Due uomini per controllare mille camini. Questa è l’Arpa Puglia
Taranto, Ilva: la magistratura ipotizza a carico dei proprietari
delle acciaierie le accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento
di sostanze alimentari, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto
e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.
Cerano, centrale Enel Federico II: alimentata a carbon
e è il sito più inquinante d’Italia.
Secondo l’agenzia Eea (European Environment Agency) è la diciottesima
industria più inquinante d’Europa. Uno dei capi d’accusa nel processo in
corso contro 15 dirigenti è “disastro colposo”. Muro Leccese (Le),
fonderia Ruggeri Service: il 31 maggio 2012 rilevamenti dell’Arpa hanno
constatato
uno sforamento di diossina tre volte superiore al consentito.
Il 16 aprile scorso è partito il processo per violazione dei valori
limite di emissioni in atmosfera e getto pericoloso di cose. Galatina
(Le), cementificio Colacem: l’8 giugno 2013 è stato presentato un
esposto alla Procura di Lecce di cittadini preoccupati dall’emissione
dei fumi dell’azienda.
Sono solo quattro casi di stabilimenti industriali i cui fumi
potrebbero essere tra le cause dell’altissimo numero di tumori alle vie
respiratorie in provincia di Lecce. A svelarci la verità sarà la
magistratura. E anche questo è un problema: in materia di inquinamento
atmosferico, in Puglia, è sempre più difficile prevenire che curare.
Intervenire con multe e sequestri o cominciare lunghi processi quando il
danno è già fatto non migliora comunque la qualità dell’ambiente nel
quale queste industrie lavorano. Se questo accade c’è un motivo ben
preciso. E sono le condizioni a dir poco disagiate nelle quali si trova
l’ente che dovrebbe controllare – in tempo utile – il livello di
emissioni degli impianti industriali.
E cioè l’Arpa, a cui è affidato il compito di monitorare quelle che,
secondo l’Airc (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro), sono
le principali sostanze cancerogene contenute nei fumi industriali. Gli
Ipa (idrocarburi policiclici aromatici) come il benzo(a)pirene, i
metalli pesanti come il cromo, nichel, arsenico. O la diossina,
particolarmente pericolosa, non solo perché nociva quando viene inalata
ma perché si concentra nei terreni, di fatto avvelenando prodotti
agricoli, bestiame e acqua.
Questa è una tabella che riporta i dati strutturali delle Arpa
italiane. I numeri si riferiscono al 2011 ma allo stato attuale sono
pressoché identici. La carenza di personale dell’Arpa Puglia è il primo
dato che fa riflettere:
La Puglia pur essendo la settima regione più popolosa d’Italia, con
più di 4 milioni di abitanti, ha un’ Arpa in cui lavorano solo 335
dipendenti. Ben dodici regioni, cinque delle quali con popolazioni
inferiori alla Puglia, hanno un personale superiore a quello pugliese.
Nel Salento uno dei primi a porre l’accento sulla correlazione tra
fumi industriali e cancro è stato l’oncologo Giuseppe Serravezza,
presidente della sezione di Lecce della Lilt ( Lega Italiana per la
Lotta contro i Tumori). Lui di questa emergenza ne parla dagli anni
novanta. Negli anni è stato spesso minacciato da politici e dirigenti
d’azienda di querela per “procurato allarme”. Ma i suoi allarmi, invece,
si stanno rivelando fondati. Per averne conferma si è dovuto aspettare
l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini a Taranto, nel bel mezzo dello
scandalo Ilva. Per “tranquillizzare” i tarantini, Clini citò il
rapporto “Sentieri” in cui è scritto ciò che alla Lilt dicono da una
vita: di tumore alle vie respiratorie si muore più in provincia di Lecce
che in provincia di Taranto. Quando lo intervistiamo Serravezza
conferma:
“Venti anni fa il Salento aveva una mortalità per tumore tra le
più basse d’Italia, adesso la situazione si è capovolta. In provincia di
Lecce si muore per tumore in proporzioni maggiori rispetto a gran parte
d’Italia. Riguardo al tumore al polmone abbiamo una mortalità tra le
più alte, forse la maggiore d’Italia. Tra le probabili cause di questa
situazione ci sono i fumi industriali uniti alla particolare posizione
geografica della provincia leccese.”
Infatti sul territorio leccese convergono i fumi degli stabilimenti
di Taranto e di quello di Cerano, spinti dai venti settentrionali. Ma il
territorio salentino è anche costellato da piccoli e grandi
insediamenti industriali potenzialmente pericolosi e, per la maggior
parte del tempo di produzione, fuori controllo:
“Abbiamo tanti stabilimenti che non ricevono nessun controllo. – dice Serravezza
– Non esiste un censimento su questi piccoli impianti, vige l’anarchia
totale. Poi bisogna tenere presente un’altra cosa. Attualmente la Puglia
ha una legge che impone di non superare la soglia di diossina di 0,4 ng
TE/Nmc. Ma dal punto di vista sanitario e scientifico non c’è soglia al
di sotto della quale questa sostanza non faccia male. Io penso che in
provincia di Lecce non possiamo più accendere nemmeno un cerino”.
All’interno della struttura dell’Arpa c’è un ufficio che si occupa
esclusivamente del monitoraggio delle emissioni in atmosfera: il Cra
(Centro Regionale Aria). Qui la carenza di personale si fa drammatica:
il Cra è composto da 12 membri, di cui sei con contratto a tempo
determinato in scadenza a dicembre. Inoltre questo ufficio si occupa sia
di monitoraggi ordinari sia delle emergenze (incidenti industriali,
rogo di capannoni, grandi combustioni di pneumatici ). Dei dodici
addetti solo due sono incaricati del controllo sui camini delle
fabbriche.
In sostanza in Puglia solo due persone sono impegnate a rilevare le
emissioni degli stabilimenti industriali dell’intero territorio
regionale. Si tratta di una situazione che potremmo definire di
inefficienza strutturale: solo l’Ilva possiede 252 camini. E in tutta la
Puglia sono circa un migliaio gli stabilimenti, grandi o piccoli, che
emettono fumi in atmosfera. Ma come fanno due persone a monitorare ogni
anno un migliaio di camini? Semplicemente, non ce la fanno.
Lo dice chiaramente lo stesso Roberto Giua, direttore del Cra: “
dei
252 camini dell’Ilva noi riusciamo a controllarne tre o quattro, quelli
più rilevanti. Sarebbe interessante monitorare anche gli altri, ma
materialmente come facciamo? Con questo organico non riusciamo a
soddisfare neanche lontanamente quelle che sono le esigenze. Possiamo
solo andare dietro alle emergenze”.
E se uno di questi due tecnici prende un’influenza, che succede? “
Non
si fanno più i campionamenti. Il prelievo su camino è svolto da
personale specializzato, non possono farlo tutti. Si tratta di salire su
camini alti una cinquantina di metri, rimanere per otto ore in cima
agli stessi con una sonda che pesa una decina di chili. Questo è un
lavoro che viene fatto in due. Nel nostro caso se si ammala un tecnico
non possiamo rimpiazzarlo e quindi prelievi non se ne fanno”.
Ma non si pensi che questo genere di carenza sia solo pugliese. Anche
altre regioni meridionali se la passano male, anzi addirittura peggio.
Pensate che Basilicata, Molise e Calabria sono sprovviste di tecnici per
svolgere i monitoraggi a camino. Di conseguenza accade anche che i due
tecnici pugliesi vengano “prestati” ad altre regioni per specifici
monitoraggi, ci dice Giua.
Perché accade questo? Quali sono i motivi alla base dell’
inefficienza strutturale dell’Arpa sul fronte del controllo delle
emissioni? Giorgio Assennato, direttore di Arpa Puglia e presidente di
AssoArpa è chiaro:
Giorgio Assennato direttore di Arpa Puglia
“Il nostro è un problema comune a tutte le Arpa meridionali. Si
tratta di agenzie nate tardi, dal 2002 al 2006, quando erano ormai in
vigore una serie di vincoli del patto di stabilità che rappresentano un
impedimento formidabile all’incremento di addetti. Addirittura un
vincolo del patto ci obbliga a ridurre i costi del personale dell’1,5%
rispetto alla spesa del 2004, anno in cui l’agenzia è nata. Questo
significa costringerci a restare ad uno stadio neonatale. Non possiamo
assumere, anzi il nostro personale sta diminuendo. C’è bisogno di un
intervento del governo, come è accaduto ad esempio con il decreto
“salva-ilva” per le Asl di Taranto. Quest’ultime hanno avuto una deroga
al patto di stabilità, proprio per la criticità del territorio
tarantino. La cosa paradossale è che ad Arpa, ovvero a chi deve fare i
controlli, questa deroga non è mai stata concessa. Inoltre la maggior
parte del nostro budget deriva dagli assessorati ad ambiente e sanità
della Regione Puglia. Quindi i tagli governativi a questi settori si
ripercuotono su Arpa. Questa situazione di penuria è destinata a
perdurare finché non verrà approvato il disegno legge Realacci – Bratti,
che si trascina ormai da due legislature e che punta a riformare il
controllo ambientale”.
La Realacci – Bratti, se approvata, istituirebbe il sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (
per approfondire).
In sostanza lo Stato si incaricherebbe di tutelare la salute pubblica
anche a partire da un attenta prevenzione delle cause di molte malattie
mortali proprio con un più efficiente sistema di Arpa. Il disegno di
Legge è stato presentato nel 2012 e tutt’ora non è stato ancora discusso
dalle Camere.
Dunque da un lato la politica si affanna a fare proclami e leggi
sulla tutela ambientale (come è giusto che sia), ma dall’altro decide di
lasciare le Arpa in uno stato di inefficienza strutturale. Il risultato
è un buco nell’acqua. Nessuna legge antidiossina potrà mai essere
efficace se non è al contempo efficiente l’ente di controllo delle
emissioni, che individua e segnala prontamente quali sono le attività
industriali che sforano i limiti.
In Germania, tanto per chiudere con un paragone, il problema dei fumi
industriali è stato affrontato e risolto decenni fa per grandissime
aziende come la TyssenKrup. In Italia questo non è accaduto. E questa è
una drammatica realtà che può essere riscontrata più che dalle carenze
di personale dell’Arpa dal numero troppo alto di malati nei reparti di
oncologia degli ospedali pugliesi.
Stefano Martella - 20centesimi