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martedì 17 novembre 2015

L'ennesima vittima di otto decreti di Stato

Schiacciato da un tubo
muore un operaio all'Ilva
Area sequestrata e sciopero

Un operaio della ditta d’appalto 'Pitrellì è morto in un incidente sul lavoro avvenuto nel reparto Agglomerato dell’Ilva di Taranto. La vittima è Cosimo Martucci, 49enne di Massafra (Taranto). È rimasto schiacciato da una grossa condotta metallica utilizzata per l’aspirazione dei fumi che si è sganciata dall’imbracatura, travolgendolo. L’incidente è avvenuto in un piazzale nei pressi del reparto Agl2 (Agglomerato) dello stabilimento siderurgico. 

L’operaio pare sia morto poco dopo l’arrivo dell’ambulanza. Personale dello Spesal (Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro) dell’Azienda sanitaria locale sta raccogliendo informazioni per stabilire le cause dell’incidente.

AREA SEQUESTRATA - La procura di Taranto ha aperto un fascicolo d’inchiesta sulla morte di Cosimo Martucci. L’area dove è avvenuto l'incidente è stata sottoposta a sequestro in attesa degli accertamenti per stabilire la dinamica dell’accaduto.

Sul posto si sono recati il procuratore Franco Sebastio e il sostituto procuratore Rosalba Lopalco. L’ultimo incidente, prima di quello di oggi, che costò la vita a un operaio all’interno dello stabilimento si era verificato l’8 giugno scorso. Quattro giorni dopo (il 12 giugno) morì per le gravissime ferite riportate il 35enne Alessandro Morricella, che era stato investito da una fiammata, mista a un getto di ghisa incandescente, mentre misurava la temperatura del foro di colata dell’Altoforno 2. Il 4 settembre 2014, in un altro incidente, morì Angelo Iodice, di 54 anni, originario della provincia di Caserta, della ditta 'Global Servicè dell’appalto Ilva, che fu travolto sui binari da un mezzo meccanico nell’area dell’Acciaieria 1.

PROCLAMATO LO SCIOPERO IMMEDIATO - Le organizzazioni sindacali hanno proclamato lo sciopero immediato degli operai dell’Ilva e delle ditte appaltatrici in seguito all’incidente.

 «Ancora una volta rivendichiamo duramente e fermamente le ragioni di sicurezza in fabbrica indiscutibilmente messe in discussione da tutte una serie di ritardi e carenze organizzative, più volte denunciate dalle organizzazioni sindacali». Lo scrivono le Rappresentanze sindacali unitarie di Fim, Fiom, Uilm ed Flmu annunciando lo sciopero dei lavoratori dell’Ilva e delle ditte dell’appalto fino alle 7 di domani mattina in seguito all’incidente in cui ha perso la vita il 49enne operaio di Massafra Cosimo Martucci, della ditta Pitrelli, nelle vicinanze del reparto Agl 2 (Agglomerato). Il lavoratore, scrivono i sindacati, è rimasto schiacciato «durante le manovre di sistemazione di un tratto di carpenteria metallica».

Riguardo al tema dei contratti, ha proseguito Barbagallo, «noi avevamo avanzato una proposta a febbraio, il 25 novembre si confronteranno i nostri segretari» dei diversi sindacati «che si occupano di contrattazione e speriamo che tirino fuori un progetto».

Ad ogni modo, sul versante di una proposta unitaria, ha argomentato ancora il segretario generale della Uil, «noi siamo pronti da tempo, mi pare che il confronti sui tavoli contrattuali di categoria stia andando avanti ed è opportuno che i nostri responsabili che seguono la contrattazione il 25 riescano a fornirci materia per definire una proposta unitaria alla controparte».

Anche perchè, ha aggiunto, «adesso è arrivato il momento per confrontarci, per trovare una soluzione unitaria per andare al tavolo con le controparti. Il 25 - ha ribadito - ci sarà un incontro con i tecnici ed i segretari che seguono la contrattazione: bisogna vedere se ci sarà una sintesi per una proposta unitaria - ha concluso -: la stiamo aspettando da febbraio».

USB - «Questo ennesimo incidente mortale è la riprova del fallimento totale della gestione commissariale, una gestione che non mette in condizione i lavoratori di operare in sicurezza e che finora ha pensato di andare avanti a colpi di falsi proclami». Lo sottolinea in una nota Francesco Rizzo, coordinatore dell’Usb (Unione sindacale di base) di Taranto commentando la notizia dell’incidente avvenuto stamani nel reparto Agglomerato 2 costato la vita al 49enne operaio della ditta Pitrelli Cosimo Martucci, schiacciato dalla condotta metallica per l’aspirazione dei fumi.

«Nel momento in cui giungeva la notizia del decesso del povero collega Cosimo - spiega Rizzo - eravamo intenti a segnale agli enti competenti la mancanza di Dpi, i dispositivi di protezione, all’interno dello stabilimento: questa è la situazione in cui viviamo tutti i giorni nello stabilimento. E' oramai chiaro che la gestione commissariale ci sta stritolando nella contraddizione salute-sicurezza o lavoro». Qualche giorno fa, conclude il coordinatore dell’Usb, «il commissario Gnudi, intervenendo a Bari, ha esplicitamente detto che sfidava chiunque a fare meglio di quanto ha fatto lui. Questo è il risultato caro commissario».

INTERROGAZIONE AL GOVERNO - Il deputato tarantino Gianfranco Chiarelli (Conservatori e riformisti) ha presentato una interrogazione urgente ai ministri dell’Ambiente, dello Sviluppo Economico e dell’Economia sulla questione Ilva, che abbraccia sia la situazione ambientale sia la questione della sicurezza dopo l’incidente di oggi costato la vita al 49enne operaio Cosimo Martucci. Chiarelli, in particolare, chiede di sapere se i rappresentanti del governo siano a conoscenza "delle condizioni di lavoro che sottopongono chi opera all’interno dello stabilimento siderurgico a gravi rischi, come conferma l'ennesimo incidente mortale", se siano "a conoscenza dei gravi ritardi accumulati nella realizzazione del piano di rilancio ed ambientalizzazione dell’Ilva di Taranto" e "dell’allarme lanciato dall’Arpa Puglia in relazione ai picchi di emissioni nocive registrate negli ultimi tempi, ed in particolare nelle giornate di vento".

Il deputato ricorda poi la crisi dell’indotto e chiede "quali provvedimenti intendano adottare per affrontare tali gravi emergenze, e se ritengano di valutare la necessità di intervenire nei confronti degli attuali commissari e del management aziendale, apportando ogni utile cambiamento, atteso l'evidente mancato raggiungimento degli obiettivi". (gdm)

venerdì 12 giugno 2015

12 anni fa come oggi, attualità di morte e numeri maledetti

 

Il 12 giugno del 2003, 12/6, il 24enne Paolo Franco di San Marzano di San Giuseppe e  il 29enne Pasquale D’Ettorre di Fragagnano, rimasero vittime di un incidente nello stabilimento jonico, schiacciati da una gru. Suo padre, Angelo, e Cosimo Semeraro, operaio Ilva in pensione, condannato dalla silicosi, fondarono l'Associazione  12 giugno che riunisce vedove, orfani, e genitori delle vittime dell'Ilva. Questa mattina si celebrava la giornata della memoria in nome di tutte le vittime del lavoro.
Oggi 12 giugno 2015, 12/6, 12 anni dopo, ancora un operaio è morto per la cronica mancanza di precauzioni e controlli in quel vecchio dinosauro industriale. L'Ilva è tenuta in attività da anni, nonostante i sequestri giudiziari, per una scellerata alleanza tra i politici e i sindacati.
Gli stessi sindacati che poi, con il corpo ancora caldo dell'operaio che lottava nella sala di rianimazione, fanno il sopralluogo e segnalano in perfetto burocratichese (o - peggio ancora - risegnalano dopo tante "puntuali segnalazioni", come dicono loro),  che i sistemi di sicurezza in uno dei punti più pericolosi dell'acciaieria, l'altoforno, sono difettosi.
12 volte 12, e non basta ancora.
Nella lotteria del ricatto occupazionale, passata dai Riva allo Stato/sindacati, ogni tanto qualcuno viene sacrificato. E' un gioco d'azzardo fondato sulla scelleratezza e l'ignoranza.
La cabala ha scelto il 12 ed il 6. 6+6/6. 
Tre sei che rievocano la bestialità di questo mondo.


Ilva: morto operaio ustionato lunedi' sera all'altoforno Taranto

Taranto, 12 giu. - E' morto alle 15,50 di oggi nella rianimazione del Policlinico di Bari Alessandro Morricella, il dipendente Ilva di 35 anni rimasto gravemente ustionato lunedi' sera in un incidente verificatosi all'altoforno 2. Lo annunciano fonti sindacali. II lavoratore, dopo un breve passaggio dall'ospedale Santissima Annunziata di Taranto, era stato trasferito d'urgenza la sera stessa al Policlinico ma le sue condizioni in questi giorni sono sempre rimaste gravissime.
  Morricella stava eseguendo un controllo della temperatura della ghisa quando e' stato investito da una fiammata mista a getti di ghisa. Ha riportato ustioni di terzo grado sul 90 per cento del corpo. Sull'incidente la Procura di Taranto ha aperto un'inchiesta affidata al sostituto procuratore Antonella De Luca. Diverse le persone gia' interrogate per ricostruire la dinamica dell'incidente che potrebbe essere avvenuto per un anomalo accumulo di gas nell'impianto. Ma ci sono altri punti da chiarire: per esempio, non sarebbe stata ritrovata la cover che il personale addetto a queste operazioni nell'area di colata solitamente indossa. Lo Spesal dell'Asl mercoledi' scorso ha effettuato un sopralluogo nell'area dell'altoforno 2 e ha imposto all'Ilva prescrizioni di sicurezza da attuarsi nell'arco di 60 giorni. Dopo l'incidente all'Ilva ci sono state 24 ore di sciopero. Morricella, sposato e con due figli, viveva a Martina Franca, comune della provincia di Taranto.(AGI)

mercoledì 30 aprile 2014

Un mortaccio in più!

Riva sindaco di Taranto? Lapsus freudiano...
Il padrone ringrazia e se ne va.


Morto Riva, il sindaco di Taranto: “Il futuro dell’Ilva è un’incognita”

Pensa al futuro della città di Taranto, il sindaco Ippazio Stefano, dopo avere appreso la notizia della morte di Emilio Riva, storico presidente delle acciaierie Ilva. «Non vorrei, anche se non conosco bene le dinamiche in corso, che questa morte ostacoli in qualche modo il già lento e difficile percorso di risanamento ambientale».
 I dubbi del primo cittadino si concentrano sul gruppo, il cui destino è reso ancora più incerto dalla scomparsa del presidente. L’Ilva infatti è commissariata e necessita di ingenti investimenti, mentre si cercano eventuali partner esterni. «Non sappiamo cosa farà ora la famiglia Riva, continua il sindaco. Leggiamo di eventuali acquirenti interessati a rilevare lo stabilimento. In un caso o nell’altro, per noi il governo resta punto di riferimento e di garanzia». «Ammesso che le trattative possano decollare, i nuovi proprietari dovranno dare garanzie dal punto di vista occupazionale e ambientale’’.
 Anche il segretario generale del Cgil di Taranto Luigi D’Isabella invoca la presenza e la «responsabilità del governo e del potere pubblico rispetto alla situazione dello stabilimento». «È importante in questa fase così delicata - osserva ancora il sindacalista - che non ci siano ulteriori elementi di difficoltà. Questa partita vede in campo vari attori: la proprietà, il sistema bancario, eventuali nuovi soci, il commissario di governo. Credo che oggi, a maggior ragione, ai massimi livelli si debba prendere in mano questa vicenda perché il futuro della siderurgia italiana dipende dalle condizioni di Taranto». La figura di Riva, secondo D’Isabella, «a Taranto è stata una figura che ha rivoluzionato, in molti casi in peggio, la situazione di questo stabilimento e bisogna fare i conti con una eredità pesante da tutti i punti di vista».
 Dopo la morte comunque arriva il commento di Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, secondo cui Riva era «un vero gigante della nostra industria». «Uno che, in ossequio al più puro e alto concetto di capitalismo, ha saputo rischiare con i suoi mezzi, senza mai chiedere nulla allo Stato. Impresa non proprio semplice, ma, soprattutto non molto frequente nel nostro Paese, dove - come noto - hanno abbondato, e abbondano, invece, i capitalisti senza capitali». 
Che il Riva ragionier Emilio fosse un uomo tutto d’un pezzo, un duro, un padrone d’altri tempi, lo testimonia una ricca aneddotica. Non si sa come abbia reagito nel luglio del 2012 alla notizia degli arresti domiciliari disposti per lui, classe 1926, dal gip di Taranto, Patrizia Todisco. A Caronno Pertusella (Varese), dove nel 1957 costruì il suo primo stabilimento siderurgico, però, ricordano ancora quel che disse mentre lo arrestavano nel 1975, accusato di omicidio colposo per un incidente sul lavoro: «Finchè non esco io, la fabbrica resta chiusa e senza lavoro». All’epoca fu bollato come fascista e sfruttatore, ma in realtà anche allora, come oggi, ha sempre avuto una grande capacità e abilità nel coinvolgere dirigenti e lavoratori dei suoi stabilimenti.
Come a Genova, nel 1998, con la città squassata dal conflitto fra lavoro e salute, una Taranto in scala minore, con la ciminiera dell’altoforno che spargeva i suoi veleni su Cornigliano e dintorni. E lui che ti combina? Invita al ristorante seicento operai che lavoravano con lui da dieci anni, da quel 1988 in cui rilevò lo stabilimento proprio dall’Ilva di cui nel frattempo (1994) era diventato il padrone assoluto. Per tutti abbondanti libagioni, buoni vini e un piatto d’argento.
 «Io non sono un capitalista, ma un imprenditore industriale - ha detto in una delle sue rare interviste - I capitalisti comprano le aziende, le risanano, le rivendono. Vanno in Borsa. Speculano. Io sono diverso. Sono un datore di lavoro». Nei posti di comando del gruppo fondato insieme al fratello Adriano solo figli e nipoti: il primogenito Fabio, 60 anni, delfino designato, i fratelli Claudio (uscito dal gruppo avviando un’attività di armatore e poi richiamato sull’onda della bufera giudiziaria), Nicola e Daniele (avuto dalla seconda moglie, una principessa etiope), i nipoti Cesare e Angelo. Una squadra di manager fatti in casa, svezzati da lui, stessi metodi, uguale grinta. Quasi tutti finiti, ovviamente, nel tritacarne delle inchieste.
Per i Riva pochi svaghi e tanto, tanto lavoro. Soprattutto, lontano da salotti, lobby e consorterie. Solo Emilio si era concesso una frequentazione, discreta, con Silvio Berlusconi, tanto da rispondere alla chiamata dei “patrioti” in cordata per l’Alitalia. In cambio, sostengono le accuse, della libertà di azione a Taranto: impianti spremuti e pochi investimenti per ridurre il terribile impatto ambientale su Taranto. Il vecchio patriarca preferiva ricevere i pochi amici (come Giorgio Fossa o Cesare Romiti) a casa propria, mettendosi lui stesso dietro ai fornelli e cucinando strepitosi risotti. Dicono che sino alla fine tenesse i numeri principali del gruppo in un libriccino nero che portava sempre con sè in tasca: produzione, venduto, guadagni. Ricordando un principio fondamentale: bisogna mettere fieno in cascina per i tempi bui, visto che l’acciaio è un prodotto ciclico, si fanno ricchi guadagni, ma prima o poi si perde.
 Una saga, quella dei Riva, iniziata nel dopoguerra, quando il giovane Emilio, figlio di un commerciante di rottame, si comprò un vecchio Dodge americano per raccogliere e distribuire il rottame alle nuove imprese elettrosiderurgiche della pianura padana. Poi arriverà il primo stabilimento di Caronno Pertusella. E da allora, dal 1957, nel gruppo si festeggia quel 7 marzo nel quale la fabbrica cominciò a produrre e tutto ebbe inizio.
Senza di lui il destino del gruppo è ancora più denso di incognite. L’Ilva è commissariata e necessita di ingenti investimenti: almeno 4 miliardi. La famiglia Riva, senza il collante del vecchio leone Emilio, è divisa fra chi vuole gettare la spugna e chi vorrebbe proseguire, magari con un partner estero. Rimane il commento del presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, che nonostante tutto rende omaggio al “ragiunatt dell’acciaio”. «Abbiamo perso un grande imprenditore, un vero capitano d’industria. Non lo dico per dovere istituzionale, ma per il dovere morale di riconoscenza che, come operatore del settore, e, consentitemi di dirlo, come italiano, sento di dover esprimere nei suoi confronti». (LaStampa)

Morto Emilio Riva, il patron dell'acciaio e dell'Ilva di Taranto

E' morto nella sua villa di Malnate (Varese), a 88 anni, Emilio Riva, il patron dell'omonimo gruppo dell'acciaio. Lo aveva fondato negli Anni Cinquanta, ma il salto è avvenuto con l'acquisto a metà degli anni Novanta dell'Ilva di Taranto, oggi nota più che altro per le sue vicende giudiziarie legate ai danni per la salute dei cittadini e dei lavoratori pugliesi. L'azienda siderurgica, sotto inchiesta e commissariata, è affidata alle cure di Enrico Bondi.
Dopo le morti di Luigi Lucchini e Steno Marcegaglia, si tratta di un'altra scomparsa illustre come a indicare la fine di un periodo industriale. "Abbiamo perso un grande imprenditore - scrive in un messaggio rivolto alla famiglia il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi - un vero capitano d'industria, e non lo dico per dovere istituzionale, ma per il dovere morale di riconoscenza che, come operatore del settore, e, consentitemi di dirlo, come italiano, sento di dover esprimere nei suoi confronti".
Eppure la storia di Riva, dopo i fasti del passato, ha avuto un epilogo drammatico. Nel 2012, il patriarca di una delle famiglie più importanti della siderurgia italiana era stato raggiunto da un'ordinanza di custodia cautelare nell'ambito della maxi-inchiesta della procura di Taranto sull'inquinamento ed il disastro ambientale causato dallo stabilmento dell'Ilva. In quel luglio, con un provvedimento destinato a segnare la storia industriale italiana, il gip Patrizia Todisco, ha stabilito il sequestro senza facoltà d'uso dell'intera area a caldo dell' Ilva, perché l'impianto ha causato e continua a causare "malattia e morte", anche nei bambini. E "chi gestiva e gestisce l'Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza".
A un anno di distanza, nel luglio del 2013, Emilio Riva - insieme al figlio Nicola - ha lasciato il regime detentivo al quale era stato condannato. Era uno dei 53 imputati per i quali la Procura di Taranto ha chiesto al gup Wilma Gilli il rinvio a giudizio con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, nel processo che comincerà il 19 giugno prossimo.
 Il patron aveva a dire il vero lasciato la presidenza dell'Ilva oltre un anno prima che esplodesse l'inchiesta e gli era subentrato il figlio Nicola. Quest'ultimo è stato presidente sino ai primi di luglio 2012, quando già i provvedimenti della magistratura erano nell'aria e l'inchiesta in una fase molto avanzata. A Nicola Riva è subentrato ancora, come presidente dell'Ilva, l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, che ha gestito i momenti più difficili della vicenda e che poi si è dimesso dalla carica, insieme a tutto il cda, nel maggio del 2013, all'indomani del sequestro da 8,1 miliardi disposto dal gip di Taranto sui beni e sui conti della capogruppo Riva Fire. Dall'agosto del 2013 l'Ilva, l'acciaieria più grande d'Euopa, è stata affidata dal governo al commissario Enrico Bondi, che già in precedenza aveva svolto l'incarico di amministratore delegato.
Alla vicenda giudiziaria e ambientale di Taranto, per Emilio Riva si è intrecciata quella avviata dalla Procura di Milano, dove il gup Anna Maria Zamagni lo ha rinviato a giudizio insieme a due ex dirigenti del gruppo e un ex manager della filiale di Londra di Deutsche Bank, in relazione a una maxi evasione fiscale da 52 milioni, che risale al 2007. Secondo l'accusa sarebbe stata creata una società ad hoc con sede in Svizzera, l'Ilva Sa, per aggirare la normativa (la 'legge Ossola') sull'erogazione di contributi pubblici per le grandi aziende che esportano all'estero.
Prima di questi ultimi risvolti giudiziari, la storia di Emilio Riva affonda negli anni Cinquanta, quando a Caronno Pertusella ha aperto il primo forno elettrico. Il 'ragiunatt' - come amava farsi chiamare, anche se di recente aveva ricevuto una laurea ad honorem in ingegneria - aveva cominciato da raccoglitore di rottami di ferro, per poi diventare negli anni del boom economico un vero e proprio imprenditore dell'acciaio nel Nord dell'Italia ed anche all'estero, con numerosi stabilimenti produttivi. L'acquisizione dell'Ilva di Taranto è avvenuta nel 1995, nell'ambito delle privatizzazioni dell'Iri, per una cifra molto discussa: 1.450 miliardi, un investimento che si è rivalutato di una decina di volte nel giro di una decina d'anni. Giusto per rendersi conto del peso dell'Ilva sul gruppo Riva, l'acquisizione porta nel giro di un anno a un balzo della produzione d'acciaio da 6 a 14,6 milioni di tonnellate e da 5 a 12,8 per i laminati. Oggi, nel complesso, il gruppo Riva dispone di una ventina di siti produttivi, di cui sei in Italia, per un giro d'affari da una decina di miliardi. (Rep)

lunedì 20 gennaio 2014

Ecco. Finalmente!

"Ilva, diossina concausa del tumore di un operaio"

Anche l'esposizione alla diossina può provocare tumori. Lo ha riconosciuto ad un lavoratore di Brindisi, dipendente dell'Ilva di Taranto, la corte d'Appello di Lecce. I giudici d'appello hanno ribaltato una sentenza di primo grado che invece aveva escluso la correlazione diossina-cancro affermando invece che quest'ultimo era insorto nel lavoratore, addetto ai forni a pozzo dell'Ilva, per problemi genetici. All'operaio è stata riconosciuta un'invalidità permanente del 30% e l'Inail adesso dovrà risarcirlo con la corresponsione della relativa indennità.
I giudici di Appello ritengono che sia provato come "l'attività lavorativa svolta dall'appellante ha esposto quest'ultimo all'azione di sostanze irritanti (in particolare la diossina) che hanno avuto un ruolo concausale nell'insorgenza e nella cronicizzazione della patologia denunciata". All'operaio è stata riconosciuta "una rendita per danno biologico corrispondente al 30% di invalidità permanente" secondo legge. L'Inail viene "condannata al pagamento delle prestazioni previdenziali".
"La sentenza - commenta l'avvocato Massimiliano Del Vecchio, legale della Fiom Cgil di Taranto - va inanellata in una serie di giudizi sul riconoscimento di malattie professionali all'Ilva, dal tumore al polmone al tumore alla prostata, in cui è stato riconosciuto che le sostanze inquinanti  hanno più fattori oncogenici, causano cioè più tumori negli operai. Per esempio, l'amianto provoca il tumore al polmone e il tumore alla prostata".
"Tutto ciò è importante dal punto di vista del diritto e il fatto che sia riconosciuto un ruolo specifico alla diossina è decisivo. Qualche giorno fa - prosegue il legale della Fiom di Taranto -, per un lavoratore dello stabilimento siderurgico morto a causa di un tumore, la Corte di Cassazione ha riconosciuto alla vedova la rendita per il decesso legandola alle emissioni inquinanti". Per l'avvocato Del Vecchio, "le fibre di amianto sono così piccole da diventare vettori di altre sostanze pericolosissime come le polveri sottili. Non ci sono dosi minime di agenti inquinanti per cui possiamo ritenerci al riparo da conseguenze dannose per la salute. Più sono gli inquinanti e più la salute è a rischio".
Il responsabile nazionale dei problemi della salute e della sicurezza della Fiom Cgil, Maurizio Marcelli, parla infine di "conclusione positiva", a proposito della sentenza della Corte d'Appello, e di "strada da perseguire all'Ilva e in altri territori per tutelare i lavoratori con patologie di cui si può e si deve dimostrare la correlazione". (Rep)

giovedì 13 dicembre 2012

Giustizia dopo sei anni

Morì per il gas all’Ilva condannati sei dirigenti

Si è chiuso con la condanna di tutti gli imputati, il processo di primo grado per la morte di Antonino Mingolla, 47enne operaio di Mesagne, dipendente della ditta Costruzioni metalliche tubolari (Cmt) deceduto sul lavoro il 18 aprile 2006 all’interno dello stabilimento Ilva. Il giudice del tribunale di Taranto, Massimo De Michele ha condannato i sei dirigenti finiti alla sbarra a pene comprese tra i due anni e due anni e sei mesi di reclusione. La pena maggiore è stata inflitta a Pietro Mantovani: per il titolare della ditta Smi sas, subappaltatrice della Cmt, il tribunale in composizione monocratica avrebbe riconosciuto una maggiore responsabilità condannandolo alla pena di due anni e sei mesi. Due anni di carcere, invece, sono stati inflitti ad Alfredo De Lucreziis, tecnico d’area energia manutenzione meccanica dell’Ilva, Antonio Assentato, capo cantiere della ditta Cmt, Angelo Lalinga, responsabile di produzione, distribuzione e trattamento acque, soffiaggio vapore, aria e gas dell’Ilva, Mario Abbattista, capo reparto energia, aria e gas dell’Ilva e Francesco Ventruto, responsabile del servizio di prevenzione e protezione rischi per la sicurezza e salute durante il lavoro.

Le condanne decise dal magistrato, infine, sono state superiori anche alle richieste formulate dal pubblico ministero. Durante la sua requisitoria, infatti, il sostituto procuratore della Repubblica Enrico Bruschi, aveva chiesto al tribunale la condanna di tutti gli imputati a una pena di un anno e otto mesi di carcere. Per tutti l’ipotesi di reato contestata dalla procura ionica era di cooperazione in omicidio colposo.

Quel 18 aprile 2006, Antonino Mingolla fu investito da una nube tossica mentre era impegnato assieme ad altri suoi tre colleghi nella sostituzione di una valvola alla rete gas «Afo» in prossimità della centrale elettrica Cet1, all'interno dello stabilimento siderurgico. Il tribunale, quindi, ha accolto la tesi accusatoria della procura della Repubblica secondo la quale la ditta Cmt avrebbe predisposto un generico piano per la sicurezza «senza che a monte ci fosse una valutazione dei rischi effettivamente connessi all'attività lavorativa e alla specifica definizione delle modalità operative più idonee». Inoltre, nel piano in questione «non vi è traccia dello stretto coinvolgimento dei lavoratori in un efficace processo conoscitivo dei rischi ai quali andavano esposti».

Mingolla e gli altri operai furono investiti da sostanze tossiche probabilmente sprigionate dalla tubazione a cui stavano lavorando: una vera e propria nube tossica inodore, insapore e incolore contenente una cospicua quantità di ossido di carbonio. I soccorsi furono immediati, ma l’operaio mesagnese morì poco dopo l’arrivo al pronto soccorso dell’ospedale «Santissima Annunziata». Nel procedimento erano costituite parti civili la Fiom Cgil, organizzazione sindacale alla quale l’operaio era iscritto e l’Associazione nazionale mutilati e invalidi su lavoro, per le quali il giudice ha stabilito il pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva di 2500 euro. Il giudice De Michele, inoltre, ha subordinato la sospensione della pena al pagamento della provvisionale in favore della sigla sindacale Cgil rappresentata dall’avvocato Massimiliano Del Vecchio e dell’Anmil, assistita dall’avvocato Maria Luigia Tritto, entro novanta giorni dal passaggio in giudicato della decisione.

Con la sentenza emessa nel tardo pomeriggio di ieri nell’aula G del palazzo di giustizia, si è conclusa una vicenda giudiziaria durata oltre sei anni. Un dispositivo letto in un’aula semideserta: accanto a Franca Caliolo, moglie dell’operaio non c’erano i compagni di lavoro del marito, ma i rappresentanti delle associazioni «Libera», «12 giugno» e «Donne per Taranto». FRANCESCO CASULA (GdM)

venerdì 30 novembre 2012

Ritrovato il corpo di Francesco Zaccaria:ennesima vita spezzata all'Ilva

Era al lavoro, su una gru, a 20 metri d'altezza. Lavorava per l'Ilva di Taranto, Francesco Zaccaria, di soli 29 anni, quando è stato travolto dal tornado che ha provocato devastazioni e feriti tra Taranto e Statte.
Il suo corpo è stato spazzato via. Disperso nelle acque agitate del mare di Taranto. E' stato ritrovato questa mattina, all'interno della cabina guida della gru, sepolta da una coltre di fango, a 30 metri di profondità.



Dopo la morte del suo collega operaio, Claudio Marsella, anche lui 29 anni,  Francesco è' l'ennesima vita spezzata all'Ilva, per cui la dirigenza dovrà ancora nuovamente dare delle risposte e spiegazioni. Risposte e spiegazioni per questa ingiusta morte le dovrà dare alla famiglia di Francesco e alla sua città. Per ora resta solo un profondo dolore per questa perdita, ed un vuoto incredibile da colmare.