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giovedì 6 agosto 2015

Con l'Altoforno 1 riparte la polvere, i rischi e il solito circo di rassicurazioni e ricatti

Abbiamo messo in grassetto alcune chicche che ci riportano indietro di almeno dieci anni ai "bei vecchi tempi" della buonanima di Padrone Emilio. Roba "tipo abbiamo tutte le autorizzazioni" "abbiamo completato la totalità degli adeguamenti" oppure, più esilarante di tutte: "quello della sicurezza sul lavoro e' un tema culturale per azienda e lavoratori, sul quale Ilva, da sempre, manifesta grande attenzione". Talmente tanta attenzione che ci sono più morti e feriti che in guerra! Bentornata ferriera. Tutti a testa bassa, zitti e sotto, torniamo a vivere al ritmo della sirena!

Ilva: disco rosso dei custodi giudiziari ma Afo 1 oggi riparte

Oggi e' il giorno della ripartenza dell'altoforno 1 all'Ilva di Taranto. Il riavvio dell'impianto, dopo due anni e mezzo di fermata per i lavori dell'Autorizzazione integrata ambientale, e' previsto nel pomeriggio con la prima colata di ghisa nella nottata.
  L'altola' dei custodi giudiziari del sequestro dell'area a caldo, per i quali la ripartenza dell'altoforno 1 non e' autorizzata, non dovrebbe bloccare le manovre di riaccensione.
  L'Ilva, infatti, conferma il riavvio. E si afferma inoltre che la comunicazione fatta dai custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento e' solo informativa nei confronti dell'autorita' giudiziaria - procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, e gip Patrizia Todisco - e non prescrittiva. I custodi sono stati nominati dallo stesso gip Todisco a luglio 2012 quando tutta l'area a caldo fu sequestrata a causa dell'inquinamento.
  I custodi, nella comunicazione fatta all'autorita' giudiziaria per l'altoforno 1, pongono un problema relativo alla copertura della struttura che ospita l'impianto. La questione deriva dal sopralluogo nell'Ilva fatto dai tecnici di Ispra e Arpa Puglia a fine luglio per accertare la realizzazione delle prescrizioni dell'Aia. In sostanza, dicono i custodi, alcune coperture, fatte con "pannellature in materiale flessibile, se non correttamente riposizionate a seguito della loro apertura, voluta o accidentale, non garantiscono la completa chiusura dell'edificio". Aspetto, questo, che i custodi giudiziari reputano di "particolare criticita' per quelle aperture prospicienti, all'interno dell'edificio, a nastri trasportatori di materiale pulverulento non chiusi". In altri termini, i custodi - sulla base dei rilievi di Ispra e Arpa Puglia - ritengono che le coperture, cosi' come sono state installate, non assicurano il blocco delle emissioni polverose. Quindi, affermano i custodi, "le attivita' di avviamento dell'altoforno 1 non risultano attualmente autorizzate dall'autorita' competente". Sul punto specifico, l'Ilva - rendono noto i custodi traendolo dal verbale ispettivo dell'Aia - ha assicurato che terra' subito sotto controllo le coperture e "verifichera' la possibilita' di rendere le stesse piu' stabili dandone comunicazione ad Ispra ed Arpa Puglia". Mentre per quanto riguarda il fatto che le attivita' di riavvio dell'altoforno 1 non siano autorizzate, fonti Ilva dicono che le autorizzazioni sono state chieste 60 giorni fa ed ottenute in seguito e che gli stessi tecnici di Ispra e Arpa Puglia, nel corso del loro ultimo sopralluogo, preliminare anche alla riaccensione dell'impianto, hanno acquisito i verbali di collaudo.
  E' da aggiungere che martedi' sera, nel corso di un vertice in Prefettura, presenti le istituzioni locali, l'Arpa, lo Spesal dell'Asl, il comando provinciale dei Vigili del fuoco ed altre autorita' di controllo, l'Ilva ha ufficialmente comunicato che la ripartenza dell'altoforno 1 avverra' nel pomeriggio del 6 agosto, nonche' spiegato tutte le fasi tecniche successive. Nella riaccensione, ha comunicato l'azienda, potranno verificarsi anche fenomeni emissivi dal tetto dell'impianto, ma si tratta, per l'Ilva, di aspetti transitori e inevitabili e connessi proprio con la ripartenza.
  "Con il riavvio dell'altoforno 1 e il conseguente riavvio dell'acciaieria 1, la capacita' produttiva dello stabilimento Ilva di Taranto raggiungera' il 60% circa del proprio valore massimo" ribadisce il direttore generale dell'Ilva, Massimo Rosini. In particolare, si arrivera' a "circa 17 mila tonnellate al giorno e 6 milioni di tonnellate su base annua con un impatto positivo occupazionale di circa 3-400 persone".
  Questo e', infatti, il numero degli addetti che torna in produzione con la rimessa in marcia dell'impianto. "L'altoforno 1 - aggiunge Rosini - e' fermo da dicembre 2012 e riparte con la totalita' degli adeguamenti ambientali completati".
  Affrontando poi il tema della sicurezza dell'impianto, il dg Ilva sostiene che "quello della sicurezza sul lavoro e' un tema culturale per azienda e lavoratori, sul quale Ilva, da sempre, manifesta grande attenzione e sul quale si sta seguendo con impegno la strada del miglioramento delle performance". Rosini quindi chiarisce che "il riavvio dell'altoforno 1 sara' effettuato utilizzando una procedura consolidata a livello internazionale, con l'obiettivo di minimizzare gli impatti ambientali e di sicurezza che contraddistinguono l'avvio di un altoforno". "Sul tema della sicurezza - conclude il dg dell'Ilva - l'azienda si e' avvalsa della collaborazione diretta di consulenti tecnici indipendenti, a cominciare dalla societa' multinazionale Paul Wurth, e con la consulenza anche da parte di diversi docenti universitari". (AGI) .

Comunicato stampa Ilva :

Attivate le procedure per il ri-avviamento dell'Altoforno 1

L’impianto riparte con la totalità degli adeguamenti ambientali completati

giovedì 18 giugno 2015

L'Ilva (ed il governo) impari a rispettare la Giustizia!

fonte

Ilva, pm sequestrano l’Altoforno 2 dopo la morte dell’operaio investito dalla ghisa

La Procura di Taranto ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso dell’Altoforno 2 dell’Ilva, l’impianto nel quale l’8 giugno l’operaio Alessandro Morricella è stato investito da una colata di ghisa incandescente che ne ha poi causato la morte. Un provvedimento che potrebbe determinare il blocco dell’intero stabilimento siderurgico: per l’adeguamento all’autorizzazione integrata ambientale, infatti, la fabbrica produceva acciaio adoperando solo l’Afo 2 e l’Afo 4 e quindi il fermo di uno dei due impianti potrebbe di fatto fermare tutto lo stabilimento. Poco dopo l’incidente mortale, i tecnici dell’ispettorato del lavoro avevano concesso all’Ilva 60 giorni di tempo per “adottare tutti i provvedimenti necessari atti ad evitare pericolose esposizioni del personale alle proiezioni di metallo fuso durante le operazioni di colaggio dell’altoforno” e contemporaneamente il divieto di “effettuare qualsiasi operazione di prelievo diretto delle temperature ghisa nel pozzino ghisa”.
Qualcosa, a seguito dei successivi controlli, dev’essere evidentemente cambiato tanto da portare il pm Antonella De Luca, titolare del fascicolo, e il procuratore Franco Sebastio a sequestrare senza facoltà d’uso l’impianto dell’area a caldo. Una mossa che può rappresentare il colpo di grazia per lo stabilimento e i suoi lavoratori che all’indomani della morte di Morricella avevano chiaramente manifestato ai sindacati e all’azienda il timore di tornare sugli impianti. A distanza di tre anni, quindi, dal luglio 2012 quando il gip Patrizia Todisco sequestrò senza facoltà d’uso sei impianti, gli operai e i cittadini di Taranto potrebbero ritrovarsi a vivere una estate torrida.
Resta ora da capire quale sarà la mossa dei commissari: Ilva, infatti, è un’azienda in amministrazione straordinaria guidata dai commissari Pietro Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba. E Rezi? Come interverrà il presidente del Consiglio che a fine dicembre dello scorso anno, annunciando i provvedimenti per lo stabilimento siderurgico, avevamo affermato che “l’Italia riparte da Taranto?”. A poco, quindi, è servita la cappa di impunità concessa dai Governi in questi anni: le varie leggi “Salva Ilva“, infatti, operano nel campo delle violazioni in materia ambientale mentre in questo caso la procura è intervenuta per la violazione delle norme sulla sicurezza dei lavoratori. Morriccella, infatti, è il quinto operaio che ha perso la vita in fabbrica negli ultimi tre anni dopo Angelo Iodice, Claudio Marsella, Ciro Moccia e Francesco Zaccaria. Per gli ultimi tre, in particolare, gli inquirenti sono convinti che la morte è da collegare direttamente al mancato ammodernamento della fabbrica. Nelle carte dell’inchiesta Ambiente svenduto. infatti, i pubblici ministeri hanno scritto chiaramente che “la mancata attuazione di un modello organizzativo e gestionale adeguato rispetto alla complessità aziendale (..) ha rappresentato concausa non trascurabile in relazione agli infortuni occorsi negli ultimi mesi che hanno comportato lesioni gravissime di un lavoratore ed il decesso di altri tre operatori, tutti impegnati nello svolgimento delle proprie attività lavorative, svolte in assenza di adeguate istruzioni operative e di misure tecniche atte a prevenire e ridurre i rischi per la salute e la sicurezza degli stessi”. (FQ)

La Procura di Taranto ha disposto il sequestro preventivo senza facoltà d'uso dell'altoforno 2 dell'Ilva, il reparto in cui l'8 giugno scorso è stato investito da un getto di aria bollente, mentre misurava la temperatura della ghisa, l'operaio 35enne Alessandro Morricella, morto dopo quattro giorni per le gravi ustione riportate sul 90 per cento del corpo. Custode dell'impianto sarà Barbara Valenzano, già custode giudiziario degli impianti dell'area a caldo nominata dal gip Patrizia Todisco nell'inchiesta sfociata nell'arresto dei vertici dell'Ilva.
Inizialmente i tecnici dello Spesal (Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell'Asl) avevano imposto 60 giorni di tempo all'Ilva per "adottare tutti i provvedimenti necessari atti a evitare pericolose esposizioni del personale alle proiezioni di metallo fuso durante le operazioni di colaggio dell'altoforno". Sono dieci gli indagati per cooperazione in omicidio colposo.
Nel pomeriggio in migliaia hanno raggiunto il PalaWoytyla di Martina Franca per partecipare ai funerali di Morricella. Lacrime e rabbia per l'ultimo saluto al giovane operaio, che lascia la moglie e due figlie di sei e due anni. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato una corona di fiori, posta ai piedi della bara. "Chiedo alla comunità ecclesiale
di essere solidali nella fede, di non stringersi in parole vuote che talvolta offendono il lutto e il pianto, ma nel silenzio di condividere il dolore, assieme a Cristo che ci salva nella nostra stessa morte per restituirci un giorno gli uni agli altri", ha rimarcato l'arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, nel messaggio inviato per i funerali.
"Mentre salutiamo il nostro fratello, elevo la mia supplica accorata al Padre - ha aggiunto il presule - perché illumini le coscienze specie di chi ha responsabilità: mai più morti bianche. Non ci sono dati statistici, anche i più ottimistici, che potranno mai rincuorarci sulla sicurezza sul lavoro, quando anche uno solo dei nostri fratelli o delle nostre sorelle perde la vita mentre è sul posto di lavoro. Questa è una verità sacrosanta, come sacrosante sono le lacrime di mamma Martina Comasia, della moglie Natalia e delle sue bimbe Sofia e Greta, dei fratelli Giovanni e Vito che piangono Alessandro".
Sacrosante "quelle di tutti i parenti e di tutti gli amici - ha scritto ancora monsignor Santoro - che oggi salutano e ricordano il loro sorridente numero 10". Morricella era un giocatore della squadra di calcio a 5 del Locorotondo, che ha militato nel campionato di C2.
(Rep)

giovedì 22 gennaio 2015

Se c'erano ancora dubbi sullo scempio...

La galleria degli orrori made in Ilva. Le foto fornite in audizione dal custode Valenzano

Il 14 gennaio scorso, avevamo riportato il resoconto dell’interessante audizione della dottoressa Barbara Valenzano, uno dei custodi giudiziari dell’Ilva, ascoltata dai senatori delle commissioni Ambiente e Industria, impegnati nell’esame del ddl 1733 (decreto legge su llva e sviluppo di Taranto).
In quell’occasione (leggi qui), la Valenzano aveva indicato una serie di criticità, anche pesanti, che continuano ad interessare lo stabilimento ionico, nonostante qualcuno si ostini a considerarlo tra gli impianti siderurgici più efficienti d’Europa. Bene, siamo in possesso anche della relazione presentata dalla Valenzano corredata da foto  (cliccate sopra le immagini per leggere meglio le didascalie) che mostrano in maniera inequivocabile lo stato di indecenza in cui l’azienda continua ad operare. Ecco, dunque, la galleria degli orrori made in Ilva. Buona visione! (A. Cong)

AREA PARCHI – Si legge nella relazione: “La barriera frangivento non contribuisce sostanzialmente alla riduzione delle emissioni di polveri nelle aree esterne allo stabilimento”
barriera


AREA GESTIONE ROTTAMI FERROSI



area rottami ferrosi


rottami ferrosi 4

AREA GESTIONE ROTTAMI FERROSI – Si legge nella relazione: “Allo stato attuale risultano installati 3 fog cannon. Non sono previsti interventi per la bonifica dei suoli e della falda superficiale. Si precisa che, un mese fa, durante i lavori di scavo per cantieri Aia, nell’area tra Acciaieria 1 e GRF , è stata riscontrata la presenza di rifiuti nei primi strati del suolo”.


AREA PARCHI
area parchi

area parchi 2

area parchi 3

acque meteoriche

acque di processo

AFO 5


AREA COKERIE
cokerie

 AREA ACCIAIERIE
acciaierie

slopping

videomonitoraggio

DISCARICHE ILVA
discariche

GALLERIE SOTTERRANEE
gallerie

Si legge nelle conclusioni: “Si evidenzia in ultimo che la Suprema Corte ha restituito la facoltà d’uso degli impianti ad Ilva solo a condizione che fosse «rigorosamente rispettato il Cronoprogramma degli Interventi previsti dal Provvedimento di Riesame AIA», programma che oggi ha maturato per legge già tre anni di proroghe”. 
(Alessandra Congedo - Inchiostro verde)

domenica 16 febbraio 2014

Inquinati per legge

L'acciaio non avvelena solo i pozzi
I decreti Salva Ilva fanno degli abitanti di Taranto cittadini di serie B almeno fino al 2 agosto 2016, con conseguenze per decenni
 
Per Taranto, dopo l'estate 2012, sono arrivate leggi speciali.
Quando la magistratura penale indaga, può adottare provvedimenti urgenti (cautelari) per interrompere comportamenti pericolosi e fermare persone e attività. I provvedimenti cautelari, anzi, li adottano anche i giudici civili e i Tar (giudici amministrativi). E’ indubbio che quello che si può fare anche quando non c'è alcuna indagine penale – ad esempio nel caso di una lite patrimoniale o commerciale o di un licenziamento – è sacrosanto quando ci sono parti vittime di reato, tanto più se occorre evitare conseguenze dannose addirittura per l’incolumità di esseri umani. Nel caso della gestione dell'Ilva, i reati sono molto gravi (tra gli altri, disastro doloso, omissione di misure di sicurezza, avvelenamento di alimenti, corruzione). Il 26 luglio 2012 la magistratura di Taranto, riscontrandone le condizioni con atti confermati in II grado e poi dalla Corte di Cassazione, dispose quindi il sequestro cautelare degli impianti più pericolosi.
E le leggi speciali?
Le leggi speciali avrebbero potuto rafforzare le tutele e le garanzie per le vittime. Una di esse  invece (il decreto-legge 207 del 12 dicembre 2012, convertito in legge 231/2012) ha bloccato i provvedimenti giudiziari. E' servita a "modificare" proprio la tutela che viene garantita normalmente alle vittime di reato, già prima di accertare responsabilità e pene. 
DIRITTI SOSPESI Non si è osato annullare gli atti dei Giudici. La normativa introdotta ne ha posto nel nulla “gli effetti”. La sostanza non cambia. Mimetizzare un’interferenza così grande e uno scontro in atto– dopo aver già parlato di talebanismo giudiziario, come fatto dall’ex ministro Prestigiacomo nei giorni del sequestro - non rende diverse e meno gravi le conseguenze di quel decreto; soprattutto la sospensione dei diritti per i cittadini (incredibilmente non più protetti, in una parte del loro paese, dalle attività dannose di un'impresa o addirittura in continuità con le sue precedenti attività criminali).
Se l’importanza di un evento dipende dalla sua relazione con la vita delle persone, quest’operazione risulta impressionante: una condizione da stato di guerra che crea un’inaccettabile differenza tra cittadini. Ben pochi avrebbero remore a considerarla tale se l’avesse adottata un paese straniero.  Quel primo decreto è stato responsabile dello stravolgimento di un sistema di regole che ora non ha più pace. In sintesi, se il Governo lo decide con legge, può stabilire che per un periodo circoscritto i propri atti amministrativi (l’Autorizzazione Integrata Ambientale e quanto previsto per farne rispettare le prescrizioni) siano considerati equivalenti a un sequestro giudiziario, garantendo quel livello di tutela dei diritti in pericolo – in questo caso la salute - voluto dalla Costituzione.
Per ora - solo per ora, in base ai Salva Ilva adottati - sarà così fino al 2 agosto 2016 (cfr. NOTE).
LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE OGGI
La Corte Costituzionale, con una sentenza faticosa (n. 85 del 9 aprile 2013), ha difeso il decreto-legge 207 (legge 231), considerando salvaguardato il livello di tutela dei diritti in pericolo. I Giudici dissero che quella legge non prevedeva immunità penali per chi avrebbe gestito l'Ilva nei 36 mesi di durata del programma di risanamento; dissero che erano previsti vari controlli - anche in continuo - e che era possibile sospendere l'attività e revocare l'Autorizzazione in caso di inosservanza delle prescrizioni (applicandosi l'art. 29-decies del Codice dell’ambiente). Dissero che il quadro normativo era mutato e che tutto doveva essere riconsiderato alla luce del nuovo sistema, anche l'adeguatezza della tutela della salute.  
Difesero la legge fermandosi anche su alcune novità, ad esempio sulla figura del Garante per l'attuazione dell'Autorizzazione (anch’esso parte del sistema di tutele che avrebbe dovuto equivalere, per i cittadini, agli strumenti cautelari del giudice) - cfr. NOTE. 

martedì 14 gennaio 2014

Una bugia gridata all'infinito non diventa verità

E l'Ilva pensa che la gente le creda?
Ecco il comunicato in bella mostra sulla prima pagina del sito Ilva, tra titoli rassicuranti tipo "Qui tutto bene, niente succede, niente saccio, l'aria profuma di gelsomini..."!

 

COMUNICATO STAMPA dell' ILVA di Taranto

In relazione all’articolo pubblicato in data odierna su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dal titolo “Ilva, il blitz in piena notte di custodi e Carabinieri”, dove si legge: “Impianti, quelli funzionanti tirati al massimo. Anomale accensioni delle torce dell’acciaieria non per questioni di sicurezza o di emergenza ma unicamente per la combustione di gas di scarto, con un automatismo ancora legato al ciclo produttivo.”
ILVA precisa quanto segue:
Considerato che gli impianti, contrariamente a quanto affermato nell’articolo, non “sono tirati al massimo” perché gli impianti stanno producendo a regime ridotto, tali affermazioni sono prive di fondamento tecnico in quanto l’accensione delle torce avviene solo per ragioni di sicurezza legate al tenore di ossigeno nel gas o per ragioni di sovrappressione. Non esiste pertanto alcun automatismo legato al ciclo produttivo poiché accendendo le torce si perderebbe peraltro il valore economico del gas.
Inoltre, riguardo la parte dell’articolo in cui si afferma: “Emissioni diffuse in diverse aree, in assenza di impianti per l’abbattimento delle polveri e dei fumi derivanti dal taglio dei materiali ferrosi o dalla gestione dei materiali incandescenti come nella discarica paiole” ILVA ricorda che è in corso l’attuazione di prescrizioni dell’AIA con termine finale al luglio 2016 e con modulazioni temporali che si aspettano dal nuovo Piano ambientale. In ogni caso ILVA precisa che nella notte in questione negli impianti citati non vi sono state anomalie o emergenze e il taglio dei materiali ferrosi avviene con l’aspirazione delle emissioni con apposite cappe e sistemi filtranti.
Infine ILVA non può non rilevare che, nonostante la richiesta, non gli è stata consegnata alcuna copia della relazione citata nell’articolo il cui contenuto viene, quindi, appreso dalla Società unicamente dalla stampa.

Sfrontatamente con le mani nel sacco

Ilva, blitz in piena notte di «custodi» e Cc

Impianti - quelli funzionanti - tirati al massimo. Anomale accensioni delle torce della acciaieria non per questioni di sicurezza o di emergenza ma unicamente per la combustione di gas di scarto, con un automatismo ancora legato al ciclo produttivo. Emissioni diffuse, in diverse aree, in assenza di impianti per l’abbattimento delle polveri e dei fumi derivanti dal taglio dei materiali ferrosi o dalla gestione dei materiali incandescenti come nella discarica Paiole. È solo una parte di quanto confluirà nella relazione che i custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento e i carabinieri del Nucleo operativo ed ecologico di Lecce, guidati dal maggiore Nicola Candido, invieranno nelle prossime ore al giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco a seguito dell’ispezione notturna compiuta tra sabato e domenica nello stabilimento siderurgico Ilva.
Mentre a Roma si discute di norme e aumenti di capitale, a Taranto gli uffici giudiziari continuano ad essere sommersi da segnalazioni riguardanti l’inquinamento ancora in atto da parte dell’Ilva malgrado il sequestro del luglio 2012, gli arresti, le indagini, eccetera eccetera. Ma d’al - tronde l’acciaieria non ha mai smesso un solo giorno di produrre e dal luglio 2012 ad oggi rispetto agli 8 miliardi di euro stimati dagli stessi custodi giudiziari quale costo da sostenere per la messa a norma dell’area a caldo, sono stati spesi poco più di 100 milioni e dunque quegli impianti rischiano concretamente di essere tutt’ora fonti - sia pure legalizzati, stante la facoltà d’uso imposta dal Governo - di malattie e morte per gli operai e i cittadini di Taranto.
Il controllo effettuato l’altra notte rientra nella delega che la dottoressa Todisco ha conferito ai custodi giudiziari e ai carabinieri del Noe, sciogliendo la riserva sulla richiesta di revoca dei custodi presentatale dalla Procura dopo la legge Clini del dicembre 2012 che di fatto rimise l’I l va nella disponibilità dell’area a caldo, pur permanendo il sequestro. La Todisco decise di confermare la nomina dei custodi, in quanto «permanendo il vincolo cautelare sugli impianti dello stabilimento Ilva di Taranto, imposto con decreto del 25 luglio 2012 e confermato dal tribunale del riesame», lo stesso deve essere inteso «quale sequestro preventivo con facoltà d’uso degli stessi impianti riconosciuto alla società Ilva.
Facoltà d’uso che, come la Corte Costituzionale ha espressamente affermato, potrà non essere (ulteriormente) consentita dall'autorità giudiziaria nel caso in cui nel futuro, vengano trasgredite le prescrizioni dell'Aia riesaminata». Il gip ordinò agli stessi custodi «mediante accessi e sopralluoghi assidui, anche notturni, presso i siti in sequestro, avvalendosi dei carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Lecce» di «verificare e documentare lo stato dei luoghi e degli impianti sottoposti a vincolo cautelare, nonché la situazione in atto riguardante le emissioni inquinanti degli stessi impianti ed il relativo sistema di monitoraggio, riferendone puntualmente alla competente autorità giudiziaria con relazioni scritte almeno settimanali.
Solo il rispetto rigoroso del crono-programma degli interventi stabilito nell’Aia riesaminata assicura la tutela della salute e dell’ambiente e giustifica la prosecuzione dell’at - tività produttiva da parte dell’Ilva, da ritenersi altrimenti illecita e tale da innescare le conseguenze giuridiche previste in generale dalle leggi vigenti - concluse la Todisco - per i comportamenti illecitamente lesivi della salute e dell'ambiente». Comportamenti che, a quanto pare, sarebbero tutt’ora in corso. (GdM)

martedì 12 novembre 2013

Osservazioni al Piano Ilva: Peacelink

PeaceLink chiede il fermo degli impianti ILVA non a norma

PeaceLink ha inviato al Commissario Bondi le proprie osservazioni al nuovo Piano dell’ILVA che dovrebbe rimodulare (in peggio) la tempistica dell’AIA.
La novità è che PeaceLink ha fatto proprie e ha inviato all’autorità competente tutte le osservazioni dei Custodi Giudiziari contenute nell'ultimo provvedimento del GIP Patrizia Todisco del 5 novembre 2013 nel quale si sottolinea come allo stato attuale vi sono le condizioni per un fermo degli impianti dell’area a caldo ILVA non a norma.
Le osservazioni del Custodi Giudiziari, guidati dall’ingegnere Barbara Valenzano, dovranno pertanto essere obbligatoriamente valutate dagli esperti e dal sub commissario Ronchi.
Fra le osservazioni inviate da PeaceLink a Roma vi è la “violazione direttiva europea 75/2010 UE per mancata applicazione delle sanzioni“. Abbiamo scritto: “Il Piano prevede una sanatoria per tutte le prescrizioni non rispettate e questa è una violazione dell'articolo 8 della direttiva 75/2010 UE che prevede la “sospensione dell'esercizio dell'impianto” in caso di “pericolo immediato per la salute umana”.
Oggi PeaceLink invierà le proprie osservazioni anche alla Procura della Repubblica e alla Commissione Europea in quanto il nuovo Piano è destinato concedere inaccettabili deroghe e proroghe all’azienda, e quindi a peggiorare ulteriormente la situazione esistente.
E’ inoltre evidentissimo - ad un’attenta lettura del Piano - che si tenta di ri-autorizzare impianti non dotati di sistema di trattamento delle acque di prima pioggia, obbligatorio per legge.
Siamo quindi in presenza di una procedura anomala volta a far proseguire attività e impianti attualmente non in possesso dei requisiti. Su questo riteniamo opportuno che faccia piena luce la magistratura e che ne sia informata anche la Commissione Europea che ha avviato una procedura di infrazione nei confronti del Governo Italiano.
A tali evidenti anomalie si associa la preoccupazione dell’opinione pubblica sulla qualità dell‘aria di Taranto.
Le rilevazioni sia di PeaceLink sia dell’Arpa registrano infatti una elevata concentrazione di IPA (idrocarburi policiclici aromatici) nell’aria di Taranto, il che ha destato grande attenzione nella popolazione in quanto alcuni composti degli IPA sono stati identificati come cancerogeni, mutageni e teratogeni.
In situazione di calma di vento si sono registrati valori di IPA che sono arrivati anche a superare i 180 nanogrammi per metro cubo (una concentrazione riscontrabile al tubo di scappamento di una vecchia aiuto a benzina), un valore inaccettabile che indica il persistere di gravi problematiche ambientali irrisolte.
I controlli degli IPA effettuati da Peacelink con l'analizzatore portatile dei valori di IPA saranno ulteriormente estesi. Infatti si evidenziano situazioni di qualità dell‘aria non buona. Le dichiarazioni sulla “eccellente” qualità dell‘aria a Taranto sono smentire dal perdurare di elevate concentrazioni di IPA quando c‘è calma di vento o quando il vento proviene dall‘area industriale.
Peacelink ha inviato una comunicazione ad Arpa Puglia chiedendo di sapere se anche la strumentazione dell'Agenzia regionale di protezione ambientale (identica rispetto a quella in possesso di PeaceLink) abbia riscontrato valori così elevati di IPA. Già tuttavia giungono indirette conferme dalla recente relazione del dott. Roberto Giua sulla qualità dell’aria nel quartiere Tamburi. Essa include infatti un eloquente diagramma con l’andamento degli IPA nel quartiere Tamburi. Dalla sua lettura appare evidente come nelle ultime settimane le elevate concentrazioni di IPA non siano inferiori rispetto a quelle degli IPA nel periodo 2009-2010, anni in cui si registrò un’elevata concentrazione di benzo(a)pirene (che è un componente degli IPA stessi).
Negli ultimi giorni in particolare PeaceLink ed i suoi esponenti hanno ricevuto numerose fotografie, video, telefonate da parte di cittadini ed operai che documentavano il verificare continuo di episodi di inquinamento industriale legato alla non attuazione dell’AIA, con visibilissime emissioni non convogliate.
Antonia Battaglia, nella suo contatto continuo con la Commissione Europea, presenterà al Commissario all'Ambiente Janez Potocnik anche questi dati e documenti affinché nell'indagine in corso nell'ambito della procedura di infrazione aperta il 26 settembre scorso contro l'Italia vengano prese in considerate le gravissime mancanze e l'inspiegabile silenzio delle istituzioni rispetto alla situazione in cui versa a presente la città di Taranto. PeaceLink in particolare fa appello al Prefetto perché faccia eseguire la legge applicando - dopo l’ultima relazione dell’ISPRA - le sanzioni per persistente mancato rispetto delle prescrizioni, come già il Garante AIA aveva richiesto.
Il perdurare di questa grottesca situazione all’italiana - in assenza di dati che smentiscono gli esiti della perizia epidemiologica commissionata dal GIP - desta nella popolazione grande preoccupazione. E provoca indignazione il fatto che si conceda all’ILVA ulteriore tempo per prolungare questa situazione anomala come se il non rispetto delle prescrizioni non abbia alcun rapporto con lo stato di salute della popolazione. Attualmente gli impianti dell’area a caldo, posti sotto sequestro dall’Autorità Giudiziaria e non risanati con gli interventi previsti dall’AIA, vanno fermati in applicazione del Principio di Precauzione oltre che della normativa italiana ed europea.

Alessandro Marescotti, Presidente di Peacelink

PS - si allega il presente comunicato (vedere file DOC) e il file PDF con le osservazioni sul Piano ambientale dell'ILVA.

Allegati

  • AIA 2013 osservazioni (127 Kb - Formato pdf)

mercoledì 17 aprile 2013

Nove mesi di scartoffie per accettare una banalità

La Cassazione. «Ferrante non è più custode giudiziario Ilva»

Bruno Ferrante non sarà più tra i custodi giudiziari dell’Ilva di Taranto. Lo ha stabilito la Cassazione che accogliendo il ricorso della procura ha annullato senza rinvio l’ordinanza del tribunale di Taranto che in funzione di giudice dell’esecuzione aveva reintegrato il 28 agosto scorso l’attuale presidente dell’Ilva nella funzione di custode. Ferrante, in ogni caso, spiega il suo legale Marco De Luca, aveva intenzione di rinunciare a questo ruolo.
La nomina di Bruno Ferrante non era esecutiva. La sua esecutività era sospesa dal 25 ottobre 2012 per decisione del Tribunale di Taranto. La questione della nomina di Ferrante a custode giudiziario è stato un pezzo importante nella complessa 'partita a scacchi' giocata tra magistratura tarantina e azienda, sin dal primo sequestro fatto all’Ilva, quello degli impianti dell’area a caldo, del 26 luglio 2012. Col decreto di sequestro preventivo, senza facoltà d’uso, degli impianti, il gip del tribunale di Taranto Patrizia Todisco, aveva nominato infatti quattro custodi giudiziari.
Il 7 agosto, il Tribunale del Riesame, investito della questione dall’azienda, confermò i provvedimenti del gip, modificandoli in parte e revocando la nomina del custode per la parte amministrativa, sostituito dal presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante. Dopo soli quattro giorni, però, l’11 agosto, il gip revocò la nomina di Ferrante, ritenendolo “incompatibile” con la funzione di custode, e rinominando Tagarelli.
Il 28 agosto, il Tribunale, in fase di incidente di esecuzione chiesto dall’Ilva, annullò l’efficacia dei provvedimenti del gip dell’11 agosto, ripristinando la 'sovranita” delle decisioni del Riesame. Di conseguenza, Ferrante tornò custode giudiziario al posto di Tagarelli.
Il 17 settembre, la Procura ricorse per Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale in incidente di esecuzione, sostenendo tra l’altro che non poteva decidere in composizione feriale. Contemporaneamente la Procura ricorse al Tribunale per far sospendere l’immediata esecutività dell’ordinanza del 28 agosto. Fu così che il 25 ottobre il Tribunale sospese l'esecutività dell’ordinanza del 28 agosto “sino all’intervento della decisione della Corte di Cassazione con conseguente ripristino dell’efficacia dei decreti adottati dal gip di Taranto il 10 e l’11 agosto”. La corte di Cassazione ha deciso oggi, accogliendo a sua volta il ricorso della Procura contro la nomina.(GdM)

Con le sue gambe...

I Riva vogliono dimostrare che l'Ilva può camminare con le sue gambe... (verso l'affondamento senza conseguenze sulle altre holding?)
Magari accompagnata da Ferrante e Bondi...
Via il girello allora!


http://www.fecalface.com

Ilva, allarme sui fondi via la cassaforte dei Riva

"Senza l'Aia l'Ilva non ha futuro", dice Enrico Bondi. Ma il futuro dell'Ilva sarà senza l'Ilva Fire. Parte da questi due assiomi il nuovo corso del siderurgico: ieri il nuovo amministratore delegato dell'azienda è tornato nello stabilimento di Taranto per fare il punto sulla situazione e affrontare l'agenda prossima ventura del più grosso stabilimento d'acciaio d'Europa. I rapporti con la legge, più che con la magistratura, in questo momento sembrano essersi chiariti: la sentenza della Consulta di martedì scorso ha infatti sancito che la legge salva Ilva voluta dal governo Monti e dal ministro dell'Ambiente Corrado Clini, è costituzionale.
Quindi può essere applicata: resta quindi il sequestro della magistratura, ma la fabbrica può produrre acciaio durante la bonifica imposta prima dall'Autorizzazione integrata ambientale e ora dalla legge stessa. "Per questo  -  ha detto Bondi ieri  -  non possiamo che ripartire dall'Aia". Non sarà semplicissimo. A complicare la situazione si è messo infatti il garante voluto dal Governo, il magistrato Vitaliano Esposito, che ha mosso contestazioni formali al cronoprogramma dell'Ilva: i lavori, ha scritto, non seguono quanto promesso. I ritardi riguarderebbero "i nastri trasportatori del materiale entro lo stabilimento, quelli concernenti l'area di carico e scarico dei materiali, i parchi di deposito di materiali nonché taluni edifici asserviti alle aree di produzione".
Stesso discorso vale sui cumuli dei parchi minerali: l'azienda non avrebbe realizzato la "minimizzazione delle emissioni gassose fuggitive" e nemmeno provveduto alla realizzazione di un "sistema di nebulizzazione di acqua per l'abbattimento delle particelle di polveri sospese generate dalle emissioni diffuse". A questo si aggiunge l'ultima relazione dell'Arpa che ha documentato come, da quando sono al lavoro i custodi e quindi il lavoro dell'Ilva è in qualche maniera commissariato, le emissioni sia di diossina sia di benzoapirene (i due inquinanti più pericolosi) sono per la prima volta finiti sotto la norma imposta dalla legge. Come a dire, che una strada per la fabbrica non pulita ma controllata esiste. Bisogna avere soltanto la volontà di percorrerla.


Volontà che, a credere alle parole dell'azienda, il nuovo corso dell'Ilva avrebbe. Esiste però un problema di natura societaria che sta allarmando gli ambientalisti e incuriosendo gli investigatori: senza usare scorciatoie, il presidente Bruno Ferrante ha annunciato che bisogna scorporare l'Ilva dalla Riva Fire, la cassaforte della famiglia Riva. "L'azienda  -  ha detto agli operai  -  deve camminare con le sue gambe". Dopo che per anni gli utili del siderurgico hanno reso importanti i bilanci delle società del gruppo Riva, il timore è che al contrario con l'azienda in difficoltà non arrivino soldi dalla famiglia. Non solo: qualora la magistratura si volesse rivalere in qualche maniera sui soldi dei Riva, con uno scorporo delle aziende non potrebbe. O per lo meno sarebbe molto più complicato.
Al momento l'operazione è nell'agenda di Bondi ma non è ancora partita. Così come l'amministratore delegato non ha ancora incontrato le parti sociali: dai primi di marzo, infatti, l'Ilva di Taranto sta attuando i contratti di solidarietà in tutto lo stabilimento oltre che la fermata degli impianti dovuta ai lavori dell'Aia. Gli esuberi temporanei coinvolti sono 3.749 ma nella ''solidarietà'' stanno ruotando in 11mila. Bruno Ferrante intanto non sarà più tra i custodi giudiziari dell'Ilva di Taranto. Lo ha stabilito la Cassazione che, accogliendo il ricorso della procura, ha annullato senza rinvio l'ordinanza del tribunale di Taranto che in funzione di giudice dell'esecuzione aveva reintegrato il 28 agosto scorso l'attuale presidente dell'Ilva nella funzione di custode. Ferrante, in ogni caso, spiega il suo legale Marco De Luca, aveva intenzione di rinunciare a questo ruolo. (G. Foschini - Rep)

E mentre Il Circo Clini mette a segno un altro colpo ambientale: la strategia delle mutande,




All'Ilva i lavori per l'AIA procedono solo nelle scartoffie!

Ilva, 17aprile2013 - ph. Comitato Cittadini Liberi e Pensanti

sabato 30 marzo 2013

Garantismo all'italiana...


L'Ilva e il suo cane mastino salentino Ferrante insistono addirittura a querelare i magistrati e i custodi di Taranto!!! Altrimenti 'sti avvocati che li pagano affà? Visto che non hanno ancora ottenuto nulla sul piano legale.
E per fortuna che c'è Clini!
Ah quanto gli rode quel sequestro del Tesssoro ai Riva: lesa maestà!


E l’azienda sollecita la revoca dell’incarico ai custodi giudiziari

L’Ilva passa al contrattacco e dopo aver presentato, tramite l’avvocato Donato Pace, una querela alla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri in servizio alla Procura di Potenza (competente per fatti riguardanti magistrati in servizio a Taranto), si rivolge al procuratore capo Franco Sebastio per segnalare il comportamento dei custodi giudiziari (gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento; il commercialista Mario Tagarelli), sollecitando provvedimenti nei loro confronti, compresa la revoca dell’incarico.
A unire la querela finita lo scorso 4 marzo alla Procura di Potenza (nella quali si ipotizzerebbero una serie di abusi) a quella firmata dal presidente del siderurgico Bruno Ferrante tre giorni dopo e depositata dall’avvocato Egidio Albanese, c’è il sequestro dell’acciaio prodotto quando agli impianti dell’area a caldo erano stati posti i sigilli senza facoltà d’uso. Un milione e cinquecentomila tonnellate d’acciaio sequestrate il 26 novembre scorso dai finanzieri del Gruppo di Taranto per un valore oscillante tra gli 800 milioni e il miliardo di euro. Il gip Patrizia Todisco considera quell’acciaio frutto del reato, i legali del gruppo Riva hanno più volte impugnato quel provvedimento, non riuscendo però a tornare in possesso della merce nemmeno in forza dell’emendamento ad hoc preparato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini e inserito nella legge salva-Ilva. Sul punto, il prossimo 9 aprile si esprimerà la Corte Costituzionale, su richiesta dei magistrati tarantini ma nel frattempo, lo scorso 15 febbraio il gip Patrizia Todisco ha ordinato la vendita di quell’acciaio, destinando il ricavato ad un conto bloccato. Per ordinare la vendita, il gip ha agito sulla scorta di un parere stilato dai custodi giudiziari secondo i quali coils e lamiere correvano il rischio di deteriorarsi. L’Ilva, che martedì scorso ha discusso dinanzi al tribunale dell’appello un ricorso per ottenere l’annullamento del provvedimento firmato dal giudice Todisco, ora contesta anche il concetto di deteriorabilità dell’acciaio sequestrato posto a fondamento della vendita, sostenendo che se l’acciaio si trova in non ottimali condizioni di stoccaggio e immagazzinamento è proprio per colpa dei custodi che, pur avendone la titolarità, dal giorno del sequestro non hanno fatto nulla per salvaguardarlo, non compiendo, addirittura, nemmeno un sopralluogo. (GdM - Mazza)

lunedì 25 marzo 2013

Impianti al minimo e niente traffici di minerali = Ilva pulita: ma va!?

Dodici punti in meno nel giro di sei mesi. E i dati che magicamente diventano nella norma. A Taranto è in corso un piccolo grande miracolo: non si tratta del film di Edoardo Winspeare ("Il miracolo", appunto) ma dell'aria attorno alla città che sembra stia cambiando, stia smettendo di diventare cattiva e si avvii verso una quasi normalità. A testimoniarlo non sono le manifestazioni di piazza. La voglia della gente di non stare più soltanto a guardare. Ma ci sono i dati che l'Arpa ha reso noto ieri con una relazione inviata, tra gli altri alla Procura. I numeri lasciano pochi spazi ai dubbi: la centralina del quartiere Tamburi, che registra il Pm10 (uno degli inquinanti più cancerogeni) nel periodo da settembre a dicembre è di 25,5 contro i 37,5 dei sei mesi precedenti. Nel 2011 i numeri erano sempre molto alti: 38,1 nei primi sei mesi, 34,1 negli altri sei. Un calo del 30 per cento circa. Una riduzione drastica e non casuale, visto che arriva in perfetta contemporanea con il sequestro dell'impianto e con l'arrivo in fabbrica dei custodi. Di fatto la produzione è stata ridotta, è vero, ma non si è mai bloccata.Calando i valori medi, crollano anche i picchi: la centralina di via Archimede ha avuto 29 superamenti nel periodo settembre-dicembre del 2011 e 13 invece in quelli del 2012. Stesso discorso vale per il benzoapirene, l'altro inquinante: 2,76 a gennaio, 0,25 a ottobre e novembre. "Le elaborazioni effettuate - scrivono nel report i chimici Micaela Menegotta e Roberto Giua oltre al direttore scientifico Massimo Blonda mostrano un decremento nell'aria della concentrazione di una serie di inquinanti a partire dal terzo quadrimestre del 2012, con una tendenza che sembra confermarsi anche nel primo mese del 2013. Tale decremento non può non mettersi in connessione con le significative variazioni nelle modalità di esercizio degli impianti, ovvero quelli ascrivibili all'area a caldo dello stabilimento siderurgico Ilva. Si può desumere quindi che le variazioni di gestione, introdotte in seguito all'attività della Magistratura, hanno diminuito in modo sostanziale le emissioni degli inquinanti dello stabilimento siderurgico, conducendo a un diminuito impatto sull'ambiente delle aree immediatamente limitrofe". (Giuliano Foschini - Rep)

sabato 23 marzo 2013

Ostriche aperte... si attende lo champagne

Ma quanto sono contenti gli amici del Sole 24h che i Riva possono tornare a fatturare!!
 
Ilva torna a produrre, riparte l'area a freddo
 
Piccoli segnali di ripresa all'Ilva dopo nove mesi di tensioni tra sequestri e scontri con la magistratura. Nell'area a freddo l'altro ieri è ripartita una delle due linee di finitura del Treno lamiere e di conseguenza sono tornati in produzione circa 250 addetti sui 370 totali. Il Treno lamiere preparerà la «materia prima» che, ai primi di aprile, consentirà poi ai due Tubifici di riprendere a funzionare: il Tubificio 1 marcerà con 21 turni settimanali, il 2, invece, con 5 turni. La forza lavoro dei Tubifici è di circa 400 unità. Treno lamiere e Tubifici si uniscono agli altri impianti dell'area a freddo in attività già da alcune settimane. E non si esclude che anche il Treno nastri 1, fermo da tempo e col personale in cassa, possa ripartire a breve se la Corte Costituzionale, esaminando la legge 231 sull'Ilva, dovesse riconoscerne la costituzionalità respingendo le eccezioni sollevate dai giudici tarantini. A quel punto, con l'ok della Consulta alla legge, l'azienda potrebbe commercializzare le merci bloccate dal sequestro di fine novembre e che nei giorni scorsi il Tribunale dell'appello ha sottratto alla vendita diretta da parte dei custodi giudiziari, ordinata invece dal gip Patrizia Todisco. Prima di mettere in vendita 1,7 milioni di tonnellate di prodotti e semilavorati, però, ci sarà probabilmente bisogno di rilavorare parte di questi materiali e quindi la necessità di affiancare alla marcia del Treno nastri 2 anche quella dell'1. Tutta l'area a freddo dell'Ilva, che non è mai stata sequestrata dalla magistratura, era stata progressivamente fermata dall'azienda, col ricorso alla cassa, a fronte del combinarsi di due problemi: la crisi di mercato e i sigilli dell'autorità giudiziaria a quanto prodotto prima del 3 dicembre, giorno in cui sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto da cui poi è nata la legge di conversione n.231. Adesso una serie di impianti vengono rimessi in produzione sia perché c'è domanda da soddisfare, sia perché Ilva ha bisogno di fatturare e di non perdere più commesse dopo averne persa una in Usa (25 milioni di dollari per 25mila tonnellate di tubi per un gasdotto) proprio nelle settimane del blocco giudiziario alle merci.
E intanto Ilva e sindacati hanno già avuto un incontro sull'attuazione dell'accordo sui contratti di solidarietà firmati al ministero del Welfare giovedì scorso. I sindacati hanno chiesto all'azienda chiarimenti su come, con la solidarietà, saranno disciplinati ferie, malattia, notturni e festivi. L'accordo prevede 3.749 esuberi ma a ruotare, nella solidarietà, saranno 11.050 lavoratori – quasi tutta l'Ilva – con una percentuale media del 34% di riduzione dell'orario di lavoro. Operativamente i contratti di solidarietà partiranno dai primi di aprile. Ai lavoratori che il 2 marzo hanno concluso la cassa, l'azienda ha inviato una lettera con la quale li informa del nuovo ammortizzatore cui saranno assoggettati.
Intanto, sul fronte Acciaierie di Terni, la cordata italo-lussemburghese con Aperam, Marcegaglia e Arvedi sta preparando la propria offerta. In gara potrebbero scendere anche altri tre concorrenti. Sono stati in 4 a visitare gli impianti in questi mesi: due delegazioni espressione di soggetti industriali e due emissari di fondi di investimento. Tra le realtà industriali c'è anche la cinese Tsingshan. (Sole24h)

lunedì 18 marzo 2013

Il tesssoooro è salvo!

Ilva incassa l'ok del tribunale: stop alla vendita dell'acciaio

Il tribunale ha accolto l’appello dell’Ilva contro la decisione del gip di autorizzare la vendita dell’acciaio finito sotto sequestro nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale. L’azienda contestava in particolare l’affidamento delle operazioni di commercializzazione ai custodi giudiziari e anche la decisione di sequestrare il ricavato delle operazioni di vendita. "Decisione inopportuna - aveva tuonato l'Ilva - le risorse potrebbero essere usate per l'attuazione dell'Aia".
Si parla del milione e 700mila tonnellate di acciaio che l’azienda stima in un miliardo di euro di valore, mentre secondo i custodi  il valore è di circa 800 milioni euro. Sulla merce ferma nel porto ormai da mesi, si sta consumando una vero braccio di ferro, con l’Ilva minaccia di chiedere il risarcimento per le commesse che nel frattempo sono saltate (Rep.)

giovedì 14 marzo 2013

Ora è colpa dei custodi...

Gli avvocati dell'ilva sembrano non sapere più su chi sparare
Ora hanno puntato i custodi, colpevoli di aver custodito male l'acciaio PRODOTTO MENTRE GLI IMPIANTI ERANO SOTTO SEQUESTRO!
E poi?
Perchè non querelare i giudici per aver impedito a Nicola Riva di andare a farsi la settimana bianca perchè costretto agli arresti domiciliari?
E perchè non fare un esposto ai vicini di casa dei Riva che guardano la tv fino a tardi?
Ieri un cane randagio che scorazzava tra i rotoli d'acciaio è stato denunciato per danneggiamento: ha pisciato sul corpo del reato!!!

E l’azienda sollecita la revoca dell’incarico ai custodi giudiziari

L’Ilva passa al contrattacco e dopo aver presentato, tramite l’avvocato Donato Pace, una querela alla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri in servizio alla Procura di Potenza (competente per fatti riguardanti magistrati in servizio a Taranto), si rivolge al procuratore capo Franco Sebastio per segnalare il comportamento dei custodi giudiziari (gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento; il commercialista Mario Tagarelli), sollecitando provvedimenti nei loro confronti, compresa la revoca dell’incarico.
A unire la querela finita lo scorso 4 marzo alla Procura di Potenza (nella quali si ipotizzerebbero una serie di abusi) a quella firmata dal presidente del siderurgico Bruno Ferrante tre giorni dopo e depositata dall’avvocato Egidio Albanese, c’è il sequestro dell’acciaio prodotto quando agli impianti dell’area a caldo erano stati posti i sigilli senza facoltà d’uso. Un milione e cinquecentomila tonnellate d’acciaio sequestrate il 26 novembre scorso dai finanzieri del Gruppo di Taranto per un valore oscillante tra gli 800 milioni e il miliardo di euro. Il gip Patrizia Todisco considera quell’acciaio frutto del reato, i legali del gruppo Riva hanno più volte impugnato quel provvedimento, non riuscendo però a tornare in possesso della merce nemmeno in forza dell’emendamento ad hoc preparato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini e inserito nella legge salva-Ilva. Sul punto, il prossimo 9 aprile si esprimerà la Corte Costituzionale, su richiesta dei magistrati tarantini ma nel frattempo, lo scorso 15 febbraio il gip Patrizia Todisco ha ordinato la vendita di quell’acciaio, destinando il ricavato ad un conto bloccato. Per ordinare la vendita, il gip ha agito sulla scorta di un parere stilato dai custodi giudiziari secondo i quali coils e lamiere correvano il rischio di deteriorarsi. L’Ilva, che martedì scorso ha discusso dinanzi al tribunale dell’appello un ricorso per ottenere l’annullamento del provvedimento firmato dal giudice Todisco, ora contesta anche il concetto di deteriorabilità dell’acciaio sequestrato posto a fondamento della vendita, sostenendo che se l’acciaio si trova in non ottimali condizioni di stoccaggio e immagazzinamento è proprio per colpa dei custodi che, pur avendone la titolarità, dal giorno del sequestro non hanno fatto nulla per salvaguardarlo, non compiendo, addirittura, nemmeno un sopralluogo. (Mazza - GdM)

lunedì 25 febbraio 2013

Manco gli scacchi!


Ilva: ricorso contro ordinanza vendita merci da parte dei custodi

Ilva ha presentato oggi al Tribunale di Taranto una impugnazione in cui chiede l'annullamento dell'ordinanza con cui il gip Patrizia Todisco ha autorizzato la vendita da parte dei Custodi dell'acciaio sequestrato all'interno dello stabilimento siderurgico il 26 novembre 2012, vincolando il ricavato della vendita di questi beni in un conto bloccato a disposizione dei magistrati in attesa di futura sentenza senza che nulla del ricavato possa essere utilizzato per l'attuazione dell'AIA. Ilva, in una nota , motiva l'istanza presentata come una violazione all'articolo 1 del DL 207, convertito poi nella legge 231 del 2012, che prescrive sia il diritto all'esercizio di impresa che la commercializzazione da parte dell'azienda di beni sequestrati. Le questioni di illegittimita' costituzionale sollevate dal GIP e dal Tribunale, secondo l'azienda, non fanno venir meno e non sospendono la legge in vigore che deve quindi essere applicata e alla quale Ilva intende attenersi. Nella richiesta di annullamento, Ilva fa riferimento inoltre alla violazione dell'articolo 260 comma 3 del codice di procedura penale, relativo alla conservazione dei beni sequestrati, non ravvisando l'urgenza del provvedimento in considerazione dell'ormai prossimo pronunciamento della Corte costituzionale e avendo la Procura aspettato oltre due mesi e mezzo prima di chiedere il Provvedimento. Infine i legali dell'Ilva hanno addotto vizi di motivazione in merito alla valutazione dei beni da parte dei custodi. (AGI).

sabato 23 febbraio 2013

La faccia tosta del criminale

Mentre il mostro sforna fumi e veleni, di giorno e soprattutto notte, ignorando qualsiasi precauzione, i padroni rifiutano di collaborare anche con la magistratura. Sanno di poter contare su tanti amici che sono dalla loro parte.
Ne sanno forse qualcosa Clini, Prestigiacomo e Bersani?
Ecco l'Ilva ieri...



Ilva custodi: guerra sull'acciaio. Azienda minaccia risarcimento

Ammonta a circa un milione di tonnellate la richiesta di acciaio che i custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza, Claudio Lofrumento e Mario Tagarelli dovranno esaminare nei prossimi giorni. Al termine della riunione di ieri tra i tecnici nominati dal gip Patrizia Todisco e l’avvocato Francesco Brescia in rappresentaza dell’Ilva, i custodi giudiziari hanno infatti acquisito circa un migliaio di ordini di vendita ancora non soddisfatti dall’azienda del Gruppo Riva.
Dopo il via libera del gip alla vendita dei pordotti finiti e semilavorati sequestrati il 26 novembre su richiesta della procura ionica, toccherà ora ai custodi giudiziari provvedere alle operazioni di vendita destinando poi il ricavato, il cui valore dovrà essere stimato nei prossimi giorni, in un fondo che rimarrà comunque sotto sequestro. Resta intanto da individuare anche la strategia di vendita per le altre 700mila tonnellate di acciaio, ma soprattutto da analizzare le perdite lamentate in questi mesi dall’azienda. Delle rinunce dei clienti per via delle vicende giudiziarie, al momento, non c’è traccia.
L’azienda Ilva manifesta la sua volontà di non collaborare con la magistratura. E così i custodi ieri hanno chiesto nuovamente all’azienda di fornire l’elenco delle richieste annullate dai clienti. Un dato che l’Ilva in quel momento non è stata in grado di fornire e che potrebbe arrivare sulla scrivania degli amministratori giudiziari nei prossimi giorni. Dati di non poco conto per comprendere se e quanto l’Ilva abbia perso in termini economici. Nelle scorse settimane, infatti, la stessa azienda aveva lamentato l’annullamento di un contratto con una grossa azienda americana del valore di circa 25 milioni di dollari. Non solo. Oggi minaccia di chiedere il risarcimento dei danni subiti.La situazione, quindi, resta tesa.
A dimostrarlo c’è l’ennesimo scambio di lettere al vetriolo tra Bruno Ferrante, presidente del cda Ilva, e i custodi giudiziari. Lettere che danno seguito alla guerra epistolare iniziata quando l’ex prefetto di Milano ricopriva l’incarico di quarto amministratore giudiziario. In una missiva inviata il 21 febbraio scorso, infatti, Ferrante non solo ha rinunciato all’incontro richiesto dai custodi per affrontare con una strategia comune la commercializzazione dei prodotti, ma ha chiarito che l’Ilva «non presta il consenso alla commercializzazione dei prodotti, in quanto lesiva del diritto all’esercizio di impresa» e chiarendo inoltre che il provvedimento del gip «sarà contrastato con ogni iniziativa».
Soprattutto Ferrante è tornato sui danni causati dell’azione giudiziaria. «Parte degli ordini - scrive Ferrante - a suo tempo pervenuti è stata evasa, a seguito di riprogrammnazione degli stessi attraverso quanto prodotto successivamente al 4 dicembre 2012. Altri ordini - aggiunge il presidente dell’Ilva - sono stati annullati dai clienti e, in relazione a tali recessi, ci riserviamo di chiedere i danni nei confronti di chi ha posto in essere le condizioni che li hanno determinati». Una vera e propria sfida alla magistratura e ai custodi, insomma. Un monito che chiude anche l’ultimo spiraglio di dialogo fra l’azienda e l’autorità giudiziaria tarantina. (F. Casula GdM)

venerdì 22 febbraio 2013

La voce grossa del Padrone... il tesssoooro è mio!

Nota Ilva

Ilva comunica di aver ricevuto dai Custodi nominati dal GIP di Taranto una lettera in cui danno seguito alla disposizione dello stesso Giudice in merito alla vendita dei beni sottoposti a sequestro. Ilva ricorda che il ricavato della vendita di questi beni sarebbe vincolato in un conto bloccato a disposizione dei magistrati in attesa di futura sentenza e ribadisce che, secondo le disposizioni del GIP, nulla del ricavato di tale vendita potrebbe essere utilizzato per l’attuazione dell’AIA.
Come già comunicato da Ilva, tutto ciò è palesemente contrario alla legge 231 del 2012 che prescrive sia il diritto all’esercizio di impresa che la commercializzazione da parte dell’azienda di beni sequestrati. Le questioni di illegittimità costituzionale sollevate dal GIP e dal Tribunale non fanno venir meno e non sospendono la legge in vigore che deve quindi essere applicata e alla quale Ilva intende attenersi.
A tale proposito l’Azienda conferma che impugnerà in ogni sede il provvedimento del GIP del 14 febbraio scorso.
Ilva non intende dare il proprio consenso alla commercializzazione dei prodotti da parte di altri soggetti perché lesivo del diritto di impresa e, dal momento che diversi ordini sono stati cancellati negli ultimi mesi dai clienti per l’indisponibilità della merce, si riserva di chiedere i danni a chi dovesse risultarne responsabile.

venerdì 15 febbraio 2013

Il tesssoooro sul mercato (e i soldi sotto chiave!)

Dopo mesi a "scassare" per vendere questo acciaio... ora che il gip ha acconsentito l'Ilva si oppone!
Non è che ci voglia tanto a capirlo: acciaio=soldi a casa Riva. Vederlo trasformarsi in euri sonanti e pensarli in un forziere che si aprirà solo a fine processo o, peggio, per fare le bonifiche, fa venire i capelli dritti a tutta l'allegra famiglia domiciliare!

Ilva, via libera del gip al dissequestro e alla vendita delle merci

Accolta la richiesta della Procura di Taranto. Il gip Patrizia Todisco ha infatti disposto il dissequestro e autorizzato la vendita dei prodotti finiti e semilavorati dell’Ilva. Il provvedimento sarà notificato il 15 febbraio all’azienda a Milano, dove si trova la sede legale. Le merci in questione sono pari a un milione e 700mila tonnellate prodotte nei mesi scorsi fra coils, tubi e lamiere, e sequestrate il 26 novembre nell’ambito degli ulteriori sviluppi dell’inchiesta. Il loro valore – secondo quanto accertato dai custodi giudiziari incaricati dalla Procura di fare una relazione tecnica – ammonta a 800 milioni mentre l’Ilva nelle settimane scorse aveva parlato di un miliardo.
Il dissequestro delle merci avvierà la vendita diretta che sarà gestita dagli stessi custodi giudiziari, i quali seguiranno l’ordine dei contratti stipulati dall’Ilva. Il ricavato, però, non andrà all’azienda, ma confluirà in un deposito che sarà utilizzato a fini di confisca nel momento in cui la vicenda si sarà chiusa e definita sotto il profilo processuale. La decisione della vendita diretta è stata presa dalla Magistratura a fronte del rischio di deterioramento delle merci che sono stoccate sui piazzali e nei magazzini del siderurgico. Il sì del gip segue il parere favorevole della Procura di Taranto. Nelle settimane scorse l’Ilva aveva chiesto un dissequestro vincolato delle merci, finalizzandone il ricavato al pagamento degli stipendi e all’attuazione dell’Aia, e facendo gestire il tutto al Garante dell’Aia. Questa proposta è stata però respinta sia dalla Procura che dal gip.(FQ)


Nota Ilva
In merito al provvedimento del GIP di Taranto relativo alla vendita dei prodotti dell’Ilva sotto sequestro notificato oggi alla Società, Ilva ritiene che il provvedimento sia del tutto illegittimo e contenga evidenti vizi di diritto.
Non è inoltre comprensibile l'urgenza del provvedimento in considerazione dell’ormai prossimo pronunciamento della Corte Costituzionale e avendo la procura aspettato oltre due mesi per richiedere il provvedimento.
Appare poi inopportuna la decisione di vincolare il ricavato a tempo indeterminato, mentre queste risorse – come sostiene giustamente il Ministro Clini - potrebbero essere più correttamente utilizzate per un interesse generale dei cittadini come l'attuazione dell'AIA.
Si ricorda infine che la legge 231 del 2012, che l’autorità giudiziaria non ritiene di dover applicare, prevede che i beni sequestrati siano restituiti agli aventi diritto, quindi alla proprietà.

Articolo su Inchiostroverde di G.M. Leone riguardo al "tesssoro" Ilva.
http://www.inchiostroverde.it/news/ilva-ciao-ciao-buffo.html

venerdì 25 gennaio 2013

Procura cristallina, Ilva e amici sempre in trincea

«Non sono possibili compromessi»


«All'Autorità giudiziaria non è consentita l'adozione di «misure di compromesso», magari anche comprensibili da diversi altri punti di vista, ma che non trovino il loro fondamento in specifiche disposizioni normative processuali e penali».
LA NOTA - Lo scrive il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, sulla vicenda Ilva. «È possibile rivalutare, in tutto o in parte, eventuali questioni poi insorte, però sempre nei limiti» delle disposizioni normative processuali e penali. Sotto tale punto di vista - prosegue la nota - non ci si sta sottraendo a tale valutazione, così come evidenziato anche al signor ministro dell'Ambiente nel corso dell'incontro, sereno e a tratti anche cordiale, con lui avuto». Franco Sebastio, in cui fa il punto della situazione sul caso Ilva e interviene soprattutto sul punto delle merci sequestrate (un milione e 700mila tonnellate) per le quali ieri la Procura ha respinto l'istanza di dissequestro vincolato avanzata dall'azienda che aveva chiesto lo sblocco e la destinazione del ricavato a stipendi e interventi dell'Aia. Sebastio spiega anche che «allo stato l'azienda può continuare la sua attività di produzione in quanto la decisione di sospendere il giudizio sul dissequestro delle merci rimettendo la legge alla Consulta non riguarda tale diverso aspetto. Oggetto delle ulteriori contestazioni - precisa il procuratore - è solo la richiesta del materiale prodotto nei quattro mesi antecedenti il secondo provvedimento di sequestro la cui disponibilità viene considerata dall'azienda assolutamente e ineluttabilmente indispensabile per garantire la sua attività che, in caso contrario, dovrebbe essere sospesa per insuperabili difficoltà finanziarie. Tutto cio' pur essendo stata essa abilitata alla commercializzazione dell'acciaio prodotto dalla data del decreto legge in poi. Giova evidenziare a questo punto - rileva il procuratore di Taranto - che, come ovvio e assodato, l'autorità giudiziaria può assumere le sue determinazioni solo ed esclusivamente nell'ambito delle vigenti disposizioni processual-penalistiche, mentre le è vietata una qualunque decisione che dovesse invece basarsi su mere considerazioni di opportunità anche di tipo sociale ed economico, specialmente nel caso in cui tale determinazione potrebbe determinare una possibile sopravvenuta decadenza (inammissibilità) della questione di legittimità costituzionale per essere venuta meno la rilevanza della questione stessa».
LA MERCE SEQUESTRATA- Sulla possibilità di intervenire in qualche modo sul sequestro delle merci dell'Ilva, ma sempre nell'ambito di quanto prevede il Codice penale e la legge, il procuratore capo della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, fa un'apertura: «E' quindi possibile - dice il procuratore in proposito - rivalutare, in tutto o in parte, eventuali questioni poi insorte, però' sempre nei limiti delle disposizioni esistenti. Sotto tale punto di vista - dice il procuratore - non ci si sta sottraendo a tale valutazione, così come anche evidenziato al signor ministro dell'Ambiente nel corso dell'incontro - sereno e, a tratti anche cordiale - con lui avuto». (CdM)

Ed ecco cosa dice l'Ilva per "bocca" di uno dei suoi giornali-bollettino che anticipa scenari di custodi giudiziari che si trasformano in venditori porta a porta di acciaio e non perde occasione per sottolineare la versione della difesa Ilva sulla legittimità del sequestro.
Insomma, il solito attacco mediatico quotidiano alla magistratura!

Ilva, ai custodi la vendita delle merci

Si fa strada l'ipotesi che la Procura della Repubblica possa dissequestrare le merci Ilva e affidarne la vendita ad uno dei custodi giudiziari-amministratori nominati dal gip. Il ricavato della vendita, però, non andrebbe all'Ilva, nè servirebbe a finanziare il pagamento dei prossimi stipendi (servono 75 milioni di euro) e gli interventi per il risanamento ambientale del siderurgico, ma verrebbe «congelato» in un deposito sempre a disposizione dell'autorità giudiziaria, essendo coils e lamiere beni soggetti a confisca. L'ipotesi è allo studio e la sua applicazione è legata anche agli esiti di una perizia tecnica che dica alla Procura se la merce stoccata tra magazzini e piazzali dallo scorso 26 novembre è deteriorabile (come asserisce l'Ilva) o meno.
Altro punto da chiarire è poi il valore della stessa merce: l'Ilva dice che quel milione e 700mila tonnellate valgono un miliardo di euro («un sesto del fatturato dell'azienda» ha affermato l'altro ieri il presidente Bruno Ferrante), per la Procura, invece, si apprende da fonti giudiziarie, potrebbero valere meno, circa 600 milioni di euro.
Se la Procura decidesse di vendere le merci, affidandone il relativo incarico al custode-amministratore Mario Tagarelli (nominato dal gip Patrizia Todisco insieme ad altri tre custodi per il sequestro degli impianti dell'area a caldo), verrebbe sì incontro ai clienti dell'Ilva che quei beni hanno ordinato, ma non sposterebbe di un millimetro la situazione finanziaria aziendale. Che resterebbe pesante con gli stipendi a fortissimo rischio. D'altra parte nel vertice di ieri col ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, Ferrante è stato esplicito: quei soldi servono all'Ilva per generare altra liquidità visto che le banche hanno frenato sugli affidamenti all'azienda. L'Ilva oggi è un po' come un'auto col serbatoio a secco e che ha bisogno di carburante per ripartire. L'unica cosa che si otterrebbe dallo sblocco dei prodotti è che si libererebbero piazzali e magazzini. L'Ilva, che oggi dice di non avere aree in cui stoccare, avrebbe di nuovo i suoi spazi, e gli impianti dell'area a freddo - fermi da fine novembre - potrebbero essere rimessi in marcia, così come chiedono i sindacati. Se si sta studiando un dissequestro con le caratteristiche prima dette, sembrano quindi perdere attualità le ipotesi pure emerse l'altro ieri, ovvero la possibilità di trasferire il fermo delle merci su soluzioni alternative come il sequestro per equivalente o il deposito cauzionale.
Ieri, in una lunga nota, il procuratore capo di Taranto, Franco Sebastio, non ha chiuso la porta a una possibile evoluzione. «È possibile rivalutare, in tutto o in parte - scrive Sebastio -, eventuali questioni poi insorte», ma ci sono dei paletti da rispettare, «limiti» li definisce il procuratore che così spiega: «All'autorità giudiziaria non è consentita l'adozione di misure "di compromesso", magari anche comprensibili da diversi altri punti di vista, ma che non trovino il loro fondamento in specifiche disposizioni normative processuali e penali. Giova evidenziare - scrive ancora il procuratore - che, come ovvio e assodato, l'autorità giudiziaria può assumere le sue determinazioni solo ed esclusivamente nell'ambito delle vigenti disposizioni processual-penalistiche, mentre le è vietata una qualunque decisioni che dovesse basarsi invece su mere disposizioni di opportunità, anche di tipo sociale-economico, specialmente nel caso in cui tale determinazione potrebbe determinare una possibile decadenza (inammissibilità) della questione di legittimità costituzionale per essere venuta meno la rilevanza della questione stessa». Fermo restando questi «limiti», perciò, afferma il procuratore, «non ci si sta sottraendo» ad una possibile, nuova valutazione della vicenda, «così come evidenziato anche al signor ministro dell'Ambiente nel corso dell'incontro - sereno e, a tratti, anche cordiale - con lui avuto».
Al procuratore replica l'Ilva. «Il provvedimento di sequestro da parte della magistratura - dice l'azienda - ha natura meramente facoltativa così come l'eventuale confisca anche in caso di sussistenza dei reati contestati; l'esercizio del potere discrezionale da parte dei giudici di Taranto avrebbe consentito e consente quindi la valutazione di ogni elemento di opportunità dell'emissione del provvedimento. Andrebbe in primo luogo valutata ogni conseguenza sociale che ne deriva». E infine «sulle questioni di legittimità costituzionale proposte» dai giudici, l'Ilva parla di «manifesta infondatezza, posto che la tutela della salute è costituzionalmente demandata agli organi di Governo che con la decretazione d'urgenza ne ha tenuto conto, e non alla magistratura». (Sole24h)