva venisse predisposto dai nuovi azionisti, e il neo commissario Gnudi sta tentando di mettere insieme una cordata che comprenda il gruppo anglo-indiano Arcelor-Mittal e alcuni industriali italiani. Stando alle indiscrezioni di stampa, però, la possibile cordata avrebbe fatto sapere di ritenere esagerati i costi stimati per il risanamento ambientale, e di non aver intenzione di farsene carico in toto. Di qui il problema, anche politico, perché annunciare adesso che il risanamento si farà solo in parte è una mossa che può far esplodere le tensioni in città. E bloccare l'utilizzo dei fondi sequestrati ai Riva – previsto esplicitamente dal governo di Enrico Letta – sarebbe un'ulteriore decisione difficile da digerire. Eppure, e la procura di Milano è stata molto chiara su questo punto, il procedimento giunto oggi a sentenza con la condanna di Fabio Riva nasce proprio dalle inchieste tarantine, di cui costituisce una sorta di completamento logico, con la ricostruzione dei passaggi salienti tra l’impoverimento dell’Ilva, anche ai danni di ambiente e salute pubblica, e l’arricchimento della famiglia.

Per il governo, i fronti caldi non finiscono qui. Una prima questione da risolvere riguarda il futuro ruolo dei Riva, che in teoria hanno la possibilità di sottoscrivere l'aumento di capitale dell'Ilva (se mai si farà) e restare azionisti. La seconda è quella dei rapporti con le banche, che hanno messo i bastone fra le ruote a Bondi e che ora, con il decreto del governo Renzi, sono chiamate a anticipare nuova finanza. Nella propria relazione di fine mandato, l'ex commissario Bondi aveva ricostruito con precisione le responsabilità delle banche, spiegando come gli istituti non avessero voluto far fronte alle necessità dell'Ilva «prima di conoscere la consistenza di eventuali apporti a titolo di capitale»: ovvero prima conoscere chi sarebbero stati i nuovi azionisti. Come dire: i soldi dei Riva non si toccano. Era stato un debito molto marginale nei confronti del Banco Popolare guidato da Pier Francesco Saviotti a far finire fuori strada il tentativo di Bondi: «Da ultimo il gruppo Banco Popolare ha sospeso gli affidamenti concessi al gruppo Ilva e, con lettera in data 23 maggio 2014, ha chiesto il rientro dell'esposizione per circa 25 milioni di euro», continua la relazione dell'ex commissario.

Anche qui, però, le evidenze ricostruite dai pm di Milano rivelano come l'esposizione delle banche nei confronti dei Riva fosse enorme. Fra tutti spicca il ruolo di Intesa SanPaolo, che vanta crediti per un miliardo di euro su Ilva e di 300 milioni su Riva Fire, l'azienda di famiglia. Attraverso la partecipata Soditic era Intesa a svolgere il ruolo di “forfaiter” per Ilva. Ed era stata la stessa banca, incredibilmente verrebbe da dire per com’è andato questo processo, a presentare ai Riva il già citato Alfredo Lo Monaco e la sua Eufin Trade, risultati poi parti fondamentali della truffa. Intesa quel lavoro non lo vuol più fare: troppo rischioso dicono i suoi funzionari, ma si riserva per se
il ruolo di banca agente dove Simest deposita i soldi che poi prendono la via della Svizzera. Quanto era conscia la banca di questo meccanismo? La domanda resta sospesa. Lo stesso avvocato Nerio Diodà ,che difende Fabio Riva, si sbilancia sulla banca guidata oggi da Carlo Messina: «Va detto con serenità che Intesa aveva un ruolo assolutamente essenziale, prima con Soditic, che poi si scopre che costa troppo il loro sconto, e quindi è la stessa banca che indica Eufin Trade al gruppo Riva. E abbiamo le prove testimoniali che prima di questo momento non vi erano rapporti o relazioni con Eufin Trade da parte del gruppo Riva».

SI FA AVANTI ANCHE IL FISCO SVIZZERO
Se non bastasse tutto ciò per qualificare questo processo come un caotico e ancora incompleto puzzle di personaggi e situazioni, arriva anche la richiesta del Fisco elvetico di sbloccare parte delle somme sequestrate dai pm alla svizzera Ilva Sa per pagare le imposte, pari a 870 mila franchi su una società che i pm considerano fittizia ed esterovestita, quindi inesistente, tanto che c’è un’indagine in corso. In procura, dicono alcune indiscrezioni, c'è chi ritiene che il modo migliore per fronteggiare una situazione così complessa sia far ricorso alla legge Marzano, come si chiama il dispositivo che permette di dar corso alla riorganizzazione di un'azienda in stato d'insolvenza, utilizzato in passato per Parmalat, ad esempio. Ma fra coloro che hanno voluto silurare Bondi quest'ipotesi è vista come fumo negli occhi. Perché la famiglia Riva e le banche, a quel punto, resterebbero a bocca asciutta. (L'Espresso)

sabato 28 giugno 2014

Girano le scatole cinesi dei Riva

Ilva: Riva, il gioco dei soldi continua

A volte ritornano. In pochi forse si ricorderanno della Stahlbeteiligungen, la storica cassaforte lussemburghese della famiglia Riva di cui ci siamo occupati negli ultimi due anni. E il cui Cda il 13 dicembre 2012 accettò le dimissioni di Fabio Riva (entro questo mese si dovrebbe conoscere il responso sul ricorso presentato dai legali di quest’ultimo sull’estradizione richiesta dalla Procura di Taranto ed accettata dalla Corte inglese lo scorso febbraio), nominando in sua sostituzione tal Mauro Pozzi, domiciliato in Spagna a Siviglia. Al vice presidente della Riva FIRE, l’incarico era stato rinnovato proprio nel giugno del 2012 (poco prima della bufera del 26 luglio) ed esteso sino al 2018.
In questi giorni ‘Radiocor’, agenzia di stampa de “IlSole24Ore”, ha consultato il bilancio 2013 della holding Stahlbeteiligungen, i cui conti sono ancora in rosso: in base a quanto certificato nel bilancio 2011, alla Stahl, oltre alla quota Ilva, facevano capo diversi asset in Germania, Belgio, Canada, Spagna, Francia, per un totale di 4,8 miliardi di euro (asset che controlla ancora oggi: la canadese Les Industries Associees de l’Acier, la belga Thy Marcinelle, la spagnola Siderurgica Sevillana, la tedesca Riva Sthal, la francese Parsider, oltre al 25% dell’italiana Riva Energia).
Nell’agosto 2012 invece, il gruppo Riva aveva proceduto ad una serie di fusioni, con l’assorbimento di “Ilva International Sa” da parte di “Italia Ilva Commerciale”, mentre Stahlbeteiligungen aveva assorbito l’altra lussemburghese Parfinex. Poi a fine novembre 2012, nacque la Siderlux scindendo dalla Stahlbeteiligungen la quota di Ilva Spa. L’operazione comportò una riduzione di capitale della Stahl da 140 milioni a 59,6 milioni di euro. I restanti 81,3 milioni andarono a costituire il capitale sociale di Siderlux, interamente sottoscritto e controllato dalla Riva FIRE. In pratica la Stahl conservò tutte le partecipazioni tranne la quota del 25,38% dell’Ilva, che confluì nella Siderlux.
Ricapitolando il gioco delle scatole cinesi imbastito dalla famiglia Riva nel corso degli anni, non bisogna dimenticare che il gruppo possiede anche la società lussemburghese “Utia”, che partecipa del 39% nella cassaforte italiana (la FIRE) e che è a sua volta controllata dalla “Monomarch holding”, società di diritto olandese che fa capo ad una delle casseforti di famiglia, la Luxpack di Curacao.
Ecco perché ancora oggi non è affatto semplice acquisire le quote dell’Ilva Spa, controllata per il 61,62% dalla Riva FIRE, per il 25,38% dalla Siderlux (posseduta a sua volta dalla stessa Riva FIRE), per il 10,05% dalla Valbruna Nederland, società olandese della famiglia Amenduni, e per il 2,95% dalla Allbest, un’altra società lussemburghese.
Inoltre, non bisogna dimenticare come nell’importante assemblea della holding capogruppo Riva FIRE, riunitasi il 17 ottobre del 2012, venne deliberata la scissione parziale e proporzionale della società a favore della controllata Riva Forni Elettrici. In particolare, fu conferito il ramo di azienda relativo alla produzione e commercializzazione di prodotti lunghi, cioè le partecipazioni di Riva Acciaio, Stahlbeteiligungen Holding, Riva Energia, Muzzana Trasporti e Parsider.
Operazione non da poco, visto che sotto la Riva Forni Elettrici passarono riserve per 310,6 milioni, di cui 210,6 milioni serviranno come dotazione patrimoniale della controllata. Con la separazione dei prodotti piani da quelli lunghi, si volle completare la riorganizzazione societaria del gruppo Riva FIRE che nel corso del 2012, con diverse operazioni straordinarie, consentì l’accorciamento della catena di controllo e l’eliminazione degli intrecci partecipativi tra le controllate attive nel settore dei prodotti lunghi e quelle operanti nel settore piani.
Tornando alle carte consultate da ‘Radiocor’, la finanziaria Stahlbeteiligungen nei primi mesi del 2014 è stata nuovamente al centro “di una girandola di operazioni infra-gruppo di compensazione di debiti e crediti”. Che ha comportato la riduzione del capitale di 925 milioni della filiale belga (e creditrice) Ccs e il pagamento di un dividendo di 97 milioni alla controllante Riva Forni Elettrici. Come emerge dai documenti consultati da ‘Radiocor’, Stahl ha chiuso il 2013 con una perdita di 18,6 milioni di euro dopo avere perso 45 milioni nel 2012. Nell’esercizio la holding ha proceduto a 46 milioni di svalutazioni e gli asset a fine 2013 totalizzavano 1,79 miliardi, per 1,44 miliardi relativi a partecipazioni.
Come ricorda ‘Radiocor’, l’asset più importante resta il controllo del 99% del belga Centre de Coordination Siderurgique che si occupa del cash pooling (cioè dei flussi in entrata e in uscita) delle filiali estere e del finanziamento a breve, con 1,27 miliardi di mezzi propri a fine 2013 e un utile di esercizio di 36,4 milioni. La Stahl risulta però anche debitrice a fine 2013 del Ccs per ben 1,1 miliardi. Come riporta il bilancio della società belga, “il 28 febbraio 2014 Ccs ha ridotto il capitale portandolo da 1 miliardo a 75 milioni e il rimborso è stato effettuato per compensazione del credito detenuto verso gli azionisti”, cioè la Stahl e Riva Acciaio. Il 26 marzo la Stahl ha “poi deciso di pagare un dividendo di 97 milioni al suo azionista unico la Riva Forni Elettrici prelevandolo dall’utile riportato a nuovo”, che ammontava a 543 milioni di euro a fine 2013. Poi, lo scorso 31 marzo la Riva Forni Elettrici ha saldato “parte del suo debito verso la Stahl, ovvero 87 milioni (su un totale di 354 milioni) che rappresentavano le scadenze a quella data”.
Ma la stessa Riva Forni Elettrici non se la passa meglio. Proprio ieri infatti, “IlSole24Ore” ha pubblicato i dati del bilancio 2013. Che ha riportato un fatturato di 3,7 miliardi di euro a fronte di una produzione di 7,6 milioni di tonnellate (trasformate in 4 di vergella, 2 di tondo e una di barre e billette laminate), per una perdita complessiva di 60 milioni (che il gruppo addebita sia alla crisi economica, che alle vicende che colpirono gli stabilimenti del Nord Italia con il sequestro della Procura di Taranto del settembre scorso ed agli investimenti operati dal gruppo su impianti e macchinari ammontanti ad 84 milioni di euro).
Anche se i dati del primo trimestre del 2014 segnalano un’inversione di tendenza: fatturato in aumento a 976 milioni, a fronte di una produzione di 2,162 milioni di tonnellate. Ennesima dimostrazione di come il ferro vecchio da rottamare sia proprio l’Ilva di Taranto. E di come mentre in riva alla città dei Due Mari si continua a perdere tempo con chiacchiere da bar e beghe da quattro soldi, altrove quest’ultimi continuano a girare in un labirinto senza fine.
Gianmario Leone (TarantoOggi, 28.06.2014)

venerdì 23 maggio 2014

Collezionisti di condanne!

Morti d'amianto all'Ilva, 27 condanne. "Fibre killer ancora nello stabilimento".

Riva: "Lunedì diremo cosa sarà della fabbrica"

Lunedì si conoscerà il futuro dell'Ilva, dopo l'incontro di Milano tra il commissario Bondi e la famiglia Riva. Ma oggi a Taranto il tribunale ha condannato 27 ex dirigenti dell'Ilva (una assoluzione) per le morti causate dall'amianto e dalle altre sostanze canCcerogene provenienti dallo stabilimento siderurgico. Le pene più alte sono state inflitte agli ex manager della vecchia Italsider pubblica alla quale subentrò il gruppo Riva. Tra questi, Giovanbattista Spallanzani, condannato a 9 anni.
Il giudice della II sezione penale del tribunale di Taranto Simone Orazio ha condannato in primo grado a complessivi 189 anni di carcere gli  imputati per disastro ambientale ed omicidio colposo. Le condanne vanno dai 4 ai 9 anni e mezzo, e hanno colpito gli ex manager e i direttori generali dello stabilimento siderurgico sia dell'era di gestione pubblica sia di quella privata (il gruppo riva acquistò l'acciaieria dallo Stato nel 1995). La pena più alta, 9 anni e mezzo, è andata al manager dell'era pubblica Sergio Noce, 9 anni al suo collega Spallanzani e 9 anni e 2 mesi ad Attilio Angelini, accusati di disastro ambientale e ventuno omicidi colposi, per la morte per mesiotelioma di operai venuti in contatto con fibre di amianto. Ad otto anni e mezzo sono stati condannati Pietro Nardi e Giorgio Zappa, ex dg di Finmeccanica. Fra gli imputati c'era anche il patron Emilio, morto il 30 aprile scorso, suo figlio Fabio Riva e l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, entrambi condannati a sei anni di reclusione (e indagati nel procedimento per disastro ambientale in corso).
Secondo l'accusa l'amianto fu usato in maniera massiccia nello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande d'Europa, ed è ancora oggi la sostanza killer presente in alcuni impianti Ilva. Nel corso degli anni gli operai non furono formati ed informati sui rischi dell'amianto, non ricevettero sufficienti visite mediche e tutele per la loro salute entrando in contatto con la pericolosa sostanza che in molti caso ha causato malattie e morte. Il giudice ha stabilito una provvisionale nei confronti dell'Inail di circa 3,5 milioni di euro. "Un atto d'accusa durissimo anche per la politica - è il commento del leader dei Verdi, Angelo Bonelli - per una classe politica omissiva e silente".
 

La notizia arriva poco dopo il termine dell'incontro milanese nella sede del siderurgico. "Senza un futuro per l'Ilva penso ci sia poco futuro per l'Italia nella siderurgia". Lo dice Claudio Riva, uno dei figli di Emilio Riva il 're dell'acciaio' scomparso di recente. Sul tavolo, il piano industriale e ambientale dello stabilimento. "Lunedì prossimo faremo avere al commissario la nostra posizione - ha detto - sicuramente è molto complicato". Riva ha definito la riunione, "interessante e civile". Ma non nasconde le difficoltà. Con il commissario "ci siamo scambiati le reciproche informazioni" ha aggiunto Riva lasciando la sede milanese dell'azienda insieme al cugino Cesare e a una delegazione di legali e consulenti (poco dopo è stato visto uscire anche l'avvocato Giuseppe Lombardi, che nella vicenda segue il commissario Bondi). "La famiglia è molto unita, ci vogliamo molto bene - ha aggiunto - ma il gruppo Riva è un gruppo industriale e di questa vicenda se ne occupa il gruppo e non la famiglia".
La situazione non è facile. E' "drammatica" e "il tempo è scaduto". Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, chiede al governo "di discutere nei prossimi giorni cosa succede nello stabilimento" e di prendere in considerazione l'ipotesi di "forme di esproprio". "Non è una posizione ideologica a favore di un ritorno alla proprietà pubblica - ha precisato Landini, aprendo i lavori dell'assemblea nazionale Rsu Fim, Fiom, Uilm sulla siderurgia - ma possiamo pensare ad un intervento diretto, anche transitorio, dello Stato".
Dopo quelle dei giorni scorsi sollevate dal governatore Nichi Vendola che ha scritto al premier Matteo Renzi, inoltre, una nuova polemica oggi investe il commissario Bondi. Duro il direttore dell'agenzia regionale per l'Ambiente della Regione: "Il commissario mente sui dati dell'Arpa, non abbiamo mai sostenuto che non ci sia un legame tra inquinamento e morti come invece sostiene in una sua relazione". Sotto accusa le parole del commissario che nei giorni scorsi, all'interno di un suo documento aveva negato sia la presenza di veleni a Taranto sia l'esistenza di un nesso causale fra l'inquinamento e l'incidenza dei tumori nello stabilimento.
Assennato in una nota definisce "destituita di fondamento l'affermazione contenuta nel rapporto del dottor Bondi secondo cui Arpa avrebbe escluso ogni nesso causale tra esposizione lavorativa e incidenza di tumori nei lavoratori del reparto officina/carpeteria dell'Ilva. Ciò sia perché Arpa non ha alcuna competenza in merito e non ha avuto comunque richieste specifiche di supporto sul problema, sia perché comunque il monitoraggio ambientale effettuato non può considerarsi adeguato ed esaustivo rispetto al problema". Secondo Assennato, in effetti, rispetto all'incidenza dei tumori sarebbe necessario uno studio epidemiologico rigoroso della durata di almeno un anno e, pertanto, si spinge a ribadire che "le conclusioni del commissario Bondi che escludono  il nesso causale tra esposizione dei lavoratori e incidenza di tumori, essendo basate su evidenze non documentate, devono essere considerate  puramente autoreferenziali". 
(Rep)


Nella fabbrica in cui lavoravano a contatto con l'amianto hanno trovato la morte. Per 28 operai dell'Ilva (31 i casi esaminati) il giudice monocratico di Taranto, Simone Orazio, ha riconosciuto il nesso di causalità tra il decesso e l'esposizione al pericoloso cancerogeno. In un arco temporale che abbraccia quasi quarant'anni, i lavoratori hanno dunque inalato le micidiali fibre dell'asbesto, contraendo il mesotelioma pleurico.
    Sono 27, invece, gli ex dirigenti dell'Italsider pubblica e dell'Ilva privata condannati per disastro ambientale e omicidio colposo plurimo a pene comprese tra i 9 anni e mezzo e i 4 anni di carcere. Nel corso del dibattimento, durato due anni, sono state ascoltate decine di testimoni che hanno descritto le condizioni in cui si svolgevano le attività industriali nel siderurgico tarantino. Sono stati interrogati lavoratori, medici e tecnici, acquisiti fascicoli e atti per decine di migliaia di pagine. La pena più alta, 9 anni e mezzo di reclusione, è stata inflitta a all'ex direttore dell'Italsider Sergio Noce, di San Michele di Pagana (Genova). A seguire 9 anni e due mesi ad Attilio Angelini, 9 anni a Giambattista Spallanzani e Girolamo Morsillo, 8 anni e sei mesi a Giovanni Gambardella, Giovanni Gillerio, Massimo Consolini, Aldo Bolognini e Piero Nardi.
    Quest'ultimo, commissario straordinario di Lucchini Piombino, è indicato tra i manager in lizza per sostituire Enrico Bondi al timone dell'Ilva. Ha avuto 8 anni di reclusione Giorgio Zappa, ex direttore generale di Finmeccanica, mentre è stato dichiarato il non doversi procedere per l'ex patron dell'Ilva Emilio Riva, morto il 30 aprile scorso. Suo figlio Fabio Riva e l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso sono stati condannati a 6 anni. La sentenza è arrivata mentre a Milano Claudio Riva incontrava il commissario straordinario dell'Ilva, Enrico Bondi sul piano industriale e ambientale dello stabilimento tarantino.
    ''Lunedì prossimo faremo avere al commissario la nostra posizione'', ha detto Claudio Riva che ha aggiunto: ''senza un futuro per l'Ilva penso ci sia poco futuro per l'Italia nella siderurgia''. E intanto il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti ha assicurato che il governo "ha le idee chiare e abbiamo già approvato il piano ambientale: faremo di tutto per portarlo a termine". ''Questa - ha intanto commentato il procuratore di Taranto Franco Sebastio - non è una sentenza storica: io non uso slogan giornalistici. Pur ribadendo che è solo una sentenza di primo grado e che in Italia vige la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, dobbiamo riconoscere che questa sentenza stabilisce quantomeno che la procura non ha commesso errori nella costruzione delle indagini''. ''La magistratura - secondo il presidente di Peacelink Taranto Alessandro Marescotti - ha affermato il principio di legalità in fabbrica. Vincono le ragioni delle tante vittime.
    Perdono gli inquinatori e i loro complici''. I lavoratori, secondo l'accusa, non sarebbero stati adeguatamente informati sui rischi della sostanza cancerogena e non avrebbero ricevuto le necessarie tutele. Ora a Taranto (l'udienza preliminare inizia il 19 giugno) si sta per aprire un altro maxiprocesso per disastro ambientale, omicidi colposi, omissione di cautele contro gli infortuni, concussione e corruzione, che vede coinvolti, oltre ai Riva e ad altri dirigenti, anche rappresentanti politici come il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, assessori e funzionari regionali. Per definire il sistema di potere dell'Ilva, gli inquirenti hanno chiamato l'inchiesta 'Environment Sold Out' (Ambiente svenduto). (ANSA)

lunedì 19 maggio 2014

I Riva? Cittadini modello!

Riva: rinvio al 7 luglio inizio processo su frode fiscale 52 mln

L'accusa nei confronti degli imputati e' di aver violato l'articolo 3 della legge 74/2000, che punisce (da 18 mesi a 6 anni) chi, al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l'accertamento, indica elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi. In questo caso, l'accusa e' di aver "creato" elementi passivi fittizi per poter poi pagare meno tasse. Nel dettaglio, per l'accusa, "al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l'accertamento (consistenti nella contabilizzazione di un'operazione apparentemente aleatoria ma in realta' artatamente programmata per realizzare 'sicure' perdite 'fittizie' in Italia)", gli imputati "ponevano in essere una complessa operazione di finanza strutturata, all'unico scopo di consentire alla consolidata Ilva spa l'abbattimento del reddito (modello UNICO 2008), mediante l'utilizzazione di elementi passivi fittizi per 158.979.433 euro e conseguentemente per la consolidante Riva Fire spa (modello CNM 2008), una pari riduzione della base imponibile e un'evasione di imposta Ires pari a 52.463.213 euro", come riportato nel capo di imputazione. Per la procura di Milano, sarebbe quindi stata "organizzata e pianificata un'articolata serie di contratti, tutti economicamente collegati tra loro, cui partecipavano i seguenti soggetti economici: la societa' consolidata Ilva spa di Milano, la tedesca Ilva FinanzBeteiligungen Gmbh (acquistata solo l'8 maggio 2007, pochi giorni prima del closing dell'operazione) e la portoghese Taggia X Consultadoria economica e partecipacoes, Unipessoal Lda di Madeira (partecipata dal gruppo Deutsche, ma di fatto sottoposta all'influenza dominante della Ilva), che prevedeva nel contempo sia la strutturazione di derivati, sia l'esistenza di investimenti finanziari, all'esito dei quali (i contratti prevedevano una scadenza contestuale a fine esercizio), si realizzata l'effetto di dislocare utili del gruppo Riva sulla societa' portoghese e contabilizzare altrettante perdite nei bilanci della italiana Ilva di Milano". In pratica, secondo la procura di Milano, non si intaccavano gli utili del gruppo, ma utili fatti in Italia venivano spostati all'estero, per sfruttare un regime fiscale piu' favorevole, si creavano cosi' perdite in Italia per pagare meno tasse nel nostro Paese. Il risparmio fiscale per il gruppo, grazie a queste operazioni datate 2007 per essere dichiarate nel 2008, sarebbe stato appunto di poco piu' di 52 milioni di euro. (Borsaitaliana)

Ilva, frode da 100 milioni il Ministero arriva tardi. Il giudice: no parte civile

Il ministero dello Sviluppo economico è parte civile, solo per quanto riguarda le persone fisiche, nel processo milanese a carico di Fabio Riva, di altre due persone e della società Riva Fire, la holding che controlla l'Ilva di Taranto, con al centro una presunta truffa allo Stato da cento milioni di euro.
Lo ha stabilito il giudice della terza sezione penale del Tribunale di Milano, che ha accolto la richiesta dei legali del ministero. Respinta, invece, l’istanza di costituzione come parte civile di Simest, società controllata dalla Cassa depositi e prestiti, e del ministero dello Sviluppo economico per quanto riguarda le società in quanto “le domande sono state presentate in maniera tardiva”. No anche alla citazione della società Riva Fire come responsabile civile.
Secondo l’accusa, sarebbe stata creata una società ad hoc, l’Ilva Sa, per aggirare la normativa sull'erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all’estero. (GdM)

giovedì 13 marzo 2014

Bella gente a spasso

Obbligo di dimora revocato per i Riva

Revocata la misura dell’obbligo di dimora e divieto di espatrio nei confronti di Emilio Riva, del figlio Nicola e dell’ex direttore generale dello stabilimento siderurgico Luigi Capogrosso. La Cassazione ha accolto la richiesta dei difensori degli indagati annullando il provvedimento con rinvio al tribunale di Taranto per un nuovo riesame.
I Riva, Emilio di 86 anni, il figlio di 56 e Capogrosso, di 57, sono stati arrestati a luglio 2012 perché coinvolti nell’inchiesta sul disastro ambientale contestato dalla procura all’Ilva. Scaduta la misura cautelare dei domiciliari, i tre indagati erano stati sottoposti dal luglio 2013 ad obbligo di dimora nel comune di residenza con divieto di espatrio per il più anziano dei Riva e Capogrosso. Il provvedimento del gip Patrizia Todisco, confermato dal tribunale dell’appello cautelare, è stato impugnato dagli avvocati Egidio Albanese, Marco De Luca e Adriano Raffaelli. Secondo la tesi sostenuta dai legali, la misura cautelare durata un anno era fondata sul rischio di inquinamento probatorio e di reiterazione dei reati, non sul pericolo di fuga.
Il pg aveva chiesto la conferma della misura e il rigetto dell’istanza dei difensori. Ma i giudici della Sesta sezione della Suprema Corte hanno accolto la richiesta dei difensori.
Non si conoscono i motivi della decisione, in quanto ieri sera gli Ermellini hanno depositato soltanto il dispositivo ma non le motivazioni alla luce delle quali la magistratura tarantina dovrà riesaminare il provvedimento.
Un altro figlio di Riva, Fabio, è destinatario di un mandato di arresto internazionale emesso dalla magistratura di Milano. Si trova a Londra ed è libero su cauzione in attesa di estradizione. (CdG)

venerdì 28 febbraio 2014

Padroni inesemplari

Amianto killer all’Ilva, chiesti 4 anni per Emilio Riva, il figlio ed ex direttore

Quattro anni e sei mesi di reclusione. È la nuova richiesta di condanna formulata dal pubblico ministero Raffaele Graziano nei confronti di Emilio Riva, 87enne ex patron dell’Ilva di Taranto, del figlio Fabio e dell’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso. Disastro e omicidio colposo sono i reati contestati dalla procura di Taranto ai tre soggetti già travolti dall’inchiesta “ambiente svenduto” e ad altri 26 imputati (per i quali sono state chieste condanne tra i 2 e i 9 anni di reclusione), tutti ai vertici dello stabilimento siderurgico di Taranto dal 1975 al 1995, cioè dalla gestione statale come Italsider fino a quella privata in mano alla famiglia lombarda. La richiesta più alta è a nove anni di reclusione e riguarda i dirigenti dell'Italsider di Stato Sergio Noce, Giambattista Spallanzani e Attilio Angelini. A rischiare la condanna anche Giorgio Zappa, direttore generale dell’ex Italsider poi passato a Finmeccanica, Francesco Chindemi attuale amministratore delegato della Lucchini.
La sentenza del processo, prevista per il 23 maggio prossimo, dovrà fare luce sulla morte di 21 operai deceduti tra il 2004 e il 2010 per mesotelioma pleurico dovuto, secondo l’accusa, all’ingente presenza di  fibre d’amianto presenti all’interno della fabbrica. Per la procura di Taranto, gli imputati omettevano “di adottare cautele che secondo l’esperienza e la tecnica sarebbero state necessarie a tutelare l’integrità fisica” dei dipendenti oltre “ad altre adeguate misure di prevenzione ambientali e personali” per ridurre la diffusione di polveri dannose. Gli operai, quindi, sarebbero stati “ripetutamente esposti ad amianto durante lo svolgimento di attività lavorative” tanto, secondo l’accusa, da ammalarsi mortalmente.
“Questo lungo dibattimento – ha spiegato il pm Graziano durante la sua requiesitoria – rappresenta uno spaccato della vita della comunità tarantina. È una vicenda che mostra le gravi violazioni avvenute in fabbrica in materia di  sicurezza in fabbrica”. Il magistrato ha ricordato gli esiti delle maxi perizie dell’inchiesta “ambiente svenduto” che hanno certificato la situazione “allarmante” vissuta da operai e cittadini. Le indagini dell’Arpa secondo il pubblico ministero hanno dimostrato la “sostanziale compromissione della salute operai” ed evidenziato come tra nei primi anni ’90 nel capoluogo ionico vi fosse già un tasso di mortalità per mesotelioma pleurico nettamente maggiore rispetto al resto della Puglia. “È possibile pertanto ritenere – si legge nelle conclusioni di un documento a firma di Lucia Bisceglia, dirigente dell’Arpa Puglia – che i soggetti che hanno prestato servizio presso lo stabilimento siderurgico di Taranto e che risultano registrati nell’archivio Inps nel periodo 1974-1997 mostrano un rischio di morire per mesotelioma pleurico pari a più del doppio rispetto a soggetti confrontabili per sesso, classe quinquennali di calendario e di età della regione Puglia”.
In aula anche il procuratore capo Franco Sebastio che nella sua breve discussione ha mostrato la prima sentenza di condanna dell’Italsider datata 1982. “È un ciclo che si ripete – ha spiegato Sebastio –, ma a differenza di allora, oggi sento parlare di ‘tenere insieme salute e lavoro’, ma ancora no ho trovato nessuno in grado di spiegare come si fa. La speranza – ha concluso il capo della procura – è che questa sentenza possa rappresentare una risposta a questo interrogativo”. (FQ)