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venerdì 16 ottobre 2015

E' durato poco


Pecore avvelenate dalla diossina, revocato il sequestro ai 15 ex dirigenti

Il tribunale del Riesame di Taranto (presidente Morelli, relatore Ruberto, a latere De Cristofaro) ha disposto la revoca del sequestro conservativo di beni (87 proprietà) disposto il 22 settembre scorso nei confronti di 15 ex dirigenti dell’Ilva, imputati nel processo per il presunto disastro ambientale provocato dal Siderurgico, la cui prima udienza è fissata per il 20 ottobre prossimo, ma che dovrebbe slittare per un difetto di notifica.
L’ordinanza riguardava beni nella disponibilità di Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti. A rivalersi nei confronti degli ex dirigenti Ilva sono Angelo, Vincenzo e Vittorio Fornaro, titolari della masseria Carmine, che ha subito l’abbattimento dei capi di bestiame a causa dei veleni prodotti dall’Acciaieria. Per il momento il tribunale ha depositato solo il dispositivo del provvedimento di dissequestro, in accoglimento del ricorso presentato dagli imputati. Il collegio difensivo è composto, tra gli altri, dagli avvocati Vincenzo Vozza, Leonardo Lanucara, Gaetano Melucci, Ottavio Martucci e Gianluca Pierotti. Le motivazioni si conosceranno nei prossimi giorni.(CdM)

mercoledì 23 settembre 2015

Quando la Giustizia fa battere il cuore

Non siamo abituati alla Giustizia.
Come Italiani, come meridionali, come tarantini.
Abbiamo sempre vissuto con la parzialità, le beffe dei potenti verso i deboli, i soprusi delle oligarchie e dei corruttori fino a portare anche nel piccolo delle scaramucce di strada la sbruffoneria del più forte che se ne frega: "cce me ne futt a me!"
Talmente radicata è questa abitudine ai "due pesi e due misure" che, da qualche tempo a questa parte, leggere che un pool di magistrati, fedeli alla Legge e alla Costituzione, stia letteralmente frantumando la tradizione millenaria del più forte e degli interessi dei ricchi, ci suscita un immediato, primo sentimento di ... paura!
Forse è la stessa paura che ebbero gli abitanti delle città attraversate dalle rivoluzioni o dai cambi di regime che avvenivano facendo piazza pulita dei potenti dei vecchi sistemi.
Fa innata paura pensare che i Don Rodrigo di tutte le estrazioni possano anche loro sudare freddo davanti alla lettura di una condanna, sentirsi minare sotto le loro certezze storiche e i loro possedimenti, e con loro anche il nostro mondo.
Forse perché fa paura perdere la consuetudine dell'ignavia, la legge delle ostriche verghiane per cui ogni opposizione alla legge della giungla è un sacrilegio e tutti bisogna accettare tutto. Lamentarsi si, anche tanto, ma in fondo stare zitti e sotto, accettare perché così è sempre stato.
Qualcosa è cambiato. La Legge è arrivata anche in riva allo Jonio?
E con lei i diritti universali degli uomini a chiedere Giustizia, a sentirsi parte di uno Stato civile, a credere nei valori di tutti.
L'ignavia e l'interesse sono duri da spezzare.
Anche per tante persone stimabili e convintamente oneste è difficile, soprattutto in età più avanzata e disillusa, immaginare un mondo in cui due cittadini siano pari di fronte alla Legge: una libertà faticosa, che richiede impegno, responsabilità, partecipazione.
Per questo immaginiamo che, così come noi all'inizio abbiamo letto con un pizzico di paura il terremoto della notizia che segue, la schiera dei conservatori benpensanti griderà allo scandalo e additerà ancora una volta i magistrati giusti come biechi persecutori, come sovvertitori del sistema, come estremisti alleati con sfaccendati idealisti anacronistici, relegati ai margini della società!
Le ragioni del GIP sono corrette al limite della banalità: in attesa di giudizio, è necessario sequestrare i beni privati dei presunti responsabili perché sono venute meno le garanzie patrimoniali societarie, quindi la parte civile «non può che trovare soddisfazione del proprio credito nei patrimoni personali degli imputati, in caso di condanna».
Ma potete immaginare che per far valere il diritto all'esistenza dignitosa di un "miserabile" allevatore si metta mano ad una delle famiglie più potenti d'Italia e ai suoi prossimi?
La storia si può scrivere anche così. Ed oggi è più bella che mai,perché anche quando tutto sembra già scritto, lei non finisce mai di stupirci!
E la paura diventa presto emozione e speranza.
Auguri Vincenzo Fornaro, non volevi essere un martire e sei diventato un cittadino di questo Stato!

 
Ilva, per gli ex dirigenti sequestro degli immobili. Sigilli per gli ovini abbattuti: 87 le proprietà



Negli anni scorsi, migliaia di capi di bestiame destinati all’alimentazione furono abbattuti per la contaminazione da diossina e pcb, in seguito all’attività di pascolo in zone aggredite dall’inquinamento prodotto dall’Ilva. Per numerose aziende che si occupavano dell’allevamnento ovino-caprino fu il tracollo.

Ora, nelle more del processo “Ambiente svenduto”, i titolari dell’azienda Fornaro, fra i più colpiti dall’ordine di abbattimento, si rivalgono sull’Ilva. Ma non più sulla società per azioni, quanto sugli allora dirigenti che, nei loro rispettivi ruoli, avrebbero concorso al disastro. I sequestri, per alcuni milioni di euro, sono stati disposti dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto dottoressa Vilma Gilli, gup del procedimento sull’Ilva sfociato a processo.
In funzione di gip, la dottoressa Gilli ha emesso un ordinanza di sequestro conservativo sui beni, di varia natura: in tutto ben ottantasette proprietà.
Si tratta di beni che sarebbero nella disponibilità di Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti.

Quelli appena riportati sono, in pratica, i nomi di dieci degli imputati coinvolti nel processo che sarà celebrato dalla Corte d’assise di Taranto a partire dal 20 ottobre prossimo, nei confronti dei quali è stata avanzata istanza da parte degli imprenditori Angelo, Vincenzo e Vittorio Fornaro, titolari dell’azienda “Masseria Carmine”, situata in agro di Taranto.

Oltre a quelle dei fratelli Riva, nella procedura sono coinvolte le proprietà dell’ex presidente di Ilva Spa Ferrante, dell’ex legale della famiglia Riva, avvocato Perli, di alcuni degli ex fiduciari della famiglia di industriali lombardi. Ma anche quelle dell’ex responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva, dei dirigenti di impianti siderurgici e dell’ex consulente della procura della Repubblica.

A quest’ultimo, cioè al professor Liberti, è contestato nel processo proprio di aver falsificato una consulenza tecnica disposta dalla magistratura, asserendo «falsamente che la diossina rinvenuta nelle matrici alimentari analizzate (che portarono all’azzeramento del bestiame dell’azienda Fornaro) non era compatibile con l’attività dello stabilimento siderurgico Ilva».

Nell’evidenziare la sussistenza delle condizioni di legge per l’emissione del sequestro conservativo, la dottoressa Gilli ha ricordato come a propria firma, a suo tempo, sia intervenuta una ordinanza di esclusione dal processo dei responsabili civili Ilva Spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici.

Il riferimento, sic et simpliciter, è del tutto pertinente per spiegare come alla luce di questa circostanza siano venute meno le garanzie patrimoniali societarie. Per questo motivo, secondo quanto evidenziato dalla dottoressa Gilli, la parte civile «non può che trovare soddisfazione del proprio credito nei patrimoni personali degli imputati, in caso di condanna». (Quot)



“Ambiente Svenduto” – I Fornaro chiedono sequestro immobili per i dirigenti e spronano: “Fatelo con i politici”


E’ risaputo oramai, come  la Masseria “Carmine” sia il simbolo di questa Taranto che lotta contro l’inquinamento. Una Taranto martoriata, abbandonata, alla quale si promette il mondo, e puntualmente tutto finisce in fumo. Si in fumo, lo stesso maledetto fumo che ha inquinato il nostro mare, che ha visto morire padri, madri, figli. Lo stesso fumo che fuoriesce dai quei camini, lì al bivio, il maledetto bivio tra salute e lavoro. E il danno peggiore per il cittadino di Taranto è stato costringerlo a scegliere, e non per vivere, ma per sopravvivere in entrambi i casi. Questa è la triste storia di una delle città più belle. Questa è la triste storia dei tarantini, e la Masseria “Carmine” è il simbolo del cambiamento, l’apice, il punto di inizio, di quello che oggi è il più grande processo nella storia per disastro ambientale. I titolari della Masseria, Vincenzo, Vittorio e Angelo Fornaro, allevavano capi di bestiame. Gli stessi qualche anno fa, sono stati abbattuti in quanto contaminati da diossina e pcb. La causa? Il pascolo in zone contaminate dall’attività dello stabilimento Ilva. Dunque, capi di bestiame abbattuti, un’azienda al collasso, e un mondo crollato addosso. Ma i Fornaro non si sono dati per vinti, e i primi risultati sono stati i 47 rinvii a giudizio e le prime condanne. Taranto si è improvvisamente mobilitata, e fioccano le prime costituzioni di parte civile nei confronti degli ex dirigenti. Il 20 ottobre prossimo, il processo presso la Corte di Assise di Taranto, per gli imputati Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti, avverso i quali i Fornaro hanno presentato una istanza di sequestro conservativo dei beni immobili. Le proprietà sarebbero in tutto 87.
“Bisogna insistere, bisogna essere più incisivi e non bisogna demordere” ci spiega – raggiunto dal PugliaPress – in un’intervista Vincenzo Fornaro.
Fornaro commenta i primi rinvii a giudizio, riferendosi anche  alla classe politica, quella “del bello e cattivo tempo”, affinché la responsabilità del disastro ricada anche  su di loro, che questa città avrebbero dovuto proteggerla. “La nostra istanza sia anche da monito – spiega Fornaro – verso tutti coloro che si sono costituiti parte civile nei confronti della classe politica. Io dico loro di fare la stessa cosa, di chiedere il sequestro degli immobili – e continua – sequestrate i beni di queste persone”.
“Tutti i decreti del mondo, ma non ci piegheranno” dice Fornaro.
La Masseria “Carmine” ha segnato l’inizio di questo lungo percorso, spronando anche altri allevatori del territorio a ribellarsi, senza temere poteri forti. Un segnale di forza e coraggio all’intera città, e un segnale di presenza e determinazione anche  al Governo, che per quanto cerchi disperatamente di salvare con vari decreti questa fabbrica di morte, non risolve la situazione di una  città messa in ginocchio, da quella che chiamavano la sua vocazione. (Pugliapress)

mercoledì 23 aprile 2014

Le due città

L'megghie

Ecco un'immagine emblematica postata sulla pagina facebook di "L'megghie" (che in tarantino significa "i migliori"). 
Si tratta di Don Marco Gerardo, parroco del Carmine, ex segretario di mons. Benigno Papa, vescovo di Taranto prima dell’arrivo di Filippo Santoro, rinviato a giudizio nell'inchiesta Ambiente Svenduto sull'Ilva di Taranto per favoreggiamento nei confronti di Girolamo Archinà, ex pierre dell’Ilva.
Il segretario del vescovo (all’epoca dei fatti mons. Benigno Papa), secondo l’accusa, avrebbe coperto una tangente di 10mila euro che l’Ilva avrebbe versato all’ex preside della facoltà di ingegneria di Taranto, Lorenzo Liberti. Don Marco avrebbe cioè avvalorato la tesi dell’ex responsabile delle relazioni esterne del siderurgico, Giacomo Archinà, secondo cui la somma da lui prelevata era servita per una donazione alla curia tarantina. Secondo la Procura, la mazzetta era finita nelle tasche dell’ingegnere Liberti, in cambio di una benevola relazione sulle fonti d’inquinamento in qualità di consulente dell’ufficio del pubblico ministero.
Fino a condanna definitiva è innocente... ma per i "confratelli  del Carmine e i parrocchiani" l'assoluzione è evidente!
Si ha l'impressione che ci sia molta Taranto che vorrebbe cancellare le verità degli ultimi anni e rimettere tutti in libertà per continuare a vivere delle briciole dei Riva.
Poi, tanto, ci si lamenta di tutto e di niente quando si vedono i figli partire per sempre e i prodotti della terra e del mare vengono bruciati negli inceneritori. Quando si fa la fila al reparto oncologico dell'Ospedale Nord.
Viva Don Gerardo, il parroco di tutti!

venerdì 1 novembre 2013

Ambiente Svenduto: dopo le accuse le prime dichiarazioni di Assennato e Liberti.

Si difendono il direttore dell'Arpa Puglia Giorgio Assennato, accusato di favoreggiamento, e il Professor Lorenzo Liberti, il perito dei pm accusato di corruzione. Avremmo voluto leggere un altro tipo di interviste, sicuramente più "coraggiose" e dirette verso la ricerca della verità. Forse gli scritti non rendono giustizia! In particolare l'intervista di Latartara a Liberti... l'intervista resta senza risposta...che cosa gli avrà mai consegnato Archinà a Liberti? (vedere in fondo al post per conoscere le nostre ipotesi)

Le interviste:

di Roberto FLAVI (quotidiano di Puglia)

TARANTO - «Non ho nessuna fiducia nella magistratura di Taranto. Mi hanno rivolto una accusa infamante. Ne prendo atto, la respingo al mittente e non ho più nulla da aggiungere». Non si placa la furia di Giorgio Assennato, il direttore di Arpa Puglia, che si è ritrovato indagato nell’inchiesta per il disastro ambientale contestato all’Ilva di Taranto. Anche a lui è stata notificata un’informazione di garanzia. Risponde di favoreggiamento, ma l’accusa che lo ha mandato in bestia è quella che in realtà è rivolta a Nichi Vendola. Il governatore pugliese è accusato di concussione. Secondo i pm avrebbe fatto capire ad Assennato di ammorbidire le sue posizioni sull’Ilva, altrimenti non lo avrebbe confermato nel ruolo di direttore dell’agenzia regionale. Quindi Assennato si sarebbe piegato pur di salvare la sua poltrona. Ed è proprio questa prospettazione che ha mandato letteralmente in bestia il direttore di Arpa.

Allora professore, la legge le mette a disposizione venti giorni per chiedere di essere interrogato. Si presenterà dinanzi ai magistrati di Taranto?
«Non ci penso nemmeno. Non mi sento tutelato e non ho bisogno di respingere quello che ho già negato in un confronto durato oltre otto ore e mezzo durante le indagini. Sono stato chiarissimo allora, per quanto mi riguarda».
Quindi lei conferma di non aver mai ricevuto pressioni dal presidente Vendola?
«Bisogna capire cosa si intende per pressione. Io per istituto devo fare attenzione alla salute e all’ambiente. Vendola chiaramente ha anche il problema di oltre undicimila posti di lavoro da salvaguardare. È chiaro, quindi, che si ha un approccio diverso. Ma io ho sempre fatto la mia parte in tutta coscienza in difesa della salute dei tarantini. E lo urlo con tutte le mie forze».
Quindi lei non ha mai percepito, anche velatamente, la minaccia di essere silurato?
«Assolutamente no. L’ho detto anche durante quelle otto ore di un interrogatorio che ritengo viziato da incostituzionalità. Perché visto che gli inquirenti non mi hanno creduto, dovevo essere informato in quel momento di essere indagato e avevo il diritto di nominare un avvocato. Non è avvenuto e si è violata quella costituzione che anche mio padre ha contribuito a redigere».
Quindi lei non ha mai ammorbidito la sua posizione nei confronti di Ilva?
«Ci mancherebbe. Non sono un venduto. Non sono stato a libro paga dei Riva. E posso aggiungere che l’Ilva non mi ha pagato mai neanche un pranzo. Quando per dovere di istituto mi sono trovato in appuntamenti conviviali ho sempre preteso ed ottenuto di pagare la mia parte. Perché credo che sia giusto agire così. Questo è Giorgio Assennato, altro che il bandito che viene dipinto in questa indagine».
Non è vero quindi che lei fece una lunga anticamera in Regione mentre era in corso una riunione con i Riva?
«Tutti sanno che non faccio anticamera. E che al massimo attendo quindici minuti per essere ricevuto. Poi vado via. A Bari lo possono confermare anche gli uscieri».
C’è una intercettazione in cui l’avvocato Perli racconta a Fabio Riva del suo cambiamento di comportamento. E dice che lei nel salutarlo lo aveva anche abbracciato. Quell’abbraccio è interpretato dagli investigatori come una sorta di sottomissione.
«Un conto è la cordialità. Altro discorso sono i fatti. Il lavoro fatto da Arpa in questi anni non è in discussione. Ed è questo che conta e che va giudicato. Chiacchiere e abbracci lasciano il tempo che trovano».

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L'intervista e articolo di Annalisa Latartara (corriere del giorno)

Da imputato a perito della procura a indagato. Strano destino quello del professor Lorenzo Liberti, ex rettore del Politecnico di Bari. Sembrava dovesse entrare nel processo sul disastro ambientale dell’Ilva come perito dei pm, invece… «No, no, un attimo! Sono stato consulente della procura di Taranto – ci tiene a precisare -  per ben dieci anni. Ho servito questa procura più o meno in otto-nove processi, quasi tutti contro l’Ilva. In tutti, da quanto mi risulta, rendendo giustizia alla procura, che, evidentemente, non avrebbe continuato ad affidarmi le perizie se non fosse stata soddisfatta del mio lavoro. Poi è venuta fuori questa storia della pubblica illuminazione, alla quale sono totalmente estraneo. E siamo ad oggi. Dopo questo lungo periodo di matrimonio, siamo arrivati al divorzio».
E’ il 2010. Malgrado sia imputato nel processo sull’appalto della pubblica illuminazione al comune di Taranto (prossima udienza a dicembre), la procura ripone ancora una volta  fiducia nel professore. Liberti, infatti, viene  nominato consulente (col professor Filippo Cassano e l’ingegnere Roberto Primerano) proprio dal pm che lo ha messo sotto accusa, Mariano Buccoliero uno dei magistrati del pool titolare dell’inchiesta sul disastro ambientale.
Per la procura, evidentemente, la sua competenza è fuori discussione se, pur essendo imputato in una vicenda giudiziaria non di scarso rilievo, gli affida una perizia delicata come quella sulla diossina. Il professor Liberti, del resto, scrivono gli investigatori della Guardia di Finanza nell’informativa Ambiente svenduto “è considerato uno dei massimi esperti in materia ambientale”.
I militari delle Fiamme Gialle lo indicano come  il dominus della TeTa srl, società di ingegneria che annovera fra i suoi clienti anche l’Ilva. Ma Liberti smentisce. «Non sono il dominus di nessuno. TeTa è una società realizzata da un mio allievo, uno dei tanti miei laureati, che in buona parte hanno trovato occupazione. So che Intini ha svolto per Ilva soltanto una perizia  di modesta entità».
Liberti finisce sotto accusa per corruzione e il 26 novembre 2012 viene sottoposto ai domiciliari nell’ambito dell’inchiesta Ambiente svenduto. Secondo gli inquirenti, avrebbe intascato dall’Ilva una presunta mazzetta di 10.000 euro consegnatagli da Archinà in un’area di servizio nei pressi di Acquaviva delle Fonti il 26 marzo del 2010. Le immagini di una telecamera a circuito chiuso, secondo l’accusa dimostrano il passaggio di una busta contenente la presunta mazzetta. Archinà sostiene che quei 10.000 euro prelevati il giorno precedente erano la consueta offerta per la Pasqua (imminente) alla Curia. L’ex arcivescovo Papa non ricorda quell’offerta. Al contrario, il suo segretario, don Marco Gerardo la ricorda. E finisce fra gli indagati per favoreggiamento perchè secondo i pm non dice la verità.
Per i legali dell’ex rettore, che fanno leva su un’analisi delle immagini ripulite da un tecnico, si trattava solo di un foglio. Per quel video Liberti (ora in libertà) fa riferimento a quanto evidenziato dalla sua difesa durante il riesame.
La presunta tangente sarebbe servita per ammorbidire le conclusioni del perito, ritengono i pm. Ma Liberti ribadisce di aver agito nella piena legalità: «Il mio operato è legittimo. I periti chimici sono arrivati alle mie stesse conclusioni due anni dopo rispetto alla mia perizia.  La scoperta che l’inquinamento ambientale, l’avvelenamento di pecore, terreni e altro, provenisse dalle emissioni diffuse dell’Ilva e non  dal camino E 312, l’ha evidenziata proprio la perizia del sottoscritto. Mi è stato riconosciuto anche da Marescotti, in un virgolettato di un vostro articolo».
Liberti spiega di non aver preso soldi dall’Ilva e di non aver mai tradito la fiducia della procura. «In 21 anni a Taranto, pur avendo in Ilva il potenziale massimo cliente non ho mai fatto una consulenza per l’Ilva e non ho mai preso soldi. Da quando ho messo piede a Taranto, ho fatto una scelta di campo ben precisa, sono stato dalla parte della procura sempre. E sottolineo sempre. Se fossi stato dalla parte dell’Ilva – continua il professor Liberti – certamente avrei portato a casa altre gratificazioni professionali alle quali ho scelto consapevolmente di rinunciare. Andate a verificare l’entità delle cifre della mia consulenza e di quella dei periti di parte dell’Ilva in un processo in cui l’azienda siderurgica è stata condannata fino in Cassazione sulla base di una mia perizia».
A distanza di alcuni anni, il rapporto Liberti-magistratura è cambiato, con sua sorpresa: «Non mi aspettavo certi sviluppi dell’inchiesta. Dal mio interrogatorio dinanzi al pm al mio arresto sono trascorsi due anni e mezzo ma non mi sembra sia emerso nulla di nuovo in quel periodo di tempo. Questo comunque non inficia la fiducia nei confronti di  questa magistratura che ho servito per una vita. Non lo cambio a 70 anni, altrimenti dovrei ammettere di avere sbagliato le mie scelte. Sono convinto che quando potrò esporre le mie tesi emergerà che non ho commesso alcun reato. Valuterò se sottopormi ad un interrogatorio con serenità e  rinnovata stima nei pm di Taranto perchè devo dare loro atto che fanno il loro mestiere. Mi dispiace che ci sia andato di mezzo io. Ma Parigi val bene una messa».

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La domanda resta senza risposta però: che cosa gli avrà mai consegnato Archinà a Liberti? cosa c'era in quella busta? forse la letterina di Babbo Natale? Non si avvicinava il Natale: era imminente la Pasqua e allora? forse c'era scritto "TarantoInquinata val bene una mazzetta"! (blog del comitato per Taranto)


sabato 19 gennaio 2013

Libertà è partecipazione, sempre!

Riportiamo di seguito un commento al post: Dopo Natale, anche carnevale con i suoi
Invitiamo tutti i "lettori" di questo blog che noi consideriamo da sempre "partecipanti" allo spirito di comunicazione e al blog stesso a leggerlo prima di qualsiasi nostro commento per aiutarci a capire e a completare le risposte che cercheremo di dare.
(l'unica modifica che abbiamo apportato al testo è l'inserimento di numeri di paragrafo per poter rispondere in modo preciso a ciascuna istanza)

COMMENTO DI "G"
  1. Coxta, l'hai almeno visto il video? E cosa ti sembra? Quale idea ti sei fatto?
  2. Sei capace di fartene una o scegli in giro quelle che ti piacciono?
  3. Hai mai sentito parlare del Liberti? Conosci qualcuno che l'ha frequentato? Qualche studente? Hai chiesto loro che idea ne avevano/hanno?
  4. Cosa pensi di chi sostiene che "il fine giustifica i mezzi"? E sei sicuro che il fine che hai sposato sia quello giusto? E se si, giusto per cosa? A quale prezzo e con quale beneficio?
  5. Hai mai riflettuto sul significato di strumentalizzazione? Paura dell'ignoto? Strategia del terrore? Governo degli imbecilli? Ti sei mai chiesto se è più facile persuadere un ignorante o una persona colta? E che spiegazinoe ti sei dato?
  6. Sei consapevole di quale delle tue tipologie ti corrisponde? Su cosa hai basato la tua analisi?
  7. Sai che l'accezione di ignorante e molto più nobile del significato che volgarmente viene dato al termine?
  8. Cerca "ignorante" sul vocabolario (se non lo hai, puoi usare internet). Fatto? Sei sempre del medesimo avviso circa la categoria che ti corrisponde?
  9. (ps l'accezione di volgare sai da dove deriva?)
  10. Infine:
    prima di scrivermi, farmati un istante e interrogati. Hai iniziato riflettere sulla risposta dopo essere arrivato a questo punto o avevi gia scolpito in mente il testo già dal terzo capoverso?
  11. Sei quindi ancora convinto della categoria che ti rappresenta?
  12. Un saluto da un emigrato per disgusto.
Ogni persona che voglia partecipare a questo blog e chiedere chiarimenti ha diritto di asilo e di risposta.
Ecco le risposte che siamo riusciti a dare dopo esserci a lungo consultati su queste domande, in verità un po' vaghe e psicoanalitiche...
  1. Abbiamo visto il video. Non postiamo materiale che non abbiamo esaminato. Quello che ci sembra è scritto nel post e se non è chiaro proviamo a spiegare meglio la situazione : il PR di un'impresa sotto processo si scambia una "letterina di natale" con il perito nominato dalla Procura per esprimere un parere non di parte su quell'impresa. La deontologia, la correttezza e l'affidabilità richiederebbero che tra queste due figure non dovrebbe sussistere, nel corso delle indagini e per tutta la durata dell'incarico, alcun rapporto che non sia comunicato e autorizzato dagli inquirenti.
  2. Siamo evidentemente capaci di farci un'idea, visto che l'abbiamo espressa con ironia e ora anche spiegata. Ovviamente, non pretendiamo che la nostra idea sia oggettiva, ma la sosteniamo, insieme con tante altre persone.
  3. Abbiamo sentito parlare di Liberti. Alcuni di noi l'hanno conosciuto e altri conoscono chi lo ha frequentato. Ma questo non è rilevante, non siamo a Topolinia dove si valutano le persone dopo averle conosciute. C'è un'indagine su alcune persone e società e non occorre andare a presentarsi agli indagati o cercare conoscenze comuni per valutare criticamente e personalmente gli atti di questa indagine.
  4. Si tratta di una massima erroneamente attribuita a Machiavelli ma ignoriamo il contesto dal quale il nostro commentatore G l'ha tratta, quindi facciamo fatica a rispondere a queste domande se non vengono da lui circostanziate.
  5. Anche queste domande sono così vaghe che sembrano più richiamare un espediente da seduta psicologica che una richiesta di chiarimenti su qualcosa. Non possiamo far altro che rimandare G alle definizioni disponibili su wikipedia qualora non disponesse di un enciclopedia filosofica.
  6. Anche questa domanda richiede un chiarimento: quale delle nostre tipologie ci corrisponde? (giovani, adolescenti, vecchie; castani, biondi, rossi; alte, medie, basse; italiani, francesi, tedeschi; diplomate, laureate, dottorate...). Non è chiara la domanda.
  7. Si. Ma G dovrebbe sapere che nel linguaggio parlato e nella sua trascrizione, frequente in contesti dove si ricorre all'ironia o a particolari gag, il significato delle parole può essere ridotto, ampliato, e perfino stravolto. Facciamo un esempio: cosa vuol dire la parola "genio"? Bene, invitiamo il signor G a sperimentare questa parola gridata al conducente dell'auto con cui ha appena avuto un tamponamento. Pensate che quel conducente reagirà bene, sentendosi affiancato a Newton ed Einstein o che G stia mettendo a rischio la sua incolumità?
  8. Abbiamo tutti il vocabolario, grazie. Da questa domanda forse capiamo che la domanda 6 conteneva un errore di battitura, presumiamo che non fossero "tue tipologie" ma "due tipologie". Anche se qui si parla di categorie che, per chi possieda un vocabolario e lo utilizzi, sono altra cosa dalle tipologie. In ogni caso, avendo detto che abbiamo il vocabolario, la definizione di ignorante e di colto, contiene già in se' la risposta alla domanda 6. Invece, dato il relativismo dei termini e la mancanza di un campo di applicazione, non siamo in grado di rispondere alla seconda parte della domanda 8.
  9. Altra domanda con risposta da vocabolario, evitiamo il copiaincolla.
  10. Abbiamo letto tutto il testo perchè non essendo chiaro fin dall'inizio cosa esattamente volesse chiederci, faticavamo davvero (e continuiamo a faticare) a immaginarci delle risposte.
  11. No perchè non abbiamo ancora alcun campo di applicazione di tali "categorie".
  12. Un saluto cordialissimo al signor G, emigrato come tanti di noi, e non tutti disgustati (e di cosa?)
Invitiamo tutti a farci capire di più!

venerdì 7 dicembre 2012

Touché!

L'aria della città rendeva liberi, quella dell'Ilva rende schiavi di una nazione "liberale".
Da mesi gli ingressi alla città e le "aree sensibili" sono presidiate dalle forze dell'ordine.
Si respira un'aria di pace armata...
Saluti da Taranto città presidiata, anzi, come dice Assennato: Saluti dalla Sarajevo dello Jonio!
 

Assennato: a Taranto effetto Sarajevo
Riesame, decisione entro l'11 dicembre

I tarantini sono «circondati da serbi armati contro di loro». Lo afferma in un'intervista all' Espresso - che ne dà un'anticipazione - il direttore dell' Agenzia regionale per la prevenzione e la protezione dell' ambiente Puglia (Arpa), Giorgio Assennato, che parla di un «effetto Sarajevo» in seguito al decreto legge in vigore.
«Questo decreto - dice il dirigente - farà saltare completamente la coesione sociale a Taranto perchè contiene nuovi elementi di frattura fra le istituzioni». «Ci mancava solo il commissario - aggiunge - il premier Monti, i giornali, tutti parlano di "assenza di controlli" negli anni passati. Assenza un cavolo! È dal 2006 che monitoriamo più di quanto saremmo tenuti a fare. I nostri dati sono addirittura più severi di quelli dei pm. Ma noi non siamo che un organo tecnico: la Regione chiede e l'Arpa esegue. Sono le amministrazioni a decidere se dare retta ai nostri consigli oppure no. E l'arrivo del garante è un altro colpo alla credibilità della nostra agenzia».

Il problema - rileva Assennato - è «nelle decisioni politiche. Noi dell'Arpa diciamo dal 2008 che gli impianti dell'Ilva emettono nell'aria quantità eccessive di un sicuro cancerogeno, il benzo(a)pirene. Lo rileviamo ogni giorno con sette centraline. Ma nell'agosto del 2010 il Parlamento ha approvato una legge che rimanda al 2013 il rispetto dei limiti per questo inquinante. Cosa possiamo fare noi? Solo raccogliere dati, per dare a chi decide una pistola fumante contro l'azienda. Nel rilasciare un'autorizzazione ambientale - afferma - non si considera mai l'impatto sanitario della produzione, ma solo il rispetto di alcune soglie di emissione. Sull'Ilva la magistratura ha provato che esiste un pericolo attuale e permanente per la salute delle persone. Per risponderle non è sufficiente quindi firmare una nuova Aia, che si basa solo sui limiti di legge: bisogna dimostrare che non esiste un rischio sanitario per gli abitanti di Taranto. Il ministero - conclude - avrebbe potuto e dovuto riprendere in mano la questione ad agosto, quando glielo chiesi io stesso. In quel caso l'Arpa avrebbe avuto tempo per definire la tipologia di produzione più nociva e stabilirne i limiti, basandosi per• sulle conseguenze per i cittadini, non su dei parametri teorici».


L'udienza. Si è conclusa, dopo sei ore di discussione, l'udienza dinanzi al tribunale del Riesame sui ricorsi presentati dai difensori dell'ex dirigente dell'Ilva Girolamo Archinà e dell'ex preside del Politecnico di Taranto Lorenzo Liberti, finalizzati a far ottenere la libertà ai loro assistiti (Archinà è in carcere, Liberti ai domiciliari). I due sono accusati di corruzione in atti giudiziari e Archinà anche di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale. Gran parte della discussione si è incentrata su un video, girato dalla Guardia di finanza, che secondo l'accusa ritrae Archinà mentre, il 26 marzo 2010, consegna una busta a Liberti in una stazione di servizio di Acquaviva delle Fonti (Bari). In quella busta, secondo gli inquirenti, c'erano 10.000 euro in contanti, che dovevano servire per indurre Liberti, all'epoca consulente della Procura, a redigere una relazione 'morbidà nei confronti dell'Ilva sulle fonti di inquinamento della città. La difesa di Liberti, con l'ausilio di un consulente, ha sostenuto che in realtà dalle immagini si ricaverebbe che a Liberti fu consegnato un foglio, e non una busta, e che quel foglio poi venne restituito dallo stesso Liberti ad Archinà. La Procura ha invece ribadito la validità della tesi corruttiva, che a suo dire emergerebbe anche da altra documentazione. La decisione del tribunale del Riesame dovrà essere depositata entro l'11 dicembre.

È stata fissata per l'11 dicembre prossimo l'udienza dinanzi al Tribunale del riesame per discutere sulle istanze di libertà avanzate dai legali del patron dell'Ilva, Emilio Riva e dell'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, arrestati nell'ambito dell'inchiesta per disastro ambientale. Emilio Riva è attualmente agli arresti domiciliari, mentre Capogrosso è nel carcere di Taranto. 

(Quotidiano)

Buste e fogli... fogli tra fogli... vecchie volpi all'autogrill

Ilva, nuove ombre sulle fideiussioni
l'azienda voleva milioni pubblici



Le fideiussioni presentate dall'Ilva sono genuine? E' da questa domanda che parte un nuovo filone dell'inchiesta della Guardia di Finanza sullo stabilimento siderurgico. Il perno sono le garanzie bancarie presentate dai Riva  -  delle quali Repubblica ha ampiamente parlato nei giorni scorsi  -  per ottenere le autorizzazioni (mai ricevute) per l'esercizio di alcune discariche all'interno dello stabilimento. Su quelle garanzie il due novembre scorso la Provincia ha inviato un atto di diffida a Bruno Ferrante e al gruppo Riva spiegando che erano inaccettabili: innanzitutto per le cifre (tre milioni di euro a fronte dei circa 300 pretesi dall'ente come garanzia per una successiva bonifica) e poi perché alla lettura degli atti quelle garanzie sembravano quasi tarocche: mancavano le date di emissione, i documenti
erano incompleti in decine di punte come documentano le sedici pagine firmate dall'ente e che ora sono finite dritte nel fascicolo delle Fiamme Gialle che da tempo stanno indagando su tutti gli iter autorizzatori del siderurgico. Le discariche sono un punto centrale della vicenda perché propedeutiche al rilascio dell'Aia, l'Autorizzazione integrata ambientale, che consente all'Ilva di restare in funzione e produrre.

In attesa di conoscere gli sviluppi dei nuovi filoni dell'inchiesta, in procura si sta giocando la partita sulla prima tranche. L'Ilva ha rinunciato al Riesame per evitare che i giudici sollevassero il conflitto di competenze alla Consulta: il pericolo non è scansato
(dovrebbe accadere comunque a giorni) ma certo ha posto un intralcio procedurale sia alla procura sial al gup che a credere alle voci ripetute nel palazzo di giustizia ritengono i decreto legge del governo incostituzionale. Intanto, resta aperta la partita al tribunale del Riesame dove una consulenza informatica è stata giocata come il classico asso nella manica. Ruota su una immagine "ripulita" la lettura dell'oramai famosissimo scambio della busta tra Girolamo Archinà, l'ex potentissimo responsabile delle relazione esterne dell'Ilva, e il professor Lorenzo Liberti, ex consulente della procura sospettato di corruzione. Quel fotogramma è stato presentato al Tribunale del Riesame dagli avvocati Paolo Francesco Sisto ed Enzo Vozza, difensori di Liberti, ai domiciliari da lunedì scorso. Ieri infatti al vaglio del collegio presieduto dal giudice Incalza, e completato dai giudici Ruperto e Todaro, è sbarcato il ricorso contro le misure cautelari che hanno accompagnato la fase bis della burrasca giudiziaria sull'Ilva. Nel dettaglio i magistrati hanno valutato il riesame contro il carcere scattato per Archinà e i domiciliari per Liberti, mentre nella camera di consiglio di martedì prossimo saranno valutati i ricorsi sulla posizione del patron Emilio Riva e dell'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso.

Ma ieri in aula la scena l'hanno conquistata i legali di Liberti che si sono presentati con un tecnico informatico. La loro prova è stata proiettata su un grande tabellone. Quel consulente, infatti, ha spiegato al Tribunale di aver ripulito e ingrandito i fotogrammi del video che venne registrato dalle telecamere di sicurezza della stazione di servizio in cui avvenne quel fatidico incontro. Quegli otto minuti di registrazioni sono stati scandagliati, "zoommando" proprio al momento del passaggio della busta. Secondo i legali, le immagini ingrandite dimostrano che Archinà passò dei fogli a Liberti. E che, soprattutto, prima di salutarsi quei fogli furono restituiti al dirigente dell'Ilva. "Non ci fu passaggio di soldi", hanno tuonato i difensori. Che hanno aggiunto: "Si vede che il plico viene restituito ad Archinà". Se confermato, indubbiamente, quel video getterebbe una luce del tutto diversa su un episodio cardine di questo filone investigativo. La proiezione del video è stato certamente il momento più importante di una camera di consiglio fiume. Il verdetto per Liberti e Archinà, ieri assistito dagli avvocati Giandomenico Caiazza e Gianluca Pierotti, giungerà entro mercoledì prossimo. (Repubblica)

martedì 27 novembre 2012

"Gli dica che il presidente non si è dimenticato"

Ilva, il Gip :"Vendola fece pressioni per sostituire il direttore generale dell'Arpa"


Il nucleo operativo della Guardia di finanza di Taranto ha dato il via alle 6 di questa mattina all’esecuzione di tre ordinanze di custodia cautelare emesse dal Tribunale ionico nell’ambito dell’indagine denominata “Ambiente svenduto”. Quattro persone sono finite ai domiciliari e tre in carcere. Tra loro Fabio Riva,vicepresidente di Riva Group, che è tra i destinatari delle sette ordinanze di custodia cautelare emesse. Il provvedimento nei confronti del figlio del patron dell’Ilva Emilio ai domiciliari dal 26 luglio, non è stato ancora eseguito. Anche il presidente dell’azienda Bruno Ferrante e il direttore generale dell’azienda, Adolfo Buffo, hanno ricevuto altrettanti avvisi di garanzia.
Nel mirino delle fiamme gialle, guidate dal capitano Giuseppe Di Noi, è finito il “sistema Archinà”, ex consulente dell’Ilva, e i suoi contatti con le istituzioni locali e nazionali per garantire immunità allo stabilimento siderurgico ionico e “tenere tutto sotto coperta”. Tanti gli indagati a piede libero tra i quali anche le autorità politiche di ogni livello che in questi anni non avrebbero controllato i danni arrecati dall’inquinamento prodotto dalla fabbrica tarantina. Ci sono anche politici locali come l’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva (dimessosi alcuni mesi fa proprio per questa vicenda come anticipato da ilfattoquotidiano.it). E poi funzionari amministrativi e imprenditori operanti nel settore dei rifiuti. Tre i provvedimenti emessi: il primo dal gip Patrizia Todisco riguarderebbe i vertici Ilva e il sistema di relazioni gestito da Girolamo Archinà, pizzicato dalla guardia di finanza il 26 marzo 2010 mentre incontrava l’allora perito della procura in un’indagine sull’Ilva per consegnargli, secondo la procura, una tangente di diecimila euro, per ammorbidire una perizia. Dalle intercettazioni telefoniche, oltre diecimila conversazioni, il nucleo operativo delle fiamme gialle avrebbe ricostruito il modus operandi dell’ex addetto alle relazioni istituzionali. C’è anche Lorenzo Liberti, ex consulente della  procura. Giornalisti compiacenti, funzionari amici e politici sottomessi avrebbero contribuito ad occultare il disastro ambientale oggi contestato ai vertici dello stabilimento.
Il secondo invece, emesso, dal gip Vilma Gilli, riguarderebbe la concessione da parte dell’amministrazione provinciale guidata da Gianni Florido delle autorizzazioni alle discariche, tra le quali anche la Mater gratiae che si trova all’interno dell’Ilva. In questo provvedimento sarebbe stato coinvolto anche Gianpiero Santoro, tecnico scelto dall’ente provinciale come rappresentante nella commissione che ha appena rilasciato l’Autorizzazione integrata ambientale. Il terzo provvedimento, secondo le prime indiscrezioni, riguarda il sequestro della produzione dell’Ilva che le autorità potrebbero ‘commissarriare’ e sarebbe finalizzato alle operazioni di risanamento.
L’indagine inizialmente è stata condotta dal sostituto procuratore Remo Epifani ed è in parte confluita nell’inchiesta per sisastro ambientale coordinata dal pool formato dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero e Giovanna Cannarile. Alla base di questi nuovi provvedimenti ci sarebbe il lavoro svolto dagli uomini del capitano Di Noi raccolto in una informativa di pltre 700 pagine.
Il gip: “Costanti contatti tra Ilva e Vendola”
“Numerosi e costanti contatti di Girolamo Archinà, direttamente, e di Fabio Riva, indirettamente, con vari esponenti politici tra cui il governatore della Puglia Nichi Vendola“. Parola, anzi penna del gip di Taranto nell’ordinanza di custodia cautelare per i vertici dell’Ilva. Un documento in cui emergono rapporti quanto meno ambigui tra il presidente della Regione e i vertici sel siderurgico. Tutta da leggere una mail del 22 giugno 2010, che Archinà invia a Fabio Riva e con la quale lo informa di un incontro avuto a Bari con il governatore. Incontro che è successivo al documento dell’Arpa Puglia del giugno 2010, in cui si sottolineavano i livelli di inquinamento prodotti dall’azienda. Nella mail, Archinà “comunicava che il presidente Vendola si era fortemente adirato con i vertici dell’Arpa Puglia, cioè il direttore scientifico Blonda e il direttore generale Assennato, sostenendo che loro non devono assolutamente attaccare l’Ilva di Taranto e piuttosto si dovevano occupare di stanare Enel ed Eni che cercavano di aizzare la piazza contro l’Ilva”. Sempre secondo quanto scrive Archinà a Riva, inoltre, “Vendola aveva pubblicamente dichiarato che il ‘modello Ilva’ doveva essere esportato in tutta la regione riferendosi, chiaramente, alla famosa ‘legge sulla diossina‘ la cui gestazione era stata evidentemente frutto della concertazione tra la Regione e l’Ilva che aveva sempre osteggiato il cosiddetto ‘campionamento in continuo’, ottenendo, appunto, in tale legge che ciò non fosse imposto”. Altro “elemento di rilievo” scrive ancora il gip, è rappresentato dalla promessa “del presidente Vendola di occuparsi personalmente della questione Arpa al suo ritorno dalla Cina”. Un intendimento che “veniva mantenuto” tanto che Vendola “appena tornato… contattava personalmente l’Archinà rassicurandolo di non aver dimenticato la promessa fatta nella riunione precedentè”.
”State tranquilli, non e’ che misono scordato!!… Il presidente non si è defilato” dice Vendola il 6 luglio 2010 al telefono con Archinà. Parole finite nell’ordinanza e che ora sono al vaglio della magistratura tarantina. In quella chiamata, scrive il gip, il leader di Sel “proseguiva nel discorso con Archinà dicendo che ‘col mio capo di gabinetto… Siamo rimasti molto colpiti… Siccome ho capito qual è la situazione… Volevo dire che… Mettiamo subito in agenda un incontro con l’ingegnere… State tranquilli, non è che mi sono scordatò”. Nel corso della conversazione, poi, Vendola ribadiva questa posizione “allorquando affermava chiaramente di non volere rinunciare a una realtà industriale qual è l’Ilva, invitando Archinà a comunicare a Riva che lui non si era defilato”. “Va bene, va bene – dice il governatore – noi dobbiamo fare… Ognuno fa la sua parte… E dobbiamo però sapere che… A prescindere da tutti il procedimento, le cose, le iniziative… L’Ilva è una realtà produttiva… cui non possiamo rinunciare… E, quindi… fermo restando tutto dobbiamo vederci… dobbiamo ridare garanzie… Volevo dirglielo perché poteva chiamare Riva e dirgli che.. il presidente non si è defilato”.
Le pressioni di Vendola sull’Arpa
Ci sarebbe ”la regia” del governatore della Puglia, Nichi Vendola, nelle “pressioni” per “far fuori” il direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, autore della relazione sulle emissioni inquinanti prodotte dall’Ilva. Lo scrive il gip di Taranto Patrizia Todisco nell’ordinanza d’arresto per i vertici dell’azienda, in cui sono riportate anche alcune telefonate che proverebbero la tesi del giudice. Il 30 giugno 2010, ad esempio, vengono intercettati Archinà e il segretario provinciale della Cisl di Taranto Daniela Fumarola, nella quale l’ex funzionario dell’Ilva sostiene che “l’avvocato Manna (allora capo di gabinetto del presidente della Regione) e l’assessore Fratoianni fossero stati incaricati dal presidente Vendola di ‘frantumare Assennato’”. In un’altra telefonata, del 2 luglio del 2010, a parlare sono invece l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso e uno degli avvocati dell’Ilva. Quest’ultimo, annota la Guardia di finanza, “riferisce che Archinà ha avuto contatti con il capo di gabinetto di Vendola il quale ha riferito che sono contro Assennato e che cercheranno di farlo fuori”. “Il complesso delle intercettazioni relative alle pressioni sul professor Assennato – scrive il gip – è da ritenersi, oltre ogni ragionevole dubbio, assolutamente attendibile, così come è altrettanto evidente… che il tutto si era svolto sotto l’attenta regia del presidente Vendola e del suo capo di gabinetto avvocato Manna”.
Nichi Vendola, però, ha subito rispedito al mittente ogni ombra sul suo presunto coinvolgimento: “‘Il direttore dell’Arpa Giorgio Assennato può raccontare se ha mai subito o pressioni o tirate d’orecchie da parte mia. Le mie pressioni sono andate sempre nella direzione di essere inflessibili in termini di ambientalizzazione” ha detto il governatore alla trasmissione “il Graffio“, in onda su Tgnorba 24. Vendola ha dunque negato di aver mai fatto pressioni sul Direttore dell’Arpa. Non solo. Vendola ha detto che le sua azioni sono sempre state anche “molto caute per evitare quello che purtroppo stiamo per vedere nelle prossime ore”.

E venne finalmente l'ora di Stefano e della Curia!

La cosa incredibile è che il sindaco Stefàno anche quando puzza di marcio riesce sempre a fare la figura del cretino: è normale che dovendo fare un'ordinanza contro l'Ilva il sindaco chieda all'Ilva stessa per telefono i dati necessari per redigerla??
Stefàno, sei un c.......!!

Ilva/ Indagati a Taranto anche il sindaco e un sacerdote

La procura di Taranto ha iscritto nel registro degli indagati i nomi del sindaco di Taranto Ippazio Stefàno e del sacerdote Marco Gerardo, segretario dell'ex arcivescovo di Taranto monsignor Benigno Luigi Papa. Oltre al sindaco ed all'esponente della curia, risultano indagate altre tre persone.
Il primo è indagato per omissione in atti d'ufficio, un atto dovuto dopo la denuncia del consigliere comunale Aldo Condemi che il mese scorso denunciò la mancata azione del sindaco a tutela della salute pubblica e la mancata costituzione di parte civile in un processo che si è concluso con la condanna dei vertici di Ilva.
Il sacerdote è indagato per false dichiarazioni al pubblico ministero al quale ha raccontato di alcune elargizioni da parte dell'Ilva alla curia locale. Il sacerdote sarebbe stato smentito dallo stesso monsignore circa i diecimila euro che secondo l'accusa sarebbero stati consegnati da Archinà, arrestato ieri, al professor Liberti, all'epoca consulente della procura. Archinà disse agli investigatori che quella somma era destinata alla curia, cui faceva donazioni a Pasqua e a Natale.
La guardia di finanza, inoltre, su delega della procura ionica sta eseguendo accertamenti a Bari e a Roma per far luce sulla concessione dell'Aia rilasciata il 4 agosto 2011 dal ministero per l'Ambiente. (firstonline)

Sull’inchiesta che ipotizza pressioni da parte dell’Ilva sui politici, compreso il sindaco, Stefano ha risposto: “Se ci sono state pressioni non hanno avuto effetto perché il professor Giorgio Assennato, presidente dell’Arpa, e ancora lì, quindi evidentemente queste pressioni sono rimaste inascoltate”. Sui suoi rapporti con l’ex responsabile delle Relazioni istituzionali dell’Ilva Girolamo Alchinà indagato per corruzione in atti giudiziari, Stefano ha affermato: “Nel periodo clou delle indagini sono andato in procura a chiedere come mi dovessi comportare perché il procuratore ci aveva scritto una lettera in cui chiedeva di attuare ogni cosa che era nelle nostre possibilità. Io ho chiesto alla Procura ‘posso parlare con l’imprenditore?’. Mi hanno risposto che potevo farlo. Tant’è vero che uno dei nemici così definiti dai media dell’Ilva è l’Arpa. Nelle intercettazioni quando io chiedevo informazioni per poter agire, Archinà mi ha detto che dovevo rivolgermi al Presidente dell’Arpa”. (Agenparl)

lunedì 26 novembre 2012

E venne l'ora di Ferrante e Conserva!

Gli altri ormai sono degli "abituè"! 
Un pensiero vola al nostro amico Clini........

Taranto, terremoto all'Ilva
Arresti e sequestri per corruzione


La Guardia di finanza sta eseguendo una serie di arresti e sequestri a Taranto nei riguardi dei vertici dell'Ilva e di esponenti politici nell'ambito dell'inchiesta 'Ambiente venduto'. Sotto la lente degli investigatori una serie di pressioni che l'Ilva avrebbe effettuato sulle pubbliche amministrazioni per ottenere provvedimenti a suo favore e ridimensionare gli effetti delle autorizzazioni ambientali. Tra le persone raggiunte dalle misure cautelari ci sono Fabio Riva, vicepresidente del gruppo Riva e figlio di Emilio Riva (gia' ai domiciliari dal 26 luglio scorso) e fratello di Nicola Riva (anche lui ai domiciliari dal 26 luglio); Luigi Capogrosso, ex direttore del siderurgico di Taranto anche lui ai domiciliari; Michele Conserva, ex assessore all'Ambiente della provincia di Taranto dimessosi nei mesi scorsi; Girolamo Archina', ex consulente dell'Ilva, addetto ai rapporti con le pubbliche amministrazioni e licenziato dall'attuale presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, ad agosto quando emersero i primi particolari dell'inchiesta 'esplosa' oggi.
La seconda ordinanza riguarda una serie di sequestri, attualmente in corso. (AGI)


Ilva Taranto: i nomi degli arrestati, indagato presidente Bruno Ferrante

Il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante è indagato in merito alle inchieste relative al siderurgico di Taranto per “inosservanza delle disposizioni dell’autorità giudiziaria”.
E’ indagato per lo stesso motivo anche l’ingegnere Adolfo Buffo, attuale dirigente dello stabilimento di Taranto. La procura della città pugliese ha notificato ad entrambi informazioni di garanzia (sopra: immagini terreni attorno all’Ilva impregnati di diossina. Un’ordinanza della regione Puglia ha vietato il pascolo entro un raggio di 20 km attorno l’area industriale. Luglio 2012).
I destinatari dei provvedimenti di restrizione della libertà personale, eseguiti lunedì 26 novembre sono in tutto 7. Cinque le misure di detenzione disposte dal gip Patrizia Todisco e 2 quelle dell’ordinanza del gip, Vilma Gilli. Tra gli arrestati per disposizione del gip Todisco figura il patron Emilio Riva, 86 anni, che è già agli arresti domiciliari dal 26 luglio scorso.
La detenzione in carcere è stata disposta dallo stesso gip per il vicepresidente di Riva Group, Fabio Riva, l’ex direttore dell’Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso e l’ex dirigente Ilva, Girolamo Archinà. Ai domiciliari l’ex rettore del Politecnico di Taranto: Lorenzo Liberti.
Il gip Todisco ha respinto al richiesta formulata dalla procura di ulteriore arresto per l’ex presidente di Ilva Nicola Riva, già ai domiciliari dal 26 luglio scorso. Il gip Vilma Gilli ha disposto i domiciliari per l’ex assessore all’Ambiente della provincia di Taranto: Michele Conserva.
L’ex assessore si era dimesso 2 mesi fa dall’incarico, avendo appreso che poteva figurare tra gli indagati dell’inchiesta sull’Ilva, per disastro ambientale. Ai domiciliari per disposizione del gip Gilli anche l’ingegnere Carmelo Delli Santi, rappresentante della Promed Engineering. Conserva e Delli Santi sono entrambi accusati di concussione. (Youreporter)



La procura di Taranto inoltre ha posto sotto sequestro tutta la produzione dell'Ilva degli ultimi quattro mesi.
L'intera produzione stoccata nell'ex yard Belleli e nei parchi della zona portuale di Taranto è finita sotto sequestro preventivo: migliaia di lastre di acciaio e coils, grossi cilindri di materiale finito pronti per essere spediti alle industrie. La merce sequestrata non potrà essere commercializzata perché si tratta di prodotti realizzati in violazione della legge. Secondo la procura ionica, costituiscono profitto di reati perché realizzati durante i quattro mesi in cui l'area a caldo dello stabilimento era sotto sequestro senza alcuna facoltà d'uso.
Il provvedimento, firmato dal gip Todisco sulla base del secondo comma della legge 321 (quella sulla responsabilità amministrativa delle società) collegato al 240 del codice penale, riguardante la confisca di beni, riguarda anche eventuali produzioni del futuro e pone uno stop definitivo alla produzione dell'acciaieria che dal 26 luglio, giorno del primo sequestro, è ugualmente andata avanti nonostante l'ordine della magistratura. (TMNews)

domenica 2 settembre 2012

Le buste di Archinà & co.

Ilva, l'incontro tra Archinà e il perito
nel video la sospetta mazzetta

Le immagini delle telecamere che, secondo gli inquirenti, riprendono il passaggio della busta con 10mila euro consegnata dal responsabile delle relazioni esterne del gruppo al perito della procura. Nuovo vertice in procura con i custodi giudiziari: produzione al 70 per cento. "L'obiettivo resta il risanamento"

Si incontrano nel retro di un a stazione di servizio e parlano a lungo, si scambiano una busta; un caffe e via. Ecco il video dell'incontro tra Girolamo Archinà, l'ex responsabile delle relazioni istituzionali di Ilva e il perito della procura Lorenzo Liberti, incaricato dai pm con altri due esperti di individuare la fonte dell'inquinamento dei terreni in cui pascolavano capre e pecore risultate contaminate da diossina e pcb.

GUARDA IL VIDEO

Il faccia a faccia avviene il 26 marzo del 2010 nella stazione di servizio Le Fonti est, nei pressi di Acquaviva lungo l'autostra A14. Archinà consegna al perito una busta bianca. Secondo gli inquirenti, in quella busta ci sono diecimila euro in contanti che il dirigente dello stabilimento avrebbe pagato per ammorbidire il giudizio di Liberti sulle emissioni inquinanti dello stabilimento. L'episodio rientra nell'inchiesta "Environment sold out", ambiente venduto, ed ora è confluito nell'indagine per disastro ambientale scoppiata con il sequestro degli impianti dell'area a caldo dell'Ilva.

Al centro dell' inchiesta l'ipotesi di corruzione in atti giudiziari del perito della procura Liberti, allora preside della facoltà di Ingegneria di Taranto. Secondo quanto ricostruito e ipotizzato dagli investigatori, Liberti avrebbe ricevuto da Archinà una mazzetta di diecimila euro nel parcheggio dell'autogrill lungo l'autostrada tra Bari e Taranto. Quei soldi, secondo la Finanza, servivano ad "aggiustare" la perizia che il professore avrebbe di lì a poco depositato. "Ci siamo visti per discutere di cose che riguardavano la facoltà" è la difesa del professore, che continua a dirsi assolutamente. Dagli atti giudiziari emerge però anche un altro particolare, e cioè che Liberti aveva con l' Ilva non soltanto rapporti istituzionali, in quanto preside della facoltà. Ma tramite una società di consulenza, della quale secondo la Finanza era capo occulto, anche rapporti di natura commerciale: in sostanza, l' Ilva era una sua cliente. L' azienda è la Teta srl.

GUARDA LE FOTO

Il vertice in procura - "L'obiettivo resta quello di risanare". Nuovo vertice al Palazzo di giustizia di Taranto tra il procuratore, Franco Sebastio, il procuratore aggiunto, Pietro Argentino, i custodi giudiziari degli impianti dell'area a caldo dell'Ilva sottoposti a sequestro, il presidente del Siderurgico Bruno Ferrante (che riveste anche il ruolo di amministratore giudiziario) e il comandante del Noe di Lecce Nicola Candido. I magistrati che si occupano dell'inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici dell'Ilva hanno fatto il punto con i custodi sul piano di interventi da eseguire e sullo stato degli impianti. La produzione dello stabilimento di Taranto, al momento, si attesta sul 70%, come confermato nei giorni scorsi dallo stesso presidente dell'Ilva. I custodi dovranno stabilire se il piano di risanamento potrà avvenire con gli impianti in marcia o al minimo della produzione, o se gli stessi dovranno essere spenti.

"I magistrati inquirenti, che sono responsabili dell'esecuzione dei provvedimenti, hanno dato delle indicazioni precise, operative, dando obiettivi che sono quelli soprattutto di contenimento delle emissioni", ha spiegato Ferrante. "Adesso - ha aggiunto - spetterà ai custodi tecnici, e a me, operare collegialmente riferendo ovviamente al procuratore della Repubblica e operare nel senso indicato da loro. L'obiettivo posto dal Tribunale del Riesame e dal gip è quello di risanare in senso ambientale gli impianti e dobbiamo lavorare in questa direzione". "Il sequestro preventivo disposto prima dal gip e poi dal Riesame - ha precisato Ferrante - parla del sequestro degli impianti ai fini del risanamento e della messa in sicurezza.
Nessuno ha mai pensato alla facoltà d'uso. Non è un termine che compare ma si parla di utilizzo a quei fini". (Repubblica)

lunedì 20 agosto 2012

I piatti di lenticchie per gli amici

Chiesa e Politecnico al desco di Riva ...e se tra gli altri vengono fuori anche i nomi dei giornalisti? Scriveranno loro stessi l'articolo? Quanto si saprà delle carte che scoperchiano il calderone Taranto? ----------------------------------------------------

Casse di vino, fiori o contanti
L'elenco dei regali fatti dall'Ilva

L'attività di lobby dell'azienda siderurgica, il ruolo di Girolamo Archinà, capo delle relazioni pubbliche

TARANTO - Due pagine, ottanta righe. Ogni riga una data, un nome e una cifra (GUARDA IL DOCUMENTO). C'è la parrocchia dei Santissimi Angeli Custodi (2.500 euro il 19 ottobre 2010), c'è l'Unione italiana per il trasporto degli ammalati a Lourdes (5.000 euro il 23 luglio 2010), compare la Banda municipale del Comune di Crispiano (2.750 euro, il 31 dicembre del 2010), il Lions Club locale (2.500 euro il 15 giugno del 2011), piccole società sportive come la Okinawa karate (4.000 euro il 31 maggio 2011) o la Triton Taranto che si occupa di football (2.000 euro il 30 giugno 2011) o un'associazione tarantina di pattinatori (2.000 euro il 31 luglio del 2011). E poi società per azioni, aziende informatiche, il Politecnico di Bari, centri culturali, un comitato per un non meglio precisato festeggiamento, anche un omaggio floreale da 50 euro, il 5 aprile del 2011.
Lo stabilimento siderurgico (Ansa/Ingenito)Lo stabilimento siderurgico (Ansa/Ingenito)
GLI OMAGGI - Eccola qui la lista Ilva degli «omaggi e regalie» 2010-2011. Soldi regalati a questo o quello oppure spesi per comprare pacchi dono. Gesti che non comportano alcun reato, ma che secondo la Guardia di finanza indicano quanto elevato fosse il budget a disposizione di Girolamo Archinà, il capo delle relazioni pubbliche dell'azienda accusato di fare pressioni sulle istituzioni per favorire in ogni modo l'acciaieria. E la lista indica anche quanto estesa fosse la rete di contatti «sociali» dell'Ilva nel territorio. LA RETE - L'elenco è stato consegnato agli inquirenti da Francesco Cinieri, dal 1986 responsabile della contabilità dello stabilimento siderurgico. Secondo i magistrati in quella lista di donazioni e acquisti di regali per amici e giornalisti, è stata contabilizzata come «spese di direzione» anche la mazzetta da diecimila euro che Archinà avrebbe pagato al consulente tecnico della procura, Lorenzo Liberti, perché «addolcisse» le sue considerazioni sull'inquinamento. Circostanza che Liberti (filmato mentre ritira una busta da Archinà) nega («conteneva il testo di un accordo-quadro»). Nelle carte contabili dell'Ilva c'è un documento di due righe (anche quello consegnato ai finanzieri da Cinieri) allegato ad una delle informative del caso giudiziario. È un foglio con il quale Archinà chiede a Cinieri di «predisporre 10 mila euro da utilizzare per offerta alla Chiesa di Taranto in occasione della Pasqua». La data è del 25 marzo 2010, lo scambio della presunta mazzetta avviene il giorno dopo e anche se lo stesso arcivescovo conferma la donazione, secondo i finanzieri quelle due righe sono il sotterfugio usato da Archinà per giustificare il prelievo dei soldi e nasconderne il vero motivo.
LE EROGAZIONI - Sentito come testimone, Cinieri dice: «posso pensare che la somma che mi fu richiesta, essendo periodo pasquale, potesse essere consegnata all'Arcivescovato». Per aggiungere poi che «almeno una volta all'anno, o a Natale o a Pasqua, viene fatta una erogazione, anche se per cifre che normalmente non superano i 5.000 euro. Se non erro non è mai avvenuto che ne sia stata fatta una da 10.000 euro». I magistrati lo convocano il 25 novembre scorso. Lui spiega come recuperò frettolosamente i 10.000 euro che Archinà voleva subito (prima di partire per l'incontro con Liberti) e poi dice che in ufficio ha quel che serve per dimostrare come finiscono in bilancio le spese del capitolo «omaggi e regalie». Il verbale viene interrotto e i finanzieri vanno assieme a lui negli uffici della direzione Ilva. Cinieri passa in rassegna i file del computer e stampa le due pagine dell'argomento. «Ecco» spiega. «Se la descrizione del beneficiario è ben specificata è perché da loro stessi è arrivata una richiesta formale. E in quel caso l'erogazione avviene tramite bonifico o assegno circolare non trasferibile». Ma c'è una seconda opzione. «Se la descrizione del beneficiario non è specificata - racconta il contabile - allora si tratta di uscite di cassa per contanti e significa che non c'è una richiesta preventiva ma che la richiesta avviene direttamente dalla direzione, per questo la causale è "spese di direzione"». Proprio come quella spesa di 10 mila euro registrata lo stesso giorno della presunta bustarella. O come un'altra dazione, per la stessa cifra, contabilizzata il 14 aprile 2011 come «erogazione della direzione». Sospetta come la prima, secondo gli inquirenti.
IL CASO - Fra i nomi delle società del capitolo «omaggi e regalie» dell'Ilva ce n'è una, la Semat Spa, che vanta le cifre più alte: da un minimo di 1.286 euro a un massimo di 64.341. Ovviamente le cifre accanto ai nomi non significano sempre che si sia trattato di una donazione. In alcuni casi, per esempio con la «D'Erchie Srl» (un'azienda che produce olio d'oliva) e la «Longo, un mondo di specialità» (vini e prodotti alimentari) le migliaia di euro accanto al nome indicano le spese sostenute per i pacchi-regalo di fine anno, moltissimi ai giornalisti. La cifra più piccola 72.69 euro, la più alta 8.400.



Soldi e casse di champagne per amici, preti e giornalisti
TARANTO - C’è la banda di Crispiano e la parrocchia Santi Angeli Custodi di Taranto. Il Lions club di Taranto e il Politecnico di Bari. Tutti inseriti, insieme a società sportive, comitati festeggiamenti ma anche due note enoteche dalle quali partivano casse di champagne per giornalisti e rappresentanti delle istituzioni ogni fine anno, nelle due pagine della voce «omaggi e regalie» del bilancio dell’Ilva finite nell’inchiesta della Guardia di Finanza per corruzione in atti giudiziari che vede indagati a piede libero il vicepresidente del gruppo, Fabio Riva; l’ex direttore dello stabilimento siderurgico, Luigi Capogrosso; l’ex consulente dell’Ilva per l’ecologia e i rapporti istituzionali, Girolamo Archinà e l’ex consulente della Procura di Taranto, Lorenzo Liberti, già preside del Politecnico.
I documenti sono stati acquisiti dai militari delle Fiamme Gialle per ricostruire il flusso di denaro dall’Ilva all’esterno e dunque capire se i diecimila euro che Archinà chiese all’amministrazione di preparare in fretta e furia il 25 marzo del 2010 erano destinati all’allora vescovo Benigno Luigi Papa per la Pasqua di quell’anno, come l’llva ha sempre sostenuto, oppure se invece erano per il professor Lorenzo Liberti, allora consulente del pm Mariano Buccoliero, incontrato da Archinà il 26 marzo sempre del 2010, nell’area di servizio di Acquaviva delle Fonti, sull’autostrada Taranto-Bari. Liberti, difeso dagli avvocati Francesco Paolo Sisto e Vincenzo Vozza, ha respinto sia nell’interrogatorio tenuto dinanzi al pm Remo Epifani che nella memoria depositata al gip Giuseppe Tommasino, l’accusa, sostenendo di aver sì ricevuto una busta bianca da Archinà - d’altronde le immagini del sistema di videosorveglianza dell’area di servizio sono inequivocabili - ma all’interno c’erano solo documenti riguardanti un protocollo di intesa che Ilva e Politecnico di Bari stavano per sottoscrivere.
Vero o falso? Nelle due pagine degli omaggi e delle regalie quei diecimila euro ci sono, ma stranamente manca il destinatario in quanto il 26 marzo vengono rubricati genericamente, e secondo i finanzieri in maniera eloquentemente sospetta, sotto la voce «spese direzione».
Non è l’unica volta che accade perché anche il 14 aprile del 2011 dalle casse dell’Ilva escono 10mila euro sotto la voce «erogazione direzione». L’interrogatorio del contabile dell’Ilva Francesco Cinieri non risolve il giallo. Cinieri ai finanzieri dice infatti che Archinà non gli disse a chi erano destinati i soldi ma che poteva pensare che, essendo in periodo pasquale, potessero essere consegnati all’arcivescovado di Taranto. «Almeno una volta all’anno davamo all’arcivescovado cifre che non superavano i 5.000 euro», ha sostenuto Cinieri, aggiungendo dubbio ai dubbi, vista l’entità della somma. Archinà, poi, si arrabbiò non poco quando seppe che i contabili dell’Ilva non erano riusciti a trovare banconote di grosso taglio. E appena ebbe i soldi, invece di chiamare in arcivescovado, telefonò a uno stretto collaboratore del professor Liberti, col quale riuscì ad incontrarsi alla stazione di servizio. (Mimmo Mazza - GdM)

sabato 4 agosto 2012

Bomba!!!

Ilva, attesa per il verdetto del Riesame
Clini: "Nessun rapporto con i dirigenti"

Entro giovedì la decisione sul sequestro e i domiciliari per i vertici del colosso: la procura deposita nuove intercettazioni, la difesa proprie perizie per dimostrare il rispetto delle regole. Quarantuno denunce per i disordi durante la manifestazione di giovedì. Spunta il riferimento al ministro dell'Ambiente. L'azienda licenzia il funzionario indagato

La prossima settimana, forse già mercoledì, il verdetto sui sigilli e gli arresti all'Ilva. Ma con le nuove intercettazioni depositate dalla procura, scoppia un caso Clini. Il contenuto è filtrato nel corso dell'udienza del tribunale del Riesame, conclusasi oggi, sui ricorsi presentati dal colosso del siderurgico contro il decreto di sequestro di sei impianti dell'area a caldo e l'arresto di otto dirigenti ed ex dirigenti. Il riferimento al ministro, e ai suoi presunti rapporti con dirigenti dell'azienda, filtra da indiscrezioni, e non risulta nelle carte depositate dalla Procura che riguardano il procedimento per disastro ambientale. Si riferisce però al procedimento per corruzione in atti giudiziari che è stato unificato a quello nei confronti dell'Ilva per disastro ambientale colposo e doloso. Il ministro dell'Ambiente prende le distanze dalle indiscrezioni che definisce: "Insinuazioni inaccettabili". L'Ilva, nel frattempo, licenza il funzionario addetto alle pubbliche relazioni del Gruppo, indagato.

Gli atti depositati ieri - in cui leggono altre conversazioni tipo "la stampa dobbiamo pagarla tutta; gli ispettori, dobbiamo legargli il culo alla sedia" - riguardano solo il filone 'ambientale' della vicenda. E in una nota ufficiale il procuratore di Taranto Franco Sebastio precisa: "Nelle intercettazioni depositate dalla procura davanti al tribunale del Riesame non c'è alcun riferimento al ministro dell'Ambiente, Corrado Clini; in nessuna di tali intercettazioni risulta, direttamente o indirettamente,
il nome del ministro". C'è però quello di Girolamo Archinà, ex pr di Ilva, protagonista di alcune telefonate agli atti, scaricato dall'azienda. "La società - ha comunicato il presidente Bruno Ferrante - ha da oggi interrotto ogni rapporto di lavoro con il sig. Girolamo Archinà che pertanto in alcun modo e in nessuna sede può rappresentare la società stessa. La decisione del presidente è stata immediatamente presa dopo quanto emerso nel corso del procedimento di Riesame".

Le intercettazioni.  "La stampa dobbiamo pagarla tutta". Su quest'ultimo passaggio nelle nuove carte è intervenuto anche l'Ordine dei giornalisti della Puglia, chiedendo la documentazione alla procura per "valutare l'eventuale apertura di procedimenti disciplinari per violazioni deontologiche". Le registrazioni testimoniano anche come da Ilva chiedono conto al capo dell’Arpa, l’agenzia regionale per la tutela dell’ambiente, Giorgio Assennato, dei risultati di una campagna di rilevamenti. Sono sempre gli scambi di battute fra dirigenti, a tenere banco. "Dobbiamo legargli il culo alla sedia”, riferito agli ispettori. Nella vicenda Ilva è inoltre venuto a galla anche il presunto episodio di corruzione che figura nel procedimento per corruzione in atti giudiziari. E' Archinà il funzionario Ilva che avrebbe fatto le telefonate a esponenti dell'Arpa e delle autorità di controllo per evitare che l'azienda subisse provvedimenti restrittivi in materia ambientale nonché attivato una serie di contatti ed incontri affinché la posizione dell'azienda venisse salvaguardata. Lo stesso Archinà, secondo l'accusa, è anche il funzionario che avrebbe consegnato al docente universitario Lorenzo Liberti una busta con diecimila euro nel retro di una stazione di servizio dell'autostrada per Bari, quando Liberti faceva parte del gruppo di consulenti nominato dalla Procura nell'ambito di un'inchiesta sul colosso. In questo filone sono indagati appunto Liberti, il vice presidente del gruppo Riva, Fabio Riva, l'ex direttore dello stabilimento Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso, e lo stesso Archinà.

Il caso Clini. Il ministro Clini "non si è mai occupato della Autorizzazione integrata ambientale dell'Ilva" "né ha mai avuto rapporti con la dirigenza Ilva" in merito. Le "insinuazioni" sono state segnalate al Capo dello Stato e al ministro della Giustizia. Lo fa sapere il ministro in merito a un'intercettazione riportata su un quotidiano in cui proprio il manager dell'Ilva Archinà avrebbe detto dell'allora direttore generale del ministero dell'Ambiente 'Clini è un uomo nostro'". Sulla vicenda l'ufficio stampa del ministro ha diramato una nota. "Il deposito nel corso dell'udienza preliminare da parte dell'ufficio della Procura di una intercettazione del 2010 nella quale un dirigente Ilva allude a buoni appoggi da parte di Clini costituisce una grave violazione della deontologia processuale", si legge nel comunicato, in cui si precisa che "è evidente l'intento insinuante e suggestivo dell'uso di una intercettazione priva del minimo indizio di rilevanza nel processo, perché sfornita di qualsiasi supporto probatorio". "Clini nel 2010 - precisa la nota - era direttore della direzione generale per lo Sviluppo sostenibile, il clima e l'energia, non competente in materia di autorizzazione integrata ambientale (Aia)". Il ministro "non si è  mai occupato della procedura Aia dello stabilimento Ilva, come risulta anche dall'istruttoria pluriennale condotta dal ministero, né ha mai avuto a tal proposito rapporti con la dirigenza Ilva". "Perché - si chiede l'ufficio stampa del ministro - rendere pubblica un'intercettazione del 2010 tra un dirigente Ilva ed uno sconosciuto che parlano di Clini, evidentemente irrilevante ai fini del procedimento, nel momento in cui il ministro Clini è impegnato a nome del governo a ricercare soluzioni positive per il risanamento ambientale di Ilva, la continuazione produttiva dello stabilimento e la salvaguardia dell'occupazione?". "In questo momento - sottolinea la nota - abbiamo bisogno di senso di responsabilità, trasparenza e puntuale riscontro di fatti e dati". Il ministro comunque "ha segnalato la situazione al Presidente della Repubblica ed al  ministro della Giustizia".

La decisione del Riesame. Il deposito dell'ordinanza del Riesame dovrà arrivare entro giovedì 9 agosto. "Ho chiesto di fare una dichiarazione spontanea in cui ho raccontato lo stato d'animo e ho detto in modo assolutamente chiaro che dobbiamo abbassare i toni, essere meno litigiosi, meno conflittuali". Questa la dichiarazione del presidente Ferrante, a termine dell'udienza che era cominciata ieri con le conversazioni telefoniche depositate dalla procura e la montagna di documenti della difesa che ha presentato due sue perizie, consulenze e dati per spiegare che l'Ilva agisce nel rispetto delle regole.

L'INTERVISTA "La politica non deve scaricare le responsabilità sui giudici"

DAL GOVERNO Cdm, decreto legge per 336 milioni


La posizione dell'azienda.
"Ho comunicato formalmente - ha proseguito Ferrante - che rinunciamo a presentare ricorso contro la riapertura dell'Aia e non impugneremo la sentenza del Tar della Puglia, che ci ha dato solo parzialmente ragione e non impugneremo le parti per noi negative di quella sentenza". "E' un segnale a nostro avviso molto importante - ha aggiunto - di una volontà precisa di dialogo, di confronto. Problemi gravosi, seri, complicati come quelli che stiamo affrontando, che la città e i lavoratori stanno affrontando, si risolvono soltanto se c'è da parte di tutti senso della misura, equilibrio e animo sereno". "Abbiamo questo dovere - ha concluso - nei confronti della città di Taranto e dei lavoratori dell'Ilva, dobbiamo trasmettere messaggi rassicuranti e recuperare serenità d'animo. Senza questo sarebbe difficile risolvere i problemi". ''Sapete che sono al lavoro i custodi ma al momento non c'è stata alcuna diminuzione nella produzione - ha detto ancora Ferramte - le intercettazioni depositate dalla Procura non sono un elemento decisivo e importante per lo svolgimento di questa fase del processo".

Le mosse dell'accusa. Ieri in cattedra, il pubblico ministero Mariano Buccoliero, ha sciorinato i risultati dell'inchiesta scoppiata il 26 con i provvedimenti restrittivi impugnati dalla difesa. Il magistrato è partito dall'imputazione di disastro ambientale, pietra angolare dell'impianto accusatorio. Una contestazione che nelle parole del pm ha preso forma grazie agli esiti delle super perizie. Così il magistrato ha spiegato che le emissioni di diossina e di benzoapirene uccidono e fanno ammalare i tarantini. "Per l'80% - ha tuonato  -  le emissioni inquinanti sono da ricondurre all'attività a terra dei reparti e non alle emissioni delle ciminiere" . Di qui il sequestro dei sei impianti dell'area a caldo che costituiscono il cuore pulsante della grande fabbrica dell'acciaio. Il magistrato ha ribadito che l'inquinamento è un problema attualissimo e non solo il retaggio di decenni di attività dello stabilimento. Un modo per sottolineare le responsabilità degli indagati e la necessità di intervenire per stoppare un reato che appunto uccide e fa ammalare.

Le controperizie.
Il folto collegio della difesa ha replicato con controperizie e otto memorie. "Lo stabilimento Ilva  -  si legge nei documenti della difesa - esercisce nel pieno e indiscusso rispetto di una legittima autorizzazione integrata ambientale emessa dalla competente pubblica amministrazione nell'agosto del 2011. Anche le contestazioni elevate in passato non hanno mai individuato presunti sfondamenti dei limiti di emissione. Dal 1998 al 2011  -  continuano gli avvocati di Ilva - lo stabilimento ha investito solo in tecnologie finalizzate alla tutela dell'ambiente e della salute, circa un miliardo e centouno milioni di euro, pari al 24% degli investimenti totali. Le polveri? I livelli di Taranto sono considerevolmente inferiori a quelli medi annui registrati nelle aree urbane del nord Italia". In sostanza letture agli opposti. E la battaglia riprenderà questa mattina.

Le denunce. Quarantuno persone sono state identificate e saranno denunciate per i disordini durante la manifestazione di giovedì scorso in piazza della Vittoria. L'attività degli investigatori della questura si è focalizzata in particolare sui contestatori che hanno acceso i fumogeni e abbattuto le transenne per arrivare proprio sotto il palco con un piccolo mezzo a tre ruote. Il gruppo, autodefinitosi 'comitato di cittadini e operai liberi e pensanti' ha contestato i sindacati interrompendo il comizio. (LaRepubblica)

mercoledì 3 marzo 2010

Di che morte moriamo? Occhio alla comunicazione!

Ma come mai solo Cesare Bechis, canta fuori dal coro?
Invece di indignarsi per le misurazioni dell'ARPA che mostrano che oggi la diossina sui pascoli delle pecore abbattute proviene dalla direzione dell'Ilva si mette ad accusare con dati alla mano (troppi dati...) nientepocodimeno che l'apirolio degli anni '70 dell'arsenale?
Come mai si preoccupa così tanto di precisare che i contenitori di apirolio dell'Ilva oggi sono vuoti e puliti?
Perchè i periti della procura non richiedono misurazioni basate sulla direzione del vento in posti strategici? Perchè i periti della procura pare che non abbiano manifestato la volontà di andare a fondo sull'origine confrontando l'impronta delle diossine sui terreni con quelle industriali? E come mai Liberti che è perito incaricato dalla procura rilascia queste dichiarazioni ad un giornalista?
Misteri che... avvolgono la già fumosa Ilva...
A proposito, in questi giorni si sta monitorando... avete notato che dall'Ilva non si alza neanche una nuvoletta?

Non c’è solo la diossina, il vero pericolo è l’apirolio
Nelle pecore un livello ancora maggiore di veleni Inchiesta scopre terreni e acqua contaminati

Inviati a caccia della diossina che ha avvelenato le pecore della masseria Fornaro, i periti della procura di Taranto trovano che gli animali erano contaminati anche dall’apirolio. Il micidiale pcb (policlorobifenili), composto stabile, isolante termico ed elettrico, cancerogeno, utilizzato nei trasformatori, era stato brucato insieme con la diossina finita - solo lei - sul banco degli imputati. Ma come c’è arrivato nei terreni attorno all’area industriale il pcb? Visto che è materiale non prodotto nei processi industriali e nelle combustioni, come la diossina, ma è contenuto in apparecchiature chiuse c’è da chiedersi come sia finito nell’erba di cui si sono cibate le pecore poi finite al mattatoio. Ci sono stati sversamenti, perdite? Anni fa Ilva affidò dismissione e smaltimento dei trasformatori all’apirolio ad alcune ditte, tarantine e no. «Il nostro gruppo - dice il professor Lorenzo Liberti, responsabile dei periti incaricati dal pm Mariano Buccoliero di identificare le fonti della diossina e del pcb - ha controllato i capannoni adibiti allo stoccaggio dei trasformatori e li abbiamo trovati vuoti e puliti. Intanto nelle pecore abbiamo trovato il pcb in quantità addirittura superiore alla diossina. Da dove arriva? Abbiamo allora chiesto la relazione sullo smaltimento delle apparecchiature: dove, quando, come sono stadi smaltiti i trasformatori».

LA PROCURA - Dalle stanze della Procura di Taranto, intanto, nessun commento. Solo la conferma che la magistratura ha intenzione di approfondire i vari aspetti della questione, senza alcun allarmismo, ma con l’intento di trarre le giuste conclusioni non appena entrerà in possesso di tutti gli elementi di valutazione. I policlorobifenili, però, non avvelenano solo i terreni attorno all’area industriale. Sono sedimentati in mar Piccolo e sono presenti nell’area dell’Arsenale militare. Basta leggere il «Rapporto di caratterizzazione ambientale dell’ex area imprese private dell’Arsenale militare di Taranto» per averne la certezza. L’indagine sul pcb, condotta dai tecnici della Ecosud srl e della Direzione lavori Marigenimil in collaborazione con Arpa, ha riguardato una superficie di circa 35 mila metri quadrati comprendente sia quella messa sotto sequestro dalla magistratura nel 2005 sia il piazzale «dove era uso depositare imateriali da smaltire». È stata portata avanti dal 20 maggio al 30 luglio dell’anno scorso, fornendo dati ancora molto attuali. Sull’area, divisa in maglie quadrate 25x25 con 42 punti d’indagine ciascuna, sono stati eseguiti 57 sondaggi con carotaggi. Di questi, 42 fino a una profondità di 8 metri, 8 realizzati nei pozzetti della rete fognaria, 7 con piezometro fino a 9 metri di profondità.

LE ANALISI - I campioni di terreno e di acqua sotterranea sono stati sottoposti ad analisi e i risultati confrontati con le concentrazioni soglia di contaminazione (csc). La relazione I policlorobifenili, noti con la sigla Pcb, sono molto tossici e sono stati messi fuori legge dagli anni ‘70. Il loro uso, in particolare nei trasformatori, nasceva dalla capacità di agire come isolanti termici ed elettrici, ma la loro stabilità è anche responsabile della loro persistenza e circolazione nell'ambiente con conseguente accumulo lungo la catena alimentare. Gli effetti negativi riguardano la cute e l’esposizione produce una diminuzione delle difese dell'organismo con aumento della probabilità di contrarre malattie infettive ed i tumori conclude che «particolarmente diffusa sull’area, con margini di superamento elevati della soglia, risulta essere la contaminazione da pcb. Sono risultati contaminati da policlorobifenili un numero di campioni pari a 28. Esenti da contaminazione sono risultati solo i campioni prelevati sul nuovo piazzale. Anche le acque sotterranee hanno evidenziato contaminazione da pcb con valori di concentrazione ben più elevati del limite di legge. I punti di indagine contaminati risultano 35 rispetto ai 57 complessivi». (Cesare Bechis - CdM)

venerdì 26 febbraio 2010

C'è da fidarsi?

Diossina, «assolto» il camino Ilva. È ancora caccia alla fonte inquinante
Pecore contaminate, l’équipe della procura non ha ancora risolto il caso ma ha scagionato il maggiore sospettato

Il camino E312 dello stabilimento Ilva di Taranto è stato scagionato: non è da lì che fuoriesce la diossina che ha avvelenato il latte delle pecore che sono state abbattute a centinaia l’anno scorso. Non è quello il camino che sputa la diossina alimentare di cui la magistratura tarantina va a caccia. L’ha stabilito il gruppo di consulenti tecnici (Liberti e Cassano per l’università, Primerano per l’Arpa) che ha eseguito nei mesi scorsi, su incarico del pubblico ministero Mariano Buccoliero, prelievi ed esami. «L’analisi dello spettro della sostanza - conferma il professor Lorenzo Liberti - ha dimostrato che l’impronta è diversa, la diossina in uscita dal camino E312 è diversa da quella che ha contaminato i pascoli e il latte delle pecore. Il sospettato principale, se non altro per la grande quantità di sostanza che emette annualmente, non è la fonte che cerchiamo. La nostra ricerca quindi deve continuare e per questa ragione siamo stati sull’impianto di agglomerazione 2 a prelevare nuovi campioni».

LA RICERCA - In questa nuova ricerca i tre tecnici sono stati affiancati dai due ispettori del lavoro (Severini, Di Francesco) incaricati dal magistrato di operare con tutte le attribuzioni della polizia giudiziaria. L’obiettivo del pubblico ministero è accertare la fonte della diossina che ha contaminato gli allevamenti attorno allo stabilimento siderurgico e fare chiarezza anche sulla grande quantità di policlorobifenili (Pcb) trovata nei terreni sulla via per Statte e proveniente, quasi con certezza, dai vecchi trasformatori utilizzati negli impianti dell’Ilva e dati da smaltire a ditte locali e non. Fino a questo momento il magistrato ha aperto un fascicolo come modello 44 (ignoti) destinato a cambiare quando sarà individuata senza ombra di dubbio la fonte grazie alla sovrapposizione delle impronte della sostanza.
L'ISPEZIONE - Scartato il sospettato principale, i due ispettori del lavoro hanno spostato l’attenzione, dopo aver effettuato uno studio accurato dei reparti, sull’impianto di agglomerazione 2. È stato ispezionato mercoledì dal gruppo inviato dalla procura per verificare se nel circuito di raccolta fino allo scarico possano esserci fenomeni di dispersione nonostante la presenza dell’impianto di abbattimento delle polveri inaugurato a gennaio alla presenza del presidente della Regione Vendola e del sindaco di Taranto Stefàno. I ventuno campioni raccolti sono stati divisi tra il gruppo tecnico - universitario di studio, che dovrà esaminarli e stabilire l’impronta della diossina per confrontarla con quella riscontrata l’anno scorso negli allevamenti ovini e caprini, l’ispettorato del lavoro, che agisce come braccio della magistratura, e la stessa Ilva per il contradditorio. Se anche da queste analisi i tecnici non otterranno una risposta conclusiva continueranno il lavoro su altri impianti dello stabilimento siderurgico. La delega del magistrato, per ora, si riferisce solo all’Ilva. Non è escluso, in mancanza di una conclusione certa, che l’indagine possa allargarsi ad altre aziende e ad altri processi produttivi in grado di liberare diossina. C. Bechis (CdM)