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martedì 21 ottobre 2014

Il senso dei Riva per gli "affari"

«Ilva, da Riva la volontà di realizzare sistema frode»

La volontà di Emilio Riva, il proprietario dell’Ilva morto lo scorso aprile e del figlio Fabio "era quella di realizzare un sistema" di "frode" "che potesse essere da loro interamente gestito e controllato, finalizzato a  vendere a clienti esteri i beni prodotti", dalle acciaierie di Taranto "ottenendo il pagamento in contanti e nel contempo beneficiando delle agevolazioni in assenza del presupposto della dilazione".
E' un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta truffa ai danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva a 6 anni e mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato della svizzera Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva Fire Spa a 1,5 milioni di euro di multa.
I giudici che tre mesi fa hanno anche disposto la confisca di beni mobili e immobili a tutti gli imputati fino a raggiungere la somma di 90,8 milioni di euro e una provvisionale di 15 milioni da versare al ministero dello sviluppo economico, hanno sottolineato che il sistema architettato dai Riva padre e figlio "doveva consentire non solo la percezione del contributo ma anche la possibilità di trattenere all’estero quanto più denaro possibile".

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CON SOCIETA' SVIZZERA PROVENTI ILLECITI
"La Ilva sa ha (...) rappresentato per il gruppo Riva lo strumento per poter direttamente incamerare i proventi illeciti derivanti dall’operatività di un sistema di operazioni finanziarie ineccepibile solo dal punto di vista formale". Sistema che sarebbe stato architettato per un "programma di arricchimento della holding", la Riva Fire.
E’ quanto viene sostenuto nelle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta truffa ai danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva a 6 anni e mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato della svizzera Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva Fire Spa a 1,5 milioni di euro di multa.
Per i giudici Ilva sa, la società elvetica priva di una "reale struttura operativa" e che sarebbe stata costituita con lo scopo di aggirare la normativa (la 'legge Ossolà) sull' erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all’estero, "non aveva alcuna autonomia ed era interamente eterodiretta dalla Ilva spa". In più, a parere del collegio della terza sezione penale, la società svizzera del gruppo, di cui la "fittizietà" come trader è "inequivocabile" non ha mai avuto un guadagno dalla sua operatività e "la merce, inoltre, non veniva mai consegnata alla Ilva sa e veniva direttamente trasportata al cliente finale partendo direttamente dallo stabilimento dell’Ilva di Taranto".
Per il Tribunale dunque è accertata l’ipotesi dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, secondo cui sarebbe stata creata  una società ad hoc in Svizzera, per l’appunto l’Ilva Sa, che avrebbe avuto lo scopo di aggirare la 'legge Ossola'. In sostanza, la norma prevede che le società che hanno commesse estere ma ricevono i pagamenti in modo dilazionato nel tempo (dai 2 ai 5 anni), possano ricevere stanziamenti da Simest.
L'Ilva, però, secondo l’accusa, non avrebbe potuto incassare questi fondi in quanto veniva pagata con dilazioni che non oltrepassavano i 90 giorni. E così, in base alle indagini, sarebbe stata costituita la società elvetica, con sede a Manno, nel Canton Ticino, che prendeva le commesse all’estero e poi si interfacciava con l’Ilva spa. E questo, si ipotizza, per dilazionare nel tempo i pagamenti e poter usufruire della normativa sulle erogazioni pubbliche.
In tale 'sistemà, "l'interesse dell’ente Riva Fire spa – si legge nelle motivazioni – da cui muove l’intera attività delittuosa ed a cui si ispira programmaticamente, si esprime nell’attività di regista, la cui ingerenza continua e soverchiante svilisce la singola autonomia delle controllate Ilva Sa e Ilva spa fino a renderle, con particolare riguardo all’operazione legata ai contributi erogati da Simest, società meramente asservite al programma di arricchimento della holding". (GdM)

lunedì 12 maggio 2014

I paradossi della discontinuità di Stato

Ilva, Ministero parte civile nel processo contro Riva

MILANO – Il ministero dello Sviluppo Economico ha chiesto di costituirsi parte civile nel processo milanese a carico di Fabio Riva, di altre due persone e della società Riva Fire, la holding che controlla l’Ilva di Taranto, con al centro una presunta truffa allo Stato da cento milioni di euro.
Un’istanza di costituzione come parte civile è stata presentata anche da Simest, società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti. Le difese si sono opposte alle richieste e i giudici delle terza sezione penale di Milano (presidente del collegio Flores Tanga) decideranno nella prossima udienza fissata per il 19 maggio. Tra gli imputati c'era anche il patron dell’Ilva Emilio Riva, padre di Fabio e che è morto nei giorni scorsi.
Stando all’inchiesta dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici (uno dei tanti filoni aperti a Milano sulla famiglia Riva e sulle loro società), sarebbe stata creata una società ad hoc, l’ Ilva Sa, per aggirare la normativa (la 'legge Ossolà) sull' erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all’estero.
Tra gli imputati, oltre a Riva Fire che risponde in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, ci sono anche Agostino Alberti, consigliere delegato della società svizzera Ilva Sa, e Alfredo Lomonaco, presidente della finanziaria elvetica Eufintrade.
I due furono arrestati lo scorso 22 gennaio, giorno in cui venne emesso anche un mandato di arresto europeo per Fabio Riva (anche accusato di associazione per delinquere), che si trova in libertà vigilata a Londra per via dell’inchiesta di Taranto. (GdM)

martedì 18 febbraio 2014

Al sicuro!

Ilva, Riesame Milano conferma carcere per Fabio Riva e altri 4


Il Tribunale del Riesame di Milano ha confermato le ordinanze di custodia cautelare emesse il mese scorso nei confronti di Fabio Riva e di altre quattro persone nell'ambito di un filone d'inchiesta su una presunta truffa ai danni dello Stato che vede indagata anche Riva Fire, holding che controlla l'Ilva.
Il 22 gennaio, oltre al figlio dell'ex presidente dell'Ilva, latitante a Londra e per il quale i pm hanno chiesto l'estradizione, l'ordinanza d'arresto era stata spiccata anche per Agostino Alberti, dirigente di Riva Fire, Alfredo Lomonaco e Barbara Lomonaco di Ilva Sa e Adriana Lamsweerde di Eufintrade.
Riva, a cui viene contestata una truffa ai danni dello Stato da 100 milioni di euro, è accusato anche di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata al fine di ricevere erogazioni pubbliche.
Riva Fire risulta indagata nell'inchiesta per la legge 231 del 2001 sulle responsabilità dell'azienda per l'operato dei propri dipendenti.
Secondo gli inquirenti, Fabio Riva avrebbe creato insieme ad altri una società vuota con sede in Svizzera per aggirare una normativa che prevede stanziamenti pubblici in presenza di determinate condizioni.
Non è stato possibile raggiungere gli interessati per un commento. (Reuters)