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lunedì 4 febbraio 2013

“Generazione Ilva”, quando ci prepariamo al “dopo”?

E’ sugli errori del passato e sulla precarietà del presente che si concentra il dibattito. Quando arriva il momento di confrontarsi sul “dopo Ilva”, però, le lingue si inceppano, i pensieri rallentano, gli sguardi si estraniano. E’ un fenomeno consueto a Taranto. E si materializza anche durante la presentazione del libro “Generazione Ilva” di Tonio Attino, tenuta nell’aula magna del Pacinotti alla presenza dell’autore, del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Fulvio Colucci e del vignettista Nico Pillinini.
Sullo sfondo affiora la consapevolezza di aver accumulato un ritardo abissale rispetto a esperienze virtuose come quella di Linz (città austriaca dove si produce acciaio con un minore impatto inquinante) e la certezza, ormai conclamata, di non aver mai avuto una classe politica all’altezza di sfide di tale portata. Un deficit che resta vergognosamente attuale. Le responsabilità sono innanzitutto della politica locale che ha preferito rifugiarsi in un rassicurante “tiriamo a campare”, senza resistere al fascino delle tentazioni e soprattutto delle collusioni, come emerge dall’inchiesta “Ambiente Svenduto”, condotta dalla magistratura ionica.
Ma le responsabilità vanno ricercate anche altrove: nella miopia delle organizzazioni sindacali, nell’ottusità di una classe imprenditoriale incapace di inventarsi ipotesi alternative di sviluppo economico e nelle distrazioni (più o meno pilotate) di certa stampa e tv. Su questo punto apriamo una parentesi: non hanno pesato solo le meschinità di quei giornalisti che si sono prestati a giochi sporchi. Grave è anche l’atteggiamento di quei colleghi che per anni si sono disinteressati della questione ambientale.
Va riconosciuta l’onestà intellettuale di Attino quando ammette le responsabilità della categoria: «Abbiamo la grandissima colpa di non aver visto ciò che gli ambientalisti vedevano. Loro hanno sopperito alle nostre carenze». Con altrettanta onestà, però, ci sembra giusto sottolineare il merito di quei pochi giornalisti che si sono battuti per anni (e in solitudine) per squarciare quel velo di ipocrisia e menzogne che avvolgeva l’Ilva. Un impegno spesso snobbato e a volte deriso da colleghi distratti, sempre in altre faccende affaccendati.
«Tutto muore, anche le fabbriche hanno un ciclo che si chiude”, dice Attino all’inizio del suo intervento. Potrebbe apparire un’affermazione banale, eppure anche una verità così lampante è stata colpevolmente ignorata per decenni. «Io tutta questa voglia di guardare avanti non riesco a vederla», aggiunge l’autore del libro. Ed è una sensazione avvertita da tanti. Perché se è vero che ci sono migliaia di cittadini pronti a scendere per strada per rivendicare il loro diritto alla salute e alla vita, c’è anche una parte rilevante della città che resta a guardare, ancora inchiodata alle sue paure.
E alla finestra c’è un potere politico ancorato al passato, schiavo di scelte filo-industriali che non è in grado di rinnegare. Non è un caso, quindi, che la parola speranza venga pronunciata quasi sottovoce e il sentimento di fiducia venga riposto soltanto nell’azione della magistratura. Ed è inevitabile, quindi, che ad un certo punto gli sguardi dei presenti si dirigano verso il procuratore della Repubblica Franco Sebastio, confinatosi nelle ultime file della sala, come si confà alle persone discrete. Sollecitato a dire la sua, il procuratore si sofferma sulle importanti decisioni a cui è chiamata la Corte Costituzionale nei prossimi mesi.
«Io voglio capire cosa si intende per contemperare il diritto alla vita con il diritto al lavoro e alla libera iniziativa economica – dice Sebastio – devono darci una risposta definitiva. Significa che entro certi limiti dobbiamo accettare alcuni effetti collaterali indesiderati, come accade in guerra quando ci sono azioni militari che comportano la morte di civili? Se è così ce lo dicano in maniera chiara. Non ci siamo rivolti alla Corte Costituzionale per una questione di ripicca, ma proprio per avere una risposta  dall’unico organo che può darcela».
Come dice Sebastio, non è la magistratura che deve insegnare ad una comunità come rimediare agli errori compiuti e come riprendere tra le mani il suo destino. Non sono le toghe a fare le rivoluzioni. Quel “dopo” che spaventa gli animi, inceppando lingue e pensieri, è dietro l’angolo e rappresenta la nostra sfida più grande. Un salto verso l’ignoto che può salvarci la vita (o almeno quella delle generazioni future).
Alessandra Congedo per InchiostroVerde

N.B. Nella foto la vignetta con dedica regalata da Pillinini al dottor Sebastio. Di seguito l’intervento del procuratore.


venerdì 30 novembre 2012

C'erano dubbi... soprattutto su Tarantosera?

La macchina del fango made in Ilva. Gli articoli? "Scritti direttamente dall'azienda"
I fili dell’Ilva partivano dal siderurgico per infilarsi nelle redazioni dela stampa locale. Una rete di carta (e antenne) che aveva lo scopo di condizionare l’opinione pubblica. E’ lo scenario che emerge dall’ordinanza del gip di Taranto. Che scrive: “Per raggiungere i suoi obiettivi, l'addetto alle relazioni esterne del gruppo Girolamo Archinà veniva supportato da Pietrangelo Putzolu, direttore della sede tarantina del Nuovo Quotidiano di Puglia e Michele Mascellaro, direttore di Taranto Sera. Putzolu è arrivato a ospitare una rubrica firmata da tale Angelo Battista, fantomatico "esperto ambientale". Dietro quella firma si nascondeva lo stesso Archinà. Con la benedizione della famiglia Riva 


I fili dell’Ilva partivano dal siderurgico per infilarsi nelle redazioni dei giornali locali. Una rete di carta (e antenne) che aveva lo scopo di condizionare l’opinione pubblica. E’ lo scenario che emerge dall’ordinanza del gip di Taranto. Che scrive: “Per raggiungere i suoi obiettivi, l'addetto alle relazioni esterne del gruppo Girolamo Archinà veniva supportato da due direttori di quotidiani locali, Pietrangelo Putzolu, direttore della sede tarantina del Nuovo Quotidiano di Puglia e Michele Mascellaro, direttore di Taranto Sera.
Putzolu (poi rimosso dal suo incarico) è arrivato a ospitare una rubrica firmata da tale Angelo Battista, fantomatico “esperto ambientale”, inventato di sana pianta da Archinà, che in realtà scriveva gli articoli di proprio pugno.
Nel luglio 2010, un’analisi dell’Arpa certifica la presenza di berillio sui terreni del rione Tamburi. Il sindaco di Taranto, Ippazio Stèfano emana un’ordinanza che vieta ai bambini del quartiere di frequentare le aree contaminate. Ma il direttore dell’Agenzia, Giorgio Assennato,  descrive il provvedimento eccessivo perché non ci sono studi che accertano una relazione tra danni alla salute e presenza di berillio. Per l’Ilva è un occasione imperdibile per screditare Stefàno e Assennato, principali ostacoli all’ingranaggio del siderurgico.
Archinà, scrive il gip, “appresa la notizia” di una contraddizione tra l’Arpa e il suo direttore generale  “s’ingegna per sfruttarla al meglio e insinuare dubbi sulle precedenti analisi ambientali”. Allo stesso tempo è un’occasione per “attaccare il sindaco di Taranto”. L’arma per colpire quei bersagli è la stampa.

CONTINUA...

venerdì 17 febbraio 2012

Fog Cannon, il killer delle polveri sottili. L’Ilva intende adottare questa tecnologia?
TARANTO – E’ di pochi giorni fa la presentazione da parte dell’Ilva di un progetto mirato al contenimento delle polveri che si sprigionano dai parchi minerali: barriere frangivento lunghe un chilometro e 700 metri e alte 21 metri, con cui l’azienda conta di trattenere le emissioni dal 50 al 70%. E’ bene precisare che tale intervento, previsto dall’Autorizzazione Integrata Ambientale, interessa le polveri pesanti e non quelle sottili. Eppure, sono proprio quest’ultime, denominate PM10, a comportare i maggiori rischi per la salute perché si insinuano più facilmente nell’organismo umano.

Da più parti (Arpa Puglia e alcune associazioni ambientaliste) si è fatto presente che tale sistema è inadeguato e che la soluzione più efficace per fronteggiare l’emergenza polveri consiste nella copertura dei parchi minerali. Una posizione che emerge anche nella perizia elaborata dagli esperti incaricati dal gip Patrizia Todisco nell’ambito dell’inchiesta sull’inquinamento Ilva, che oggi prevede lo svolgimento di un’udienza. Nella stessa perizia si afferma che dai parchi minerali di disperdono in atmosfera 668 tonnellate di polveri all’anno, che si riversano soprattutto sul quartiere Tamburi. L’azienda, però, non ha mai ritenuto la copertura di tale area applicabile anche perché considerata troppo onerosa.

Va detto, però, che esiste anche un’altra opzione che sembrerebbe più efficace del semplice barrieramento: i Fog Cannon (Cannoni di nebbia) di ultima generazione. Si tratta di un sistema di abbattimento delle polveri nato per risolvere problemi in ambienti all’aria aperta come miniere, cave di grosse dimensioni e acciaierie, già brevettato in Italia e in Europa e collaudato nel resto del mondo (Australia, Cile, Oman).

Dalle schede tecniche si apprende che i Fog Cannon emettono “un potente getto di una miscela aria/acqua finemente nebulizzata che crea una nube di nebbia non tossica e non nociva in grado di abbattere velocemente le particelle in sospensione”. Questa tecnologia è stata adottata in vari impianti come la centrale termoelettrica Enel di Brindisi e due acciaierie situate in Gran Bretagna appartenenti al colosso siderurgico indiano Tata Steel. I tempi di consegna di tali impianti si limiterebbero a pochi mesi. Pertanto l’applicazione del sistema avverrebbe in tempi abbastanza rapidi.

Sarebbe interessante sapere se l’Ilva ritiene percorribile questa strada che potrebbe comportare un abbattimento delle polveri volatili di almeno il 70%, e in taluni casi anche oltre il 90%, in base agli ambiti di applicazione. Per quanto riguarda il PM 10 tale sistema garantirebbe un abbattimenhttp://www.blogger.com/img/blank.gifto del 50-70% delle emissioni. Pare che nei mesi scorsi ci siano stati dei contatti con un’azienda che distribuisce tale tecnologia in Italia e dei sopralluoghi presso impianti Enel e Tata Steel, dove i Fog Cannon vengono utilizzati. A questo punto, sarebbe utile conoscere l’esito delle valutazioni effettuate dal gruppo Riva, se tale tecnologia è stata accantonata e in caso affermativo, con quali motivazioni.
Alessandra Congedo (Inchiostroverde)

mercoledì 7 dicembre 2011

Una vita in emergenza. Ancora cozze mobili!

Emergenza cozze, da gennaio 2012 limiti più bassi per il Pcb. Novellame a rischio

La comunicazione della Regione è arrivata alla Asl ionica ieri mattina (6 dicembre, ndr). In base al Regolamento europeo n. 1881/2006 (sottoposto a modifiche), dall’1 gennaio 2012 si abbasseranno i limiti massimi per Pcb e diossine-simili negli alimenti e nei mangimi. Nel caso delle cozze si passerà da 8 picogrammi al grammo a 6,5. La notizia ha fatto presto ad arrivare alle orecchie di alcuni mitilicoltori del primo seno di Mar Piccolo, sempre più preoccupati per quanto potrà accadere al novellame.
«Bisogna spostare il seme con la massima urgenza, prima che sia troppo tardi – ha dichiarato Luciano Carriero, uno degli allevatori danneggiati dall’emergenza Pcb – non possiamo rischiare di superare i nuovi limiti e di perdere anche la produzione del 2012. Ci è stato consigliato di trasferirci provvisoriamente a San Vito, in attesa di avere l’ok per le nuove aree di Mar Grande. Ma perché dovremmo fare un doppio trasferimento, pure a nostre spese? E poi il mare davanti a San Vito non è produttivo».
L’appello è rivolto alle istituzioni ed, in particolare, al Comune: «Deve rilasciare subito le concessioni in deroga per le nuove aree – ha proseguito Carriero – l’Arpa, invece, deve far partire immediatamente la classificazione delle acque per la mitilicoltura». L’appello a far presto viene rinnovato anche da Michele Conversano, responsabile del Dipartimento di Prevenzione della Asl ionica: «Il trasferimento del novellame era un’urgenza fino a ieri e lo è, a maggior ragione, adesso».
I nuovi limiti sul Pcb costringeranno la Asl a rivedere i piani relativi al monitoraggio. Un’incombenza non di poco conto. Massimo Giusto, presidente del Centro Ittico Tarantino, ha commentato così la novità: «Bisogna far presto sia per le nuove aree, che per le bonifiche. I mitilicoltori devono salvare il novellame, ma devono avere anche la possibilità di tornare nel primo seno di Mar Piccolo. Insieme all’Amministrazione Comunale stiamo mettendo in campo tutte le energie per trovare delle soluzioni».
Una risposta si attende, infine, dalla Regione in merito alla deroga per l’utilizzo delle aree in Mar Grande, a meno di 500 metri dalla costa, dove ci sono alcuni scarichi di emergenza dell’Aqp. La situazione appare quanto mai complessa, mentre il tempo per agire è sempre più limitato.
Alessandra Congedo (Corriere del Giorno)

martedì 15 novembre 2011

Sentieri cupi...

Inquinamento e mortalità, ecco cosa dice lo studio “Sentieri” su Taranto

TARANTO - C’è un corposo ed interessante paragrafo dedicato alla realtà ionica nelle duecento pagine di Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e recentemente pubblicato sulla rivista “Epidemiologia & Prevenzione”. Il progetto ha riguardato l’analisi della mortalità nelle popolazioni residenti in prossimità di grandi centri industriali attivi o dismessi e di aree oggetto di smaltimento di rifiuti industriali e pericolosi, che presentano un quadro di contaminazione ambientale e di rischio sanitario tale da aver determinato il riconoscimento di “siti di interesse nazionale per le bonifiche” (Sin).

Ovvio che i riflettori degli studiosi si siano indirizzati anche sul sito di Taranto, al quale hanno dedicato quattro pagine fitte di informazioni e tabelle. In merito al profilo di mortalità del Sin ionico si evidenzia un eccesso tra il 10% e il 15% della mortalità generale e per tutti i tumori, sia tra gli uomini che tra le donne; un eccesso di circa il 30% sulla mortalità per tumore del polmone, per entrambi i generi; un eccesso, sempre in entrambi i generi, dei decessi per tumore della pleura; un eccesso compreso tra il 50% (uomini) e il 40% (donne) di decessi per malattie respiratorie acute, associato ad un aumento di circa il 10% nella mortalità per tutte le malattie dell’apparato respiratorio.Inoltre, si osserva un eccesso di circa il 15% tra gli uomini e del 40% tra le donne della mortalità per malattie dell’apparato digerente, oltre ad un incremento del 5% dei decessi per malattie del sistema circolatorio soprattutto tra gli uomini.

I risultati di Sentieri fanno emergere anche un eccesso per la mortalità per condizioni morbose di origine perinatale (0-1 anno), con “evidenza limitata di associazione con la residenza in prossimità di raffinerie e discariche, e un eccesso di circa il 15% per la mortalità legata alle malformazioni congenite che non consente però di escludere l’assenza di rischio”. Nel documento si fa notare che molteplici studi di monitoraggio ambientale e campagne di misura delle emissioni industriali, effettuati nell’area tarantina, hanno evidenziato “un quadro di inquinamento diffuso, ma anche il contributo rilevante del polo industriale cittadino, in particolare il complesso dell’acciaieria, ai livelli ambientali di inquinanti di interesse sanitario”.
Vengono ricordati, poi, i risultati delle campagne di monitoraggio effettuate dall’Asl dal marzo 2008, che hanno segnalato in alcune aziende zootecniche presenti nel territorio “un’importante contaminazione della catena trofica da composti organoalogenati”. Si fa riferimento, quindi, ai 32 campioni (su 125), raccolti complessivamente in 8 aziende, che hanno superato i limiti in vigore per la concentrazione di diossine e Pcb. La relazione cita anche uno studio sui casi incidenti a Taranto di tumore maligno del polmone, della pleura, della vescica e del sistema linfoemopoietico (periodo 2000-2002), in relazione alla distanza della residenza principale da diverse fonti emissive, che “sembra avvalorare l’ipotesi di un ruolo eziologico delle esposizioni ambientali a cancerogeni inalabili sulle neoplasie dell’apparato respiratorio”.
Si legge ancora: “Lo studio evidenzia un trend del rischio di tumore polmonare e della pleura in funzione della distanza della residenza dalla maggior parte dei siti di emissione considerati (compresi l’acciaieria e i cantieri navali)”. Oltre a citare i risultati del progetto Misa e di due studi sulla mortalità residenziali effettuati sull’area tarantina, “Sentieri” parla anche di un’analisi geografica della mortalità tumorale relativa al periodo 2000-2004, nelle cinque province pugliesi, basato sui dati del Registro regionale delle cause di morte, che presenta un eccesso del 10% per tutti i tumori nell’anello di territorio circostante l’area industriale. Poi un cenno all’evidenza epidemiologica disponibile che “suggerisce un ruolo della componente occupazionale per gli incrementi di rischio per il tumore del polmone in attività produttive presenti nel Sin, quali la raffinazione http://www.blogger.com/img/blank.gifdel petrolio”.
Lo studio afferma che “i risultati della analisi di Sentieri sul periodo 1995-2002 mostrano un quadro della mortalità della popolazione residente nel sito di Taranto che testimonia la presenza di un ambiente di vita insalubre”. Ed aggiunge: «Complessivamente, il profilo di mortalità mostra un andamento temporale e una distribuzione geografica che sono in linea con la cronologia e la distribuzione spaziale dei processi produttivi ed emissivi che caratterizzano l’area industriale di questo Sin da decenni”.
Infine, si segnala l’esigenza di avviare programmi di sorveglianza sanitaria ed epidemiologica per misurare gli effetti dell’inquinamento atmosferico, basati anche sul monitoraggio biologico umano, e studi di caso-controllo residenziali di nuova generazione per stimare il contributo delle emissioni industriali. Infine, è ritenuto opportuno condurre appositi studi anche sui lavoratori impiegati nelle diverse realtà produttive del polo industriale. (Inchiostroverde)

lunedì 31 maggio 2010

Manco la sagra delle cozze...

Scoprire Genova per ripensare Taranto
Il confronto tra due città simili che hanno scelto – finora – percorsi opposti


Scoprire Genova per ripensare Taranto. Il confronto tra queste due realtà, così apparentemente lontane, è inevitabile per chi conosce la storia (industriale) di entrambe. Ci penso mentre attraverso il Porto Antico della città ligure, abbagliata dal sole e da una moltitudine di stimoli visivi. La mia attenzione viene subito catturata dall’immagine del “Neptune”, un antico galeone realizzato come scenografia principale del film “I pirati” di Roman Polanski, ormai da tempo aperto al pubblico. È ormeggiato accanto al secondo Acquario più grande d’Europa, un museo vivente che ospita circa 6.000 esemplari di 600 specie marine diverse (pesci, crostacei, rettili, piante). La fila di visitatori all’ingresso fa intuire che gli affari vanno più che bene.
Pochi attimi dopo il mio sguardo va a posarsi su due originali e imponenti creazioni dell’architetto Renzo Piano: la Sfera e il Bigo. Nella prima è stato ricostruito l’ambiente tropicale con numerose piante, piccoli animali e farfalle; il secondo è un monumento moderno in metallo. Riproduce in scala ingrandita una grande gru da carico, simile a quelle montate sulle navi. La sua struttura sorregge un grande ascensore rotante che offre una vista panoramica dell’intero Golfo.
Sempre nella zona del Porto Antico ci sono altri importanti centri di attrazione turistica: il Galata, il più grande museo marittimo del Mediterraneo; la piazza delle Feste, palaghiaccio d’inverno e location di manifestazioni sportive e musicali d’estate; il Museo Nazionale dell’Antartide, grande vetrina del continente bianco; la Città dei Bambini, il più grande e completo spazio esistente in Italia per bambini e ragazzi dai 2 ai 14 anni.
Il fermento che si respira sul lungomare genovese è inebriante. Non è soltanto una sensazione personale affidata alla suggestione del momento. La conferma arriva dai numeri. Oltre 1 milione di persone, ogni anno, si reca in visita all’Acquario. Gente proveniente da ogni dove, che poi si riversa nelle strutture ricettive adiacenti e nei vicoli del centro, lasciando moneta sonante nelle casse di trattorie e negozi. Un business pulito, vantaggioso per l’intera comunità. In termini di fatturato, l’Acquario, La città dei bambini e il Museo del Mare incassano circa 25 milioni di euro all’anno.
Ad ogni passo Genova mi fa immaginare la Taranto che vorrei. Ad ogni passo, mi ricorda che il nostro presente è ancora troppo simile al suo passato. Un passato fatto di veleni e cieli opachi, di gente che si ammala e quartieri ingrigiti, archiviato con la chiusura delle cokerie Ilva nel 2002 e con quella dell’altoforno nel 2005. Una svolta epocale seguita da un radicale miglioramento delle condizioni ambientali. Ma i genovesi non hanno aspettato la chiusura dell’area a caldo del siderurgico per rimboccarsi le maniche. Hanno cominciato ad investire in progetti alternativi alla grande industria almeno un decennio prima.
Nel 1995, infatti, il Comune ha affidato alla “Porto Antico di Genova SpA” la concessione (fino al 2050) dei 130.000 mq di spazi del Porto Antico. La società – partecipata al 51% dal Comune, al 39% dalla Camera di Commercio e al 10% dall’Autorità Portuale – è nata con l’obiettivo di restituire l’area alla città rendendola vivibile e godibile tutto l’anno. Nel corso degli ultimi anni, è stata perseguita una politica di riempimento e di occupazione degli spazi graduale e ponderata, all’insegna della qualità e della coerenza delle concessioni. Molto si è fatto anche in periferia: Cornigliano, il quartiere che ospitava l’area a caldo è interessato da una serie di interventi di bonifica e riconversione tesi a salvaguardare l’occupazione dei lavoratori.
Una realtà consolidata per Genova, un sogno ad occhi aperti per Taranto. Viene spontaneo chiedersi (ma è solo un esercizio retorico) cosa faceva la nostra classe dirigente mentre gli architetti liguri gareggiavano tra loro per presentare i progetti più originali e i politici elaboravano formule in grado di valorizzare al meglio il loro territorio. Quanto tempo abbiamo perso e quante occasioni abbiamo mancato? Basti pensare al destino dell’Isola dei Delfini o al Teatro dell’Innovazione: tramontati ancor prima di sorgere.
Eppure seguire l’esempio della città ligure, duplicare il suo “fare sistema”, è ancora possibile. L’Area Vasta Tarantina può rappresentare un’occasione di riscatto per una classe politica che ha l’obbligo di mostrarsi più lungimirante e combattiva, soprattutto per ottenere tutti i finanziamenti necessari al cambiamento. Solo così potremo vedere – con qualche decennio di ritardo rispetto ad altre realtà – i frutti di progetti ambiziosi come il Polo Museale Marittimo e l’Acquario.

L’ultima, clamorosa, opportunità è sfumata di recente. Tra il 9 e il 13 giugno, infatti, il Mar Piccolo avrebbe dovuto ospitare il Festival Internazionale della Marineria “I Miti del Mare”, una manifestazione popolare di primo livello che punta alla riscoperta della cultura del mare come risorsa economica, turistica e di sviluppo, con uno sguardo alla salvaguardia dell’ambiente. Un evento che avrebbe attirato nel porto ionico velieri e vascelli provenienti da tutta Europa e due navi scuola della Marina italiana: “Vespucci” e “Palinuro”.
Oltre a prevedere gare di off shore, raduni di idrovolanti, catamarani ed altre imbarcazioni, il programma includeva molte attività collaterali: un’intera area dedicata alla pesca, l’apertura di diverse zone del Castello Aragonese e una mostra a tema del fotografo Renato Balsamo. Il modello di riferimento scelto era quello delle grandi manifestazioni nordiche, con afflussi di pubblico eccezionali. In Liguria una manifestazione simile aveva attirato circa 300.000 visitatori. A noi sarebbero bastati molti meno per brindare al successo.
Il miraggio di vivere in una città diversa, almeno per cinque giorni, è svanito lo scorso 3 maggio, quando gli organizzatori hanno comunicato la decisione di spostare la manifestazione altrove fornendo la seguente motivazione: “Dopo sette mesi dalla presentazione ufficiale, che riscosse un notevole gradimento, nessun segnale concreto e positivo è pervenuto da parte degli enti istituzionali ospitanti; in particolare la Provincia di Taranto, interessata già dal mese di ottobre 2009, non ha a tutt’oggi concesso il patrocinio”.
La Provincia, attraverso l’assessore al turismo Giovanni Longo, ha risposto così: “Gli organizzatori ci hanno chiesto 300.000 euro e noi non possiamo assolutamente permetterci di sborsare una cifra così elevata”. Una spiegazione confermata anche da altri rappresentanti del Tavolo per il Turismo di Taranto, a partire dalla Camera di Commercio. A detta degli organizzatori, invece, la quota richiesta agli enti locali era inferiore. Il resto doveva essere coperto attraverso il coinvolgimento di altri soggetti, sia pubblici che privati.
Ma non è tanto la carenza di fondi a stupire, quanto il fatto che si sia parlato dell’entità del contributo solo alla fine di aprile, quando l’evento era già stato programmato da tempo e pubblicizzato su diversi siti internet dedicati al turismo. Approssimazione? Superficialità? Disinteresse? Resta il fatto che “I miti del Mare” sono andati persi, come tutti quei turisti che avrebbero approfittato dell’occasione per conoscere la nostra città, per soggiornare nei nostri alberghi, per mangiare nei nostri ristoranti e spendere nei nostri esercizi commerciali. E ora come pensiamo di recuperarli? Forse con qualche sagra della cozza?

Alessandra Congedo

lunedì 20 aprile 2009

Bonifiche: c'è puzza di speculazione... Rassegna Stampa

E mentre la Prestigiacomo raccoglie tutte le critiche per un'assenza ingiustificabile... si fa avanti lo spettro della corsa alle bonifiche: si stanno aprendo i portafogli?


sabato 8 novembre 2008

Rassegna stampa


Ecco la lettera di Lea:
"Cara Serena Dandini, ti scrivo da Taranto per chiederti AIUTO.
Alcuni giorni fa, la trasmissione di rai 3 "primo piano" ha mandato in onda un servizio sulla Puglia e il difficile rapporto tra ambiente e sviluppo.
Con grande piacere, ho ascoltato un tuo intervento con il quale esprimevi solidarietà ad una terra a te molto cara.
C'è una parte di Puglia che vive un'emergenza sanitaria e ambientale senza precedenti e che ha bisogno di aiuto per uscire dal silenzio nel quale i politici vorrebbero continuare a farci vivere.
La presenza dello stabilimento siderurgico più grande d'Europa, l'Ilva, sta avvelenando le nostre vite e la nostra terra.
A Taranto si concentra il 92% di tutta la diossina prodotta in Italia.
A Taranto i bambini a soli 13 anni si ammalano della sindrome del fumatore incallito.
A Taranto si muore di cancro con un'incidenza doppia rispetto alla media nazionale.
A Taranto stanno per essere abbattuti 1300 capi di bestiame contaminati da diossina e pcb (inquinanti che le ciminiere dell'area industriale riversano in quantità smisurate sulla città).
In Puglia c'è un'altra Seveso ed è a Taranto.
Ti prego aiutaci a fermare tutto questo e a far emergere la verità in una terra che chiede giustizia e il rispetto per il sacrosanto diritto alla vita.
Ti ringrazio per quanto potrai fare per noi"