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venerdì 25 settembre 2015

A data da destinarsi

AIA Ilva: i documenti di Ispra fermi ad aprile

Sul sito del Ministero dell'ambiente sono di aprile gli ultimi documenti pubblicati
Non è ben chiaro ciò che accade sul sito del Ministero dell'Ambiente in merito alla documentazione su Ilva e di conseguenza relativa all'AIA. Abbiamo però una certezza, siamo alla fine del mese di settembre e la documentazione ufficiale di Ispra, in merito allo stato di attuazione delle prescrizioni a seguito dei controlli trimestrali, è ferma ad aprile. Gli ultimi documenti pubblicati che ci dicono a che punto sono i lavori dell'AIA Ilva fanno riferimento all'esito dell'ispezione effettuata da Ispra e Arpa il 14 e 15 aprile.
Ma che fine hanno fatto quindi le considerazioni di Ispra in merito al famoso 80% delle prescrizioni AIA che doveva essere realizzato entro luglio 2015? Non lo sappiamo e chissà quando lo sapremo.
Per essere sempre sicuri ed aggiornati su quanto Ispra vuole comunicarci ci premuriamo di conservare le schermate video in merito a quanto accade sul sito del Ministero, questo semplicemente perchè ci siamo accorti che alcuni documenti che sono, diciamo, "in ritardo" alcune volte vengono pubblicati con date non effettivamente corrispondenti alla data di pubblicazione, in altri casi, proprio come sta accadendo con questi ultimi documenti, si preferisce omettere la data. Succede quindi che navigando sulla pagina che elenca tutti i documenti relativi all'AIA Ilva, a piè di pagina troviamo gli ultimi pubblicati in ordine cronologico, in questo caso i documenti del gestore Ilva in merito alle relazioni trimestrali, mentre per quanto riguarda quelli di Ispra relativi alle ispezioni si deve risalire la pagina perchè questi sono pubblicati senza data e quindi non sono in ordine temporale. Nell'era dell'open source e della politica all'insegna dell'amministrazione trasparente tutto ciò non ha una spiegazione.
Se poi denunciamo anche, che la documentazione pubblicata non è in formato testo ma  vengono fornite, anche se in pdf, come immagini di documenti realizzate allo scanner, e dove pertanto non è possibile fare una ricerca nel testo di parole specifiche, cosa che semplificherebbe un lavoro se si deve consultare un documento che contiene centinaia di pagine, allora è probabile che ci appaia l'Enterprise con Mr. Spock che ci saluta dall'oblò e ci fa cenno che stiamo chiedendo davvero troppo. Pertanto torniamo sulla terra e ci rassegnamo a vivere nel medioevo digitale espresso dai siti web delle istituzioni italiane che per essere realizzati e "aggiornati" richiedono notevoli risorse economiche del contribuente.
In realtà, però, questa settimana qualcosa è accaduto. Sul sito del Ministero è comparso il verbale del sopralluogo in Ilva da parte di Ispra ed Arpa effettuato dal 28 al 31 luglio 2015. Documento inviato al Ministero solo il 14 settembre, come da timbro protocollo. Qualcosa si muove anche se in realtà con questo documento vengono verbalizzati solo gli impianti visitati e la documentazione richiesta, ma non si apprende l'esito del controllo e di conseguenza neanche lo stato di attuazione delle prescrizioni AIA.
Quando sarà possibile, quindi, prendere visione della documentazione in questione? Abbiamo scritto ad Ispra e al Ministero dell'Ambiente tramite posta elettronica certificata, ma per non sbagliare e per essere sicuri che la nostra richiesta sia presa in considerazione abbiamo anche informato la Procura della Repubblica di Taranto.
Ad oggi, con il mese di ottobre alle porte, Ispra, sull'AIA Ilva, ci informa sullo stato dei lavori aggiornati ad aprile.
Non ci rimane, quindi, che aggiornarci sullo stato dei lavori AIA Ilva per mezzo delle fotografie che gli operai ci fanno pervenire dall'interno della fabbrica e che Puglia Press (in questo articolo) ha pubblicato proprio in questi giorni.
Immagini eloquenti: le solite emissioni non convogliate a cielo aperto e nei reparti pronte per essere respirate dagli operai, cappe di aspirazione inesistenti sulle siviere dei reparti di colata continua ma che il dimenticato Ronchi ci narrava fossero esistenti, cappe mobili al GRF che nessuno ha mai visto montate, coperture dei parchi minerali ammirate solo in slide e rendering in televisione, ricordiamo le slide, abbiamo dimenticato la faccia di chi ce le mostrava.
Rimuoviamo i brutti ricordi e badiamo alla sostanza, a Taranto è una regola per la sopravvivenza. (Peacelink)

In allegato l'ultimo documento disponibile di Ispra  in merito allo stato di attuazione dell'AIA Ilva, aggiornato ad aprile, e il verbale del sopralluogo di luglio.

Allegati

giovedì 24 settembre 2015

Ci crediamo

Vertice a Roma, pronta la bozza del piano per rilanciare Taranto

Al Tavolo istituzionale per Taranto, riunito ieri a palazzo Chigi dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti, affiancato dal sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi, è stata esaminata la bozza del Cis, il Contratto istituzionale di Sviluppo che deve essere pronto per la prossima riunione del Cipe, prevista entro il primo novembre.
Lo strumento per la riqualificazione di Taranto e dei comuni di Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola, contemplato dalla legge 20 del 2015 per l’Ilva e lo sviluppo dell’area «finisce per essere parte integrante del cosiddetto Masterplan per il Sud che si articola su otto Regioni e sette Città Metropolitane, una delle quali è - appunto - Taranto stessa», spiega un comunicato della Presidenza del Consiglio al termine della riunione . Il Cis e i progetti presentati dai vari enti – Regione Puglia, enti locali, Autorità Portuale, Marina Militare, commissario per le Bonifiche, ecc – verranno esaminati e scelti nel corso della prossima riunione del Tavolo, previsto il 19 ottobre a Taranto, dove si sposteranno non solo il sottosegretario, ma i dirigenti della Struttura di missione, del Dipartimento per le Politiche di Coesione e dell'Agenzia per la Coesione Territoriale, dei ministeri dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture, dei Beni Culturali, dell'Ambiente e di Invitalia. Un altro momento di attenzione per Taranto, dove il 20 luglio scorso De Vincenti aveva quantificato in almeno 600 milioni le risorse già stanziate tra fondi europei, nazionali, locali e di privati: 115 milioni per le bonifiche; 189 milioni per l'infrastrutturazione del porto; 219 milioni per la piattaforma logistica; 60 milioni per le opere di rigenerazione urbana; 30 milioni per la reindustrializzazione.
Il testo dell’accordo e le schede progettuali sono suscettibili di ulteriori modifiche, con osservazioni e integrazioni, ma al finanziamento andranno le opere già avviate e quelle che rischiano di perdere i fondi, come i dragaggi del porto di Taranto, già appaltati. «Non il libro dei sogni - afferma il Sottosegretario De Vincenti riassumendo il senso dei progetti in cantiere - ma interventi precisi, dotati di risorse precise, la cui realizzazione dovrà essere scandita da un cronoprogramma verificato periodicamente. Il tutto, nel nome della massima trasparenza perché i cittadini hanno il diritto di conoscere quel che si fa, con quali mezzi lo si fa, di chi è la responsabilità, conclude. Il contratto, “è uno strumento molto flessibile”, spiega il presidente dell’Autorità Portuale di Taranto, Sergio Prete, «e le proposte che non dovessero essere finanziate in tempo idoneo per sfruttare questi fondi, potranno essere poste nella prossima programmazione del Cipe», aggiunge.
Alla riunione, a cui ha partecipato anche l’Ammiraglio del Comando Marittimo Sud, Ermenegildo Ugazzi, il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, ha consegnato la delibera comunale sul rilancio del ruolo dell’Arsenale Militare di Taranto e il completamento del piano Brin, su cui ha espresso il suo accordo il sottosegretario alla Difesa. (GdM)

venerdì 31 luglio 2015

Gli Ilva supporters fanno la ola: può inquinare!

Ilva: il Tar sospende la diffida del ministero sulla gestione delle scorie

La gestione commissariale dell’Ilva ottiene dal Tar di Lecce la sospensione della diffida del ministero dell’Ambiente a proposito della gestione delle scorie. Dopo la visita ispettiva nel siderurgico del 14 e 15 aprile scorsi, relativa al controllo sull’attuazione delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), il 17 giugno l’Ispra, che agisce da organo tecnico del ministero, ha messo nero su bianco le contestazioni relative alle modalità dell’attività di gestione delle scorie Cer, delle acque di dilavamento del deposito preliminare area 66 e delle scorie non deferrizzate dell’Impianto rottami ferrosi (Irs).
Il 2 luglio scorso il ministero ha spedito all’azienda l’esito preliminare della visita ispettiva con l’accertamento delle violazioni e la proposta di diffida. Allegati anche i verbali dell’Arpa Puglia che, nel controllo dell’Aia, affianca l’Ispra. In seguito l’azienda ha impugnato tutto al Tar costituendosi contro ministero, Ispra e Arpa. Accogliendo ora l’istanza dell’azienda, a proposito delle scorie non deferrizzate il Tar osserva che «la sospensione dell’attività, con la prescrizione di effettuare il deposito solo in aree dello stabilimento dotate dei necessari presidi ambientali e di regimazione delle acque al fine di prevenire eventuali pericoli di percolamenti e di dispersioni ambientali, appare riguardare prescrizioni non inserite nel piano ambientale approvato col Dpcm 14 marzo 2014». Il piano infatti stabilisce «che per quanto riguarda l’Area gestione rottami ferrosi e svuotamento paiole, entro 10 mesi dall’entrata in vigore del decreto che approva il piano, sarà installato un sistema a cappe mobili come misura transitoria. I lavori per la realizzazione di un nuovo sistema trattamento scorie di acciaieria - Bssf - saranno conclusi entro il 3 agosto 2016” (è la data entro la quale, stando al piano ambientale, deve essere concluso il residuo 20% delle prescrizioni Aia mentre l’80% va completato entro fine luglio 2015). «Per quanto concerne l’Impianto rottame ferroso (Irs) – sostiene il Tar citando ancora il piano –, il gestore dovrà attuare gli interventi proposti nella nota del 20.11.2013 nel rispetto dei cronoprogrammi». Di qui, dunque, la sospensione della diffida del ministero dell’Ambiente e la fissazione, al 9 settembre prossimo, della camera di consiglio per la trattazione collegiale. E intanto il sindacato Usb chiede alla Procura e allo Spesal dell’Asl un’azione «immediata» nell’acciaieria 1 «a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori». Nell’impianto, rimasto fermo quattro mesi per lavori di adeguamento, l’Usb denuncia infatti l’urgenza “di interventi di carattere ordinario che non sono stati effettuati pur avendone avuto il tempo”.
Ilva, nuovo direttore personale a Taranto. È Michele Onorato e risponde al direttore centrale delle Risorse umane e organizzazione del gruppo Cesare Ranieri. Onorato ha 37 anni, è nato a Napoli ed è laureato in Economia aziendale con master in Gestione delle Risorse umane. Ha maturato esperienze specifiche nell’ambito della direzione delle Risorse umane in Tobacco Division Coesia Group, Philips e Saeco nonchè esperienze manageriali in Saeco e Indesit. (Sole24h)

mercoledì 29 aprile 2015

Galletti, il ministro dei potenti

L'ambiente è scomparso


Gian Luca Galletti, ministro dell’Ambiente in carica dal Renzi I, è tra i membri meno attivi dell’esecutivo. Pochi progetti di legge e almeno uno sponsor elettorale dubbio. Intervistato da Ae sui criteri di nomina della commissione VIA (guarda qui il video) annuncia imminenti riforme, che tardano a prendere forma. 



Dov’è finito il ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare?
Ripercorrendo le cronache di quest’anno e tre mesi di governo Renzi è una domanda spontanea. Soprattutto perché di “ambiente” questo esecutivo se ne è occupato -basti pensare alla legge “Sblocca-Italia” (cui abbiamo dedicato il libro “Rottama Italia”, 12 euro, 2015) e ai suoi effetti deleteri, o all’irrisolta questione dell’Ilva di Taranto-. 
Il titolare del dicastero si chiama Gian Luca Galletti, commercialista bolognese, già sottosegretario all’Istruzione durante il governo Letta e rappresentante, all’epoca della nomina, l’Unione di centro, divenuta poi Area Popolare. Su 102 progetti di legge di “iniziativa governativa” presentati dal 22 febbraio 2014 -data di nascita del “Renzi I”- ad oggi (Ae va in stampa il 20 aprile 2015), solo quattro -di cui uno peraltro tecnicamente “decaduto”- l’hanno visto in qualità di “primo firmatario”. Alla voce “Interventi su Disegni di legge”, invece, si conta una sola istanza, nel settembre 2014. Non che l’attivismo di un ministro debba ridursi all’iniziativa legislativa per decreto, anzi, ma che il ruolo ricoperto da Galletti sia attualmente condotto quanto meno sotto tono è pacifico. Chi ha provato a stimolarne una reazione è stata, insieme ad altri 14 colleghi parlamentari, l’onorevole Federica Daga (Movimento 5 Stelle) che l’8 aprile scorso ha depositato un esposto all’attenzione, tra gli altri, del procuratore capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone e del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, contenente  una serie di documentate segnalazioni riguardanti potenziali conflitti di interessi di alcuni componenti della Commissione nazionale valutazione d’impatto ambientale (VIA) in seno al ministero. Istituita nel 2007 e dal mandato triennale, la commisssione VIA è chiamata a valutare gli impatti di opere strategiche per il Paese e a monitorare l’effettiva “affidabilità” di chi le realizza alla luce delle prescrizioni (economiche o progettuali) impartite. Scorrendo le pagine dell’esposto si apprende però che -solo per il periodo compreso tra il 1989 e il 2000- “per 100 delle 175 opere realizzate e analizzate, il ministero (dell’Ambiente, ndr) ha ammesso di non conoscere l’esito delle prescrizioni ad oltre 13 anni di distanza dall’autorizzazione [...]. Complessivamente su 1.694 prescrizioni impartite, ne risultano ottemperate con certezza 539”. Tra i 50 “tecnici” che in questo momento stanno valutando con terzietà e competenza le 231 procedure “in corso” di VIA (5 pratiche relative ad aeroporti, 2 impianti chimici, 5 impianti eolici off-shore, 1 raffineria, 25 pozzi per la ricerca di idrocarburi, 1 rigassificatore e così via, dati del ministero dell’Ambiente al 20 aprile 2015, minambiente.it) ci sarebbero commissari che sono contemporaneamente soci di importanti società di progettazione, talvolta consorziate ad esempio con Anas, una società tra quelle sottoposte a procedure di VIA. L’esposto ha preso la forma di interpellanza parlamentare, il 16 aprile scorso, rivolta direttamente a Galletti.  Intervistato il giorno seguente e sullo stesso punto da Altreconomia, il ministro Galletti non ha di fatto smentito l’esistenza di un “problema” all’interno della Commissione VIA -peraltro scaduta da un anno-, annunciando infatti l’imminente pubblicazione del “bando per la selezione dei componenti della commissione per la valutazione d’impatto ambientale”. “Per la prima volta -ha detto il ministro- ci saranno una serie di incompatibilità e di requisiti richiesti per farne parte”.
Annunci a parte, quel che resta sul tavolo è interrogarsi sull’eredità di un sistema che fino ad oggi non ha evidentemente funzionato. O l’ha fatto secondo logiche diverse dal principio immaginato. È credibile una sospensione delle opere valutate precedentemente dai soggetti potenzialmente interessati da un conflitto di interesse?, abbiamo chiesto a Galletti. “No, non abbiamo neanche avuto richieste di tal genere, neanche dal dottor Cantone -ha risposto-. E comunque non avremmo lo strumento per poterlo fare”. Nessuna moratoria, dunque, nemmeno dopo le inchieste giudiziarie (una su tutte “Sistema”, che ha riguardato l’ex dirigente del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza) che hanno dimostrato la fisiologica stortura della filiera delle “grandi opere”.


“Io non voglio mettere l’ambiente contro le grandi opere -ebbe a dire Galletti ospite a La7 nel novembre 2014-. Io sono disponibile a fare le grandi opere se queste non hanno un impatto sull’ambiente. E ho degli elementi per verificarlo: le valutazioni di impatto ambientali”. Ecco, a pochi mesi di distanza, i dati raccolti nell’esposto, che il ministro non ha smentito, l’hanno contraddetto. Ma decisioni conseguenti, anche retroattive, non sono in agenda. Tra i poteri del ministro ci sarebbe, ad esempio, la destituzione dei commissari più “compromessi”, come già accaduto quando in via Cristoforo Colombo era insediato Andrea Orlando, poi traslocato al ministero della Giustizia. Gualtiero Bellomo, già membro della commissione di VIA-VAS (valutazione ambientale strategica), venne infatti “sospeso” per sei mesi a seguito di una manifesta “inopportunità” sorta dopo il suo coinvolgimento nell’inchiesta sul Tav di Firenze. Questo strumento, però, sembra non interessare al momento al ministro Galletti.
Anche la struttura del ministero merita uno sguardo. L’ufficio legislativo, che tra le altre cose “coordina e definisce gli schemi dei provvedimenti normativi promossi dal ministro” ed “esprime parere sui problemi giuridici, sull’attività amministrativa di particolare rilevanza per il ministero e su ogni altro affare che il ministro ritenga di affidargli”, è coordinato -per decreto di Galletti del 15 aprile 2014-  dal magistrato amministrativo Alfredo Storto, già capo dell’identica struttura presso il ministero per la Pubblica amministrazione e la semplificazione. Storto anima ancora oggi il comitato scientifico della fondazione Magna Carta -che fa capo al senatore Gaetano Quagliariello (vedi Ae 141, settembre 2012)- in materia di “riforma della giustizia”. Tra i soci fondatori di Magna Carta, però, c’è il colosso Erg -attiva dall’eolico al termoelettrico-, i costruttori di Salcef Spa -che sul suo sito ha una sezione dedicata alle “grandi opere”-, e la Securfin Holdings Spa -di Letizia e Gianmarco Moratti-.

Il capitolo finale riguarda l’Ilva di Taranto e un dettaglio poco conosciuto che coinvolge personalmente anche il ministro dell’Ambiente. Nella “dichiarazione delle spese sostenute e delle obbligazioni assunte per la propaganda elettorale” pubblicata dall’allora parlamentare Gian Luca Galletti erano stati indicati due “contributi” di 30mila e 20mila euro da parte rispettivamente dalla Simbuleia spa e dalla S.E.C.I. spa, entrambe con sede a Bologna. 
La prima -che si occupa per statuto di “servizi amministrativi, contabili e finanziari”- è detenuta dalla una fiduciaria (Euromobiliare Fiduciaria spa) e in minima parte da Romano Conti, commercialista bolognese che risulta tra i fondatori -insieme a Piero Gnudi- dello Studio Gnudi e Associati.
Lo stesso Gnudi, già ministro nel governo Monti,  che nell’estate 2014 verrà nominato dal governo Renzi “commissario straordinario per la Ilva Spa”. La seconda è la holding del Gruppo Industriale Maccaferri, gigante che spazia dall’ingegneria ambientale -Officine Maccaferri, che conta impianti dotati dell’autorizzazione integrata ambientale (AIA) riconosciuta dal ministero dell’Ambiente- all’energia, dal tabacco -Manifatture Sigaro Toscano Spa- all’agroindustria e zuccherifici -Eridania-.
(Altreconomia)

venerdì 22 agosto 2014

Braghe calate per legge. Altro che partecipazione: zitti e sotto!

Petrolio di «Tempa Rossa» a Taranto: già deciso a Roma

Porta la data del 16 aprile del 2010 l’avvio delle procedure per la valutazione di impatto ambientale del progetto di adeguamento delle strutture della raffineria Eni di Taranto per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio proveniente dal giacimento lucano denominato «Tempa Rossa». Più, insomma, di quattro anni, trascorsi tra riunioni, conferenze, verifiche, azioni di lobby, concluse il 17 luglio scorso - come rivelato dalla Gazzetta - con il sostanziale via libera ai lavori, così come deciso da due ministeri (Ambiente e Sviluppo Economico) e dalla Regione Puglia (il Comune di Taranto non è stato invitato).
Due i provvedimenti governativi che fanno da supporto a tutta l’operazione che vede coinvolta la Total (proprietaria dello stabilimento lucano assieme a Shell e Mitsui) e l’Eni (proprietaria delle aree nelle quali saranno realizzati i due maxi serbatoi destinati ad accogliere il greggio poi destinato a prendere la via del mare tramite un pontile appositamente attrezzato). Il primo porta la firma degli allori ministri Stefania Prestigiacomo (Ambiente) e Giancarlo Galan (Beni culturali) che il 27 ottobre 2011 decretarono la compatibilità ambientale del progetto presentato dall’Eni, progetto che prevede opere a valle di quello - è bene tenerlo a mente - che è considerata una infrastruttura strategica (delibera del Cipe del 23 marzo 2012), ovvero il giacimento di idrocarburi denominato «Tempa Rossa», nell’ambito della concessione di coltivazione di idrocarburi denominata «Gorgoglione». Secondo il Cipe, lo sviluppo del giacimento in questione, unitamente allo sviluppo del giacimento denominato «Val d’Agri», consentirà di coprire circa il 10 per cento del fabbisogno energetico nazionale per una durata di circa 20 anni e di fornire quindi «un notevole contributo alla riduzione della dipendenza del Paese dall’estero per l’approvvigionamento energetico». E siccome la raffineria di Taranto è collegata al giacimento «Val d’Agri», di proprietà dell’Eni, da un oleodotto, era naturale far giungere, tramite lo stesso oleodotto, il greggio (due milioni e 700mila tonnellate all’anno) di Tempa Rossa a Taranto. Solo che, in questo caso, la proprietà (Total) è diversa e dunque invece di farlo raffinare a Taranto, pagando l’Eni per il servizio, si è scelta la via dei maxi-serbatoi di stoccaggio e della realizzazione di una nuova piattaforma offshore, collegata alla piattaforma già esistente, dotata di due accosti che permettano l’attracco di navi da un minimo di 30.000 tonnellate ad un massimo di 45.000 tonnellate per l’esportazione del greggio Val D’Agri e di navi da un minimo di 30.000 tonnellate ad un massimo di 80.000 tonnellate per l’esportazione del greggio Tempa Rossa; il prolungamento del pontile esistente per una lunghezza totale di 324 metri.
Leggendo il documento presentato dall’Eni in sede ministeriale, si apprende, poi, che «la durata della fase di cantiere di costruzione dei nuovi impianti è stata stimata su base statistica in circa 24 mesi, comprensiva della fase di realizzazione delle opere civili e della fase dei montaggi elettromeccanici delle varie componenti del progetto. Il cantiere impiegherà circa 53 operatori, tra lavori civili, meccanici ed elettrici».
Numeri non roboanti, distanti dai 300 posti di lavoro annunciati ad esempio da Confindustria nella manifestazione dello scorso 1 agosto e da quelli che Total, indugiando non poco nella propaganda, invece contempla sul suo sito web.
Pesante, invece, il bilancio ambientale (sempre fonte Eni). «Le uniche emissioni in atmosfera di tipo convogliato generate dalle nuove installazioni saranno quelle dall’impianto recupero vapori. Il nuovo impianto integrerà l’impianto recupero vapori - si legge nel documento - attualmente esistente e propedeutico alle attività di carico delle due piattaforme. L’efficienza di recupero del nuovo sistema sarà pari al 98%, in linea con le migliori tecniche disponibili. Le portate saranno discontinue nel tempo, strettamente collegate alle operazioni di carico batch previste nella movimentazione. La raffineria ha stimato un quantitativo di vapori dalla caricazione del greggio Tempa Rossa pari a circa 1.300.000 chili all’anno. I nuovi impianti di recupero vapori permetteranno di convogliare e trattare tali streams gassosi in modo da recuperare parte degli idrocarburi, limitando il rilascio di sostanze in atmosfera. Gli scarichi gassosi finali dagli impianti di recupero vapori saranno tali da rispettare i limiti di legge, in linea con valori di performance delle migliori tecnologie disponibili secondo le Bat di settore e sono stimati pari a circa 26.000 chili all’anno di composti organici volatili (Voc). Il contributo delle nuove installazioni alle emissioni convogliate di raffineria può essere considerato trascurabile. Le nuove installazioni genereranno emissioni diffuse e fuggitive in corrispondenza delle nuove aree di stoccaggio e in corrispondenza degli accordi flangiati (stazioni di pompaggio, stazione di raffreddamento), aumentando le emissioni diffuse/fuggitive complessive di raffineria di circa il 11-12%. Tale incremento è determinato principalmente dalla superficie dei nuovi serbatoi, di dimensione atta a contenere il quantitativo di greggio movimentato. Le perdite di frazione volatile lungo le linee saranno rese poco significative dalla messa in posa di tubazioni saldate. L’incremento delle emissioni diffuse/fuggitive dall’impianto di trattamento acque può essere considerato trascurabile».
Dunque, Tempa Rossa sarà un affare per lo Stato (che infatti ha definito strategica l’opera, e dunque in quanto strategica calabile dall’alto senza «se» e senza «ma»), sarà un buon business per Total e soci (che estrarranno il petrolio dalla Basilicata, lo faranno arrivare a Taranto e poi lo raffineranno dove avrà più convenienza, facendo giungere per tale traffici ben 90 petroliere all’anno tra le Cheradi e il molo di punta Rondinella), per l’Eni (che quand’anche dovesse decidere di chiudere, come minacciato, la raffineria tarantina, potrà sempre contare su quanto Total pagherà per l’uso di serbatoi e pontili), per la Basilicata (che già gode delle royalties e degli altri benefit garantiti da compagnie petrolifere e Stato), per l’azienda, o le aziende, a cui saranno affidati i lavori (che impiegheranno, lo ribadiamo, 53 persone per 24 mesi, che probabilmente un lavoro già ce l’hanno).
Per la città di Taranto, invece, l’aumento dell’11-12% delle emissioni diffuse-fuggitive di composti organici volatili (probabilmente causa dell’insopportabile tanfo che aggredisce spesso Borgo, Tamburi e città vecchia) e la consapevolezza di non contare nulla a livello governativo, quanto scelte strategiche per il destino dell’Italia (ai polmoni dei tarantini, poco strategici, chissà chi ci pensa) vengono prese senza nemmeno consultarci. (Mazza - GdM)

Taranto, l’Eni potenzia la raffineria con l’ok della Regione. E ammette: “Più emissioni”

Col parere favorevole di governo e Regione e quello negativo (ma non vincolante) del Comune ionico, la società petrolifera realizzerà il progetto Tempra Rossa, che comporterà un forte aumento dello stabilimento tarantino. Non ci saranno ricadute occupazionali durature e salirà l'inquinamento. Angelo Bonelli: "Decisione che trasforma definitivamente la città nella discarica dei veleni d’Italia"

Eni
Il progetto Tempa Rossa dell’Eni s’ha da fare. A Taranto, la città avvelenata dall’Ilva che, evidentemente, non ha dato abbastanza sul piano industriale al Paese. L’ufficialità è giunta il 17 luglio scorso, quando la conferenza dei Servizi a cui hanno preso parte i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico e la Regione Puglia, ha di fatto dato il via libera al progetto in barba al “no” espresso dal consiglio comunale il 14 luglio, solo tre giorni prima. Il divieto dell’assise cittadina, evidentemente, non è piaciuto a Roma: il Comune di Taranto, infatti, non è stato nemmeno convocato. Era stato convocato invece il ministero della Salute che, però, non ha inviato al tavolo nessun rappresentante. Ma che cosa è e cosa comporta il progetto Tempa Rossa?
IL PROGETTO - Nel documento presentato dall’Eni a gennaio 2011 si legge che il progetto prevede il “potenziamento” della Raffineria di Taranto “per lo stoccaggio e la spedizione del greggio” estratto dal campo di Tempa Rossa, in Basilicata. Il potenziamento prevede interventi sia in ambiente marino, come il prolungamento del pontile già in uso all’Eni di Taranto e l’adeguamento dei servizi ausiliari asserviti al pontile, sia su terra come la costruzione di due nuovi mega serbatoi, costruzione nuova linea di trasferimento del greggio dai nuovi serbatoi al nuovo pontile, costruzione di un nuovo impianto pre-raffreddamento e la fabbricazione di due nuovi impianti di recupero vapori. Un progetto che, inoltre, servirà a garantire il miglioramento della gestione dello stoccaggio del greggio estratto in Val D’agri che già da tempo viene movimentato a Taranto.
RISVOLTI OCCUPAZIONALI - Nel documento si legge chiaramente che “l’adeguamento della Raffineria non prevede un incremento della capacità di lavorazione attuale, ma solo un aumento della capacità di movimentazione greggio Tempa Rossa, destinato esclusivamente all’export via mare”. Insomma non ci sono prospettive occupazionali per i tarantini. Le uniche unità lavorative da impiegare servirebbero per la realizzazione dei nuovi impianti. “La durata della fase di cantiere di costruzione dei nuovi impianti è stata stimata su base statistica in circa 24 mesi, comprensiva della fase di realizzazione delle opere civili e della fase dei montaggi elettromeccanici delle varie componenti del progetto. Il cantiere impiegherà circa 53 operatori, tra lavori civili, meccanici ed elettrici”. Insomma 53 lavoratori per 24 mesi e l’aumento del traffico navale mercantile in cambio di un impianto industriale che si aggiungerebbe a quelli già esistenti: su tutti Ilva e Cementir del Gruppo Caltagirone.
OBIETTIVI - Gli obiettivi del progetto, del resto, sono messi nero su bianco nei documenti presentati dall’Eni. “L’intervento di adeguamento delle strutture della Raffineria di Taranto – si legge nelle carte – si inserisce nei più ampi progetti petroliferi Val d’Agri e Tempa Rossa” che comportano la produzione di 600 milioni di barili di petrolio delle riserve della Val d’Agri (Potenza) e 420 milioni di barili di greggio dal giacimento Tempa Rossa che contribuirà ad aumentare in maniera significativa la produzione nazionale di petrolio, contribuendo così alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici del Paese”. Il contributo offerto dal progetto Tempa Rossa, ovviamente, contribuirà a ridurre, seppure sensibilmente, “la bolletta petrolifera italiana”. Non solo. “Il buon esito di questo piano di sviluppo, di cui gli interventi presso la Raffineria di Taranto rappresentano una parte essenziale, è dal punto di vista economico assai rilevante sia a livello nazionale che locale e costituisce un tassello importante nell’ambito delle opere strategiche previste dal piano degli interventi nel comparto energetico”.
I RISVOLTI AMBIENTALI - Il potenziamento degli impianti dell’Eni, che oggi contano già ben 133 serbatoi, contribuiranno anche all’incremento delle emissioni industriali nell’aria di Taranto. Le emissioni diffuse (cioè quelle che vengono emesse in modo incontrollato dallo stabilimento), secondo il colosso italiano del petrolio, aumenteranno del 11-12%. “Tale incremento è determinato – si legge ancora tra i documenti – principalmente dalla superficie dei nuovi serbatoi, di dimensione atta a contenere il quantitativo di greggio movimentato”. Cresce il numero dei serbatoi e quindi anche il livello nell’aria dei composti organici che periodicamente costringono i tarantini a chiudersi in casa per non respirare “la puzza di gas” che avvolge la città. Un fenomeno sul quale anche la procura di Taranto sta indagando da mesi. Ma per l’Eni, ed evidentemente anche per i ministeri e per la Regione guidata da Nichi Vendola, quell’aumento è da considerarsi “trascurabile”.
IL “NO” DEL COMUNE E LA PROCEDURA “SOSPETTA” - “Siamo assolutamente meravigliati di quello che è avvenuto – commenta a ilfattoquotidiano.it l’assessore comunale all’Ambiente Vincenzo Baio – perché il 10 luglio io stesso ho chiarito al tavolo con sottosegretario Dal Basso Decaro, i rappresentati dei ministeri e i vertici di Eni e Total il netto dissenso del Comune di Taranto. Quel giorno ho letto un documento che è stato formalmente acquisito. Quello stesso documento, solo quattro giorni dopo è stato letto in consiglio comunale che ha coerentamente ribadito il “no” al progetto Tempa Rossa. Scoprire che il 17 luglio, cioè una settimana dopo quell’incontro a Roma, ci sia stato il via libera appare più che sospetto. Il nostro “stop” – conclude Baio – evidentemente avrebbe messo i bastoni tra le ruote e così hanno pensato di fare a meno di noi. Del resto il parere del comune in questi casi è obbligatorio, ma purtroppo non vincolante”.
LE REAZIONI - “Questa è una sentenza che trasforma definitivamente Taranto nella discarica dei veleni d’Italia – dice invece Angelo Bonelli, coportavoce nazionale dei Verdi e consigliere comunale di Taranto -. Anche il comportamente della Regione è scandaloso perché il progetto Tempa Rossa, dal punto di vista ambientale, contribuirà ad accrescere le emissioni in atmosfera in modo insostenibnile e irreversibile. E’ la dimostrazione che nessuno vuole un futuro alternativo per questa città. E’ vergognoso”. E proprio poche ora fa Angelo Bonelli è stato destinatario di nuovi atti intimidatori. Dopo la busta con all’interno un coltello consegnata al municipio di Taranto con il messaggio “Te lo mettiamo in gola. Via da Taranto bastardo”, questa mattina il coportavocenazionale dei Verdi ha ricevuto una telefonata anonima nella quale un uomo gli avrebbe riferito “Lei ha preso soldi a Taranto e la sua vita ha ore contate”. Bonelli ha denunciato tutto agli organi di polizia e poi ha raccontato la vicenda sui social network. (Casula - FQ)

martedì 15 luglio 2014

Sciacalli di sciacalli

©Luciano Manna - Peacelink
Bonifiche fantasma, il fascicolo romano coinvolge anche il siderurgico di Taranto

Un fascicolo enorme, nelle mani della Procura della repubblica di Roma. Si parla di «bonifiche fantasma», ovvero di soldi stanziati dal Ministero dell’Ambiente e mai giunti a destinazione. Si parla quindi di una truffa per milioni e milioni di euro. Scoprendo infine che un sostanzioso capitolo della vicenda riguarda l’Ilva, il colosso del siderurgico italiano, già a vario titolo nell’occhio del ciclone da anni.
La notizia che al momento non trova nessuna conferma dalla Procura della Repubblica di Taranto, è riportata oggi dal quotidiano «Il Tempo». «Se le indagini sono nella fase iniziale è normale che i colleghi non ci abbiamo ancora trasmesso gli atti», dichiara una fonte diretta della Procura Jonica che si dice, però, «molto interessata all’argomento». Secondo il quotidiano romano, i magistrati della capitale indagano su una presunta sottrazione di ingenti fondi pubblici (decine di milioni di euro) destinati ad opere ambientali fantasma nel siderurgico tarantino. Nella presunta truffa sarebbero coinvolti anche livelli politici del Ministero. L’inchiesta sarebbe nata dal lavoro investigativo della Procura della Repubblica di Udine che da tempo indaga sulle bonifiche fantasma della zona lagunare di Grado (Gorizia).
«Va sempre peggio per l’Ilva e per i cittadini tarantini. È gravissimo che, secondo quanto emerge dall’indagine della Procura di Roma, il Ministero dell’Ambiente abbia investito soldi pubblici per bonifiche mai realizzate. Una truffa che ci costa 100 milioni di euro, uno schiaffo inaccettabile che Taranto non merita», commenta quindi Ignazio Messina, segretario nazionale di Italia dei Valori. «Ancora una volta la mala politica incassa un colpo e viene coinvolta in un grande scandalo ambientale tra favori e soldi nascosti. Ci indigna profondamente pensare che di fronte a persone che muoiono ed un’area ormai avvelenata, il pensiero senza scrupoli, sia quello di intascare soldi. Chiediamo al Governo un piano di risanamento effettivo, fatto di controlli e regole ed il sequestro, certo ed immediato, del patrimonio dei Riva per restituirlo ai cittadini. Qualcuno a Taranto, malati e morti, li ha sulla coscienza».(CdM)

lunedì 2 giugno 2014

Tutta salute!

Ilva, in tre mesi stimate 118T di polveri in atmosfera

L'analisi dei report Ilva del primo trimestre 2014
Da diversi giorni sono disponibili sul sito del Ministero dell'Ambiente (http://aia.minambiente.it/Ilva alla voce "Elenco documenti relativi alle attività di controllo ") i report trimestrali, compresi gli allegati, relativi all'attività di vigilanza e controllo da parte del gestore, cioè Ilva.
Dall'inizio dell'anno abbiamo più volte sentito dire che l'aria a Taranto è migliorata e i parametri considerati sono a norma, una frase più volta pronunciata da politici e addetti ai lavori che raccomandano di attenersi solo ai dati ufficiali, pertanto andiamo ad analizzare i dati di Ilva pubblicati sul sito del Ministero dell'Ambiente.
Dai reports relativi ai reparti acciaierie, altoforni, agglomerato e cokeria, Ilva stima che la quantità di polveri contenute nelle emissioni convogliate in atmosfera nel periodo che intercorre tra il 1 gennaio 2014 e il 31 marzo 2014 è pari a un totale di 118,05 tonnellate.
Nello specifico le fasi produttive delle acciaierie 1 e 2 con 19.9 t, degli altoforni con 11.29t, dell'agglomerato con 67.64t e delle cokeria con 19.22t. Il flusso di massa polveri è il prodotto tra i dati medi rilevati di portata fumi e le concentrazioni come richiesto dai limiti AIA.
Questi dati fanno riflettere quando nei reports del gestore vengono riportati i numeri delle emissioni visibili, per esempio quelle provenienti dalle acciaierie, i numeri delle fonti di emissioni di gas che non possono essere motitorate perchè irraggiungibili o esiti di rilievi IPA e PCB non disponibili e relativi ai primi tre mesi del 2014.
La domanda che ci si pone è quale possa essere la quantità totale di polveri che Ilva immette in atmosfera se in quelle convogliate misuriamo 118 tonnellate e a queste dobbiamo aggiungere quelle non monitorate o non convogliate. E inoltre, quali sono le composizioni chimiche di queste emissioni in atmosfera?
Per fare un esempio chiaro prendiamo in esame una emissione slopping, come le molte documentate in questi ultimi mesi, provenienti da acciaieria 1 e 2. Come viene monitorata l'emissione slopping nelle sue caratteristiche chimiche e quantitative?
Rimanendo sui dati ufficiali, il report che riporta i conteggi degli eventi di emissioni visibili delle acciaierie 1 e 2, nel periodo intercorso tra 22 gennaio 2014 e 31 marzo 2014, conteggia in ACC1 14 eventi di emissione visibile su un totale di 1742 colate, mentre in ACC2 51 eventi di emissione visibile su un totale di 2351 colate. Come vengono monitorate queste emissioni?
Di seguito riportiamo la tabella riassuntiva degli impianti monitorati di cui non sono attualmente disponibili esiti e rapporti prova dove sono anche compresi i rilievi di  IPA e PCB.
tabella esiti non disponibili
Come mai ad oggi non si conoscono rilievi effettuati a febbraio o a marzo di questo anno? E se sono disponibili i risultati, perchè non sono presenti sul sito del Ministero dell'Ambiente?
Altri reports che destano non poche preoccupazioni sono quelli di ispezione LDAR che hanno il compito di inventariare e classificare le sorgenti di gas e di quantificare una stima emissiva di Composti Organici Volatili (COV).
Senza entrare nel tecnicismo dei report LDAR, documenti che ognuno può reperire e prendere in esame, quello che può sembrare preoccupante è una emissione che non si può misurare.
Se esiste  un sistema di monitoraggio su fonti emissive note e individuate si possono analizzare i risultati e si possono confrontare con i limiti posti dalla legge, ma se si dichiara che su un certo numero di fonti emissive alcune non si possono monitorare allora le cose cambiano e un'altra domanda da porsi è come si può  dichiarare che un impianto non inquina se si certifica che non si possono monitorare alcune fonti inquinanti dello stesso impianto.
Prendiamo ad esempio il report LDAR di gennaio 2014 relativo all'AFO5 per le emissioni di gas coke. Sul documento possiamo leggere che sono state inventariate 213 sorgenti, tra queste 15 fine linea, 147 flange e 51 valvole. Di queste sorgenti, totale  nell'impianto 213, 74 vengono dichiarate "non monitorabili perchè fisicamente non accessibili"  emissioni non convogliate afo5 ilva taranto
Come vengono calcolate queste emissioni? Sul documento si riporta quanto segue. "È stato attribuito un fattore emissivo medio calcolato sulla base delle letture disponibili: ad ogni tipo di componente, è stato assegnato il fattore calcolato su medesimi componenti presso l’impianto".
Quindi, ad esempio, in un condominio di 213 famiglie che consumano gas, 74 non aprono la porta per consentire la lettura del contatore e per quantificare il loro consumo si applica un calcolo matematico relativo alle altre letture eseguite.
report ldar afo
Ma se all'AFO5 74 sorgenti di gas coke su 213 non sono monitorate perchè irraggiungibili, possiamo dire con sicurezza ed affidabilità che il suo processo produttivo non arreca danni alla salute degli operai e dei cittadini dei quartieri adiacenti?
Sempre rimandendo sui report LDAR riportiamo in maniera sintetica altre fonti emissive e non monitorabili presenti su altri impianti.
AFO4 118 sorgenti di gas coke di cui 7 non monitorabili, AFO2 165 sorgenti di gas coke di cui 5 non monitorabili, AFO5 167 sorgenti di metano di cui 14 non monitorabili, AFO4 235 sorgenti di metano di cui 20 non monitorabili (gen14)
ACC1 946 sorgenti di gas metano di cui 43 non monitorabili, ACC2 480 sorgenti di gas metano di cui 51 non monitorabili (feb14)
Agglomerato 270 sorgenti di gas coke di cui 33 non monitorabili e 238 sorgenti di gas metano di cui 2 non monitorabili (gen14)
Batteria 7-8 forni coke 1907 sorgenti di gas coke di cui 13 non monitorabili (gen14)
Batteria 9-10 forni coke 1887 sorgenti di gas coke di cui 6 non monitorabili (gen14)
Batteria 11-12 forni coke 3002 sorgenti di gas coke di cui 4 non monitorabili (gen14)
Rete gas metano 1534 sorgenti di cui 217 non monitorabili (dic13-gen14)
Rete gas coke 1901 sorgenti di cui 314 non monitorabili (nov-dic13)
Peacelink presenterà il dossier completo con tutti i documenti presenti in questo report trimestrale, gennaio/marzo 2014, alla Procura e alla Commissione Europea al fine di verificare eventuali lacune nel sistema di controllo e se queste possano essere causa di pericolo per la salute degli operai e dei cittadini di Taranto. (Peacelink - L. Manna)

Note:http://aia.minambiente.it/Ilva.aspx cliccare su Elenco documenti relativi alle attività di controllo

giovedì 29 maggio 2014

AHAHAHHAHAHAHAHAHAA!!!

l'Ex-ministro in odore di peculato decide di svestire i panni di clown per prepararsi alla nuova grande impresa: il cantanapoletano spaccalacrime.
L'obiettivo?
Vincere Sanremo (dai domiciliari)!!!


Clini: "Accuse mi spaccano il cuore". E si autosospende da dirigente del ministero

 "Le accuse che mi sono state rivolte mi spaccano il cuore". L'ex ministro dell'Ambiente Corrado Clini, agli arresti domiciliari da lunedì scorso, affida la sua autodifesa a una lettera fatta pervenire ai mezzi di informazione tramite i suoi legali nel giorno dell'interrogatorio di garanzia a Ferrara. "Spero che - aggiunge - ancora una volta i fatti e i risultati del mio lavoro prevalgano sui pregiudizi e sull'ideologia".
La lettera di Clini. Nella missiva, una pagina firmata a penna, l'ex ministro rivendica il lavoro svolto in questi anni, respingendo ogni accusa: "Chiedete alle decine di imprese, dalle più grandi e più note alle più piccole, che hanno realizzato grazie al mio lavoro centinaia di progetti in Italia e nel mondo, con successo. Chiedetelo alle università e agli enti di ricerca in Italia, in Brasile, in Cina, in Iraq, negli Usa, nei Balcani, che hanno collaborato con me in tutti questi anni ed hanno realizzato progetti esemplari che sono un vanto per l'Italia. Chiedetelo anche ai lavoratori dell'Ilva di Taranto, e chiedetelo all'azienda. Chiedetelo ai lavoratori ed alle imprese di Piombino, di Porto Marghera, di Tor Viscosa, di Trieste. Chiedetelo alle centinaia di comuni, alle province, alle regioni con cui ho promosso e realizzato centinaia di progetti locali. Chiedete a tutti questi se sono corrotto".
Tra il 2004 e il 2011 - prosegue l'ex ministro - "ho svolto un'attività di supporto alla formazione" di una Ong impegnata in Iraq: attività per la quale "ho ricevuto la copertura delle spese ed un compenso (non ancora riscosso) finanziati con risorse diverse da quelle del ministero dell'Ambiente". E ancora: "Il mio lavoro è sempre stato finalizzato ad integrare sviluppo economico e protezione dell'ambiente, senza pregiudizi ideologici e vincoli politici, con procedure rapide e trasparenti". Un atteggiamento che "ha suscitato negli anni polemiche e iniziative contro di me, sostenute da chi specula sull'ambiente per convenienza politica con l'appoggio delle burocrazie che vivono di rendita sui ritardi e le opacità delle procedure".
L'autosospensione dal ministero. Il titolare dell'Ambiente Gian Luca Galletti ha reso intanto noto che Clini, accusato di peculato dalla procura di Ferrara e di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione da quella di Roma, ha "anticipato la sua decisione di autosospendersi" dall'incarico di dirigente del ministero dell'Ambiente "con una lettera arrivata ieri". "Quando ci sarà notificato l'atto da parte della magistratura - ha spiegato Galletti - procederemo alla sospensione. Abbiamo fiducia nella magistratura a cui abbiamo dato la massima collaborazione con trasparenza nell'interesse del ministero e dell'indagato, credendo possa aiutare a chiarire la situazione".
L'interrogatorio di garanzia. A Ferrara l'ex ministro dell'Ambiente, accompagnato dal suo avvocato Paolo Dell'Anno, è stato ascoltato dal gip Piera Tassoni nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta distrazione di 3,4 milioni di euro, relativa a un finanziamento di 54 milioni destinati dal ministero dell'Ambiente a un progetto denominato New Eden, per la protezione dell'ambiente e delle risorse idriche, da realizzarsi in Iraq e finanziato con il sostegno internazionale.
"Abbiamo offerto al giudice elementi per poter fare valutazioni. Abbiamo prodotto dei documenti che dimostrano l'insussistenza dei reati contestati", ha dichiarato il legale al termine dell'interrogatorio. In aula anche il pm Nicola Proto che col collega Filippo Di Benedetto coordina l'inchiesta. Clini non ha risposto all'interrogatorio ma ha reso dichiarazioni spontanee.
Inchieste parallele. Oltre all'inchiesta di Ferrara, l'ex ministro nei giorni scorsi è stato investito da una nuova bufera giudiziaria a Roma: nel mirino, la gestione ministeriale di una gran massa di milioni utilizzati per finanziare progetti all'estero. E l'inchiesta della capitale, che marcia parallela a quella della procura di Ferrara, si allarga: oltre a presunte provviste realizzate tramite progetti per centinaia di milioni realizzati in Cina e Montenegro, nel mirino del pm Alberto Galanti ci sono anche i finanziamenti elargiti per piani ambientali in Africa e Sudamerica. La Guardia di finanza ha perquisito gli uffici di Clini e a Roma ha trovato documenti utili.
Cina e Montenegro sono al centro di progetti, rispettivamente per 200 e 14 milioni di euro, approvati nell'arco di più di un decennio e riguardano prevalentemente la riqualificazione ambientale di alcune aree. Il sospetto degli inquirenti è che dietro il finanziamento di questi progetti, ottenuti da imprese italiane, ci sia stato un giro di mazzette.
Oltre all'ex titolare del dicastero, nel registro degli indagati sono state iscritte altre 4-5 persone tra cui la moglie di Clini, Martina Hauser, ex moglie del ministro dell'Interno montenegrino Andrjia Jovivevic e assessore comunale a Cosenza. Il movimento 'Rivolta ideale', fondato dall'avvocato Michele Arnoni, ex segretario provinciale di Cosenza de La Destra, ha già chiesto le dimissioni della Hauser che ha le deleghe per la Sostenibilità ambientale e le energie rinnovabili, insieme alla programmazione e l'ottimizzazione dell'uso delle risorse idriche. Oggi a tornare alla carica è la Cgil locale che sollecita il sindaco Mario Occhiuto a valutare l'opportunità politica di ritirare le deleghe alla donna, esponente di giunta. (Rep)

venerdì 16 maggio 2014

Il ritorno della Mummia dei Riva!

Esiste l'arbitro di parte che avvantaggia una delle due squadre e quello che in campo vede una sola squadra.
Enrico Bondi è il secondo!
E l'abbiamo sempre detto.
Quanti schiaffi in faccia dobbiamo ancora prendere da questo servo infedele dello stato corrotto? 

 

Lettera aperta al Presidente Matteo Renzi


ENRICO BONDI VA DESTITUITO IMMEDIATAMENTE


Il 5 maggio 2014, al TAR di Lecce è stata depositata la “Memoria conclusionale nell’interesse di Ilva SpA per l’udienza pubblica del 5 giugno 2014” di cui allego copia delle pagine 1, 33 e 34. Essa riguarda il ricorso r.g. n. 45/2009 di Ilva SpA contro alcuni provvedimenti sulle bonifiche del territorio di Taranto emanati alla fine del 2008 dalla Direzione Generale Qualità della Vita del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare; è diretta contro il Ministero dell’ambiente nonché nei confronti di Comune di Taranto, Comune di Statte, Provincia di Taranto, Regione e Commissario straordinario Puglia, ARPA Puglia, APAT (ora ISPRA), ASL/TA e nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri e di altri 5 Ministeri.
La “memoria” è un’incredibile mescolanza di citazioni improprie, di accuse infondate e di travisamento di norme e direttive. In estrema sintesi, essa vorrebbe dimostrare che il mancato adeguamento degli impianti dello stabilimento di Taranto alle norme AIA non è di responsabilità dei Riva proprietari di Ilva SpA ma di Ministero dell’ambiente, Regione Puglia, ARPA Puglia, Comuni di Taranto e Statte e altro.
Sono 34 pagine allucinanti che mistificano questioni relative all’AIA di Ilva Taranto spaziando dal 2005 ai nostri giorni. Riporto uno stralcio di pag. 21/22 della “memoria” come esempio di travisamento: “Essi (NdR: gli interventi di adeguamento ambientale) sono infatti preordinati o ad imporre oneri o prescrizioni sempre più onerose ed eccessive, in sostanza ad alimentare ingiustificatamente il business ambientale a spese dell’operatore economico di turno (si suggerisce infatti all’Arpa di rifare i campionamenti delle analisi integrative, campionamenti che Arpa Puglia si fa lautamente pagare quasi 1.500,00 euro ciascuno,-  ns.  doc 10), ovvero, addirittura impedire la prosecuzione dell’attività industriale in loco”.
Gli Enti pubblici citati provvederanno a replicare e demolire la “memoria”. Per parte mia, mentre mi riservo di pubblicare a breve dettagliate osservazioni tecniche, manifesto immediatamente l’irrefrenabile indignazione suscitata dalla conclusione della “memoria”: “La Società Ilva SpA in persona del Commissario Straordinario dott. Enrico Bondi, rappresentata in giudizio dagli avv.ti Francesco Perli e Roberto Marra, insiste per l’accoglimento del presente ricorso. Con osservanza. Milano – Lecce 03.05.2014. Avv. Roberto Marra Avv. Francesco Perli”.
Il dr. Enrico Bondi, Commissario straordinario di Ilva SpA, nominato dal Governo su mandato del Parlamento per gestire la terribile situazione dello stabilimento di Taranto, ha autorizzato uno stupefacente documento che investe l’AIA originaria di Ilva Taranto e successive integrazioni connesse con leggi dello Stato, elaborato dall’avv. Francesco Perli, una delle 53 persone destinatarie della richiesta di rinvio a giudizio nel processo “Ambiente svenduto” per gravi reati commessi proprio durante il procedimento per il rilascio dell’AIA originaria. In quel procedimento Perli è stato presente in qualità di legale di Ilva SpA, proprietà e gestione dei Riva, anche essi destinatari di analoga richiesta di rinvio a giudizio.
E’ imperdonabile che Bondi non si sia reso conto né della incompatibilità a sottoscrivere il mandato all’avv. Perli che ha rappresentato la vecchia gestione Ilva, né della conclamata inadeguatezza ed inopportunità di un ricorso che contesta il Ministero ed è contro il Governo che l’ha nominato. In ultimo, ricordiamo che Bondi ha anche ricevuto il compito e le funzioni dell’indipendente Garante dell’AIA di Ilva nei confronti dell’opinione pubblica, improvvidamente soppresso. E’ così che Bondi intende garantire i tarantini? Possibile che abbia avallato quella “memoria” senza leggerla, né farla leggere al sub - commissario prof. Edo Ronchi che non è un ambientalista ingenuo? Bondi ormai deve andare via da Taranto. Da tarantino, chiedo a Matteo Renzi Presidente del Consiglio dei Ministri di destituirlo immediatamente da Commissario Straordinario di Ilva SpA.

Ing. Biagio De Marzo, già componente del Comitato per Taranto, già presidente di ALTAMAREA 




Ilva: Bonelli vs Bondi, via a raccolta firme per dimissioni

Il commissario ILVA Enrico Bondi ha affidato all’avv. Perli l’incarico di procedere con un ricorso legale al TAR di Lecce per chiedere che la città di Taranto non sia considerata zona SIN (siti da bonificare nazionali), in quanto non è dimostrato l’inquinamento di tali zone né esistono degli indicatori che dimostrino e determinino l’entità di un eventuale inquinamento.
Secondo Bondi, che l’anno scorso sostenne in una consulenza ormai celebre che una delle cause dell'elevata insorgenza dei tumori nei tarantini fosse dipesa da un eccessivo consumo di tabacco, l’ILVA non è contaminata da diossina e furani.

Angelo Bonelli dei Verdi esprime ancora una volta sdegno e incredulità dinanzi a una strategia difensiva tendente a capovolgere la reale drammatica situazione tarantina. Bonelli ricorda che “la notizia dell’affidamento del mandato all’avv. Perli è una cosa stupefacente e scandalosa in quanto l’avv. Perli è sottoposto a una richiesta di rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale”.
Prosegue il leader dei Verdi: “Ho scritto a Renzi affinchè senza indugio provveda a dimettere Bondi perché ciò che ha fatto è di una gravità inaudita e faccia lo stesso anche per il commissario Ronchi che non ha preso le distanze da una memoria legale piena di gravi considerazioni ambientali”.
Conclude Bonelli: “Raccoglieremo le firme per chiedere le dimissioni della struttura commissariale per rispetto per Taranto e dei tarantini”.
Il leader dei Verdi terrà un comizio pubblico di chiusura nazionale per il partito a Taranto domenica 18 Maggio alle ore 18:30 in piazza della Vittoria.  (GiornalediPuglia)

martedì 25 febbraio 2014

In due sotto la sottana ovvero "Il vescovo, L'Orlando e il biscotto"


Ecco l'ultima "notiziona" dal ministero dell'ambiente che ieri è passato dalle inoperose mani dell'Orlando Curioso al noto biscotto del mattino, con un notevole cambiamento percepito di peso sul sedile posteriore dell'auto blu (ovviamente non ecologica):



"Questo pomeriggio al Senato il neo ministro Gian Luca Galletti ha incontrato l'arcivescovo monsignor Filippo Santoro, insieme all'ex ministro Andrea Orlando, attuale Guardasigilli. Al centro del colloquio l'interesse e l'impegno con cui monsignor Santoro ha in questi mesi seguito e incoraggiato il lavoro svolto dal governo sullo stabilimento Ilva, per cercare di coniugare la salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto insieme alla tutela dell'ambiente e la salvaguardia dei posti di lavoro." (Minambiente)

Ed ecco come i giornalai amici dei Riva hanno stirato il panetto per confezionare una pizza fumante di propaganda popolare.
L'arcivescovo indossa l'armatura (quale?) per diventare un mitico templare che combatte (contro chi) per Taranto (o per l'Ilva? non si capisce).
Chissà a dirlo ai crociati nel medioevo che partivano per risolvere il "caso Terrasanta" che cosa gli avrebbero risposto.
Crociati o incrociati, di sicuro possiamo dire, senza bisogno di comunicati ufficiali che si saranno detti un sacco di paroloni vuoti e promesse che puzzano tanto di quei peccati mortali, già premeditati prima ancora di compierli.
Più che una crociata, sembra di rivivere qualche passo del Tasso: Il vescovo, L'Orlando e il biscotto

La crociata dell'arcivescovo di Taranto per risolvere il "caso Ilva"

Non ha perso affatto tempo l'arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, per sottolineare al nuovo Governo l'urgenza (e la complessitá) del caso Ilva e la necessitá di avviare il risanamento ambientale. Ieri, proprio mentre il premier Matteo Renzi e i ministri erano al Senato per il primo dei due voti di fiducia, Santoro, che era a Roma, ha colto l'occasione per incontrare a Palazzo Madama il nuovo ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, presente anche il Guardasigilli, Andrea Orlando, che la delega all'Ambiente aveva nell'esecutivo Letta. Dell'incontro, con relativa pubblicazione di foto, é stata data notizia dal ministero dell'Ambiente sul sito istituzionale. "Al centro del colloquio - fa sapere il ministero - l'interesse e l'impegno con cui monsignor Santoro ha in questi mesi seguito e incoraggiato il lavoro svolto dal governo sullo stabilimento Ilva per cercare di coniugare la salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto insieme alla tutela dell'ambiente e la salvaguardia dei posti di lavoro".Consapevole della crisi che attraversa Taranto, ma anche delle forti divisioni che il tema difesa del lavoro-tutela della salute provoca in cittá, ovvero tra chi pensa che l'acciaieria vada chiusa e chi, invece, no, non é la prima volta che l'arcivescovo cerca e ottiene il confronto col Governo. In diverse occasioni, infatti, ha incontrato Corrado Clini, ministro dell'Ambiente nel Governo Monti; a novembre, poi, ha fatto venire a Taranto, per un convegno dell'Arcidiocesi, i ministri Orlando e Lorenzin; ieri, infine, ha avuto un primo incontro con Galletti presente lo stesso Orlando. Il quale, proprio nel convegno di novembre, piú volte disse di essere d'accordo con la posizione del vescovo sull'ambiente e sull'Ilva. E di Taranto, Santoro ha parlato anche a Papa Francesco invitandolo per una visita. Il Papa gli ha risposto: "Voglio venire a Taranto".
Non tocca alla Chiesa risolvere il problema di Taranto - ha sottolineato in questi mesi Santoro -. Tocca alla Chiesa favorire il confronto, la condivisione di un percorso possibile, il superamento delle divisioni, sapendo che dobbiamo certo rivendicare un ambiente salubre e la difesa della salute dei tarantini, ma al tempo stesso non distruggere il lavoro". L'arcivescovo, di origini pugliesi ma venuto poco piú di due anni fa a Taranto dal Brasile, si é quindi dato questa "missione". Dialogo, attivismo, presenza sui problemi, sono la cifra del suo modo di agire. Cosí come al Governo ricorda che il risanamento ambientale della cittá non puó attendere, allo stesso tempo dice al commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, e al sub commissario, Edo Ronchi - che ha incontrato -, che solo l'avvio effettivo delle coperture dei parchi minerali del siderurgico puó dare fiducia ai tarantini e rendere manifesto e concreto il cambiamento. E quando si fa osservare al vescovo che spesso sembra voler supplire alle assenze delle istituzioni locali con il suo pressing continuo, lui sorride. Non gli sfugge certo che sia il sindaco di Taranto, Ezio Stefáno, che il governatore della Puglia, Nichi Vendola, sull'Ilva sono molto contestati - nonché alle prese con due avvisi di garanzia nell'ambito dell'inchiesta giudiziaria -, "ma il mio compito - sottolinea - é solo quello di dar voce al dramma di questa cittá facendola ascoltare a chi puó e deve intervenire" (Sole24h)

A proposito di galletti.. Oltre al danno, col nuovo ministro, secondo il Fatto Quotidiano, c'è da aspettarsi pure la beffa, Nucleare!

Ambiente: brutte nuove dal nuovo governo

Il nuovo governo. Un governo peggiore di altri. Almeno dal punto di vista dell’ambiente. Che poi è ciò che più conta. Vediamo perché. Nello specifico, all’Ambiente, un casiniano favorevole al nucleare. Questa di mettere al dicastero ambientale un personaggio che, anziché favorevole, sia contrario alla difesa dell’ambiente, è oramai una peculiarità tutta italiana. Da Matteoli, favorevole alle grandi opere ed alla caccia, a Clini, favorevole anch’egli al nucleare e distintosi nella vicenda dell’Ilva di Taranto, a questo Gian Luca Galletti, appunto dichiaratamente a favore dell’atomo. Al Ministero dei Beni Culturali non aveva operato male Massimo Bray, per quel poco che gli hanno lasciato fare. Segato. Al suo posto il sempiterno Franceschini cui bisognava pur trovare una poltrona. Chi si illudeva poi che ci potesse essere maggiore attenzione al nostro dissestato territorio, penso si possa mettere il cuore in pace. Con Giuliano Poletti, presidente di Legacoop al Ministero del Lavoro, siamo certi che le grandi opere continueranno ad essere viste per quelle che sono. Non già un disastro, ma un’occasione di lavoro. Maurizio Lupi alle Infrastrutture garantisce continuità sul fronte Tav, Orte – Mestre e chissà cos’altro, se questi qui (Dio ce ne scampi) rimarranno davvero al governo fino al 2018. La Guidi – formatasi in Confindustria – allo Sviluppo Economico sembra essere in perfetta sintonia. La Pinotti alla Difesa, già favorevole alle nostre “missioni di pace” ed all’acquisto degli F35, completa il quadro a tinte fosche. Non c’entra nulla, ma c’è qualcosa di più demagogico delle quote rosa? (FQ)

sabato 22 febbraio 2014

Galletti per Taranto?


Dietro una scelta di Ministro, c'è sempre un'idea forte.
Soprattutto se viene dall'enfant prodige della politica italiana.
In questo caso, non è stato difficile strappare dal duetto Napolitano/Renzi la rivoluzionaria strategia di governo per la questione Ilva di Taranto.
I nuovi filtri a prova di latte alla diossina!

La sottoponiamo ai lettori del Blog in anteprima!

PS: Indovinate cosa ha votato Galetti sul Salva Ilva?


Gianluca Galletti, un commercialista ministro dell’ambiente

Il nuovo ministro dell’ambiente del primo governo Renzi è Gianluca Galletti, 53 anni, laurea in economia e commercio e commercialista, un uomo di Pierferdinando Casini, eletto nelle lista montiane/Udc in Emilia Romagna ed ora deputato dell’Unione di Centro per il Terzo Polo. Sostituisce Andrea Orlando che va alla giustizia.
Dalla biografia politica di Galletti, e deputato Udc tra 2006 e 2008 e tra 2008-2013, non si intravede nessuna vera competenza in campo ambientale: sottosegretario uscente all’istruzione la sua carriera parlamentare è stata quella di vicepresidente della Commissione bilancio della Camera nel 2009/2010 e poi è rimasto nella Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione, mentre nel 2013 ha fatto parte delle Commissioni finanze delle Commissioni Parlamentari per l’attuazione del Federalismo Fiscale e di vigilanza sulla Cassa Depositi e Prestiti. Dal 1999 al 2004 Galletti è stato assessore al bilancio della prima ed unica giunta di centro-destra del Comune di Bologna, quella del sindaco Giorgio Guazzaloca. E’ stato consigliere comunale a Bologna dal 1990 al 2009; componente dell’Alta commissione di studio, organo ministeriale per la riforma della finanza pubblica dal maggio 2003 all’aprile 2005; consigliere regionale dal 2005 al 2006.
L’impressione è che la casella del ministero dell’ambiente sia una delle ultime occupata, come tappabuchi da manuale Cencelli, durante le due ore e mezzo che il neo-premier Matteo Renzi ha passato nelle stanze del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a “limare” la squadra di governo. Alla fine i casiniani, anche per la diminuzione dei ministri, si sono probabilmente accontentati della promozione del loro ex sottosegretario.
Questo però la dice lunga sull’importanza che sembra si sia data ad un ministero che in altri Paesi europei è ritenuto vitale, tanto che in Germania sia la cancelliera Angela Merkel che il vicencancelliere socialdemocratico Sigmar Gabriel sono stati ministri dell’ambiente. Speriamo che Galletti sorprenda positivamente come ha fatto in gran parte Orlando nella sua breve permanenza al ministero dell’ambiente pur non essendosi praticamente mai occupato prima di questioni ambientali, che però alla fine è andato ad occuparsi di quel che si occupava nel PD: la giustizia. (Greenreport).


Sulle sue discusse doti circola una lettera bufala satirica (che si può leggere qui) a noi basta la scheda di parlamentare:

Scheda di parlamentare di Gian Luca Galletti, dal sito della Camera dei Deputati
 
GALLETTI Gian Luca - UDCPTP

Nato a

BOLOGNA, il 15 luglio 1961
Laurea in economia e commercio; Commercialista

Eletto nella circoscrizione

XI (EMILIA-ROMAGNA)

Lista di elezione

UNIONE DI CENTRO

venerdì 24 gennaio 2014

Di inquinamento si muore. C'è ancora bisogno di studi?

L’industria uccide. Lo dicono gli studi da 30 anni – Nel decreto su Ilva previsti altri approfondimenti

Nel decreto 136 sulla Terra dei Fuochi e l’Ilva di Taranto in questi giorni alla Camera per la sua approvazione e definitiva conversione in legge, nella discussione in Commissione Ambiente della Camera “sono state inserite specifiche disposizioni in materia di tutela della salute e di azioni di monitoraggio sanitario nei territori delle regioni Campania e Puglia”. In primo luogo, è stato previsto che le due regioni, per il biennio 2014 e 2015, definiscano la tipologia e le modalità di offerta degli esami per il controllo dello stato di salute della popolazione residente in taluni comuni localizzati nelle due regioni e specificati nella norma.
Gli esami saranno effettuati senza alcuna compartecipazione della spesa da parte dei pazienti. In secondo luogo, sono state inserite due previsioni analoghe per la Campania e la Puglia, al fine di analizzare e pubblicare i dati dello studio epidemiologico SENTIERI relativo ai Siti di interesse nazionale (SIN) delle due regioni, nonché aggiornarlo stabilendo potenziamenti degli studi epidemiologici. Azioni che noi definiremmo di giustizia sociale e che in uno Stato civile dovrebbero essere la regola, e non l’eccezione.
Ciò detto, ci appare ben strano notare che nel 2014 siamo ancora alle manifestazioni d’intento e al voler continuare a ricercare una verità che oramai tutti conoscono da decenni. Agli inizi degli anni ‘90, il Ministero dell’Ambiente affidò al Centro Europeo Ambiente e Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il compito di effettuare una serie di valutazioni dello stato di salute delle popolazioni residenti nelle Aree ad elevato rischio di crisi ambientale (Legge 8 Luglio 1986 n. 349), tra le quali è compresa quella di Taranto.
Ed allora riteniamo opportuno, anche per rendere merito a quei medici che hanno dato il loro prezioso contributo, ripercorrere tutti gli studi sin qui realizzati su Taranto e le evidenze scientifiche inoppugnabili che da anni e anni sono a disposizione di tutte le istituzioni di ogni ordine e grado, oltre che di sindacati e Confindustria.

martedì 10 dicembre 2013

Legambiente fa il punto della situazione

Decreto ILVA: inaccettabile l'ulteriore allungamento dei tempi per l'adozione del Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria

Lo schema del Piano è stato reso pubblico l'11 ottobre 2013, circa un mese dopo la scadenza indicata dalla  legge 89 per la sua predisposizione e proposta al Ministro dell'Ambiente, (il termine indicato nella L. 89 è sessanta giorni dalla nomina del comitato di tre esperti incaricati della redazione).
L'11 novembre è scaduto il termine per la presentazione di eventuali Osservazioni, che avrebbero dovuto essere valutate dal comitato ai fini della definitiva proposta entro il termine di centoventi giorni dalla nomina del comitato stesso.
Dalla data di presentazione della proposta definitiva, sempre secondo la legge 89, decorrono i 15 giorni entro i quali il Piano, che equivale a modifica dell'A.I.A. - limitatamente alla modulazione dei tempi di attuazione delle relative prescrizioni - andrebbe approvato con decreto del Ministro dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Regione competente.
L'art. 7 del nuovo Decreto Ilva,  in esame in Parlamento,  stabilisce che la proposta del Ministro dell'Ambiente sia formulata "non oltre quarantacinque giorni dal ricevimento della proposta del comitato di esperti" e che il Ministro dell'Ambiente, al fine della formulazione della proposta, acquisisca il parere del Commissario straordinario e quello della Regione competente (da rendere entro sette giorni dalla richiesta, decorsi i quali la proposta del Ministro può essere formulata anche senza i pareri richiesti).
Lo stesso articolo indica inoltre che il Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria sia approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'Ambiente, entro quindici giorni dalla proposta e comunque entro il 28 febbraio 2014.
Di fatto, senza alcuna motivazione, i tempi di adozione del Piano vengono posposti, rispetto alle indicazioni originarie, di oltre tre mesi.
Allo stato, tra l'altro, la proposta definitiva del comitato degli esperti non è stata resa ancora nota. (Legambiente)Pur considerando il ritardo conseguente alla pubblicizzazione solo in data 11 ottobre dello schema del Piano, riteniamo che, decorso ormai quasi un mese dalla scadenza del termine previsto per l'invio delle Osservazioni, sia necessario procedere con urgenza alla presentazione della versione definitiva del Piano stesso da parte del comitato degli esperti (che ci auguriamo accolga le Osservazioni presentate da Legambiente e protocollate con nota CSE086/2013) ed alla sua definitiva approvazione.
Solo dopo, infatti, scatterà il termine di ulteriori trenta giorni entro cui il Commissario straordinario dovrà predisporre il piano industriale che consenta la continuazione dell'attività produttiva nel rispetto delle prescrizioni di tutela ambientale, sanitaria e di sicurezza contenute nel Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria. Dalla presentazione del piano industriale decorreranno poi gli ulteriori 15 giorni assegnati al Ministro dello Sviluppo Economico per la formulazione della relativa proposta e solo dopo si potrà avere l'approvazione con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri
E' evidente che lo slittamento dei termini di approvazione del Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria comporta inevitabilmente un ulteriore slittamento dell'adozione del Piano Industriale e quindi delle concrete indicazioni temporali ed economiche di attuazione degli interventi necessari al risanamento dello stabilimento.
E' un fatto grave: le continue proroghe stanno determinando un crollo della fiducia dei tarantini verso le istituzioni e alimentando l'angoscia di una città colpita nel suo diritto a coniugare salute, ambiente e lavoro. La certezza dei tempi di attuazione degli interventi previsti dall'AIA, unitamente al puntuale monitoraggio della qualità dell'aria e delle altre matrici ambientali, ed alla verifica dell'efficacia delle misure adottate, costituiscono una necessità assoluta.
Torniamo infine a denunciare quella che non esitiamo a definire una drammatica beffa, ossia il decreto interministeriale sulla Valutazione del Danno Sanitario (VDS) approvato definitivamente lo scorso 23 agosto che indica criteri - peraltro fortemente contestati su un recente numero di Epidemiologia e Prevenzione in un saggio di Bianchi - Forastiere – Terracini- che consentono una valutazione delle ricadute sulla salute solo ad AIA completamente attuata. Ne consegue quindi che se le misure attuate si rivelassero inefficaci a minimizzare entro i limiti consentiti l'impatto sanitario, la regione Puglia potrebbe chiedere la riapertura dell'AIA solo nel secondo semestre del 2016.
Nella legge regionale pugliese è previsto invece che la VDS sia fatta anche sulla base di proiezioni dei risultati attesi sulla salute dall'attuazione di determinate misure di protezione ambientale, proiezioni effettuate con metodiche largamente utilizzate a livello internazionale in paesi come gli USA per esempio.
Pertanto, nonostante la VDS effettuata da ARPA PUGLIA ci consegni un quadro ad AIA attuata non ancora accettabile per la salute dei cittadini, non sarà comunque possibile per la Regione Puglia (e in generale per le Regioni interessate da impianti di interesse strategico nazionale) chiedere la riapertura dell'AIA prima del 2016 e cioè solo dopo aver contato eventuali altri morti e malati a causa dell'inquinamento prodotto dagli impianti.
Chiediamo pertanto che si introducano norme che modifichino quel decreto interministeriale facendo proprie le indicazioni della legge adottata in materia dalla Regione Puglia.

martedì 26 novembre 2013

Tavoli coperti di polveri


Ilva: incontri a Roma su nuova legge, a Taranto azienda-sindacati

Doppio incontro oggi sull'Ilva a Roma e a Taranto. Nella capitale, alla presidenza del Consiglio, ci sara' un confronto tra gestione commissariale dell'Ilva ed esponenti di Palazzo Chigi e dei ministeri dell'Ambiente e dello Sviluppo economico sul testo della nuova legge sulla quale si e' cominciato a lavorare gia' giovedi' scorso. L'incontro dovrebbe essere conclusivo in vista del varo del provvedimento da parte del Consiglio dei ministri. A Taranto, invece, l'azienda incontra i sindacati metalmeccanici per un punto aggiornato sullo stato di avanzamento dell'Autorizzazione integrata ambientale (Aia).
  Soluzione quasi definita su bonifica e procedure di Valutazione di impatto ambientale, sono ancora da perfezionare, invece, sulla gestione del periodo transitorio e sull'uso nel risanamento dello stabilimento dei soldi che la magistratura ha sequestrato nei mesi scorsi al gruppo Riva nell'ambito dell'inchiesta giudiziaria per disastro ambientale: si presenta cosi' il "cantiere" della nuova legge per l'Ilva a pochi giorni dall'avvio, dopo che il commissario dell'azienda Enrico Bondi e il sub commissario Edo Ronchi hanno sollecitato il Governo a intervenire per rimuovere una serie di criticita' persistenti, paventando, in caso contrario, le loro dimissioni dall'incarico. Sia per la bonifica sia per la Valutazione di impatto ambientale, il percorso tracciato dal nuovo provvedimento riduce tempi e procedure e cosi' anche per i permessi edilizi che spettano agli enti locali. In particolare, per la Valutazione di impatto ambientale che andra' rilasciata per la copertura dei parchi minerali grandi, i tempi sono stati "compattati" da 120 a 90 giorni. Per i parchi minerali piccoli, invece, il ministero dell'Ambiente starebbe per escludere l'assoggettabilita' alla Via. A richiedere quest'ultima pronuncia e' stato il Comune di Taranto, il quale ha gia' avuto modo di esaminare la copertura dei parchi minori nelle conferenze di servizio svoltasi il 18 settembre e il 30 ottobre.
  Inoltre, per la gestione del periodo transitorio, partendo da quanto afferma la legge 89/2013 sul commissariamento che parla di "progressiva" adozione dell'Aia sino all'adozione del piano ambientale e del successivo piano industriale, si fisserebbe un valore percentuale sul quale far misurare all'Ispra, delegato ai controlli, lo stato di avanzamento e di attuazione delle prescrizioni.
  Infine l'incontro di oggi alle 11 tra sindacati metalmeccanici e Ilva a Taranto rientra nel ciclo dei confronti periodici che le parti hanno sull'Aia. L'azienda presentera' gli ultimi lavori cantierizzati nonche' l'acquisto delle ultime attrezzature tra cui i nuovi filtri, per un costo complessivo di 60 milioni di euro, per l'ulteriore abbattimento della diossina dai camini della fabbrica. (AGI).

martedì 22 ottobre 2013

Lo spettacolo continua!

Clini: non sono uomo dell'Ilva

Riceviamo dall’ex ministro all’Ambiente un intervento sulla vicenda Ilva.

Corrado Clini

La Gazzetta del Mezzogiorno, nell’agosto 2012 in un articolo a firma Mimmo Mazza aveva scritto che, secondo un’intercettazione telefonica agli atti della Procura di Taranto, io sarei stato un «uomo dell’Ilva».
Notizia smentita qualche ora dopo con un comunicato della Procura della Repubblica di Taranto, ma che continua a girare, incurante della smentita, sul web e sulla stampa.
Sabato, in un articolo ancora a firma di Mazza sulla più volte preannunciata chiusura dell’inchiesta Ilva, si afferma che io sarei corresponsabile, in quanto direttore generale del ministero, dell’AIA rilasciata il 4 agosto 2011, oggetto dell’indagine appena conclusa con, apprendo da voi, 50 indagati.
Come ho avuto ripetutamente modo di chiarire, e come risulta dagli atti che sono pubblici e consultabili, io non ho avuto alcun ruolo nella procedura dell’Aia del 4 agosto 2011 in quanto la mia direzione, una delle 5 in cui si articola il Ministero dell’Ambiente, non si occupa di Aia. Al contrario ne ho criticato i contenuti, in contrasto con la direttiva europea Ippc che ha stabilito gli obiettivi delle Autorizzazioni Integrate Ambientali; il metodo «consociativo» con il quale è stata predisposta; i tempi per il rilascio, superiori di 10 volte a quelli stabiliti dalla legge.
In particolare, nella mia audizione del 16 luglio 2013 alla X Commissione del Senato, ho messo in rilievo che l’Aia del 4 agosto 2011 rappresenta «l’esito di una procedura scarsamente motivata sul piano tecnico, e caratterizzata da un compromesso “politico” tra la resistenza dell’impresa ad assumere impegni in linea con le migliori tecnologie disponibili e le istanze degli enti locali e delle associazioni ambientaliste in gran parte non sostenibili sul piano della fattibilità tecnica e giuridica. Questo è il contesto nel quale si collocano, e si comprendono, le positive dichiarazioni con le quali le autorità competenti hanno accolto l’Aia del 4 agosto 2011 (di cui è disponibile un’ampia rassegna stampa)».
E a questo proposito la Gazzetta del Mezzogiorno potrebbe ricordare ai suoi lettori in particolare le soddisfatte dichiarazioni di allora dell’assessore all’ambiente, Nicastro, e del direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato.
Io mi sono assunto la responsabilità di modificare l’Aia del 4 agosto 2011, applicando rigorosamente la direttiva europea. Dopo un’istruttoria di 6 mesi, il 26 ottobre 2012, ho rilasciato la nuova Aia con prescrizioni finalizzate alla rimozione di tutti i fattori di rischio individuati nell’area a caldo dello stabilimento. Gli interventi previsti dovevano essere attuati in un arco temporale massimo di 36 mesi.
Il 15 novembre 2012 Ilva ha accettato le prescrizioni e presentato il piano degli interventi per dare attuazione alla nuova Aia. In questo modo la procedura si è completamente allineata alla direttiva europea, perché Aia è diventata il documento di riferimento assunto dall’impresa per la riqualificazione ambientale degli impianti.
Il sequestro dei prodotti finiti il 26 novembre 2012 ha aperto un conflitto della Procura e del Gip contro l’amministrazione. La Corte Costituzionale il 9 aprile 2013 ha pienamente riconosciuto la legittimità della azione dell’amministrazione, ma intanto erano trascorsi mesi preziosi per un’impresa che deve competere nei mercati internazionali, e tutto è diventato più difficile.
Se si fosse seguita la via maestra indicata dall’Aia del 26 ottobre 2012, oggi Ilva sarebbe un cantiere aperto per la realizzazione di interventi tecnologici e gestionali basati sui nuovi standard europei per la siderurgia.
Vorrei ancora ricordare al vostro giornalista che l’avvio dei lavori per il risanamento ambientale di Taranto, di cui ha scritto sul giornale nell’edizione odierna (ieri, ndr), avviene oggi grazie all’iniziativa che ho assunto il 26 luglio del 2012 con il Protocollo per la riqualificazione ambientale di Taranto. Ho assunto l’iniziativa per superare gli scandalosi ritardi e le inadempienze rispetto agli impegni della Regione Puglia per Taranto. In particolare vale la pena di ricordare che le risorse stanziate per il risanamento del quartiere Tamburi (49,4 milioni ?) il 3 luglio 2007, sulla base di un progetto di Regione e Comune, erano state successivamente destinate ad altri progetti con una deliberazione della giunta regionale del 2 ottobre 2007. Questo per la verità storica. (GdM)