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martedì 26 maggio 2015

Spunti di vista

Ecoreati, legge imperfetta quanto importante. Ora tracciamo i rifiuti della Terra dei Fuochi

La legge penale sui delitti ambientali finalmente approvata dal Parlamento italiano fa soffrire numerosi giuristi e ambientalisti, come i nostri carissimi amici di Taranto.
In Campania abbiamo da tempo imparato ad essere l’avanguardia, l’avamposto delle innovazioni economiche reali, la punta dell’iceberg delle dinamiche industriali lobbiste e dei flussi economici che governano oggi l’Italia intera, cioè le attività produttive in regime di evasione fiscale (da noi arrivate al 47 % del totale), che sono le succulente radici, mai tagliate, dell’apparentemente invincibile “Terra dei Fuochi”.
Basterebbe tracciare con microchip non solo le ‘pummarole’ e le bufale, come da leggi vigenti, ma i fusti di rifiuti tossici e, a tutela del marchio, tutte le scarpe e borse prodotte dalle migliori ditte del “made in Italy”, per contenere il problema. Incredibilmente, non lo si fa, per non fare scoprire le eccezionali dimensioni reali delle attività produttive tutelate da marchio ma prodotte in regime di evasione fiscale, non solo in Campania.
Basterebbe trasformare “Terra dei Fuochi” in “Terra dei Chip”, non solo per le ‘pummarole’ ma anche per le attività produttive manifatturiere, e avremmo risolto gran parte del problema dei controlli. Non si deve fare: è troppo facile e soprattutto danneggerebbe in modo gravissimo i profitti (illegali!) delle nostre “attività manifatturiere”.
Stiamo facendo un percorso storico ma lunghissimo, che inizia soltanto con questa legge, in una sorta di autentico “Exodus” dalla attuale condizione di “schiavitù” ambientale del popolo italiano nei confronti delle lobby industriali. Da troppo tempo esse hanno nella classe medica “distratta” sino al limite della compiacenza e nei “non controlli ambientali” i primi alleati. Basta ricordare per quanti decenni la classe medica italiana ha “tollerato” l’eccesso di arsenico nelle acque del Lazio e i famosi quanto irrazionali “limiti” di emissione per il benzopirene dell’Ilva di Taranto.
Io ho cominciato ad occuparmi di ambiente e salute solo nel marzo del 2006, in Campania, scoprendo, mio malgrado, non solo la totale assenza di una valida sezione sui delitti ambientali nel panorama delle leggi penali italiane ma soprattutto la totale assenza di un concreto impegno formativo/informativo della classe medica italiana sul problema ambiente/salute.
Ho impiegato circa due anni, dal 2006 al 2008 circa, per comprendere che il principale problema da affrontare in Regione Campania, al contrario di quello che ancora oggi fanno ancora una gran parte non solo dei politici e dei cosiddetti “tecnici”, ma anche dei comitati sorti con meritorio impegno civile sui territori, non erano i rifiuti urbani ma i rifiuti speciali, industriali e tossici.
Lo sviluppo industriale italiano dell’ultimo trentennio è caratterizzato, rispetto a tutto il resto di Europa, dalle maggiori attività produttive in regime di evasione fiscale, in media del 30%, e quindi, come logica conseguenza, dalla maggiore quota europea di smaltimenti industriali scorretti ed illegali, che non possono non avere un riflesso diretto e grave sulla salute pubblica di tutti gli italiani.
Della reale entità di questo impatto certo, però, ignorando volutamente innanzitutto il problema, la classe medica e scientifica italiana si è totalmente disinteressata, concentrando tutte le sue notevoli potenzialità di ricerca soltanto sulla cura o sulla diagnosi precoce, vedi ad esempio la violenta polemica su Beppe Grillo dopo la sua affermazione su Veronesi e le mammografie.
Sono stato accusato di parlare “troppo di pancia” per avere osato, in una audizione pubblica presso il Senato della Repubblica Italiana in data 10 settembre 2013, mostrare a tutti che la produzione di rifiuti speciali pro capite della Campania era non più di un terzo di quella del solo Veneto e scendeva a un quarto se consideravamo insieme rifiuti speciali/rsu, come si dovrebbe fare sempre quando si parla di rifiuti.
Oggi, per la prima volta dall’anno della sua prima edizione (2003), l’importantissimo report “Osservasalute” in Italia pubblica, finalmente, nella sezione ambiente, un’esauriente relazione sulla produzione e smaltimento dell’eccezionale quota di rifiuti speciali, industriali e tossici italiani, basata sui dati Ispra 2010, che abbiamo quasi “estorto” al Ministero dell’Ambiente grazie alla amicizia personale del ministro Galletti con Padre Maurizio Patriciello. E’ la prima volta che accade dal 2003!
E adesso possiamo ragionare tutti in trasparenza sui questi dati considerando che (per una media del 30 per cento), esiste una eccezionale quota di rifiuti speciali, industriali e tossici prodotta in regime di evasione fiscale e quindi smaltita illegalmente, a cominciare dal micidiale amianto.
Questa “distrazione” eccessiva degli igienisti ed epidemiologi italiani è stata recuperata grazie al più grande movimento ambientalista del dopoguerra guidato e sorretto dalla Chiesa Cattolica, partito dalla Campania e dalla Terra dei Fuochi ma ormai sempre più forte, radicato su tutti i territori italiani e sempre più collegato in rete.
Lo Stato italiano è stato “costretto” a produrre due importantissime quanto imperfette leggi sui reati ambientali, nate magari solo per calmare “l’allarme sociale” come in Terra dei Fuochi, ma necessarie a dare il via ad un indispensabile cambio di rotta sui delitti ambientali che oggi sappiamo avvelenare l’Italia intera. E’ un percorso duro, durissimo, che stiamo imparando essere irto e denso di tranelli e trabocchetti, ed il primo tranello era e resta, per me, il tentativo di bloccare il delitto penale ambientale nelle sabbie mobili del dibattito parlamentare infinito: per i lobbisti è sempre meglio non avere nessuna legge che una legge sia pure imperfetta.
La legge su Terra dei Fuochi ha prodotto comunque quello che nessuno voleva fosse neanche solo accennato: l’inizio di validi controlli ambientali e dati trasparenti sull’eccesso di cancro, specie infantile, in Terra dei Fuochi.
Per questo adesso guardo con fiducia alla pur imperfetta legge sui delitti ambientali: non era e non è una legge di “facciata” e “abusivamente” per me non tende a tutelare le industrie che inquinano in presenza di autorizzazioni, ma dimostra quanto grave sia che lo Stato italiano e la sua classe medica concedano ancora oggi autorizzazioni ambientali in grado di danneggiare e non tutelare la salute pubblica, come ad esempio per l’Ilva di Taranto. (FQ)

giovedì 3 luglio 2014

La lotteria dei malanni. Fortuna che l'aria è pulitissima ora!

Taranto, 21% in più di mortalità infantile rispetto a media

Nella Terra dei Fuochi e a Taranto si muore di più che nel resto delle rispettive regioni, ci si ammala e si viene ricoverati più spesso a causa dei tumori. A rendere pubblici i dati è l’Istituto Superiore di Sanità, che ha appena pubblicato sul proprio sito l’aggiornamento dello studio epidemiologico Sentieri. Un dossier che ilfattoquotidiano.it aveva anticipato nei giorni scorsi, rivelando anche le difficoltà di trovare finanziamenti per completare il lavoro.
A Taranto la mortalità infantile registrata per tutte le cause è maggiore del 21% rispetto alla media regionale. Confermati anche gli eccessi di mortalità per gli adulti trovati dalle precedenti edizioni della ricerca. Secondo lo studio nell’area sottoposta a rilevamenti c’è un eccesso di incidenza di tutti i tumori nella fascia 0-14 anni pari al 54%, mentre nel primo anno di vita l’eccesso di mortalità per tutte le cause è del 20%. Per alcune malattie di origine perinatale, iniziate cioè durante la gravidanza, l’aumento della mortalità è invece del 45%. “Lo studio conferma le criticità del profilo sanitario della popolazione di Taranto emerse in precedenti indagini – scrive l’Iss -. Le analisi effettuate utilizzando i tre indicatori sanitari sono coerenti nel segnalare eccessi di rischio per le patologie per le quali è verosimile presupporre un contributo eziologico delle contaminazioni ambientali che caratterizzano l’area in esame, come causa o concausa, quali: tumore del polmone, mesotelioma della pleura, malattie dell’apparato respiratorio nel loro complesso, malattie respiratorie acute, malattie respiratorie croniche”.
Nella Terra dei Fuochi c’è un eccesso di mortalità rispetto al resto della regione del 10% per gli uomini e del 13% per le donne nei comuni in provincia di Napoli, mentre per quelli in provincia di Caserta è rispettivamente del 4 e del 6%. Lo studio, spiega il sito dell’Iss, si basa sui dati di 55 comuni, e ha riscontrato anche un eccesso di ricoveri ospedalieri per diversi tipi di tumore. “In particolare è stato individuato il gruppo di patologie per le quali sussiste un eccesso di rischio in entrambi i generi per tutti i tre indicatori utilizzati (mortalità, ricoveri, incidenza tumorali) – si legge -, è costituito da: “tumori maligni dello stomaco, del fegato, del polmone, della vescica, del pancreas (tranne che nell’incidenza fra le donne), della laringe (tranne che nella mortalità fra le donne), del rene (tranne che nell’incidenza fra gli uomini), linfoma non Hodgkin (tranne che nella mortalità fra gli uomini)”.
Il tumore della mammella è in eccesso in tutti i 3 indicatori. In provincia di Caserta eccessi in entrambi i generi per i due esiti disponibili (mortalità e ricoveri ospedalieri) riguardano i tumori maligni dello stomaco e del fegato; i tumori del polmone, della vescica e della laringe risultano in eccesso tra i soli uomini”. L’analisi non ha invece trovato un eccesso di mortalità tra i bambini, mentre il tasso di ricoveri nel primo anno di età per i tumori è risultato maggiore del 51% nella provincia di Napoli e del 68% in quella di Caserta. “Per quanto riguarda la fascia di età 0-14 anni si osserva un eccesso di ospedalizzazione per leucemie in provincia di Caserta – spiega l’Iss -. Nella provincia di Napoli, servita dal Registro Tumori, si è osservato un eccesso di incidenza per tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita e nelle classi d’età 0-14″. (FQ)

Nota stampa dell'Istituto Superiore di Sanità


Aggiornato lo studio SENTIERI per la cosiddetta "Terra dei fuochi"(TdF) e per il SIN (Sito d’Interesse Nazionale) di Taranto
Componenti del Gruppo di lavoro ISS per l’aggiornamento dello Studio:
- Loredana Musmeci, Pietro Comba, Lucia Fazzo, Ivano Iavarone (Dipartimento Ambiente e connessa Prevenzione Primaria)
- Stefania Salmaso, Susanna Conti, Valerio Manno, Giada Minelli (Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute)

Sintesi dei risultati




Lo studio sulla cosiddetta "Terra dei Fuochi”"individuata in 55 comuni nelle province di Napoli e Caserta) e sui comuni del SIN di Taranto (Taranto e Statte), affidato dal Parlamento all’Istituto Superiore di Sanità con la Legge n°6 del 6 febbraio 2014, avviatosi a febbraio e conclusosi a maggio, nei tempi previsti dal legislatore, è stato realizzato con lo scopo di rilevare eventuali eccessi di mortalità, incidenza oncologica e morbosità stimata attraverso i dati di ospedalizzazione, riferibili all’esposizione a contaminanti ambientali.

Studio e metodologia

sabato 15 febbraio 2014

La nuova legge Ilva/Terra dei fuochi

Ilva sfida Bruxelles
 
La legge n.6 del 6 febbraio 2014, cosiddetta “legge ILVA/Terra dei Fuochi”, approvata in Senato qualche giorno fa, é una norma che fa storia nella giurisprudenza italiana ed europea perché rappresenta un attacco al bilanciamento dei poteri sancito dalla Costituzione ed una contrapposizione netta al diritto comunitario europeo.
I risvolti di questa recente sanatoria sono molteplici, con importanti conseguenze a livello nazionale ed europeo, che vanno ben al di là della realtà locale di Taranto.
Il primo punto che desta preoccupazione riguarda la flagrante violazione della direttiva europea IPPC (Riduzione e Prevenzione Integrate dell’Inquinamento) e la sua applicazione nel diritto italiano perché, se la direttiva obbliga il governo alla messa a norma degli impianti inquinanti di Taranto attraverso il rispetto dell’AIA (autorizzazione intergrata ambientale), tuttavia con la legge n. 6 si autorizza l’ILVA a non attuare il 20% delle prescrizioni dell’AIA stessa e quindi della direttiva IPPC.
Il comma d dell’articolo 7 sancisce, infatti, che gli stabilimenti di Taranto potranno continuare a produrre anche solo avendo avviato l’adozione dell’80% del numero complessivo delle prescrizioni. In quel 20% di prescrizioni esentate a priori, l’ILVA ed il governo – che controlla e dirige ILVA attaverso la struttura di commissariamento- potranno includervi prescrizioni importanti quali la copertura del parco minerali o la riduzione delle emissioni non controllate della cokeria, che hanno degli effetti potenzialmente molto pericolosi sulla salute della popolazione, dimostrati negli studi scientifici e nelle perizie del Tribunale di Taranto.
Il governo ha deciso quindi di porsi al di là del rispetto della legge e della direttiva europea IPPC e di andare anche contro la sentenza della Corte Costituzionale di maggio scorso (n.85/20) che, nel sancire la persistenza del vincolo cautelare sulle aree ed impianti dello stabilimento ILVA posto sotto sequestro il 25 luglio 2012, ha riaffermato che “l’attività produttiva è ritenuta lecita alle condizioni previste dall’AIA riesaminata. … la cui inosservanza deve ritenersi illecita e quindi perseguibile ai sensi delle leggi vigenti”. ...

giovedì 6 febbraio 2014

Salva Ilva: svelato l'inganno

 di Alessandro Marescotti (dal blog de Il fatto quotidiano)
Il Pd ha votato a favore (con il sostegno del centrodestra), SeL si è astenuta. Il M5S ha votato contro.
La direttiva europea IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control) impone il rilascio di un’autorizzazione per tutte le attività industriali che presentano un notevole potenziale inquinante. Tale autorizzazione viene definita AIA (autorizzazione integrata ambientale) e può essere concessa solo se vengono adottate le migliori tecnologie disponibili e se vengono così rispettate determinate condizioni ambientali, per far sì che le imprese stesse si facciano carico della prevenzione e della riduzione dell’inquinamento che possono causare.
Mi stupisce che PD e SEL si dichiarino europeiste e poi aiutano l’Ilva a sottrarsi proprio a questa direttiva europea per la protezione dell’ambiente e della salute. 
Infatti da ieri la direttiva IPPC è facoltativa per legge al 20%. Sembra assurdo ma è così. ILVA potrà produrre anche se non rispetta il 20% delle prescrizioni dell’autorizzazione a produrre (la cosiddetta AIA, ossia autorizzazione integrata ambientale). E in quel 20% potrebbero rientrare proprio le prescrizioni più “toste” e costose, come la copertura dell’immenso parco minerali (grande come 150 campi di calcio), le cui polveri sporcano quotidianemente la città di Taranto e finiscono nei polmoni.
Ma poiché le leggi hanno valore generale, questa sanatoria si estende a tutti gli italici stabilimenti inquinanti che potranno beneficiare, per un ovvio principio di eguaglianza, del suddetto sconto del 20%. Potranno anch’essi non rispettare le prescrizioni al 20%. E così il governo, con l’aiuto dei brillanti parlamentari “ecodem” del PD, ha varato una delle cose più bizzarre che mente parlamentare potesse partorire. 
E’ come se voi poteste guidare senza mettere le cinture di sicurezza, senza mettere le frecce e senza fermarvi allo stop. E superano il limite di velocità 2 volte su 10.
Vi fermano i carabinieri e dite: sono a norma all’80%, non fatemi la multa.
Per L’Europa si è in regola se si rispettano le norme autorizzative al 100%. Per l’Italia invece da ieri si è in regola se si rispettano le norme anche solo all’80%. E le norme per uno stabilimento grande come quello dell’ILVA sono quelle fissate proprio nell’AIA. L’AIA è un’autorizzazione europea che, oltre che a tutelare l’ambiente e la salute, serve a costringere l’acciaieria A ad adottare le migliori tecnologie disponibili così come ha fatto l’acciaieria B. Se A adotta tecnologie “sporche” e B adotta tecnologie “pulite”, A avrà sul mercato un vantaggio competitivo su B in quanto non spende quanto B per rispettare l’ambiente e la salute. I proprietari di A useranno quel denaro risparmiato per accumulare ancora più profitti (e magari portarli all’estero) o per far scendere il prezzo dell’acciaio che vende sul mercato, in modo da battere la concorrente acciaieria B.
Tutto questo si chiama “concorrenza sleale”. 
Ecco perché quello che è avvenuto ieri, con l’approvazione dell’ennesima legge di sanatoria delle norme che ILVA non rispetta, è il colpo di grazia che pone di fatto l’Italia fuori dalle regole europee, accelerando la procedura di infrazione sull’ILVA avviata dalla Commissione Europea.
Cosa è questa procedura? Lo ha spiegato il senatore Sollo (ralatore al Senato per il PD): “Giovedì 26 settembre 2013 la Commissione europea ha avviato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, concedendo due mesi per rispondere, con l’ipotesi che il Governo italiano non abbia garantito il rispetto delle direttive UE da parte dell’Ilva di Taranto, con gravi conseguenze per salute e ambiente, e in particolare per la «mancata riduzione degli elevati livelli di emissioni non controllate generate durante il processo di produzione dell’acciaio”.
Già nel giugno dell’anno scorso i tecnici dell’ISPRA, deputati alle ispezioni e ai controlli, avevano rilevato nello stabilimento siderurgico gravi ritardi e violazioni delle prescrizioni autorizzative.
Ma la situazione, invece di risolversi nelle successive ispezioni, si è andata aggravando e si attende a giorni la relazione con gli esiti dell’ultima ispezione che riporterà l’elenco delle cose non fatte dall’ILVA oggi guidata da Edo Ronchi, un passato in Democrazia Proletaria, un passato prossimo nei Verdi e poi nel PD e un presente come subcommissario ILVA.
E poiché si incancrenisce la lista delle cose non fatte e delle violazioni alle prescrizioni AIA, ecco che è arrivata la sanatoria. Anche perché la prima legge Salva-Ilva (quella del dicembre 2012) era finalizzata proprio a realizzare l’AIA e la incorporava nella legge al fine di sconfiggere la magistratura che aveva posto sotto sequestro gli impianti. La Corte Costituzionale vincolava il proprio parere di costituzionalità di quella legge solo all’effettiva e scrupolosa esecuzione del cronoprogramma, che è invece saltato.
In questa situazione del tutto anomala che ha fatto il Parlamento? Ha messo una toppa.
Con la nuova legge approvata oggi in Parlamento, l’Ilva e altri impianti strategici possono essere autorizzati a produrre anche se non rispettano l’AIA integralmente in base all’articolo 7 comma 8 che consente l’attività produttiva a condizione che “siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno l’80 per cento del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”.  Questo recita l’articolo 7 comma 8 del del decreto-legge 10 dicembre 2013, n.136, ieri convertito definitivamente in legge dal Senato.

Che cosa significa questo?
Fate attenzione.
a) Le prescrizioni dell’AIA ILVA sono 94 (più due).
b) La prescrizione n. 1 riguarda la copertura del parco minerali.
c) E’ del tutto ovvio che con questa legge si sancisce la possibilità di non coprire il parco minerali (che vale solo l’1% delle prescrizioni).
Non solo. Quella norma consente di produrre anche se non sono state realizzate le prescrizioni. Basta che siano “avviati gli interventi”. Infatti la sapiente manina che ha redatto la legge precisa: “fermo restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”. Il che significa che è importante avviare un’opera di risanamento, non finirla nei termini temporali previsti dalle prescrizioni.
Con buona pace della Corte Costituzionale che richiedeva il rispetto rigoroso del cronoprogramma con la “puntuale, scrupolosa e costante osservanza dell’AIA”.
In sintesi, come abbiamo già detto, la legge si rispetta al 100% e non all’80%. E così pure le prescrizioni dell’AIA che sono state incorporate nella legge Salva-Ilva del dicembre 2012 che gli allora sostenitori oggi si pentono di aver fatto in quanto non può essere rispettata dall’ILVA. Se non si rispettava la legge del dicembre 2012 scattava per l’ILVA una multa fino al 10% del fatturato. Ora non più, la vecchia legge era “troppo severa” e andava cambiata. E l’hanno cambiata, proprio loro che nel dicembre 2012 giuravano trionfalmente che l’AIA sarebbe stata realizzata in tempi rapidi e che l’ILVA sarebbe diventata una fabbrica modello. Andate a leggere le dichiarazioni degli ecodem del PD.
Paradossale, vero?
Sullo sfondo di questa legge di sanatoria c’è la tragedia di Taranto, a cui per la verità il relatore del PD, il senatore Pasquale Sollo, ha fatto cenno con queste veritiere parole: “Per ciò che riguarda la perizia epidemiologica, i modelli adottati dai periti di parte nominati dalla procura di Taranto hanno attribuito per tutte le cause di morte, nei sette anni considerati: un totale di 11.550 morti, con una media di 1.650 morti all’anno; un totale di 26.999 ricoveri, con una media di 3.857 ricoveri all’anno, soprattutto per cause cardiache, respiratorie e cerebrovascolari. Gran parte delle sostanze rilevate nella perizia sulle emissioni sono state poi considerate in quella epidemiologica come «di interesse sanitario». Gli esiti sanitari per cui secondo taluni esiste una «forte evidenza scientifica» di un possibile danno che potrebbe essere attribuito alle emissioni del siderurgico sarebbero: mortalità per cause naturali, patologie cardiovascolari e respiratorie (queste ultime in particolare per i bambini), tumori maligni e leucemie”.

sabato 1 febbraio 2014

Assist?

Decreto Ilva, la Camera approva. La palla passa al Senato

L’Aula della Camera ha approvato nella serata di ieri il disegno di legge di conversione del decreto-legge 10 dicembre 2013, n. 136, recante “disposizioni urgenti dirette a fronteggiare emergenze ambientali e industriali ed a favorire lo sviluppo delle aree interessate”, ovvero la Terra dei Fuochi e l’Ilva di Taranto.
I voti favorevoli sono stati 268, quelli contrari 2 e gli astenuti 15 (SEL). Il provvedimento passa ora al Senato, che avrà però tempo soltanto sino al prossimo 9 febbraio per approvare il testo. Il che vuol dire che quasi certamente non ci sarà il tempo per la presentazione e l’approvazione di eventuali nuovi emendamenti (visto che la commissione Ambiente del Senato ha fissato per lunedì la scadenza per la presentazione degli stessi), con i senatori che saranno costretti ad approvare il testo licenziato ieri dalla Camera senza colpo ferire. L’Aula del Senato voterà il decreto tra mercoledì 5 febbraio e giovedì 6 febbraio, secondo quanto deciso dalla conferenza dei capigruppo del Senato mercoledì.
L’accelerata per l’approvazione del disegno di legge, è avvenuta dopo che il Pd ha chiesto l’inversione dell’ordine del giorno con l’intento di passare dall’esame della legge elettorale al dl in scadenza il 9 febbraio. Dopo il voto favorevole dell’Aula all’inversione dell’ordine del giorno, è iniziato a passo spedito l’esame del dl.
La cui approvazione ha confermato in toto l’impianto del testo approvato dalla Commissione Ambiente della Camera lo scorso 13 gennaio. Ok dunque all’aumento di capitale che Bondi sarà autorizzato ad effettuare “a pagamento nella misura necessaria ai fini del risanamento ambientale”, attraverso la possibilità di offrire le azioni “in opzione ai soci in proporzione al numero delle azioni possedute”, e con “le azioni di nuova emissione che potranno essere liberate esclusivamente mediante conferimenti in denaro”.
E’, infatti, previsto che il commissario Enrico Bondi avrà il potere di aumentare il capitale sociale dell’Ilva Spa chiedendo alla proprietà (il gruppo Riva) di partecipare. In caso di rifiuto, il commissario potrebbe limitare i diritti di opzione e di prelazione, ricorrere a investitori terzi per l’aumento del capitale sociale ma anche chiedere all’autorità giudiziaria lo svincolo delle somme sequestrate alla proprietà anche per reati diversi da quelli ambientali (quelli derivanti dal reato di frode fiscale contestato al gruppo dalla Procura di Milano che ha già provveduto al sequestro di 1,2 miliardi di euro ed ha scovato nel paradiso fiscale di Jersey altri 700 milioni di euro). Soldi, questi,da destinare nelle intenzioni del governo alla bonifica dello stabilimento di Taranto. Per non parlare delle risorse (almeno un altro miliardo di euro) che servirebbero per una oramai non più rinviabile manutenzione degli impianti dell’area a caldo.
In caso, inoltre, “di proscioglimento” da tali reati, le somme “per la parte in cui sono impiegate per l’attuazione dell’autorizzazione integrata ambientale e delle altre misure previste nel piano delle misure e salvo conguaglio per la parte eccedente, non sono comunque ripetibili”. Eppure, giorni addietro sembrava che a Roma si fossero convinti dell’impossibilità di percorrere tale strada (appare pressoché certo un ricorso del gruppo Riva). Ciò detto, come abbiamo avuto modo di riportare più volte su queste colonne, il testo del decreto risponde ad un’idea, l’ennesima, del tutto irrealizzabile.
A cominciare proprio dalle risorse sequestrate che non potranno essere utilizzabili sino alla conclusione del processo sull’inchiesta milanese, peraltro nemmeno iniziato. Stesso discorso per l’ipotetico aumento di capitale, che non è chiaro con quali risorse finanziarie dovrebbe essere effettuato, visto che l’Ilva Spa non è in grado di farvi fronte e sul quale il gruppo Riva ha mai preso posizione sino ad oggi. Iniezione di risorse fresche che, tra l’altro, è da sempre l’unica strada percorribile per finanziarie i lavori previsti dall’AIA rimodulati nella tempistica (ed anche nella loro attuazione) dal piano ambientale (che non è chiaro se sarà effettivamente approvato entro il prossimo 28 aprile come stabilito dal decreto). Inoltre, finché non saranno trovate le risorse per il piano ambientale, quello industriale resterà nel cassetto. Con le banche che non si muoveranno di un passo, visto che toccherà a loro finanziarlo.
Confermato lo screening sanitario della popolazione. Il decreto stabilisce che verranno utilizzati 25 milioni dal Fondo sanitario nazionale nel 2014 e altri 25 milioni nel 2015 per svolgere esami per il controllo dello stato di salute della popolazione dei Comuni della Terra dei fuochi e dei Comuni di Taranto e di Statte. Gli screening dovranno riguardare anche la prevenzione. Anche in questo caso, come abbiamo avuto modo di riportare nei giorni scorsi, non capiamo il perché, soprattutto sull’area SIN di Taranto e Statte, debbano ancora essere effettuati studi (oltre alla prosecuzione del progetto SENTIERI), dopo che negli ultimi 30 anni ne siano stati svolti non pochi, con risultati pressoché identici sul grave stato di salute in cui versano da decenni operai e cittadini a causa delle emissioni della grande industria situata a due passi dalla città.
Confermato anche l’emendamento che prevede che sia l’Ilva a pagare i costi delle analisi e dei campionamenti che saranno effettuati all’interno del siderurgico. Unica “novità” è che “tutti gli interventi e le operazioni previste devono essere documentate e facilmente rintracciabili nel sito istituzionale del ministero dell’Ambiente”: ed era anche ora visto che ogni volta per cercare un documento bisognava iniziare una caccia al tesoro al termine della quale si restava il più delle volte con un pugno di mosche in mano. Buon weekend.
Gianmario Leone (TarantoOggi, 01.02.2014)

lunedì 13 gennaio 2014

Sempre mezzo pieno per il Sole

Decreto Ilva-Terra dei Fuochi : ok da commissione Ambiente. 25 milioni per gli screening

Venticinque milioni di euro per il 2014 e il 2015 per effettuare gli screening medico-sanitari sulla popolazione che risiede nelle aree dell'Ilva di Taranto e della Terra dei Fuochi della Campania.
E' l'elemento di novità emerso con l'approvazione degli emendamenti al decreto legge 136 avvenuta oggi pomeriggio nella commissione Ambiente della Camera. Il decreto passa ora all'aula dove la discussione generale comincerà domani pomeriggio. Ultimo passaggio poi in Senato per la definitiva conversione in legge del provvedimento varato dal Consiglio dei ministri lo scorso 3 dicembre.

«Il coordinamento dell'attività relativa agli screening - dice il relatore del decreto, il deputato Pd Alessandro Bratti - sarà fatto dall'Istituto superiore di sanità, detentore del know kow specifico. Direi che con questo stanziamento abbiamo rafforzato nel decreto la parte delle misure che attiene la tutela sanitaria della popolazione delle due aree interessate al provvedimento. Rispetto ai provvedimenti precedenti è sicuramente un passo avanti» dice ancora Bratti, che poi conferma la prosecuzione delle indagini, sempre da parte dell'Istituto superiore di sanità nell'ambito dello studio «Sentieri», relative alla valutazione dell'impatto dell'inquinamento sulle condizioni di salute e di vita delle popolazioni esposte.

Approvato anche l'emendamento relativo all'aumento di capitale dell'Ilva quale strada per assicurare all'azienda le risorse necessarie ai lavori di risanamento ambientale. Il percorso individuato è quello che già era emerso nei giorni scorsi, ovvero che il commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, proporrà alla proprietà dell'azienda, i Riva, di partecipare all'aumento di capitale. In caso di loro rifiuto, il commissario potrà ricorrere a investitori terzi ma anche chiedere all'autorità giudiziaria lo svincolo delle somme sequestrate ai Riva per reati diversi da quelli ambientali e finalizzarle alla bonifica del sito industriale di Taranto. Si tratta, in sostanza, del miliardo e 900 milioni di euro che la Procura di Milano ha messo sotto chiave ai Riva accusandoli di reati fiscali e valutari. «Nel decreto - afferma Bratti - abbiamo anche puntualizzato che la partita finanziaria deve chiudersi entro il 2014. Ma non andrà effettuato solo l'aumento di capitale. No, i soldi devono esserci e spendibili». Inoltre, aumentata dal 70 all'80 per cento la quantità di prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale che il commissario dell'Ilva deve aver avviato nel periodo - in sostanza l'attuale - che precede la presentazione del piano ambientale e del piano industriale, attesi rispettivamente per fine febbraio e a seguire subito dopo. «Nell'80 per cento - rileva Bratti -, come ha detto anche il ministro dell'Ambiente, Andrea Orlando, si intendono sia le attività dell'Aia concluse che quelle attivate».

Per il presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci, già presidente nazionale di Legambiente, «grazie a un lavoro intenso la commissione Ambiente, che ha svolto audizioni anche tra Natale e Capodanno e ha anticipato la ripresa dei lavori della Camera dopo la pausa di fine anno, ha rafforzato molto il decreto Terra dei Fuochi e Ilva. Tra i miglioramenti apportati, anche molte delle richieste fatte da comitati e associazioni ambientaliste in sede di audizione. In particolare - osserva Realacci - sono state inserite misure che introducono nuovi mezzi e strumenti per tutelare la salute dei cittadini, consentono di contrastare più efficacemente la criminalità organizzata, reperiscono anche dai beni sequestrati ai clan fondi per avviare le bonifiche prioritarie» e infine «allargano le forme di partecipazione di cittadini e comunità. Introdotti anche strumenti - conclude Realacci - per reperire dai beni della famiglia Riva le risorse necessarie per il risanamento ambientale e le bonifiche dell'Ilva» (Sole24h)

giovedì 9 gennaio 2014

Accade in parlamento

Ilva, 350 emendamenti all’esame della commissione Ambiente (Camera)

Se l’Ilva non dovesse applicare l’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) si procederà ad una “pianificazione economica alternativa” per i comuni di Taranto e Statte. E’ quanto prevede un emendamento (art. 9-bis) presentato dal Movimento 5 Stelle al decreto sulle emergenze ambientali e industriali (il così detto Terra dei Fuochi ma che dispone anche sull’Ilva), all’esame della commissione Ambiente della Camera. Si tratta, in sostanza, di una proposta “paracadute” nel caso in cui l’AIA non venga applicata oppure per far fronte a “problemi del mercato dell’acciaio” e al “grave stato di crisi occupazionale della città di Taranto e Statte”.
In questo caso, il ministero dello Sviluppo economico convoca a Taranto – entro 60 giorni dalla conversione dal decreto – una “procedura di consultazione e confronto delle proposte di riconversione e riqualificazione nell’area di crisi industriale complessa di Taranto” della durata di 24 mesi. Obiettivo della consultazione sarà definire una proposta di pianificazione economica alternativa, nel pieno rispetto ambientale e della salute delle popolazioni. Infine, oltre alla pubblicazione on-line dei documenti, si dovranno indire nell’arco dei 24 mesi dei referendum di consultazione popolare senza quorum, nei Comuni di Taranto e Statte.
Ma nei 350 emendamenti presentati al testo, ce ne sono anche altri riguardanti l’Ilva. Come l’esenzione dal ticket sanitario per almeno 5 anni per gli abitanti di Taranto e Statte (richiesto dal Comitato “Cittadini Liberi e Pensanti” nell’audizione in commissione Ambiente alla Camera martedì scorso), l’esenzione dal pagamento dell’Imu sulla prima casa per tre anni per i cittadini residenti in determinati quartieri di Taranto e a Statte (le compensazioni toccano anche rifiuti, acqua ed energia). Ma tra le proposte di modifica al decreto ci sono anche quelle che prevedono il ritorno della figura del Garante e il possibile riesame dell’AIA in base alla Valutazione del danno sanitario.
Infine, sia per Taranto e Statte che per la Terra dei Fuochi, sono stati presentati emendamenti per l’integrazione allo studio Sentieri dell’Istituto superiore di Sanità per le aree inquinate, messa in sicurezza d’urgenza dei terreni e bonifica ambientale dei siti, tecniche di telerilevamento, maggiore attenzione alle falde d’acqua eventualmente contaminate, analisi chimiche, mappatura e costituzione di una banca dati dei terreni agricoli “sani”, utilizzo delle forze dell’ordine a presidio del territorio. Ma gli emendamenti, una volta approvati dalla commissione Ambiente, dovranno passare dalle forche caudine della Camera e del Senato. Il che non lascia adito a grandi speranze. (inchiostroverde)

mercoledì 20 novembre 2013

A nord della terra dei fuochi

un articolo di Andrea Palladino del 19.11 pubblicato sul Manifesto

Parla un imprenditore che preferisce restare anonimo per timore di vendette: «I primi carichi partono per il sud nell'85 da Toscana e Lombardia. Gli stessi camion poi riportavano al nord frutta e verdura»

Se vuoi capire i veleni della terra dei fuochi, devi guardare a nord. Nel cuore della Lombardia e della Toscana si è sviluppato il sistema criminale di gestione dei rifiuti, grazie ad amministrazioni comunali e industrie compiacenti, pronte a spedire i veleni verso la Campania. E il Lazio. Anzi, è alle porte di Roma che ha inizio la dolorosa storia di Gomorra. Un parto che ha una data precisa di nascita, il 1985.
Il racconto che un imprenditore molto importante del settore ambientale ha fatto in esclusiva al manifesto lascia poco spazio alla fantasia. Chiede l'anonimato, perché sa che la Camorra non perdona chi decide di raccontare e spiegare come funzionano gli affari milionari dei clan. Con voce decisa punta il dito verso il sistema industriale italiano: «La scorciatoia nasce sempre dall'industria - spiega -, sono sempre le aziende manifatturiere che la cercano. Se le imprese fossero etiche a monte, questo meccanismo non si innescherebbe. Secondo lei le aziende non capiscono che se il rifiuto viene smaltito con sconti del 30 o del 40% c'è qualcosa che non va? Chiudono gli occhi e fingono di essere a posto». A costo di avvelenare l'intero paese. Magari usando gli stessi camion delle scorie per riportare al nord la frutta della Campania felix. Veleni che viaggiano contaminando l'intero paese.
Gianni - è il nome di fantasia che useremo - ha un ricordo ben preciso su quello che è accaduto: «Tra il 1984 e il 1985 le analisi realizzate dalle varie agenzie ambientali sulle emissioni degli inceneritori dei rifiuti nel nord rilevarono alte concentrazioni di diossina. Tutti gli impianti dell'epoca furono chiusi uno dopo l'altro, cominciando dall'inceneritore di San Donnino a Firenze: da lì nacque tutto. Scatta l'emergenza, le regioni del nord spediscono i rifiuti verso le regioni del sud. Il Lazio fu la prima regione invasa da rifiuti partiti prima dalla Toscana e poi dalla Lombardia. Fu la discarica di Latina, Borgo Montello, in particolare a fare la parte del leone».

Dal girobolla alla camorraÈ solo l'inizio della storia. Le regioni Lazio e Campania cercano di bloccare il flusso vietando l'arrivo della monnezza dal nord. Un provvedimento che subito viene eluso introducendo il sistema del girobolla: «Gli impianti ricevevano ugualmente i rifiuti, destinati a una zona autorizzata solo formalmente. Ad esempio in Puglia, c'era una discarica che non aveva avuto divieti di ricevere i rifiuti dal nord - racconta Gianni - e sulla carta era una destinazione finale: timbrava i moduli, ma in realtà questi carichi andavano da un'altra parte. Conveniva di più: i camion si fermavano a Latina, per intenderci, i rifiuti venivano effettivamente messi in discarica a Borgo Montello, anche se i moduli venivano poi timbrati e firmati da un impianto pugliese. Lì, ad esempio, si possono trovare i sacchi blu dell'indifferenziato partito dalla Lombardia. Gli intermediari avevano tutti i timbri della destinazione fittizia in Puglia, preparavano le carte e tutto era a posto». Se in Campania e nel Lazio oggi abbiamo i veleni che contaminano le terre, lo dobbiamo anche alle discariche "virtuali" pugliesi: «Pensi, c'erano invasi in Puglia intonsi, che sulla carta hanno smaltito centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti, senza mai ricevere un solo chilo». E così i rifiuti di Lombardia e Toscana arrivano come un fiume in piena verso il Lazio e, soprattutto, la Campania. Saturando ogni spazio.
Tra Napoli e Caserta i clan subito intuiscono la portata dell'affare: «Tutte le discariche della Campania - continua Gianni - erano nelle mani della Camorra. Se non direttamente, erano in qualche modo permeabili alla pressione dei clan: Sessa Aurunca, Mondragone, quella di Vassallo, un'altra vicino a Caserta di cui non ricordo ora il nome, DiFraBi (Pianura), Terzigno, Giugliano...». Il sistema si evolve, i clan creano una rete di broker e di società commerciali che riescono ad assicurarsi gli appalti delle municipalizzate del nord Italia. Non solo: «Una volta che avevo l'autorizzazione formale dalla Puglia ad esempio, i rifiuti li potevo portare ovunque. In una cava d'argilla, li interro lì, do quattro soldi o minaccio il proprietario, non li vede nessuno e formalmente i rifiuti sono andati da un'altra parte».
Non bastano più i rifiuti solidi urbani, gli affari diventano giganteschi con la gestione delle scorie più pericolose, i veleni delle industrie. Qui entrano in gioco personaggi di spessore, come l'avvocato Cipriano Chianese, ritenuto dalla Dia il prestanome del clan dei Casalesi nel settore dei rifiuti. «Lui ha messo di tutto nella sua discarica - prosegue Gianni -, ma utilizzava lo stesso sistema del girobolla: se oggi si facesse il calcolo sui suoi sistemi di smaltimento si potrebbe vedere che formalmente ha ricevuto milioni di tonnellate, ma in discarica ne ha messe centinaia di migliaia. Il resto è finito disperso nelle cave, nelle campagne». C'è una discarica solo di carta, e uno sversamento a basso costo dove più conviene come sistema occulto. Pezzi dello stesso sistema.

Dai rifiuti tossici alla verduraIl primo avvelenamento - quasi come un contrappasso - è finito al nord, in quelle stesse città che spedivano le scorie: «La maggior parte dei camion che arrivavano nel sud con i rifiuti pericolosi, poi risalivano al nord con i prodotti alimentari, per ottimizzare la logistica. Quegli stessi camion arrivavano in Campania carichi di rifiuti da sversare e tornavano al nord carichi di frutta e verdura... Prima di inquinare i terreni, hanno inquinato i prodotti!». Così i trafficanti hanno avvelenato e ucciso.