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martedì 4 agosto 2015

Buone pratiche

La canapa può salvare i terreni dell'Ilva?

Canapa come rimedio naturale contro l'inquinamento dei terreni da diossina e altri metalli pesanti: è questa la teoria rivoluzionaria che sta cercando di affermarsi negli ultimi anni. E questo avviene soprattutto in situazioni e realtà che appaiono disperate, come quella degli agricoltori e allevatori che operano nei pressi dell'Ilva di Taranto.
Qualche tempo fa, vi abbiamo parlato della toccante storia di Vincenzo Fornaro e della sua masseria, nei pressi dell'Ilva di Taranto. Dopo aver perso tutto nel 2008 a causa dell'inquinamento, l'allevatore pugliese ha deciso di non arrendersi e ha avviato un esperimento che è insieme una provocazione: ha cominciato a coltivare tre ettari del proprio terreno con la canapa. L'idea era quella di sfruttare le naturali doti di fitodegradazione della pianta, ovvero il processo che consente ad alcuni vegetali di assorbire inquinanti organici dal terreno.
La sua caparbietà è stata di ispirazione per molti e oggi associazioni e istituzioni hanno cominciato a muoversi seguendo il suo esempio.
All'inizio di quest'anno, è stato attivato in Sardegna un progetto da 450mila euro per bonificare alcuni terreni a rischio con la canapa, rilanciando allo stesso tempo l'agricoltura nell'isola. I fondi sono arrivati dalla finanziaria 2015 a seguito di un'attività parlamentare intensa.
Allo stesso modo, le attività della masseria del Carmine hanno suscitato l'interesse dell'Abap (Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi), dell'associazione CanaPuglia e del Cra, Centro di Ricerca per l'Agricoltura. Insieme, questi enti stanno cercando di individuare una base scientifica ad alcuni quesiti fondamentali: la canapa può davvero aiutare la bonifica dei terreni nell'area dell'Ilva di Taranto? Se sì, in quale percentuale?
Proprio per questa ragione, l'Abap e il Cra stanno affiancando la masseria di Fornaro nell'analisi dei risultati del suo esperimento. In una recente intervista, uno dei responsabili dell'Associazione, Marcello Colao, ha spiegato i passi successivi e le difficoltà incontrate:
"Le analisi della canapa cresciuta alla masseria di Vincenzo Fornaro saranno effettuate a breve dal CRA. Il problema è che si tratta di esami molto costosi e stiamo cercando di raccogliere i fondi per farli eseguire da un laboratorio certificato. C'è da sottolineare che nonostante la valenza scientifica e ambientale il progetto non ha avuto nessun sostegno regionale, motivo per cui ci stiamo sobbarcando tutte le spese".
Colao ci tiene anche a denunciare la paradossale situazione in cui versa tuttora la provincia tarantina. Ad oggi, "continua la mattanza di bestiame: 54 bovini saranno abbattuti a breve nel comune di Massafra". L'inquinamento infatti "continua a imperversare: la bonifica ha senso se viene bloccata la fonte dell'inquinamento, non se, come in questo caso, si continua a inquinare".
Il progetto di Fornaro, in ogni caso, verrà presto implementato e ampliato: l'idea di associazioni e produttori è quella di creare una sorta di "cintura verde", costituita da campi di canapa, intorno a tutti i terreni inquinati della zona.
La grande attenzione intorno alla coltivazione e all'utilizzo della canapa, dimostra che c'è un mercato che non può più essere ignorato. Come abbiamo visto nel corso degli ultimi anni, infatti, l'utilizzo di questa pianta è stato sperimentato nei settori più svariati: dalla bioedilizia, passando per il fotovoltaico "tessile", per finire addirittura alla produzione di scooter elettrici completamente sostenibili per l'ambiente. (Globalist)

martedì 29 ottobre 2013

Mille e una rotte

Due uomini per controllare mille camini. Questa è l’Arpa Puglia


Taranto, Ilva: la magistratura ipotizza a carico dei proprietari delle acciaierie le accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico. Cerano, centrale Enel Federico II: alimentata a carbone è il sito più inquinante d’Italia. Secondo l’agenzia Eea (European Environment Agency) è la diciottesima industria più inquinante d’Europa. Uno dei capi d’accusa nel processo in corso contro 15 dirigenti è “disastro colposo”. Muro Leccese (Le), fonderia Ruggeri Service: il 31 maggio 2012 rilevamenti dell’Arpa hanno constatato uno sforamento di diossina tre volte superiore al consentito. Il 16 aprile scorso è partito il processo per violazione dei valori limite di emissioni in atmosfera e getto pericoloso di cose. Galatina (Le), cementificio Colacem: l’8 giugno 2013 è stato presentato un esposto alla Procura di Lecce di cittadini preoccupati dall’emissione dei fumi dell’azienda.
Sono solo quattro casi di stabilimenti industriali i cui fumi potrebbero essere tra le cause dell’altissimo numero di tumori alle vie respiratorie in provincia di Lecce. A svelarci la verità sarà la magistratura. E anche questo è un problema: in materia di inquinamento atmosferico, in Puglia, è sempre più difficile prevenire che curare. Intervenire con multe e sequestri o cominciare lunghi processi quando il danno è già fatto non migliora comunque la qualità dell’ambiente nel quale queste industrie lavorano. Se questo accade c’è un motivo ben preciso. E sono le condizioni a dir poco disagiate nelle quali si trova l’ente che dovrebbe controllare – in tempo utile – il livello di emissioni degli impianti industriali.
E cioè l’Arpa, a cui è affidato il compito di monitorare quelle che, secondo l’Airc (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro), sono le principali sostanze cancerogene contenute nei fumi industriali. Gli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici) come il benzo(a)pirene, i metalli pesanti come il cromo, nichel, arsenico. O la diossina, particolarmente pericolosa, non solo perché nociva quando viene inalata ma perché si concentra nei terreni, di fatto avvelenando prodotti agricoli, bestiame e acqua.
Questa è una tabella che riporta i dati strutturali delle Arpa italiane. I numeri si riferiscono al 2011 ma allo stato attuale sono pressoché identici. La carenza di personale dell’Arpa Puglia è il primo dato che fa riflettere:

La Puglia pur essendo la settima regione più popolosa d’Italia, con più di 4 milioni di abitanti, ha un’ Arpa in cui lavorano solo 335 dipendenti. Ben dodici regioni, cinque delle quali con popolazioni inferiori alla Puglia, hanno un personale superiore a quello pugliese.
Nel Salento uno dei primi a porre l’accento sulla correlazione tra fumi industriali e cancro è stato l’oncologo Giuseppe Serravezza, presidente della sezione di Lecce della Lilt ( Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori). Lui di questa emergenza ne parla dagli anni novanta. Negli anni è stato spesso minacciato da politici e dirigenti d’azienda di querela per “procurato allarme”. Ma i suoi allarmi, invece, si stanno rivelando fondati. Per averne conferma si è dovuto aspettare l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini a Taranto, nel bel mezzo dello scandalo Ilva. Per “tranquillizzare” i tarantini, Clini citò il rapporto “Sentieri” in cui è scritto ciò che alla Lilt dicono da una vita: di tumore alle vie respiratorie si muore più in provincia di Lecce che in provincia di Taranto. Quando lo intervistiamo Serravezza conferma:
“Venti anni fa il Salento aveva una mortalità per tumore tra le più basse d’Italia, adesso la situazione si è capovolta. In provincia di Lecce si muore per tumore in proporzioni maggiori rispetto a gran parte d’Italia. Riguardo al tumore al polmone abbiamo una mortalità tra le più alte, forse la maggiore d’Italia. Tra le probabili cause di questa situazione ci sono i fumi industriali uniti alla particolare posizione geografica della provincia leccese.”
Infatti sul territorio leccese convergono i fumi degli stabilimenti di Taranto e di quello di Cerano, spinti dai venti settentrionali. Ma il territorio salentino è anche costellato da piccoli e grandi insediamenti industriali potenzialmente pericolosi e, per la maggior parte del tempo di produzione, fuori controllo:
“Abbiamo tanti stabilimenti che non ricevono nessun controllo. – dice Serravezza – Non esiste un censimento su questi piccoli impianti, vige l’anarchia totale. Poi bisogna tenere presente un’altra cosa. Attualmente la Puglia ha una legge che impone di non superare la soglia di diossina di 0,4 ng TE/Nmc. Ma dal punto di vista sanitario e scientifico non c’è soglia al di sotto della quale questa sostanza non faccia male. Io penso che in provincia di Lecce non possiamo più accendere nemmeno un cerino”.
All’interno della struttura dell’Arpa c’è un ufficio che si occupa esclusivamente del monitoraggio delle emissioni in atmosfera: il Cra (Centro Regionale Aria). Qui la carenza di personale si fa drammatica: il Cra è composto da 12 membri, di cui sei con contratto a tempo determinato in scadenza a dicembre. Inoltre questo ufficio si occupa sia di monitoraggi ordinari sia delle emergenze (incidenti industriali, rogo di capannoni, grandi combustioni di pneumatici ). Dei dodici addetti solo due sono incaricati del controllo sui camini delle fabbriche.
In sostanza in Puglia solo due persone sono impegnate a rilevare le emissioni degli stabilimenti industriali dell’intero territorio regionale. Si tratta di una situazione che potremmo definire di inefficienza strutturale: solo l’Ilva possiede 252 camini. E in tutta la Puglia sono circa un migliaio gli stabilimenti, grandi o piccoli, che emettono fumi in atmosfera. Ma come fanno due persone a monitorare ogni anno un migliaio di camini? Semplicemente, non ce la fanno.
Lo dice chiaramente lo stesso Roberto Giua, direttore del Cra: “dei 252 camini dell’Ilva noi riusciamo a controllarne tre o quattro, quelli più rilevanti. Sarebbe interessante monitorare anche gli altri, ma materialmente come facciamo? Con questo organico non riusciamo a soddisfare neanche lontanamente quelle che sono le esigenze. Possiamo solo andare dietro alle emergenze”.
E se uno di questi due tecnici prende un’influenza, che succede? “Non si fanno più i campionamenti. Il prelievo su camino è svolto da personale specializzato, non possono farlo tutti. Si tratta di salire su camini alti una cinquantina di metri, rimanere per otto ore in cima agli stessi con una sonda che pesa una decina di chili. Questo è un lavoro che viene fatto in due. Nel nostro caso se si ammala un tecnico non possiamo rimpiazzarlo e quindi prelievi non se ne fanno”.
Ma non si pensi che questo genere di carenza sia solo pugliese. Anche altre regioni meridionali se la passano male, anzi addirittura peggio. Pensate che Basilicata, Molise e Calabria sono sprovviste di tecnici per svolgere i monitoraggi a camino. Di conseguenza accade anche che i due tecnici pugliesi vengano “prestati” ad altre regioni per specifici monitoraggi, ci dice Giua.
Perché accade questo? Quali sono i motivi alla base dell’ inefficienza strutturale dell’Arpa sul fronte del controllo delle emissioni? Giorgio Assennato, direttore di Arpa Puglia e presidente di AssoArpa è chiaro:

Giorgio Assennato direttore di Arpa Puglia
“Il nostro è un problema comune a tutte le Arpa meridionali. Si tratta di agenzie nate tardi, dal 2002 al 2006, quando erano ormai in vigore una serie di vincoli del patto di stabilità che rappresentano un impedimento formidabile all’incremento di addetti. Addirittura un vincolo del patto ci obbliga a ridurre i costi del personale dell’1,5% rispetto alla spesa del 2004, anno in cui l’agenzia è nata. Questo significa costringerci a restare ad uno stadio neonatale. Non possiamo assumere, anzi il nostro personale sta diminuendo. C’è bisogno di un intervento del governo, come è accaduto ad esempio con il decreto “salva-ilva” per le Asl di Taranto. Quest’ultime hanno avuto una deroga al patto di stabilità, proprio per la criticità del territorio tarantino. La cosa paradossale è che ad Arpa, ovvero a chi deve fare i controlli, questa deroga non è mai stata concessa. Inoltre la maggior parte del nostro budget deriva dagli assessorati ad ambiente e sanità della Regione Puglia. Quindi i tagli governativi a questi settori si ripercuotono su Arpa. Questa situazione di penuria è destinata a perdurare finché non verrà approvato il disegno legge Realacci – Bratti, che si trascina ormai da due legislature e che punta a riformare il controllo ambientale”.
La Realacci – Bratti, se approvata, istituirebbe il sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (per approfondire). In sostanza lo Stato si incaricherebbe di tutelare la salute pubblica anche a partire da un attenta prevenzione delle cause di molte malattie mortali proprio con un più efficiente sistema di Arpa. Il disegno di Legge è stato presentato nel 2012 e tutt’ora non è stato ancora discusso dalle Camere.
Dunque da un lato la politica si affanna a fare proclami e leggi sulla tutela ambientale (come è giusto che sia), ma dall’altro decide di lasciare le Arpa in uno stato di inefficienza strutturale. Il risultato è un buco nell’acqua. Nessuna legge antidiossina potrà mai essere efficace se non è al contempo efficiente l’ente di controllo delle emissioni, che individua e segnala prontamente quali sono le attività industriali che sforano i limiti.
In Germania, tanto per chiudere con un paragone, il problema dei fumi industriali è stato affrontato e risolto decenni fa per grandissime aziende come la TyssenKrup. In Italia questo non è accaduto. E questa è una drammatica realtà che può essere riscontrata più che dalle carenze di personale dell’Arpa dal numero troppo alto di malati nei reparti di oncologia degli ospedali pugliesi. Stefano Martella - 20centesimi