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lunedì 7 dicembre 2015

Piccoli danni crescono

Ilva, polveri sottili, Codacons «Chiederemo risarcimento»

"La relazione Asl sullo stato delle polveri sottili a Taranto contiene dati allarmanti che il Codacons porterà mercoledì al processo Ilva, chiedendo un maxi-risarcimento in favore degli abitanti della città ai responsabili che siedono sul banco degli imputati".
Lo annuncia l'associazione di consumatori riferendosi alla relazione dell’Azienda sanitaria locale sulle emissioni di polveri sottili Pm10 e di Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), che pur essendo considerate "sotto controllo", nei giorni di vento da Nord-Ovest potrebbero aumentare a un livello tale da comportare danni alla salute per soggetti a rischio, come cardiopatici, asmatici, anziani e bambini. La Asl ha avviato una campagna informativa con le precauzioni sanitarie per evitare le esposizioni in caso di allerta. (GdM)

mercoledì 17 luglio 2013

Ennesima figuraccia dei baffi col sindaco intorno

Non c'è che dire: è un sindaco con una grande personalità! 

Ilva: Tribunale nega accertamento danni

 Il Tribunale civile di Taranto ha rigettato la richiesta di accertamento tecnico preventivo del danno ambientale prodotto dall’Ilva e dei danni a strutture come il cimitero, le scuole e i palazzi presentato dal Comune. Il giudice Antonio Pensato ha ritenuto che non sussistono le condizioni per far valutare a pool di tecnici la situazione attuale, ma di fatto considera valenza di prova la copiosa documentazione prodotta dal Comune, che quindi verrà discussa nella causa di merito. (QI)


"La decisione del Tribunale civile di Taranto che ha rigettato la richiesta di accertamento preventivo del danno contro Ilva fatto dal sindaco di Taranto è il frutto di un clamoroso autogol del sindaco Stefano che ha fatto vincere un round ai Riva ricorrendo in sede civile e chiedendo un accertamento tecnico preventivo senza considerare che esiste una procedura penale in corso". Lo dichiara il Presidente dei Verdi e consigliere comunale di Taranto Angelo Bonelli che aggiunge: "Ma la cosa grave e' che il comune di Taranto non ha ancora richiesto il danno per il procedimento penale che ha portato alla condanna in sede di Cassazione penale della sentenza emessa il 29.9.2005 per inquinamento contro Riva". Nelle vicende giudiziarie gestite dal comune ci sono moltissimi punti su cui il sindaco deve fare immediatamente chiarezza. Vogliamo sapere: 1) se c'e stata prescrizione per la richiesta del danno rispetto alla sentenza della Cassazione contro i Riva, già passata in giudicato; 2) sulla base di quale criterio tecnico scientifico il sindaco Stefano abbia conferito l'incarico per la definizione del danno relativo a quella sentenza ad una giovane dottoressa commercialista: in base a quali criteri questo danno è stato quantificato solo in 700 milioni di euro". "Insomma sembra proprio che a pasticci si sommino pasticci fatti da un sindaco che dovrebbe essere in prima linea per difendere la salute dei tarantini - conclude Bonelli -. Ma come è possibile che 330 morti, migliaia di malati, danni irreversibili all'agricoltura e alla mitilicoltura, inquinamento della falda valgano quella cifra? E' venuto il momento che Stefano dia delle risposte alla città perché la superficialità sta facendo pagare un prezzo alto ai tarantini".(AGENPARL)

venerdì 12 luglio 2013

La rivolta dei pollicini

Immobili deprezzati, 140 in causa

Sono 140 le cause intraprese nei confronti dell’Ilva, dell’ex presidente Emilio Riva e dell’ex direttore Luigi Capogrosso (coinvolti nell’inchiesta per disastro ambientale), per chiedere il risarcimento per il  deprezzamento commerciale subito dal proprio immobile a causa dell’inquinamento. Lo rendono noto i consiglieri comunali di Taranto Aldo Renna (movimento Condemi) e Giovanni Ungaro (indipendente). Le cause, dicono, "sono ormai giunte nella fase finale. Da lunedì della prossima settimana, infatti, il Collegio dei Periti nominato dal Giudice istruttore, composto da tre esperti, inizierà il sopralluogo sugli immobili del rione Tamburi delle persone in causa, al fine dell’accertamento dei danni".
I due consiglieri criticano il sindaco di Taranto Ippazio Stefano per "quel che non ha fatto per la proprietà pubblica dal 2005 ad oggi, rimandando di anno in anno e di avvocato in avvocato". La questione si sta "concludendo" grazie a "140 umili cittadini che ogni giorno lottano, per il sostentamento della propria famiglia, ma soprattutto – dicono i consiglieri - per sopravvivere e convivere con l’inquinamento, che perdura imperioso e cinico, e nessuna legge sembra fermare se non l'azione della Magistratura".(GdM)

lunedì 22 aprile 2013

Dai domiciliari: a Riva serve la paghetta per fare la spesa?

Denuncia l’inquinamento dell’Ilva, Riva chiede danni per 500mila euro a Bonelli

“Grazie ai magistrati si è scoperchiato un pentolone dove – posso dirlo in televisione? – degli infami, che sono degli infami, hanno venduto la salute e l’ambiente dei tarantini”. Eccola la frase pronunciata da Angelo Bonelli, leader dei Verdi ed ex candidato sindaco di Taranto, nel corso della trasmissione Servizio Pubblico dedicata all’Ilva, il 30 novembre scorso. Dichiarazioni che sarebbero “gravemente offensive dell’onore, del decoro e alla reputazione personale e professionale” di Emilio Riva, 86enne ex patron dello stabilimento siderurgico agli arresti domiciliari dal 26 luglio scorso per disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro e dal 26 novembre scorso accusato anche di associazione a delinquere e di corruzione in atti giudiziari per aver versato, secondo l’accusa, una tangente di 10mila euro all’allora perito della procura Lorenzo Liberti per ammorbidire una perizia sull’Ilva.
Emilio Riva, per il gip Patrizia Todisco, è uno degli uomini che ricoprono un “ruolo apicale” nell’associazione per delinquere di cui fanno parte altri membri della famiglia Riva responsabili secondo le accuse della drammatica situazione ambientale ionica. Come il figlio Fabio, sfuggito alla cattura che gli sarebbe costata il carcere perché il giorno dell’arresto era in Inghilterra dove ancora si trova in attesa della decisione dei giudici londinesi sulla richiesta di estradizione presentata dalle autorità italiane. Lo stesso uomo che al telefono, ignaro di essere intercettato dagli uomini della Guardia di finanza di Taranto, dichiarò che “due casi di tumore in più all’anno … una minchiata …”. Oppure come l’altro figlio Nicola Riva, anch’egli ai domiciliari dallo scorso 26 luglio. Su Nicola Ed Emilio Riva, qualche settimana fa, confermando definitivamente le misure cutelari la corte di Cassazione ha spiegato che i reati sono stati “posti in essere con condotta sia commissiva che omissiva, con coscienza e volontà per deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti che si sono avvicendati alla guida dell’Ilva i quali hanno continuato a produrre massicciamente nell’inosservanza delle norme di sicurezza con effetti destinati ad aggravarsi negli anni”.
Nonostante nelle parole di Angelo Bonelli, tra i pochi che hanno osato sfidare la famiglia Riva, non ci sia alcun espresso riferimento a Emilio Riva, per il legali dell’anziano proprietario dell’acciaieria ionica, “è evidente che egli si riferisce agli ex responsabili della gestione dello stabilimento di Taranto e in particolare all’ingegner Riva nella sua qualità di ex presidente della società Ilva spa”. I legali di Emilio Riva hanno deciso così di citarlo in giudizio (civile) dinanzi al tribunale di Varese chiedendo un risarcimento di 500mila euro. Un’azione che nei mesi scorsi il presidente Bruno Ferrante ha mosso anche contro alcuni giornalisti. Insomma i tempi in cui Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva in carcere dal 26 novembre, riusciva a “tenere tutto sotto coperta” sono lontani.
Ora l’Ilva trascina in tribunale la politica e la stampa. Fatti sintomatici di come l’attenzione sull’Ilva sia cambiata. Il primo ad accorgersene era stato lo stesso Archinà che al telefono il 13 luglio 2010 affermava malinconicamente: “Sono costretto a dire avevo ragione! Cioè io ho sempre sostenuto che bisogna pagare la stampa per tagliarli la lingua! cioè pagare la stampa per non parlare!”. Non solo. Archinà aveva anche la certezza di saper trattare i politici nel modo dovuto. Tanto da poter dare lezioni “gratis”, affermava in un’altra telefonata catturata dalle fiamme gialle. Ma l’Ilva non è più quella di Archinà. L’azienda ha scelto un nuovo percorso. Sarà un giudice a stabilire se l’onore di Emilio Riva o dell’azienda in generale è stato leso, ma intanto è doveroso prendere atto di come sia cambiata l’aria che si respire nei piani alti dell’azienda. La speranza è che presto cambi anche l’aria di “malattie e morte” – come dicono i periti – che respirano i tarantini. (FattoQuot)

mercoledì 17 aprile 2013

Gazzettino delle tante tribunalità intorno all'Ilva

Solo polveri... per ora!
 
Ilva: nessun risarcimento alle concessionarie d'auto

Nessun risarcimento spetta all'Ilva nei confronti delle società concessionarie di auto e veicoli industriali Siai, Svamir e Ciracì Automobili. Lo ha stabilito la sezione di Taranto della Corte d'appello di Lecce, accogliendo il ricorso presentato dall'azienda nel quale si chiedeva la riforma di una sentenza del Tribunale di Taranto del 22 giugno 2009.
Con quella sentenza, il Tribunale aveva condannato l'Ilva a risarcire le tre società con 700mila euro per i danni provocati dalle polveri sprigionate dall'impianto siderurgico e diffuse fino ai vicini capannoni delle concessionarie.
Ma i legali dell'Ilva hanno contestato la disposizione del Tribunale, in quanto successiva alla decisione delle tre società (comunicata nelle udienze del 5 gennaio e del 4 febbraio 2009) di trasferire "l'azione civile in sede penale tramite la compiuta costituzione di parte civile".
E la Corte d'appello salentina ha accolto le motivazioni dell'azienda stabilendo "l'intervenuta improseguibilità dell'azione risarcitoria intrapresa dalle tre società" davanti al Tribunale "in conseguenza dell'effettuata costituzione di parte civile nell'ambito del processo penale".(Taccoditalia)

sabato 9 marzo 2013

Cominciano a germogliare le cause per decessi

Ilva, causa civile morte donna rione Tamburi: chiesto risarcimento 1,6 milioni

Nei giorni scorsi l'avvocato Fabrizio Giusti ha presentato la prima di una serie di cause civili, con relative richieste di risarcimento, in cui si sostiene che alcuni cittadini di Taranto sono stati gravemente danneggiati, si sono ammalati o sono addirittura deceduti a causa dei fumi e degli sversamenti tossici e inquinanti dello stabilimento siderurgico Ilva. Il primo caso riguarda i congiunti (marito e due figli) di una casalinga di 60 anni morta meno di due anni fa per una grave forma tumorale alla cervice uterina.
La signora viveva nel rione Tamburi, lo stesso che si trova a ridosso del siderurgico dove la concentrazione di inquinanti e' piu' marcata, come maggiore e' l'incidenza delle patologie tumorali. L'impianto probatorio si avvale della documentazione formata e acquisita agli atti del processo penale a carico dell'Ilva per presunto disastro ambientale, nell'ambito del quale il gip del Tribunale di Taranto Patrizia Todisco ha disposto, mediante l'incidente probatorio, due accertamenti peritali e, precisamente, una perizia medico-epidemiologica ed una perizia chimico-ambientale.
Le perizie hanno collegato, nel primo caso l'incremento delle malattie tumorali nella zona di Taranto rispetto alla media nazionale all'attivita' inquinante dell'Ilva e, nel secondo, le sostanze inquinanti rinvenute e monitorate alle specifiche emissioni caratteristiche del processo produttivo dell'Ilva e non di altre industrie presenti sul territorio. L'avvocato Giusti si avvarra' anche dei risultati del Progetto Sentieri, uno studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio ambientale, predisposto dall'Istituto Superiore di Sanita', che descrive per varie forme di patologie monitorate l'incremento di incidenza sul territorio tarantino rispetto alla media nazionale, regionale e provinciale. I ricorrenti agiscono come congiunti della signora deceduta, la quale prima di morire avrebbe gia' maturato un diritto al risarcimento del danno che, pertanto, si trasferisce ai suoi eredi che chiedono, quindi, un risarcimento di un milione di euro. Ma anche in proprio per le sofferenze da essi patite per causa della malattia e la morte della loro congiunta, chiedendo, percio', un ulteriore risarcimento di duecentomila euro per ciascuno di essi. (Adnkronos)

mercoledì 6 febbraio 2013

Non c'è pace neanche al cimitero!

Anche i becchini contro l'Ilva. "Sommersi dal carbone, risarciteci"


I becchini di Taranto chiedono i danni all'Ilva. I 52 lavoratori della Cooperativa Ancora, che si occupa dei servizi di tumulazione delle salme nonchè di custodia, guardiania, sorveglianza serale e notturna, pulizia e sistemazione del verde nella necropoli di San Brunone di Taranto, a ridosso dei parchi minerali dello stabilimento siderurgico, chiederanno un risarcimento all'Ilva per i danni alla salute subiti a causa dell'inquinamento. Lo ha annunciato in una nota lo Slai Cobas per il sindacato di classe.
I lavoratori del cimitero di Taranto, che invocano più tutele e controlli sanitari, fanno presente di essere costretti ogni giorno a raccogliere polveri minerali tra i loculi, ma anche negli uffici e nel posto di guardia. A questo proposito è stato preparato un dossier sullo stato di salute dei lavoratori. Lo Slai Cobas aveva già manifestato l'intenzione di costituirsi parte civile nell'ambito del procedimento per disastro ambientale a carico dell'Ilva. (Repubblica)

domenica 18 novembre 2012

Latte amaro

Giù i ricavi, il latte chiede i danni

Non rischiano solo gli addetti del siderurgico e dell'indotto se l'Ilva di Taranto dovesse chiudere. L'emergenza che coinvolge il polo dell'acciaio rende incerto il futuro anche per decine di addetti dell'agroalimentare, oggi il settore più esposto all'onda negativa, soprattutto di immagine, provocata dall'inquinamento. Gealat, una società di imprenditori locali cui fa capo la Centrale del latte (ex Parmalat), rende noto che denuncerà l'Ilva e le amministrazioni locali per danni. Lo stabilimento siderurgico per le ricadute delle emissioni e le istituzioni per i mancati controlli.
La società dichiara che da maggio scorso, da quando è esploso il caso Ilva, ma soprattutto da quando sono state evidenziate le conseguenze dell'inquinamento sulla salute della popolazione e sui prodotti alimentari, il fatturato è crollato del 50 per cento. Una serie di acquirenti della provincia di Bari hanno disdettato gli ordini e ora la Centrale del latte deve ricorrere a un pre-concordato in continuità, rinunciare a una decina di occupati e cercare di salvare quello che definisce "zoccolo duro" del fatturato, pari a 200mila euro al mese. La società denuncia un arretramento dopo che la situazione cominciava a rimettersi in sesto con cinque milioni di fatturato nel 2011, un ampliamento della rete di vendita e l'offerta commerciale di nuovi prodotti. I consumatori, dice la Gealat, temono che «il nostro latte sia contaminato dalla diossina dell'Ilva quando nessun controllo dell'Asl lo ha mai accertato. Siamo vittime di una campagna mediatica, per cui tutto ciò che si produce nell'area di Taranto sembra avvelenato dall'inquinamento».
Anni fa è toccato a centinaia di capre e pecore degli allevamenti vicini all'Ilva che, essendo risultate positive ai controlli sanitari, furono abbattute. Poi alle cozze del primo seno di Mar Piccolo, distrutte in ingenti quantitativi per due estati consecutive (2011 e 2012) perché presentavano valori alti di diossina e di pcb. D. Pa. (Sole24h)

mercoledì 18 gennaio 2012

Asfalto storico!

CITTA’ VECCHIA – Addio chianche, colata di asfalto in via Duomo e piazza Castello

L'asfalto su via Duomo.
La promessa era stata chiara: in via Duomo sarebbe stata riportata alla luce l’antica pavimentazione del borgo antico fatta di chianche (leggi QUI il nostro post con l’annuncio fatto a dicembre 2010). La realtà testimoniata dal nostro Gianpiero Romano, visibile nella foto che riportiamo, però è ben diversa ed è un vero pugno nello stomaco per tutti coloro i quali amano questa città, l’Isola e la sua storia. Tanto il tratto iniziale di via Duomo, che un’area di piazza Castello adiacente al ristorante 74Cento sono stati ricoperti con una colata di asfalto che, per assurdo, è andata a coprire anche quel po’ di antico basolato che era presente in entrambi i siti. Su via Duomo è probabile che gli operai dell’Acquedotto Pugliese che stanno svolgendo i lavori, non abbiano trovato chianche sotto il manto stradale, poiché queste furono asportate diversi anni fa da quel tratto di strada, ma nell’annuncio si faceva riferimento al ripristino delle chianche fino alla sede universitaria del Convento di San Francesco, cosa che lasciava presagire prima di tutto la conoscenza dello stato di fatto della pavimentazione sottostante e, secondariamente, che, in assenza di chianche, si sarebbe provveduto a metterne in sede di nuove con pari caratteristiche. Nulla di tutto questo, solo un impietoso tappetino di catrame a coprire anche ciò che c’era di buono. Un vero sacrilegio ai danni dell’Isola, tanto che abbiamo inoltrato agli assessori alla Città Vecchia Nistri e a quello ai Lavori Pubblici Spalluto le righe che seguono. C’è dell’altro anche rispetto a quanto fu detto poche settimane fa circa la posa di chianche davanti al Municipio (leggi QUI la notizia a riguardo). Anche in quel caso si parlò di ripristino della vecchia pavimentazione e si è scoperto, a lavori ultimati, che si trattava della posa di una fascia di pietra di Trani alla base del marciapiede davanti a palazzo di Città, cosa assai lontana dalle caratteristiche chianche che è possibile ammirare davanti alla Cattedrale di San Cataldo (volendo sperare che non si siano confuse le lastre di pietra bianca di Trani con le chianche nere del centro storico!). Ad ogni modo non possiamo permetterci di perdere speranze in alcuno dei campi che possono determinare il rilancio di Taranto, perciò l’augurio non è tanto che gli assessori rispondano alla nostra e-mail, ma che possano rivedere questa decisione davvero infelice.

Gentili assessori Nistri e Spalluto,
nel dicembre 2010 annunciaste un accordo fra i due assessorati da voi diretti, per ripristinare l’antica pavimentazione in chianche su via Duomo, ma ieri gli operai dell’AQP hanno provveduto ad asfaltare l’intero tratto iniziale della via coprendo anche qualcuna delle poche chianche che c’erano, tanto lì, che in piazza Castello davanti al ristorante 74Cento. Nel caso di via Duomo ci risulta che le chianche prima presenti siano state asportate anni fa, ma ci auguravamo che l’annuncio sottintendesse una conoscenza dello stato della pavimentazione presente o che, in mancanza di chianche in loco, si sarebbe provveduto a posizionarne di nuove e non certo che si asfaltasse tutta la zona. Discorso ancor più grave vale per piazza Castello, dove le chianche sotto all’asfalto ci sono e in parte sono anche state portate alla luce. Anche qui l’asfalto ha coperto tutto o quasi, andando nel senso opposto a quanto da voi previsto e da noi auspicato in ossequio alla storia della nostra Isola.
Vi chiediamo in proposito delle spiegazioni e di fare quanto nelle vostre possibilità per il reale ripristino, o posa, delle chianche nel nostro Borgo antico.

domenica 20 novembre 2011

Danni allo stabile e alla vita normale, l’Ilva paghi

Una palazzina di edilizia popolare. Scala centrale e due appartamenti per piano. Dalle finestre il rombo perenne del traffico sulla Taranto-Grottaglie. Subito dopo il muro di cinta dell’Ilva.
Una lingua di cemento che abbraccia il gigantesco parco minerali del più grande stabilimento siderurgico d’Europa. Cumuli di carbone e minerali di ferro con una base variabile da 24 a 150 metri e altezze comprese tra i 12 ed i 15 metri. Una superficie complessiva di 520mila mq. Nel punto più vicino il “parco” dista 265 metri. La distanza media è di 575.
Sono queste le coordinate di un condominio del rione Tamburi, uno dei tanti a ridosso del centro siderurgico. Balconi, terrazzi, finestre imbrattate dalla polvere rossastra, spazzata con pazienza dalle massaie o rimossa periodicamente da interventi di ripristino e manutenzioni delle parti comuni. Per molti una spesa da mettere in conto, come l’acqua minerale da acquistare al supermarket perchè quella del rubinetto non è buona. Un prezzo da pagare ai 12mila posti di lavoro garantiti dall’industria.
Per molti, ma non per tutti. In via De Vincentiis hanno alzato la testa ed hanno guardato dritto verso quel “parco” che incombe sulle loro esistenze. Proviene da lì la polvere che si deposita sui balconi e che corrode la facciata del palazzo? Sono poche famiglie ma decise ad andare fino in fondo, almeno per una volta. Prendono coraggio e lanciano la sfida. Davide contro Golia. Dal giudice non vogliono sapere se l’Ilva inquina, se rispetta i limiti di legge, se c’è una relazione tra emissioni e salute umana. Non si battono per l’ecompatibilità. Non protestano per le pecore alla diossina, nè per le cozze al pcb. Al Tribunale chiedono solo di capire se le loro case sono state danneggiate dalle polveri del siderurgico e in caso affermativo vogliono essere adeguatamente risarciti. Tutto qui. Nessuna battaglia ideologica. Ad assistere il condominio di via De Vincentiis sono due avvocati esperti in campo ambientale: Eligio Curci e Massimo Moretti. Entrambi hanno sostenuto dal punto di vista legale, alcune importanti battaglie condotte da Legambiente. «Il processo è iniziato nel 2008 – spiega l’avv. Moretti – ed è stato affidato al giudice Marcello Maggi. I tempi della giustizia civile sono molto più lunghi di quella penale per cui siamo ancora nella fase dibattimentale». Nei giorni scorsi, però, c’è stata una importante novità. «Nell’udienza del dieci novembre – continua Moretti – l’ingegnere Giambattista De Tommasi, nominato Ctu dal giudice, ha depositato la perizia rispondendo ai quesiti del Tribunale». Il documento non è stato discusso. L’azienda siderurgica, assistita dagli avvocati Francesco Perli e Claudio Schiavone, formulerà le sue osservazioni nell’udienza fissata per il 20 dicembre del 2012. «Benchè si tratti di una causa civile e non penale – fa notare l’avv. Moretti – l’azienda siderurgica sta adottando una strategia difensiva molto attenta tanto che ha chiesto che il Ctu non fosse un tecnico tarantino per evitare eventuali condizionamenti ambientali». L’istanza è stata accolta dal giudice Maggi che ha nominato un ingegnere di Bari.
«Nella nostra azione legale – aggiunge l’avv. Curci – abbiamo richiamato le condanne, in alcuni casi definitive, comminate all’azienda siderurgica in cui si stabilisce chiaramente che la posizione dei parchi minerali incombe sulla città». A giudizio dell’avvocato Curci «l’impianto potrebbe essere spostato o coperto per contenere lo spargimento di polveri, farlo o meno, è solo una questione di soldi. Ma questo non è oggetto della causa che, invece, punta al riconoscimento di un danno materiale. Si tratta di una strada nuova, quasi inedita che potrebbe aprire un solco nel quale anche altre persone potrebbero inserirsi».
Tra le righe degli atti processuali i due legali hanno però inserito un altro elemento. «Queste persone – aggiunge Moretti – convivono con polveri, fumi ed altre sostanze inquinanti. Sono costretti a tenere le finestre chiuse d’inverno e d’estate. Insomma affrontano un disagio. Per questo abbiamo chiesto di valutare anche un eventuale danno esistenziale per i residenti dello stabile di via De Vincentiis». (CdG)

lunedì 30 agosto 2010

Stefàno è ancora al mare?

Risarcimento danni dall’Ilva: scatta il conto alla rovescia

Sarà che il sole d’agosto spacca le molecole come qualcuno beffardamente ci ricorda in questi giorni, fatto sta che mancano 55 giorni alla prescrizione dell’azione risarcitoria nei confronti dell’Ilva sulla base della condanna comminata dalla Cassazione nel 2005, tra l’altro – come tutti sapranno – una condanna definitiva.
Ora anche qui il cittadino di Taranto è ben informato sulla vicenda si è espresso per ben due volte il Consiglio comunale di Taranto che ha impegnato il sindaco Stefàno a dar corso, attraverso un’azione legale, all’interruzione dei termini di prescrizione e, in buona sostanza, chiedere un bel gruzzolo all’Ilva, danaro che servirebbe, e non poco, a far rifiatare le magrissime casse dell’ente civico, seppur non restituirebbe aria limpida, giardini più verdi, case meno sporche e soprattutto polmoni più puliti.
E’ trascorso qualche mese, il sindaco Stefàno, spesso sollecitato all’uopo, si è rimesso, a suo dire, nelle mani dell’avvocatura, ma finora – fino a prova contraria – nulla è accaduto.
I giorni trascorrono inesorabilmente: l’Ilva ammorba ugualmente l’aria, la Procura indaga sulle emissioni, l’Arpa elabora dati inquietanti sul benzo(a)pirene ritenuti però non veritieri dai dirigenti dello stabilimento siderurgico, gli ambientalisti (ma non solo) non mollano, Riva dichiara di possedere un impianto Euro 5 (!), il fronte delle imprese e qualche sindacato attaccano il Comitato referendario sulla chiusura della stessa Ilva, la maggior parte dei politici di calibro glissano sull’argomento.
Insomma, nulla cambia. Sarà la canicola? Saranno le giuste ferie per quanti servono la città durante l’anno e adesso osservano la pausa? O c’è qualcos’altro? Non vogliamo essere maligni, per carità. Pensiamo positivo e mettiamola così: a settembre, da buon tutore della salute pubblica, il nostro primo cittadino impugnerà carta e penna e, con l’avallo dell’avvocatura, chiederà l’interruzione dei termini prescrittivi, dando scacco al gruppo Riva. Con buona pace di tutti coloro i quali tendono a denigrare il lavoro della nostra brava Amministrazione.
Anzi, noi come TarantOggi, cari lettori, vi diamo una mano: da oggi scatta il ‘conto alla rovescia’ fino al giorno in cui scadranno i termini della prescrizione. Così potrete tenere a mente, semmai nel frattempo vi sfuggisse, che c’è un appuntamento importante che il nostro sindaco Stefàno non può saltare. Sapete com’è, magari potrebbe capitare che Stefàno possa restare ingarbugliato nelle beghe della sua maggioranza politica, oppure far fronte alle emergenze economiche e sociali del territorio, o forse seguire le mirabilie dell’Amiu, e che quindi non abbia il tempo di seguire questa storia: noi proviamo a ricordarglielo, che ne dite?

Marcello Di Noi, direttore@tarantoggi.it

martedì 23 febbraio 2010

Gennarini. Puzza preziosa

Taranto, liquami dal depuratore . Legambiente chiede i danni

Anche Legambiente, dopo il Comune di Taranto, chiede i danni per lo sversamento sulla battigia delle acque reflue urbane provenienti dall’impianto di depurazione Gennarini. A rispondere di getto pericoloso di cose sono i funzionari dell’Ente autonomo Acquedotto pugliese Mauro Spagnoletta, Mario Distefano e Vincenzo Salinaro, i rappresentanti dell’Associazione temporanea d’imprese affidataria del servizio di conduzione, manutenzione, controllo e custodia dell’impianto di depurazione Leonardo Gentile e Giuseppe Rotunno, i direttori tecnici dell’impianto nominati dall’Ati Francesco Salatino e Felice Maraglino, i dirigenti comunali Antonio Liscio, ex responsabile del Settore Lavori Pubblici del Comune, Santo Barracato, ex responsabile della Direzione gestione patrimonio e lavori pubblici, e Cosimo Borsci, ex capo servizio tecnico della stessa Direzione.
Il Comune di Taranto si era già costituito parte civile con l’avv. Pasquale Annicchiarico chiedendo un risarcimento di un milione di euro. Ieri è stata la volta di Legambiente che tramite l’avv. Eligio Curci ha chiesto un risarcimento danni pari a 2 milioni di euro. Il dirigente comunale Baraccato è accusato anche di innovazioni non autorizzate sul demanio marittimo e nella fascia di rispetto dal confine demaniale (articoli 54 e 55 del codice della navigazione).
Il depuratore Gennarini fu sottoposto a sequestro probatorio dai militari della Capitaneria di Porto il 20 gennaio del 2005. Il decreto esecutivo, che portava la firma dell’allora procuratore aggiunto Franco Sebastio e dei pubblici ministeri Filomena Di Tursi e Antonella Montanaro, riguar dava tutte le strutture, compresi l’impianto di sollevamento costiero per lo scarico dei reflui e il manufatto in cemento armato destinato allo scarico diretto sulla battigia.
L’inchiesta fu avviata in seguito a una denuncia presentata dall’ex consigliere comunale Nello De Gregorio. Dal vecchio scarico a mare, parallelo alla condotta sottomarina, non sarebbero fuoriuscite acque perfettamente depurate a norma di legge.
Il 16 settembre del ’98, i carabinieri del Noe disposero il sequestro probatorio, con facoltà d’uso, di 16 depuratori in funzione nel capoluogo e in alcuni Comuni dell’hinterland. Ed anche in quel la occasione si parlò di inadempimenti contrattuali, strutture inadeguate e sversamento di liquami non conformi ai limiti con sentiti. Già il 25 ottobre del 2004, secondo quanto riferisce l’ex consigliere comunale De Gregorio, il dirigente del servizio di Igiene pubblica dell’Asl, Cosimo Scarne ra lamentava attraverso una nota inviata al Comune di Taranto e al direttore compartimentale dell’Acquedotto Pugliese, la mancata installazione/attivazione del doppio sistema di monitoraggio.
I liquami sarebbero stati sversati in mare a causa del malfun zionamento del depuratore e del mancato funzionamento delle pompe di sollevamento dell’impianto di pompaggio della condotta sottomarina. Ieri i funzionari dell’Acquedotto hanno chiesto di definire la propria posizione con una oblazione. La decisione del giudice monocratico è attesa per il 19 aprile. [Mimmo Mazza su GdM]

venerdì 4 dicembre 2009

Una liberatoria e poi addio!

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di un pensionato che sottopone un problema legale importantissimo.
Preghiamo chiunque sia in grado di fornire delucidazioni in merito di commentare o comunicare con noi tramite i nostri contatti (nella colonna a sinistra).
Il caso sarà sottoposto anche al gruppo di lavoro che si sta formando tra i cittadini coordinati da Altamarea per affrontare vari aspetti tecnici, tra cui quelli giuridici.

Sono un pensionato dell’ILVA di Taranto. Come Lei sa, in questa fabbrica in seguito alla legge sull’esposizione all’amianto da molti anni cessano in anticipo il rapporto di lavoro migliaia di lavoratori.
Questi lavoratori al momento del loro collocamento in pensione sono costretti a firmare una quietanza liberatoria all’azienda altrimenti non possono ottenere la liquidazione. Le quietanze non sono altro che dei moduli tutti uguali, cambiano ovviamente i dati anagrafici del lavoratore e la cifra da corrispondere per la liquidazione.
Moltissimi di questi lavoratori dopo il collocamento in pensione hanno fatto ricorso al Giudice del Lavoro per il risarcimento del danno biologico e morale derivanti da infortuni e/o malattie professionali contratte durante il periodo lavorativo e riconosciute dall‘INAIL. Molti sono già morti e tante famiglie piangono con rabbia e dolore.
Ebbene questi ricorsi sono stati tutti rigettati perché le quietanze liberatorie non sono state impugnate nei tempi e modi previsti dalla legge e/o per altri motivi . Fin qui va tutto bene perché la legge non ammette distrazioni e tantomeno ignoranza.
Però nessun Giudice ha tenuto conto che quelle quietanze liberatorie erano tutte uguali e che ci sia stato un abuso da parte del datore di lavoro derivante dalla sua posizione e che di conseguenza non sono stati salvaguardati i diritti dei lavoratori.
I difensori dei lavoratori hanno posto questo quesito ai giudici ma non hanno avuto risposta così come non si sono pronunciate le organizzazioni sindacali che dovevano vigilare sulla corretta fuoriuscita dei lavoratori. Alcuni di questi lavoratori hanno persino dovuto pagare le spese di giudizio come riferito dagli avvocati, come dire oltre al danno la beffa.
I ricorsi ormai non sono più proponibili per cui ci siamo rassegnati a questa triste realtà a ns. avviso corretto il comportamento dei giudici del lavoro di Taranto hanno gestito la legge a senso unico cioè hanno salvaguardato esclusivamente i diritti del datore di lavoro. Avevano la facoltà e la possibilità di dichiarare la nullità delle sottoscrizioni perché è evidente che esse sono state sottoposte ai lavoratori mediante moduli tutti uguali o abusando da parte del datore di lavoro della sua posizione. In questi casi i diritti dei lavoratori devono essere salvaguardati.!!!!! Ed ancora i Giudici avevano la possibilità di ascoltare tutti lavoratori e le organizzazioni sindacali, confrontare le loro deposizioni, fare un contraddittorio con i funzionari dell’Ufficio Personale dell’Azienda, entrare in fabbrica e sequestrare tutte le quietanze liberatorie e forse tante altre cose al fine di arrivare alla verità e di conseguenza ad una giustizia certa e trasparente.
Nessun giudice si è posto qualche perplessità, qualche interrogativo sull’utilizzo di quei moduli tutti uguali e del fatto che i lavoratori abbiano sentito tutti la stessa frase“se non firmi non possiamo liquidarti”. Inoltre come mai su quella fabbrica negli anni sono piovute tante denuncie e non hanno mai sortito alcun effetto? Secondo noi è una storia inquietante, sconcertante, ma la cosa ancora più scabrosa e terrificante è il silenzio assordante calato su questa storia da tutte le parti. Tutto ciò ci lascia molto perplessi , dubbiosi e sdegnati, ma quello che conta purtroppo è ciò che hanno sentenziato i Giudici.
In conclusione chiedo per mio conto e per tantissimi pensionati semplicemente un Suo autorevole parere sull’intera vicenda ed eventualmente se possiamo fare qualcosa di concreto non tanto per noi che secondo quanto hanno affermato i legali, non vi sono più i presupposti per appellarci e i termini sono scaduti, ma per la GIUSTIZIA in senso generale. Grazie.
Cordialmente

Lettera firmata

giovedì 22 ottobre 2009

Riva sotto (ennesima) accusa

Porto off limits le parti civili vogliono i danni
Chiesto risarcimento di 33 milioni


• Per il pubblico ministero Pina Montanaro non ci sono dubbi, al porto di Taranto era stato creato un illecito regime di monopolio nell’attività di carico e scarico delle merci nel porto di Taranto e dunque i 14 imputati, tra i quali spiccano Emilio, Claudio e Fabio Riva, devono finire sotto processo.
Con la requisitoria della pubblica accusa è entrata nel vivo l’udienza preliminare dinanzi al dottor Pompeo Carriere che aveva già accolto la richiesta di costituzione di parte civile presentata da cinque compagnie marittime locali.
Tutti gli imputati rispondono di concorrenza illecita, mentre Michele Fazio, di Savona, institore e componente del consiglio di amministrazione della Anchor Shipping (agenzia marittima con sede nella città ligure), sono imputati anche di estorsione, e Giampiero Gallina, di Torino, dirigente dell’Ilva con procura a gestire i pontili dati in concessione alla stessa Ilva, di tentata estorsione. Michele Fazio e Giampiero Gallina furono interdetti per due mesi dall’attività lavorativa nel 2006.
Gli altri imputati sono Emilio, Fabio Arturo e Claudio Riva, nelle rispettive qualità di presidente, vicepresidente e consigliere delegato del consiglio di amministrazione dell’Ilva, Ettore Campostano, Augusto Genta, Paolo Campostano, Tony Liuzzi, Stephan Axel De M a d r e, Corrado Corradi, Giuliano Mallito, componenti del consiglio di amministrazione dell’Anchor Shipping, Vito Bisanti, e Franco Sensoli, amministratore della Navalsud.
Secondo il pubblico ministero, gli imputati avrebbero sostenuto falsamente che l’Ilva fosse titolare di un terminal di scarico privato presso il porto di Taranto, dove potevano operare solo Anchor Shipping e la Navalsud. Le stesse agenzie avrebbero praticato prezzi inferiori a quelli stabiliti dalle tariffe previste dalla legge per prestazioni raccomandatarie marittime. Peraltro, il mancato rispetto delle tariffe prevede una responsabilità disciplinare sanzionata con la sospensione a tempo determinato e, nel caso di recidiva, la radiazione dall’elenco degli agenti raccomandatari marittimi. Inoltre, gli armatori sarebbero stati intimiditi con minacce di interrompere qualsiasi tipo di rapporto con l’Ilva e ritardi nelle operazioni di carico e scarico, qualora non avessero utilizzato come agenzie una delle due indicate dall’Ilva. Da qui l’ipotesi di reato di tentata estorsione che sarebbe suffragata - secondo l’accusa - da una serie di fax ed e-mail (acquisiti dai finanzieri) ricevuti dagli armatori che dovevano compiere operazioni nel porto tarantino. Le Fiamme Gialle hanno accertato che, negli anni 2000-2004, la Anchor e la Navalsud, a fronte di 3255 navi approdate presso il terminal Ilva, hanno curato 2941 navi, corrispondenti ad una percentuale complessiva del 90,35% : il 77,57 l’Anchor ed il 12,78 la Navalsud.
Gli avvocati Carlo Petrone e Stefano Caffio, per conto dell’agenzia marittima «Valentino Gennarini», hanno chiesto un risarcimento danni di 30 milioni di euro. Analoghe istanze sono state presentate anche dagli altri raccomandatari danneggiati, per un totale di ulteriori 3 milioni di euro.
L’udienza preliminare proseguirà il prossimo 25 novembre con le arringhe degli avvocati Egidio Albanese e Gianluca Mong elli. La decisione del gup è attesa per febbraio.
MIMMO MAZZA (La Gazzetta di Taranto, p.III)

domenica 17 maggio 2009

La paura fa 90!

Basterebbero tutti i soldi di Riva per Taranto?
Com'è lontana persino Seveso!

Seveso - La preoccupazione per la propria salute provocata da un disastro ambientale come una nube tossica deve essere risarcita. Perciò agli 86 abitanti di Seveso che avevano chiesto un indennizzo alla Icmesa, l'azienda di Meda dalla quale si sprigionò una nube di diossina il 10 luglio 1976, spettano 5mila euro a testa.
Il risarcimento - Un risarcimento che compensa soltanto in minima parte, precisa la Cassazione, la paura per la propria salute e i timori che hanno accompagnato la vita delle 86 persone negli ultimi 33 anni. La Cassazione, confermando la sentenza del 2005 della Corte d'appello di Milano, ha condannato l'azienda ormai smantellata a pagare in totale circa 450mila euro. Un risarcimento, precisano i magistrati, del danno morale, cioè del «danno non patrimoniale». Ma la sentenza 11059 della terza sezione civile della Corte dimostra anche che, di fatto, il danno esistenziale dopo la decisione del dicembre scorso della stessa terza sezione, non è stato abolito ma ha soltanto cambiato nome.
Le motivazioni - Nelle motivazioni della sentenza sul disastro di Seveso la Cassazione parla di «patema d'animo» e precisa, inoltre, che non è necessario provarlo concretamente. Può essere presunto in conseguenze dei fatti storicamente accaduti. «Il patema d'animo indotto in ognuno dalla preoccupazione per il proprio stato di salute - scrive la Corte - ben può essere provato per presunzione, essendo sufficiente la rilevante probabilità del suo determinarsiª. In sostanza è stato respinto il ricorso dell'Icmesa (azienda smantellata alla fine degli anni 70 durante la bonifica del territorio inquinato compreso tra i comuni di Meda, Seveso, Cesano Maderno e Desio) secondo il quale non c'era alcuna prova di un danno ´alla vita sociale e di relazioneª (questa era la definizione esatta, per l'appunto, del danno esistenziale).
La Corte - Secondo la Corte invece il danno c'è stato. «La sentenza - scrive la Cassazione riferendosi alla pronuncia dei giudici di secondo grado - è del tutto conforme a diritto». E aggiunge anche che i 5.000 euro liquidati non soltanto spettano ad ognuno degli 86 ricorrenti ma anzi, per quanto riguarda la determinazione della somma, rappresentano una valutazione prudenziale, se non addirittura minima del danno morale. Apcom