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lunedì 28 settembre 2009

DIFFERENZIAMOCI PER DAVVERO

Ecco il bell'articolo di Paola Fornaro pubblicato sull'ultimo numero della "Voce del Popolo". Ci siamo permessi di sottolineare alcuni "passaggi critici" dell'intervista al presidente Pucci, che preferisce l'estetico inceneritore agli antiestetici cassonetti colorati della differenziata...

sabato 30 maggio 2009

Punti di vista: storie dall'altro mondo

Dopo l'Ilva, ancora l'Ilva.
L'immutabilità religiosa dello scenario urbano
in una prospettiva vista da un tubo
.


Il vuoto
Giuse Alemanno, Voce del Popolo del 17 maggio 2009

Come si può spiegare ciò che non c’è?
Come si può far capire ai lettori il senso di smarrimento di chi lavora in ILVA nell’epoca della cassa integrazione che coinvolge il 70% della forza lavoro? Credo sia impossibile, anche usando al meglio il mio mestiere delle parole. Più volte, da queste pagine, ho detto che l’ILVA, per chi ci lavora dentro, è una entità complessa, articolata, indefinibile. Una volta arrivai al paradosso di scrivere che ‘L’ILVA non esiste’ perché, in realtà, non esiste per come viene comunemente, e con una certa superficialità, percepita.
Ma da allora sembra sia passato un secolo, invece sono soltanto trascorsi una manciata di mesi.
Ed è successo di tutto.
Primo dicembre 2008: la cassa integrazione riguardò 2.146 lavoratori. 43 giorni dopo, 12 gennaio 2009, i coinvolti nei giri di ‘cassa’ salgono a 3.544. Al 2 marzo si raggiungono i 5.146 cassaintegrati. Dal primo giugno saranno 6.700.
Come faccio, a parole, a trasmettere ai lettori che effetto straniante si avverte a camminare nelle campate vuote? Per noi che lavoriamo in ILVA i rumori, i fumi, le scintille, i mezzi pesanti, le gru, i carri ponte, le montagne di minerale, i coils d’acciaio, i tubi, e tutto il resto sono ‘normali’. Ma la cosa più normale di tutte è il continuo incontro/scontro tra colleghi, con le mille inflessioni di dialetti diversi, con le mille e mille storie di una fabbrica quasi completamente al maschile. Dove saranno oggi Martino di Alberobello, e Antonio di Casarano, e Giampiero di Francavilla Fontana, e Stefano di Laterza, e tutti gli altri? Non ho mica voglia di scrivere una Spoon River tarantina…
La cassa integrazione ha sottratto ai lavoratori dell’ILVA, oltre ai soldi, il senso di comunità.
Altra cosa dura da ingoiare è un paradosso: sui giornali pugliesi del primo maggio, festa dei lavoratori, venne pubblicata in prima pagina, condita di pere-ppe-ppè, la notizia del successo di Marchionne per l’accordo FIAT – Chrysler e, nelle pagine regionali interne, l’ufficializzazione della cassa integrazione per l’ILVA al 70% della forza lavoro. Silviuccio di Brianza spese, in quel di Napoli, il suo sorriso a premio del manager di Chieti in cachemire blu, maledizione se disse una parola su 6.700 lavoratori che fibrillano in cassa integrazione fuoriuscendo da una azienda il cui proprietario intervenne, in solido, nell’affaire CAI-Alitalia.
Core ‘ngrato!
Addirittura i massimi livelli dirigenziali dell’ILVA si sono affacciati dai mezzi di comunicazione per dire: ‘guardate che il guaio è serio ’. C’è voluta una intervista di Emilio Riva al Sole 24 Ore per sentire l’unica cosa che ha creato un minimo di fiducia ai lavoratori dell’ILVA; pur non dicendolo a chiare lettere, Emilio Riva ha lasciato intendere che l’acciaio non abbandonerà Taranto e che lo stabilimento ILVA è strategico negli interessi del gruppo Riva.
In questo momento gli unici lavori che si fanno sulla Via Appia sono quelli per adeguare gli impianti (fermi) alle recenti norme riguardanti le criticità ambientali.
Che gli impianti siano fermi hanno contezza soprattutto gli abitanti dei quartieri di Taranto confinanti con l’ILVA: erano anni che non respiravano aria così pulita.
Resta solo da augurarsi che da questa crisi si esca tutti al meglio e in fretta, con un ambiente definitivamente più pulito, con condizioni lavorative definitivamente consolidate e con un migliorato rapporto tra i massimi rappresentanti dell'ILVA e la comunità jonica.
E poi perché vorrei cancellare una scritta che ho letto su un armadietto e credo che sia ancora lì: L’ILVA E’ UN BEL POSTO PER VIVERCI, SE SEI UNA BRAMMA.

venerdì 26 settembre 2008

Taranto. La società liquida si lascia suicidare

Inquinamento da emissioni industriali: Regione contro Governo. E i tarantini? A braccia conserte, o quasi.

Da La Voce del Popolo, n.2, 2008
Antonuccio Silvestri

E’ conoscenza diffusa e accettata, quindi scienza,che il rapporto tra l’uomo e l’ambiente è uno dei determinanti fondamentali dello stato di salute della popolazione.
Da qui la gravità del rischio sanitario correlato alle matrici ambientali.Ne deriva la necessità di valutare i problemi sia dal punto di vista dello stato di salute che della qualità dell’ambiente.
In generale,la prevenzione-o la lotta nei casi già gravemente compromessi- delle malattie che si originano dalla qualità dei fattori ambientali richiede un vasto sforzo combinato che va dalle azioni sui comportamenti e gli stili di vita alle tecniche produttive industriali e alle misure istituzionali che consentono di garantire la sicurezza delle popolazioni esposte ai rischi ambientali.
Tale esigenza assume un particolare rilievo per Taranto,Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola ghettizzati in “area ad elevato rischio di crisi ambientale”:gli studi epidemiologici evidenziano una espansione dello stato di morbilità ed una crescita degli indici di mortalità correlati al grado di inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo con registrazione di tutti i tipi di tumore e,in particolare,di tumori al polmone e della pleura, della vescica, del sistema emolinfopoietico e della pelle, nonché di patologie non neoplastiche dell’apparato respiratorio e cardiovascolare.
Tutto questo nonostante i numerosi piani di disinquinamento, la creazione del registro tumori dell’area jonico-salentina,eccetera.
E gli effetti sono “vissuti”(si fa per dire) e sofferti sulla propria pelle, i propri organi, la propria salute e la propria vita.A Taranto,si sa, si vive una realtà in cui l’intera comunità condivide una condizione di fragilità e di vulnerabilità che giunge a modificare il profilo identitario e, in modo anche importante, la qualità della vita.
Le contromosse. Prendiamo l’accordo di programma con Ilva per la bonifica dell’area industriale di Taranto in discussione tra Governo,Regione, enti locali e industriali.Valore del’investimento: 200 milioni di euro di cui un terzo a carico della Regione e il resto a carico del governo che può rivalersi sugli imprenditori inadempienti.Cosa prevede: la caratterizzazione e l’eliminazione dei fattori inquinanti al fine di realizzare la riqualificazione ambientale dell’area interessata dall’industria siderurgica.
Bene, la Regione con i suoi organismi tecnici (Arpa) e i suoi organi politici (presidente e assessore all’ecologia) richiede un abbattimento della concentrazione di diossina al di sotto di un nanogrammo rispetto ai 3.5 ritenuti compatibili dall’azienda siderurgica.Sappiamo che l’apparato tecnico del Ministero dell’Ambiente ha contestato i dati dell’agenzia regionale e che in difesa della posizione pro-aziendale è sceso in campo lo stesso Ministro Stefania Prestigiacomo (niente considerazioni sulla sensibilità umana e politica).
Ora, se nel Friuli hanno imposto un limite di 0.4 nanogrammi alla diossina vuol dire che è tecnologicamente possibile.E’ solo questione di soldi, o meglio di aver voglia di investire una fetta superiore degli utili che Ilva si ritaglia su Taranto, per far vivere meglio i tarantini.
In questa città, però,le barricate non le fa nessuno.
E bisogna accontentarsi dell’azione, incisiva ma purtroppo non vincolante, delle associazioni ambientaliste.
La settimana scorsa sono andate a protestare anche sotto i cancelli dello stabilimento siderurgico durante l’ispezione effettuata dai rappresentanti degli enti locali.

Il Comitato per Taranto (un pungolo continuo la sua azione incessante) ha, se non altro, alzato il livello di sensibilità al problema e fornito informazioni spesso sconosciute a chi va poi a sedersi ai tavoli in cui sono prese le decisioni.
Una nuova coscienza sta formando l’associazione “Bambini contro l’inquinamento” creata dal pediatra Giuseppe Merico che porta sotto le sue insegne centinaia di ragazzini e sfila nelle strade del quartiere Tamburi, il più esposto alle polveri dell’Ilva.
I tarantini, però, pretendono azioni e atteggiamenti più netti anche dai propri amministratori.
Comune e Provincia sembrano più accomodanti anche se esibiscono chiusure drastiche di fronte ai tentennamenti aziendali , ai suoi ritardi, ai suoi silenzi.
Ma c’è da capire gli enti locali: il legame tra sviluppo, occupazione e ambiente li strangola.
La Regione, che sta a Bari, mostra la faccia feroce e ha detto chiaro e tondo che non rilascerà l’autorizzazione integrata ambientale se la diossina non si abbasserà al livello di un nanogrammo.
Che resta un valore simbolico, ma sarebbe meglio se arrivasse a 0.5. E Taranto? Mancano alla classe politico.dirigenziale, generalmente intesa-anche nei tempi operativi, visto che la questione Ilva e simili non nasce certo con patron Riva- volontà e forza identitarie.
Tutto ciò ha un nome: il sociologo polacco-britannico Zygmunt Barman, quando esamina e definisce, la condizione attuale delle comunità, usa l’immagine di “società liquida”, non in grado cioè di indignarsi, di ridefinirsi, di consolidarsi.