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sabato 26 settembre 2015

Il valzer delle visite

In visita all'altoforno 2 dell'Ilva commissione parlamentare infortuni

"Questa commissione ha voluto indagare vari aspetti che riguardano l'Ilva, più complessivamente la comunità di Taranto, sia dal punto di vista dell'attività commissariale che dal punto di vista dei rappresentanti dei lavoratori, che ovviamente hanno anche punti di vista diversi". Lo ha detto la senatrice Camilla Fabbri (Pd), presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali che oggi ha tenuto una serie di audizioni nella Prefettura di Taranto, ascoltando anche i commissari straordinari dell'Ilva Enrico Laghi e Corrado Carrubba.
"Per quanto ci riguarda - ha aggiunto Fabbri - il tratto comune è quello della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro. Un'attenzione dedicata in particolare, da parte della commissione come del governo, alla questione Ilva, recuperando un ritardo per tante cose successe in questi anni. La nostra intenzione è quella di produrre un'accelerazione, sia sul versante degli incidenti gravi, e noi siamo partiti purtroppo dall'incidente avvenuto l'8 giugno scorso ad Alessandro Morricella, sia sul tema delle malattie professionali".
La delegazione della Commissione Parlamentare ha incontrato nel pomeriggio i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls) all'interno dello stabilimento Ilva di Taranto. La commissione, presieduta dalla senatrice Camilla Fabbri e composta da Giovanni Barozzino, Paola Pelino e Daniele Gaetano Borioli, ha chiesto di visitare l'Altoforno 2, dove l'8 giugno scorso è avvenuto l'incidente costato la vita all'operaio Alessandro Morricella.
L'impianto è stato dissequestrato, ma la magistratura ha imposto una serie di prescrizioni che dovranno essere completate entro il 30 novembre. "Non si può legiferare su un problema - ha spiegato Fabbri - se non si comprende di persona quello di cui si parla. Siamo informati sulla dinamica dell'incidente ma andremo in quell'impianto per capire come il Governo può contribuire affinché non si verifichino più incidenti mortali". La Commissione ha ascoltato il prefetto Umberto Guidato, il sindaco Ippazio Stefano, i commissari straordinari dell'Ilva, il procuratore Franco Sebastio, i sindacati di base e di categoria dei metalmeccanici e il presidente del Comitato '12 Giugno', Cosimo Semeraro. (GdM)

giovedì 30 luglio 2015

Sciolto un operaio, se ne fanno altri!

Afferma Natalia Luccarelli, la vedova di Alessandro Morricella, l'operaio morto lo scorso giugno sull'Afo2: "Il casco gli si è fuso in testa. Si immagini la plastica bianca mescolata alla carne umana. Pensa che una giacchetta alluminizzata con i bottoni fino alla coscia potesse salvarlo? Sarebbe morto comunque".



 

Ilva, così Morricella scompare dalle slide

Sono state surreali le audizioni sull'Ilva tenutesi ieri sera in Commissione Ambiente e Attività produttive riunite alla Camera.
Surreali le informazioni ricevute, surreali le risposte che non scioglievano i dubbi, surreale l'atteggiamento dell'Inail e dei sindacati.
Lo sblocco di un'area che era stata sequestrata per ragioni di sicurezza potrà interferire con chi si troverà a lavorare in quell'ambiente? Lo abbiamo chiesto all'Inail, che semplicemente non ha saputo risponderci.
All'Asl abbiamo chiesto se

mercoledì 29 luglio 2015

Carta igienica per costituzione


Salvare l'Ilva violando la Carta


Ecco perché il Giudice per le indagini preliminari di Taranto ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del cosiddetto decreto "salva Ilva", licenziato dal Governo e approvato con fiducia dal Parlamento. Una norma "improria", "approssimativa" e "grossolana" che ha bloccato il sequestro dell'altoforno Afo2, dove in giugno è morto un operaio.


L'Ilva di Taranto viene prima di tutto: della sicurezza di chi ci lavora, dell'ambiente e -da qualche tempo- della Costituzione italiana. Tra la Carta e l’ultimo decreto “salva Ilva” (92/2015) del Governo ci sarebbe infatti una “siderale divergenza”. È per questo motivo che il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, Martino Rosati, ha deciso di sollevare la questione di legittimità costituzionale del provvedimento licenziato dal Governo in fretta e furia sabato 4 luglio, cinque giorni dopo il decreto di sequestro dell’altoforno “Afo2” dell’Ilva. Lì il 12 giugno scorso era morto l’operaio Alessandro Morricella, infortunatosi -secondo l’accusa- per via della “mancata predisposizione di protezioni […] idonee a garantire l’incolumità dei lavoratori”. Non c’erano nemmeno le “strumentazioni per il prelievo della ghisa e la misurazione della relativa temperatura”.
Alla morte segue il sequestro preventivo d’urgenza. Al sequestro seguono titoli scandalizzati di alcuni quotidiani nazionali -per Il Sole 24 Ore “l’incidente mortale sul lavoro verificatosi all'Ilva di Taranto rischia di rendere ancora più complicata l'attuazione del progetto di risanamento”-. E ai titoli segue l’intervento “atecnico e approssimativo” (le parole sono del Gip Rosati) dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi. L’obiettivo dichiarato è salvaguardare l’operatività dell’Ilva.
Lo strumento prende la forma di un decreto legge, licenziato sabato 4 luglio e firmato dal Capo dello Stato Mattarella, dal premier e dai tre ministri Orlando, Guidi e Galletti. Quest'ultimo, titolare dell’Ambiente, come abbiamo raccontato nell’articolo “L’Ambiente è scomparso” (Ae 171), ha potuto beneficiare nel corso della campagna elettorale per le Politiche 2013 di un contributo di 30mila euro dalla Simbuleia spa, detenuta da una fiduciaria (Euromobiliare Fiduciaria spa) e in minima parte da Romano Conti, commercialista bolognese che risulta tra i fondatori -insieme a Piero Gnudi- dello Studio Gnudi e Associati. Lo stesso Gnudi, già ministro nel governo Monti, che dall’estate 2014 è "Commissario straordinario per la Ilva Spa".
All’articolo 3, il decreto del governo svuota la portata d’ogni iniziativa che leda l’attività di impresa “degli stabilimenti di interesse strategico e nazionale”, che possono continuare ad operare nonostante un provvedimento di sequestro anche “quando lo stesso si riferisca ad ipotesi di reato inerenti alla sicurezza dei lavoratori”.
 
Le 14 pagine dell’atto sottoscritto dal Gip Rosati e depositato il 14 luglio scorso (qui il documento integrale dalla rivista penalecontemporaneo.it) restituiscono un’immagine drammatica e farsesca dell’azione governativa, bollata come “eccentrica”, “impropria”, dalla “irripetibile singolarità”, per certi versi “grossolana”. Non si tratta che di un “trattamento di favore” a danno di inviolabili diritti costituzionali -eguaglianza e salute su tutti-, nell’interesse dell’azienda chiamata (per onere e non per obbligo) a redigere entro 30 giorni dall’adozione del provvedimento di sequestro un piano d’intervento senza che nessuno possa eccepirne il contenuto, o verificarne l’attuazione.
“Nulla si dice -scrive Rosati- sulla natura di tali ‘misure aggiuntive’: che quindi potrebbero essere rappresentate, in ipotesi, anche soltanto da meri cartelli di segnalazione, dispositivi di protezione individuale, prassi operative od altri strumenti (come i rudimentali ed estemporanei pannelli metallici che l'ILVA s'è affrettata a piazzare dopo la tragedia morte dell'operaio Morricella), del tutto insufficienti a garantire adeguatamente la sicurezza dei lavoratori”.
Ma l’Ilva viene prima di tutto, nonostante il Gip abbia ricordato che ”Afo2” ha “manifestato anche nei giorni seguenti pericolose disfunzioni, con massive dispersioni di materie incandescenti” e che altro non sia che “un'offesa alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana di chi vi lavora”. Gli articoli 2, 3, 4, 32, 35, 41 e 112 della Costituzione vengono così sacrificati, in un “regime di deregolamentazione e deresponsabilizzazione” -le parole sono del professor Francesco Forzati dell’Università di Napoli- che abbraccia anche il commissario straordinario Gnudi, cui è riservata dall’inizio dell’anno (decreto 5/2015) una “area di (sostanziale) immunità penale riferita alle azioni attuative del piano previsto dall’Autorizzazione integrata ambientale Ilva del marzo 2014”. (Altreconomia)

martedì 28 luglio 2015

Vediamo un po'

Ilva, si stringe l’inchiesta sull’«Altoforno due»

Quale è stata la causa dell’incidente costato la vita ad Alessandro Morricella, il 35enne operaio dell’Ilva deceduto il 12 giugno scorso dopo essere stato investito, quattro giorni prima, da un getto di ghisa incandescente mentre ne stava misurando la temperatura al piano di colata dell’Altoforno 2?Una risposta potrebbe arrivare dall’accertamento tecnico irripetibile disposto ieri mattina dal pubblico ministero Antonella De Luca, titolare dell’inchiesta per cooperazione in omicidio colposo e concorso omissione dolosa di cautele sul luogo di lavoro che vede indagate dieci persone: si tratta del direttore dello stabilimento Ilva Ruggero Cola, del capo area Salvatore Rizzo, del tecnico campo di colata Domenico Catucci, del tecnico di cabina Vincenzo Catucci, del capo turno Saverio Campidoglio, del direttore dell’area ghisa, Vito Vitale, e poi ancora del capo reparto altoforno 2, Giovanni Zingarelli, del responsabile aziendale per la sicurezza (sil) dello stabilimento Sergio Palmisano, di Pietro Bonfrate coordinatore sil dell’area ghisa e infine di Antonio Russo, tecnico sil dell’area altoforni.
Ieri mattina, il sostituto procuratore De Luca, alla presenza dei legali degli indagati e degli avvocati Gaetano Vitale e Gianfranco Lisi, che invece assistono la famiglia della vittima, ha conferito incarico all’ingegner Roberto Bonica per acquisire, se tecnicamente possibile, il contenuto del cellulare di Morricella, della sim e della memoria aggiuntiva; e di acquisire inoltre i parametri di esercizio relativi all’andamento dell’altoforno 2 ed i parametri degli impianti di servizio allo stesso, accessori e annessi dall’1 maggio alla data di accertamento. Il consulente dovrà inoltre svolgere ogni ulteriore accertamento, acquisendo ulteriori dati che si rendessero necessari all’esito dell’operazione. L’ingegner Bonica avrà 20 giorni di tempo, a partire da ieri, per depositare l’esito della sua consulenza. Nelle operazioni sarà coadiuvato dall’ing. Barbara Valenzano, custode giudiziario dell’altoforno 2, e dai funzionari dello Spesal.
Proprio i funzionari dello Spesal ieri si sono recati nel siderurgico per compiere delle verifiche all’altoforno 2 alla luce del piano di sicurezza presentato dai legali dell’Ilva lo scorso 23 luglio per ottenere la restituzione dell’impianto, posto sotto sequestro senza facoltà d’uso prima dal pm De Luca e poi, in sede di convalida, dal gip Martino Rosati. Il pm De Luca e il procuratore aggiunto Pietro Argentino attendono il parere dei propri consulenti per poter rispondere all’istanza degli avvocati dell’Ilva.
Sul punto, ieri ha preso posizione la Fiom Cgil, sollecitando al direttore dell’Ilva una copia della relazione tecnica che l’azienda ha depositato il 23 luglio scorso alla Procura e un incontro per analizzare e confrontarsi su questo argomento.
Sono, infine, rientrati ieri al lavoro circa 300 operai dell’Ilva (che erano stati sottoposti a contratti di solidarietà) per rimettere in marcia l’Acciaieria 1, fermata da diversi mesi per lavori Aia e di manutenzione ordinaria e straordinaria. Altri operai rientreranno a breve per il riavvio dell’altoforno 1, interessato dai lavori di adeguamento alle prescrizioni Aia. Il fermo dell’Acciaieria 1 era stato disposto nel marzo scorso dopo la sospensione dell’attività dell’altoforno 5. (GdM)

mercoledì 22 luglio 2015

E nove!!!

Ilva, blitz del Governo per bloccare spegnimento dell’altoforno

Paradossalmente si può parlare di nono decreto Ilva, a pochi giorni di distanza dall’ottavo. Perché è vero che formalmente la Camera ieri ha discusso di un provvedimento che ha come oggetto il diritto fallimentare civile, ma è anche altrettanto vero che se si è arrivati alla decisione di porre la fiducia su questo testo è solo perché all’ultimo momento il governo vi ha inserito un emendamento che, di fatto, è la copia dell’articolo 3 del decreto 92 scorso. Si tratta di un vero e proprio blitz stigmatizzato dall’opposizione come un falso ideologico (M5S), come una lesione dello stato di diritto (Sel) che crea un precedente grave su cui poi, puntualmente anche se in grave ritardo, dovrà esprimersi la Corte costituzionale.
Direbbe Antonio Di Pietro: che c’azzecca l’Ilva con il diritto fallimentare?
Nulla, ma il 24, cioè entro dopodomani, l’azienda dovrà fornire il cronoprogramma di spegnimento dell’Altoforno 2, in base alle richieste della procura tarantina che non si è fermata nemmeno di fronte al decreto di inizio luglio che stabiliva – così come stabilisce quello su cui l’aula di Montecitorio voterà tra poche ore - la continuità di esercizio di uno stabilimento di intesse nazionale nonostante il sequestro del bene, quando le misure cautelari sono state adottate in relazione ad ipotesi di reato inerenti la sicurezza dei lavoratori, perché si deve garantire «il bilanciamento tra la continuità produttiva, la salvaguardia dell’occupazione, la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro».
Il governo ritiene che di fronte all’ipotesi di reato, non ancora accertato, si debba continuare a produrre.
Ma qual è l’interesse nazionale, si chiedeva ieri il pentastellato Alberto Solezzi?
«Quello degli obitori». Una battuta sgradevole con evidente riferimento alla morte dell’operaio Alessandro Morricella.
Fatto sta che gli accadimenti stanno assumendo le sembianze di uno scontro grave tra poteri dello Stato, perché ad ogni intervento censorio della magistratura segue un decreto che ne annulla gli effetti pratici. Quanto si potrà andare avanti in queste condizioni?
 Il potere legislativo negli ultimi tre anni si è trovato ad affrontare per otto volte la questione Ilva (nove con ieri), commissari sono succeduti a commissari nella guida dell’impianto (e gli ultimi tre saranno auditi domani a Montecitorio) mentre la magistratura ha continuato la sua azione di controllo del rispetto di norme a suo giudizio violate.
La città di Taranto è esausta (i 600 milioni stanziati dal governo in realtà sono 240 che si aggiungono ai 360 di tre anni fa, di cui non è chiaro l’utilizzo), i dipendenti di Ilva preoccupati e nessuno è in grado di mettere un punto fermo alla vicenda. (Rosanna Lampugnani CdM)

Ilva, governo in campo a tutela del decreto Oggi vertice in Procura

Il governo Renzi non molla la presa sull’Ilva e difende l’ultimo decreto, l’ottavo, in forza del quale, malgrado il pressing della magistratura, l’azienda sta utilizzando l’altoforno 2, l’impianto nel quale si verificò l’incidente costato la vita, lo scorso 12 giugno, al giovane operaio Alessandro Morricella.«Con l’adozione di quel decreto - ha spiegato ieri il sottosegretario allo Sviluppo Economico Simona Vicari, alla Camera dei Deputati, davanti alle Commissioni VI e X della Camera riunite in sede referente - il Governo è intervenuto in una situazione complessa ed articolata a causa delle molteplici esigenze di natura pubblicistica da salvaguardare e bilanciare e degli interessi legati ad un territorio e ad una realtà industriale che costituisce un polo di interesse strategico nazionale per il nostro Paese ed una componente essenziale dell’intera produzione di acciaio europea. Come è noto, il decesso di un giovane lavoratore dell’Ilva aveva causato l’adozione di un provvedimento di sequestro preventivo dell’altoforno 2, la cui fermata avrebbe comportato la chiusura dell’intera Ilva».
«Per ragioni tecniche di sicurezza, un impianto siderurgico quale quello in questione - ha spiegato il sottosegretario - non può marciare in condizioni di assoluta sicurezza con un solo altoforno, ai fini del rispetto dei limiti in materia di emissioni ambientali. In tale scenario era forte la preoccupazione del Governo poiché, da un lato, era necessario evitare l’arresto della produttività di un’azienda di interesse strategico nazionale, che occupa circa 12.000 dipendenti, oltre l’indotto (al momento, circa 3000 unità), e, dall’altra, occorreva assicurare la tutela dell’interesse posto a base dei provvedimenti della magistratura ovvero che la continuazione della produzione avvenisse in maniera compatibile con la salvaguardia della tutela dei lavoratori e la sicurezza dei luoghi di svolgimento delle loro prestazioni. La norma - ha concluso la Vicari - ha operato tale bilanciamento di interessi attraverso l'ampliamento della sfera di operatività di una norma già esistente nel sistema, e, in tal modo, ha accordato all’impresa la facoltà d’uso dell’impianto, che tuttavia resta sequestrato e nella disponibilità dell’Autorità giudiziaria». Oggi alle ore 14, le Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera svolgeranno l’audizione dei Commissari straordinari dell’Ilva, Piero Gnudi, Corrado Carruba ed Enrico Laghi, in merito all’attuazione del Piano industriale dell’Ilva e alle prescrizioni di tutela ambientale, sanitaria e di sicurezza.
Anche i sindacati prendono posizione dopo il verbale con il quale il custode giudiziario Barbara Valenzano ha ordinato lo spegnimento dell’altoforno 2. «No al caos istituzionale» scrive il segretario generale della Uilm di Taranto, Antonio Talò, in una lettera aperta inviata al premier Renzi e ai ministri Galletti, Poletti e Guidi.
«Il malessere diffuso tra i lavoratori – osserva Talò – è tale, che in mancanza di una manifesta determinazione dell’esecutivo che si è assunto, attraverso la legge, l'inviolabile onere di tracciare la via d’uscita da questo pericoloso impasse, ci adopereremo inevitabilmente a manifestare presso le sedi in indirizzo con ognuno e per i diritti di ciascuno». Secondo il sindacalista «appare evidente, da quanto nostro malgrado si evince, che otto dispositivi di legge non sono bastati ad assicurare un percorso, seppur faticoso, di ritorno alla normalità di una città e di una fabbrica, così come definita strategica e di interesse nazionalè. Un percorso di ritorno al diritto, cui lavoratori e cittadini da anni auspicano». (GdM)

lunedì 6 luglio 2015

Senza il minimo sospetto di premeditazione...

Ilva e Fincantieri, a Taranto e Monfalcone le attività riprendono per decreto legge

Lo stabilimento di Fincantieri di Monfalcone (Trieste) è stato dissequestrato, dopo che il 30 giugno scorso il tribunale di Gorizia aveva sospeso le attività della fabbrica perché l’area era diventata un “deposito di rifiuti incontrollato”. Lo scrive il governo in una nota. In giornata l’azienda dovrebbe far rientrare gli operai e dovrebbe riavviare la produzione. Sempre oggi, a Taranto, l’Ilva ha riavviato l’Altoforno 2, che arriverà a pieno regime nel giro di qualche giorno, dopo che il 29 giugno scorso il gip di Taranto Martino Rosati ne ha convalidato il sequestro dopo la morte dell’operaio Alessandro Morricella, investito da un getto liquido di ghisa. Entrambe le riaperture sono dovute al decreto del governo, l’ottavo decreto Salva Ilva, del 3 luglio scorso, con il quale il consiglio dei ministri ha dato il via libera a un provvedimento unico per entrambe le aziende, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 4 luglio.
In realtà l’impianto dell’Ilva di Taranto non è mai stato spento, ne è stata soltanto ridotta l’attività. Il decreto del governo prevede che nei prossimi 30 giorni l’Ilva presenti un piano per la messa in sicurezza dell’Altoforno 2. Un primo piano, presentato dall’azienda ai magistrati, era stato considerato inefficace e il pm Antonella De Luca aveva respinto anche il rinvio dello spegnimento di 10 giorni. Nel caso dello stabilimento di Fincantieri, l’area era stata sequestrata per gestione dei rifiuti non autorizzata. Sono sette gli indagati, tra cui anche l’ex direttore della struttura Carlo De Marco. L’inchiesta riguarda la gestione degli scarti di lavorazione delle navi, prodotti dalle ditte subappaltatrici di Fincantieri, che però non risultano titolari dell’autorizzazione a gestire i rifiuti. In particolare, il problema riguarda il deposito temporaneo, messo a disposizione da Fincantieri, dove i vari scarti venivano ammassati e rimossi da parte di un’altra ditta subappaltatrice.
“Apprezzamento per l’avvenuto dissequestro del cantiere di Monfalcone della Fincantieri – spiega il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi – L’intenzione del governo era quella di salvaguardare la produzione e l’occupazione di un importante gruppo industriale messe a rischio da un provvedimento cautelare che riguardava l’interpretazione di norme e non il reale pericolo per l’ambiente e la salute dei lavoratori. Sono lieta che la magistratura abbia capito le finalità del provvedimento del governo”. (FQ)

La deflagrazione dei poteri

Guariniello attacca il decreto salva-Ilva: “La salute dovrebbe prevalere sui dollari”

«In tanti anni che mi occupo di sicurezza sul lavoro non avevo mai visto una cosa del genere. Capisco le esigenze strategiche, ma se in mancanza di misure di sicurezza adeguate dovesse accadere un infortunio cosa succederebbe?». Il pm di Torino Raffaele Guariniello attacca il decreto cosiddetto salva-Ilva, nel punto in cui consente l’operatività degli stabilimenti di interesse strategico nazionale per 12 mesi se il sequestro a cui sono stati sottoposti riguarda reati inerenti la sicurezza dei lavoratori.
Guariniello, che ha portato avanti le inchieste e i processi per l’incendio nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino in cui persero la vita sette operai e per i morti da amianto negli stabilimenti italiani della Eternit, commenta: «Ho sempre pensato che la salute dovesse prevalere sui dollari», ha commentato il magistrato.  (LaStampa)

Decreto salva-Ilva, l’ira dei giudici: «Pericolosa spaccatura fra poteri»

In giornata hanno cominciato i Cinque Stelle, definendolo «aberrante». Poi anche il neogovernatore Michele Emiliano e la magistratura, attraverso la voce dell’Anm (Associazione nazionale magistrati), hanno espresso giudizi pesanti sul decreto con il quale il governo Renzi ha di fatto scavalcato il sequestro della Procura di Taranto e permesso all’Ilva di usare l’Altoforno 2 nel quale, poco meno di un mese fa, è rimasto ucciso da una colata di ghisa l’operaio Alessandro Morricella.
Il governatore
Da Foggia, dov’è intervenuto al Gay Pride, Emiliano ha ricordato come «utilizzare decreti legge nel corso di un processo penale sia scelta costituzionalmente forte». Ma il governatore non si è fermato qui, dopo che già nei giorni scorsi aveva chiaramente detto come «una fabbrica che uccide, non può che essere chiusa». Ieri, invece, si è soffermato sull’aspetto squisitamente giuridico della questione. «Incontrando il commissario Gnudi e gli avvocati, in questi giorni avevo tentato di capire cosa rendesse impossibile la facoltà d’uso. Evidentemente - secondo Emiliano - i magistrati hanno ritenuto che gli impianti fossero talmente pericolosi da non concederla. Il governo, invece, li riapre. E s’inventa una nuova forma di sequestro, quello post tergato: per un impianto di natura strategica come l’Ilva diventa efficace dopo un anno. È una decisione molto forte dal punto di vista costituzionale - ha chiosato il presidente della Regione Puglia - ne sto discutendo con gli alleati e con l’avvocatura per verificare come comportarci».
Il magistrato
Tra i magistrati tarantini, peraltro, no comment e musi lunghi all’indomani dell’ennesimo decreto del governo salva Ilva, l’ottavo, che dissequestra l’altoforno 2 dell’Ilva di Taranto. Per il magistrato inquirente prima, e per il gip dopo, l’impianto non era sicuro pertanto doveva essere fermato per evitare altri incidenti mortali. Ad esprimere il malessere che serpeggia tra i magistrati tarantini, ma non solo, è il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Maurizio Carbone, egli stesso pubblico ministero presso la procura della Repubblica di Taranto. «Il caso Ilva – dice – è la dimostrazione di come il legislatore tuteli l’interesse economico rispetto ad altri interessi come quelli sulla sicurezza dei lavoratori e della tutela ambientale».
Le motivazioni
Il segretario dell’Anm mette in luce una pericolosa spaccatura tra i due poteri dello Stato. «Tutto questo – prosegue Carbone - crea un’ulteriore contrapposizione tra potere giudiziario e potere legislativo sulla base di una evidente e più volte dimostrata priorità di quest’ultimo verso la tutela economiche rispetto ad altri diritti». E il caso dell’Ilva, per salvare la quale, in più occasioni, si sono scomodati sia governo che ministeri e in definitiva intere maggioranze del Parlamento, sarebbe lo specchio di una nuova concezione critica del legislatore nei confronti della magistratura. Un esempio, spiega ancora il segretario di Anm, sono i recenti commenti dei politici alla decisione della Corte Costituzionale che ha bocciato il provvedimento del governo sulle pensioni. «Anche in quel caso – spiega Carbone - il potere politico ha attaccato la magistratura accusandola di aver preso quella decisione per mettere in difficoltà economiche il governo». Ma esiste il rischio che questa frattura diventi insanabile e che di riflesso crei, tra i magistrati e quindi anche nell’opinione pubblica, un senso di sconfitta o di impotenza? «Non lo so. Certo è – conclude il magistrato – che scelte come questa sull’Ilva, da parte della politica, non possono che lasciare perplessi e destare preoccupazione e non soltanto tra gli operatori della giustizia». (CdS)

Ilva, il governo blocca la chiusura ma c’è da fare i conti con il mercato

C’è voluto un decreto ad hoc del consiglio dei Ministri, approvato venerdì scorso a tarda ora, per scongiurare la chiusura dell’Ilva. Il decreto stabilisce che, nei casi di aziende di rilevanza strategica nazionale sottoposti a provvedimenti cautelari da parte della magistratura, il provvedimento non impedisca la prosecuzione dell’attività d’impresa purché l’azienda presenti in termini “stringenti” ( 30 giorni) un piano di misure aggiuntive sulla sicurezza del lavoro. “Non viene così leso il motivo per il quale il magistrato ha disposto il sequestro - l’indagine sulla morte di un operaio - ma l’Ilva potrà presentare istanza alla magistratura, con un piano integrativo di sicurezza, per il dissequestro dell’altoforno e la prosecuzione delle attività”, hanno spiegato fonti governative.
Il magistrato aveva disposto la chiusura di due altofni per motivi ambientali, l’1 e il 5, e il sequestro del 2 dopo la morte dell’operaio Alessandro Morricella. L’azienda a quel punto era in ginocchio, ed era sul punto di chiudere. Le prime intenzioni del nuovo Governatore Michele Emiliano danno una strada precisa al futuro del siderurgico: in una lettera ad Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione ambientalista Peacelink che chiedeva ragguagli sull’attuazione del piano ambientale, il presidente della Regione ha annunciato la “convocazione dei commissari Ilva” e l’incarico all’Arpa di verificare punto per punto le risposte che verranno date. In campagna elettorale Emiliano non ha mai visto come un tabù la chiusura del siderurgico.
Ma prima della politica, o della magistratura, a sancire la fine dell’Ilva potrebbe essere il mercato. Da un punto di vista commerciale a brevissimo non si riuscirà più a far fronte alle richieste dei clienti che chiedono prodotto di qualità in tempi stretti, così come accadeva nella fabbrica che inquinava e produceva utili (solo per i Riva). L’amministrazione straordinaria aveva dato da subito garanzie sul piano ambientale. Ma aveva legato l’attuazione del piano previsto dall’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, a una ripresa di produzione e vendite grazie ai contanti freschi arrivati. Ci sono il miliardo e duecento milioni sequestrati ai Riva per motivi fiscali e messi a disposizione degli amministratori dal tribunale di Milano. E gli altri 800 di origine statale, con l’intervento della Cassa depositi e prestiti. «Per fare fruttare gli investimenti – dicono fonti aziendali – devono darci la possibilità di lavorare». Il nuovo piano industriale prevedeva un azzeramento delle perdite tra il 2016 e il 2017, il rispetto del cronoprogramma degli investimenti ambientali grazie ai fondi governativi, e il riassorbimento la forza lavoro nel giro di 18-24 mesi. La situazione attuale rende questi numeri fantascienza. Da oggi ci sarà un abbassamento di carica per mettere definitivamente in sicurezza l’altoforno 2. E lo stesso dovrebbe accadere per il 4, l’unico ancora in funzione, ma che per ragioni tecniche e di sicurezza non può continuare a lavorare da solo. Questo significa che tra il 16 e il 22 luglio entrambi gli altoforni verranno spenti. Per la prima volta sarà sospesa la produzione di ghisa. Ad agosto dovrebbe riprendere almeno il numero 1. «Ma così rischia di saltare tutto», dicono i sindacati, preoccupati che gli attuali 5mila contratti di solidarietà siano trasformati in esuberi. «Presto – dice Mimmo Panarelli della Fim Cisl – potrebbero rimanere a casa tutti gli 11mila dipendenti del siderurgico più quelli dell’indotto».
In ogni caso, i commissari straordinari - Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi – hanno deciso di voler puntare su una nuova strategia con i giudici. “Lavoriamo per lo stesso datore di lavoro: lo Stato. E non possiamo che essere dalla stessa parte”, è il ragionamento nei piani alti del siderurgico. Ma la pratica è più complessa. Un primo no, per esempio, è arrivato dalla Procura che ha espresso parere negativo al patteggiamento dell’azienda nel maxi processo Ambiente svenduto, ritenendo troppo bassa la proposta economica di tre milioni di euro. “Il danno ambientale – hanno detto – supera il miliardo di euro”. Ora il dialogo l’azienda lo vuole ritrovare proprio sulla questione del sequestro dell’Altoforno 2.
“L’impianto – ha scritto il gip Martino Rosati convalidando il sequestro dopo la morte di Morricella - è sprovvisto dei più elementari dispositivi destinati e idonei alla protezione della incolumità dei lavoratori, in caso di fiammate o di dispersioni di gas o solidi incandescenti”. Di contro, però, l’azienda ha presentato un cronoprogramma di interventi di sicurezza all’interno dell’impianto che immediatamente si metterebbe in regola con le prescrizioni dello Spesal, il servizio di sicurezza sul lavoro della Asl, e nel medio periodo invece prevederebbe altri interventi di sicurezza per i lavoratori. Morricella è morto mentre controllava la temperatura della ghisa, a causa di una fiammata dovuta probabilmente a un guasto dell’altoforno. Ma quel tipo di operazione, nei siderurgici moderni, viene effettuata non manualmente ma con un sistema automatizzato. (Rep)

domenica 5 luglio 2015

Parole sante

Taranto, l'Ilva ferma lo spegnimento dell'altoforno 2. L'arcivescovo: "Ma nessuna bonifica"

Dopo il decreto legge del governo che ha scongiurato in extremis lo spegnimento dell'altoforno 2, in seguito al sequestro senza facoltà d'uso disposto dalla Procura di Taranto dopo l'incidente mortale delle settimane scorse, l'Ilva riprende la sua attività. Il direttore dello stabilimento di Taranto, Ruggero Cola, ha ricevuto dall'azienda una disposizione che lo invita a sospendere le manovre preliminari di fermata dell'altoforno 2, che erano cominciate nei giorni scorsi, e a riportare l'impianto al suo normale assetto di marcia.
La disposizione è stata fatta sia alla luce del decreto sia in considerazione della specifica posizione del direttore dello stabilimento, che è uno dei dieci indagati dalla Procura con l'accusa di omicidio colposo per la morte di Alessandro Morricella, il 35enne dipendente del siderurgico rimasto gravemente ustionato l'8 giugno da una fiammata e poi morto il 12 giugno nel Policlinico di Bari. Se non fosse intervenuto il decreto legge che stoppa gli effetti del sequestro, l'altoforno 2 dell'Ilva sarebbe stato fermato. La Procura aveva detto no anche a un rinvio di dieci giorni chiesto dall'Ilva e lunedì, quindi, avrebbe avuto termine il cronoprogramma disposto dall'azienda e comunicato al custode giudiziario dell'impianto, Barbara Valenzano, nominato dal pm Antonella De Luca, titolare dell'inchiesta.
Sulla questione è intervenuto il neopresidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, secondo cui "non si può più andare avanti a colpi di chiusure e riaperture. È una via crucis insopportabile". "Lancio un appello - ha detto - E' arrivato il momento che si stabilisca un clima di fiducia e un rapporto di collaborazione leale fra magistratura e governo". E per il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, a "essere chiamati in causa" sono anche i magistrati, i quali devono "cogliere e prevedere le conseguenze delle decisioni giudiziarie: il loro impatto sull'economia e sulla società non può più essere considerato un tabù".
Il decreto numero 92 stabilisce che "l'esercizio dell'attività di impresa degli stabilimenti di interesse strategico nazionale non è impedito dal provvedimento di sequestro quando lo stesso si riferisca a ipotesi di reato inerenti la sicurezza dei lavoratori". Nella stessa giornata in cui il decreto è andato in Gazzetta ufficiale, gli avvocati dell'Ilva lo hanno trasmesso con una lettera alla Procura di Taranto. Fonti aziendali dicono che la stessa Procura avrebbe chiesto l'invio di una lettera insieme col testo del provvedimento.
Ma se l'impianto non si ferma più, questo però non vuol dire che l'Ilva a Taranto ha risolto i suoi problemi. Mentre ambientalisti ed esponenti del M5S attaccano duramente le ultime decisioni del governo e annunciano iniziative in proposito, esponenti dello stesso Governo, sindacati e mondo dell'impresa ritengono che il decreto legge fosse invece un passo necessario per non compromettere sia l'attività dell'acciaieria sia la continuità del risanamento. Il punto è, osservano a Taranto sindacati, Confindustria Taranto, sindaco e arcivescovo, che il risanamento adesso va accelerato e i fondi previsti per l'Ilva spesi nel risanamento della fabbrica.
"Abbiamo sacrificato salute, figli e mariti al Paese - commenta l'arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, che è anche presidente della commissione Cei problemi del lavoro - e ancora non abbiamo visto un passo avanti nella direzione del risanamento degli impianti e tantomeno interventi a risarcimento della città e della provincia". Il decreto richiama quanto già previsto dall'articolo 1 del decreto numero 207 del 3 dicembre 2012, convertito nella legge 231 del 24 dicembre 2012 (la prima legge sull'Ilva) a proposito appunto di stabilimento di interesse strategico nazionale.
Quello del 2012 è il provvedimento che gip e Procura di Taranto impugnarono anche alla Corte costituzionale nei primi mesi del 2013, ma la Consulta ad aprile dello stesso anno respinse le eccezioni di incostituzionalità sollevate dai magistrati tarantini dichiarando legittima la norma del parlamento. Spiegando ora la nuova norma, il decreto fa riferimento al "necessario bilanciamento fra le esigenze di continuità dell'attività produttiva, di salvaguardia dell'occupazione, della sicurezza sul luogo di lavoro, della salute e dell'ambiente salubre, nonché delle finalità di giustizia". (RepBa)

venerdì 3 luglio 2015

Tarantini, morite e lavorate!

Ilva di Taranto: decreto pubblicato sulla Gazzetta ufficiale TESTO Dopodomani l’altoforno 2 del siderurgico di Taranto sarebbe stato spento, per via del sequestro senza facoltà d’uso disposto dalla magistratura dopo la morte dell’operaio 35enne Alessandro Morricella. Ma da oggi è in vigore il decreto legge 92, varato ieri, e il provvedimento della magistratura diventa più o meno carta straccia. Oddio, il governo ci tiene a rassicurare: ci sono prescrizioni notevoli, perché l’attività possa continuare. Intanto, dell’iniziativa giudiziaria, sostanzialmente, non si tiene conto. Del resto, c’è pure da proseguire l’attività e l’occupazione va tutelata, hanno pensato a palazzo Chigi. Di seguito il testo del decreto legge varato ieri dal Consiglio dei ministri e riguardante l’Ilva di Taranto e la Fincantieri, decreto legge pubblicato oggi dalla Gazzetta ufficiale: Misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonche’ per l’esercizio dell’attivita’ d’impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale. (15G00115) (GU Serie Generale n.153 del 4-7-2015)  (Noinotizie)



IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 
 
  Visti gli articoli 77 e 87, quinto comma, della Costituzione; 
  Ritenuta  la  straordinaria  necessita'  ed  urgenza   di   emanare
disposizioni che assicurino la  coerenza  e  l'uniforme  applicazione
delle definizioni di produttore, di raccolta e di deposito temporaneo
di rifiuti, al fine di uniformare la disciplina nazionale con  quanto
stabilito dalla direttiva  2008/98/UE,  con  particolare  riferimento
alle attivita' che  costituiscono  l'iter  tecnico-amministrativo  di
produzione e gestione dei rifiuti; 
  Ritenuta, altresi',  la  straordinaria  necessita'  ed  urgenza  di
adottare  una  disciplina  transitoria  volta  a  consentire  che  le
installazioni sottoposte ad  autorizzazione  integrata  ambientale  a
seguito dell'entrata in vigore del decreto legislativo 4 marzo  2014,
n. 46, di attuazione della direttiva 2010/75/UE,  gia'  operanti  nel
pieno rispetto dei  requisiti  stabiliti  dalla  direttiva  medesima,
possano proseguire il proprio esercizio nelle more della  definizione
dei procedimenti amministrativi  di  autorizzazione  da  parte  delle
competenti autorita' regionali; 
  Considerata la  straordinaria  necessita'  ed  urgenza  di  emanare
disposizioni  che  assicurino  la  prosecuzione,   per   un   periodo
determinato, dell'attivita' produttiva degli stabilimenti industriali
di interesse strategico nazionale  interessati  da  un  provvedimento
giudiziario di sequestro dei beni; 
  Considerata, altresi', la straordinaria necessita'  ed  urgenza  di
garantire che le misure, anche  di  carattere  provvisorio  volte  ad
assicurare la prosecuzione  dell'attivita'  produttiva  dei  medesimi
stabilimenti,  siano  adempiute  secondo  condizioni  e  prescrizioni
contenute in un  apposito  piano,  a  salvaguardia  dell'occupazione,
della sicurezza sul luogo di lavoro, della salute e dell'ambiente; 
  Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri,  adottata  nella
riunione del 3 luglio 2015; 
  Sulla proposta del Presidente del  Consiglio  dei  ministri  e  dei
Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio  e  del  mare  e
dello  sviluppo  economico,  di  concerto  con  il   Ministro   della
giustizia; 
 
                              E M A N A 
                     il seguente decreto-legge: 
 
                               Art. 1 
 
       Modifiche al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 
 
  1. All'articolo 183, comma 1,  del  decreto  legislativo  3  aprile
2006, n. 152, sono apportate le seguenti modificazioni: 
    a) alla lettera  f),  dopo  le  parole:  "produce  rifiuti"  sono
aggiunte le parole:  "e  il  soggetto  al  quale  sia  giuridicamente
riferibile detta produzione"; 
    b) alla lettera o), dopo la parola:  "deposito"  e'  aggiunta  la
seguente: "preliminare alla raccolta"; 
    c) alla lettera bb), la parola: "effettuato" e' sostituita  dalle
seguenti: "e il  deposito  preliminare  alla  raccolta  ai  fini  del
trasporto di detti rifiuti in un impianto di trattamento, effettuati"
e dopo le parole: "sono prodotti" sono inserite le  seguenti:  ",  da
intendersi quale l'intera area in cui si svolge  l'attivita'  che  ha
determinato la produzione dei rifiuti".

                                Art. 2 
 
Modifiche all'articolo 29 del decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 46 
 
  1. All'articolo 29, del decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 46, il
comma 3 e' sostituito dal seguente: 
    "3. L'autorita' competente conclude  i  procedimenti  avviati  in
esito alle istanze di cui al comma 2, entro il 7 luglio 2015. In ogni
caso, nelle more della conclusione dei procedimenti, le installazioni
possono  continuare   l'esercizio   in   base   alle   autorizzazioni
previgenti, se  del  caso  opportunamente  aggiornate  a  cura  delle
autorita' che  le  hanno  rilasciate,  a  condizione  di  dare  piena
attuazione, secondo le tempistiche prospettate nelle istanze  di  cui
al comma 2, agli adeguamenti  proposti  nelle  predette  istanze,  in
quanto  necessari   a   garantire   la   conformita'   dell'esercizio
dell'installazione con il Titolo III-bis,  della  Parte  seconda  del
decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.". 

                                Art. 3 
 
Misure  urgenti  per  l'esercizio  dell'attivita'   di   impresa   di
            stabilimenti oggetto di sequestro giudiziario 
 
  1. Al fine di garantire il necessario bilanciamento tra le esigenze
di   continuita'   dell'attivita'   produttiva,    di    salvaguardia
dell'occupazione, della sicurezza sul luogo di lavoro, della salute e
dell'ambiente  salubre,  nonche'  delle   finalita'   di   giustizia,
l'esercizio dell'attivita' di impresa degli stabilimenti di interesse
strategico nazionale non e' impedito dal provvedimento di  sequestro,
come gia' previsto dall'articolo 1,  comma  4,  del  decreto-legge  3
dicembre 2012, n. 207, convertito, con modificazioni, dalla legge  24
dicembre 2012, n. 231, quando lo stesso si riferisca  ad  ipotesi  di
reato inerenti alla sicurezza dei lavoratori. 
  2. Tenuto conto della rilevanza degli  interessi  in  comparazione,
nell'ipotesi di cui  al  comma  1,  l'attivita'  d'impresa  non  puo'
protrarsi per un periodo di tempo superiore a 12  mesi  dall'adozione
del provvedimento di sequestro. 
  3. Per la prosecuzione dell'attivita' degli stabilimenti di cui  al
comma 1, senza soluzione di continuita', l'impresa deve  predisporre,
nel termine perentorio di 30 giorni dall'adozione  del  provvedimento
di sequestro, un piano recante misure e attivita'  aggiuntive,  anche
di tipo provvisorio, per la tutela  della  sicurezza  sui  luoghi  di
lavoro, riferite all'impianto oggetto del provvedimento di sequestro.
L'avvenuta predisposizione  del  piano  e'  comunicata  all'autorita'
giudiziaria procedente. 
  4. Il piano e' trasmesso al  Comando  provinciale  dei  Vigili  del
fuoco, agli uffici della ASL e dell'INAIL competenti  per  territorio
per le rispettive attivita' di  vigilanza  e  controllo,  che  devono
garantire un costante monitoraggio delle aree di  produzione  oggetto
di sequestro, anche mediante lo svolgimento di  ispezioni  dirette  a
verificare l'attuazione delle misure ed attivita' aggiuntive previste
nel piano. Le amministrazioni provvedono alle attivita' previste  dal
presente  comma  nell'ambito   delle   competenze   istituzionalmente
attribuite, con le risorse previste a legislazione vigente. 
  5. Le disposizioni del presente  articolo  si  applicano  anche  ai
provvedimenti di sequestro gia' adottati  alla  data  di  entrata  in
vigore del presente decreto e i  termini  di  cui  ai  commi  2  e  3
decorrono dalla medesima data. 

                                Art. 4 
 
                          Entrata in vigore 
 
  1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso  della  sua
pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della  Repubblica  italiana  e
sara' presentato alle Camere per la conversione in legge. 
  Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara' inserito
nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica
italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo
osservare. 
    Dato a Roma, addi' 4 luglio 2015 
 
                             MATTARELLA 
 
 
                            Renzi,  Presidente  del   Consiglio   dei
                            ministri 
 
                            Galletti, Ministro dell'ambiente e  della
                            tutela del territorio e del mare 
 
                            Guidi, Ministro dello sviluppo economico 
 
                            Orlando, Ministro della giustizia 
 
Visto, il Guardasigilli: Orlando 

mercoledì 1 luglio 2015

La città c'è!


Taranto-terra dei fuochi: vivere o sopravvivere?

Raffaele, 26 anni,  è uno dei tanti ragazzi incontrati nella fiaccolata del  30 giugno, un fiume di persone che ha attraversato,  in un silenzio che gridava aiuto, le strade del quartiere  Tamburi, notoriamente a ridosso della fabbrica, lei, l’Ilva.  Non ho contato quanti  c’erano, c’era di sicuro la città che lotta, quella delle facce che non si stancano d’esserci… e l’odore di cera che riportava l’equilibrio tra i tanti pensieri che attraversavano il cuore nei mille passi dal Piazzale Democrito a Piazza Gesù Divin Lavoratore…
Raffaele parla, con rispettoso stare a margine , dell’iniziativa nata dal basso: “questa fiaccolata è stata organizzata da più associazioni e movimenti  e liberi cittadini. Il tutto è partito on un incontro giorni dopo la morte di Alessandro Morricella , operaio Ilva,  perché trovavamo assurdo che dopo l’ennesimo incidente all’interno della fabbrica la città nuovamente agiva con l’arma dell’indifferenza. Siamo stanchi di vivere nell’indifferenza di nostra volontà abbiamo deciso di raccogliere un po’ tutte le persone che quotidianamente si occupano  della questione Taranto, sia all’interno della fabbrica che all’esterno “.
La fiaccolata ha visto delle piccole fermate in cui a prendere la parola sono state anche gli amici di Alessandro, morto perché doveva portare quel pane a casa… Quel pane amaro che adesso sa più di veleno… Come continuare a scrivere sempre e solo di morti di lavoro, sul lavoro e per il lavoro, senza sentire le dita irrigidirsi sulla tastiera , che vorrebbe raccontare di più, di una soluzione, di una via d’uscita? E quando a morire sono gli angeli, i bambini, come trovarne la motivazione?
Enzo Tosti, attivista della terra dei fuochi, mi invia un aggiornamento su nuovi scavi in quel territorio, e gravi scoperte, e doveroso diventa dirlo, scriverlo , perché quel silenzio non cali mai più sulle nefadezze di cui l’uomo è capace, e l’indifferenza di cui parlava Raffaele, non ricopra il nostro agire. Calvi Risorta, paese del Casertano,  territorio bellissimo in piena campania felix, in piena terra dei fuochi, sito di grande interesse archeologico. L’ antica Cales , infatti, era una antica città romana.
11667897_10205014155729752_554638487_nIn un sito industriale,  l’ ex Pozzi,  luogo dove circa 800 operai producevano ceramiche e igienici. Dismessa come Pozzi circa 20 anni orsono continuando come società dove comunque c’erano gli eredi di Pozzi fino a circa nel  2003-2004,  anni in cui il sito veniva totalmente chiuso industrialmente, oggi di proprietà della Iavazzi , società che occupa un rilevante posto di rilievo nella raccolta rifiuti urbani fondamentale in provincia di Caserta. L’ area attualmente interessata è di circa 25 ettari,dalle dichiarazioni del generale del corpo forestale che conduce le operazioni . Enzo Tosti dice che “si tratta  dunque della discarica interrata finora scoperta più grande d’Europa  che, con i suoi circa duemilioni e mezzo di metri cubi di rifiuti industriali pericolosi e tossici , toglie di fatto il triste primato ai settecento di Bussi”
Sono stati rinvenuti   fusti contenenti solventi chimici che al contatto con l’ aria sono andati in autocombustione , cristallizzandosi  e polveri che cambiavano colore ed un odore  nauseabondo. Lo scavo finora è arrivato a nove metri e continua ad uscire di tutto.  Desta tutto molta preoccupazione  perché anche  questa volta i primi responsabili potrebbero essere, ed il condizionale  è una accortezza che non dovrei usare, gli industriali della Pozzi perché  la storia è uguale dappertutto.  Tutti sapevano , ma nessuno parlava per non perdere il lavoro. Certo la rabbia è forte, non basta parlare più di indignazione. Ci sarebbe un primo rapporto che risale al 2008 che indica il sito come luogo di sversamento di sostanze pericolose e segnalazioni  e denunce fatte dai comitati locali già da tempo.
Taranto, Calvi Risorta, Brindisi, Brescia, Trieste…luoghi di abusi in tema ambientale e vergogne umane, e silenzio per troppi anni, attendono giustizia, perché luoghi di bellezza straordinaria e di gente perbene, che ama la vita e la verità.
Taranto, ha mille e mille Raffaele, ragazzi impegnati e di forza e di voglia di cambiare, e Terra dei Fuochi ha mille e mille Enzo, come tutti i luoghi che gridano giustizia.
E noi lo scriveremo sempre e ci saremo sempre.
E quel bimbo in braccio al suo papà chiede di poter sognare come tutti i bambini del mondo. E se non si decide il luogo in cui si nasce, si può decidere di restare e di cambiarlo. (Art21)



Fiaccolata a Taranto in memoria operaio morto


TARANTO – «Morris, che il tuo sacrificio non sia vano». È uno degli striscioni esibiti durante la fiaccolata che si è svolta in serata a Taranto organizzata da cittadini e rappresentanti di diverse associazioni in memoria di Alessandro Morricella, operaio del Siderurgico morto il 12 giugno scorso per le ustioni riportate in un incidente sul lavoro.
I manifestanti hanno marciato per le vie della città vecchia e del rione Tamburi di Taranto fino a radunarsi in piazza Gesù Divin Lavoratore.
Una nuova protesta, dunque, per denunciare l’emergenza sanitaria e ambientale nel capoluogo ionico si svolgerà domani sera a Taranto. La manifestazione arriva alla vigilia dell’udienza preliminare del 1 luglio del processo Ambiente Svenduto, la prima dopo l’arresto di Fabio Riva. Su altri striscioni campeggiavano le scritte 'Taranto ribellatì e 'Fermiamo le stragi di Stato'. (GdM)

lunedì 29 giugno 2015

Logica, giusta azione.

Ilva, dopo morte di Alessandro Morricella convalidato sequestro dell’altoforno

È “pacifico” che l’impianto dell’Ilva nel quale ha perso la vita l’operaio Alessandro Morricella investito da un getto di ghisa liquida, fosse “sprovvisto dei più elementari dispositivi destinati e idonei alla protezione dell’incolumità dei lavoratori”. Lo ha scritto il gip di Taranto, Martino Rosati, nel decreto con il quale ha convalidato il sequestro senza facoltà d’uso dall’Altoforno 2 dello stabilimento siderurgico richiesto dalla procura tarantina. Nelle 12 pagine del documento il magistrato ha spiegato oltre agli accertamenti svolti dagli investigatori è stata proprio l’azienda con il suo atteggiamento a confermare questa mancanza.
L’Ilva, infatti, subito dopo l’incidente che è costato la vita all’operaio 35enne, si è “affrettata – scrive il gip Rosati – a piazzare delle artigianali barriere metalliche di protezione in prossimità dei punti più pericolosi dell’impianto” e contemporaneamente a “commissionare” a una ditta specializzata la predisposizione di dispositivi automatizzati per eseguire la misurazione della temperatura della ghisa, la stessa che ha ucciso Morricella. Per il giudice, quindi, è stata proprio l’Ilva “a confessare l’enorme e inaccettabile lontananza dei dispositivi di sicurezza presenti sull’impianto”.
La procura ha aperto un fascicolo per cooperazione in omicidio colposo e omissione delle cautele sui luoghi di lavoro. Nel registro degli indagati, oltre al direttore dello stabilimento Ruggiero Cola, sono finiti il capo Area Salvatore Rizzo, il tecnico campo di colata Domenico Catucci, il tecnico di cabina Vincenzo Catucci, il capo turno Saverio Campidoglio, il direttore dell’area Ghisa Vito Vitale, e poi ancora il capo reparto Afo 2 Giovanni Zingarelli, il responsabile aziendale per la sicurezza (sil) dello stabilimento Sergio Palmisano, Pietro Bonfrate coordinatore sil dell’area ghisa e infine Antonio Russo, tecnico sil dell’area altoforni.
La decisione del gip Rosati, notificata qualche ora fa dai carabinieri di Taranto, di negare la facoltà d’uso all’Ilva potrebbe avere conseguenze più drastiche per la fabbrica. La conferma dei sigilli agli impianti dell’Altoforno 2, infatti, rischia di causare il blocco totale dello stabilimento tarantino. Il fermo dell’altoforno 2, infatti, si aggiunge a quello dell’Afo1 – fermo da dicembre 2012- e dell’Afo5, inattivo da tre mesi: entrambi gli impianti sono stati spenti per consentire all’azienda di eseguire gli adeguamenti alle prescrizione imposte dall’Autorizzazione integrata ambientale.
A produrre acciaio, quindi, resta solo l’Afo4. Un solo altoforno, però, hanno fatto sapere i tecnici, genera un profondo rischio di sicurezza per l’intero stabilimento. Il riciclo dei gas degli altoforni, infatti, è utilizzato da Ilva per alimentare altri impianti: il funzionamento di un solo altoforno, pertanto, non garantirebbe la produzione minima di energia necessaria per utilizzare altri impianti collegati alla produzione dell’acciaio. L’azienda, attraverso i suoi legali, aveva già annunciato il ricorso al tribunale del riesame, ma in attesa della decisione del riesame, l’azienda non potrà fare altro che avviare lo spegnimento degli impianti. Il governo al momento tace. (FQ)

venerdì 26 giugno 2015

Chiarezza e lucidità

La tragica morte di Alessandro Morricella e il sequestro senza facoltà d’uso di AFO 2


LETTERA APERTA
Al        Dr. Franco Sebastio Procuratore della Repubblica di Taranto
                                                           Ing. Massimo Rosini Direttore Generale Ilva SpA
                                                          

Sono Biagio De Marzo, tarantino di 78 anni, ingegnere navalsiderurgico, pensionato, cittadino attivo. Dal punto di vista civico e professionale, ritengo di non essere uno sprovveduto. Nella mia vita ho seguito un principio inderogabile: fai bene quello che devi fare; se ti accade qualcosa di imprevisto, capisci bene cosa e perché è accaduto e adoperati perché non accada più. L’ho seguito anche da ecologista “anomalo”, lasciando parecchie tracce, anche scritte.
E vengo al dunque. Dopo un travagliato percorso, per l’Ilva di Taranto è stato deciso che “deve tornare a produrre in modo sostenibile e vantaggioso economicamente e socialmente”. Per essere certi che ciò sia ragionevolmente possibile, di recente ho proposto sulla stampa e in qualche sede politico/istituzionale di far effettuare ad ARPA Puglia la VIIAS (Valutazione Integrata Impatto Ambientale e Sanitario) di Ilva Taranto in vari scenari oltre quello “a prescrizioni AIA rispettate” (vedi l’OdG presentato dai Consiglieri comunali Capriulo, Liviano e Venere in calendario per il Consiglio comunale del 26 giugno). Le valutazioni di ARPA Puglia fornirebbero elementi importanti per delineare il futuro del siderurgico e, al limite, per evitare sprechi di tempo e di risorse.
Tutto questo è reso più difficile o, secondo alcuni, addirittura impossibile dal sequestro senza facoltà d’uso di AFO 2 a seguito del drammatico incidente dell’8 giugno che ha comportato la morte di Alessandro Morricella, il giovane lavoratore gravemente ustionato. E’ ineccepibile la motivazione del provvedimento assunto dall’Autorità Giudiziaria “in attesa di conoscere le cause dell’evento anomalo a base dell’infortunio, nonché di quelli successivi di minore entità seguiti nei giorni successivi, nel dubbio di un malfunzionamento degli apparati di segnalazione di anomalie, che possa costituire fonte di pericolo di eventi e reati analoghi”.
Sulla stampa si è ipotizzato che l’incidente sia avvenuto mentre si misurava la temperatura della ghisa nella fase di colaggio. Lo escludo categoricamente: quella è un’operazione standardizzata, ripetuta centinaia di migliaia di volte in 50 anni di esercizio degli altoforni di Taranto, senza incidenti mortali. E allora cosa è successo su AFO 2?
Per una decina di anni ho lavorato in area ghisa nel settore della manutenzione e, in qualche modo, ho avuto a che fare anche con gli altoforni. Scavando nella memoria, mi sono ricordato di una procedura particolare, talvolta messa in atto dal personale del campo di colata, chiamata NAKADOME’. Essa, pur essendo praticata in tutto il mondo, non è standardizzata e tantomeno scritta, ma è tramandata a voce tra gli addetti. So che negli anni ’60 i giapponesi avevano “ammaestrato” gli “italsiderini” di Taranto.
Era (è?) un’operazione non usuale, comandata e coordinata da un responsabile altofornista, quando con la “macchina a forare” non si riusciva a “pescare” la ghisa liquida nell’altoforno. Si adoperava, con tutte le cautele del caso, la “macchina a tappare” iniettando nel foro di colaggio pochi chilogrammi di massa a tappare impastata con catrame che, a contatto con l’altissima temperatura interna all’altoforno provocava un’esplosione cui seguiva il deflusso regolare della ghisa liquida. Il tutto avveniva in pochissimi secondi.
L’8 giugno 2015 su AFO 2 è stata fatta una NAKADOME’ andata molto male?
Ritengo che l’Autorità Giudiziaria, con la leale collaborazione della dirigenza e del personale Ilva, possa ottenere la risposta e, se del caso, disporre per le necessarie contromisure.
Ho vissuto personalmente una vicenda molto meno drammatica di quella di AFO 2 ma con alcune significative analogie. Nel 1971 ero direttore di macchina dell’incrociatore Vittorio Veneto, nave ammiraglia della Marina Militare. In navigazione ci fu un’esplosione nella camera di combustione di una delle caldaie principali dell’apparato motore. Mi dissero che la grave anomalia si era già verificata in passato senza individuarne la causa. Ordinai per interfono a tutto il personale di guardia in quel momento di muoversi dal loro posto solo dopo che io avessi “fotografato” e ricostruito con ciascuno di loro come stavano le cose al momento dello scoppio (assetto, manovre, segnalazioni, impressioni, ecc.). Non ricordo quante ore impiegai e quanti fogli di appunti riempii. Poi con calma, analizzammo il tutto ed individuammo in quali condizioni si formava la particolare combinazione di aria e combustibile che esplodeva invece di bruciare. Firmai un ordine di servizio per impedire il ripetersi di quelle condizioni. Il V. Veneto navigò regolarmente per decenni.
Qui, ora, si tratta di sapere cosa è successo su AFO 2. Serve per decidere se il Siderurgico di Taranto può continuare a funzionare, ovviamente operando correttamente e realizzando i lavori necessari antinquinamento, attesi i risultati delle VIIAS effettuate da ARPA Puglia, oppure se deve essere chiuso nel dubbio di malfunzionamento di tutto quanto avviene lì dentro.
Serve lucidità, coraggio e lealtà.

Ing. Biagio De Marzo, già dirigente Italsider.

mercoledì 24 giugno 2015

Tattica da tribunale o progresso a colpi di decessi?


In ogni caso Taranto(buona)Sera si conferma giornalino Ilva anche senza più Riva!

Ilva conferma: adesso l’Afo2 è sicuro

L’Ilva avrebbe ottemperato alle pescrizioni dello Spesal e, in questo modo, reso più sicuro Afo2, altoforno sequestrato d'urgenza e senza facoltà d'uso dalla Procura.
E’ la carta che l’azienda si giocherà per chiedere ai pm di non spegnere l’impianto dopo il decesso di Alessandro Morricella, l'operaio 35enne originario di Martina Franca travolto da un'improvvisa fiammata nell'altoforno che già era stato sequestrato nel 2012, e morto dopo quattro giorni di agonia.
Testimoni hanno raccontato di aver sentito un boato, come un'esplosione, a cui sono seguite fiamme alte circa 10 metri per una trentina di secondi: una vampata di calore, con una temperatura di quasi 1.500 gradi, che ha letteramente travolto il povero Morricella, padre di due bambine. In settimana il sequestro decretato con urgenza dalla Procura dovrebbe passare al vaglio del giudice delle indagini preliminare, dottor Martino Rosati, gip che ha già seguito tra gli altri anche il caso dell’omicidio Scazzi.

martedì 23 giugno 2015

Titolo da gossip

Per l’Ilva il giudice di Sabrina Misseri

“Gli operai torneranno nell'impianto soltanto quando avremo capito cosa è successo ed escluso le criticità che rendono pericoloso l'altoforno”, trapela della Procura, dopo il sequestro dell’Afo2 d'urgenza e senza facoltà d'uso. Sono dieci gli indagati accusati di omicidio colposo e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro; fra questi ci sono anche il direttore dello stabilimento Ilva di Taranto, Ruggero Cola, e i responsabili della sicurezza.
E’ una settimana intensissima, quella che si apre oggi, per lo stabilimento siderurgico tarantino. Ma quando, e come, si potrà capire cosa è successo nell’Altoforno 2, quale evento, al momento inspiegabile, ha condannato Alessandro Morricella, l'operaio 35enne originario di Martina Franca travolto da un'improvvisa fiammata nell'altoforno che già era stato sequestrato nel 2012, e morto dopo quattro giorni di agonia. Testimoni hanno raccontato di aver sentito un boato, come un'esplosione, a cui sono seguite fiamme alte circa 10 metri per una trentina di secondi: una vampata di calore, con una temperatura di quasi 1.500 gradi, che ha letteramente travolto il povero Morricella, padre di due bambine. In settimana il sequestro decretato con urgenza dalla Procura dovrebbe passare al vaglio del giudice delle indagini preliminare, dottor Martino Rosati, gip che ha già seguito tra gli altri anche il caso dell’omicidio di Sarah Scazzi.
Ad ogni buon conto, l’Ilva punta in questa fase ad un dialogo direttamente con la Procura.
I tecnici specializzati incaricati dal siderurgico di far luce sull'incidente, della ditta tedesca Paul Wurth, doverebbero inviare il loro report al pubblico ministero Antonella De Luca domani o dopodomani, non oggi come voleva l’Ilva. Tra i punti ancora da chiarire in questa drammatica vicenda, quello della cappotta alluminizzata utilizzata dagli addetti alla misurazione della temperatura durante la colata dell'altoforno, che è sparita: non ne è stata trovata traccia né sul luogo dell'incidente né nell'armadietto, mentre brandelli del casco e dei guanti erano vicino al corpo dell'operaio ustionato. Il pm De Luca potrebbe disporre esperimenti anche sul materiale ignifugo indossato dagli operai.
Quella dell’Ilva è, comunque, anche una delicata partita finanziaria. Il caso è all’attenzione del nuovo presidente della Cassa Depositi e Prestiti, il banchiere renziano Costamagna. Su Ilva, Renzi ed il suo consigliere economico Andrea Guerra si aspettavano evidentemente una maggiore collaborazione della Cdp, in termini sia di reattività che in termini finanziari. Palazzo Chigi ha deciso di mandare a casa con un anno di anticipo rispetto alla scadenza del mandato presidente e amministrazione di Cdp, ovvero Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini e lo avrebbe fatto, dicono i rumors, anche per una non omogeneità di vedute sul caso Taranto.(TaBsera)

giovedì 18 giugno 2015

L'Ilva (ed il governo) impari a rispettare la Giustizia!

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Ilva, pm sequestrano l’Altoforno 2 dopo la morte dell’operaio investito dalla ghisa

La Procura di Taranto ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso dell’Altoforno 2 dell’Ilva, l’impianto nel quale l’8 giugno l’operaio Alessandro Morricella è stato investito da una colata di ghisa incandescente che ne ha poi causato la morte. Un provvedimento che potrebbe determinare il blocco dell’intero stabilimento siderurgico: per l’adeguamento all’autorizzazione integrata ambientale, infatti, la fabbrica produceva acciaio adoperando solo l’Afo 2 e l’Afo 4 e quindi il fermo di uno dei due impianti potrebbe di fatto fermare tutto lo stabilimento. Poco dopo l’incidente mortale, i tecnici dell’ispettorato del lavoro avevano concesso all’Ilva 60 giorni di tempo per “adottare tutti i provvedimenti necessari atti ad evitare pericolose esposizioni del personale alle proiezioni di metallo fuso durante le operazioni di colaggio dell’altoforno” e contemporaneamente il divieto di “effettuare qualsiasi operazione di prelievo diretto delle temperature ghisa nel pozzino ghisa”.
Qualcosa, a seguito dei successivi controlli, dev’essere evidentemente cambiato tanto da portare il pm Antonella De Luca, titolare del fascicolo, e il procuratore Franco Sebastio a sequestrare senza facoltà d’uso l’impianto dell’area a caldo. Una mossa che può rappresentare il colpo di grazia per lo stabilimento e i suoi lavoratori che all’indomani della morte di Morricella avevano chiaramente manifestato ai sindacati e all’azienda il timore di tornare sugli impianti. A distanza di tre anni, quindi, dal luglio 2012 quando il gip Patrizia Todisco sequestrò senza facoltà d’uso sei impianti, gli operai e i cittadini di Taranto potrebbero ritrovarsi a vivere una estate torrida.
Resta ora da capire quale sarà la mossa dei commissari: Ilva, infatti, è un’azienda in amministrazione straordinaria guidata dai commissari Pietro Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba. E Rezi? Come interverrà il presidente del Consiglio che a fine dicembre dello scorso anno, annunciando i provvedimenti per lo stabilimento siderurgico, avevamo affermato che “l’Italia riparte da Taranto?”. A poco, quindi, è servita la cappa di impunità concessa dai Governi in questi anni: le varie leggi “Salva Ilva“, infatti, operano nel campo delle violazioni in materia ambientale mentre in questo caso la procura è intervenuta per la violazione delle norme sulla sicurezza dei lavoratori. Morriccella, infatti, è il quinto operaio che ha perso la vita in fabbrica negli ultimi tre anni dopo Angelo Iodice, Claudio Marsella, Ciro Moccia e Francesco Zaccaria. Per gli ultimi tre, in particolare, gli inquirenti sono convinti che la morte è da collegare direttamente al mancato ammodernamento della fabbrica. Nelle carte dell’inchiesta Ambiente svenduto. infatti, i pubblici ministeri hanno scritto chiaramente che “la mancata attuazione di un modello organizzativo e gestionale adeguato rispetto alla complessità aziendale (..) ha rappresentato concausa non trascurabile in relazione agli infortuni occorsi negli ultimi mesi che hanno comportato lesioni gravissime di un lavoratore ed il decesso di altri tre operatori, tutti impegnati nello svolgimento delle proprie attività lavorative, svolte in assenza di adeguate istruzioni operative e di misure tecniche atte a prevenire e ridurre i rischi per la salute e la sicurezza degli stessi”. (FQ)

La Procura di Taranto ha disposto il sequestro preventivo senza facoltà d'uso dell'altoforno 2 dell'Ilva, il reparto in cui l'8 giugno scorso è stato investito da un getto di aria bollente, mentre misurava la temperatura della ghisa, l'operaio 35enne Alessandro Morricella, morto dopo quattro giorni per le gravi ustione riportate sul 90 per cento del corpo. Custode dell'impianto sarà Barbara Valenzano, già custode giudiziario degli impianti dell'area a caldo nominata dal gip Patrizia Todisco nell'inchiesta sfociata nell'arresto dei vertici dell'Ilva.
Inizialmente i tecnici dello Spesal (Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell'Asl) avevano imposto 60 giorni di tempo all'Ilva per "adottare tutti i provvedimenti necessari atti a evitare pericolose esposizioni del personale alle proiezioni di metallo fuso durante le operazioni di colaggio dell'altoforno". Sono dieci gli indagati per cooperazione in omicidio colposo.
Nel pomeriggio in migliaia hanno raggiunto il PalaWoytyla di Martina Franca per partecipare ai funerali di Morricella. Lacrime e rabbia per l'ultimo saluto al giovane operaio, che lascia la moglie e due figlie di sei e due anni. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato una corona di fiori, posta ai piedi della bara. "Chiedo alla comunità ecclesiale
di essere solidali nella fede, di non stringersi in parole vuote che talvolta offendono il lutto e il pianto, ma nel silenzio di condividere il dolore, assieme a Cristo che ci salva nella nostra stessa morte per restituirci un giorno gli uni agli altri", ha rimarcato l'arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, nel messaggio inviato per i funerali.
"Mentre salutiamo il nostro fratello, elevo la mia supplica accorata al Padre - ha aggiunto il presule - perché illumini le coscienze specie di chi ha responsabilità: mai più morti bianche. Non ci sono dati statistici, anche i più ottimistici, che potranno mai rincuorarci sulla sicurezza sul lavoro, quando anche uno solo dei nostri fratelli o delle nostre sorelle perde la vita mentre è sul posto di lavoro. Questa è una verità sacrosanta, come sacrosante sono le lacrime di mamma Martina Comasia, della moglie Natalia e delle sue bimbe Sofia e Greta, dei fratelli Giovanni e Vito che piangono Alessandro".
Sacrosante "quelle di tutti i parenti e di tutti gli amici - ha scritto ancora monsignor Santoro - che oggi salutano e ricordano il loro sorridente numero 10". Morricella era un giocatore della squadra di calcio a 5 del Locorotondo, che ha militato nel campionato di C2.
(Rep)

lunedì 15 giugno 2015

Operai troppo esposti, ancora un esposto.

Ilva, Unione Sindacale in Procura: fermate gli altiforni, troppi rischi

L’Unione sindacale di base (Usb) ha presentato un esposto alla procura della Repubblica chiedendo di attivarsi per fermare gli altiforni 2 e 4 dello stabilimento Ilva di Taranto in quanto non sarebbero garantite le condizioni di sicurezza per i lavoratori «come dimostra l’incidente dell’8 giugno scorso» in cui è rimasto gravemente ustionato il 35enne operaio Alessandro Morricella, morto dopo 4 giorni.
Il lavoratore fu investito da un getto di ghisa incandescente mentre misurava la temperatura del foro di colata dell’Altoforno 2. L’Usb fa presente che solo l’Afo5, attualmente in manutenzione, è munito di sistema di protezione, denominato `Cover´, che consente «di contenere le eventuali fuoriuscite o fiammate di ghisa, limitando così l’esposizione dei lavoratori alle stesse». Sono a rischio invece gli Altiforni 1 (in manutenzione), 2 e 4 (attualmente in marcia). Al sindacato di base sembra «contraddittorio il contenuto del verbale di prescrizione» emesso dallo Spesal, Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Asl, che «da un lato ordina al responsabile di `evitare pericolose esposizioni del personale alla proiezione di metallo fuso durante la fase di colaggio dell’altoforno´, e dall’altro non dà indicazioni di fermata dell’altoforno e concede 60 giorni ad Ilva per ottemperare alle prescrizioni stesse».
L’Usb ricorda che «il prelievo della temperatura è solo una delle operazioni che i lavoratori svolgono durante la fase di colaggio e il rischio di proiezione di metallo fuso è presente durante tutta la fase del colaggio stesso». Quindi sarebbero ancora concreti i rischi per gli operai. «In attesa delle giuste contromisure a protezione e salvaguardia della salute dei lavoratori - spiega il coordinatore Usb Francesco Rizzo - chiediamo la fermata immediata degli Afo 2-4, coscienti del fatto che ciò provocherebbe grosse ripercussioni sulla marcia di tutto lo stabilimento ma fermamente convinti che un altoforno si può riparare o ricostruire, mentre la vita umana no».

domenica 14 giugno 2015

Solito iter


Operaio morto all’Ilva si allarga l’indagine


Torneranno stamattina negli uffici dello stabilimento siderurgico Ilva i funzionari dello Spesal e i carabinieri del comando provinciale delegati dal procuratore Franco Sebastio e dal sostituto Antonella De Luca a indagare sull’incidente sul lavoro che è costato la vita all’operaio Alessandro Morricella, morto venerdì pomeriggio al Policlinico di Bari dopo 4 giorni di agonia. I reati ipotizzati, stando a quanto si è appreso, sono omicidio colposo e inosservanza delle disposizioni per la tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. La Procura disporrà l’autopsia sul corpo del povero Alessandro ma per poterlo fare attende dalla polizia giudiziaria che sia completato l’elenco delle persone a cui inviare l’avviso riguardante l’accertamento tecnico irripetibile. Nell’immediatezza dell’infortunio, furono 4 le persone iscritte nel registro degli indagati per lesioni personali gravissime. Il numero delle persone coinvolte nelle indagini ora sembra destinato ad aumentare considerevolmente in quanto gli inquirenti intendono risalire tutta la catena di comando della vittima, un lavoro per il quale sarà necessario accedere agli uffici dell’Ilva, verificare incarichi e deleghe operative di una azienda che, trovandosi in ammistrazione straordinaria, ha una gerarchia non proprio lineare e che si trova per la prima volta, da quando la gestione è di fatto emanazione del Governo, a fare i conti con un infortunio mortale.
Il 34enne operaio originario di Martina Franca, lunedì scorso attorno alle 19 stava lavorando nel reparto Altoforno 2. Si è avvicinato, munito degli indumenti in dotazione, al punto di colata per misurare la temperatura della ghisa quando all’improvviso è stato raggiunto da uno schizzo di materiale incandescente. Alessandro Morricella è diventato una torcia umana, ha cercato riparo dietro una colonna ma fino a quando è stato soccorso, ha riportato ustioni del secondo e terzo grado sul 90% del corpo. Le sue condizioni sono apparse immediatamente disperate. Con l’ambulanza dello stabilimento è stato trasportato all’ospedale «Santissima Annunziata» da dove è stato poi trasferito al policlinico di Bari. Le cure dei medici del nosocomio barese si sono purtroppo rivelate inutili: Alessandro ha smesso di respirare venerdì pomeriggio alle 15.
L’operaio lascia la moglie, due bambine di 6 e 2 anni e un bel ricordo in chi lo aveva conosciuto. Con la maglia numero 17 Football Five Locorotondo si era fatto apprezzare nel campionato di calcio a 5, sport con il quale alcuni anni aveva anche sfiorato la serie A.
I funerali si svolgeranno al termine dell’autopsia, prevedibilmente a metà della prossima settimana. (Gdm)

venerdì 12 giugno 2015

12 anni fa come oggi, attualità di morte e numeri maledetti

 

Il 12 giugno del 2003, 12/6, il 24enne Paolo Franco di San Marzano di San Giuseppe e  il 29enne Pasquale D’Ettorre di Fragagnano, rimasero vittime di un incidente nello stabilimento jonico, schiacciati da una gru. Suo padre, Angelo, e Cosimo Semeraro, operaio Ilva in pensione, condannato dalla silicosi, fondarono l'Associazione  12 giugno che riunisce vedove, orfani, e genitori delle vittime dell'Ilva. Questa mattina si celebrava la giornata della memoria in nome di tutte le vittime del lavoro.
Oggi 12 giugno 2015, 12/6, 12 anni dopo, ancora un operaio è morto per la cronica mancanza di precauzioni e controlli in quel vecchio dinosauro industriale. L'Ilva è tenuta in attività da anni, nonostante i sequestri giudiziari, per una scellerata alleanza tra i politici e i sindacati.
Gli stessi sindacati che poi, con il corpo ancora caldo dell'operaio che lottava nella sala di rianimazione, fanno il sopralluogo e segnalano in perfetto burocratichese (o - peggio ancora - risegnalano dopo tante "puntuali segnalazioni", come dicono loro),  che i sistemi di sicurezza in uno dei punti più pericolosi dell'acciaieria, l'altoforno, sono difettosi.
12 volte 12, e non basta ancora.
Nella lotteria del ricatto occupazionale, passata dai Riva allo Stato/sindacati, ogni tanto qualcuno viene sacrificato. E' un gioco d'azzardo fondato sulla scelleratezza e l'ignoranza.
La cabala ha scelto il 12 ed il 6. 6+6/6. 
Tre sei che rievocano la bestialità di questo mondo.


Ilva: morto operaio ustionato lunedi' sera all'altoforno Taranto

Taranto, 12 giu. - E' morto alle 15,50 di oggi nella rianimazione del Policlinico di Bari Alessandro Morricella, il dipendente Ilva di 35 anni rimasto gravemente ustionato lunedi' sera in un incidente verificatosi all'altoforno 2. Lo annunciano fonti sindacali. II lavoratore, dopo un breve passaggio dall'ospedale Santissima Annunziata di Taranto, era stato trasferito d'urgenza la sera stessa al Policlinico ma le sue condizioni in questi giorni sono sempre rimaste gravissime.
  Morricella stava eseguendo un controllo della temperatura della ghisa quando e' stato investito da una fiammata mista a getti di ghisa. Ha riportato ustioni di terzo grado sul 90 per cento del corpo. Sull'incidente la Procura di Taranto ha aperto un'inchiesta affidata al sostituto procuratore Antonella De Luca. Diverse le persone gia' interrogate per ricostruire la dinamica dell'incidente che potrebbe essere avvenuto per un anomalo accumulo di gas nell'impianto. Ma ci sono altri punti da chiarire: per esempio, non sarebbe stata ritrovata la cover che il personale addetto a queste operazioni nell'area di colata solitamente indossa. Lo Spesal dell'Asl mercoledi' scorso ha effettuato un sopralluogo nell'area dell'altoforno 2 e ha imposto all'Ilva prescrizioni di sicurezza da attuarsi nell'arco di 60 giorni. Dopo l'incidente all'Ilva ci sono state 24 ore di sciopero. Morricella, sposato e con due figli, viveva a Martina Franca, comune della provincia di Taranto.(AGI)

A volte ritorna

Ilva, «Lavorare qui è insicuro». La protesta degli addetti Afo 2

All'Ilva l’altra notte i due altiforni in marcia, il 2 e il 4, hanno rischiato di essere fermati dall'azienda a causa dell'astensione dal lavoro degli addetti all'altoforno 2, l'impianto dove lunedì sera si è verificato un grave incidente con un operaio ustionatosi e tutt'ora in pericolo di vita nella rianimazione del Policlinico di Bari. In nottata è poi intervenuto un chiarimento tra i delegati sindacali e il personale dell'altoforno 2 e quindi, intorno alle 2, il lavoro è ripreso. Fonti sindacali segnalano che in seguito non ci sono stati problemi e che ieri mattina si è svolto un nuovo incontro per fare il punto della situazione.
Sessanta giorni di tempo all'Ilva per attuare le prescrizioni di sicurezza sul piano di colata dell'altoforno 2 dopo il grave incidente di lunedì nel quale è rimasto coinvolto il 35enne Alessandro Morricella, dipendente Ilva di Martina Franca, che, investito da una fiammata mista a ghisa ad elevata temperatura, ha riportato ustioni di terzo grado sul 90 per cento del corpo. Le prescrizioni sono state fissate dai tecnici dello Spesal, il servizio dell'Asl che si occupa di sicurezza e prevenzione sui luoghi di lavoro. Le misure imposte prevedono lo spostamento della postazione, da frontale a laterale, per il prelievo della ghisa al fine di controllarne la temperatura e la predisposizione di un'ampia copertura di protezione per evitare che il lavoratore addetto al prelievo - la funzione che lunedì stava esercitando Morricella quando è stato colpito - possa esser investito dal getto pericoloso di materiale incandescente. Nel fissare questi adempimenti e nel dare all'Ilva due mesi di tempo per attuarli, lo Spesal, rilevano fonti sindacali, ha detto che l'altoforno 2, nel frattempo, può stare in marcia. L'impianto era stato fermato subito dopo l'incidente. Ma mercoledì sera, apprese le prescrizioni dello Spesal, il personale addetto all'altoforno 2 si è rifiutato di lavorare restando in sala mensa. Troppo elevato il rischio, secondo loro, ma soprattutto tanta la tensione accumulata, anche sul piano emotivo, dopo l'incidente occorso al loro compagno di lavoro. In pratica, si sarebbe ripetuto quanto verificatosi a fine novembre 2012 quando un tornado provocò la morte di un gruista dell'Ilva, Francesco Zaccaria, e per alcuni giorni i compagni di lavoro si rifiutarono di salire sulle gru degli sporgenti portuali dello stabilimento.
È quindi partito prima un confronto tra Ilva e sindacati, poi tra i sindacati e i lavoratori dell'altoforno 2, al fine di chiarire la situazione. Secondo fonti sindacali, l'Ilva avrebbe paventato la possibilità di fermare non solo l'altoforno 2 ma anche il 4 se l'attività sull'impianto non fosse ripresa regolarmente. L'Ilva si è appellata al fatto che lo Spesal non ha bloccato l'impianto ma ha ordinato degli interventi fissando un arco temporale entro i quali eseguirli. Stesso concetto i delegati sindacali hanno poi riportato ai lavoratori dell'altoforno 2 incontrati subito dopo l'azienda. «Sul piano di colata di solito ci sono quattro addetti, ma l’altra notte - dicono i sindacalisti - se ne sono presentati in sei. Abbiamo parlato, chiarito, e alla fine, verso le 2, in quattro hanno deciso di tornare al lavoro».
L'Ilva, dicono i sindacati, pur comprendendo lo stato d'animo del personale dell'altoforno 2 per quello che era successo, è stata altrettanto ferma nel dire che avrebbe fermato i due altiforni rimasti in marcia se la situazione non si fosse sbloccata. E questo, aggiungono i sindacati, avrebbe causato ripercussioni in tutto il siderurgico. L'Ilva, inoltre, ha comunicato ai sindacati che le prescrizioni di sicurezza imposte dallo Spesal per l'altoforno 2, adesso verranno estese anche agli altiforni 1 e 4 (l'1 è attualmente fermo per i lavori di risanamento ambientale dell'Aia). All'altoforno 5, invece, anch'esso fermo per i lavori di adeguamento, alcuni dei dispositivi prescritti dallo Spesal dell'Asl ci sarebbero già. Oggi infine è previsto l’arrivo nel siderurgico di un tecnico tedesco incaricato sia di esaminare l’altoforno 2 per chiarire i motivi dell’incidente, sia di assistere l’azienda nell’attuazione delle prescrizioni dello Spesal. (GdM)

martedì 9 giugno 2015

Ghisà perché?


Ilva, ghisa fusa su un operaio. Ustioni su 90 per cento del corpo. Lavoratori in sciopero: "L'incidente non è fatalità"

Le Rappresentanze sindacali unitarie (Rsu) dell'Ilva di Taranto hanno proclamato lo sciopero di stabilimento a partire dalle 11 odierne per il primo turno e di 8 ore per il secondo turno e quello di notte in seguito all'incidente avvenuto ieri sera in cui è rimasto gravemente ustionato un operaio, Alessandro Morricella, 35enne di Martina Franca.
Nel documento con cui è stato annunciato lo sciopero di stabilimento per la giornata di oggi, le Rappresentanze sindacali unitarie sottolineano che ''quel che è accaduto, per la sua portata, non ha precedenti e questo richiede tutti gli approfondimenti del caso per individuare le cause e valutarne i rischi. Certamente non è attribuibile alla fatalità e, senza voler cercare il capro espiatorio, è evidente che l'accaduto non potrà rimanere senza risposte''. Il nuovo ''corso dell'Ilva - aggiungono le Rsu - non può iniziare con un gravissimo incidente. Per questo occorre accelerare tutta la fase di risanamento e di messa in sicurezza degli impianti a tutela della salute e della vita dei lavoratori''.
 Un getto di ghisa incandescente, fuoriuscito durante la lavorazione da uno dei giganti dell’acciaio Ilva, l’altoforno numero 2. Come una lingua di fuoco. Una fiammata che ha avvolto il volto e il corpo di un operaio che era lì, vicino a quell’impianto per svolgere un compito di routine: il controllo della temperatura, prima della colata dell’acciaio. Un infortunio inspiegabile e inaccettabile quello avvenuto ieri sera all’Ilva di Taranto. Intorno alle 19, un operaio è rimasto gravemente ferito. Le ustioni, di terzo grado, sono state estese.
Pare che la ghisa abbia bruciato il 90% del corpo del giovane lavoratore. Trent’anni, di Martina Franca, è in condizioni critiche. Nella tarda serata di ieri è stato disposto l’immediato trasferimento alla Rianimazione del Policlinico di Bari. I colleghi e i sindacalisti Ilva hanno infatti raccontato che il quadro clinico appariva così compromesso da indurre i medici a non disporre il ricovero al centro Grandi Ustioni del “Perrino” di Brindisi ma direttamente nel reparto dell’ospedale barese. Quello che preoccupa maggiormente è l’estensione delle bruciature. Il getto di ghisa anomalo infatti lo avrebbe investito quasi completamente.
Alessandro Morricella, questo il nome della vittima dell’incidente, stava svolgendo l’abituale controllo della temperatura dal foro di colata. Un’attività che conosceva perfettamente, raccontano i rappresentanti per la sicurezza che hanno parlato con gli operai accorsi all’altoforno 2 per soccorrere il ferito. Un controllo che non dovrebbe comportare, dunque, alcun rischio per chi lo effettua. Sebbene di rischi ce ne siano sempre quando si ha a che fare con l’area a caldo di un’industria siderurgica. Il lavoratore indossava il casco e la tuta ignifuga. La quantità di materiale, tuttavia, sarebbe stata così elevata, hanno riferito sempre alcuni testimoni dell’accaduto, da rendere inefficaci gli strumenti protettivi in dotazione.
Sembra anche che il giovane abbia provato a scappare, a mettersi al riparo, ma quando la ghisa incandescente fuoriuscita in modo incontrollato, purtroppo, lo aveva già avvolto. L’operaio è stato soccorso dai colleghi del reparto e in Ilva è arrivata immediatamente l’ambulanza del servizio d’emergenza “118”. Con un codice rosso, massima urgenza perché già in pericolo di vita, l’operaio trentenne è stato portato via dallo stabilimento e trasferito all’ospedale del capoluogo regionale. La prognosi è riservata. Completati i soccorsi, all’altoforno 2, sono scattate le indagini. La produzione di ghisa avviene secondo precisi protocolli operativi. E il controllo tecnico della temperatura va realizzato con piccole quantità di campioni.
Non si riesce a comprendere quindi come sia possibile che il flusso della ghisa sia fuoriuscito in modo così imprevisto ustionando gravemente il lavoratore. Le prime ipotesi farebbero pensare ad un guasto tecnico, forse impiantistico, ma è ancora troppo presto per fare conclusioni sulla dinamica. Al lavoro, per accertare i fatti, da ieri sera ci sono i tecnici dello Spesal e i carabinieri tarantini. Sono scattate le verifiche sul grave infortunio di ieri sera, a partire proprio dalla fase di colata.(Quotidiano)