Visualizzazione post con etichetta inceneritore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta inceneritore. Mostra tutti i post

venerdì 17 luglio 2015

martedì 24 marzo 2015

Pagheranno?


Inceneritore di Taranto, danni per 6 milioni. In 4 condannati al risarcimento per l’indebito affidamento

Ammonta a circa sei milioni di euro il risarcimento che la Corte dei Conti, sezione giurisdizionale di Bari, ha riconosciuto per l’indebito affidamento all’Ati guidata dalla Tme Termomeccanica della gestione dell’inceneritore di Taranto.La sentenza è stata emessa dalla Corte presieduta da dottor Francesco Lorusso (consigliere relatore dottor Antongiulio Martina, consigliere dottor Vittorio Raeli), che ha distinto le posizioni dell’ex assessore Filipo Condemi, dell’ex dirigente comunale Marcello Vuozzo, dell’ex segretario generale Giuseppe Luigi Spada e dell’ex sindaco Rossana Di Bello. I primi tre, secondo le prospettazioni della Corte, sono stati ritenuti responsabili di una colpa diretta, per aver attuato iniziative finalizzate all’indebito affidamento della gestione dell’inceneritore. E sono stati condannati a risarcire il danno quantificato in cinque milioni e mezzo di euro.
Quanto all’ex sindaco, che sarebbe stato concorrente «a titolo di colpa grave», è stato condannato a pagare la somma totale di quattrocentomila euro, ma in solido con gli altri tre. In sostanza, secondo quanto evidenziato dalla sezione giurisdizionale della Corte dei Conti le responsabilità maggiori, e dirette, in quell’affidamento indebito, sarebbero state individuate nelle azioni attuate dall’avvocato Condemi, dall’architetto Vuozzo e dal dottor Spada. Per la Corte dei Conti, invece, l’apporto «causale» dell’allora sindaco fu «limitato».
 Le conclusioni della Corte dei Conti sono giunte dopo l’esame della richiesta di risarcimento per danno avanzata dalla procura regionale della magistratura contabile e le controdeduzioni della difesa. Alla base della decisione, l’assunto secondo cui l’affidamento della gestione all’Ati «Tme Termomeccanica» fu predisposta a prezzi nettamente superiori a quelli contabilizzati da Amiu/Smal, che in convenzione fra loro furono fatte fuori dall’affidamento.
Secondo la dottoressa Adele de Gennaro, vice procuratore regionale, la dottoressa Di Bello “peccò” di negligenza nel non verificare la portata di quell’affidamento. Gli altri, secondo la prospettazione dell’accusa, ebbero invece un ruolo diretto, poichè avrebbero agito in favore dell’assegnazione alla Tme invece che all’Amiu/Smal che si erano associate. Per questo motivo, la procura chiese alla Corte dei Conti di condannare tutti al pagamento, in solido fra loro, di circa 7 milioni e mezzo di euro. In camera di consiglio, la Corte ha ritenuto di dover operato una distinzione fra tutte le posizioni, finendo con l’assegnare una responsabilità minima all’ex sindaco di Taranto. Nel processo penale, per la cronaca, l’ex sindaco fu assolto mentre l’ex assessore al ramo Filippo Condemi, l’ex segretario generale del Comune Luigi Spada e l’architetto Marcello Vuozzo incassarono condanne, poi cancellate dalla prescrizione. (Quot)

mercoledì 28 gennaio 2015

Tempi lunghi, prescrizioni e conti senza l'oste

Inceneritore a Taranto: chiesti danni per 7 milioni e mezzo 

Sette milioni e mezzo di euro. È il conto, salatissimo, che la procura regionale della Corte dei Conti ha chiesto per l’affidamento della gestione dell’inceneritore. La vicenda giudiziaria, come è noto, si sviluppò lungo due direttrici, chiamando in causa da un lato l’ex sindaco Rossana Di Bello e, dall’altro, l’ex assessore al ramo Filippo Condemi, l’ex segretario generale del Comune Luigi Spada e l’architetto Marcello Vuozzo.
L’unica ad essere assolta, come è noto, fu la dottoressa Di Bello. Gli altri imputati incassarono condanne, poi cancellate dalla prescrizione.
La magistratura contabile, però, non ha operato alcun distinguo nel chiedere alla sezione giurisdizionale di Bari che tutti gli “attori” (protagonisti e non) di quella vicenda paghino i danni subiti dal Comune di Taranto, per l’affidamento della gestione all’Ati «Tme Termomeccanica» a prezzi nettamente superiori a quelli contabilizzati da Amiu/Smal, fatta fuori dall’affidamento.
Secondo la dottoressa Adele de Gennaro, vice procuratore regionale, la dottoressa Di Bello “peccò” di negligenza nel non verificare la portata di quell’affidamento. Gli altri, secondo la prospettazione dell’accusa, ebbero invece un ruolo diretto, poichè avrebbero operato per l’assegnazione alla Tme invece all’Amiu/Smal che si erano associate.
Per questo motivo, la procura ha chiesto alla Corte dei Conti di condannare tutti al pagamento, in solido fra loro, della somma di denaro.
Nel dettaglio, come si ricorderà, l’ex assessore comunale Filippo Condemi incassò in appello la conferma della condanna di primo grado ad un anno e mezzo, mentre l'ex segretario generale del Comune Luigi Spada e l'ex dirigente dell’Ente comunale architetto Marcello Vuozzo beneficiarono della prescrizione. E la sentenza fu poi confermata in Cassazione.
Nella causa in Corte d’appello, l’avvocato Condemi puntò ad affermare la totale estraneità ai fatti, e chiese alla Corte che si pronunciasse nel merito, rinunciando alla prescrizione dei reati, ormai conclamata.
Il secondo grado del processo era legato al provvedimento dell’Ente con cui fu approvato nel 2000 l'affidamento della gestione dell'impianto comunale al raggruppamento di imprese guidato dalla Termomeccanica. Una decisione messa sotto accusa dall'inchiesta condotta dal pm inquirente Mariano Buccoliero, che in quel provvedimento ravvisò gli estremi di falso e abuso. Nel 2007, il tribunale condannò l'ex assessore, l'ex segretario generale e l'ex dirigente comunale.
Il Tribunale riconobbe anche il diritto al risarcimento rivendicato dal Comune, parte civile in giudizio mediante l'avvocato Pasquale Annichiarico, per volontà dell’allora commissario straordinario Tommaso Blonda.
Tutto era partito dalla denuncia presentata dal defunto Marcello Palminteri, per conto della Smal, la società creata appositamente per la gestione dell’inceneritore. Secondo quella denuncia, il Comune avrebbe dovuto affidare alla Smal la gestione e non già all’associazione temporanea d’imprese cui faceva capo la Termomeccanica. Con quella delibera, la numero 97 del 2000, invece la giunta capeggiata dall’allora sindaco Rossana Di Bello «aveva fatto proprie indicazioni errate», avevano scritto gli avvocati della Smal. L’esposto della Smal fece partire l’inchiesta divisa poi in due tronconi: quello che chiamò in causa la Di Bello e quello in cui furono condannati, con il rito ordinario, gli altri.
Per l’ex sindaco Di Bello, come si ricorderà, dopo la condanna in primo e secondo grado vi fu l’assoluzione perchè il fatto non costituisce reato. Il dispositivo fu emesso nel novembre del 2008 dalla Corte d’appello di Lecce. L’ex sindaco di Taranto fu affrancato dai reati di abuso d’ufficio e falso, contestati sulla scorta della delibera con cui l’ex giunta comunale aveva decretato nel giugno 2000 l’affidamento della gestione dell’inceneritore all’Ati capeggiata dalla «Tme Termomeccanica». La sentenza fu emessa dalla Corte d’appello, presieduta dal dottor Boselli (a latere i giudici Palazzo e Casabura).
La decisione, venuta a distanza di circa 9 mesi da quella della Cassazione che annullò la conferma della condanna di primo grado da parte della Corte di Taranto, sostanzialmente si piegò alle linee-guida degli «Ermellini», che aderirono alle argomentazioni della difesa della dottoressa Di Bello. La Cassazione, infatti, rilevò, nella sentenza della Corte di Taranto, una carenza di motivazione per spiegare la responsabilità, sotto il profilo psicologico, dell’ex sindaco. Tradotto più sinteticamente, significava che ai supremi giudici non convinsero le spiegazioni sul «perchè l’ex sindaco fosse consapevole che la delibera di affidamento era basata su un atto falso».
Davanti alla Corte dei Conti, della insussistente responsabilità dell’ex sindaco, e degli altri, hanno discusso fra gli altri gli avvocati Nicola D’Andria, Giuseppe Misserini e Pietro Relleva. La Corte si è riservata di decidere.(Quot)

venerdì 10 gennaio 2014

Massafra, la terra degli inceneritori doc!


Dopo il formaggio e il latte materno, la diossina è entrata anche nel latte dei bovini che pascolano nell’agro di Massafra, comune a circa 20 chilometri da Taranto. Il nuovo allarme è partito dopo le analisi compiute dall’Asl che hanno rivelato la presenza di inquinanti in quantità doppia rispetto al limite consentito. Dopo gli esami svolti dall’istituto zooprofilattico di Teramo, infatti, i valori riscontrati nei campioni erano di 11,72 picogrammi per grammo di grasso rispetto al limite di legge consentito di 5,5. Il nuovo allarme, secondo l’Arpa Puglia, potrebbe avere due cause: l’utilizzo di mangimi prodotti in terreni contaminati oppure la contaminazione dei suoli dell’allevamento. Intanto l’agenzia regionale guidata da Giorgio Assennato ha chiarito che è “necessario dar seguito ad approfondimenti tecnico-ambientali” e nel frattempo ha stoppato le procedure autorizzative per il raddoppio di una centrale termoelettrica situata a circa un chilometro dall’allevamento.
La centrale, non è indicata come la causa certa dell’inquinamento, ma come una “potenziale sorgente” di diossina. Per l’allevamento nel quale si trovano i bovini alla diossina e gli altri esistenti nell’agro di Massafra, secondo Arpa, “risultano, di fatto, in condizioni di criticità in quanto interessati dal trasferimento di microinquinanti organici (diossine e Pcb)” anche se “non sono stati riscontrati superamenti dei medesimi parametri nelle acque di abbeveraggio dell’allevamento, acque provenienti da falda profonda, e in un campione di suolo dell’area dell’azienda agricola”. Insomma una situazione delicata e allarmante che ora dovrà essere approfondita per arrivare alle vere cause. L’agenzia di protezione ambientale si è già detta disponibile in una lettera a firma di Assennato, del direttore scientifico Massimo Blonda e della dirigente Barbara Valenzano, “a collocare quanto prima un deposimetro per il controllo di microinquinanti ed uno per i metalli pesanti unitamente ad un campionatore di vento selettivo per i rilievi del caso” oltre ad approfondimenti tecnici, campionamenti mirati e sopralluoghi.
Il primo cittadino di Massafra, Martino Tamburrano (Forza Italia), però, ha reagito chiedendo le dimissioni di Assennato: “Apprendo dalla stampa di diossina nel latte, di veleni e di paura. La domanda nasce spontanea: l’Arpa ha dati nuovi e certi o si crea solo allarmismo in un momento particolare ed in un territorio già penalizzato e additato come ‘pericoloso’?”. Ad Assennato, ha aggiunto Tamburrano, “chiedo certezze e non allarmismi. Se il territorio è inquinato me lo si dica in modo chiaro e adotterò tutti i consequenziali e opportuni atti a tutela della salute pubblica”. Sulla vicenda è intervenuta anche Legambiente che in una nota ha evidenziato come questo nuovo allarme sia “l’ennesimo elemento della criticità di un territorio che non può più sopportare alcun ulteriore carico ambientale” e ha ribadito il suo “no categorico” al raddoppio del vicino termovalorizzatore definito “un progetto paradossale e insostenibile, contrario ai vincoli urbanistici e agli obiettivi di raccolta differenziata”.
Un allarme diossina, insomma, che torna esattamente cinque anni dopo quello che portò all’abbattimento di oltre 2mila pecore contaminate e che diede vita alla maxi inchiesta sull’Ilva di Taranto (che al momento non è interessata dalla vicenda di Massafra) che si è conclusa poco fa con 53 indagati, il sequestro degli impianti (su cui ora vige la facoltà d’uso) e il commissariamento della fabbrica con Enrico Bondi.
Ma l’allarme bovini alla diossina è l’ultimo atto di una settimana calda a Taranto. Dopo lo scontro tra ambientalisti e Arpa sui valori di alcuni inquinanti, nei giorni scorsi il Fondo Antidiossia Onlus aveva diffuso i dati sulle analisi effettuate sulle uova. Dagli esami erano emersi valori al di sotto dei limiti di legge, ma per gli ambientalisti sono necessarie nuove indagini per capire come mai il range supera “i valori accettabili”. Anche il dg Arpa, Giorgio Assennato, che ha definito “prezioso” il contributo offerto dal Fondo Antidiossina che ha commissionato le analisi, “i valori osservati possono essere considerati medi o medio-alti, ma, contribuendo in modo trascurabile all’assunzione giornaliera di diossine (TDI), possono essere considerati certamente innocui da un punto di vista sanitario”. Le uova sono state prelevate a Martina Franca, comune a circa 30 km dalla zona industriale da Taranto, infatti avevano un valore di quasi 0,9 picogrammi mentre i dati accettabili devono essere inferiori a 0,2 picogrammi. (FQ)


Una città ecoferita che chiede la verità

Una storia infinita. A Taranto e dintorni. Mentre si cercano i quattrini per rendere gli impianti dell’Ilva non più fonti di malattie e morte per operai e tarantini, le diseconomie, le storture e gli incubi del passato, sopravvissuti agli interventi dell’autorità giudiziaria, tornano ad allungarsi minacciosi. La diossina, sostanza cancerogena, da vero, autentico, killer silenzioso e implacabile, a cinque anni dal suo ritrovamento nei prodotti caseari realizzati in masserie ubicate a ridosso dell’Ilva, stavolta si materializza, in valori doppi rispetto al limite, nel latte delle mucche di un allevamento di Massafra, latte ogni giorno portato in un caseificio vicino per essere trasformato in mozzarelle e burrate.
Se si tratti di diossina frutto del famigerato camino E312 dell’Ilva, detentore del poco invidiabile primato di primo produttore europeo della sostanza tossica, oppure sputata dall’inceneritore di Massafra, Arpa e Asl non sanno dirlo e chiedono tempo per accertarlo con esattezza, visto che l’allevamento si trova a 10 chilometri dal siderurgico, dunque in una zona comunque a rischio tanto da essere sottoposta a controlli proprio per quanto accaduto nel 2008, e a poco più di un chilometro dall’inceneritore che brucia balle di rifiuti provenienti da mezza Puglia.
Sul campo, oltre alla diossina, restano poche certezze e tanti dubbi. La positività delle analisi certifica che i controlli funzionano ma che fino a quei controlli, eseguiti tra aprile e ottobre dell’anno scorso, il latte di quell’allevamento è stato trasformato in prodotti caseari ed è finito dunque nei nostri organismi. Il vincolo sanitario apposto dalla Asl all’allevamento garantisce che la diffusione è stata bloccata ma mette naturalmente in gravi difficoltà economiche il proprietario delle 55 mucche, costretto a non vendere più latte e carne.
I vertici a Palazzo Chigi e le maratone in Parlamento sul caso-Ilva sembrano lasciare sempre sullo sfondo, non citandola nemmeno come nel caso dell’ultimo decreto varato dal governo Letta, la parola salute, il valore salute, l’importanza della salute per i tarantini.
È giusto adoperarsi per trovare le risorse necessarie per far adempiere all’Ilva le prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata nell’ottobre 2012 e sinora rimasta rinchiusa nell’alveo delle buone intenzioni. È legittimo fare il possibile per salvare gli 8 milioni di tonnellate di acciaio sfornate dal siderurgico ogni anno, essenziali per l’industria manifatturiera italiana tanto da far ritenere l’acciaieria tarantina strategica per tutta l’Italia. È doveroso pensare agli stipendi degli oltre 15mila operai che ogni giorno - al lordo di cassa integrazione e contratti di solidarietà - varcano i cancelli della fabbrica. Ma non basta. C’è altro. C’è la diossina trovata a Massafra e prima ancora a Taranto e Statte, e finita nella catena alimentare. C’è la fila disumana e ci sono i momenti di tensione registrati ieri al reparto di oncologia dell’ospedale Moscati del capoluogo jonico, malgrado il grande spirito di abnegazione di medici e infermieri. Ci sono i giovani, i tanti giovani, operai ma non solo, strappati alla vita dai tumori implacabili quanto la diossina. Ci sono i bambini del rione Tamburi che da anni non possono giocare nelle aree verdi sotto casa e nelle scuole, perché contaminate. Ci sono i morti del cimitero, sepolti sotto una terra rosso minerale. E c’è una città, anzi una intera provincia, che chiede verità: su quanto esce ora dalle ciminiere dell’Ilva (e dal camino dell’inceneritore di Massafra), su quello che finisce sulle sue tavole, sui soldi stanziati per garantire concretamente il diritto alla salute e magari, un giorno, chissà, avere un decreto legge con la salute al centro e la produzione in coda. (Mimmo Mazza - GdM)