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venerdì 23 ottobre 2015

Scatole cinesi, pardòn, all'italiana!

Incontro al MiSE, molte le novità sul futuro dell'acciaio tarantino

Un primo incontro per fare il punto della situazione, per poi tirare le somme e stilare una tabella di marcia nel vertice del 29 a Roma. Di questo hanno discusso mercoledì sera nelle stanze del ministero dello Sviluppo Economico il titolare del dicastero, Federica Guidi, i tre commissari straordinari dell'Ilva in amministrazione straordinaria e i segretari nazionali di Fiom, Fim e Uilm.
La novità più importante riguarda la vita della fabbrica per i prossimi tre mesi: il ministro Guidi ha assicurato il pagamento degli stipendi e la tenuta economica dell'azienda, grazie a 100-150 milioni di euro che deriverebbero dal residuo del prestito di 400 milioni di euro delle banche, che ad un certo momento è stato sospeso e adesso è stato invece riattivato.
Altra novità importante riguarda la nascita della new.co che, secondo quanto annunciato dal ministro Guidi, vedrà la luce entro il mese di dicembre. La nuova società dovrebbe vedere al suo interno la Cassa Depositi e Prestiti con una quota che oscillerebbe tra il 50 e il 60% (anche se bisognerà stare molto attenti nel rispettare lo statuto dell'istituto a cominciare dal vincolo della partecipazione temporanea e della natura positiva del bilancio dell'azienda in cui si interviene), alcune banche (tra cui è lecito credere ci saranno Unicredit, Banca Intesa e Banco Popolare che sono i tre istituti di credito più esposti nei confronti della vecchia Ilva Spa e che da tempo sostengono l'azienda con una serie di prestiti che per legge rientrano nei crediti prededucibili) ed infine anche alcuni soggetti privati italiani operanti nel campo della siderurgia. Che in sintesi è molto vicina alla linea che da tempo soprattutto Federacciai e Confindustria hanno sposato.
La new.co, una volta creata, prenderà in affitto per 2-3 anni gli impianti produttivi con cessione del ramo specifico, in modo tale da ripartire da “zero” lasciando così i debiti in quella che sarà a tutti gli effetti la vecchia Ilva Spa, sulle cui vicende e sui cui creditori a novembre ci sarà presso il tribunale fallimentare di Milano (nello scorso gennaio ha constatato uno stato di insolvenza per quasi tre miliardi di euro) la prima udienza: sono infatti oltre 20mila le istanze di insinuazione al passivo presentate dai creditori, tra cui sono presenti in gran numero le aziende dell'indotto. Una volta affittati gli impianti, la new.co gestirà l'Ilva per un periodo che, nelle previsioni del governo, oscilla tra i 24 e i 36 mesi, durante i quali dovrà avvenire il tanto agognato e sin qui poco realizzato risanamento ambientale, con l'attuazione di tutte le prescrizioni presenti nel piano ambientale dei commissari che ha recepito le 96 prescrizioni dell'autorizzazione integrata ambientale (AIA). Proprio nella riunione di giovedì prossimo a Roma potrebbe avvenire la presentazione del piano di ristrutturazione elaborato dai commissari, che dovrà essere approvato dal ministero e dal governo. In quella sede si discuterà anche della costituzione del Fondo turnaround, una società di servizio approvata dal governo con un decreto la scorsa estate, che prevede l'ingresso nel fondo di enti e fondi d'investimento: secondo indiscrezioni si parla di una cifra intorno agli 1,6-1,8 miliardi di euro. Staremo a vedere. (Siderweb)

giovedì 24 settembre 2015

Ci crediamo

Vertice a Roma, pronta la bozza del piano per rilanciare Taranto

Al Tavolo istituzionale per Taranto, riunito ieri a palazzo Chigi dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti, affiancato dal sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi, è stata esaminata la bozza del Cis, il Contratto istituzionale di Sviluppo che deve essere pronto per la prossima riunione del Cipe, prevista entro il primo novembre.
Lo strumento per la riqualificazione di Taranto e dei comuni di Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola, contemplato dalla legge 20 del 2015 per l’Ilva e lo sviluppo dell’area «finisce per essere parte integrante del cosiddetto Masterplan per il Sud che si articola su otto Regioni e sette Città Metropolitane, una delle quali è - appunto - Taranto stessa», spiega un comunicato della Presidenza del Consiglio al termine della riunione . Il Cis e i progetti presentati dai vari enti – Regione Puglia, enti locali, Autorità Portuale, Marina Militare, commissario per le Bonifiche, ecc – verranno esaminati e scelti nel corso della prossima riunione del Tavolo, previsto il 19 ottobre a Taranto, dove si sposteranno non solo il sottosegretario, ma i dirigenti della Struttura di missione, del Dipartimento per le Politiche di Coesione e dell'Agenzia per la Coesione Territoriale, dei ministeri dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture, dei Beni Culturali, dell'Ambiente e di Invitalia. Un altro momento di attenzione per Taranto, dove il 20 luglio scorso De Vincenti aveva quantificato in almeno 600 milioni le risorse già stanziate tra fondi europei, nazionali, locali e di privati: 115 milioni per le bonifiche; 189 milioni per l'infrastrutturazione del porto; 219 milioni per la piattaforma logistica; 60 milioni per le opere di rigenerazione urbana; 30 milioni per la reindustrializzazione.
Il testo dell’accordo e le schede progettuali sono suscettibili di ulteriori modifiche, con osservazioni e integrazioni, ma al finanziamento andranno le opere già avviate e quelle che rischiano di perdere i fondi, come i dragaggi del porto di Taranto, già appaltati. «Non il libro dei sogni - afferma il Sottosegretario De Vincenti riassumendo il senso dei progetti in cantiere - ma interventi precisi, dotati di risorse precise, la cui realizzazione dovrà essere scandita da un cronoprogramma verificato periodicamente. Il tutto, nel nome della massima trasparenza perché i cittadini hanno il diritto di conoscere quel che si fa, con quali mezzi lo si fa, di chi è la responsabilità, conclude. Il contratto, “è uno strumento molto flessibile”, spiega il presidente dell’Autorità Portuale di Taranto, Sergio Prete, «e le proposte che non dovessero essere finanziate in tempo idoneo per sfruttare questi fondi, potranno essere poste nella prossima programmazione del Cipe», aggiunge.
Alla riunione, a cui ha partecipato anche l’Ammiraglio del Comando Marittimo Sud, Ermenegildo Ugazzi, il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, ha consegnato la delibera comunale sul rilancio del ruolo dell’Arsenale Militare di Taranto e il completamento del piano Brin, su cui ha espresso il suo accordo il sottosegretario alla Difesa. (GdM)

giovedì 28 maggio 2015

Pat pat!

Ilva vuole patteggiare a Taranto e attende l’ok del Mise

A Taranto il processo per il reato di disastro ambientale contestato all’Ilva va in standy by. Dopo l’udienza preliminare di oggi davanti al gup Wilma Gilli, nella quale sono proseguite le arringhe della difesa, la prossima è prevista per l’1 luglio. La sospensione di un mese è dovuta alla necessità di attendere che il ministero dello Sviluppo economico si pronunci sull’istanza di patteggiamento che l’Ilva ha avanzato come soggetto giuridico che risponde in base alla legge sulla responsabilità delle imprese.
La volontà della società di patteggiare, e quindi di tirarsi fuori dal processo concordando la pena con la Procura, gli avvocati dell’Ilva l’avevano già manifestata nelle udienze precedenti. Solo che l’approfondimento giuridico del tema, il confronto con la stessa Procura – un incontro c’è stato a Taranto martedì pomeriggio – e l’acquisizione del via libera del Mise, essendo l’Ilva in amministrazione straordinaria da gennaio, richiedono più tempo. Dunque, c’è necessità di aggiornare il processo.
La struttura del patteggiamento, ancora oggetto di discussione tra le parti, prevederebbe una multa di 2 milioni di euro, l’interdizione di otto mesi con i commissari straordinari che diventano, per questo periodo, commissari giudiziali, e una confisca di 2 miliardi di euro, ritenuti profitto del reato, a carico dei beni di Riva Fire e non di Ilva spa. I legali dell’Ilva chiedono la confisca verso Riva Fire perchè vogliono evitare che un’azione del genere sull’Ilva possa bloccare il trasferimento all’Ilva stessa del miliardo e 200 milioni sequestrati ai Riva e ora in Svizzera. Un passaggio delicato e tutt’altro che agevole, anche se ci sono una legge che stabilisce il rientro di queste risorse in Italia (al Fondo unico Giustizia, che sottoscriverà le obbligazioni con cui l’Ilva finanzierà i lavori ambientali nel siderurgico di Taranto) e il parere positivo del gip di Milano, Fabrizio D’Arcangelo. Sul fatto di spostare la confisca da Ilva spa a Riva Fire non ci sarebbe, allo stato, il consenso della Procura, ma sul problema va comunque avanti il confronto con gli avvocati dell’azienda. Per i quali va evitata ogni possibile interferenza tra il processo di Taranto (la Procura chiede il rinvio a giudizio di 49 persone fisiche e tre società) e la vicenda giudiziaria di Milano. (Sole24h)

lunedì 18 maggio 2015

Qualche decina di operai... e la città è bloccata!

Se invece qualche cittadino fa un sit-in pacifico scattano subito le denunce.
Sono i due pesi e le due misure di una città necessaria, ancorata alla dipendenza dalle grandi industrie esterne, che solidarizza con gli "operai di stato" e reprime ogni pensiero creativo, alternativo, propositivo. 
La Marcegaglia Buildtec chiude perchè non le arrivano i finanziamenti di stato per continuare a stare a Taranto. 
Così come altre grandi industrie che godono di "tutele" finanziarie, legislative e persino di decreti ad hoc cotti e mangiati all'istante a Roma! 
Basta qualche tuta blu con famiglia votante per assicurarsi il proprio momento di gloria, ognuno si scelga il suo ponte da occupare, la sua arteria di traffico da bloccare e persino il suo palazzo pubblico per simulare un suicidio plateale!
Ce n'è per tutti quelli col contratto! 
Gli altri, per favore, prendano un treno (finchè ci sarà una stazione!), e vadano a sognare altrove!
 

Taranto, sit-in di protesta dei dipendenti ex Marcegaglia. Chiesto al sindaco Stefàno un tavolo presso il Ministero

Gli ex lavoratori della Marcegaglia Buildtec di Taranto, che avrebbero dovuto essere ricollocati dall'azienda piemontese Otlec in base a un accordo siglato il 3 dicembre 2014 al ministero dello Sviluppo economico, hanno prima bloccato temporaneamente il ponte girevole, poi si sono radunati sotto la sede del Municipio di Taranto per un sit-in di protesta.
Sono 84 i lavoratori interessati, attualmente in Cassa integrazione straordinaria (con scadenza a novembre), che dovevano essere riassunti dalla Otlec, azienda che opera nella lavorazione dell'acciaio e nella produzione di cogeneratori e bruciatori, ma l'accordo per la reindustrializzazione è saltato. Una delegazione di operai e di rappresentanti sindacali è stata ricevuta dal sindaco Ippazio Stefano, a cui viene chiesto un intervento immediato per l'attivazione di un tavolo presso il Ministero dello Sviluppo Economico.(Quot)

venerdì 24 aprile 2015

Patti chiari?

L'Ilva ammette il disastro ambientale: "Pronti a patteggiare"

L'Ilva in amministrazione controllata ed affidata ai commissari del governo vuole patteggiare al processo "Ambiente svenduto" sul disastro ambientale consumato ai piedi del siderurgico più grande d'Europa. Una decisione clamorosa che tuttavia è coerente con le decisioni dei governi degli ultimi anni, che per far fronte alla situazione ambientale emersa dall'inchiesta, hanno fatto ricorso per sette volte a decreti d'urgenza e aggiornato l'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale.
Questa mattina all'udienza preliminare a carico di 52 imputati, di cui 3 società, per il disastro ambientale di Taranto, il professor Filippo Sgubbi e l'avvocato Angelo Loreto hanno chiesto al gup Vilma Gilli un rinvio in attesa che il ministero per lo Sviluppo economico autorizzi il patteggiamento della pena. Ilva spa, ora Ilva as, è accusata in base alla legge 321 sulla responsabilità delle aziende di associazione per delinquere, reati ambientali come inquinamento, reati contro la pubblica amministrazione come corruzione in atti giudiziari e due omicidi colposi per la morte di due lavoratori nel 2012.
Nel caso in cui il Mise autorizzi i legali a patteggiare, nelle prossime udienze accusa e difesa definiranno l'entità della sanzione amministrativa e pecuniaria da sottoporre al giudice. La richiesta di patteggiamento conferma la tesi che la procura sostiene dall'inizio dell'inchiesta: l'Ilva ha inquinato per anni risparmiando sugli investimenti ambientali e sulla manutenzione degli impianti.
Chiedendo il patteggiamento per la società Ilva, per la quale la Procura ha chiesto al gup il rinvio a giudizio, i commissari - si apprende da fonti vicine all'azienda - da un lato riconoscono le responsabilità della pregressa gestione dell'azienda e dall'altro evitano il processo. E' una opportunità che l'Ilva vuole cogliere, si afferma, anche per distinguere meglio la "vecchia" Ilva, per intendersi quella gestita dai Riva, Fabio e Nicola, coinvolti in questo processo insieme ad altri con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, dalla "nuova" Ilva, quella affidata dal Governo ai commissari pubblici, ovvero Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi. Una mossa di discontinuità, dunque, ma anche di non conflitto verso la Procura di Taranto, visto che, si sottolinea, sia pure in ambiti e con ruoli diversi, i magistrati e i commissari rappresentano lo Stato.
L'evoluzione del patteggiamento prevede ora - questa almeno la traccia su cui si sta lavorando - che Ilva da un lato e vertici della Procura dall'altro (segnatamente il procuratore Franco Sebastio e l'aggiunto Pietro Argentino) presentino al gup in una delle prossime udienze un pacchetto concordato. Essendo l'Ilva una società, risponde in base alla legge 231 del 2011 sulla responsabilità delle imprese, e quindi la pena prevista in questi casi è una sanzione pecuniaria commisurata al capitale della società. Pena la cui entità non sarà comunque modesta. Previste anche sanzioni accessorie come la sospensione dell'esercizio dell'impresa, ma su quest'aspetto specifico si sta lavorando per trasformare quest'aspetto nella nomina di figure tecniche che controllino la situazione per conto dell'autorità giudiziaria. (Rep)

Patteggiamento Ilva, un punto di svolta

La richiesta avanzata dai legali dell’Ilva Spa, di patteggiare la pena nell’ambito dell’udienza preliminare per l’inchiesta “Ambiente svenduto”, può tracciare uno spartiacque. Se la richiesta presentata al Ministero per lo sviluppo economico venisse accolta anche dalla procura jonica, ciò potrebbe portare a una sanzione pecuniaria di alcuni miliardi di euro da destinare alla trasformazione del siderurgico e alla realizzazione delle misure contenute nell’Aia. Per questo, la richiesta dell’Ilva non costituisce solo un’ammissione di responsabilità di fronte a reati molto gravi quali disastro ambientale, omissione dolosa di cautele sul luogo di lavoro e, soprattutto, avvelenamento di sostanze alimentari. Non costituisce solo un decisivo passo avanti nell’accertamento delle condotte penali. Potrebbe portare anche allo stanziamento di fondi concreti per intervenire sul siderurgico. Il tutto, ovviamente, dipende dall’entità della somma che nel caso verrà sancita quale pena.
Da un punto di vista più strettamente penale, la richiesta di patteggiamento avanzata dalla struttura commissariale che ora controlla l’Ilva segna anche un passaggio rilevante nella storia del procedimento “Ambiente svenduto”. Con tale mossa, che riguarda solo la società imputata in quanto azienda, si separano i percorsi tra quella che vorrebbe essere la nuova Ilva e le responsabilità individuali dei dirigenti del Gruppo Riva. Per loro (i figli del patron dell’acciaio, i dirigenti ufficiali e quelli “ombra” dello stabilimento, così come per gli altri imputati) il procedimento continua in attesa del pronunciamento del gup.
Tale bivio rischia di aprire una forbice processuale. I reati contestati nel procedimento “Ambiente svenduto” sono molto gravi. Lo è in particolare l’avvelenamento di sostanze alimentari, che se associato a un comportamento coscientemente doloso, e alla morte di più persone, quale conseguenza di una propria attività inquinante, può arrivare addirittura alla richiesta dell’ergastolo. Tuttavia, nei grandi processi ambientali degli ultimi anni non si è mai arrivati a una sentenza del genere. Il rischio invece è che di fronte a processi lunghissimi, che coinvolgono molti imputati, e pool di avvocati con diverse strategie, i tre gradi di giudizio oltrepassino i tempi della prescrizione.
Alla lunga, anche il processo “Ambiente svenduto” potrebbe risolversi in un nulla di fatto. Per questo, la richiesta di patteggiamento avanzata dalla struttura commissariale che attualmente controlla il siderurgico rappresenta una pagina importante. Comunque la si voglia interpretare, pone un punto fermo in una città in cui, fino a pochi anni fa, veniva deliberatamente negata anche la minima possibilità di inquinamento. (CdM)

lunedì 22 settembre 2014

Rien ne va plus!

Acquisizione Ilva: ArcelorMittal domani al Mise

Incontro al Mise domani tra i dirigenti della multinazionale siderurgica franco-indiana ArcelorMittal e i rappresentanti del Governo, per un confronto sulla situazione dell'Ilva. Intanto l’esecutivo sollecita gli industriali italiani, da Confindustria a Federacciai
E’ previsto per domani l’incontro presso il ministero dello Sviluppo Economico tra i dirigenti della multinazionale siderurgica franco-indiana ArcelorMittal e i rappresentanti del Governo, per un confronto sulla situazione dell'Ilva. Potrebbe essere dunque quanto mai vicina l’acquisizione dell’acciaieria jonica da parte del colosso franco-indiano che vorrebbe concludere l’affare entro la fine dell’anno. La multinazionale, rimane al momento l’acquirente più interessato nel rilevare le quote appartenenti alla famiglia Riva e, per questo, vorrebbe accelerare i tempi nonostante il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi avesse indicato come termine delle trattative il primo trimestre del prossimo anno. Il ministro non ha escluso la presenza di gruppi italiani, fra cui pare anche Marcegaglia, che potrebbero affiancare il gruppo franco-indiano lasciandogli quote di maggioranza. Pare infatti che il Governo abbia sollecitato anche gli industriali, da Confindustria a Federacciai. Sull’acquisizione però pesano da un lato l'onerosita' del risanamento ambientale, la frequenza di guasti agli impianti e di incidenti ed infine i risvolti giudiziari del processo ‘Ambiente Svenduto’ e le numerose richieste di risarcimento danni e costituzione di parte civile. In ogni caso, Arcelor Mittal procede nell'operazione Taranto e la prossima presentazione del piano industriale è un passaggio importante. Interessato, ma più indietro rispetto alla multinazionale franco-indiana è invece il gruppo siderurgico (sempre indiano) di Jindal che in un colloquio avuto con il premier Matteo Renzi ha già fatto intendere di essere interessata sia all'Ilva che alla Lucchini di Piombino. (Cosmopolismedia)

Ilva, non solo ArcelorMittal: gli indiani di Jindal visitano gli impianti

Una delegazione dell'azienda siderurgica indiana Jsw Steel, che all'inizio del mese ha manifestato interesse per l'acquisto dell'Ilva, è arrivata in Italia e sta visitando gli impianti della società italiana commissariata da oltre un anno. La delegazione, composta da sette-otto persone, sta visitando oggi gli impianti Ilva di Genova e di Novi, mentre domani e mercoledì sarà a Taranto, il più grande stabilimento siderurgico d'Europa.
Giovedì e venerdì, invece, i rappresentanti della società che fa capo al magnate indiano Sajjan Jindal saranno a Milano, per discutere con i manager di Ilva. Jsw aveva scritto nelle scorse settimane al commissario straordinario Piero Gnudi dichiarando interesse per l'Ilva, di proprietà della famiglia Riva ma commissariata dal governo nel 2013 per rispettare le prescrizioni anti-inquinamento. E' interessata all'azienda italiana anche ArcelorMittal , una cui delegazione di recherà domani al ministero per lo Sviluppo Economico, come ha confermato oggi una fonte governativa. (RepBa)

venerdì 22 agosto 2014

Braghe calate per legge. Altro che partecipazione: zitti e sotto!

Petrolio di «Tempa Rossa» a Taranto: già deciso a Roma

Porta la data del 16 aprile del 2010 l’avvio delle procedure per la valutazione di impatto ambientale del progetto di adeguamento delle strutture della raffineria Eni di Taranto per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio proveniente dal giacimento lucano denominato «Tempa Rossa». Più, insomma, di quattro anni, trascorsi tra riunioni, conferenze, verifiche, azioni di lobby, concluse il 17 luglio scorso - come rivelato dalla Gazzetta - con il sostanziale via libera ai lavori, così come deciso da due ministeri (Ambiente e Sviluppo Economico) e dalla Regione Puglia (il Comune di Taranto non è stato invitato).
Due i provvedimenti governativi che fanno da supporto a tutta l’operazione che vede coinvolta la Total (proprietaria dello stabilimento lucano assieme a Shell e Mitsui) e l’Eni (proprietaria delle aree nelle quali saranno realizzati i due maxi serbatoi destinati ad accogliere il greggio poi destinato a prendere la via del mare tramite un pontile appositamente attrezzato). Il primo porta la firma degli allori ministri Stefania Prestigiacomo (Ambiente) e Giancarlo Galan (Beni culturali) che il 27 ottobre 2011 decretarono la compatibilità ambientale del progetto presentato dall’Eni, progetto che prevede opere a valle di quello - è bene tenerlo a mente - che è considerata una infrastruttura strategica (delibera del Cipe del 23 marzo 2012), ovvero il giacimento di idrocarburi denominato «Tempa Rossa», nell’ambito della concessione di coltivazione di idrocarburi denominata «Gorgoglione». Secondo il Cipe, lo sviluppo del giacimento in questione, unitamente allo sviluppo del giacimento denominato «Val d’Agri», consentirà di coprire circa il 10 per cento del fabbisogno energetico nazionale per una durata di circa 20 anni e di fornire quindi «un notevole contributo alla riduzione della dipendenza del Paese dall’estero per l’approvvigionamento energetico». E siccome la raffineria di Taranto è collegata al giacimento «Val d’Agri», di proprietà dell’Eni, da un oleodotto, era naturale far giungere, tramite lo stesso oleodotto, il greggio (due milioni e 700mila tonnellate all’anno) di Tempa Rossa a Taranto. Solo che, in questo caso, la proprietà (Total) è diversa e dunque invece di farlo raffinare a Taranto, pagando l’Eni per il servizio, si è scelta la via dei maxi-serbatoi di stoccaggio e della realizzazione di una nuova piattaforma offshore, collegata alla piattaforma già esistente, dotata di due accosti che permettano l’attracco di navi da un minimo di 30.000 tonnellate ad un massimo di 45.000 tonnellate per l’esportazione del greggio Val D’Agri e di navi da un minimo di 30.000 tonnellate ad un massimo di 80.000 tonnellate per l’esportazione del greggio Tempa Rossa; il prolungamento del pontile esistente per una lunghezza totale di 324 metri.
Leggendo il documento presentato dall’Eni in sede ministeriale, si apprende, poi, che «la durata della fase di cantiere di costruzione dei nuovi impianti è stata stimata su base statistica in circa 24 mesi, comprensiva della fase di realizzazione delle opere civili e della fase dei montaggi elettromeccanici delle varie componenti del progetto. Il cantiere impiegherà circa 53 operatori, tra lavori civili, meccanici ed elettrici».
Numeri non roboanti, distanti dai 300 posti di lavoro annunciati ad esempio da Confindustria nella manifestazione dello scorso 1 agosto e da quelli che Total, indugiando non poco nella propaganda, invece contempla sul suo sito web.
Pesante, invece, il bilancio ambientale (sempre fonte Eni). «Le uniche emissioni in atmosfera di tipo convogliato generate dalle nuove installazioni saranno quelle dall’impianto recupero vapori. Il nuovo impianto integrerà l’impianto recupero vapori - si legge nel documento - attualmente esistente e propedeutico alle attività di carico delle due piattaforme. L’efficienza di recupero del nuovo sistema sarà pari al 98%, in linea con le migliori tecniche disponibili. Le portate saranno discontinue nel tempo, strettamente collegate alle operazioni di carico batch previste nella movimentazione. La raffineria ha stimato un quantitativo di vapori dalla caricazione del greggio Tempa Rossa pari a circa 1.300.000 chili all’anno. I nuovi impianti di recupero vapori permetteranno di convogliare e trattare tali streams gassosi in modo da recuperare parte degli idrocarburi, limitando il rilascio di sostanze in atmosfera. Gli scarichi gassosi finali dagli impianti di recupero vapori saranno tali da rispettare i limiti di legge, in linea con valori di performance delle migliori tecnologie disponibili secondo le Bat di settore e sono stimati pari a circa 26.000 chili all’anno di composti organici volatili (Voc). Il contributo delle nuove installazioni alle emissioni convogliate di raffineria può essere considerato trascurabile. Le nuove installazioni genereranno emissioni diffuse e fuggitive in corrispondenza delle nuove aree di stoccaggio e in corrispondenza degli accordi flangiati (stazioni di pompaggio, stazione di raffreddamento), aumentando le emissioni diffuse/fuggitive complessive di raffineria di circa il 11-12%. Tale incremento è determinato principalmente dalla superficie dei nuovi serbatoi, di dimensione atta a contenere il quantitativo di greggio movimentato. Le perdite di frazione volatile lungo le linee saranno rese poco significative dalla messa in posa di tubazioni saldate. L’incremento delle emissioni diffuse/fuggitive dall’impianto di trattamento acque può essere considerato trascurabile».
Dunque, Tempa Rossa sarà un affare per lo Stato (che infatti ha definito strategica l’opera, e dunque in quanto strategica calabile dall’alto senza «se» e senza «ma»), sarà un buon business per Total e soci (che estrarranno il petrolio dalla Basilicata, lo faranno arrivare a Taranto e poi lo raffineranno dove avrà più convenienza, facendo giungere per tale traffici ben 90 petroliere all’anno tra le Cheradi e il molo di punta Rondinella), per l’Eni (che quand’anche dovesse decidere di chiudere, come minacciato, la raffineria tarantina, potrà sempre contare su quanto Total pagherà per l’uso di serbatoi e pontili), per la Basilicata (che già gode delle royalties e degli altri benefit garantiti da compagnie petrolifere e Stato), per l’azienda, o le aziende, a cui saranno affidati i lavori (che impiegheranno, lo ribadiamo, 53 persone per 24 mesi, che probabilmente un lavoro già ce l’hanno).
Per la città di Taranto, invece, l’aumento dell’11-12% delle emissioni diffuse-fuggitive di composti organici volatili (probabilmente causa dell’insopportabile tanfo che aggredisce spesso Borgo, Tamburi e città vecchia) e la consapevolezza di non contare nulla a livello governativo, quanto scelte strategiche per il destino dell’Italia (ai polmoni dei tarantini, poco strategici, chissà chi ci pensa) vengono prese senza nemmeno consultarci. (Mazza - GdM)

Taranto, l’Eni potenzia la raffineria con l’ok della Regione. E ammette: “Più emissioni”

Col parere favorevole di governo e Regione e quello negativo (ma non vincolante) del Comune ionico, la società petrolifera realizzerà il progetto Tempra Rossa, che comporterà un forte aumento dello stabilimento tarantino. Non ci saranno ricadute occupazionali durature e salirà l'inquinamento. Angelo Bonelli: "Decisione che trasforma definitivamente la città nella discarica dei veleni d’Italia"

Eni
Il progetto Tempa Rossa dell’Eni s’ha da fare. A Taranto, la città avvelenata dall’Ilva che, evidentemente, non ha dato abbastanza sul piano industriale al Paese. L’ufficialità è giunta il 17 luglio scorso, quando la conferenza dei Servizi a cui hanno preso parte i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico e la Regione Puglia, ha di fatto dato il via libera al progetto in barba al “no” espresso dal consiglio comunale il 14 luglio, solo tre giorni prima. Il divieto dell’assise cittadina, evidentemente, non è piaciuto a Roma: il Comune di Taranto, infatti, non è stato nemmeno convocato. Era stato convocato invece il ministero della Salute che, però, non ha inviato al tavolo nessun rappresentante. Ma che cosa è e cosa comporta il progetto Tempa Rossa?
IL PROGETTO - Nel documento presentato dall’Eni a gennaio 2011 si legge che il progetto prevede il “potenziamento” della Raffineria di Taranto “per lo stoccaggio e la spedizione del greggio” estratto dal campo di Tempa Rossa, in Basilicata. Il potenziamento prevede interventi sia in ambiente marino, come il prolungamento del pontile già in uso all’Eni di Taranto e l’adeguamento dei servizi ausiliari asserviti al pontile, sia su terra come la costruzione di due nuovi mega serbatoi, costruzione nuova linea di trasferimento del greggio dai nuovi serbatoi al nuovo pontile, costruzione di un nuovo impianto pre-raffreddamento e la fabbricazione di due nuovi impianti di recupero vapori. Un progetto che, inoltre, servirà a garantire il miglioramento della gestione dello stoccaggio del greggio estratto in Val D’agri che già da tempo viene movimentato a Taranto.
RISVOLTI OCCUPAZIONALI - Nel documento si legge chiaramente che “l’adeguamento della Raffineria non prevede un incremento della capacità di lavorazione attuale, ma solo un aumento della capacità di movimentazione greggio Tempa Rossa, destinato esclusivamente all’export via mare”. Insomma non ci sono prospettive occupazionali per i tarantini. Le uniche unità lavorative da impiegare servirebbero per la realizzazione dei nuovi impianti. “La durata della fase di cantiere di costruzione dei nuovi impianti è stata stimata su base statistica in circa 24 mesi, comprensiva della fase di realizzazione delle opere civili e della fase dei montaggi elettromeccanici delle varie componenti del progetto. Il cantiere impiegherà circa 53 operatori, tra lavori civili, meccanici ed elettrici”. Insomma 53 lavoratori per 24 mesi e l’aumento del traffico navale mercantile in cambio di un impianto industriale che si aggiungerebbe a quelli già esistenti: su tutti Ilva e Cementir del Gruppo Caltagirone.
OBIETTIVI - Gli obiettivi del progetto, del resto, sono messi nero su bianco nei documenti presentati dall’Eni. “L’intervento di adeguamento delle strutture della Raffineria di Taranto – si legge nelle carte – si inserisce nei più ampi progetti petroliferi Val d’Agri e Tempa Rossa” che comportano la produzione di 600 milioni di barili di petrolio delle riserve della Val d’Agri (Potenza) e 420 milioni di barili di greggio dal giacimento Tempa Rossa che contribuirà ad aumentare in maniera significativa la produzione nazionale di petrolio, contribuendo così alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici del Paese”. Il contributo offerto dal progetto Tempa Rossa, ovviamente, contribuirà a ridurre, seppure sensibilmente, “la bolletta petrolifera italiana”. Non solo. “Il buon esito di questo piano di sviluppo, di cui gli interventi presso la Raffineria di Taranto rappresentano una parte essenziale, è dal punto di vista economico assai rilevante sia a livello nazionale che locale e costituisce un tassello importante nell’ambito delle opere strategiche previste dal piano degli interventi nel comparto energetico”.
I RISVOLTI AMBIENTALI - Il potenziamento degli impianti dell’Eni, che oggi contano già ben 133 serbatoi, contribuiranno anche all’incremento delle emissioni industriali nell’aria di Taranto. Le emissioni diffuse (cioè quelle che vengono emesse in modo incontrollato dallo stabilimento), secondo il colosso italiano del petrolio, aumenteranno del 11-12%. “Tale incremento è determinato – si legge ancora tra i documenti – principalmente dalla superficie dei nuovi serbatoi, di dimensione atta a contenere il quantitativo di greggio movimentato”. Cresce il numero dei serbatoi e quindi anche il livello nell’aria dei composti organici che periodicamente costringono i tarantini a chiudersi in casa per non respirare “la puzza di gas” che avvolge la città. Un fenomeno sul quale anche la procura di Taranto sta indagando da mesi. Ma per l’Eni, ed evidentemente anche per i ministeri e per la Regione guidata da Nichi Vendola, quell’aumento è da considerarsi “trascurabile”.
IL “NO” DEL COMUNE E LA PROCEDURA “SOSPETTA” - “Siamo assolutamente meravigliati di quello che è avvenuto – commenta a ilfattoquotidiano.it l’assessore comunale all’Ambiente Vincenzo Baio – perché il 10 luglio io stesso ho chiarito al tavolo con sottosegretario Dal Basso Decaro, i rappresentati dei ministeri e i vertici di Eni e Total il netto dissenso del Comune di Taranto. Quel giorno ho letto un documento che è stato formalmente acquisito. Quello stesso documento, solo quattro giorni dopo è stato letto in consiglio comunale che ha coerentamente ribadito il “no” al progetto Tempa Rossa. Scoprire che il 17 luglio, cioè una settimana dopo quell’incontro a Roma, ci sia stato il via libera appare più che sospetto. Il nostro “stop” – conclude Baio – evidentemente avrebbe messo i bastoni tra le ruote e così hanno pensato di fare a meno di noi. Del resto il parere del comune in questi casi è obbligatorio, ma purtroppo non vincolante”.
LE REAZIONI - “Questa è una sentenza che trasforma definitivamente Taranto nella discarica dei veleni d’Italia – dice invece Angelo Bonelli, coportavoce nazionale dei Verdi e consigliere comunale di Taranto -. Anche il comportamente della Regione è scandaloso perché il progetto Tempa Rossa, dal punto di vista ambientale, contribuirà ad accrescere le emissioni in atmosfera in modo insostenibnile e irreversibile. E’ la dimostrazione che nessuno vuole un futuro alternativo per questa città. E’ vergognoso”. E proprio poche ora fa Angelo Bonelli è stato destinatario di nuovi atti intimidatori. Dopo la busta con all’interno un coltello consegnata al municipio di Taranto con il messaggio “Te lo mettiamo in gola. Via da Taranto bastardo”, questa mattina il coportavocenazionale dei Verdi ha ricevuto una telefonata anonima nella quale un uomo gli avrebbe riferito “Lei ha preso soldi a Taranto e la sua vita ha ore contate”. Bonelli ha denunciato tutto agli organi di polizia e poi ha raccontato la vicenda sui social network. (Casula - FQ)

lunedì 19 maggio 2014

I Riva? Cittadini modello!

Riva: rinvio al 7 luglio inizio processo su frode fiscale 52 mln

L'accusa nei confronti degli imputati e' di aver violato l'articolo 3 della legge 74/2000, che punisce (da 18 mesi a 6 anni) chi, al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l'accertamento, indica elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi. In questo caso, l'accusa e' di aver "creato" elementi passivi fittizi per poter poi pagare meno tasse. Nel dettaglio, per l'accusa, "al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l'accertamento (consistenti nella contabilizzazione di un'operazione apparentemente aleatoria ma in realta' artatamente programmata per realizzare 'sicure' perdite 'fittizie' in Italia)", gli imputati "ponevano in essere una complessa operazione di finanza strutturata, all'unico scopo di consentire alla consolidata Ilva spa l'abbattimento del reddito (modello UNICO 2008), mediante l'utilizzazione di elementi passivi fittizi per 158.979.433 euro e conseguentemente per la consolidante Riva Fire spa (modello CNM 2008), una pari riduzione della base imponibile e un'evasione di imposta Ires pari a 52.463.213 euro", come riportato nel capo di imputazione. Per la procura di Milano, sarebbe quindi stata "organizzata e pianificata un'articolata serie di contratti, tutti economicamente collegati tra loro, cui partecipavano i seguenti soggetti economici: la societa' consolidata Ilva spa di Milano, la tedesca Ilva FinanzBeteiligungen Gmbh (acquistata solo l'8 maggio 2007, pochi giorni prima del closing dell'operazione) e la portoghese Taggia X Consultadoria economica e partecipacoes, Unipessoal Lda di Madeira (partecipata dal gruppo Deutsche, ma di fatto sottoposta all'influenza dominante della Ilva), che prevedeva nel contempo sia la strutturazione di derivati, sia l'esistenza di investimenti finanziari, all'esito dei quali (i contratti prevedevano una scadenza contestuale a fine esercizio), si realizzata l'effetto di dislocare utili del gruppo Riva sulla societa' portoghese e contabilizzare altrettante perdite nei bilanci della italiana Ilva di Milano". In pratica, secondo la procura di Milano, non si intaccavano gli utili del gruppo, ma utili fatti in Italia venivano spostati all'estero, per sfruttare un regime fiscale piu' favorevole, si creavano cosi' perdite in Italia per pagare meno tasse nel nostro Paese. Il risparmio fiscale per il gruppo, grazie a queste operazioni datate 2007 per essere dichiarate nel 2008, sarebbe stato appunto di poco piu' di 52 milioni di euro. (Borsaitaliana)

Ilva, frode da 100 milioni il Ministero arriva tardi. Il giudice: no parte civile

Il ministero dello Sviluppo economico è parte civile, solo per quanto riguarda le persone fisiche, nel processo milanese a carico di Fabio Riva, di altre due persone e della società Riva Fire, la holding che controlla l'Ilva di Taranto, con al centro una presunta truffa allo Stato da cento milioni di euro.
Lo ha stabilito il giudice della terza sezione penale del Tribunale di Milano, che ha accolto la richiesta dei legali del ministero. Respinta, invece, l’istanza di costituzione come parte civile di Simest, società controllata dalla Cassa depositi e prestiti, e del ministero dello Sviluppo economico per quanto riguarda le società in quanto “le domande sono state presentate in maniera tardiva”. No anche alla citazione della società Riva Fire come responsabile civile.
Secondo l’accusa, sarebbe stata creata una società ad hoc, l’Ilva Sa, per aggirare la normativa sull'erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all’estero. (GdM)

lunedì 12 maggio 2014

I paradossi della discontinuità di Stato

Ilva, Ministero parte civile nel processo contro Riva

MILANO – Il ministero dello Sviluppo Economico ha chiesto di costituirsi parte civile nel processo milanese a carico di Fabio Riva, di altre due persone e della società Riva Fire, la holding che controlla l’Ilva di Taranto, con al centro una presunta truffa allo Stato da cento milioni di euro.
Un’istanza di costituzione come parte civile è stata presentata anche da Simest, società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti. Le difese si sono opposte alle richieste e i giudici delle terza sezione penale di Milano (presidente del collegio Flores Tanga) decideranno nella prossima udienza fissata per il 19 maggio. Tra gli imputati c'era anche il patron dell’Ilva Emilio Riva, padre di Fabio e che è morto nei giorni scorsi.
Stando all’inchiesta dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici (uno dei tanti filoni aperti a Milano sulla famiglia Riva e sulle loro società), sarebbe stata creata una società ad hoc, l’ Ilva Sa, per aggirare la normativa (la 'legge Ossolà) sull' erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all’estero.
Tra gli imputati, oltre a Riva Fire che risponde in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, ci sono anche Agostino Alberti, consigliere delegato della società svizzera Ilva Sa, e Alfredo Lomonaco, presidente della finanziaria elvetica Eufintrade.
I due furono arrestati lo scorso 22 gennaio, giorno in cui venne emesso anche un mandato di arresto europeo per Fabio Riva (anche accusato di associazione per delinquere), che si trova in libertà vigilata a Londra per via dell’inchiesta di Taranto. (GdM)

sabato 15 febbraio 2014

Trenta milioni. C'è qualche impresa pronta?

Bando investimenti innovativi: altri 90 milioni per i siti di interesse nazionale

Con decreto direttoriale 7 febbraio 2014 è stata integrata la procedura di presentazione delle domande relative al bando “Investimenti innovativi nelle regioni Convergenza – (“Macchinari”)”, al fine di consentire l’accesso alle ulteriori risorse finanziarie (90 milioni di euro) destinate al sostegno degli investimenti da realizzare nei seguenti Siti di Interesse Nazionale (SIN):
  • Taranto
  • Napoli Orientale
  • Napoli Bagnoli
  • Crotone
  • Gela
  • Priolo
  • Milazzo
I SIN sono aree del territorio nazionale definite in relazione alle caratteristiche del sito, alle quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, all’impatto sull'ambiente circostante in termini di rischio sanitario ed ecologico e di pregiudizio per i beni culturali e ambientali. I SIN sono individuati e perimetrati con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, d’intesa con le Regioni interessate.

Condizioni di ammissibilità

Sono le stesse del bando “Investimenti innovativi nelle regioni Convergenza – (“Macchinari”)”, cui si aggiungono le seguenti condizioni:
a)    il programma di investimento è realizzato in unità produttive localizzate in uno dei SIN sopra elencati;
b)    l’impresa richiedente deve aver avviato le attività di bonifica e presentato almeno i risultati della fase di “caratterizzazione ambientale”;
c)    il programma di investimento determina effettivi miglioramenti ambientali con riferimento a:
  • emissioni in atmosfera di sostanze inquinanti, per le quali è fatto obbligo alle imprese beneficiarie di installare specifiche centraline di misurazione, ove non presenti;
  • efficientamento dei consumi energetici;
  • efficientamento dei consumi idrici.
Il mancato rispetto delle specifiche condizioni di ammissibilità non preclude l’accesso alle risorse già previste dal decreto 29 luglio 2013 (150 milioni di euro).

Ripartizione delle risorse finanziarie

Le risorse sono ripartite tra i diversi SIN in base:
  • all’attribuzione di 30 milioni di euro al SIN di Taranto già prevista dal Protocollo d’intesa del 26 luglio 2012, finalizzato alla riqualificazione dell’area;
  • per i restanti SIN, al numero delle imprese che, sulla base dei dati comunicati dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, hanno avviato le attività di bonifica e già presentato i risultati della fase di caratterizzazione ambientale.
Nella tabella seguente sono indicate le risorse attribuite, sulla base dei predetti criteri, a ciascun SIN.
SitoRisorse (in euro)
Taranto 30.000.000,00
Napoli orientale 22.560.000,00
Napoli Bagnoli 960.000,00
Crotone 19.200.000,00
Gela 2.400.000,00
Priolo 12.000.000,00
Milazzo 2.880.000,00
Totale 90.000.000,00
Per ogni SIN rimane valida la riserva per le PMI, pari al 60% di ciascuna specifica assegnazione.