COMUNICATO STAMPA
Rapporto Ilva su Ambiente e Sicurezza
Legambiente: "Chi si loda, si imbroda. L'azienda ritiri il ricorso sull'Aia e lavori per risolvere i problemi ambientali insoluti"
"Ilva tra le industrie piu' moderne e sostenibili al mondo? Azienda modello da seguire a livello internazionale? Ma visto che sono così' bravi, cosa aspettano allora a risolvere l'annoso problema dei parchi minerali che continuano ad avvelenare l'aria e il Rione Tamburi, ad installare il sistema di monitoraggio in continuo delle diossine, a ridurre le emissioni di benzo(a)pirene e a ritirare il ricorso fatto contro l'Aia rilasciata dal ministero?". E' questo il commento di Legambiente in una nota firmata da Stefano Ciafani, responsabile scientifico nazionale, e da Lunetta Franco, presidente del circolo di Taranto, dopo la pubblicazione del Rapporto Ambiente e Sicurezza da parte di Ilva.
"Nei giorni scorsi - commentano i due dirigenti dell'associazione ambientalista - abbiamo assistito al giubilo di gran parte dei commenti sui risultati ottenuti grazie agli investimenti fatti dall'azienda sugli impianti siderurgici. Vogliamo però ricordare come l'azienda non abbia fatto i principali interventi sugli impatti ambientali in modo volontario, ma solo perché costretta dalla mobilitazione della città, delle associazioni, degli enti locali e di controllo e di parte del sindacato. Ricordiamo infatti che l'Ilva che oggi si vanta della riduzione delle emissioni di diossina, durante la discussione di quella che sarebbe diventata la legge regionale contro questo inquinante cancerogeno, si ostinava con arroganza - spalleggiata in modo imbarazzante dal Governo e dall'ex ministro dell'ambiente Stefania Prestigiacomo - a sostenere che era tecnicamente impossibile stare sotto al limite di 0,4 nanogrammi per metro cubo. E invece avevamo ragione noi, come dimostrano oggi gli importanti risultati raggiunti".
"Troviamo poi risibile citare in quel modo assolutamente strumentale - continua la nota di Legambiente - i nostri dati sull'inquinamento da polveri sottili dei capoluoghi di provincia italiani. E i 42 superamenti del PM10 registrati quest’anno (fino al 28 novembre) dalla centralina di via Machiavelli da chi sono causati? Forse dal traffico , quasi inesistente in quella via? Ma davvero Ilva pensa che quelle nuvole di fumo e gas tossici emessi dai camini e dagli impianti e di polveri liberate dai parchi minerali, siano solo un effetto ottico o la solita invenzione degli ambientalisti cattivi che hanno pregiudizi contro l'azienda? Se la città di Taranto, invece che affacciata sul mare, fosse situata in Pianura Padana, dove le condizioni climatiche e geografiche non permettono la circolazione dell'aria, avrebbe risultati ben diversi. E quindi la si smetta di citare in modo distorto i nostri dati per argomentare una qualità dell'aria a Taranto che non è proprio salubre come la vuole vendere Ilva con i suoi proclami".
"Per quanto concerne infine la voglia dell'azienda di instaurare un confronto franco e sereno con la città - concludono Stefano Ciafani e Lunetta Franco -, siamo disponibili a farlo. Ma solo se Ilva dimostrerà di passare dalle parole ai fatti, ritirando in primis quell'imbarazzante ricorso fatto contro l'Aia che, nonostante le nostre grandi riserve su diversi prescrizioni che restano blande e, in alcuni casi, troppo vaghe, resta un punto di partenza per un ulteriore ammodernamento impiantistico. Un ricorso che se non verrà ritirato, non potremo che considerare come una nuova dichiarazione di guerra nei confronti della città e della salute dei cittadini e dei lavoratori".
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venerdì 2 dicembre 2011
mercoledì 30 novembre 2011
martedì 29 novembre 2011
giovedì 2 dicembre 2010
Citazione errata!
Ilva, Rapporto Ambiente e Sicurezza 2010
Legambiente: “Ilva cita i nostri dati in modo omissivo e tendenzioso”
"È positivo che dopo anni di silenzio Ilva per il secondo anno presenti il suo rapporto ambientale, ma le citazioni dei nostri dati sono davvero omissive e tendenziose". È questo il commento sul contenuto del Rapporto Ambiente e Sicurezza 2010 di Ilva, presentato la scorsa settimana, che Legambiente esprime in una nota congiunta firmata da Stefano Ciafani, responsabile scientifico dell'associazione, Francesco Tarantini, presidente regionale, e Lunetta Franco, presidente del circolo di Taranto.
“Ilva nel suo secondo Rapporto - ricordano i tre dirigenti di Legambiente - riporta una grande mole di dati, molti dei quali, vale la pena sottolinearlo, di origine aziendale, che descrivono le performance dello stabilimento siderurgico di Taranto in seguito agli interventi impiantistici fatti negli ultimi anni. Ma abbiamo trovato davvero fuorviante la citazione dei dati della nostra campagna 'PM10 ti tengo d’occhio' in cui Taranto risulta essere al 62° posto tra le città capoluogo in Italia, informazione che, ovviamente, non smentiamo. Limitarsi infatti a citare quel dato è un modo furbesco di occultare il quadro che Legambiente negli ultimi anni ha delineato a proposito della situazione ambientale di Taranto, su cui gravano in modo rilevante le attività del polo siderurgico”.
Perché l’azienda non ha citato le informazioni contenute nel dossier “Mal’aria industriale” presentato a Taranto nel gennaio 2009 nel rione Tamburi dove erano appese ai balconi migliaia di lenzuola della nostra storica campagna anti-smog? In quel dossier Legambiente elaborò i dati riportati nel registro Ines sulle emissioni dei grandi impianti industriali relative al 2006 da cui risultava che lo stabilimento siderurgico tarantino era l’impianto più impattante in Italia per ben 10 inquinanti, per l'emissione in atmosfera di 32 tonnellate di Ipa (pari al 95% del totale nazionale delle emissioni dei grandi impianti industriali censiti dall’Ines), 92 grammi di diossine e furani (92%), 74 tonnellate di piombo (78%), 1,4 tonnellate di mercurio (57%), 231 tonnellate di benzene (42%), 366 kg di cadmio (42%), 4 tonnellate di cromo (31%), 540mila tonnellate di monossido di carbonio (80%), 43mila tonnellate di SOx (15%) e 30mila tonnellate di NOx (11%). Perché omettere la più recente classifica stilata la scorsa primavera da Legambiente, in occasione dell'approvazione della direttiva europea sulle emissioni dei grandi impianti industriali, elaborando quanto riportato dal nuovo registro E-Prtr (European pollutant release and transfer register)?
Secondo quella classifica, stilata sulla base di dati relativi al 2008, l'Ilva conserva sostanzialmente tutti i non invidiabili primati dell'Ines. Solo per citare alcuni dati, è il primo impianto in Italia per emissioni di monossido di carbonio (248mila tonnellate) e secondo in Europa (su un totale di 582 siti produttivi censiti a livello europeo), e' il primo impianto in Europa per emissioni di Pcb (31 kg circa) su un totale di 56 siti produttivi nei 27 paesi europei ed è il primo impianto emettitore di diossina nel nostro Paese (97 grammi) e il quinto in Europa (su un totale di 209 siti produttivi censiti). Certo dopo il 2008, grazie alla Legge regionale “antidiossina” sono stati effettuati interventi significativi per l’abbattimento delle emissioni di diossina, prima con l’impianto urea e poi con il sistema di iniezione di carbone negli elettrofiltri i cui effetti dovrebbero vedersi a partire dal prossimo anno, ma rimane il nodo irrisolto del tenore di ossigeno nei fumi oggetto delle misurazioni e del campionamento in continuo degli stessi che l’Ilva continua a procrastinare a data da destinarsi pur essendo esplicitamente previsto dalla legge regionale.
”Non crediamo sia utile fare allarmismo, ma descrivere Taranto come il Paese delle meraviglie è assolutamente inaccettabile - concludono Ciafani, Tarantini e Lunetta Franco - Sarebbe utile che da Ilva non arrivassero più segnali contraddittori: se infatti da una parte si fanno interventi sugli impianti, anche grazie alla pressione del popolo inquinato e degli enti locali, dall'altra non si contribuisce economicamente alla realizzazione della rete esterna di monitoraggio del benzo(a)pirene come invece hanno fatto Eni e Cementir. Un sistema di monitoraggio adeguato alle dimensioni dell’impianto tarantino e soprattutto controllato da un ente terzo come l’Arpa è l’unica garanzia per cittadini e lavoratori che gli interventi effettuati dall’Ilva siano realmente efficaci e inequivocabilmente misurabili. Ilva dimostri una volta per tutte di aver voltato pagina rispetto al passato, dotando l’impianto di agglomerazione del campionatore in continuo delle diossine e procedendo in tempi brevi ad ulteriori interventi impiantistici sulle cokerie, a prescindere dal colpo di spugna del decreto legislativo 155/2010, anche alla luce dei risultati preoccupanti delle elevate concentrazioni di benzo(a)pirene nell’aria ambiente dei primi mesi del 2010”.
L’ufficio stampa 328.7569809
Legambiente: “Ilva cita i nostri dati in modo omissivo e tendenzioso”
"È positivo che dopo anni di silenzio Ilva per il secondo anno presenti il suo rapporto ambientale, ma le citazioni dei nostri dati sono davvero omissive e tendenziose". È questo il commento sul contenuto del Rapporto Ambiente e Sicurezza 2010 di Ilva, presentato la scorsa settimana, che Legambiente esprime in una nota congiunta firmata da Stefano Ciafani, responsabile scientifico dell'associazione, Francesco Tarantini, presidente regionale, e Lunetta Franco, presidente del circolo di Taranto.
“Ilva nel suo secondo Rapporto - ricordano i tre dirigenti di Legambiente - riporta una grande mole di dati, molti dei quali, vale la pena sottolinearlo, di origine aziendale, che descrivono le performance dello stabilimento siderurgico di Taranto in seguito agli interventi impiantistici fatti negli ultimi anni. Ma abbiamo trovato davvero fuorviante la citazione dei dati della nostra campagna 'PM10 ti tengo d’occhio' in cui Taranto risulta essere al 62° posto tra le città capoluogo in Italia, informazione che, ovviamente, non smentiamo. Limitarsi infatti a citare quel dato è un modo furbesco di occultare il quadro che Legambiente negli ultimi anni ha delineato a proposito della situazione ambientale di Taranto, su cui gravano in modo rilevante le attività del polo siderurgico”.
Perché l’azienda non ha citato le informazioni contenute nel dossier “Mal’aria industriale” presentato a Taranto nel gennaio 2009 nel rione Tamburi dove erano appese ai balconi migliaia di lenzuola della nostra storica campagna anti-smog? In quel dossier Legambiente elaborò i dati riportati nel registro Ines sulle emissioni dei grandi impianti industriali relative al 2006 da cui risultava che lo stabilimento siderurgico tarantino era l’impianto più impattante in Italia per ben 10 inquinanti, per l'emissione in atmosfera di 32 tonnellate di Ipa (pari al 95% del totale nazionale delle emissioni dei grandi impianti industriali censiti dall’Ines), 92 grammi di diossine e furani (92%), 74 tonnellate di piombo (78%), 1,4 tonnellate di mercurio (57%), 231 tonnellate di benzene (42%), 366 kg di cadmio (42%), 4 tonnellate di cromo (31%), 540mila tonnellate di monossido di carbonio (80%), 43mila tonnellate di SOx (15%) e 30mila tonnellate di NOx (11%). Perché omettere la più recente classifica stilata la scorsa primavera da Legambiente, in occasione dell'approvazione della direttiva europea sulle emissioni dei grandi impianti industriali, elaborando quanto riportato dal nuovo registro E-Prtr (European pollutant release and transfer register)?
Secondo quella classifica, stilata sulla base di dati relativi al 2008, l'Ilva conserva sostanzialmente tutti i non invidiabili primati dell'Ines. Solo per citare alcuni dati, è il primo impianto in Italia per emissioni di monossido di carbonio (248mila tonnellate) e secondo in Europa (su un totale di 582 siti produttivi censiti a livello europeo), e' il primo impianto in Europa per emissioni di Pcb (31 kg circa) su un totale di 56 siti produttivi nei 27 paesi europei ed è il primo impianto emettitore di diossina nel nostro Paese (97 grammi) e il quinto in Europa (su un totale di 209 siti produttivi censiti). Certo dopo il 2008, grazie alla Legge regionale “antidiossina” sono stati effettuati interventi significativi per l’abbattimento delle emissioni di diossina, prima con l’impianto urea e poi con il sistema di iniezione di carbone negli elettrofiltri i cui effetti dovrebbero vedersi a partire dal prossimo anno, ma rimane il nodo irrisolto del tenore di ossigeno nei fumi oggetto delle misurazioni e del campionamento in continuo degli stessi che l’Ilva continua a procrastinare a data da destinarsi pur essendo esplicitamente previsto dalla legge regionale.
”Non crediamo sia utile fare allarmismo, ma descrivere Taranto come il Paese delle meraviglie è assolutamente inaccettabile - concludono Ciafani, Tarantini e Lunetta Franco - Sarebbe utile che da Ilva non arrivassero più segnali contraddittori: se infatti da una parte si fanno interventi sugli impianti, anche grazie alla pressione del popolo inquinato e degli enti locali, dall'altra non si contribuisce economicamente alla realizzazione della rete esterna di monitoraggio del benzo(a)pirene come invece hanno fatto Eni e Cementir. Un sistema di monitoraggio adeguato alle dimensioni dell’impianto tarantino e soprattutto controllato da un ente terzo come l’Arpa è l’unica garanzia per cittadini e lavoratori che gli interventi effettuati dall’Ilva siano realmente efficaci e inequivocabilmente misurabili. Ilva dimostri una volta per tutte di aver voltato pagina rispetto al passato, dotando l’impianto di agglomerazione del campionatore in continuo delle diossine e procedendo in tempi brevi ad ulteriori interventi impiantistici sulle cokerie, a prescindere dal colpo di spugna del decreto legislativo 155/2010, anche alla luce dei risultati preoccupanti delle elevate concentrazioni di benzo(a)pirene nell’aria ambiente dei primi mesi del 2010”.
L’ufficio stampa 328.7569809
sabato 27 novembre 2010
L'ABBATTIMENTO DEGLI INQUINANTI NON E' SUFFICIENTE
Comunicato stampa di Taranto Libera
Taranto libera con questo intervento intende rivolgersi al Presidente della regione Nichi Vendola, al Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e a tutta la stampa.
Questo comitato ha scelto di non essere presente in occasione della presentazione del rapporto Ambiente e Sicurezza 2010 tenutosi martedi 23 novembre nell’auditorium dell’azienda siderurgica. Il lavoro di Taranto libera prosegue mediante attecchimento del movimento nel tessuto sociale, affinchè si superi la protesta dei pochi e si attui un cambiamento alla radice.
Con questo intervento non intendiamo rivolgerci ad Ilva S.p.A. poiché riteniamo che questa azienda non abbia nulla da aggiungere, nulla da promettere e nulla da spiegare sulla presunta ecocompatibilità dei suoi impianti negli anni della sua permanenza a Taranto. Non possiamo fare altro che considerare ‘presunta’ questa eco compatibilità poiché l’Ilva non è disposta ad aprire i suoi blindatissimi cancelli alla società civile, costituita da professionalità in grado di fare valutazioni e osservazioni, in virtù’ di quella tanto millantata trasparenza, oggi termine alla moda, ma che solo alcuni coraggiosi rispettano.
L’Ilva, tuttavia, nonostante i suoi dichiarati sforzi per l’ambientalizzazione, emette il 98% del benzo(a)pirene rilevato. Non crediamo sia lecito, quindi, considerarci estremisti quando invitiamo le autorità competenti a provvedere al fermo degli impianti, ad avviare un processo di partnership anche con l’azienda perché si arrivi alla chiusura dell’area a caldo, riconvertendo le attività produttive e reimpiegando i dipendenti mediante un programma studiato e realizzato prima della effettiva chiusura degli impianti. Nei mesi scorsi questa azienda ha ben illustrato gli sforzi compiuti per l’ambientalizzazione degli impianti, mediante spot demagogici e pedagogici che hanno invaso le case di cittadini ignari, magari pure distratti. Le cifre elencate dall’Ingegner Buffo dell’Ilva, non danno alcuna indicazione sulla corrispondenza tra percentuale di abbattimento e sostanziale calo dell’inquinamento, non essendo chiara la produzione massima complessiva degli inquinanti stessi nel corso del ciclo produttivo. Ricordiamo, inoltre, che i dati forniti, certi e validati di cui parla l’Ilva, spesso altro non sono che il frutto di autocertificazioni fornite dall’azienda stessa che, come anche confermato da ISPRA, non vengono tecnicamente verificate mediante controlli incrociati dallo stesso ente che li raccoglie. L’ISPRA si limita a sollevare obiezioni che l’azienda può giustificare con un semplice e breve commento dai contenuti non documentati.
Al Presidente Vendola ricordiamo pero’ che il contenimento delle emissioni attraverso il controllo dei valori limite per tutti gli inquinanti, seguendo la strada dell’ambientalizzazione, non rappresenta in alcun modo una certezza rispetto alla reale tutela della salute umana. Gli aspetti tossicologici, estremamente complessi connessi agli effetti della combinazione di numerosi agenti inquinanti, impongono un atteggiamento politico di massima cautela, nel rispetto del principio fondamentale di precauzione, questo soprattutto tenuto conto della estrema vicinanza degli impianti industriali al centro abitato.
Secondo la Commissione europea, il ricorso al principio di precauzione si iscrive nel quadro generale dell’analisi del rischio e più particolarmente nel quadro della gestione del rischio che corrisponde alla presa di decisione. Il ricorso al principio di precauzione è giustificato quando riunisce tre condizioni, ossia: l’identificazione degli effetti potenzialmente negativi, la valutazione dei dati scientifici disponibili e l’ampiezza dell’incertezza scientifica. Quale decisione intende prendere il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola? La persistente assenza di un registro epidemiologico, poiché la Regione ha preferito ‘investire’ il denaro pubblico, anziché nella prevenzione, solo nella cura (con il San Raffaele del Mediterraneo), è sintomo di una maniera del tutto disallineata rispetto al resto dell’Europa, di concepire l’innovazione in ambito sanitario.
Ad Emma Marcegaglia diciamo, invece, che la riconversione industriale, la progettazione di nuovi scenari economici e lavorativi per Taranto, non solo rappresentano una necessità per questa città data l’estrema incertezza del mercato dell’acciaio, ma anche una grande opportunità per la definizione di nuove politiche di sviluppo sostenibile senza che si creino fratture nel mondo del lavoro ma allo stesso tempo rompendo col preesistente e superandolo. Si tratta di un percorso di responsabilità comune e condivisa che va nella direzione del bene collettivo, anche di quello dei futuri giovani industriali tarantini. La monocultura in generale non puo’ rappresentare una sicurezza in termini di stabilità economica. Quella dell’acciaio, poi, oltre ad essere per sua natura incerta, offre una dubbia qualità dell’occupazione che presenta forti esternalità negative. Queste si verificano quando il soggetto responsabile degli impatti negativi (Ilva) non corrisponde al danneggiato (operaio) un prezzo pari al costo del danno subito (malattie ‘professionali’).
L’opinione pubblica sta cambiando ed è per questo che andremo oltre la protesta superando la provocazione e la minaccia: anche i ‘leoni’, prima o poi, periscono.
Taranto libera con questo intervento intende rivolgersi al Presidente della regione Nichi Vendola, al Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e a tutta la stampa.
Questo comitato ha scelto di non essere presente in occasione della presentazione del rapporto Ambiente e Sicurezza 2010 tenutosi martedi 23 novembre nell’auditorium dell’azienda siderurgica. Il lavoro di Taranto libera prosegue mediante attecchimento del movimento nel tessuto sociale, affinchè si superi la protesta dei pochi e si attui un cambiamento alla radice.
Con questo intervento non intendiamo rivolgerci ad Ilva S.p.A. poiché riteniamo che questa azienda non abbia nulla da aggiungere, nulla da promettere e nulla da spiegare sulla presunta ecocompatibilità dei suoi impianti negli anni della sua permanenza a Taranto. Non possiamo fare altro che considerare ‘presunta’ questa eco compatibilità poiché l’Ilva non è disposta ad aprire i suoi blindatissimi cancelli alla società civile, costituita da professionalità in grado di fare valutazioni e osservazioni, in virtù’ di quella tanto millantata trasparenza, oggi termine alla moda, ma che solo alcuni coraggiosi rispettano.
L’Ilva, tuttavia, nonostante i suoi dichiarati sforzi per l’ambientalizzazione, emette il 98% del benzo(a)pirene rilevato. Non crediamo sia lecito, quindi, considerarci estremisti quando invitiamo le autorità competenti a provvedere al fermo degli impianti, ad avviare un processo di partnership anche con l’azienda perché si arrivi alla chiusura dell’area a caldo, riconvertendo le attività produttive e reimpiegando i dipendenti mediante un programma studiato e realizzato prima della effettiva chiusura degli impianti. Nei mesi scorsi questa azienda ha ben illustrato gli sforzi compiuti per l’ambientalizzazione degli impianti, mediante spot demagogici e pedagogici che hanno invaso le case di cittadini ignari, magari pure distratti. Le cifre elencate dall’Ingegner Buffo dell’Ilva, non danno alcuna indicazione sulla corrispondenza tra percentuale di abbattimento e sostanziale calo dell’inquinamento, non essendo chiara la produzione massima complessiva degli inquinanti stessi nel corso del ciclo produttivo. Ricordiamo, inoltre, che i dati forniti, certi e validati di cui parla l’Ilva, spesso altro non sono che il frutto di autocertificazioni fornite dall’azienda stessa che, come anche confermato da ISPRA, non vengono tecnicamente verificate mediante controlli incrociati dallo stesso ente che li raccoglie. L’ISPRA si limita a sollevare obiezioni che l’azienda può giustificare con un semplice e breve commento dai contenuti non documentati.
Al Presidente Vendola ricordiamo pero’ che il contenimento delle emissioni attraverso il controllo dei valori limite per tutti gli inquinanti, seguendo la strada dell’ambientalizzazione, non rappresenta in alcun modo una certezza rispetto alla reale tutela della salute umana. Gli aspetti tossicologici, estremamente complessi connessi agli effetti della combinazione di numerosi agenti inquinanti, impongono un atteggiamento politico di massima cautela, nel rispetto del principio fondamentale di precauzione, questo soprattutto tenuto conto della estrema vicinanza degli impianti industriali al centro abitato.
Secondo la Commissione europea, il ricorso al principio di precauzione si iscrive nel quadro generale dell’analisi del rischio e più particolarmente nel quadro della gestione del rischio che corrisponde alla presa di decisione. Il ricorso al principio di precauzione è giustificato quando riunisce tre condizioni, ossia: l’identificazione degli effetti potenzialmente negativi, la valutazione dei dati scientifici disponibili e l’ampiezza dell’incertezza scientifica. Quale decisione intende prendere il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola? La persistente assenza di un registro epidemiologico, poiché la Regione ha preferito ‘investire’ il denaro pubblico, anziché nella prevenzione, solo nella cura (con il San Raffaele del Mediterraneo), è sintomo di una maniera del tutto disallineata rispetto al resto dell’Europa, di concepire l’innovazione in ambito sanitario.
Ad Emma Marcegaglia diciamo, invece, che la riconversione industriale, la progettazione di nuovi scenari economici e lavorativi per Taranto, non solo rappresentano una necessità per questa città data l’estrema incertezza del mercato dell’acciaio, ma anche una grande opportunità per la definizione di nuove politiche di sviluppo sostenibile senza che si creino fratture nel mondo del lavoro ma allo stesso tempo rompendo col preesistente e superandolo. Si tratta di un percorso di responsabilità comune e condivisa che va nella direzione del bene collettivo, anche di quello dei futuri giovani industriali tarantini. La monocultura in generale non puo’ rappresentare una sicurezza in termini di stabilità economica. Quella dell’acciaio, poi, oltre ad essere per sua natura incerta, offre una dubbia qualità dell’occupazione che presenta forti esternalità negative. Queste si verificano quando il soggetto responsabile degli impatti negativi (Ilva) non corrisponde al danneggiato (operaio) un prezzo pari al costo del danno subito (malattie ‘professionali’).
L’opinione pubblica sta cambiando ed è per questo che andremo oltre la protesta superando la provocazione e la minaccia: anche i ‘leoni’, prima o poi, periscono.
domenica 13 dicembre 2009
Frottole Ilva: spieghiamole a tutti!
COMUNICATO STAMPA DI ALTAMAREA
Perché i dati della campagna mediatica dell’Ilva non sono attendibili
Con il denaro della campagna potevano acquistare il campionatore in continuo
L’Ilva ha acquistato recentemente quattro pagine sui quotidiani locali per magnificare il proprio impegno per l’ambiente e la sicurezza. E in più ha stampato 14 mila libri rilegati con carta patinata e foto a colori. Colpisce subito, in questa vasta campagna mediatica, la quantità di denaro profusa. Calcoliamo che se ogni volume costasse 10 euro, il totale dell’operazione si aggirerebbe sui 140 mila euro. A ciò si deve aggiungere il costo delle pubblicazione delle pagine a pagamento sui quotidiani. Arriviamo ad una cifra considerevole che supera i 150 mila euro.
Considerando che il “campionamento continuo” dei fumi contenenti diossina costerebbe tra i 130 mila e i 140 mila euro, ci chiediamo perché l’Ilva avrebbe speso una somma superiore in pubbliche relazioni invece di fare il campionamento della diossina 24 ore su 24? Perché non pubblicare sul sito Internet dell’Ilva le informazioni a costo
zero?
Dati privi di validità statistica
Ma veniamo al merito della comunicazione. L’Ilva dice di aver ridotto l’inquinamento. Questi sono i dati percentuali sulle “riduzioni stimate” delle emissioni diffuse della cokeria: polveri - 62%; benzene - 27%; IPA - 45%. Chiunque abbia studiato statistica sa che i dati percentuali, presentati in questo modo e privi di verificabilità, sono scientificamente non validi Infatti un dato percentuale di una serie storica ha senso se si riferisce ad un preciso anno e a un preciso quantitativo. Il rapporto dell’Ilva non dice rispetto a che anno sarebbe avvenuta questa riduzione. Rispetto al 1995? Rispetto al 2000?
Rispetto al 2005? Ma soprattutto non è chiaro quali siano i quantitativi attuali e quelli di riferimento storico ai fini del calcolo percentuale. Facciamo un esempio semplicissimo. Se una persona dice di essere dimagrita del 27% ma non dice rispetto a che anno e rispetto a quale peso, quel dato è privo di validità statistica.
Occorrerebbe pertanto conoscere il quantitativo in chilogrammi degli IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) che attualmente fuoriesce e il corrispondente quantitativo di IPA rispetto a cui si effettua il confronto. Senza questi dati in chilogrammi le percentuali sono prive di senso in quanto sono numeri mancanti di un riscontro concreto.
Dati non validati da ente terzo
E soprattutto sono dati non validati da alcun ente terzo, come ha giustamente osservato il Direttore Generale dell’Arpa Giorgio Assennato. Le tabelle dei dati riportano la dicitura “fonte Ilva”, il che la dice lunga. In altre parole l’Ilva “se la canta e se la suona” senza alcuna validazione di un ente di controllo per cui non possiamo considerare validi scientificamente i dati diffusi su polveri, benzene
e IPA.
Incremento del benzene, degli Ipa e delle polveri
Ma un criterio di raffronto per verificare i miglioramenti e i peggioramenti esiste: sono le dichiarazioni INES dell’Ilva. Pertanto noi ci atterremo unicamente ai dati ufficiali comunicati da Ilva al Ministero dell’Ambiente e validati nell’ambito del registro INES (Inventario Nazionale Emissioni e loro Sorgenti). Attualmente i più recenti dati disponibili sono le dichiarazioni INES 2007 contenenti i dati stimati di emissione 2006. La realtà che emerge è la seguente. Il benzene (cancerogeno) è passato dai 188236 chili del 2002 ai 231387 chili del 2006, con un incremento dell’inquinamento stimato del 22,9%. Gli IPA (cancerogeni) sono passati dai 25913 chili del 2002 ai 35480 chili del 2006, con un incremento dell’inquinamento stimato del 36,9%. Neppure per le polveri la situazione migliora: esse passano da 9707
tonnellate del 2002 alle 11462 tonnellate del 2006, con un incremento del 18,1%.
Contraddizione fra dati INES e dati del Rapporto Ilva
Emerge con assoluta evidenza che l’Ilva ha dichiarato al Ministero dell’Ambiente un aumento delle proprie emissioni inquinanti proprio nel periodo in cui trattava con Comune, Provincia e Regione la cosiddetta “ambientalizzazione” dello stabilimento. In quel periodo l’Ilva ha presentato un cronoprogramma di investimenti che avrebbero dovuto alleggerire le emissioni inquinanti. Alla luce di tutto questi peggioramenti ci stupisce che l’Ilva poi dichiari nel suo Rapporto Ambiente e Sicurezza dei “miglioramenti” che non trovano conferma negli stessi dati comunicati da Ilva al Ministero dell’Ambiente e al registro INES.
Diossina: non verrebbe rispettata la tempistica della legge regionale
Ma ci sono altre stranezze nel Rapporto Ilva. L’adeguamento al valore obiettivo previsto dal Protocollo di Aarhus per la diossina ha, secondo l’Ilva, un “orizzonte temporale” di 2 anni. In tal modo verrebbe violata la legge regionale sulla diossina che fissa tale adeguamento entro il 31 dicembre 2010. Questo punto ci preoccupa fortemente e chiediamo un intervento deciso del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola.
I dati “gonfiati” del programma di ambientalizzazione
In conclusione alla “glorificazione” di Santa Ilva, officiata dal Sommo Sacerdote Emilio Riva, contrapponiamo una domanda finale: nel “miliardo di euro impiegato per l’ecologia e per la tutela dell’ambiente” ci sono i settecento milioni di euro del piano di “panna montata” inserito nella documentazione presentata per l’Autorizzazione Integrata Ambientale? Sono passati più di due anni da quando gli ambientalisti e le associazioni cittadine hanno dimostrato che quella cifra si riferiva a 64 proposte di “nuova tecnica” più 2 modifiche di attività, la gran parte delle quali hanno ben poco a che fare con la riduzione delle emissioni inquinanti degli impianti. Ma il patron dell’Ilva continua a dare quei numeri. E’ così che dimostra la sua dimostra la sua disponibilità nei confronti di tutti gli stakeholders fra cui i 193.736 cittadini di Taranto?
Perché i dati della campagna mediatica dell’Ilva non sono attendibili
Con il denaro della campagna potevano acquistare il campionatore in continuo
L’Ilva ha acquistato recentemente quattro pagine sui quotidiani locali per magnificare il proprio impegno per l’ambiente e la sicurezza. E in più ha stampato 14 mila libri rilegati con carta patinata e foto a colori. Colpisce subito, in questa vasta campagna mediatica, la quantità di denaro profusa. Calcoliamo che se ogni volume costasse 10 euro, il totale dell’operazione si aggirerebbe sui 140 mila euro. A ciò si deve aggiungere il costo delle pubblicazione delle pagine a pagamento sui quotidiani. Arriviamo ad una cifra considerevole che supera i 150 mila euro.
Considerando che il “campionamento continuo” dei fumi contenenti diossina costerebbe tra i 130 mila e i 140 mila euro, ci chiediamo perché l’Ilva avrebbe speso una somma superiore in pubbliche relazioni invece di fare il campionamento della diossina 24 ore su 24? Perché non pubblicare sul sito Internet dell’Ilva le informazioni a costo
zero?
Dati privi di validità statistica
Ma veniamo al merito della comunicazione. L’Ilva dice di aver ridotto l’inquinamento. Questi sono i dati percentuali sulle “riduzioni stimate” delle emissioni diffuse della cokeria: polveri - 62%; benzene - 27%; IPA - 45%. Chiunque abbia studiato statistica sa che i dati percentuali, presentati in questo modo e privi di verificabilità, sono scientificamente non validi Infatti un dato percentuale di una serie storica ha senso se si riferisce ad un preciso anno e a un preciso quantitativo. Il rapporto dell’Ilva non dice rispetto a che anno sarebbe avvenuta questa riduzione. Rispetto al 1995? Rispetto al 2000?
Rispetto al 2005? Ma soprattutto non è chiaro quali siano i quantitativi attuali e quelli di riferimento storico ai fini del calcolo percentuale. Facciamo un esempio semplicissimo. Se una persona dice di essere dimagrita del 27% ma non dice rispetto a che anno e rispetto a quale peso, quel dato è privo di validità statistica.
Occorrerebbe pertanto conoscere il quantitativo in chilogrammi degli IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) che attualmente fuoriesce e il corrispondente quantitativo di IPA rispetto a cui si effettua il confronto. Senza questi dati in chilogrammi le percentuali sono prive di senso in quanto sono numeri mancanti di un riscontro concreto.
Dati non validati da ente terzo
E soprattutto sono dati non validati da alcun ente terzo, come ha giustamente osservato il Direttore Generale dell’Arpa Giorgio Assennato. Le tabelle dei dati riportano la dicitura “fonte Ilva”, il che la dice lunga. In altre parole l’Ilva “se la canta e se la suona” senza alcuna validazione di un ente di controllo per cui non possiamo considerare validi scientificamente i dati diffusi su polveri, benzene
e IPA.
Incremento del benzene, degli Ipa e delle polveri
Ma un criterio di raffronto per verificare i miglioramenti e i peggioramenti esiste: sono le dichiarazioni INES dell’Ilva. Pertanto noi ci atterremo unicamente ai dati ufficiali comunicati da Ilva al Ministero dell’Ambiente e validati nell’ambito del registro INES (Inventario Nazionale Emissioni e loro Sorgenti). Attualmente i più recenti dati disponibili sono le dichiarazioni INES 2007 contenenti i dati stimati di emissione 2006. La realtà che emerge è la seguente. Il benzene (cancerogeno) è passato dai 188236 chili del 2002 ai 231387 chili del 2006, con un incremento dell’inquinamento stimato del 22,9%. Gli IPA (cancerogeni) sono passati dai 25913 chili del 2002 ai 35480 chili del 2006, con un incremento dell’inquinamento stimato del 36,9%. Neppure per le polveri la situazione migliora: esse passano da 9707
tonnellate del 2002 alle 11462 tonnellate del 2006, con un incremento del 18,1%.
Contraddizione fra dati INES e dati del Rapporto Ilva
Emerge con assoluta evidenza che l’Ilva ha dichiarato al Ministero dell’Ambiente un aumento delle proprie emissioni inquinanti proprio nel periodo in cui trattava con Comune, Provincia e Regione la cosiddetta “ambientalizzazione” dello stabilimento. In quel periodo l’Ilva ha presentato un cronoprogramma di investimenti che avrebbero dovuto alleggerire le emissioni inquinanti. Alla luce di tutto questi peggioramenti ci stupisce che l’Ilva poi dichiari nel suo Rapporto Ambiente e Sicurezza dei “miglioramenti” che non trovano conferma negli stessi dati comunicati da Ilva al Ministero dell’Ambiente e al registro INES.
Diossina: non verrebbe rispettata la tempistica della legge regionale
Ma ci sono altre stranezze nel Rapporto Ilva. L’adeguamento al valore obiettivo previsto dal Protocollo di Aarhus per la diossina ha, secondo l’Ilva, un “orizzonte temporale” di 2 anni. In tal modo verrebbe violata la legge regionale sulla diossina che fissa tale adeguamento entro il 31 dicembre 2010. Questo punto ci preoccupa fortemente e chiediamo un intervento deciso del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola.
I dati “gonfiati” del programma di ambientalizzazione
In conclusione alla “glorificazione” di Santa Ilva, officiata dal Sommo Sacerdote Emilio Riva, contrapponiamo una domanda finale: nel “miliardo di euro impiegato per l’ecologia e per la tutela dell’ambiente” ci sono i settecento milioni di euro del piano di “panna montata” inserito nella documentazione presentata per l’Autorizzazione Integrata Ambientale? Sono passati più di due anni da quando gli ambientalisti e le associazioni cittadine hanno dimostrato che quella cifra si riferiva a 64 proposte di “nuova tecnica” più 2 modifiche di attività, la gran parte delle quali hanno ben poco a che fare con la riduzione delle emissioni inquinanti degli impianti. Ma il patron dell’Ilva continua a dare quei numeri. E’ così che dimostra la sua dimostra la sua disponibilità nei confronti di tutti gli stakeholders fra cui i 193.736 cittadini di Taranto?
sabato 12 dicembre 2009
Le bugie dell'Ilva (mò avaste!)
L'Ilva ha inquinato di più, anno dopo anno, ma nel suo "Rapporto Ambiente e sicurezza" vanta l'esatto opposto.
Ilva: più benzene, più IPA e più polveri. Ecco la verità sull'inquinamento dell'acciaieria di Riva
Con una campagna pubblicitaria senza precedenti, l’Ilva ha diffuso dati non attendibili sotto il profilo statistico-scientifico. Con i soldi della campagna di pubbliche relazioni, Riva avrebbe potuto acquistare il campionatore in continuo della diossina. Altamarea dimostra, dati alla mano, il progressivo aumento delle sostanze cancerogene scaricate dall'acciaieria sulla città quando la produzione va al massimo.Ilva: più benzene, più IPA e più polveri. Ecco la verità sull'inquinamento dell'acciaieria di Riva
12 dicembre 2009 - Alessandro Marescotti
La campagna pubblicitaria dell'Ilva sulle presunte "riduzioni dell'inquinamento" è venuta a costare più del campionamento continuo (per il controllo della diossina 24 ore su 24). Ed è una campagna che ha diffuso diversi dati statistici privi di validità scientifica. La verità è invece che i dati ufficiali comunicati da Ilva al Ministero dell'Ambiente evidenziano un peggioramento delle emissioni quando la produzione è al massimo.
Emilio Riva, proprietario dell'Ilva
Con il denaro della campagna l'Ilva poteva acquistare il campionatore in continuoL’Ilva ha acquistato recentemente quattro pagine sui quotidiani locali per magnificare il proprio impegno per l’ambiente e la sicurezza. E in più ha stampato 14 mila libri rilegati con carta patinata e foto a colori. Colpisce subito, in questa vasta campagna mediatica, la quantità di denaro profuso. Calcoliamo che, se ogni volume costasse 10 euro, il totale dell’operazione si aggirerebbe sui 140 mila euro. A ciò si deve aggiungere il costo delle pubblicazione delle pagine a pagamento sui quotidiani locali. Arriviamo ad una cifra considerevole che stimiamo superi i 150 mila euro. Considerando che il “campionamento continuo” dei fumi contenenti diossina costerebbe tra i 130 mila e i 140 mila euro, ci chiediamo perché l’Ilva abbia speso una tale somma invece di fare il campionamento della diossina 24 ore su 24. Non sarebbe stato meglio pubblicare le informazioni sul sito Internet dell’Ilva e impiegare quei soldi per controllare la diossina 24 ore su 24?
Dati privi di validità statistica
Ma veniamo al merito della comunicazione aziendale. L’Ilva sostiene di aver ridotto l’inquinamento. Questi sono i dati percentuali sulle “riduzioni stimate” delle emissioni diffuse della cokeria:polveri - 62%; benzene - 27%; IPA - 45%.
Chiunque abbia studiato statistica sa che i dati percentuali, presentati in questo modo e privi di verificabilità, sono scientificamente non validi. Infatti un dato percentuale di una serie storica ha senso se si riferisce ad un preciso anno e a un preciso quantitativo. Il rapporto dell’Ilva non dice rispetto a che anno sarebbe avvenuta questa riduzione. Rispetto al 1995? Rispetto al 2002? Rispetto al 2006? Ma soprattutto non è chiaro quali siano i quantitativi attuali e quelli di riferimento storico considerati ai fini del calcolo percentuale. Facciamo un esempio semplicissimo. Se una persona dice di essere dimagrita del 27% ma non dice rispetto a che anno e rispetto a quale peso, quel dato è assolutamente privo di validità statistica. Occorrerebbe pertanto conoscere il quantitativo in chilogrammi degli IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) che attualmente fuoriesce e il corrispondente quantitativo di IPA rispetto a cui si effettua il confronto statistico. Senza questi dati in chilogrammi le percentuali sono prive di senso e di validità. Chi studia statistica lo sa benissimo. Le tabelle del Rapporto Ilva riportano istogrammi che visualizzano percentuali prive di riscontri in valori quantitativi di emissioni. Da un punto di vista scientifico questi dati percentuali non hanno alcun valore in quanto non è verificabile la procedura con cui vengono ricavati. L'Ilva lo sa benissimo ed è bene che lo sappiano anche i lettori magari meno attrezzati da un punto di vista tecnico.
Dati non validati da ente terzo
E soprattutto i dati Ilva non validati da alcun ente terzo, come ha giustamente osservato il Direttore Generale dell’Arpa Giorgio Assennato. Le tabelle dei dati riportano la dicitura “fonte Ilva”, il che la dice lunga. In altre parole l’Ilva “se la canta e se la suona” senza alcuna validazione di un ente di controllo per cui non possiamo considerare validi scientificamente i dati diffusi su polveri, benzene e IPA.Incremento del benzene, degli Ipa e delle polveri Ma un criterio di raffronto per verificare i miglioramenti e i peggioramenti esiste: sono le dichiarazioni INES dell’Ilva. Pertanto noi ci atterremo unicamente ai dati ufficiali comunicati da Ilva al Ministero dell’Ambiente e validati nell’ambito del registro INES (Inventario Nazionale Emissioni e loro Sorgenti). Attualmente i più
recenti dati disponibili sono le dichiarazioni INES 2007 contenenti i dati stimati di emissione 2006. La realtà che emerge è la seguente.
Il benzene (cancerogeno) è passato dai 188236 chili del 2002 ai 231387 chili del 2006, con un incremento dell’inquinamento stimato del 22,9%.
Gli IPA (cancerogeni) sono passati dai 25913 chili del 2002 ai 35480 chili del 2006, con un incremento dell’inquinamento stimato del 36,9%.
Neppure per le polveri la situazione migliora: esse passano da 9707 tonnellate del 2002 alle 11462 tonnellate del 2006, con un incremento stimato del 18,1%.
Contraddizione fra dati INES e dati del Rapporto Ilva
Emerge con assoluta evidenza che l’Ilva ha dichiarato al Ministero dell’Ambiente un aumento delle proprie emissioni inquinanti proprio nel periodo in cui trattava con Comune, Provincia e Regione la cosiddetta “ambientalizzazione” dello stabilimento. In quel periodo l’Ilva ha presentato un cronoprogramma di investimenti che avrebbero dovuto alleggerire le emissioni inquinanti. Alla luce di tutto questi peggioramenti ci stupisce che l’Ilva poi dichiari nel suo Rapporto Ambiente e Sicurezza dei “miglioramenti” che non trovano conferma negli stessi dati comunicati da Ilva al Ministero dell’Ambiente e al registro INES.Diossina: non verrebbe rispettata la tempistica della legge regionale
Ma ci sono altre stranezze nel Rapporto Ilva. L’adeguamento al valore obiettivo previsto dal Protocollo di Aarhus per la diossina ha, secondo l’Ilva, un “orizzonte temporale” di 2 anni. In tal modo verrebbe violata la legge regionale sulla diossina che fissa tale adeguamento entro il 31 dicembre 2010. Questo punto ci preoccupa fortemente e chiediamo un intervento deciso del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola.
I dati “gonfiati” del programma di ambientalizzazione
In conclusione alla “glorificazione” di Santa Ilva, officiata dal Sommo Sacerdote Emilio Riva, contrapponiamo una domanda finale: nel “miliardo di euro impiegato per l’ecologia e per la tutela dell’ambiente” ci sono i settecento milioni di euro del piano di “panna montata” inserito nella documentazione presentata per l’Autorizzazione Integrata Ambientale? Sono passati più di due anni da quando gli ambientalisti e le associazioni cittadine hanno dimostrato che quella cifra si riferiva a 64 proposte di “nuova tecnica” più 2 modifiche di attività, la gran parte delle quali hanno ben poco a che fare con la riduzione delle emissioni inquinanti degli impianti. Ma il patron dell’Ilva continua a dare quei numeri. E’ così che dimostra la sua disponibilità nei confronti di tutti gli stakeholders fra cui i 193.736 cittadini di Taranto?Altamarea
Coordinamento cittadini e associazioni
Per contatti voce: cell. 3471463719
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