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domenica 13 aprile 2014

Questione di soldi

Ilva, “licenziamento illegittimo”. Ma per il giudice l’operaio non va reintegrato


Il licenziamento di Marco Zanframundo, ormai ex operaio del reparto Movimento Ferroviario (Mof) dell’Ilva è illegittimo. Lo ha stabilito il il giudice del lavoro di Taranto Sebastiano Gentile che, tuttavia, ha chiarito che non è stato un atto di ritorsione dell’azienda nei confronti dell’operaio “scomodo” e quindi, appellandosi alla riforma Fornero, non lo ha reintegrato. La sentenza emessa nelle scorse ore dal giudice Sebastiano Gentile, infatti, da un lato afferma con chiarezza che Zanframundo ha realmente commesso la violazione contestata dai suoi superiori cioè di non aver effettuato “la prova dei freni” necessari per avviare il mezzo, ma dall’altro lato ammette che Zanframundo quella mattina non aveva compiuto le prove semplicemente perché non lo aveva mai fatto. Insomma la pratica di sicurezza era stata sempre inosservata, ma nel caso di Zanframundo diventa per la prima volta di importanza tale da causare una misura disciplinare e poi un licenziamento.
Nelle sei pagine del provvedimento il magistrato scrive che il licenziamento è illegittimo, dato che la nuova riforma Fornero prevede che, per ritenere un licenziamento illegittimo, come in questo caso, la mancanza del dipendente sia “sanzionabile oggettivamente, ma non soggettivamente”. Tradotto dal burocratese significa che quella violazione è oggettivamente vera, ma non può essere contestata a quel dipendente per una serie di motivi. “Zanframaundo – scrive il magistrato – con notevole probabilità, versava in tale condizione psicologica, quando la mattina del 9 agosto 2013, non si è attenuto alle istruzioni circa la verifica dell’impianto frenante del treno”. A sostegno il magistrato cita tre elementi: “La difesa da subito, schiettamente e continuamente impostata nel senso che si trattava di un controllo non continuo, la mancanza di precedenti sanzioni irrogate dall’Ilva, lo scollamento – scrive soprattutto il giudice – rispetto al modello manualistico che può essersi verificato di fatto, in alcune manovre del trasporto ferroviario”. Insomma, in riferimento a quest’ultimo punto, il giudice ha chiarito che sulla carta c’è scritto qualcosa (controllare lo stato dei freni), ma nella realtà della fabbrica avviene altro (nessuno controlla i freni).
Insomma, formalmente, la sentenza condanna l’Ilva a pagare diciotto mensilità a titolo di risarcimento a Zanframundo e, grazie alla legge Fornero, non è tenuta a riassumerlo. Sulla base delle testimonianze e degli atti, quindi, non è stato possibile accertare l’intento persecutorio sostenuto dal difensore Mario Soggia nei confronti di un operaio e sindacalista del’unione sindacale di base (Usb) che nel reparto Mof, in particolare dopo la morte di Claudio Marsella, il 29enne schiacciato da locomotore il 30 ottobre 2012, aveva più denunciato la mancanza di misure di sicurezza all’interno della fabbrica.
“Me l’aspettavo – aveva raccontato Marco Zanframundo a ilfattoquotidiano.it all’indomani del licenziamento – le nostre denunce e i nostri comunicati hanno fatto troppo rumore e così hanno voluto punire uno di noi. Inoltre dicevamo da tempo che senza un intervento qualcuno di noi avrebbe pagato: è toccato a me. Pensa che nei bagni era scritto: qualcuno chiedeva a un mio compagno di ‘andare a piangere’ perché ritirassero il mio licenziamento e io non avevo ricevuto ancora nessuna lettera. E poi – prosegue il dirigente Usb – oramai in reparto ero isolato: alcuni colleghi evitavano anche il mio sguardo”. Dopo la morte di Claudio Marsella, Marco aveva chiesto anche di cambiare reparto. “Il mio capo reparto mi disse che per me non era il momento mentre per lui potrebbe addirittura scattare la promozione a capo area. Io sono stato quello che ha sofferto di più la morte di Claudio: noi non eravamo solo colleghi. Qualche giorno fa ho ritrovato una sua foto mentre tiene in braccio mio figlio”. I sindacati confederali non hanno detto una parola: “E che ti aspettavi? Abbiamo denunciato le loro complicità con l’azienda, figurati se venivano in mio aiuto”. Zanframundo, poco dopo, incontrò anche l’ex presidente del consiglio Enrico Letta che, secondo quanto riportato dall’usb agli organi di stampa, aveva espresso la preoccupazione per il fatto che “a Taranto stia passando tra i cittadini ed i lavoratori l’idea che se ti metti contro il ‘Sistema Ilva’ vieni punito” e si impegnò “a chiedere rassicurazioni al Commissario Enrico Bondi”. (Casula - FQ)

martedì 7 gennaio 2014

Assemblea della rete nazionale per la sicurezza e salute sul lavoro: perchè è importante esserci

Convegno della rete nazionale 
per la sicurezza e salute sui posti di lavoro
 e sul territorio 

11 gennaio 2014

                                 Biblioteca Comunale Acclavio - Taranto

Vivere in una città come Taranto significa essere continuamente esposti a cancerogeni ambientali , sostanze responsabili dell'insorgere di malattie, neoplastiche. I primi sicuramente ad essere esposti e quindi con le maggiori probabilità di contrarre un cancro sono i lavoratori delle fabbriche inquinanti. L'ultimo a morire di cancro e di fabbrica a Taranto è stato Stefano Delli Ponti. Stefano viveva si può dire in fabbrica 24 ore su 24, perchè in Ilva ci lavorava ma soprattutto la respirava per tutto il resto della giornata, avendo vissuto nel quartiere Paolo VI, in uno dei palazzi di fronte al camino E312.
Stefano era entrato a lavorare all'Ilva dal 1999. 14 anni passati in Ilva : 11 anni ha lavorato nel reparto manutenzione refrattaria in Acciaieria 2, poi come macchinista nel reparto Mof (Movimentazione ferroviaria), lo stesso reparto dove ha trovato la morte Claudio Marsella,  e infine era passato nel magazzino Carriponti. 
14 anni che gli sono costati la vita: per questa combatteva quotidianamente, fino all'ultimo. A sostenerlo anche i suoi compagni di lavoro che nel maggio del 2013 avevano per lui e per sostenere le costosissime cure contro il cancro al collo, organizzato una campagna di solidarietà: circa tremila dipendenti dell'Ilva avevano sottoscritto un documento per devolvere il corrispettivo di novemila ore lavorate o di ferie (pari a 70mila euro lordi) in favore del loro collega.
Questa "corsa contro il tempo" per curare Stefano, promossa dall'USb-Ilva di Taranto, non è  bastata a salvarlo. Stefano ha lasciato la moglie Doriana ed i suoi due figli, molto piccoli. 
Anche Stefano è entrato a far parte del triste elenco dei "90 morti" all'anno prodotti dall'Ilva, come stabilito dai medici nominati dal gip Patrizia Todisco nella perizia epidemiologica. Ma di Ilva non si muore solo per effetto di continue esposizioni ad emissioni dannose alla salute dell'uomo. Si muore anche  per mancanza di sicurezza sul lavoro. 
E chi pensa, e come Marco Zanframundo lo ha fatto concretamente, di denunciare le irregolarità sul luogo di lavoro, rischia il licenziamento.
Marco infatti è stato licenziato a settembre del 2013. Lavorava nello stesso reparto dove è morto Claudio Marsella schiacciato da un locomotore. Dal giorno dell'incidente mortale Marco insieme ad alcuni suoi colleghi avevano presentato un esposto alla magistratura  per denunciare le irregolarità del sistema sicurezza in Ilva. Marco aspetta ancora di essere reintegrato.

Alla luce di tutti questi gravi fatti accaduti dentro e fuori dell'Ilva, di sicurezza e salute nei luoghi di lavor, si parlerà in un convegno organizzato per l'11 gennaio 2014 alla Biblioteca Acclavio. A promuoverlo  la Rete nazionale per la sicurezza e salute sui posti di lavoro e sul territorio che con questa iniziativa intende non solo fare il punto su questi due importanti temi, ma spingersi più avanti con un'azione: porre al centro del dibattito il processo contro il "Padron Riva e il suo sistema". 
La rete nazionale sarà il terminale unitario in questo processo giudiziario, che si pone l'obiettivo di essere prima di tutto processo popolare," attraverso la
costituzione di parte civile in forma associata gratuita e di massa di operai, lavoratori, cittadini dei quartieri colpiti, che possa permettere alle masse di pesare, esprimere la loro voce e ottenere un risarcimento di ogni genere e e tipo.
Per questo  l'assemblea al mattino vedrà la presenza dell'avvocato Bonetto di Torino, che sulla scorta dell'esperienza dei processi Thyssenkrupp ed Eternit, discuterà con operai e cittadini, la piattaforma e il metodo che possa essere applicati alla costituzione di parte civile a questo processo "

L'assemblea inizierà la mattina alle ore 9.30. E proseguirà fino al pomeriggio, dalle 15 in poi. Nella seconda parte l'assemblea "farà il punto del lavoro della RETE con tutti i rappresentanti nazionali.

Sarà presente all'iniziativa anche un lavoratore dell’Istituto Tumori di Milano che conosceva Stefano Delli Ponti. Ci sarà  - scrive in una lettera riportata su tarantocontro- perchè ? "perché penso che questo sia un dovere verso Stefano e tutti gli operai uccisi da questo sistema. Venite – incontriamoci. Uniamo le energie. Solo con la lotta e la determinazione possiamo rendergli più lieve il viaggio senza ritorno che non hanno deciso loro. La solidarietà di classe, si fa e basta. Solo così possiamo guardare negli occhi i nostri figli e le future generazioni, e fargli intravedere un futuro Nuovo che cambi lo stato di cose presenti."

lunedì 7 ottobre 2013

Animi caldi

Risulta che il primo ottobre Lorenzo Semeraro ex-coordinatore provinciale USB sia stato aggredito da tre ignoti e picchiato.
Queste le sue parole.
E la risposta del sindacato.
Aggiungiamo un articolo con le parole di Semeraro, ancora nei ranghi, sulla questione di Zanframundo e del MOF.



L’operaio dell’Ilva aggredito a calci e pugni

L’esecutivo nazionale dell’Usb (Unione sindacale di base) in una nota fa presente di essere venuto a conoscenza, attraverso Facebook, di un’aggressione subita l’1 ottobre scorso da Lorenzo Semeraro, ex operaio dell’Ilva, affrontato da tre persone (altre due facevano da palo) che lo avrebbero picchiato con calci e pugni.
IL SINDACATO - Il sindacato di base, nel condannare l’aggressione, comunica di ”aver interrotto ogni rapporto sindacale con Semeraro gia’ dal mese di agosto per insanabili contrasti sul piano comportamentale prima che politico”. L’Esecutivo Usb ”respinge ogni tentativo di mettere in relazione tale vicenda con l’attivita’ sindacale da lui svolta con la nostra organizzazione”. In un altro comunicato l’Usb Puglia precisa che ”Semeraro non rappresenta piu’ ad alcun titolo l’organizzazione e che qualunque sua presa di posizione esprime esclusivamente il proprio convincimento personale”. L’Usb esprime ”tutta la solidarieta’ umana e la propria vicinanza per questo grave e inqualificabile episodio. Nel contempo, respinge ogni tentativo di accostamento del nome del sindacato ad eventi criminosi che non potranno essere in alcun modo tollerati”. Infine, la segreteria della Uilm di Taranto ”condanna con fermezza il vile agguato” nei confronti di Semeraro. ”Lo considera un atto squadristico, i cui responsabili devono essere subito individuati e perseguiti con la massima severita’. Episodi del genere – conclude l’organizzazione sindacale – non possono e non devono appartenere alla cultura del sindacato e della citta’. La Uilm biasima ogni forma di violenza, soprattutto nel difficile momento che l’intera area jonica sta attraversando”. (ANSA)


Oltre la barricata

“Ragazzi, io non scendo. Da qui non mi muovo. Finché non sarà fatta giustizia, io sto qui”.
Marco Zanframundo non si muove da quel tetto. Ci è salito ieri, insieme a lui colleghi operai iscritti all’Usb. È stato licenziato dall’Ilva per aver accumulato dieci sanzioni nell’arco di tre mesi circa. Un record amaro. Provvedimento contestato e impugnato ma su quel tetto si va oltre cavilli legali e giuridici.
Ci sono dei ragazzi che sono dall’altra parte della barricata. L’hanno scavalcata grazie – ironicamente – a quei cancelli che la proprietà ha fatto installare di fronte alle vetrate della portineria A.
Dalle 7 di ieri mattina, Marco e i ragazzi dell’Unione sindacale di base sono arrampicati lì. Il licenziamento è arrivato venerdì, il giorno successivo allo scandalo che ha colpito i fiduciari dell’Ilva. Proprio l’Usb aveva denunciato la presenza di una struttura ombra che operava e comandava all’interno dell’azienda.
«Noi avevamo denunciato questo apparato parallelo, la Gladio dei Riva, ora si sta tentando di colpire l’Usb perché non siamo allineati – denuncia il coordinatore provinciale Lorenzo Semeraro – l’azienda ha consolidato i rapporti con gli altri sindacati ma con noi questo giochetto non riesce. Marco è un dirigente dell’Usb ed era un bersaglio da colpire. È arrivato un licenziamento a causa di dieci sanzioni nell’arco di tre mesi, un’anomalia. Il nostro ufficio legale è già al lavoro per contestare questi provvedimenti pretestuosi. Tra l’altro, la legge prevede che in attesa di giudizio non può esserci un licenziamento».
L’ultima sanzione che ha provocato il provvedimento recita: “gravissima condotta che, a causa della sua negligenza, avrebbe potuto nuocere gravemente alla sua stessa incolumità fisica e a quella altrui”. L’amarezza si acuisce, però, nel vedere la poca compattezza dei lavoratori del Mof, colleghi di Marco. Molti di loro non hanno aderito allo sciopero.
«La cosa che fa più male – prosegue Semeraro – è che proprio dagli operai del Mof sia venuto a mancare l’appoggio. Nel novembre scorso erano in tanti a battersi per Claudio, l’operaio che perse la vita. Bisognava proseguire su quella strada, adesso sembra che si siano dimenticati di Marco».
Certamente a non abbandonare Marco e i ragazzi dell’Usb sono i famigliari di Claudio Marsella, l’ex operaio dell’Ilva deceduto quel maledetto 30 ottobre in un incidente sul lavoro avvenuto proprio nel reparto Mof. Esprimono solidarietà mostrandosi “vicini al lavoratore Marco Zanframundo che tanto si è prodigato dopo la morte di Claudio per rendere il proprio reparto più sicuro al fine di prevenire gli incidenti sul lavoro. Marco, infatti, a seguito dell’infortunio mortale avvenuto a Claudio, partecipò attivamente allo sciopero indetto dall’Usb al fine di sensibilizzare le istituzioni e l’azienda stessa ai problemi di sicurezza presenti in alcune aree di lavoro. La famiglia Marsella spera che la dirigenza Ilva possa rivedere la sua posizione al fine di reinserirlo al lavoro”. 
Infine, anche da Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, e Luca Occhionero, segretario provinciale Taranto di Rifondazione comunista, arrivano messaggi di solidarietà per il lavoratore licenziato: «Rifondazione comunista ritiene inaccettabile l’atteggiamento dell’Ilva che licenzia un lavoratore, un militante del sindacato di base, collega di Claudio Marsella, quest’ultimo ucciso mentre svolgeva il suo lavoro presso il reparto Mof (movimento ferroviario), per il semplice fatto di aver denunciato situazioni di pericolo per la sua incolumità. Esprimiamo la nostra vicinanza e solidarietà a Marco Zanframundo e ai lavoratori in lotta che rivendicano il sacrosanto diritto di lavorare per vivere».

A. Pignatelli, Segnourbano

domenica 6 ottobre 2013

Faccia tosta!

Azienda chiede legittimità licenziamento operaio
TARANTO – L'Ilva ha chiesto al giudice del Lavoro di Taranto di dichiarare "la legittimità del provvedimento di licenziamento" dell’operaio Marco Zanframundo, dirigente dell’Usb (Unione sindacale di base), notificato dall’azienda il 6 settembre scorso.
Per il sindacato di base Zanframundo è stato "tra i più tenaci oppositori al regime della famiglia Riva" e il licenziamento è stato "preceduto da una valanga di sanzioni disciplinari e minacce". Secondo l’azienda, invece, si sarebbe reso protagonista di "ripetute violazioni delle norme di sicurezza" nel reparto Mof (Movimentazione ferroviaria). Proprio in quel reparto il 30 ottobre del 2012 morì Claudio Marsella, schiacciato da un vagone ferroviario. Nell'esposto l'Ilva accenna alla "rilevanza giuridica dei precedenti contestati ed oggetto di sanzione" e fa presente che l’operaio ha "assunto ripetutamente un atteggiamento di negazione delle regole poste a garanzia della sicurezza sul lavoro per sè e per i colleghi di lavoro". (GdM)

martedì 10 settembre 2013

Tra il dire e il fare

Ilva, l'operaio scende dal tetto, minacciava di lanciarsi nel vuoto

E' sceso dal tetto e sta bene. Pericolo scampato per uno dei lavoratori della ditta d'appalto Mr, che insieme ad operai e dirigenti dell'Usb (Unione sindacale di base), da ieri sta manifestando sul tetto della direzione dello stabilimento Ilva di Taranto, e nelle prima ore della mattina aveva minacciato di lanciarsi nel vuoto. "Disperato - è detto in un comunicato - non sa più cosa fare e vorrebbe fare un gesto eclatante".
FOTO / La protesta degli operai - L'ARTICOLO
Sono 50 gli operai della ditta privata licenziati dopo l'incidente del 28 febbraio scorso in cui morì l'operaio Ciro Moccia. La mobilitazione, con sciopero a oltranza, è stata indetta anche per protestare contro il recente licenziamento di Marco Zanframundo, operaio del reparto Mof (Movimentazione ferroviaria) e dirigente Usb, a cui l'azienda ha contestato la violazione delle misure di sicurezza sul luogo di lavoro, "contro le discariche, contro un sistema - è spiegato nel volantino dell'Usb - che ci uccide e che ci licenzia".
Un'altra morte sul lavoro, sarebbe secondo gli operai la reale causa del licenziamento di Zanframundo: è quella di Claudio Marsella, collega di Zanframundo nel reparto ferroviario, rimasto schiacciato lo scorso ottobre nella manovra di aggancio tra motrice e convoglio. Il delegato dell'Usb all'indomani della tragedia denunciò le scarse condizioni di sicurezza: questo secondo il sindacato sarebbe il reale motivo del suo licenziamento.
Il sindacato di base denuncia anche "l'ennesimo tentativo di screditare lo sciopero. Alcuni capetti chiamano gli operai al lavoro dicendo che lo sciopero non è legittimo. E' la solita minestra riscaldata. Non molleremo - osservano - sino a soluzione del problema".
Intanto un gruppo di cittadini, lavoratori e rappresentanti di comitati, associazioni e movimenti, ha iniziato un presidio permanente nella piazza antistante il Municipio di Taranto, in piazza Castello, per denunciare le problematiche ambientali legate all'Ilva. "Una iniziativa - è detto in una nota del presidio chiamato Fuori dal Comune - che nasce spontaneamente dalla rabbia di chi non è più disposto a rassegnarsi alla morte causata dall'inquinamento e ad assecondare questo sistema pluridecennale di potere responsabile di malattie, morte e disoccupazione".
I manifestanti chiedono alle "istituzioni tutte, a cominciare da quelle locali" di discutere con la cittadinanza e accogliere una serie di richieste. Innanzitutto, "l'immediato e concreto recepimento e conseguente attuazione, da parte del consiglio  comunale, delle richieste espresse attraverso la campagna di raccolta firme sul Rischio sanitario a Taranto, per garantire a tutti i cittadini sani l'esenzione totale del ticket sanitario per le patologie legate all'inquinamento".
Inoltre i cittadini sollecitano la "revoca dell'Aia all'Ilva", il "blocco delle autorizzazioni all'uso della discarica interna allo stabilimento denominata Mater Gratiae" e "l'istituzione immediata, con sede a Taranto, di un tavolo permanente sul problema del  lavoro e dello sviluppo del territorio". Infine, si chiede la "chiusura delle fonti inquinanti e la successiva bonifica del territorio con reimpiego di tutta la forza lavoro". Piena solidarietà viene espressa "nei confronti di tutti quei lavoratori che vengono (da anni) vessati all'interno dell'azienda per le loro battaglie in difesa della salute e della sicurezza sul lavoro".(Rep)

Comune solidarizza con operaio licenziato
 Il Consiglio comunale di Taranto ha votato all’unanimità una delibera in cui si censura l'atteggiamento dell’Ilva a proposito del licenziamento di Marco Zanframundo, operaio del reparto Mof e dirigente dell’Usb (Unione sindacale di base), che aveva presentato una serie di denunce in merito alla sicurezza nello stabilimento. Il Consiglio sollecita il Prefetto, essendo l’azienda commissariata, a intervenire sia sul licenziamento di Zanframundo sia sulla vicenda dei lavoratori della ditta 'Emmerrè estromessa all’indomani dell’incidente in cui ha perso la vita l’operaio Ciro Moccia. E chiede "il ripristino delle condizioni democratiche e delle libertà sindacali all’interno dell’Ilva". In una nota, il coordinatore provinciale dell’Usb Francesco Rizzo esprime soddisfazione per la delibera e si augura "che questa rilevante presa di posizione, volta a tutelare lavoratori e cittadini, trovi riscontro presso Prefettura e Governo".
Anche l’arcivescovo di Taranto, mons.Filippo Santoro, è intervenuto sulla vicenda manifestando "la mia vicinanza e la mia solidarietà a Marco Zanframundo e ai suoi amici, per la difficile situazione in cui si trovano insieme con le loro famiglie". "Come vescovo e pastore non volendo entrare nel merito di questioni politiche e sindacali – scrive nella missiva inviata a Zanframundo – sono convinto della necessità che sia salvaguardato il posto di lavoro e che siano migliorate le condizioni in cui il lavoro si svolge". "E' indispensabile - aggiunge mons.Santoro – che soprattutto sia garantita la sicurezza sul lavoro, perchè incidenti come quelli accaduti a Claudio Marsella e a tutte le altre vittime del lavoro, non abbiano a ripetersi, stroncando vite umane preziose per le loro famiglie e per tutta la società". (GdM)

lunedì 9 settembre 2013

Il giorno che gli operai tornarono a lottare per gli operai

Ilva Taranto: al via sciopero a oltranza contro licenziamenti, operai sul tetto

E' cominciato questa mattina, con un presidio davanti alla portineria A, e sul tetto della direzione, dell'Ilva di Taranto, lo sciopero ad oltranza indetto dall'Unione sindacale di base (Usb) contro i licenziamenti del delegato sindacale della stessa Usb, Marco Zanframundo, e dei 50 dipendenti dell'impresa appaltatrice Mr da parte di quest'ultima. Allo sciopero aderiscono anche i Cobas. Marco Zanframundo, secondo l'Usb, e' stato licenziato per le sue denunce nei confronti dell'Ilva tese a rivendicare maggiore sicurezza per i lavoratori addetti al Movimento ferroviario, reparto del siderurgico dove lo stesso Zanframundo lavora e dove a ottobre dello scorso anno c'e' stato un incidente nel quale perse la vita un giovane operaio di Oria (Brindisi), Claudio Marsella, rimasto schiacciato nella manovra di aggancio tra motrice e convoglio.
L'Usb effettuo' uno sciopero ad oltranza anche all'indomani dell'infortunio mortale al Mof chiedendo, per tutelare la sicurezza degli addetti, la disdetta dell'accordo sindacale di alcuni anni fa che aveva ridotto gli operatori dei carri ferroviari da due ad uno.
  Richiesta, pero', che non e' stata accolta dall'Ilva per la quale proprio la riduzione degli operatori e l'applicazione di una diversa organizzazione hanno, al contrario, migliorato la sicurezza al Mof e ridimensionato notevolmente gli infortuni gravi.
L'Ilva, dal canto suo, ha motivato il licenziamento di Zanframundo con le ripetute violazioni alle procedure di sicurezza di cui, proprio nell'area Mof, lo stesso si sarebbe reso protagonista, mettendo in pericolo,a parere dell'azienda, se stesso e gli altri lavoratori del reparto. I dipendenti dell'impresa Mr (Manutenzioni refrattarie) sono stati, invece, licenziati dalla stessa azienda appaltatrice dopo che l'Ilva ha chiuso il rapporto di fornitura. (AGI)
 
Ilva, operaio licenziato. Governo ombra longa manus Riva
 
“L'Ilva licenzia un nostro dirigente, mentre finiscono in manette i suoi “uomini ombra”. Quello che sta accadendo è paradossale”. Il nuovo capitolo dell’affare Ilva ha dell’incredibile, stando alle ultime dichiarazioni dell'Usb (Unione sindacale di base) di Taranto. 
  A lasciare interdetta l’Unione sindacale di base di Taranto il licenziamento di Marco Zanframundo, operaio del reparto Mof e dirigente Usb, “tra i più tenaci oppositori al regime della famiglia Riva”. Secondo l’azienda, l’operaio avrebbe avuto dei comportamenti pericolosi per la sicurezza dei suoi colleghi: "Le colpe di Marco? Aver difeso – spiega l’Usb – il diritto alla vita, alla sicurezza aver protestato insieme ai colleghi del Mof per chiedere giustizia per il caro Claudio".
  L’azione della dirigenza dell’Ilva arriverebbe, infatti, in un momento particolarmente delicato: le precedenti sanzioni disciplinari, le minacce “di tutti i tipi” ricevute da Zanframundo, la morte nello stesso reparto dell’operaio Claudio Marsella. Da qui l’iniziativa di uno sciopero, a partire da questa settimana, davanti alla portineria A dello stabilimento:  “Marco deve essere reintegrato – dichiara l’Unione sindacale di base di Taranto – mentre deve pagare duramente chi nella dirigenza opera con metodi criminali. Non sorprende l'arresto di cinque “dirigenti ombra” dell’Ilva di Taranto, che dal 1995, ovvero dall’insediamento del gruppo Riva, avrebbero costituito una struttura parallela con il compito di verificare l’operato dei dipendenti”.
  Non tarda la nota di Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, e Luca Occhionero, segretario provinciale Taranto di Rifondazione comunista: “Dopo i cinque “fiduciari” arrestati per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, l’azienda riprende le sue vecchie abitudini che hanno caratterizzato questo “ventennio” di repressione, verso chi ha denunciato situazioni di pericolo per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Rifondazione Comunista ritiene inaccettabile l’atteggiamento dell’Ilva che licenzia un lavoratore, un militante del sindacato di base, collega di Claudio Marsella, quest’ultimo ucciso mentre svolgeva il suo lavoro presso il reparto Mof (movimento ferroviario), per il semplice fatto di aver denunciato situazioni di pericolo per la sua incolumità. Esprimiamo la nostra vicinanza e solidarietà a Marco Zanframundo e ai lavoratori in lotta che rivendicano il sacrosanto diritto di lavorare per vivere”.
  Emergono, nel frattempo, nuovi inquietanti dettagli sul “Governo ombra”, finito la scorsa settimana in manette. Un “Governo” che, stando all’informativa della Guardia di finanza  guidata dal tenente colonnello Giuseppe Micelli, sarebbe stato la longa manus dei Riva anche nel periodo Bondi. Gettando così un’ombra sullo stabilimento di Taranto ben più grande di quanto si pensasse in passato. 
  La chiave di volta starebbe, secondo gli uomini della finanza, nella volontà del commissario Bondi di arrivare ad un “contratto di affitto di ramo di azienda convenzionalmente identificato nei dipendenti di Riva Fire che, avendo sino ad oggi prestato la propria attività in via prevalente a favore di Ilva, sono in condizione di assicurare ad Ilva la continuità delle funzioni di contabilità, finanza, affari societari fiscali, programmazione della produzione, acquisti, risorse umane”. Mantenere, insomma, un filo, diretto o meno poco importa, tra i discepoli dei Riva e le “dipendenze dell’Ilva”. Una sorta di non perdiamoci vista, si potrebbe dire.
  “Per quanto attiene – proseguono gli investigatori - ai fiduciari che avrebbero abbandonato lo stabilimento Ilva di Taranto (il condizionale è d’obbligo di questo caso), aspetto che maggiormente desta interesse è il modo con cui è stato enfatizzato il loro congedo... Di fatto, quella che ai più è sembrata in apparenza un’operazione di “benservito”, in realtà si è invece rivelata l’operazione di facciata”. Una messinscena di terzo ordine, quindi? “Tale tipo di atteggiamento – spiegano i finanzieri – giocoforza non poteva che essere calibrato sugli obiettivi raggiunti dalla polizia giudiziaria nel corso delle indagini, i quali com'è noto, sono divenuti pubblici a seguito del ricorso proposto da Ilva spa al Tribunale del riesame, per il tramite del proprio amministratore delegato Enrico Bondi”. E il Teatro dell’Ilva, a spese ancora dei poveri cittadini di Taranto, è nuovamente servito.  (affaritaliani)


Protesta dei lavoratori dell'Ilva: "Ancora licenziamenti e morti"
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Protesta dei lavoratori dell'Ilva: "Ancora licenziamenti e morti"
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Ilva, nulla è cambiato: "Ancora morti e licenziamenti"

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Nonostante il super Commissario Enrico Bondi, chiamato per la seconda volta a salvare la siderurgia italiana. Nonostante "sotto Commissari, Capi e Capetti". Nonostante tutto, all'Iva la situazione è sempre la stessa. E i lavoratori non ne possono più: "E' in atto da questa mattina lo sciopero contro il sistema Ilva che ammazza, inquina e licenzia i delegati sindacali che si oppongono e lottano per riconquistare dignità, diritti e lavoro sano e sicuro" denuncia l'Usb in un comunicato. (today)
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domenica 8 settembre 2013

La dirigenza del terrore

Ilva Taranto, licenziato l’operaio che aveva denunciato le irregolarità della fabbrica

E’ un atto “vile e infame”. Così l’Unione sindacale di base (Usb) ha definito il licenziamento disposto dai vertici dell’Ilva di Taranto di Marco Zanframundo, uno degli operai attivisti del sindacato che da mesi denunciava le numerose irregolarità in fabbrica. Dopo la morte del collega e amico Claudio Marsella, 29enne morto il 30 ottobre schiacciato da un locomotore nel reparto Movimento ferroviario (Mof) dell’Ilva, Zanframundo e i suoi compagni avevano immediatamente dato vita a uno sciopero a oltranza e nove mesi più tardi, dinanzi alle telecamenre del Fatto Tv avevano denunciato come le condizioni di lavoro nel reparto non erano cambiate.
Con altri colleghi avevano presentato un esposto alla magistratura per denunciare le anomalie della fabbrica, e tra queste anche la presenza dei fiduciari finiti in manette pochi giorni fa. Forse troppo per l’azienda, che lo ha ripagato con la stessa moneta contestando una serie di violazioni alle norme di sicurezza che avrebbero messo in pericolo lui e i suoi colleghi. Una contestazione disciplinare dietro l’altra che si sono concluse con il suo licenziamento.
“Me l’aspettavo – racconta l’operaio a ilfattoquotidiano.it – Le nostre denunce e i nostri comunicati hanno fatto troppo rumore e così hanno voluto punire uno di noi. Inoltre dicevamo da tempo che senza un intervento qualcuno di noi avrebbe pagato: è toccato a me. Pensa che nei bagni era scritto: qualcuno chiedeva a un mio compagno di ‘andare a piangere’ perché ritirassero il mio licenziamento e io non avevo ricevuto ancora nessuna lettera. E poi – prosegue il dirigente Usb - oramai in reparto ero isolato: alcuni colleghi evitavano anche il mio sguardo”.
Dopo la morte di Claudio Marsella, Marco aveva chiesto anche di cambiare reparto. “Il mio capo reparto mi disse che per me non era il momento, mentre per lui potrebbe addirittura essere scattare la promozione a capo area. Io sono stato quello che ha sofferto di più la morte di Claudio: noi non eravamo solo colleghi. Qualche giorno fa ho ritrovato una sua foto mentre tiene in braccio mio figlio”. I sindacati confederali non hanno detto una parola: “E che ti aspettavi? Abbiamo denunciato le loro complicità con l’azienda, figurati se venivano in mio aiuto”.
Per Francesco Rizzo, compagno del sindacato Usb, “la colpa di Marco è aver difeso il diritto alla vita, alla sicurezza aver protestato insieme ai colleghi del Mof per chiedere giustizia per il caro Claudio, essere diventato un dirigente Usb, il sindacato che ha denunciato gli abusi e le collusioni”. Il sindacato ha proclamato per i dipendenti dello stabilimento Ilva di Taranto e per i lavoratori dell’appalto uno sciopero con presidio a oltranza a partire dalle 7 di domani davanti alla portineria A dello stabilimento non solo contro il licenziamento di Marco, ma anche il licenziamento di 50 lavoratori della ditta Emmerre, messi alla porta dopo l’incidente del 28 febbraio scorso in cui morì l’operaio Ciro Moccia.
Insomma mentre la magistratura inchioda l’azienda dei Riva, ne arresta i fiduciari che per anni nell’ombra hanno spinto al massimo i vecchi impianti dell’Ilva, limitato al minimo i costi e gli investimenti e taciuto le lamentele degli operai, questi vengono licenziati. Mentre fiduciari, impiegati, tecnici, capiturno, capireparto e capi area puntano alla produzione per ottenere il ricco premio elargito dai Riva, i lavoratori “il cui apporto era ed è determinante per il raggiungimento della miglior produzione” devono smettere di denunciare. Anche quando è in ballo la loro sicurezza. (FQ)