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venerdì 26 giugno 2015

Poveretti...

La famiglia Riva (ex di Ilva) è inondata di dividendi


La famiglia Riva, titolari dell'omonimo gruppo siderurgico, ha ancora un tesoro di quasi 640 milioni di euro chiuso in un forziere lussemburghese mentre in Italia festeggia a suon di dividendi. Il capitale è rappresentato da 104,3 milioni di riserva sovraprezzo azioni, da 6 milioni di riserve e da quasi 480 milioni di utili portati a nuovo segnati nei conti 2014 appena depositati della Stahlbeteiligungen Holding (Stahlb) basata nel Granducato e controllata dall'italiana Riva Forni Elettrici.
In Stahlb che vanta un totale di attivo di 820 milioni, figurano 121 milioni di liquidità e 410 milioni di immobilizzazioni finanziarie che rappresentano le quote di controllo della canadese Les Industries Associées de l'Acier Ltée, delle belghe Thy Marcinelle e Tréfilerie de Fontaine l'Eveque, della spagnola Siderurgica Sevillana, della tedesca Riva Stahl Gmbh, della francese Parside nonché il 22,7% dell'italiana Muzzana Trasporti che lo scorso anno ha incorporato Riva Energia. Stahlb, che funge da tesoreria di gruppo, ha finanziato Riva Forni Elettrici per oltre 287 milioni e ha distribuito alla controllante una maxicedola di 458,1 milioni durante lo scorso anno.
Dalla fusione con la controllata Centre de Coordination Siderurgique, realizzatasi lo scorso anno, ha incassato un sovrapprezzo di 283,1 milioni mentre dalle partecipate Riva Stahl e Thy Marcinelle ha beneficiato di dividendi per rispettivi 127,5 e 24 milioni.
La controllante Riva Forni Elettrici se la passa bene. Ha infatti appena incassato un'altra cedola di 50,5 milioni, questa volta riveniente dalla controllata Riva Acciaio, capogruppo industriale italiana dei Riva. La operativa, di cui amministratore unico è Cesare Federico Riva, uno dei figli del defunto patron Emilio, occupa mille e 400 addetti e ha segnato nel 2014 un utile di 32,3 milioni rispetto alla perdita di 41,5 milioni dell'esercizio precedente. Anno su anno i ricavi sono saliti da 743 a 788 milioni, vendendo oltre 1,3 milioni di tonnellate di prodotti siderurgici.
Banca Fideuram, quattro ricapitalizzazioni
Quattro ricapitalizzazioni per portare Banca Fideuram a un capitale di 300 milioni di euro e realizzare così l'integrazione con Intesa Private Banking (Intesa Pb) dalla quale nascerà, dal prossimo 1 luglio, la prima private bank italiana. La complessa operazione di accorpamento, al termine della quale sarà operativa la nuova Fideuram Intesa Private Banking, in breve Fideuram spa, è dettagliata nel verbale dell'assemblea straordinaria dello scorso 22 giugno di Banca Fideuram, ancora presieduta dal presidente uscente Enrico Salza. Le ricapitalizzazioni sono tre, mediante conferimento di rami d'azienda da parte della controllante Intesa Sanpaolo e l'ultima a titolo gratuito.
Le motivazioni dell'operazione sono spiegate da Salza ai consiglieri: con l'integrazione «si rafforza il gruppo Intesa sui segmenti private e high net worth individuals, incrementando la dimensione, la quota di mercato e la redditività», inoltre «si migliora e allarga il portafoglio prodotti e si incrementa il livello di servizio offerto ai clienti». La nuova banca private è stata autorizzata da Banca d'Italia e dalla Bce dopo, con una lettera del 17 giugno scorso firmata dal numero uno dell'Eurotower Mario Draghi. Il presidente di Fideuram spa sarà Matteo Colafrancesco, fino a ieri a.d. e d.g. di Banca Fideuram, e l'amministratore delegato sarà Paolo Molesini, fino a ieri a.d. di Intesa Pb. (Italiaoggi)

sabato 7 marzo 2015

Tumori e incidenti, ce n'è per tutti

Taranto, decessi per tumori: altra inchiesta in arrivo 

Il procedimento «Ambiente svenduto» è ancora in piena corsa e già la procura medita un’altra inchiesta.È quella che sarà aperta sui decessi da malattie tumorali, i cui fascicoli sono stati ammessi di diritto dal gup Vilma Gilli nel maxi-procedimento sfociato in udienza preliminare. Si tratta, ha chiarito ieri il procuratore di Taranto Francesco Sebastio, di quei casi di cui il giudice si è occupato nelle scorse udienze, dando l’ok alle costituzioni di parte civile. Se i familiari delle vittime possono costituirsi parte civile - ha evidenziato il procuratore - è perchè il gup ha ritenuto fondate le ragioni alla base delle istanze. Di qui la richiesta di trasmissione degli atti, per valutare i singoli casi e accertare le eventuali responsabilità in quelle malattie sfociate nei decessi.
Dagli accertamenti necessari, ha fatto intendere il dottor Sebastio, potrebbero scaturire elementi di reità nei confronti dei quali la magistratura di Taranto ha il dovere di procedere. Nella giornata della procura, nell’ambito della preliminare di «Ambiente svenduto» sulle produzioni inquinanti dell’Ilva e sui presunti intrecci affaristici dei suoi ex vertici, proprio la procura della Repubblica di Taranto ha fornito un elemento di rilevante novità in fase di udienza. D’altra parte, non era un caso che proprio la giornata di ieri, a conclusione degli interventi del pool della procura della Repubblica, fosse dedicata alla sicurezza e alla tutela della salute: nel caso specifico, all’interno della fabbrica tarantina.
Sul punto, nell’udienza celebrata dal gup Gilli, è intervenuto il sostituto procuratore della Repubblica Raffaele Graziano, titolare della tranche di inchiesta legata agli infortuni sul lavoro. Nello stabilimento Ilva di Taranto, ha sottolineato il dottor Graziano, sussisteva «un modello organizzativo insicuro». Insicuro e pericoloso, dal momento che era (ed è) strettamente collegato con il piano della tutela ambientale, della prevenzione degli incidenti rilevanti e dell'igiene e della sicurezza sul lavoro. Nel corso del suo intervento, il pubblico ministero ha evidenziato anche le presunte violazioni amministrative di cui si sarebbero rese responsabili le tre società, cioè Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici, imputate insieme con quarantanove persone fisiche.
Il magistrato inquirente ha parlato anche delle presunte responsabilità dei vertici dell’industria siderurgica per due morti “bianche”. Quelle di Claudio Marsella (che fu schiacciato da un locomotore all’interno del reparto Movimento ferroviario il 30 ottobre 2012) e di Francesco Zaccaria (che finì in mare con la cabina in cui stava lavorando, mentre era impegnato ad un'altezza di circa sessanta metri: l’uomo e la sua cabina furono travolti dal passaggio di un tornado il 28 novembre 2012). In sostanza, il dottor Graziano ha sottolineato come quei decessi sarebbero avvenuti “per colpa e negligenza”, e per inosservanza di quelle regole basilari che sono il fondamento della tutela dei lavoratori.
In una inchiesta divenuta nota, soprattutto, per il coinvolgimento della politica, l’inserimento di contestazioni riferite a omicidi e a lesioni colposi aveva corrisposto all’esigenza dimostrare che l’ambiente gestito dalla società siderurgica, compreso quindi anche quello del lavoro, non sarebbe mai stato in cima ai pensieri dei padroni dell’acciaio. Nella prossima udienza del 12 marzo sono previsti i primi interventi dei legali delle parti civili, a cominciare dall’avvocato Sergio Torsella che rappresenta gli allevatori (che subirono danni dall’abbattimento dei capi di bestiame contaminati dalle diossine). (Quotidiano)

mercoledì 4 febbraio 2015

Un bel regalo alla città!


"L'Ilva non dovrà risarcire Taranto", il decreto 'grazia' le società dei Riva

L'Ilva non dovrà pagare alcun risarcimento a Taranto. Lo ha deciso il gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli, nell'udienza preliminare in corso per il presunto disastro ambientale provocato dall'Ilva, accogliendo le eccezioni sollevate dai legali di Ilva spa, di Riva Fire e di Riva Forni elettrici. La decisione è una conseguenza del decreto salva Ilva approvato il primo gennaio dal Governo: l'azienda è entrata ora in amministrazione straordinaria e le altre due società non erano parti nell'incidente probatorio svolto a suo tempo. Gli avvocati dell'Ilva, a cui si era associato il legale delle altre due società, hanno chiesto l'applicazione delle regole del decreto Marzano con l'eventuale presentazione delle richieste risarcitorie nel calderone dei contenziosi al cospetto del Tribunale fallimentare di Milano.
La circostanza ha sollevato le polemiche degli ambientalisti che hanno attaccato duramente il Governo con il co-portavoce nazionale dei Verdi Angelo Bonelli. "La città non vedrà alcuna giustizia perché i patrimoni e i conti correnti di quelle società potranno riposare e accrescere mentre la città di Taranto muore nei veleni. Dei terreni contaminati, delle morti per diossina, dell'economia distrutta non pagherà chi ha provocato l'inquinamento ma lo stato ovvero i cittadini. Quella di oggi è una notizia drammatica peggio di una pugnalata per la popolazione ed è uno schiaffo alla democrazia, alla nostra costituzione e al principio chi inquina paga. In Italia chi inquina non solo solo non paga, ma si arricchisce".
Oltre un migliaio sono state le costituzioni di parte civile presentate al gup per il procedimento che vede 53 tra persone fisiche e giuridiche accusate, a vari livelli di responsabilità, del reato di disastro ambientale. Per tutti i 53, la Procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio. Il migliaio di parti civili era stato poi "scremato" dal gup a circa 600. Fra quelli la cui costituzione parte civile è stata accettata ci sono i sindacati metalmeccanici, le principali associazioni ambientaliste, il Comune e la Provincia di Taranto e i ministeri della Salute e dell'Ambiente. L'insieme delle richieste risarcitorie è pari a 30 miliardi di euro, di cui 10 miliardi ciascuno per Comune e Provincia di Taranto e altri 10 per i due ministeri. E dai risarcimenti delle parti civili sono state escluse le tre società. (RepBa)
 

In caso di condanna nel processo penale, quindi, l’azienda che in questi anni ha consentito alla famiglia Riva di accumulare tesori da portare all’estero non dovrà risarcire nessuna delle parti tanti civili. Parenti di operai morti, allevatori a cui sono state abbattute greggi di pecore, miticoltori che hanno visto distruggere tonnellate di cozze avvelenate dalla grande industria, abitanti del quartiere Tamburi e gli stessi operai della fabbrica non riceveranno dall’Ilva neppure un centesimo. Non solo. Anche alle istituzioni come il ministero per l’Ambiente, la Regione Puglia, la Provincia e il Comune di Taranto – oltre che di tanti piccoli comuni a due passi dalle ciminiere – l’azienda non dovrà pagare nulla per il disastro ambientale compiuto nei decenni scorsi. Era di poco superiore ai 30 miliardi di euro la richiesta formulata dalle centinaia di parti civili ammesse nel processo tra le quali anche il partito dei Verdi, delle associazioni ambientaliste Legambiente, Altamarea, Peacelink e Wwf, i sindacati, Cittadinanza Attiva e Confagricoltura.
“È la morte del diritto e della democrazia – ha tuonato Angelo Bonelli, coportavoce nazionale dei Verdi – È una vergogna: la città e i suoi cittadini sono massacrati per l’ennesima volta. Negare i risarcimenti ai parenti delle vittime e tutte le altre parti civili significa condannarli ancora a morte. Inoltre – ha aggiunto Bonelli – questa norma consente alle aziende che hanno realizzato enormi profitti sulla salute di operai e cittadini di poter conservare i propri tesori nei conti correnti bancari. È stato distrutto il principio chi inquina paga e la beffa maggiore è che questo è avvenuto grazie a un provvedimento dello Stato italiano”. In conclusione Bonelli ha annunciato un’immediata denuncia al tribunale dei diritti dell’uomo a Strasburgo. (FQ)

sabato 19 luglio 2014

La successione del clan

Claudio Riva è il vero successore di Emilio

Mentre il commissario dell’Ilva Piero Gnudi chiede alle banche un prestito-ponte di almeno 650 milioni di euro per garantire liquidità all’impianto di Taranto, la famiglia proprietaria Riva dimostra di avere ancora ingenti flussi di liquidità intercompany. Lo prova il bilancio 2013 di Stahlbeteiligungen (Stahl), holding lussemburghese con asset per oltre 1,7 miliardi che qualche settimana fa ha deciso di pagare un dividendo di 97 milioni alla controllante Riva Forni Elettrici (Rfe), a sua volta detenuta da Utia, capogruppo dei Riva nel Granducato, che possiede Riva Fire, unica holding italiana. Rfe ha usato 86,8 milioni di quella cedola per rimborsare pare dei debiti che ha verso la controllata Dentro Stahl vi sono il 100% della canadese Industries associes de l’acier, il 99,9% delle belghe Thy Marcinelle e Trefileries de Fontaine, della spagnola Sidurgica Sevillana e della francese Parsider, il 99,1% della belga Centre de coordination siderurgique, il 75% della tedesca Riva Stahl Gmbh e il 25% di Riva Energia.
Intanto Claudio Riva, il terzo dei sei figli avuti dal defunto Emilio Riva, si conferma come il vero successo operativo dell’imprenditore. Nelle scorse settimane, infatti, ha assunto le cariche di presidente di Riva Fire e Rfe, dove è affiancato come amministratore delegato da Cesare Federico Riva (nipote di Emilio), diventando inoltre amministratore unico di Fire al posto del padre scomparso, controllata di Riva Fire. Claudio Riva ha avuto nell’Ilva ruoli importanti, ricoprendo la carica di amministratore delegato ma nel 2010 aveva deciso di dedicarsi unicamente all’attività armatoriale (Società Navali Unite Genova), che nella galassia Riva ha comunque un suo peso. (Italiaoggi)

sabato 28 giugno 2014

Girano le scatole cinesi dei Riva

Ilva: Riva, il gioco dei soldi continua

A volte ritornano. In pochi forse si ricorderanno della Stahlbeteiligungen, la storica cassaforte lussemburghese della famiglia Riva di cui ci siamo occupati negli ultimi due anni. E il cui Cda il 13 dicembre 2012 accettò le dimissioni di Fabio Riva (entro questo mese si dovrebbe conoscere il responso sul ricorso presentato dai legali di quest’ultimo sull’estradizione richiesta dalla Procura di Taranto ed accettata dalla Corte inglese lo scorso febbraio), nominando in sua sostituzione tal Mauro Pozzi, domiciliato in Spagna a Siviglia. Al vice presidente della Riva FIRE, l’incarico era stato rinnovato proprio nel giugno del 2012 (poco prima della bufera del 26 luglio) ed esteso sino al 2018.
In questi giorni ‘Radiocor’, agenzia di stampa de “IlSole24Ore”, ha consultato il bilancio 2013 della holding Stahlbeteiligungen, i cui conti sono ancora in rosso: in base a quanto certificato nel bilancio 2011, alla Stahl, oltre alla quota Ilva, facevano capo diversi asset in Germania, Belgio, Canada, Spagna, Francia, per un totale di 4,8 miliardi di euro (asset che controlla ancora oggi: la canadese Les Industries Associees de l’Acier, la belga Thy Marcinelle, la spagnola Siderurgica Sevillana, la tedesca Riva Sthal, la francese Parsider, oltre al 25% dell’italiana Riva Energia).
Nell’agosto 2012 invece, il gruppo Riva aveva proceduto ad una serie di fusioni, con l’assorbimento di “Ilva International Sa” da parte di “Italia Ilva Commerciale”, mentre Stahlbeteiligungen aveva assorbito l’altra lussemburghese Parfinex. Poi a fine novembre 2012, nacque la Siderlux scindendo dalla Stahlbeteiligungen la quota di Ilva Spa. L’operazione comportò una riduzione di capitale della Stahl da 140 milioni a 59,6 milioni di euro. I restanti 81,3 milioni andarono a costituire il capitale sociale di Siderlux, interamente sottoscritto e controllato dalla Riva FIRE. In pratica la Stahl conservò tutte le partecipazioni tranne la quota del 25,38% dell’Ilva, che confluì nella Siderlux.
Ricapitolando il gioco delle scatole cinesi imbastito dalla famiglia Riva nel corso degli anni, non bisogna dimenticare che il gruppo possiede anche la società lussemburghese “Utia”, che partecipa del 39% nella cassaforte italiana (la FIRE) e che è a sua volta controllata dalla “Monomarch holding”, società di diritto olandese che fa capo ad una delle casseforti di famiglia, la Luxpack di Curacao.
Ecco perché ancora oggi non è affatto semplice acquisire le quote dell’Ilva Spa, controllata per il 61,62% dalla Riva FIRE, per il 25,38% dalla Siderlux (posseduta a sua volta dalla stessa Riva FIRE), per il 10,05% dalla Valbruna Nederland, società olandese della famiglia Amenduni, e per il 2,95% dalla Allbest, un’altra società lussemburghese.
Inoltre, non bisogna dimenticare come nell’importante assemblea della holding capogruppo Riva FIRE, riunitasi il 17 ottobre del 2012, venne deliberata la scissione parziale e proporzionale della società a favore della controllata Riva Forni Elettrici. In particolare, fu conferito il ramo di azienda relativo alla produzione e commercializzazione di prodotti lunghi, cioè le partecipazioni di Riva Acciaio, Stahlbeteiligungen Holding, Riva Energia, Muzzana Trasporti e Parsider.
Operazione non da poco, visto che sotto la Riva Forni Elettrici passarono riserve per 310,6 milioni, di cui 210,6 milioni serviranno come dotazione patrimoniale della controllata. Con la separazione dei prodotti piani da quelli lunghi, si volle completare la riorganizzazione societaria del gruppo Riva FIRE che nel corso del 2012, con diverse operazioni straordinarie, consentì l’accorciamento della catena di controllo e l’eliminazione degli intrecci partecipativi tra le controllate attive nel settore dei prodotti lunghi e quelle operanti nel settore piani.
Tornando alle carte consultate da ‘Radiocor’, la finanziaria Stahlbeteiligungen nei primi mesi del 2014 è stata nuovamente al centro “di una girandola di operazioni infra-gruppo di compensazione di debiti e crediti”. Che ha comportato la riduzione del capitale di 925 milioni della filiale belga (e creditrice) Ccs e il pagamento di un dividendo di 97 milioni alla controllante Riva Forni Elettrici. Come emerge dai documenti consultati da ‘Radiocor’, Stahl ha chiuso il 2013 con una perdita di 18,6 milioni di euro dopo avere perso 45 milioni nel 2012. Nell’esercizio la holding ha proceduto a 46 milioni di svalutazioni e gli asset a fine 2013 totalizzavano 1,79 miliardi, per 1,44 miliardi relativi a partecipazioni.
Come ricorda ‘Radiocor’, l’asset più importante resta il controllo del 99% del belga Centre de Coordination Siderurgique che si occupa del cash pooling (cioè dei flussi in entrata e in uscita) delle filiali estere e del finanziamento a breve, con 1,27 miliardi di mezzi propri a fine 2013 e un utile di esercizio di 36,4 milioni. La Stahl risulta però anche debitrice a fine 2013 del Ccs per ben 1,1 miliardi. Come riporta il bilancio della società belga, “il 28 febbraio 2014 Ccs ha ridotto il capitale portandolo da 1 miliardo a 75 milioni e il rimborso è stato effettuato per compensazione del credito detenuto verso gli azionisti”, cioè la Stahl e Riva Acciaio. Il 26 marzo la Stahl ha “poi deciso di pagare un dividendo di 97 milioni al suo azionista unico la Riva Forni Elettrici prelevandolo dall’utile riportato a nuovo”, che ammontava a 543 milioni di euro a fine 2013. Poi, lo scorso 31 marzo la Riva Forni Elettrici ha saldato “parte del suo debito verso la Stahl, ovvero 87 milioni (su un totale di 354 milioni) che rappresentavano le scadenze a quella data”.
Ma la stessa Riva Forni Elettrici non se la passa meglio. Proprio ieri infatti, “IlSole24Ore” ha pubblicato i dati del bilancio 2013. Che ha riportato un fatturato di 3,7 miliardi di euro a fronte di una produzione di 7,6 milioni di tonnellate (trasformate in 4 di vergella, 2 di tondo e una di barre e billette laminate), per una perdita complessiva di 60 milioni (che il gruppo addebita sia alla crisi economica, che alle vicende che colpirono gli stabilimenti del Nord Italia con il sequestro della Procura di Taranto del settembre scorso ed agli investimenti operati dal gruppo su impianti e macchinari ammontanti ad 84 milioni di euro).
Anche se i dati del primo trimestre del 2014 segnalano un’inversione di tendenza: fatturato in aumento a 976 milioni, a fronte di una produzione di 2,162 milioni di tonnellate. Ennesima dimostrazione di come il ferro vecchio da rottamare sia proprio l’Ilva di Taranto. E di come mentre in riva alla città dei Due Mari si continua a perdere tempo con chiacchiere da bar e beghe da quattro soldi, altrove quest’ultimi continuano a girare in un labirinto senza fine.
Gianmario Leone (TarantoOggi, 28.06.2014)

mercoledì 11 settembre 2013

Poveri miliardari perseguitati...

Ilva: sequestro patrimonio gruppo Riva in 24 città

Sono 24 le città interessate dal sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, di beni immobili, disponibilità finanziarie e quote societarie per una somma complessiva di oltre 916 milioni di euro, riconducibile a 13 società del Gruppo Riva, eseguito ieri dalla Guardia di Finanza, su disposizione del gip del tribunale di Taranto Patrizia Todisco, nell'ambito dell'inchiesta della Procura ionica a carico dei vertici del gruppo Riva per associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale. Il sequestro ha interessato le città di Milano, Taranto, Roma, Genova, Cagliari, Modena, Parma, Reggio Emilia, Sondrio, Varese, Potenza, Bolzano, Savona, Bergamo, Brescia, Verona, Napoli, Salerno, Bari, Vercelli, Como, Massa Carrara, Lecco e Cuneo. In particolare, sono state interessate nove società controllate in via diretta, e indiretta in forma dominante, dall'Ilva, tre società controllate in via diretta, in forma dominante, da Riva Forni Elettrici, e una società controllata mediante influenza dominante dalla holding Riva Fire. A conclusione di questa fase, sono stati sequestrati beni immobili per oltre 456 milioni di euro, disponibilità finanziarie per oltre 45 milioni di euro, e azioni e quote societarie per circa 415 milioni di euro. Sono stati sequestrati anche un centinaio di automezzi, il cui valore complessivo è ancora da quantificare.

Il provvedimento, quest'ultimo come quello del maggio scorso, non riguarda la fabbrica di Taranto, è stato spiegato, la cui produzione e attività sono salvaguardate dalla legge 231 dello scorso dicembre. Il lavoro investigativo è tuttavia andato avanti e ora la Finanza ha bloccato beni e conti di altre società della "galassia" Riva. (ANSA)

Il commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, in base al decreto 61 del giugno scorso, poi convertito l'1 agosto nella legge 89, ha chiesto al gip lo sblocco delle somme liquide sequestrate per finalizzarle all'opera di risanamento ambientale del siderurgico, ma il magistrato non si è ancora pronunciato sulla richiesta. Contro il sequestro dei beni per 8 miliardi il gruppo Riva ha fatto ricorso al Riesame che però l'ha respinto e ora i legali dovrebbero presentare un nuovo ricorso alla Corte di Cassazione. (Rep)

venerdì 6 settembre 2013

E chi sono?

Ilva, struttura ombra per conto dei Riva, arrestati cinque fiduciari dell'azienda

La guardia di Finanza di Taranto sta eseguendo cinque ordinanze di custodia cautelare - quattro in carcere e una ai domiciliari - nei confronti di altrettanti soggetti che facevano parte, secondo gli investigatori, di una 'struttura ombra' della famiglia Riva che agiva all'interno dell'Ilva in base alle direttive della proprietà pur non essendo inquadrata nell'organigramma dell'azienda. Il provvedimento è stato emesso dal Gip di Taranto.
Il nuovo filone d'inchiesta sullo stabilimento tarantino è nato da un approfondimento dell'inchiesta madre, quella che ha portato l'estate scorsa al sequestro degli impianti dell'area a caldo e all'arresto di alcuni appartenenti alla famiglia Riva. Ai cinque arrestati è stata contestata l'associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica incolumità in relazione al testo unico ambientale.
L'esistenza di un governo "occulto" gestiva l'Ilva era stata descritta dal tribunale del Riesame di Taranto motivando la decisione di rigettare i ricorsi di Riva Fire e Riva Forni Elettrici contro il sequestro di beni per 8,1 miliardi di euro disposto dal gip Patrizia Todisco. Dalle indagini sull'Ilva - attraverso le intercettazioni - è emersa "l'esistenza di una sorta di governo aziendale occulto (non ufficiale) operante all'interno dello stabilimento di Taranto, una struttura ombra costituita da soggetti denominati 'fiduciari', che di fatto governavano il siderurgico".
Secondo i giudici tarantini, i fiduciari sono soggetti "non inquadrati nell'organico di Ilva spa ma riconducibili direttamente alla proprietà e alla famiglia Riva. Alcuni di essi, funzionalmente dipendenti di altre società del gruppo Riva, sono ufficialmente distaccati all'interno dello stabilimento, con deleghe di funzioni; altri, funzionalmente dipendenti delle suddette ulteriori società del gruppo Riva, non sono ufficialmente impiegati presso Ilva spa (ci sarebbe persino un direttore-ombra, ndr); altri ancora operavano od operano all'interno dello stabilimento come consulenti esterni".
I 'fiduciari', secondo quanto risultato dagli accertamenti della Guardia di finanza, governavano il siderurgico "impartendo le necessarie disposizioni, occupando alloggi nella provincia di Taranto che risultavano essere formalmente 'uffici in attivita della Riva Fire spa". Erano cioè "lo strumento di controllo della proprietà sulla vita dello stabilimento (avendo il compito effettivo di verificare l'operato dei dipendenti assicurandosi che fossero rispettate le logiche aziendali)". Per il Tribunale si tratta, in definitiva, di soggetti che "hanno esercitato un penetrante dominio su Ilva spa, pur avendo cessato dalla cariche rivestite in seno a tale compagine societaria, dettando dall'esterno le linee della politica aziendale" e concorrendo quindi alla commissione dei reati contestati dalla Procura. (Rep)

giovedì 28 marzo 2013

La profezia del Comitato per Taranto!

COMINCIA LA DISMISSIONE SOCIETARIA!!!

Come dicevamo ieri nel post Riva Fire vuole liberarsi di Ilva!, leggendo gli articoli entusiasti dei giornalistini copincollisti di comunicati stampa, la nomina di Enrico Bondi per "risanare" la società Ilva non nasce da un desiderio di rappresentre "voi, capacità di fare impresa e lavoro, capacità di sostenere gli investimenti”, come ha falsamente dichiarato Ferrante rivolto ai lavoratori e ai mangiabustarelle locali.

In realtà si tratta di isolare la pecora nera destinata al macello dal resto gregge prima che le sue inquietudini possano turbare le pecore buone e produttive!
E oggi quest'analisi ci viene confermata persino... dal giornale storicamente amico dei Riva!
A questo aggiungiamo che tutta la vicenda giudiziaria ha spiazzato i Riva che speravano di campicchiare ancora un po' con il sistema di "lubrificazione" retto da Archinà.
Per questo hanno escogitato ogni stratagemma per allungare i tempi e continuare a produrre per non rischiare di coinvolgere le altre attività.
Si sono presi un po' tardi con la compartimentazione societaria rispetto alla valanga processuale ma mentre infuriavano le piazze e le aule, stanno completando l'isolamento dell'Ilva per mettere in salvo il grosso del capitale da possibili confische.
Così potranno avviare più serenamente gli impianti di Taranto verso la classica recita finale dei grandi complessi industriali italiani: il fallimento. Il modo migliore per lavarsi le mani e accollare allo Stato tutti i costi sociali ed ambientali della chiusura!
Ovviamente, tutti, dai sindacalisti ai politici stanno a guardare... e gli operai vanno alla messa di Pasqua dove l'arcivescovo invita tutti alla... speranza!!

Ilva, la ragnatela societaria del gruppo siderurgico dall'Europa ai Caraibi

Le spiagge bianche e i resort di lusso di Curaçao e gli studi notarili di Milano e del Lussemburgo. Una inchiesta del Sole-24 Ore in edicola oggi racconta due facce finora nascoste della vicenda Ilva. La ragnatela societaria con cui, dall'estero, la famiglia Riva controlla il suo impero siderurgico. E le operazioni straordinarie, effettuate in Lussemburgo e in Italia, nel pieno dello scontro con i giudici di Taranto.
Per la prima volta si fa luce sulla invisibile ragnatela di fiduciarie e di società estere che stanno sopra tutte le società operative. La cassaforte è la Luxpack Nv, una società a responsabilità limitata (Llc) con un capitale di appena seimila dollari, che ha sede nell'edificio di Kaya Wfg Mensing 36, nell'isola del Mar dei Caraibi, di fronte alle coste del Venezuela. Presidente della Luxpack è Adriano Riva, classe 1931. Adriano è il fratello del patron del gruppo Emilio Riva, indagato dalla procura di Taranto per associazione per delinquere, disastro ambientale e concussione e attualmente agli arresti domiciliari. Ma non c'è solo questo.
L'inchiesta del Sole-24 Ore ha anche provato a sovrapporre il drammatico incedere della vicenda Ilva - dal sequestro dell'impianto di Taranto al tentativo di una soluzione politica tramite la concessione dell'Aia, dagli arresti che hanno colpito la famiglia Riva e i suoi manager alla disponibilità a cercare un socio straniero - con le operazioni straordinarie effettuate a livello societario negli ultimi mesi.
Alla fine di queste operazioni, il quadro appare nitido. Nella lussemburghese Stahlbeteiligungen Sa ci sono soprattutto le attività estere. In Riva Fire, che controlla l'Ilva, resta il business dei laminati piani a freddo e a caldo. In Riva Forni Elettrici ci sono invece i prodotti lunghi. Razionalizzazione societaria per due business, i lunghi e i piani, che hanno caratteristiche differenti? Senz'altro. Ma anche un modo per isolare da tutto il resto l'Ilva. Per disporne più facilmente. Ma anche per "proteggere" - o almeno per tentare di farlo - il resto del patrimonio familiare da ogni iniziativa giudiziaria. (Sole24h)


mercoledì 27 marzo 2013

Riva Fire vuole liberarsi di Ilva!

Atto primo della dismissione: Separare le attività buone da quelle cattive, in modo da impedire che le attività lucrose e a lungo termine possano essere danneggiate dalla ristagnazione in cui quelle inutili saranno progressivamente lasciate marcire e fallire!






Ilva, Ferrante: “Enrico Bondi sarà il prossimo amministratore delegato”

Enrico Bondi prossimo amministratore delegato dell’Ilva. Il presidente Bruno Ferrante, durante l’incontro di Pasqua con i lavoratori dell’azienda, ha sottolineato l’intenzione di “dare a questa società una struttura nuova: il consiglio di amministrazione sarà rinnovato e aperto anche a professionalità esterne”. Ferrante ha precisato che “ci sarò io come presidente, ma mi affiancherà un professionista esterno di larga fama come il dott. Enrico Bondi che si è occupato di ristrutturazioni di tantissime aziende importanti”. In effetti Bondi non è nuovo a “imprese” di questo tipo: in passato si è occupato del recupero della Montedison e del risanamento della Parmalat. Nel 2002 è stato amministratore delegato di Premafin (holding della famiglia Ligresti), ma il suo incarico è durato poco per via di alcuni dissapori con Salvatore Ligresti. Il suo ultimo incarico, infine, da cui si è dimesso il 7 gennaio 2013, è stato quello di commissario alla Revisione della spesa dello Stato italiano durante il governo Monti con l’obiettivo di razionalizzare gli acquisti di beni e servizi e definire il livello di spesa per voci di costo.
Il presidente ha poi spiegato che Bondi ha già un contratto di consulenza che gli sta consentendo “di entrare nei meccanismi aziendali e di entrare come amministratore dopo l’approvazione del bilancio, che avverrà nella metà del mese di aprile”. “Abbiamo pensato – ha proseguito – a nuovi assetti organizzativi della società. Riva Fire possiede l’87 per cento delle azioni di Ilva e questo processo organizzativo ha l’obiettivo di renderla assolutamente indipendente e autonoma rispetto a Riva Fire”. “Dovrà restare Ilva – ha aggiunto Ferrante – con la sua capacità rappresentata da voi, capacità di fare impresa e lavoro, capacità di sostenere gli investimenti”. (IlFattoQuot)